mercoledì 7 dicembre 2016

Internazionale 2.12. 2016Bruxelles va avanti con i trattati commerciali
Frankfurter Allgemeine Zeitung, Germania

Nonostante la critiche al Ceta e al Ttip, l’Unione europea vuole firmare altri accordi di libero scambio. Sono in corso negoziati sul mercato dei servizi e sugli scambi con alcuni paesi asiatici Ora che il Canada e l’Unione europea hanno firmato un trattato di libero scambio, l’accordo economico e commerciale globale (Ceta), dovrebbe esserci una tregua nel dibattito che ha accompagnato le trattative. Inoltre, con l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), il discusso trattato di libero scambio tra gli Stati Uniti e l’Unione europea, è di fatto congelato. Ma ora l’attenzione pubblica è rivolta a un terzo trattato: l’Accordo sugli scambi di servizi (Tisa). Il 25 novembre Greenpeace ha pubblicato alcuni documenti sul ciclo di negoziati sul Tisa dello scorso settembre. Da quelle pagine emergono novità, ma soprattutto il fatto che la firma del Ceta e l’elezione di Trump non hanno fermato gli accordi commerciali europei. Per molto tempo Bruxelles ha cercato di liberalizzare il mercato attraverso accordi multilaterali. Poi, in seguito allo stallo dei negoziati di Doha, ha puntato sugli accordi con i singoli stati. Negli ultimi anni l’Unione europea ha concluso trattati bilaterali di libero scambio con 31 paesi. Questi accordi non si limitano a eliminare le tariffe doganali, ma abbattono anche le cosiddette barriere non tariffarie, cioè quelle generate dalle normative differenti tra i diversi paesi. Spesso sono questioni strettamente tecniche, eppure mobilitano i cittadini, preoccupati che i trattati commerciali abbassino le tutele sociali e ambientali.
Mancanza di trasparenza
Il Tisa è un trattato plurilaterale, perché coinvolge più stati. Già abbozzato nelle sue parti fondamentali, è nato su iniziativa dell’Australia e degli Stati Uniti. Oggi partecipano a i negoziati cinquanta paesi, tra cui i 28 dell’Unione europea, che insieme rap- presentano il 70 per cento del mercato mondiale dei servizi. Anche in questo caso chi si oppone al Tisa critica la mancanza di trasparenza nei negoziati. Ma altri trattati di libero commercio stanno passando praticamente inosservati. Uno potrebbe riguardare il Giappone, uno dei principali partner commerciali dell’Unione. Di recente i capi di stato e di governo europei hanno invitato la Commissione europea a “portare avanti i negoziati con Tokyo attivamente”. Le trattative, avviate nel 2013, sarebbero dovute terminare già nel 2015. I punti caldi della discussione sono l’ingresso delle auto giapponesi nel mercato europeo e dei prodotti agricoli europei in quello giapponese. Anche i negoziati con il Giappone avvengono sostanzialmente a porte chiuse.
L’Unione europea è in trattative anche con altri stati asiatici. Con la Malesia si è arrivati a metà strada, ma le questioni più complesse sono irrisolte. Nuove trattative con le Filippine sono in programma per la fine del 2016, mentre con l’Indonesia i negoziati cominceranno nel 2017. Bruxelles sta valutando anche eventuali accordi con l’Australia e la Nuova Zelanda. Al momento, invece, sono congelate le trattative con l’India, la Thailandia e la Birmania, ma dovrebbero riprendere. Con il Vietnam, Singapore e due gruppi di stati africani esistono trattati già definiti e approvati ma che non sono ancora entrati in vigore. Nell’ambito dell’accordo con il Vietnam la Commissione europea ha proposto per la prima volta un tribunale, l’Investment court system, per proteggere gli investitori da leggi che metterebbero a rischio i loro affari.
Di recente l’Ecuador ha aderito all’accordo di libero scambio tra l’Unione europea, il Perù e la Colombia. Una storia infinita sono invece le trattative con il Mercosur, il mercato comune dell’America Latina. I colloqui, interrotti nel 2004, sono ripresi nel 2010, e l’ultimo incontro si è svolto a ottobre. Oggi, però, partecipano ai negoziati solo i quattro grandi del Mercosur Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay mentre Bolivia e Venezuela sono tagliati fuori. Ci sono contrasti tra gli stessi paesi del Mercosur ed è difficile che si vedano progressi a breve termine. Inoltre, la liberalizzazione degli scambi con quest’area danneggerebbe l’agricoltura europea, in particolare i produttori di carne di manzo. È quindi pre- vedibile che ci saranno proteste in Europa.
Tuttavia, in questo come negli altri casi, oggi è difficile capire se le trattative in corso porteranno a un accordo. Molte critiche ai negoziati arrivano anche da paesi dell’Unione che contestano la competenza di Bruxelles sulle politiche commerciali. Se le cose restano così, difficilmente le trattative andranno a buon fine.

Internazionale 2.12. 2016
Nella testa di chi studia una seconda lingua
di Angela Grant, Aeon, Regno Unito

Perché alcune persone sembrano più portate per le lingue di altre? Capire meglio i processi di apprendimento linguistico potrebbe aprire a nuovi metodi d’insegnamento
Vi ricordate l’ultima volta che avete seguito un corso di lingua straniera? Che fosse in un’aula o online, intensivo o di traduzione, scommetto che alla fine del corso le vostre competenze linguistiche erano diverse da quelle degli altri studenti. Le differenze tra le persone esistono in ogni ambito, dalla matematica all’atletica. Nel mio campo, la psicologia dell’apprendimento di una seconda lingua, la causa di queste differenze non è ancora chiara: perché per alcuni imparare una lingua è più facile che per altri?
Nel tentativo di capirlo, la neuroscienziata Xiaoqian Chai e i suoi colleghi della McGill university di Montréal usano la risonanza magnetica funzionale a riposo (che misura l’attività cerebrale seguendo il lusso d’ossigeno quando si è svegli ma non si svolge alcun compito). Esaminando gli studenti di un corso intensivo di francese di dodici settimane hanno rilevato enormi differenze nei progressi dei partecipanti.
Per lo studio, pubblicato dal Journal of Neuroscience, i ricercatori hanno sottoposto a risonanza magnetica il cervello dei madrelingua inglese prima di un corso che prevedeva un’immersione nel francese di sei ore al giorno per cinque giorni a settimana. Tutto questo avveniva nel contesto bi- lingue di Montréal, in Québec, ideale per imparare in fretta una lingua straniera.
Invece di affidarsi ai voti o alle autovalutazioni, l’équipe di McGill ha raccolto dati spontanei di parlato (chiedendo per esempio agli studenti di raccontare una giornata al mare) e campioni di lettura, sia in francese sia in inglese, prima e dopo il corso. Dalla risonanza è emerso che le differenze nei progressi di ciascuna competenza erano legate a preesistenti differenze della connettività cerebrale di ogni studente. Il lusso d’ossigeno nel cervello a riposo, cioè, per- metteva di prevedere il progresso di precisi aspetti delle competenze.
I ricercatori sono partiti da alcune ipotesi sulla relazione tra attività cerebrale funzionale e competenze linguistiche. Grazie a studi precedenti, infatti, sapevano che la lettura canalizza il flusso d’ossigeno nell’area cerebrale dedicata alla forma visiva delle parole e che, invece, il parlato sollecita la circonvoluzione frontale inferiore media. Basandosi su queste aree, hanno quindi calcolato le connessioni con il resto del cervello e studiato la mappa della connettività di ogni studente rispetto ai progressi nella lettura e nel parlato.
Come si aspettavano, hanno scoperto che ogni competenza dipende da connessioni funzionali diverse: la lettura dalle connessioni tra la circonvoluzione temporale superiore media e l’area per la forma visiva delle parole. Il parlato, invece, dipende dalle connessioni tra la corteccia cingolata anteriore e la circonvoluzione temporale superiore posteriore con la circonvoluzione frontale inferiore media. Per entrambe, la maggiore connettività precedente al corso corrispondeva a migliori risultati dopo il periodo intensivo.
Connessioni virtuose
Questi risultati sollevano altre domande: se la connettività prevede l’apprendimento, come si prevede la connettività? Cosa possono fare scienziati e insegnanti per agevolare queste connessioni?
Un’idea è scavare più a fondo nelle competenze della prima lingua. La ricerca sui bilingue negli Stati Uniti indica che una lingua madre forte è essenziale per imparare bene una seconda lingua, soprattutto nei bambini. È quindi possibile che certe differenze di connettività si spieghino con competenze linguistiche preesistenti: quanto si legge, o si parla, nella lingua madre.
Un altro interrogativo è: cos’è successo dopo il corso? Gli studenti meno bravi hanno manifestato aumenti di connettività (perché, per così dire, hanno avuto più spazio per crescere) o riduzioni (perché c’è un rapporto più diretto tra connettività e resa)? Ancora non si sa, perché pochi studi sono riusciti a seguire i volontari a lungo, complici i costi di queste ricerche e l’alto tasso di abbandono scolastico.
Comprendere meglio i meccanismi dell’apprendimento linguistico potrebbe permettere di trovare nuove tecniche che sfruttino i punti di forza di ognuno. La prossima generazione di preadolescenti entrerà in un mondo sempre più globalizzato e avrà bisogno di tutto il nostro aiuto.

Angela Grant è dottoranda in psicologia all’università della Pennsylvania.
Internazionale 2.12. 2016Scuole Tullio De Mauro La storia si complica

Nelle elezioni primarie della destra francese la scuola è stata in primo piano. E ciò è di per sé interessante. L’ex presidente Nicolas Sarkozy ha fatto valere il suo impegno personale per combattere il décrochage, l’abbandono di troppi allievi prima di finire le superiori. È stato nettamente battuto. Alain Juppé ha presentato l’idea di non fare della scuola un discrimine tra destra e sinistra e ha ipotizzato moderati ritocchi ai programmi in vigore, senza ribaltamenti. Ed è arrivato secondo. François Fillon, come qui già s’è detto, ha riproposto l’impianto nazionalista e xenofobo che dovrebbe guidare un rifacimento radicale dell’insegnamento di storia e ha aggiunto che occorre reintrodurre filtri per passare da elementari a medie e per scegliere le superiori. E per ora alle primarie ha prevalso.
A destra piacciono le sue idee, anche se ne mostrano limiti e veri errori di fatto e gli si rimprovera il ritorno a una scuola deliberatamente classista. Qualcuno non si perde in critiche particolari. Jean- Claude Dupas, ex rettore dell’università di Lille, storico della letteratura e del teatro, nel suo blog (Le Monde, 23 novembre) ricorda il pensiero esposto da Nicolas Condorcet nel 1792 all’Assemblée nationale sull’instruction publique generalizzata. Senza questa persisterà sempre la distinzione in due classi: “Quella delle persone che ragionano e quella delle persone che credono a opinioni altrui. Celle des maîtres et celle des esclaves”. E, si sa, è difficile liberare gli schiavi che si credono liberi.

