martedì 22 maggio 2018

Repubblica 22.5.18
Diderot-Scalfari dialogo a distanza su eros e Lumi
L’intellettuale contemporaneo riprende da quello settecentesco l’idea di una ragione non assoluta
di Roberto Esposito


Da domani col nostro giornale il libro che unisce “Il sogno di d’Alembert”, scritto dal grande promotore dell’Encyclopédie, a “Il sogno di una rosa” del fondatore di Repubblica, che ne costituisce il seguito ideale

Non poteva essere più tempestiva la riedizione de Il Sogno di d’Alembert di Diderot, che ritorna in edicola con Repubblica insieme al testo di Eugenio Scalfari Il sogno di una rosa, sempre a cura di Daria Galateria e con una nuova prefazione di Scalfari. Nel momento in cui si addensano intorno a noi ombre sempre più cupe e ritornano gli antichi fantasmi della chiusura e dell’intolleranza, il nome del «più illuminato degli illuministi» è come una boccata di ossigeno.
Diderot — dopo Montaigne e prima di Kant — ci ricorda che il tessuto della convivenza umana è un bene fragile. Che basta poco a strapparlo e travolgerlo quando gli uomini cedono al ricatto della paura e spezzano il vincolo della solidarietà. Proprio Kant aveva affermato che l’Illuminismo non è solo un’epoca, ma il momento in cui per prima volta gli uomini si pongono una domanda radicale sul proprio presente, chiedendosi cosa significa essere uomini e donne oggi. Qual è la nostra natura? Da dove proveniamo e verso dove, rischiosamente, c’inoltriamo?
L’Illuminismo che ci è necessario non è quello della ragione spiegata che inonda di luce la vita fino ad accecarla. Ma quello che ne conosce il limite e la finitezza, affermando, tuttavia, che proprio essi ritagliano l’eccezione della specie umana all’interno dell’universo naturale.
Sono precisamente i motivi intorno ai quali ruota il Rêve de d’Alembert di Diderot e su cui ritorna Scalfari, una volta indossati i suoi panni nello straordinario pastiche narrativo che lo vede dialogare con Mademoiselle Julie de Lespinasse — amica del cuore dello stesso Diderot. Chi conosce l’opera saggistica di Scalfari — adesso riunita nel Meridiano di Mondadori a lui dedicato, con un’ampia introduzione di Alberto Asor Rosa — sa della sua propensione per questo Illuminismo non euforico, e anzi radicato in un’antropologia realistica che riconosce quanto gli istinti e le passioni appesantiscano le ali della ragione. Ciò spiega la sua diffidenza nei confronti di Rousseau, troppo incline a un’utopia destinata a rovesciarsi in distopia, e la presa di distanza anche da Voltaire, con cui Scalfari dialogava in Per l’alto mare aperto. Non a caso, in quel libro, per farsi guidare come da un Virgilio settecentesco nel periplo attraverso la modernità, egli aveva scelto proprio Diderot — forse colui che più si spinge verso l’altro nume tutelare scalfariano che del Moderno segna invece la fine, cioè Nietzsche. Entrambi, Diderot e Nietzsche, ovviamente da prospettive ben diverse, inseriscono la vita umana nell’orizzonte della natura, vietandosi non solo l’afflato religioso di Rousseau, ma anche il deismo di Voltaire.
La lettura del Sogno di d’Alembert, scritto da Diderot nel 1769 — poi bruciato dall’autore per volontà dello stesso d’Alembert e riemerso solo nel 1830 dalla biblioteca di San Pietroburgo, dove lo aveva portato Caterina di Russia — ne costituisce acutissima testimonianza. Innanzitutto il dialogo, che vede confrontarsi d’Alembert, la de Lespinasse e il medico-filosofo Théophile Bordeu, come forma espressiva di quella civiltà della conversazione di cui ha trattato splendidamente Benedetta Craveri, autrice della recensione alla prima edizione italiana del Sogno. Conversazione che non è solo salotto mondano animato dalle celebri salonnières francesi, ma anche luogo genetico di quell’opinione pubblica che, a un certo punto, porterà alla fine dell’Antico Regime. Ma soprattutto la vertiginosa risalita alle fonti della vita che, tra metafore mirabolanti e immagini dirompenti, vede l’organismo umano scaturire dalla materia inorganica per passaggi continui che escludono l’intervento del soffio divino. Sorpassando di slancio la prudenza del “geometra” d’Alembert — che aveva da anni abbandonato il progetto visionario dell’Encyclopédie, diretto invece fino all’ultimo da Diderot — questi elabora una visione del mondo rigorosamente materialistica, anche se non deterministica. Contro il dualismo cartesiano di ragione e corpo, segnato dal dominio sovrano della mente, Diderot innerva l’Io nella corporeità dell’organismo vitale nello stesso modo cui radica questo nel ciclo della natura.