Internazionale 2.12. 2016Dagli Stati Uniti
Oceania e il femminismo della Disney
di Brent Lang, Variety

Il film esce in Italia il 22 dicembre ed è il trionfo della nuova politica inclusiva dello studio statunitense.
Il successo al botteghino del film d’animazione Oceania (Moana nel resto del mondo) conferma la posizione di supremazia della Disney tra gli studi cinematografici di Hollywood. Questo primato è sta- to costruito sulla forza del marchio cinematografico e sulla capacità di creare storie con personaggi diversi dalla norma, capaci d’intercettare l’evoluzione culturale del pubblico più giovane. Oceania è l’ultimo film Disney con una potente protagonista femminile. Disney privilegia i personaggi femminili in da Biancaneve (1937), ma nell’ultimo decennio le sue protagoniste sono diventate più determinate e non si limitano più ad aspettare il principe azzurro. Oceania parte per un lungo viaggio attraverso il mare da sola, per liberare la sua isola da una maledizione. Anche in Frozen, Zootropolis e Ribelle c’erano figure femminili attive ed emancipate. Ma c’è un altro aspetto innovativo nella trama di Oceania: è il primo ilm Disney che non prevede una storia d’amore per la protagonista. La ragazza parte per scoprire se stessa e non per cercare marito. Oceania inoltre propone personaggi molto più etnicamente variegati e definiti rispetto al mondo completamente bianco di Cenerentola e delle altre principesse della tradizione Di
Internazionale 2.12. 2016Scienza
Nati stanchi
di Emma Young, New Scientist, Regno Unito

Molte persone si sentono sempre affaticate anche se hanno dormito tutta la notte. Perché la mancanza di sonno, dicono i ricercatori, non è l’unica causa della stanchezza cronica
Vai a letto alle 11 di sera, al­ la fine di una giornata impegnativa. Dormi tut­ta la notte ma quando ti svegli ti senti esausto. Se vi riconoscete in questa descrizione, sappiate che non siete i soli. Una ricerca dell’università di Radboud, nei Paesi Bassi, ha scoperto che su un campio­ne di più di ventimila persone il 30 per cento circa di loro era andato dal medico perché si sentiva sempre stanco. Il 20 per cento degli statunitensi afferma di aver sperimentato una spossatezza così grande da impedirgli di avere una vita normale. Le conseguenze sono anche economiche: i dipendenti im­produttivi a causa della stanchezza costano ai datori di lavoro più di cento miliardi di dollari all’anno.
Sorprende, quindi, che solo ora si stia cominciando a studiare in modo serio que­sta condizione. Fino a poco tempo fa la stanchezza nelle ore diurne era considerata fiacchezza fisica o bisogno di dormire. Ne­ gli Stati Uniti i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc) stimano che il 35 per cento della popolazione non dorma abbastanza. Se a questo si aggiunge il fatto che la stanchezza è soggettiva e quindi dif­ficile da misurare, e che si situa a cavallo tra gli studi sul corpo e quelli sulla mente, non è strano che finora sia sfuggita quasi com­pletamente all’indagine scientifica.
Ma, dato che la stanchezza si accompa­gna a moltissime malattie comuni, oltre
che al normale invecchiamento, capire meglio la sua origine potrebbe migliorare la qualità della vita di molte persone. Un gruppo di ricercatori sta cercando d’indivi­duare cause e possibili rimedi. Anche se è presto per parlare di risultati, è emerso qualche indizio.
Una grande differenza
Potremmo pensare che una causa della no­stra spossatezza sia lo stress della vita quo­tidiana, maggiore che in passato. Presi tra le esigenze del lavoro e della famiglia, e as­sillati dagli onnipresenti cellulari, molti di noi si sentono prosciugati. Ma forse non è così. Secondo Anna Katharina Schafner, storica dell’università di Kent a Canterbu­ry, nel Regno Unito, e autrice di Exhaustion: a history, nel corso della storia le per­sone si sono sempre lamentate di essere stanche idealizzando la maggiore tranquil­lità del passato. La stanchezza, spiega Schaffner, è stata ricondotta all’allinea­ mento dei pianeti, alla mancanza di devo­zione e perfino a un inconscio desiderio di morte. “Per Sigmund Freud una parte con­sistente di noi desidera uno stato di riposo fisico e mentale permanente”, afferma.
Nell’ottocento spuntò una nuova dia­ gnosi: la nevrastenia. Il medico statuniten­se George M. Beard sosteneva che questa condizione, presumibilmente causata da un esaurimento nervoso, fosse responsabi­le della stanchezza fisica e mentale, dell’ira­scibilità, della sfiducia, dei problemi denta­ li, dei piedi freddi e dei capelli secchi. Beard attribuiva l’origine della nevrastenia all’av­vento delle macchine a vapore e delle in­venzioni moderne, come il telegrafo. An­ che l’educazione femminile era considera­ta stancante e l’introduzione delle rotative portò con sé moltissimi quotidiani e riviste con cui tenere il passo. “Beard temeva che gli esseri umani moderni non fossero in grado di resistere a questo sovraccarico cronico”, dice Schafner.
Se la colpa non è della vita moderna, forse almeno in parte la stanchezza dipen­de dalla carenza di sonno. Tuttavia i ricer­catori distinguono il bisogno di dormire dall’affaticamento: sono cose strettamente imparentate ma diverse. La buona notizia è che c’è un modo semplice per stabilire qua­ le delle due ci sta sfinendo: il test di latenza del sonno. L’esame, usato nei centri del sonno, si basa sull’idea che, se durante il giorno vi basta stendervi in un luogo tran­quillo per addormentarvi nel giro di qual­ che minuto, allora o non dormite a suffi­cienza o soffrite di un disturbo del sonno. Se dopo un quarto d’ora non crollate e co­munque vi sentite ancora stanchi, il vostro problema potrebbe essere l’affaticamento.
Ma, se non è uguale alla sonnolenza, cos’è la fatica? Mary Harrington, neuro­ scienziata allo Smith college di Northamp­ ton, in Massachusetts, è tra i pochi ricerca­ tori sulle tracce di un segnale biologico ri­velatore della stanchezza. Finora non ne è stato trovato uno che corrisponda alla stan­chezza percepita dalle persone. Ma “abbia­mo qualche candidato”, assicura Harring­ ton. È possibile che la stanchezza provata di giorno dipenda da un problema del ritmo circadiano, che regola le fasi di veglia e di sonno. Questo orologio è nel nucleo sopra­ chiasmatico del cervello, che coordina gli ormoni e l’attività cerebrale per assicurare che di giorno ci sentiamo svegli. In circo­ stanze normali il nucleo soprachiasmatico fa sì che abbiamo un picco di lucidità al mattino, un calo nel primo pomeriggio e un abbandono alla stanchezza la sera.
Quanto dormiamo di notte ha un im­patto relativo su questo ciclo, afferma Harrington. La sensazione di essere svegli e vigili dipende piuttosto dalla qualità dei segnali ormonali ed elettrici inviati dal nu­cleo soprachiasmatico. Quest’ultimo im­posta il suo orologio in base alla quantità di luce che colpisce la retina, in modo da sin­cronizzarlo con il trascorrere del giorno. Poca luce al mattino o troppa luce la sera possono interrompere i segnali del nucleo soprachiasmatico e portare a una specie di letargo diurno. “Le alterazioni del ritmo circadiano sono abbastanza comuni nella nostra società e la situazione sta peggiorando perché di notte si usa sempre più luce”, dice Harrington.
Se di giorno vi sentite come se non vi foste mai svegliati del tutto ma non avete sonno quando dovete andare a dormire, il vostro nucleo soprachiasmatico potrebbe essere mal calibrato. Harrington consiglia di trascorrere venti minuti all’aria aperta ogni mattino e di spegnere tutti gli schermi entro le dieci di sera, per evitare di far rimanere il nucleo soprachiasmatico impostato in modalità diurna. Un altro modo per regolare il nucleo soprachiasmatico è fare sport. Molti studi mettono in relazione l’esercizio fisico fatto una volta ogni tanto o regolarmente a una minore spossatezza. “Le persone affaticate odiano sentirselo dire, ma il movimento può fare una grande differenza”, dice Harrington. Così si spiegherebbe anche perché spesso le persone che cominciano a fare attività fisica regolare sostengono di dormire meglio, anche se gli studi dimostrano che non dormono più a lungo. La qualità del sonno può essere più importante della quantità.
Oltre a regolare il nucleo soprachiasmatico, l’esercizio fisico aiuta a non essere sovrappeso. Ci sono buoni motivi per credere che avere meno grasso contrasti il senso di fatica. Il grasso corporeo non solo richiede maggiore energia negli sposta- menti, ma rilascia leptina, un ormone che segnala al cervello la presenza nel corpo di riserve energetiche adeguate. Alcuni studi hanno messo in relazione gli alti livelli di leptina a un maggiore senso di fatica, una scoperta coerente dal punto di vista evoluzionistico: se non sei a corto di cibo, non hai motivo di muoverti per andarlo a cercare. Non a caso le persone che digiunano con regolarità si sentono più energiche quando non mangiano rispetto a quando mangiano spesso. Con l’obesità sempre più diffusa, i segnali inviati dalla leptina sono diventati forse una causa comune del costante senso di stanchezza. Ma in gioco potrebbe esserci anche altro.
Le persone con grasso in eccesso hanno anche livelli più alti di infiammazione, che è la risposta immunitaria di una parte del corpo, che stimola altre zone a entrare in azione rilasciando nel sangue proteine chiamate citochine. Nel grasso corporeo sono immagazzinate grandi quantità di citochine, quindi chi ha più grasso ha anche più citochine in circolazione. Oltre a stimo- lare il sistema immunitario, le citochine fanno sentire a corto di energie, come san- no bene tutti quelli che hanno avuto un raffreddore. Nel 1998 Benjamin Hurt, dell’università della California a Davis, osservava che questa sensazione era una strategia dell’evoluzione per combattere un attacco virale o batterico: quando ti devi riposare per rimetterti in forma, la stanchezza è dalla tua parte. aspetti della stanchezza, come la carenza di motivazione, l’incertezza sul da farsi o semplicemente il fatto di sentirsi fiacchi. Ma l’infiammazione potrebbe sfibrarvi anche se non siete sovrappeso o malati. Uno stile di vita sedentario, uno stress costante e una dieta scorretta, ricca di zuccheri e con poca frutta e verdura, sono associati a una lieve infiammazione cronica. Ci sono anche pro- ve preliminari del fatto che l’interruzione del ritmo circadiano può aumentare l’infiammazione del cervello. Quindi l’infiammazione dovuta allo stile di vita può spiegare perché tante persone si sentono spesso stanchissime? “Sì”, sostiene Dantzer. I test epidemiologici indicano una relazione tra la stanchezza e livelli elevati di IL-6, un marcatore dell’infiammazione.
È presto per esserne certi, ma l’iniam- mazione potrebbe essere un ponte che col- lega la stanchezza alla cattiva qualità del sonno, all’inattività fisica e alla dieta scorretta. Se fosse così, allora basterebbe cam L’osservazione degli animali lo ha dimostrato. In un esperimento Harrington ha somministrato a dei topi una sostanza che produce una lieve infiammazione. An- che se continuavano a muoversi all’interno delle loro gabbie e a mangiare normalmente, i topi evitavano di correre nelle ruote. Di solito, quando sono in buona salute, ai topi piace la ruota: “È come aver voglia di uscire e divertirsi, di fare qualcosa non strettamente finalizzato alla sopravvivenza”. Se una lieve infiammazione può privare i topi del loro entusiasmo per la vita, c’è motivo di credere che lo stesso succeda alle persone.
Depressi e fiacchi
Robert Dantzer e i suoi colleghi dell’M. D. Anderson cancer center di Houston, in Texas, hanno scoperto che i cambiamenti in alcune aree chiave del cervello potrebbero essere all’origine della mancanza di motivazione. Dai loro studi emerge che l’infiammazione altera l’attività nelle aree associate alla motivazione, come le reti fronto-striatali, che si attivano quando scegliamo qualcosa in vista di una ricompensa, e la corteccia insulare, che processa la sensazione di stanchezza fisica. Questi cambiamenti potrebbero spiegare alcuni

biare un po’ il nostro stile di vita per combattere l’affaticamento che proviamo di giorno: più esercizio fisico e un consumo maggiore di frutta e verdura ricche di polifenoli (come l’uva o la curcuma) che secondo alcuni studi ridurrebbero le infiammazioni. Tuttavia, secondo Anna Kuppuswami, una neuroscienziata dello University college di Londra, nel Regno Unito, l’infiammazione non è la risposta a tutte le domande. Kuppuswami studia le persone che soffrono di stanchezza debilitante in seguito a un ictus, quando i loro cervelli sono molto infiammati. “L’infiammazione è una causa scatenante della stanchezza. Eppure la riscontriamo nei pazienti anche molto dopo che i marcatori dell’infiammazione si sono normalizzati”, dice. A confondere le acque c’è un altro fattore: i segnali biologici che portano alcuni a provare uno sfibrante senso di stanchezza possono lasciare indifferenti altri . Certe persone sono capaci di farsi forza, dice Kuppuswami. Ma per riuscirci è fondamentale essere motivati.
Alcuni ricercatori hanno preso in esame il ruolo della dopamina, un neurotrasmettitore che ci spinge a cercare il piacere. Quando la dopamina viene meno, come succede per esempio a chi è affetto dal morbo di Parkinson, la depressione e l’apatia possono essere devastanti.
La depressione è associata anche alla ridotta disponibilità di un altro neurotra- smettitore, la serotonina. Dal momento che quasi tutte le persone che soffrono di depressione grave affermano di sentirsi molto stanche, e che una persona su cinque è stata depressa a un certo punto della sua vita, non sorprende che anche questo disturbo possa essere una causa comune della stanchezza. Secondo Ranjana Mehta, del Texas A&M institute for neuroscience, la depressione diffusa più spiegare per- ché tante persone si sentono così prive di forze.
Montagne russe
Come hanno dimostrato Mehta e il suo gruppo di ricercatori, l’esaurimento mentale che accompagna la depressione può generare stanchezza fisica. In alcuni esperimenti le persone a cui veniva richiesto di sollevare dei pesi mentre facevano dei cal- coli a mente avevano il 25 per cento di resistenza in meno rispetto a chi si limitava a sollevare i pesi. La risonanza magnetica ha poi spiegato il perché: gli sforzi mentali riducono l’attività nelle regioni frontali del cervello, che si occupano di dirigere i movimenti o di mantenere la concentrazione nell’uso delle mani. Quando il cervello è sotto pressione, si possono stancare anche i muscoli.
Oggi, visto che le cause possibili si moltiplicano, c’è ancora più interesse a risolvere l’enigma della stanchezza. Negli Stati Uniti i National institutes of health stanno creando un programma di ricerca per individuare gli inafferrabili segni distintivi della stanchezza. Secondo Harrington servono altre osservazioni sugli animali e uno sforzo congiunto di più ricercatori che la- vorino per sottrarre, una volta per tutte, la stanchezza dall’oscurità medica in cui è relegata. “Mi impegno perché credo che possiamo riuscirci”, dice. “Ma mi sento sola”.
Nel frattempo Harrington consiglia di non fermarsi quando facciamo qualcosa che ci piace, anche se ci sentiamo stanchi. È importante resistere, perché una potente ricompensa può innescare il rilascio di dopamina nelle aree del cervello legate alla motivazione e tenerci svegli. In alternativa possiamo fare qualcosa che ci stressa: il rilascio di adrenalina aiuta a superare la letargia. L’ideale è combinare lo stress e il piacere. Come dice Harrington: “Chi si sente stanco sulle montagne russe?”.
Internazionale 2.12. 2016Cina
Una scuola uniforme

In Cina i privati non potranno più gestire i nove anni della scuola dell’obbligo. Lo scopo di questa misura è uniformare i programmi scolastici per questo ciclo di studi. Oltre a essere un’alternativa per i figli dei lavoratori che provengono dalle campagne, e che quindi non avendo l’hukou (certiicato di residenza) non possono frequentare le scuole pubbliche nelle città in cui vivono, i privati offrono corsi di perfezionamento per chi vuole completare gli studi all’estero. Ora, con le nuove regole, chi se lo può permettere manderà i figli all’estero prima del previsto, scrive Shidai Zhoubao. Per alcuni esperti, il rischio è che i ragazzi “perdano contatto con il modo di pensare cinese”.
Pagina99 3.12.2016
Cosa dice la lingua della fantascienza
Universi | A gennaio esce Arrival, il film di Denis Villeneuve. Che riprende un racconto di Ted Chiang. Nel quale parlare un idioma alieno cambia la realtà. Vecchio tema. Affrontato anche da Dante
di Marco Passarello

Nel film Arrival di Denis Villeneuve, una delle protagoniste è Amy Adams che interpreta Louise, una linguista incaricata di apprendere l’idioma di una razza aliena appena sbarcata sulla Terra. Nello sforzo di comprendere la lingua e il modo di pensare dei visitatori arriverà a vedere il mondo a modo loro: una realtà sincronico in cui il futuro è noto e immutabile come il passato.
In Italia chi non era all’ ultima Mostra del cinema di Venezia per la presentazione del film dovrà attendere gennaio per vederlo, dato che da noi l’uscita è stata posticipata di due mesi rispetto al resto del mondo.
Se non altro in questi giorni è tornata in libreria con una nuova traduzione Storie della tua vita (Frassinelli, 324 pag., 18,50 euro), l’antologia di Ted Chiang che contiene il racconto a cui il lungometraggio si è ispirato. Statunitense di origine cinese, Chiang è un autore poco prolifico: ha pubblicato solo una manciata di racconti e il romanzo breve Il ciclo di vita degli oggetti software (Delos Books). Tuttavia è una figura imprescindibile della fantascienza contemporanea: merito del modo in cui affronta con rigore temi scientifici e filosofici senza sacrificare il coinvolgimento emotivo del lettore.
L’idea che un linguaggio possa modificare la percezione della realtà non è però nuova in letteratura. Nel racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius Jorge Luis Borges descrive una società segreta che tra- sforma il mondo diffondendo frammenti di una cultura immaginaria, tra cui un linguaggio privo di sostantivi. In 1984 di George Orwell viene imposta la “neolingua”, costruita in modo tale da rendere impossibile concepire pensieri antigo- vernativi. Suo contraltare è il Babel-17 del romanzo omonimo di Samuel Delany, linguaggio-arma che trasforma inconsciamente in traditore chiunque lo apprenda. E nel recente Embassytown (Fa- nucci, 440 pp., 16,90 euro) China Mieville descrive alieni il cui linguaggio, impronunciabile per gli umani, può esprimere solo verità fattuali: quando i tentativi di comunicare dei terrestri li espongono per la prima volta a delle falsità, queste hanno su di loro l’effetto devastante di una droga.
Andrea Moro, professore di linguistica presso lo Iuss di Pavia e autore del libro Impossible Languages (Mit Press) in cui racconta come ha inventato “linguaggi impossibili” che il cervello elabora diversamente rispetto a qualsiasi lingua naturale, dimostrando così che la sintassi comune a tutti i linguaggi umani deriva dalla struttura della mente e non dal caso dice a pagina99: «L’idea che la percezione della realtà cambi col variare della lingua va sotto il nome di “ipotesi di Sapir-Whorf”, e si è dimostrata falsa», spiega Moro. «Per esempio, è stato verificato che la capacità di discriminare i colori non cambia tra due persone le cui lingue distinguono più o meno sfumature. La percezione non è influenzata né dal vocabolario né dalle regole, ed è una fortuna, altrimenti diventerebbe possibile ordinare gerarchicamente le lingue e le culture. Ciò non toglie che le imposizioni possano avere effetti sociali importanti, come nel caso dell’alternanza tu/lei o lei/voi nell’italiano».
Nel racconto Fammi una domanda stupida (incluso in La settima vittima, Nottetempo) Robert Sheckley immagina che esista una macchina che conosce la verità sull’universo, ma che nessuno è in grado di interrogare, perché solo chi già la conosce è in grado di porre le domande giuste. In questo senso si può porre al prof. Andrea Moro se esistono o meno limiti a ciò che il linguaggio può esprimere? «Certo. Lo sapeva Dante quando alla fine della Commedia cerca di parlare di Dio e gli mancano le forze: è l’eterno, bellissimo tema dell’ineffabilità», risponde Moro. «Lo incontriamo anche quando pariamo di enti meno imponenti di Dio; soprattutto quando si tratta di emozioni, come in una dichiarazione d’amore».

Pagina99 3.12.2016
Smart city e respiri meglio
Esperimenti | A Red Hook, tra i quartieri più poveri e degradati di Brooklyn, si testa un sistema che mette in relazione l’ambiente e la salute degli abitanti
di Alessandro Vitale

Che esista una relazione fra un ambiente sano e la qualità della vita non rappresenta certo una novità. Quali sensazioni di benessere trasmetta un elegante centro cittadino rispetto a un quartiere periferico neppure. Ciò nonostante capire quale relazione occorra fra salute e spazi urbani, basandosi su dati oggettivi, è un obiettivo complesso che rappresenta una sfida per amministratori pubblici ed epidemiologi.
In questa direzione può essere letto lo studio preliminare sulle Smart Cities condotto dal Center for Urban Science and Progress dell’Università di New York, che sta provando a costruire la prima mappa della qualità di vita in tempo reale in un quartiere della Grande Mela. L’obiettivo? Raccogliere, misurare e analizzare i dati sulle condizioni fisiche e ambientali della città, confrontarle con i com- portamenti dei suoi residenti e capire come ambiente e urbanistica possano influenzare il benessere sociale e personale. Per usare le parole dei ricercatori, il punto di arrivo è quello di creare una quantified community che sia in grado di descrivere fedelmente un piccolo ecosistema urbano, restituendo indicazioni e suggerimenti ai decisori politici.
Il progetto nasce a Red Hook, quartiere di Brooklyn, che comprende 7.000 abitanti in poco più di 2 km quadrati, di cui un terzo sotto la so- glia di povertà, con il 70% dei resi- denti in case popolari. Un caso di studio ideale, perché nel piccolo sobborgo di New York l’incidenza di malattie respiratorie come asma o bronchite è 2,5 volte superiore alla media, mentre l’aspettativa di vita è di dieci anni inferiore alla media nazionale. Per raccogliere le informazioni su qualità dell’aria, temperatura, umidità e luminosità, i ricercatori hanno utilizzato le tecnologie del- l’Internet of Things (IoT, Internet delle cose), creando una mappa con informazioni capillari grazie a una rete di rilevazione collegata a quattro dispositivi principali. In particolare la concentrazione di particolato fine (PM2.5) coinvolto nell’insorgenza di patologie respiratorie, è stata incrociata con il
consumo energetico degli edifici per creare mappe di inquinamento più dettagliate. Seguendo lo stesso principio si sono potute tracciare al meglio le cosiddette isole di calore, superfici con un microclima più caldo all’interno delle aree urbane, che spesso si correlano con inquinamento e difficoltà respiratorie.
Tra gli aspetti più interessanti del progetto c’è il tentativo di inclusione e partecipazione dei resi- denti ai rilevamenti ambientali. Agli appartenenti alla comunità sono infatti stati forniti dei sensori portatili a basso costo, in grado di rilevare costantemente informazioni durante le normali attività quotidiane: grazie a questi micro- chip è stato possibile creare una mappa-mobile dei dati ambienta- li, confrontandola con i percorsi più frequentati nel quartiere. Un lavoro di citizen science che si integra con altri progetti già avviati nella metropoli newyorkese: fra questi HighGround.nyc, un’app che coordina l’evacuazione dei veicoli durante situazioni di emergenza come le alluvioni, o Open Sewer Atlas Nyc, una mappa open-data per migliorare la gestione di acque reflue e canali di scolo durante precipitazioni intense.
Lo studio pilota è durato un mese e i suoi risultati hanno solo valore dimostrativo. Tra i suoi punti di forza, i ricercatori sottolineano la concreta opportunità di inclusione sociale offerta da questo tipo di analisi. Un risultato importante, perché se le tecnologie IoT sono riconosciute come la prossima gene- razione delle strutture urbane, spesso le zone più svantaggiate non rientrano nei piani di sviluppo e rimangono domande sulla disparità di accesso tecnologico. «Al di là della retorica sulle Smart Cities, crediamo che le piccole comunità siano la scala ideale per studiare le dinamiche di popolazione in un’ottica legata ai dati, e sviluppare così politiche sempre più efficienti», spiegano i ricercatori. «Unendo una rigorosa analisi scientifica al coinvolgimento dei cittadini vogliamo promuovere cambiamenti positivi per la nostra qualità di vita»

Il Sole 7.12.16
Piccoli editori in Fiera
Libri di carta, un anno complicato ma in crescita