Naturalmente le ipotesi scientifiche di Diderot ci appaiono oggi fantastiche. Ma, come osserva Daria Galateria, c’è qualcosa, nel suo sfrenato vitalismo, che precorre non solo l’evoluzionismo, ma anche l’embriologia e la genetica.
Proprio su questo punto — il rapporto tra l’Io e gli organi del corpo che questi abita — si sofferma Scalfari, conferendo un’inattesa pregnanza politica al racconto di Diderot. Da un lato concentrando il fascio di luce decisamente sull’uomo e dall’altro penetrando nella relazione tra la funzione cardinale del Cogito e il suoi organi corporei. Delle due grandi metafore naturalistiche di Diderot — quella del grappolo delle api e quella del ragno — Scalfari si sofferma in particolare su quest’ultima. Come il ragno, la mente umana si collega al mondo esterno attraverso mille fili che al contempo lo illuminano e lo catturano nella propria rete. Eppure il suo dominio è limitato, il suo regno non è assoluto ma, come con un’ardita metafora si esprime Scalfari, costituzionale. Il re-ragno ha un compito tutt’altro che facile, perché non soltanto gli organi cui intende comandare non sempre gli ubbidiscono, ma lo condizionano, indebolendone le pretese “monarchiche”. La stessa memoria, a cui pure un filosofo come Locke condiziona la tenuta dell’identità personale, è qualcosa d’intermittente.
Come del resto la volontà, spesso in contrasto con se stessa, secondo le tesi di Schopenhauer. Certo, l’uomo, a differenza della bestia, può decidere di fare o meno qualcosa, sottraendosi al cerchio ripetitivo stimolo-reazione che imprigiona il mondo animale nel proprio ambiente naturale. Eppure anch’egli soggiace agli istinti, a partire da quello di sopravvivenza, che consente al corpo umano di non disgregarsi, fino a quello di sopraffazione cui spinge, inesorabilmente, la volontà di potenza che tutti, in vario modo, ci muove, come Nietzsche ha definitivamente certificato.
Ma c’è un altro tratto che separa la natura umana da quella animale, su cui già Diderot, ma ancora di più Scalfari, si sofferma. Si tratta dell’eros. Non la sessualità, ovviamente praticata da ogni animale, ma l’eros, come componente specifica dell’animale umano.
Già un capitolo di Per l’alto mare aperto (2010) era intitolato La potenza di Eros. Ma a essa è specificamente dedicato il terzo volume della trilogia di Scalfari Scuote l’anima mia Eros del 2011 (il primo dei tre, L’uomo che non credeva in Dio, è del 2008).
Questo ci riporta alle relazioni pericolose, e anche ai passaggi più audaci, del Rêve — libertinaggio, onanismo, accoppiamenti multipli. Ma con una differenza non da poco.
L’amore è altro — qualcosa che rovescia la monarchia dell’Io in travolgente anarchia.
Esso oltrepassa, non certo l’esperienza reale, ma la cultura del libertinismo, orientata più al divenire che alla permanenza di un sentimento che si promette eterno.
Anche un attimo, se vissuto intensamente, può avere il sapore dell’eternità. Il richiamo della rosa, che chiude il dialogo di Scalfari, rimanda, nell’eterno ritmo del fiorire e dello sfiorire, alla fugacità senza fine dell’esistenza.
Corriere 22.5.18
Lo sberleffo di Socrate
Il filosofo provocò la giuria ateniese come se cercasse la condanna a morte
Un saggio di Mauro Bonazzi (Laterza) sottolinea che la condotta processuale del pensatore greco non era rivolta a ottenere un verdetto di assoluzione. Si ha piuttosto la sensazione che intendesse lasciare una testimonianza per i posteri
di Paolo Mieli