Forse perché arriva alla fine di un anno particolarmente turbolento e tormentato per l’editoria italiana, la Fiera della piccola editoria, Più libri più liberi, da oggi fino a domenica a Roma (Palazzo dei Congressi dell’Eur), diventa l’occasione per fare il punto sulle varie tendenze che l’hanno attraversata e per fotografare (con il punto di vista privilegiato stavolta della piccola editoria) lo stato delle cose.
Riorganizzazione delle filiere, “sbandamento” nell’offerta culturale, “guerre di religione” per lo più inutili se scegliere come sede ideale di un Salone Milano o Torino (e nessuno che osi dire che più ce n’è meglio è, purché la guida sia la qualità), il tutto in un contesto nel quale librerie, editori e lettori devono sempre più concentrarsi con attenzione sui numeri alla fine del bilancio.
Per intanto un piccolo segnale positivo c’è. È ancora segno positivo, per esempio, per il mercato del libro di carta, che nei primi 10 mesi del 2016 ha fatto registrare uno striminzito +0,2% (circa 2,1 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2015) nei canali trade, cioè librerie, online (con l’esclusione di Amazon) e grande distribuzione. È quanto emerge dai primi dati Nielsen per l’Associazione italiana editori (Aie) che saranno presentati oggi nella giornata inaugurale. Rallenta l’emorragia di copie di carta vendute, anche se non in modo sufficiente a trainare il dato in territorio positivo; si registra infatti un -3,2% (pari a circa 2,2 milioni di copie vendute in meno rispetto allo stesso periodo del 2015). Per un confronto, nello stesso periodo del 2015 avevamo ancora un -1,6% a valore e un -4,4% a copie. L’indagine sarà il punto di partenza per un approfondimento sulle performance della piccola e media editoria nell’ambito del convegno – a cura di Aie, in collaborazione con Nielsen – “L’andamento del mercato 2016 alla vigilia del Natale e la piccola editoria, Da un’editoria mainstrean a una indistream?”, nel quale parleranno Eugenia Dubini (NN edizioni); Isabella Ferretti (66thand2nd); Monica Manzotti (Nielsen); Bruno Mari (Gruppo Giunti) e Antonio Monaco (Presidente Gruppo piccoli editori Aie).
E un’indagine sulla piccola editoria italiana (dal punto di vista della produzione) sarà l’oggetto di un altro incontro, in programma domani: in Italia ci sono, secondo le ultime stime, 4.600 editori attivi. Qualche anno sono di più, qualche anno meno. Ma il 75% non pubblica più di 10 titoli all’anno (quindi è molto difficile dire che siano sul mercato) e altri 800 non arrivano a 20. Su questa miriade di piccolissimi (con i loro flussi in ingresso o in uscita dalle fasce di produzione, il loro peso sul mercato, in quanto tempo si costruisce un catalogo sostenibile e verso quali settori indirizzarlo) si concentra l’indagine di Giovanni Peresson, direttore dell’Ufficio studi Aie e, dall’anno prossimo, anche parte attiva nel nuovo Salone di Milano, Tempodilibri, che avrà il compito di formulare un’offerta alternativa a Torino, che compirà, invece, 30 anni.
E proprio del caso di Più libri più liberi (unicum in Europa, non a caso parte del nuovo progetto europeo Aldus, la rete europea delle Fiere del Libro coordinata da Aie e co-finanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa che mira a favorire l’internazionalizzazione delle imprese editoriali, l’aumento delle traduzioni e la formazione dei professionisti del settore, con particolare riferimento alle sfide del digitale) e della modalità Salone per proporre i libri si parlerà nel confronto in programma oggi alle 16 dal titolo “Editoria con Salone”, con interventi di Holger Volland (Frankfurter Buchmesse); Antonio Monaco (Più libri più liberi. Fiera della piccola e media editoria, Roma) ed Henrique Mota (Feira do Livro de Lisboa).
Per tutti i non addetti ai lavori, ovviamente, restano gli incontri con gli autori, centinaia, i workshop, gli stand degli editori, dove trovare curiosità e libri di grande qualità che spesso faticano a trovare visibilità nelle librerie. Un’occasione da non perdere per chi ama la lettura.
Repubblica 7.12.16
“Tra eros e potere le nostre vite in rosso”
Intervista a Michel Pastoureau, che studia la civiltà attraverso le sue variazioni cromatiche “Da simbolo del potere imperiale ai red carpet, ecco la storia del più evocativo dei colori”
di Anais Ginori

PARIGI È il colore archetipico, il primo che l’uomo abbia usato in pittura e poi padroneggiato in tintoria. Dal sangue di Cristo alle fiamme dell’Inferno, il rosso ha avuto sin dal Medioevo una connotazione religiosa, ma anche fortemente profana. Evoca seduzione, bellezza, trasgressione e rivolte politiche. «È stato a lungo il simbolo del potere e della guerra» ricorda Michel Pastoureau, autore di Rosso, storia di un colore (Ponte alle Grazie), che analizza il tema partendo dalle prime tracce risalenti a trentaduemila anni fa, con le pitture rupestri nelle grotte paleolitiche di Chauvet, in Ardèche. «Osserviamo già una forte varietà di toni rossi, ricavati per lo più dall’ematite, uno dei minerali di ferro più diffusi in Europa» racconta Pastoureau nella casa vicino al Bois de Boulogne, divani bianchi e un tavolo ricoperto da un telo verde, il suo colore preferito: «Non saprei spiegare perché, l’ho scelto da piccolo e non ho mai più cambiato».
Lo storico francese continua così un’opera originale e unica sviluppata in quasi mezzo secolo: raccontare l’evoluzione dell’umanità attraverso quella dei colori come filo conduttore culturale e sociale dell’Occidente. «Solo da noi il colore è diventato un’idea, qualcosa di astratto, da aggettivo a sostantivo, mentre in Africa o in Asia centrale resta solo materia». Dopo
Blu, Nero, Verde e questo quarto volume, lo storico francese annuncia che finirà la serie con il giallo.
Se è il colore archetipico perché non aver incominciato il suo lavoro proprio dal rosso?
«La storia del blu era più semplice per iniziare. Oggi è il colore preferito in Occidente ma nell’antichità contava poco, al contrario del rosso che per millenni è stato dominante sia nella cultura materiale, che nei codici sociali e nei sistemi di pensiero».
Come nasce questa egemonia?
«Per questioni materiali visto che è il colore i cui pigmenti sono più facili da trovare in natura e da fabbricare, con una vasta gamma di tonalità. Come sempre, al dato materiale si aggiunge quello simbolico. È il colore ambivalente, ispirato al sangue, dunque alla vita ma anche alla morte, o a un elemento distruttore come il fuoco».
Quali sono le altre accezioni del rosso?
«Già durante il paleolitico viene considerato come un colore che protegge. I capi se lo cospargono sul corpo, viene messo nei sepolcri con blocchi d’argilla. Nell’antica Roma solo l’imperatore ha il diritto di vestirsi interamente di porpora. Anche i Papi per secoli sono stati ammantati di rosso, solo dopo il Medioevo è comparso il bianco. Ancora oggi la simbologia degli onori sociali è legata a questo colore: si dice per esempio “stendere il tappeto rosso”. È anche un accessorio della bellezza, dei primi trucchi, tra l’altro anche maschili. Fino al Diciottesimo secolo, i nobili si truccavano il viso di rosso».
È diventato anche il colore della contestazione.
«È l’evoluzione più recente, con la storia della bandiera rossa sventolata come simbolo di pace durante una manifestazione della Rivoluzione francese, nel 1791. Allora l’esercito sparò lo stesso e con i martiri quel drappo è diventato emblema politico della rivolta popolare, poi della sinistra. Quando ero giovane nelle sfilate del Maggio ’68 la bandiera rossa era scavalcata da quella nera degli anarchici, considerata ancora più estremista».
E poi c’è l’amore?
«In ogni sua forma, da Cristo che versa il suo sangue per salvare l’umanità, alla passione, l’erotismo, il peccato. Nel Medioevo, le prostitute dovevano portare qualcosa di rosso per farsi riconoscere».
In quale momento il blu prende il posto del rosso?
«A partire dal Dodicesimo secolo il blu soppianta il rosso nell’aristocrazia, nei tessuti più pregiati. Il colpo di grazia arriva però con la riforma protestante che mette al bando i colori troppo accesi, il giallo, il verde ma soprattutto il rosso, colore del Papa e dei cattolici all’epoca. Nella Ginevra di Calvino qualcuno che porta un abito porpora rischia la pena di morte. La controriforma non riuscirà più a riportare in auge questo colore soprattutto negli ambienti maschili. Il rosso che per secoli appariva virile, marziale, diventa più legato all’immagine femminile. Ma per esempio nelle battaglie femministe di inizio Novecento è il viola il colore prediletto».
Il rosa è stato a lungo un colore neutro?
«Per molto tempo gli uomini non sono riusciti a fabbricare questo colore che non aveva neppure un nome, si chiamava semplicemente incarnato, in italiano. Il rosa dei fiori veniva rappresentato in pittura come una sfumatura del giallo. Solo alla fine del Diciottesimo secolo è apparso un codice sociale secondo cui il rosa è per le bambine e l’azzurro per i maschi».
La percezione dei colori è cambiata nei secoli?
«Il dibattito è iniziato alla fine dell’Ottocento quando alcuni studiosi hanno osservato che i romani e i greci parlavano raramente del blu. Qualcuno allora ne ha dedotto che era un colore che vedevano male. Oggi quest’ipotesi è superata. Credo però che la percezione visiva non sia solo neurobiologica ma anche culturale. In Africa, le persone riconoscono diverse tonalità di marrone, con vocaboli appositi, che l’occhio francese o italiano fatica a distinguere. In Europa abbiamo modificato i nostri pregiudizi su alcuni abbinamenti. Nel Medioevo l’accoppiamento di rosso e verde era considerato abbastanza dolce mentre per noi oggi è violento».
IL LIBRO Rosso. Storia di un colore di Michel Pastoureau ( Ponte alla Grazie traduzione di G. Calza, pagg. 213, euro 32) Nella foto grande Malevic, Red Square
Corriere 7.12.16
Le tecniche e i misteri di un’indagine iniziata 112 anni fa
di Christian Greco

Forse si tratterà soltanto di due ginocchia, ma anche umili resti antropici possono restituirci così tante informazioni su uno dei contesti funerari più affascinanti della Valle delle Regine. Sono davvero quelle della regina Nefertari? La mia vocazione e i miei studi da archeologo mi suggeriscono cautela. I dati in nostro possesso non sono univoci. Insomma, calma. La ricerca non è ancora finita, così come non è mai finita la civiltà egizia, questo mondo magnifico sopravvis-suto a se stesso, che ancora ha molto da rivelarci, su quel che era e su quel che siamo. La tomba di Nefertari venne scoperta nel 1904 da Ernesto Schiaparelli, grande egittologo italiano e direttore del Museo Egizio di Torino. Dopo il ritrovamento creò un modellino perfettamente in scala dove fece ricostruire le pareti decorate della tomba, in un modo così accurato che nel 1986 gli esperti del Paul Getty Institute, responsabili del restauro, vennero qui a Torino a studiare quel modello, tanto era verosimile rispetto all’origi-nale. Adesso, 112 anni dopo, la ricerca continua. Qui, sui reperti custoditi nel nostro museo. Ed è questa la cosa magnifica. Che siano o meno le ginocchia della regina, questa vicenda racconta di un mondo ancora in movimento. La cultura materiale che noi abbiamo l’onore e l’onere di conservare e studiare viene analizzata con ricerche interdisciplinari, cercando di dare risposte a quesiti che si trascinano da secoli. Ogni oggetto può essere capito solo se inserito nel suo contesto. E gli studiosi spesso hanno pochi dati per comparare i loro risultati. Così i musei diventano luoghi di ricerca, centri di sapere e di condivisione internazionale. Lo studio dà nuova vita alle collezioni, perché crea un dialogo costante tra soggetto e oggetto, cioè tra reperto e visitatore. Wehem mesut in egiziano antico designava la morte intesa come nuova nascita, rigenerazione. La cultura egizia continua ad attrarre nuovi ammiratori perché ci affascina, ci colpisce, ci parla. E grazie alla sua cultura materiale così mirabilmente preservata sembra quasi raggiungere l’immortalità.
direttore del Museo Egizio di Torino
Corriere 7.12.16
Nefertari? È a Torino
I reperti conservati al Museo Egizio appartengono alla mitica regina consorte di Ramses II
di Paolo Conti

La certezza definitiva non ci sarà mai, perché la prova del dna è impossibile. Ma «lo scenario più probabile» è che quelle gambe di donna mummificate, e conservate al Museo Egizio di Torino, «appartengano effettivamente alla regina Nefertari», una delle sovrane più conosciute dell’antico Egitto, la consorte favorita del faraone Ramses II della diciannovesima dinastia, 1250 avanti Cristo circa.
La novità arriva con uno studio scientifico internazionale e multidisciplinare pubblicato da plos.org, un sito di pubblico accesso non profit fondato nel 2001 per favorire il progresso medico-scientifico attraverso la comunicazione.
La relazione porta la firma di tredici studiosi (tra cui l’italiana Raffaella Bianucci, della sezione di Medicina legale del dipartimento di Sanità pubblica e scienze pediatriche dell’università di Torino) che fanno riferimento, per esempio, all’Istituto di medicina evolutiva dell’università di Zurigo, in Svizzera, al dipartimento di Archeologia dell’università britannica di York, alla Scuola medica australiana di Adelaide, al laboratorio di Antropologia bioculturale dell’università francese di Marsiglia: un tipico «consulto» dell’era della globalizzazione, insomma.
Gli esami, di conseguenza, hanno attraversato saperi diversi che si sono concentrati però su un unico scopo: capire se quei resti, provenienti in effetti dalla tomba di Nerfertari — scoperta nel 1904 dall’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli — e trasportati a Torino insieme ad altri reperti, appartengano davvero alla consorte regale di Ramses II come si è sempre pensato, anche se prima di oggi non sono mai stati sottoposti a un serio esame scientifico. Molte difficoltà nascono dal fatto che la tomba, prima della scoperta di Schiaparelli, era stata violata dai predatori e quindi derubata di molti preziosissimi oggetti regali.
Ora il consulto c’è stato e la dettagliatissima relazione comprende esami col carbonio 14, usato nella datazione radiometrica di campioni organici, lastre, parametrazioni antropologiche, analisi chimiche e di paleopatologia, studi genetici. Ovviamente il tutto supportato dagli archeologi che hanno contestualizzato i risultati nel periodo storico.
Così si legge testualmente nelle conclusioni della relazione sottoscritta dai tredici studiosi: «La prima ipotesi che emerge sembra essere la più credibile, realistica e coerente con i risultati di chi scavò la tomba e con le iscrizioni trovate sugli oggetti funerari. Così, lo scenario più probabile è che le ginocchia mummificate appartengano veramente alla regina Nefertari. Anche se questa identificazione è altamente probabile, non esiste la certezza assoluta».
Entrando nei particolari, nella relazione (consultabile liberamente e gratuitamente online sul sito journals.plos.org) si legge che le gambe (parti di tibie e femori) appartengono a «una donna adulta con più di quarant’anni di età» e che i materiali utilizzati per l’imbalsamazione «coincidono con quelli usati per la mummificazione tradizionale nel periodo ramesside». Quante attenzioni per le «probabili» gambe di una grande e amata regina.
Repubblica 7.12.16
Tarkovskij
“Fragile e spietato, vi racconto chi era davvero mio padre”
Il grande regista russo moriva trent’anni fa I ricordi del figlio “Grazie a Gorbaciov lo riabbracciai a Parigi”
intervista di Raffaella De Santis

L’anniversario
L’Istituto Tarkovskij, con la regione Toscana, cura una serie di eventi per i 30 anni dalla morte del regista. Tra questi: la proiezione di Sacrificio il 15 dicembre al Teatro della Compagnia di Firenze e una lettura dal libro Scolpire il tempo (18 gennaio).

FIRENZE Fuori c’è una targa di marmo che ricorda che qui Andrej Tarkovskij ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. In questo palazzo storico di via San Niccolò a Firenze, il grande regista russo ha trascorso il suo esilio, insieme alla moglie Larisa. Qui ha lavorato al montaggio di “Sacrificio”, il suo ultimo film, restaurato in occasione dei trent’anni dalla morte, avvenuta il 29 dicembre 1986. Dentro tutto è rimasto identico: i mobili di legno scuro, i collage alle pareti e due quadretti che Parajanov gli mandò dalla prigione. La casa ospita l’Istituto Tarkovskij, dove è custodito l’archivio: cinquemila documenti cartacei, tra cui i diari scritti a mano, settemila fotografie, più di mille ore di video. Ora rischiano di essere sfrattati dal comune. Qui vive oggi il figlio, che ha 46 anni e si chiama Andrej come il padre. Arriva da un’altra stanza il suono di un violino. È Natascia Gazzana, la compagna violinista di Andrej, che esegue una sonata di Ravel.
Andrej, iniziamo dalla fine, dall’esilio di suo padre. Quando vi siete rivisti?
«Una data indimenticabile: era il 19 gennaio 1986. Avevo sedici anni, non vedevo i miei genitori da quattro anni. Fu Gorbaciov a concedermi il permesso di andare a Parigi, dove papà era ricoverato. Aiutò molto un telegramma di intercessione di Mitterrand».
Suo padre chiese aiuto a tanti politici?
«Scrisse a Pertini, Andreotti, perfino a Reagan perché facessero pressione sul regime per ottenere il ricongiungimento familiare. Inutilmente, rimasi un ostaggio nelle loro mani».
Era un padre ingombrante?
«All’università mi ero iscritto alla facoltà di fisica e matematica per sfuggire al confronto. Poi ho capito che non era giusto. Oggi realizzo video e documentari e con l’Istituto mi dedico alla catalogazione e pubblicazione dei suoi lavori. Abbiamo da poco ripubblicato Scolpire il tempo ed è in cantiere un libro di racconti e poesie».
Che educazione ha ricevuto?
«Da bambino sfogliavo cataloghi d’arte e conoscevo a memoria tutti i passi della Passione secondo Matteo di Bach. Mio padre mi contagiava con il suo entusiasmo. Ricordo che dall’Italia mi chiamava ogni giorno. Una volta mi suggerì di procurarmi Walden di Thoreau. Pensava potesse aiutarmi a vivere nella solitudine».
Suo nonno paterno Arsenij era un grande poeta.
«Anche mia nonna scriveva versi. Si erano conosciuti a un concorso letterario. Mio padre le dedicò Lo specchio. Diceva che grazie a lei aveva scoperto che cos’è l’amore. Ma la nonna materna invece era una sarta, una donna concreta e molto saggia. Mio padre l’adorava».
Non deve essere stato facile separarsi dai propri genitori.
«Avevo undici anni ma capivo che era l’unico modo perché mio padre potesse continuare ad esprimere il suo talento».
Quando erano iniziati i problemi con il regime?
«Nel 1966, con Andrej Rublëv.
Un film profondamente religioso. Fu censurato e il negativo rischiò di venire sciolto nell’acido. Si salvò grazie all’impegno di molti amici, tra cui Shostakovic, che ne organizzarono proiezioni private, aiutati da mia madre Larisa».
Dove si erano conosciuti?
«Sul set di Rublëv. Fu una passione fatale, erano entrambi sposati, divorziarono per stare insieme. Mia madre era assistente alla regia ma lasciò tutto diventando la sua segretaria. Ha sempre cercato di sollevarlo dalle questioni pratiche per permettergli di creare in pace».
Lo avete molto protetto. Era una persona fragile?
«Era dotato di una straordinaria sensibilità».
Nei giudizi però sapeva essere tagliente. È vero che Bergman lo deluse?
«Ammirava il suo lavoro. Si incontrarono in Svezia durante le riprese di Sacrificio. Dopo una conferenza, Bergman uscì senza neanche salutarlo. Forse gli aveva dato fastidio che Sacrificio fosse ambientato negli stessi luoghi dei suoi film».
Non risparmiò neanche Solgenitsyn.
«Non le mandava a dire ( ride).
Adorava però Bresson, Kurosawa e Mizoguchi. Era amico di Antonioni e Tonino Guerra, con cui lavorò a Nostalghia. Fu lui a regalargli l’amata polaroid. Era libero, diceva sempre quello che pensava. Quando Solgenitsyn stroncò Rublëv ci rimase molto male».
Non accettava critiche?
«Solgenitsyn aveva raccontato di aver preso appunti durante la proiezione, cosa per mio padre inconcepibile. Per lui l’approccio al cinema doveva essere emotivo, mai intellettuale».
Eppure il suo cinema è stato accusato di elitarismo.
«I suoi film riempivano le sale. Conservava le lettere che gli mandavano gli spettatori. Gente semplice, che considerava più aperta alle emozioni, alla sua idea di cinema come atto d’amore, preghiera. Ancora oggi è molto amato. A novembre il Romaeuropa Festival ha presentato il concerto Music for Solaris di Ben Frost e Daniel Bjarnason, con video di Brian Eno e l’orchestra di Santa Cecilia».
S’interrompe, indica un tavolo: «Era seduto lì quando ha detto ai suoi amici di essere malato. Aveva invitato a cena Krzysztof Zanussi e Franco Terilli. Fu mia madre a convincerlo a ricoverarsi a Parigi dove c’era l’oncologo Léon Schwartzenberg, marito dell’attrice Marina Vlady».
Fu un periodo molto duro?
«A suo modo bello. Papà non parlava mai di morte, pianificava il futuro, leggeva libri di filosofia russa, tra cui Florenskij e Berdjaev. Ha continuato fino alla fine ad amare la vita».
Repubblica 7.12.16
Illegali e inquinanti l’inferno di metallo delle acciaierie cinesi
di Angelo Aquaro

PECHINO È LA condanna del Dragone: fino a quando continuerà a sputare fuoco e fiamme? E fumo, certo: tanto, troppo, velenosissimo fumo. La Cina si sta strangolando a partire da qui: dalle fabbriche che il governo promette di chiudere e invece risorgono come fenici sempre più ingrigite. E figuriamoci chi trova il coraggio di mettere un tappo alle ciminiere illegali documentate da Kevin Frayer nel suo viaggio nella Mongolia Interna. Le sue immagini sono denunce a cielo chiuso: dallo smog e dal sudore degli operai felici di lavorare in condizioni subumane – pur di lavorare. È un circolo vizioso: tra chi produce, chi vende e chi compra. Gli americani e gli europei sostengono che così i cinesi stanno avvelenando non solo il loro paese ma l’intera economia mondiale: tra sovrapproduzione e crollo dei prezzi. Nessuno ovviamente è senza peccato: Donald Trump che accusa i cinesi di dumping è accusato lui stesso di aver usato l’acciaio made in China a basso costo per elevare al cielo le sue tower. Pechino promette e non mantiene: entro i prossimi 5 anni abbasseremo la produzione da 150 a 100 milioni. Infatti. I 68,17 milioni di tonnellate prodotti a ottobre sono il 3.9% in più rispetto all’anno precedente. È vero che il rallentamento dell’economia ha portato a un abbassamento della produzione nel 2015: la prima volta in trent’anni. Ma quant’è durato? Dal 5% in meno preventivato ci si avvia a chiudere l’anno con il 3% in più: merito, o colpa, del boom delle costruzioni che rischia di portare a una nuova bolla, come ammette anche Wang Janlin, il capo di Wanda, l’impero immobiliare che ha conquistato mezza Hollywood. È la condanna del Dragone: la seconda potenza economica del mondo è fondata sull’acciaio. In tutti i sensi: si spezza ma non si piega. L’altro giorno Wang Jinnan, responsabile dell’Accademia cinese per la pianificazione ambientale, ha ammesso che il piano non funziona: «La regione di Pechino, Tianjin e Hebei è tra quelle più inquinate dal Nord Africa all’Asia dell’Est», che è un po’ una circonlocuzione geografica per dire del mondo intero. Come se non lo sapessero le decine di milioni di abitanti che negli ultimi giorni hanno boccheggiato nelle 60 città in cui è scattato l’allarme. No che non basterebbe soffocare le acciaierie: Shijiazhuang, la capitale dell’Hebei che vanta – ricorda il Financial Times – l’equivoco titolo di città più inquinata, ha provato a dare questa settimana l’ordine di stop temporaneo.
Stessa cosa per le acciaierie di Tangshan. Risultato?
Aumentata la produzione in quelle della Yangtze Valley.
Immaginiamoci dunque che può succedere nell’inferno documentato dall’obiettivo di Frayer. Qui vige la legge che non riuscirà a cancellare neanche la campagna anticorruzione del nuovo Mao Zedong, cioè Xi Jinping, il presidente ora accusato da Human Rights Watch di usare perfino la tortura per combattere le mazzette. Ma provateci voi a fermare i padroncini delle acciaierie della Mongolia: quelle che calano nei tasconi dei funzionari del partito comunista locale le buste con le “multe” per non obbedire agli ordini. Sì, come no, chiudiamole le acciaierie di troppo: e del mezzo milione di operai che finirebbero sulla strada che ne facciamo? È la condanna del Dragone: continuare a sputare fuoco e fiamme. Tanto poi da Shijiazhuang a Pechino, passando per l’Europa e l’America che vogliono imporre i nuovi dazi, ci sarà sempre qualcuno disposto a ingoiare tutto questo maledettissimo fumo.
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Il governo promette di chiudere le fabbriche per rispettare gli accordi internazionali sul clima. Ma i padroni pagano mazzette ai funzionari e aggirano i controlli
L’autore delle immagini sulle acciaierie della Mongolia Interna è il fotoreporter canadese Kevin Frayer, 43 anni.
Pluripremiato per i suoi reportage dal Kashmir o dalla Striscia di Gaza, ora fa base a Pechino, dove, come scrive sul suo sito, vive con la « moglie Janis, il figlio Jetsun, il cane Uma e tre gatti rifugiati» . Con uno scatto sulle miniere di carbone cinesi si è aggiudicato il Word Press Photo 2016 nella categoria “ daily life”
Corriere 7.12.16
Le single cinesi hanno il diritto di avere un figlio?
a cura di Sara Gandolfi

Secondo il ministro per gli Affari civili di Pechino, la popolazione dei single cinesi ha raggiunto cifre da record: almeno 200 milioni a fine 2015. Il che pone indirettamente un problema, sottolinea China Daily : «Sempre più donne stanno scegliendo uno stile di vita da nubili. Ma coloro che aspirano a essere mamme single, hanno il diritto di avere figli?». Il giornale invita quindi i lettori a dare il proprio parere. La risposta di «Sunnylin» è una buona sintesi delle opinioni raccolte: «Il tema non è se siano meglio due genitori o uno solo. Semmai è l’amore e l’accettazione».
Corriere 7.12.16
La sorpresa Xi Jinping, il garante dell’economia globalizzata
di Danilo Taino

Là sulle Alpi svizzere, dove un giorno il tappeto rosso era srotolato per i grandi manager, per i banchieri e gli innovatori della Silicon Valley, per gli economisti-star, per i Bill Clinton e le Angela Merkel, per attori e attrici belli e famosi, insomma per le élite della globalizzazione, in gennaio guarderà tutti dall’alto Xi Jinping. Già, mai successo: il presidente cinese va a Davos, all’Economic Forum, resort politico-intellettuale del grande capitalismo. Lo ha rivelato ieri il Financial Times, un altro dei protagonisti storici del vertice dei potenti sulle nevi. La notizia non è una questione di gossip. È interessante, racconta che Xi è veloce e ambizioso. L’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca avverrà il giorno in cui si chiude il Forum, il 20 gennaio. Si può leggere la coincidenza come una specie di passaggio di testimone — almeno nelle intuibili intenzioni di Pechino. Il presidente americano vuole fare un passo indietro dalla scena del mondo, rallentare i commerci internazionali, fare del protezionismo; il presidente cinese prende il suo posto come nuovo garante dell’economia globalizzata. In fondo, la Cina è il Paese che dalla caduta delle frontiere degli scorsi trent’anni ha più guadagnato. Il problema è che probabilmente la sua sarà (o sarebbe) una globalizzazione diversa da quella a leadership americana. Meno multilaterale, dove tutti contano allo stesso modo (almeno in teoria), e più fondata sui muscoli, certamente su quelli economici, dove chi è più forte fa le regole. La decisione annunciata da Trump di non volere firmare il trattato di liberalizzazione dell’area del Pacifico (Tpp) ha aperto la strada a Xi per tentare di rafforzare l’egemonia cinese, della superpotenza emergente: in Asia ma con ambizioni che vanno oltre, come segnala il viaggio nella cosmopolita Svizzera. Attori, intellettuali e top manager americani non mancheranno, a Davos 2017: ma sarà un po’ meno il loro party.
il manifesto 7.12.16
Ilan Pappé: «Decolonizzare la Palestina oltre i nazionalismi»
Intervista. La fondazione dello stato israeliano nasce da una «pulizia etnica pianificata» che ha prodotto milioni di rifugiati, gli unici che, ha sottolineato ironicamente, vogliono ritornare al loro Paese ma a cui l’Occidente glielo impedisce. Pappé propone quindi di «decolonizzare» la Palestina e di riportarla al centro del dibattito politico internazionale
di Roberto Prinzi

SALERNO «Decolonizzare la Palestina ponendo al centro del discorso la lotta per i diritti umani e civili dei palestinesi come modello per pacificare il Medioriente, ma anche per opporsi alle politiche neoliberali nel mondo».
È stato quanto ha affermato giovedì scorso lo storico israeliano Ilan Pappé intervenendo a Salerno alla rassegna «Femminile Palestinese» curata da Maria Rosaria Greco. L’incontro, dal titolo «Linguaggio, comunicazione e decolonizzazione», è stato un momento di riflessione sul ruolo giocato dalle parole nel raccontare l’occupazione israeliana della Palestina.
La discussione ha preso spunto dal testo «Palestina e Israele: che fare?» (Fazi Editore, 2015) in cui Pappé e il linguista statunitense Noam Chomsky sostengono che i tempi sono ormai maturi per un cambio di rotta nella questione israelo-palestinese.
Per fare ciò, sottolinea nel testo l’accademico israeliano, bisogna innanzitutto cambiare il linguaggio finora adottato mettendo da parte definitivamente «il vocabolario dell’ortodossia pacifista».
Quest’ultimo, incentrato sull’idea di «processo di pace», invece di porre fine al conflitto ha contribuito alla continuazione della colonizzazione del territorio palestinese.
Il pensiero dello storico è stato riassunto in apertura dell’incontro da Giso Amendola, filosofo del diritto presso l’Università di Salerno. Ribadendo l’invito di Pappé a decolonizzare la Palestina, Amendola ha poi allargato lo sguardo anche a quanto accade in Europa dove si erigono sempre più muri, si rafforzano le politiche anti-migratorie e dove la logica della separazione e della segregazione si va sempre di più diffondendo. Anche per colpa dei media che fanno apparire «l’altro» come il «nemico», soprattutto quando la presunta alterità è rappresentata dal palestinese.
«Negli Usa il conflitto in Palestina è rappresentato come la guerra degli americani contro i jihadisti islamici. In particolar modo dopo l’11 settembre, questa equivalenza si è fatta più insistente sui media statunitensi» ha detto Clayton Swisher, direttore del giornalismo investigativo ad al-Jazeera english.
Non meno colpe però, ha aggiunto Pappé, le hanno gli accademici: «Nel ventesimo secolo le potenze occidentali hanno pensato di disfarsi degli ebrei portandoli in Palestina. Una soluzione, quella europea, non solo antisemita ma che ha anche leso i diritti della popolazione nativa palestinese». Il docente dell’Università di Exeter (Inghilterra) ha smontato quindi uno dei miti del conflitto israelo-palestinese: la sua presunta complessità.
Secondo lo studioso, infatti, in Palestina bisogna parlare di colonialismo d’insediamento: le forze sioniste, sostenute dall’Occidente, hanno cacciato via i palestinesi e si presentano ora come i nativi.
La fondazione dello stato israeliano nasce da una «pulizia etnica pianificata» che ha prodotto milioni di rifugiati, gli unici che, ha sottolineato ironicamente, vogliono ritornare al loro Paese ma a cui l’Occidente glielo impedisce. Pappé propone quindi di «decolonizzare» la Palestina e di riportarla al centro del dibattito politico internazionale.
«Solo quando sarà risolta questa ingiustizia storica si potrà giungere a pacificare l’intera area mediorientale» ha spiegato. La soluzione che l’intellettuale propone è la lotta per i diritti umani e civili dei palestinesi, l’unica strada percorribile se si vogliono combattere «le violazioni della dignità umana anche in Siria, Iraq Egitto». Ma non solo. «Se poniamo la centralità dei diritti umani in Palestina – ha affermato – allora possiamo lottare anche contro le politiche neoliberali che gravano sulle classi più deboli delle nostre società».
Per l’accademico neocolonialismo e neoliberismo sono facce della stessa medaglia perché entrambi fanno carta straccia dei diritti umani.
In questo contesto, decolonizzare la Palestina vuol dire anche combattere contro le politiche anti-migratorie e di austerità che l’Europa sta implementando e fronteggiare la pericolosa ascesa del nazionalismo.
La lotta dei palestinesi per la libertà della loro terra va quindi al di là dei loro confini nazionali: per Pappé deve costituire un modello per le classi emarginate sfruttate dal capitalismo di riappropriarsi dei propri diritti e dignità.
Corriere 7.12.16
Roth, Francesco Giuseppe e la patria ritrovata
di Gian Antonio Stella

I l grande Joseph Roth, «scrittore austriaco, morto in esilio» come ricorda la lapide al Cimitero parigino di Thiais, avrà sorriso di sollievo davanti alla netta vittoria alle presidenziali austriache del verde europeista Alexander Van der Bellen contro il candidato della destra nazionalista e xenofoba Norbert Hofer. E con lui avrà sorriso il conte Franz Xaver Morstin, il nobiluomo galiziano di lontana origine italiana protagonista dello struggente Il busto dell’Imperatore. Quello straordinario personaggio attraverso il quale Roth raccontò quale fosse il suo rapporto con la sua «patria», l’Austria, avrebbe colto subito la coincidenza di date tra il centenario della morte di Francesco Giuseppe, a fine novembre 1916, e questa vittoria elettorale. Dopo la sua morte, infatti, il conte Franz Xaver Morstin decide di dare una dignitosa sepoltura, in giardino, al busto dell’amato sovrano spiegando le ragioni della sua amarezza con parole indimenticabili: «I capricci della storia hanno distrutto anche la gioia personale che veniva da ciò che io chiamavo patria. Ai loro occhi io sono considerato un cosiddetto Vaterlos, un senza patria. Lo sono sempre stato. Ahimè! C’era una volta una patria, una vera, una cioè per i senza patria, l’unica possibile. Era la vecchia monarchia; ora sono un senza patria che ha perduto la vera patria dell’eterno viandante». Poche righe su Wikipedia ed è tutto chiaro: «Francesco Giuseppe I d’Austria, (in tedesco: Franz Joseph I von Österreich, in ungherese: I. Ferenc József, in ceco: František Josef I, in slovacco: František Jozef I, in polacco: Franciszek Józef I, in croato: Franjo Josip I, in sloveno: Franc Jožef I, in serbo Franjo Josif, in rumeno: Francisc Iosif I, in friulano: Francesc Josef, in ucraino: Franc Josyf). Come poteva, un uomo chiamato con dodici nomi, esser ridotto in un rancoroso angoletto nazionalista? «Nessuna virtù ha stabilità in questo mondo eccettuato una sola: l’autentica devozione. La fede non ci può ingannare perché non ci promette nulla sulla terra», spiega il vecchio conte. «Applicato alla vita dei popoli ciò significa che invano essi ricercano le cosiddette virtù nazionali. Per questo io odio le Nazioni e gli stati nazionali. La mia vecchia patria, la monarchia sola era una grande casa con molte porte e molte stanze per molte specie di uomini. La casa è stata suddivisa, spaccata, frantumata. Là io non ho più nulla da cercare. Io sono abituato a vivere in una casa, non in una cabina».
La Stampa 7.12.16
Austria, la sconfitta populista nasce dalla stretta del governo sul fronte dell’immigrazione
di Mario Nordio

Il voto austriaco non ha certamente un impatto sul contesto europeo paragonabile a quello del «No» italiano. Ma il segnale in controtendenza che giunge da Vienna, nel senso di una battuta d’arresto per l’avanzata populista, è quanto mai rilevante. La maggioranza degli elettori, premiando il candidato verde ed europeista Alexander Van der Bellen, ha espresso una scelta di continuità e stabilità del quadro politico-istituzionale. Con un netto rifiuto di ogni estremismo, salto nel buio e polarizzazione lacerante. Trump e Brexit hanno avuto un inatteso effetto deterrente e l’ipotesi di un’uscita dall’Unione Europea, sulla quale il candidato Norbert Hofer ha avuto posizioni contraddittorie, si allontana con comprensibile sollievo dei vertici Ue.
L`Austria intende rimanere un partner credibile e affidabile nell’Unione. Ciò non comporta peraltro un appiattimento sulla linea di Bruxelles e Berlino. Lo dimostrano le iniziative autonome della diplomazia austriaca, guidata da Sebastian Kurz, in tema di politica migratoria (chiusura della rotta balcanica), fermezza verso la Turchia di Erdogan, critica nei confronti dei trattati di libero scambio Ceta e Ttip. Il governo di grande coalizione del nuovo cancelliere socialdemocratico Christian Kern ha saputo adottare una strategia di risposta flessibile alla crescita del populismo, passando in primo luogo dalla «cultura dell’accoglienza» ad un graduale irrigidimento delle norme che regolano afflusso e presenza dei profughi.
È venuta a mancare così una parte del vento che soffia nelle vele della destra nazionalista. È stato dunque paradossalmente un riflesso conservatore a determinare la vistosa frenata della domanda di cambiamento del sistema, che rischiava di sfociare in una deriva incontrollata. Resta tuttavia il fatto che molti nodi devono ancora essere sciolti in vista delle elezioni politiche del 2018. La Fpö rimane il primo partito e, se tradotto in termini di equilibri parlamentari, il 46 per cento ottenuto da un Hofer pur perdente garantirebbe alla destra una solida maggioranza relativa. L’Austria democratica – che a differenza degli Stati dell’Europa del Sud appartiene alle pattuglia di testa e al nucleo centrale della Ue – è ora chiamata a superare divisioni e fratture, ritrovando, quel consenso nazionale che è stato la forza ed il vanto del Paese dagli anni del dopoguerra e della ricostruzione.
il manifesto 7.12.16
«Mutti è una leader pragmatica, questa non è una svolta a destra»
Intervista a Michael Braun . «L’inasprimento dei toni nei confronti dell’Islam è solo retorica. Sui profughi c’è il consolidamento di una politica già molto dura. Ma non vedo una Cdu più a destra: la linea resta quella centrista tenuta dal 2005», spiega il corrispondente da Roma del quotidiano progressista «die Taz», e autore dell'autobiografia della cancelliera «spiegata agli italiani»
di Jacopo Rosatelli

Angela Merkel potrebbe eguagliare Helmut Kohl nel titolo di cancelliere più longevo della Repubblica federale tedesca. A separarla dall’obbiettivo, le elezioni politiche previste il prossimo settembre, alle quali, com’è noto, ha deciso di ripresentarsi. Per riflettere sul senso e le implicazioni di questa scelta Michael Braun è un interlocutore prezioso: corrispondente da Roma del quotidiano progressista die Taz, l’anno scorso ha pubblicato Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani (Laterza), biografia politica della cancelliera scritto con la precisione di un manuale politologico.
Braun, Merkel è la candidata giusta per una Cdu che diventa più conservatrice?
Devo dire che non vedo una Cdu più a destra: la linea resta quella centrista tenuta dal 2005. E Merkel, dunque, è la candidata adatta per questa Cdu, perché è la leader pragmatica che conosciamo, capace di cambiare posizione quando necessario. Sui profughi ha fatto due correzioni di rotta in un anno: prima dell’estate 2015 difendeva le regole di Dublino e quindi era contraria all’accoglienza da parte della Germania, poi ci fu l’apertura, infine il ritorno alla situazione di partenza.
Quindi è sempre «Merkiavelli», come la definì Ulrich Beck, cioè una politica che machiavellicamente è capace di mutare e adattarsi, approfittando delle occasioni per consolidare la forza sua e del suo Paese…
Esatto. Su nessuna questione lei esprime un orizzonte: maneggia le situazioni, le amministra in modo tecnicamente più o meno riuscito, ma non ha mai uno slancio che le faccia esprimere una visione generale sulle cose. Eccelle nell’arte del navigare a vista.
La sua ricandidatura è frutto anche di una mancanza di alternative nel partito?
Sì, se si eccettua il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, che sarebbe piaciuto di più all’elettorato conservatore, ma meno a quello centrista. Va detto anche che gli indici di gradimento di Merkel sono alti: il 55% dei tedeschi, secondo gli ultimi sondaggi, vuole lei come cancelliera. E stravince nel confronto con Sigmar Gabriel, leader della Spd.
Diceva che non le sembra che la Cdu cambi direzione: a suo giudizio quindi il congresso di Essen non sancisce una svolta a destra?
No, secondo me i democristiani rimangono nel solco tracciato in questi anni. È vero che c’è un inasprimento nei toni nei confronti dell’Islam, ma è solo retorica. E sui profughi c’è solo il consolidamento di una politica che è già molto dura. Ma non è una svolta a destra: Merkel non ha l’obbiettivo di contendere alla Alternative für Deutschland (Afd) l’elettorato più conservatore, ma continua a puntare sull’area centrale che si riconosce nei valori liberal-democratici. È la stessa area a cui si rivolgono anche Spd e Verdi, e questo spiega perché i più contenti della ricandidatura della cancelliera sono proprio quelli dell’Afd, mentre socialdemocratici ed ecologisti sono in difficoltà: una parte del loro elettorato potrebbe decidere di votare Cdu proprio perché si identifica in Merkel. Bisogna capire la dinamica fondamentale della politica tedesca: una competizione di tutti i partiti, tranne Linke e Afd, per aggiudicarsi il consenso dei due terzi della società, cioè quelli che hanno studio e lavoro stabile. In quest’area Merkel vince perché non spaventa, non suscita mobilitazione contro di lei: su nucleare, salario minimo legale, unioni civili, ha le posizioni di Spd e Verdi. La novità è l’irruzione in scena della parte rimasta esclusa, che ora torna alle urne a votare Afd.
Nei rapporti fra Cdu e i bavaresi della Csu vede la possibilità di un divorzio?
No, le differenze rientrano in un gioco delle parti da campagna elettorale: nei fatti, le politiche sui profughi sono già quelle gradite alla Csu, lontanissime dalle braccia aperte ai rifugiati dell’estate dell’anno scorso. La Csu ha una retorica più di destra di quella della Cdu perché in Baviera punta ad annullare la Afd: ciò che la Cdu invece, nel resto della Germania, non fa.
Martin Schulz ha lasciato Strasburgo: sarà lui il candidato cancelliere della Spd?
Certamente Schulz ambisce a incarichi importanti, ma non si metterà a fare la guerra a Gabriel: i due sono alleati e amici, e sceglieranno in modo consensuale chi sfiderà Merkel. Schulz forse è più popolare, ma è da tempo lontano dalla politica nazionale, e questo rischia di penalizzarlo.
Dopo l’accordo per la città di Berlino è più vicina l’ipotesi di una coalizione Spd-Verdi-Linke per il governo del Paese?
La Spd è indubbiamente più aperta di prima nei confronti di tale prospettiva, perché altrimenti si condannerebbe in eterno a essere il partner minore della grande coalizione: un ruolo che costa molto caro in termini elettorali. Per l’alleanza progressista, però, c’è il rischio che manchino i numeri: i sondaggi attualmente dicono questo.
Repubblica 7.12.16
“Profughi, più espulsioni” Merkel svolta a destra sull’accoglienza
Retromarcia elettorale, la Cdu la riconferma al vertice E sull’Islam: “Il velo integrale dovrebbe essere vietato”
di Tonia Mastrobuoni

ESSEN. Nella capitale del carbone e dell’acciaio, nella città simbolo dell’industrializzazione e di un secolo e mezzo di immigrazione, Angela Merkel si è presentata ai mille delegati con una giacca rosso fuoco e richiamando con forza i valori delle democrazie liberali. Ma non ha potuto evitare la virata a destra del suo partito. Anzi, per incassare una riconferma alla guida della Cdu con un voto apparentemente bulgaro, l’89,5% di sì, ma in realtà inferiore alla sua storica media, quasi sempre al di sopra del 90%, Angela Merkel ha dovuto chinare il capo ad una decisa stretta sulle politiche migratorie.
«Non tutti gli 890mila profughi arrivati qui nel 2015 potranno rimanere» ha detto. Niente tetto ai profughi: però la cancelliera ha scandito che «una situazione come quella della tarda estate 2015 non può e non deve più ripetersi». Ed ha avuto parole chiare anche rispetto all’Islam. «Il nostro diritto deve avere il primato rispetto a regole di tribù, di clan e anche della sharìa. E il velo integrale dovrebbe essere vietato». La leader dei conservatori tedeschi ha anche ricordato che un terzo delle richieste di asilo «è stata respinta: quelle persone devono lasciare il Paese».
Al termine di quest’annus horribilis 2016, in cui la Cdu ha subito crolli mostruosi in cinque elezioni regionali, il congresso l’ha premiata comunque con una standing ovation di 11 minuti. Anche perché non c’è alternativa alla “cancelliera dei profughi”. E molte leggi più restrittive, in realtà, sono già state approvate. Tanto che i passaggi più forti, più sentiti del suo discorso sono stati quelli dedicati alla politica estera e alla necessità di proteggere i valori “della “C” della Cdu», quelli cristiani dell’inclusione e della difesa dei diritti umani. La figlia di un pastore protestante ha sottolineato che «chi è cresciuto nella Ddr sa apprezzare la democrazia» e ha raccontato che «nell’89 un amico mi disse “vai, apriti, assapora la libertà”». E, a proposito dell’89, Merkel ha detto che lo slogan di Pegida e dell’Afd, «noi siamo il popolo», è un abuso. «Noi siamo tutti il popolo, e non una minoranza, solo perché grida più forte».
Merkel sa bene di incarnare, al livello internazionale, un baluardo di un mondo finito in trincea dinanzi ai crescenti populismi autoritari e nazionalisti. Ma sa anche che il sostegno dei cristianodemocratici nel suo Paese non può prescindere da un cambiamento di rotta, anche nel processo decisionale. «Quando riflettevo sulla mia candidatura, mi dicevano “devi, devi, devi”. Quindi ora vi dico “dovete, dovete, dovete aiutarmi”». Niente più fughe in avanti, niente più assoli come sulle «porte aperte ai profughi», è questo il messaggio.
Merkel si è detta scandalizzata che la gente scenda in piazza contro l’accordo transatlantico Ttip e non per le bombe su Aleppo dei russi e degli alleati di Assad. «Qualcosa non va», ha scandito: «Aleppo è una vergogna, perché non si riescono a garantire corridoi umanitari e non c’è un’indignazione internazionale». La cancelliera ha anche detto che l’Europa «non può uscire dalla crisi più debole di come vi è entrata - vale sempre quanto sosteneva Helmut Kohl: l’Europa è una questione di vita o di morte». Soprattutto, «non possiamo tollerare una seconda crisi dell’euro: dobbiamo rispettare il patto di stabilità». Un passaggio importante è stato quello dedicato alla digitalizzazione, una delle «grandi sfide» del suo prossimo governo, se tornerà cancelliera: «Da essa dipende il nostro benessere». L’accesso a internet, ad esempio, «dovrà essere considerato essenziale, come l’accesso all’elettricità o all’acqua».
La Stampa 7.12.16
Merkel: “No al burqa e meno migranti”
La cancelliera tedesca vira a destra e riconquista la Cdu: eletta per l’ottava volta alla guida del partito
di Alessandro Alviani

Angela Merkel torna nella stessa sala della fiera di Essen dove sedici anni fa venne eletta per la prima volta alla guida della Cdu. Incassa la sua ottava rielezione, ma con un risultato che riflette i malumori della base cristiano-democratica per la politica delle porte aperte e la delusione per le sconfitte alle regionali di quest’anno.
L’89,5% dei circa mille delegati del congresso Cdu hanno votato per riconfermarla leader. Si tratta del secondo peggior risultato di sempre per Merkel e del peggiore da quando è arrivata alla cancelleria, nel 2005. Due anni fa aveva preso il 96,7%. Tuttavia non si tratta di uno schiaffo, analizza il professor Karl-Rudolf Korte, uno dei più noti politologi tedeschi: «Non esce danneggiata dal congresso, il partito è meno entusiasta di lei, certo, ma dopo 16 anni ha raccolto quasi il 90%, chi altro è in grado di fare altrettanto?».
È stato un discorso privo di grandi slanci, quello della cancelliera, onorato comunque alla fine da undici minuti di applausi. Merkel ha subito messo in chiaro che una situazione come quella dell’estate 2015, quando 890.000 migranti entrarono in Germania praticamente senza controlli, «non può e non deve ripetersi, questo è il mio obiettivo politico dichiarato». Chi ha davvero bisogno di protezione la otterrà, chi non ha una prospettiva stabile dovrà invece lasciare il Paese, nota.
Bisogna attendere tre quarti d’ora prima che la platea si scaldi davvero: «in Germania valgono le leggi del nostro Paese, per tutti e senza eccezioni», scandisce. «Non vogliamo società parallele, le nostre leggi hanno priorità sul diritto tribale, sulle regole familiari e sulla sharia», puntualizza tra gli applausi. «Il velo integrale non è appropriato e andrebbe proibito...». La parte finale della frase finisce per essere inghiottita dall’esultanza dei delegati: «...ovunque possibile». Precisazione importante, che torna anche nella mozione principale che verrà discussa oggi al congresso: «Rifiutiamo il velo integrale» e «vogliamo vietarlo sfruttando tutte le possibilità legali». Una mozione che certifica quello spostamento a destra del baricentro dei cristiano-democratici che si era andato delineando già negli ultimi mesi. Il partito inasprisce ad esempio la linea in materia di immigrazione: nel testo la Cdu propone tra l’altro di riportare sulle coste nordafricane i migranti salvati nel Mediterraneo e di occuparsi di loro lì.
Nel suo discorso Merkel critica l’aggressività di alcune discussioni su Internet (a volte si ha l’impressione che anche i tedeschi avrebbero bisogno di un corso di integrazione, lamenta) e lancia una frecciata ai sostenitori di Pegida e del partito populista della AfD, che alle loro manifestazioni scandiscono spesso lo storico slogan «Noi siamo il popolo»: «chi è il popolo lo decide tutto il popolo e non soltanto alcuni, per quanto forte urlino». Una frase accolta da ampi applausi.
La cancelliera chiede più solidarietà in Europa sulla redistribuzione dei migranti, ricorda che sul piano economico la Germania «fa i suoi compiti a casa, ma non basta», per cui bisogna «rafforzare la competitività in Europa, specie dopo il fallimento del referendum in Italia». E usa per tre volte l’immagine di un «mondo in disordine»: un chiaro tentativo di presentarsi come un elemento di stabilizzazione irrinunciabile in tempi di incertezze.
Poi, con lo sguardo alle elezioni del 2017, si rivolge ai delegati: «dovete, dovete aiutarmi». Un appello dai toni nuovi, spiega il professor Korte: «Solo la Spd usa la seconda persona, Merkel non l’aveva mai usata finora, sino a un anno fa avrebbe usato il «Sie» (il «Voi» di cortesia in tedesco, ndr): arrivata alla sua quarta candidatura a cancelliera sente che ha bisogno di ancora più sostegno, anche a livello personale, per cui fa un passo ulteriore in direzione dei delegati». Un appello a serrare le file, insomma, in vista di quella che, per dirla con Merkel, sarà «la campagna elettorale più difficile dalla riunificazione».
Il Sole 7.12.16
Ma l’Europa si svegli e dia le risposte che servono
di Adriana Cerretelli

Il 4 dicembre 2016 in Europa sarà ricordato come il giorno del doppio salto mortale con imprevisto ma duplice atterraggio morbido. L’Austria, alla fine, non ha eletto il primo presidente della Repubblica di estrema destra: per l’Unione sarebbe stata una première del dopoguerra. E l’Italia non ha vissuto il temuto lunedì nero in Borsa e sui mercati dopo la sonora bocciatura referendaria della riforma costituzionale e le dimissioni di Matteo Renzi. Al contrario, l’intero Eurogruppo, compreso il tedesco Wolfgang Schauble, ha espresso fiducia nella solidità del Paese, delle sue istituzioni e della sua economia come nella sua capacità di superare la crisi bancaria e proseguire sulla strada delle riforme economiche. Insomma, tutti concordi nello sdrammatizzare l’incidente: nessuno può permettersi di scherzare con le sorti della terza economia dell’euro.
Dunque pericoli scampati, niente rischio di aggiungere due nuove crisi gravi al già ricco carniere di un’Europa intrappolata in troppe emergenze irrisolte? Sarebbe incauto illudersi. Sempre che non vengano anticipate, in Austria si terranno le legislative nel 2018 e per ora l’Fpo, il partito di estrema destra che ha perso le presidenziali, resta in testa nei favori del Paese. La minaccia cioè potrebbe presto riproporsi. Lo stesso vale per la benevolenza dei mercati verso l’Italia. Molto dipenderà anche da noi se la speculazione tornerà o no alla carica. Lo scudo della Bce di Mario Draghi e la lunga fase dei tassi bassi ci aiutano, e molto, ma non dureranno in eterno: nel migliore degli scenari il Qe si protrarrà fino a fine 2017 ma protrebbe anche finire prima. Anche per questo in Europa la comprensione verso l’Italia c’è, ma resta cauta.
A riprova, le parole sulla Finanziaria 2017 sono suonate lunedì a Bruxelles forti, chiare e con richiamo scritto al rispetto degli impegni presi per il graduale rientro da deficit strutturale e debito. Di misure aggiuntive, invece, si parlerà solo in primavera.
Che in giro non ci sia aria di concessioni e men che meno di solidarietà economica tra partner lo conferma del resto la bocciatura ufficiale della proposta della Commissione Ue per dare una spinta alla crescita europea investendoci 50 miliardi, lo 0,5% del Pil collettivo. Germania, Olanda e Lussemburgo, i tre Paesi ai quali si chiedeva lo sforzo, hanno risposto picche: niente obblighi, al massimo libere scelte di ciascuno, se e quando lo deciderà. Il rigore dunque continua. Se non ricade sotto le regole del patto di stabilità, la governance europea della politica economica resta nazionale.
Ma la risposta rimane ostinatamente sbagliata e prima o poi l’Europa potrebbe pagarla molto cara: perché favorisce la disunione e non la coesione interna. Facendo il gioco degli euroscettici che invece ogni volta si dice di voler combattere. Dovunque, a ogni appuntamento elettorale si conferma infatti l’assioma che lega disagi socio-economici, scarsa crescita, troppi disoccupati e flussi migratori sgovernati all’introversione della politica che si fa sempre più nazional-populista, tagliando fiato e spazi ai modelli di società, di sviluppo, di democrazia e di Europa sin qui conosciuti.
Proprio perché continua a respingere ogni tipo di mediazione, il braccio di ferro tra rigoristi e fautori della crescita ha già inflitto grossi danni all’Europa, approfondendone divisioni e risentimenti reciproci. Se non sarà quanto prima interrotto, potrebbe smontarne a poco a poco anche la stabilità democratica, bruciata dal binomio perverso sviluppo scarso-populismi abbondanti, riforme necessarie- pulsioni antisistema incontenibili.
La sconfitta di Renzi è figlia anche di questi cortocircuiti tra ansie di conservazione e paure del cambiamento. Sono sentimenti che inevitabilmente faranno sentire il loro peso anche nelle elezioni in Olanda, Francia e Germania. La lunga corsa, che si concluderà nell’autunno 2017, costringerà per un anno l’Europa in uno stato di stand-by: l’unico di cui oggi non ha bisogno. Paralizzerà l’esercizio di leadership della Germania di Angela Merkel, indebolita e condizionata dagli umori delle urne nazionali.
Altrove però la storia non si fermerà. In gennaio si insedierà alla Casa Bianca l’America di Trump, in marzo inizieranno i negoziati per il divorzio del Regno Unito dalla Ue. C’è solo da sperare che gli atterraggi morbidi di Austria e Italia durino e si ripetano un po’ dovunque. Altrimenti questa Europa, troppo ripiegata negli angusti confini nazionali e alle prese con elettorati frustrati e imprevedibili, potrebbe ritrovarsi costretta a sfoderare tutta la propria inadeguatezza. A meno che la Bce di Draghi non provveda ancora una volta a metterci una pezza.
il manifesto 7.12.16
L’Occidente abdica, Aleppo in mano alla Russia
Siria. Gli Usa senza più alternative, tra Assad e un’opposizione sunnita radicale, dicono sì al piano russo e poi cambiano idea. Mosca pone il veto al Consiglio di Sicurezza e punta a distruggere i “ribelli” prima dell’arrivo di Trump
di Chiara Cruciati

Damasco avanza nel cuore di Aleppo est, la Russia impone diktat, la strategia Usa si scioglie come neve al sole. Sullo sfondo il silenzio assordante di Bruxelles, fuoriuscita dalla crisi siriana pagando miliardi di dollari alla Turchia di Erdogan per fermare i profughi disperati, e dell’Onu che si limita a proporre risoluzioni nate già morte.
Il voto di lunedì sera in Consiglio di Sicurezza sulla mozione che chiedeva una settimana di tregua nella città siriana è stato archiviato dal veto di Russia e Cina. Un veto prevedibile visti i piani che Mosca ha per Aleppo, portati avanti con jet e negoziati sottobanco con opposizioni reticenti.
Quanto avviene oggi è diretta conseguenza della decisione dell’Occidente di abdicare, di farsi da parte nella ricerca di una soluzione politica ad un conflitto che ha volutamente acceso come parte della redifinizione di confini e zone di influenza in Medio Oriente, processo cominciato nel 2003 con l’invasione dell’Iraq.
Con le bombe che stravolsero Baghdad 13 anni fa, con la caccia alla testa di Saddam Hussein e la distruzione dello Stato iracheno, gli Stati Uniti e i suoi alleati – Londra, Roma, Madrid, Parigi, ma anche il Golfo – hanno pavimentato la strada verso l’ennesimo colonialismo che oggi esplode in tutte le sue contraddizioni. Perché è ricomparsa la Russia che ha archiviato l’imperialismo monocolore Usa e ha imposto i propri interessi, facendo da calamita per quei paesi tagliati fuori dalla rete di alleanze statunitense.
Le lacrime di coccodrillo di fronte al dramma di Aleppo e alla prossima vittoria del nemico Assad lasciano il tempo che trovano. A versarle è chi ha finanziato ribelli di sordida fama, chiaramente pochi interessati ai valori democratici millantati da Bruxelles e Washington. Armi e denaro hanno riempito le casse di milizie salafite, islamiste, qaediste, ma anche di gruppi apparentemente liberali e poi pronti a saltare sul carro di al Qaeda.
Oggi quelle contraddizioni – ancora più eclatanti guardando alla vicina Mosul, dove gli islamisti sono bollati come il male quando in Siria vengono più che tollerati – massacrano Aleppo. Le opposizioni non intendono cedere nonostante l’avanzata dei governativi: ieri altri quartieri di Aleppo est (Shaar, Dahret Awad, Juret Awad, Karam al-Beik e Karam al-Jabal) sono caduti in mano a Damasco, che ormai controlla il 70% di Aleppo est e si trova a poche centinaia di metri dal cuore della Città Vecchia.
Mosca può così permettersi di dire no alla tregua, ribadendo che sarà indetta solo quando i “ribelli” si arrenderanno. Per questo ha preparato un piano con Washington, un accordo di massima su tempi e vie di evacuazione dei miliziani a Idlib che ieri la Casa Bianca ha però ritirato: «Ora hanno un nuovo piano – ha detto il ministro degli Esteri russo Lavrov, che bolla come «inaffidabile» la controparte – È un tentativo di dare tempo ai miliziani, riprendere fiato e rifornirsi».
Le stesse opposizioni ieri hanno rigettato la proposta di resa. Alla testa del fronte anti-Assad, compattato dall’ultima offensiva governativa sotto la nuova bandiera dell’Esercito di Aleppo, ci sono salafiti e jihadisti che con una mano accolgono gli aiuti esterni e con l’altra rifiutano di seguire le indicazioni Usa. Mosca è convinta dei legami con l’Occidente, intessuti via Turchia, e ieri ha apertamente accusato le intelligence avversarie di aver fornito alle opposizioni le coordinate dell’ospedale da campo russo appena arrivato ad Aleppo ovest e subito colpito dai missili dei “ribelli”.
Gli Stati Uniti negano le accuse ma la fragilità della loro non-strategia regala spazio e tempo alla Russia. Lo spiegano bene le parole del segretario di Stato Kerry che ieri rimpiangeva l’occasione del settembre 2013 quando Obama bloccò in extremis l’intervento contro Assad («Ci è costato moltissimo») e le dichiarazioni di lunedì, al suo ultimo meeting Nato prima dell’avvento del nuovo presidente Trump: «L’angoscia [occidentale] si manifesta nelle politiche in tutto il mondo».
Perché Usa e Nato (sgretolata dal doppiogioco dell’alleato turco) hanno subito l’avanzata russa, prima diplomatica e poi militare, per arrivare alla fine del secondo mandato dell’amministrazione Obama senza prospettive di vittoria. Tutto finirà nelle mani di Trump, alla cui entrata in carica la Russia vuole arrivare con un Aleppo senza ribelli.
Con una Casa Bianca senza più alternative – Assad da una parte e una compagine sunnita radicale dall’altra – il tycoon potrebbe optare per la via più semplice: combattere l’Isis in coordinamento con Putin, lasciando il caos siriano ai russi. Con il rischio, però, di veder rafforzato il suo spauracchio, l’Iran.
Nella capitale del nord, ormai ombra della bellezza abbagliante persa nel 2012, si muore ogni giorno: 340 i civili uccisi a est dal governo, 80 ad ovest dai “ribelli”. Alla morte si aggiunge la consapevolezza dei sopravvissuti: serviranno anni per ricostruire le normali relazioni sociali, politiche ed economiche che hanno caratterizzato la Siria, per rimbastire rapporti di fiducia e mutuo rispetto, per ricucire le ferite di sfollati, rifugiati e civili disumanizzati, trasformati in meri scudi umani.