l tormento della democrazia vinta e umiliata dagli Spartani
Il saggio di Mauro Bonazzi Processo a Socrate è pubblicato da Laterza (pagine 172, e 18). L’autore, firma del «Corriere» e de «la Lettura», insegna Storia della filosofia antica presso l’Università di Utrecht e l’Università Statale di Milano. Tra i libri dedicati al maestro di Platone: Michela Sassi, Indagine su Socrate (Einaudi, 2015); Heinrich Maier, Socrate. La sua opera e il suo posto nella storia (traduzione di Giovanni Sanna, La Nuova Italia, 1943); Louis-André Dorion, Socrate (traduzione di Giorgia Castagnoli, Carocci, 2010). Opere di carattere più generale: Luciano Canfora, Il mondo di Atene (Laterza, 2011); Cinzia Bearzot, Come si abbatte una democrazia (Laterza, 2013); Eva Cantarella, I supplizi capitali in Grecia e a Roma (Rizzoli, 1991); Leo Strauss, Atene e Gerusalemme (introduzione di Roberto Esposito, Einaudi, 1998).

E se fosse stato lui stesso a decidere di morire? È la domanda che si pone Mauro Bonazzi nell’introduzione al convincente saggio Processo a Socrate, pubblicato da Laterza. Domanda legittima se si tiene conto della circostanza che Platone e Senofonte, due allievi del filosofo che si sono soffermati su quell’ultima fase della sua vita, concordano sul fatto che nel processo — 399 avanti Cristo — Socrate tenne deliberatamente un atteggiamento di intransigenza tale da rendere pressoché impossibile evitargli la condanna. Il pensatore fu oltremodo rigido: se avesse rinnegato almeno una minima parte delle sue idee, se avesse seguito «una linea più conciliante», avrebbe potuto ottenere l’assoluzione. Perché non volle salvarsi?
Bonazzi ricostruisce il caso, che finì per diventare «uno scontro tra la filosofia e la democrazia». Lettori e studiosi — ricorda l’autore — hanno sempre cercato di sciogliere questo enigma prendendo le parti ora di uno, ora dell’altro tra i due contendenti: più spesso in favore di Socrate, a volte anche per Atene. Quelli che si sono schierati in difesa di Socrate lo hanno fatto rivendicandone «la lezione di autonomia e di indipendenza contro i frutti nefasti del conformismo e dei pregiudizi che sempre rischiano di portare una società a chiudersi in se stessa»; gli altri, per Atene, «contestando le posizioni più o meno espressamente antidemocratiche del filosofo». Il Socrate di Bonazzi — al quale pure va riconosciuto di non essersi macchiato di «colpe politiche» — avendo l’opportunità di trovare infinite vie di fuga, «sceglie» di troncare la propria vita costringendo praticamente la giuria a decretare la sua morte.
Ma procediamo con ordine. All’epoca del dibattimento, Socrate aveva circa settant’anni e in molti hanno ritenuto che quello contro di lui sia stato un processo politico (ancorché non esplicitamente tale) a causa del fatto che il filosofo aveva avuto legami con i cosiddetti Trenta Tiranni (nonché con i gruppi oligarchici della città). I Trenta — accolti all’inizio da quasi tutti come pacificatori e restauratori di politiche basate sulla moderazione contro sfrenatezza, corruzione e lussuria prodotte dal regime democratico — avevano in seguito precipitato la città nel terrore. Socrate era stato effettivamente in rapporti di amicizia con il loro leader, Crizia (che pure talvolta il filosofo non esitò a criticare apertamente: in qualche occasione, secondo Bonazzi, «sembra essere stato uno dei pochi a non collaborare alla cattura e uccisione di cittadini innocenti»). È poi sufficientemente provata una sua «distanza crescente rispetto alle malefatte dei Trenta». Dopodiché, infine, quando la «tirannide» fu abbattuta, Atene aveva scelto (nel 403) di darsi un’amnistia a norma della quale — eccezion fatta per coloro che si erano provatamente macchiati di delitti — nessun simpatizzante degli oligarchi poteva essere perseguito. Anzi, era addirittura vietato rievocare il recente passato. Sicché — secondo i sostenitori della tesi che quello contro Socrate fu un processo politico — si sarebbe proceduto con capi di imputazione fittizi proprio per non incappare in ciò che era espressamente vietato dalla legge dell’oblio.
In realtà le norme di cui qui stiamo parlando non erano state applicate fino in fondo. Altro che oblio: dei trentacinque discorsi che costituiscono il corpus di Lisia, nota lo studioso, almeno sei denunciano, più o meno velatamente, gli avversari come «collaborazionisti». Nel complesso, è vero, l’amnistia funzionò; per chi, però, aveva militato a favore dell’oligarchia furono comunque anni «rischiosi». Eppure non fu per questo che Socrate andò incontro alla morte. Anche se il suo prestigio intellettuale ne risentì: nelle Nuvole di Aristofane (che fu uno dei suoi nemici), Socrate rappresenta «il peggio della nuova cultura, responsabile, secondo i tradizionalisti, della corruzione della città». Gli si imputa di sostenere «bizzarre tesi scientifiche che servono in realtà a celare maldestramente il suo ateismo»; di comportarsi come i sofisti, cioè di usare le parole per ingannare. Ed è anche comprovato che all’epoca dei Trenta Tiranni Socrate, «fece parte del novero di quei pochi cittadini — circa tremila — che mantennero intatti i loro diritti e poterono continuare a vivere in una relativa tranquillità». Ma Bonazzi suggerisce grande cautela prima di trarre da ciò drastiche conclusioni: gli indizi di cui siamo in possesso, sottolinea, «non giustificano l’ipotesi di un processo politico». Né andrebbe dimenticato che tra gli interlocutori del filosofo c’erano molti «simpatizzanti della democrazia». Socrate, insomma, appare come «una figura difficilmente riducibile negli schemi tutti politici dell’opposizione tra oligarchi e democratici».
Sono tanti gli episodi, noti, che suggeriscono l’idea di una sua «coerente equidistanza». Ed è chiaro che ebbe sempre cura «di rivendicare una posizione di assoluta autonomia rispetto alle diverse fazioni in lotta per il potere». E anche questo particolare «mostra che una lettura troppo politica del processo rischia di forzare le testimonianze». Contro l’ipotesi di un processo politico depone il profilo degli accusatori, in particolare di quello più importante: il politico Anito, che, esiliato dai Trenta, era rientrato in città al seguito di Trasibulo e aveva conquistato una grande influenza. Isocrate lo elogiò per «aver saputo resistere al desiderio della vendetta». E a Bonazzi sembra improbabile che un personaggio della sua caratura «fosse interessato ad attaccare Socrate per motivi politici». Anche perché con persone come lui «siamo ben lontani da quegli ambienti democratici oltranzisti che più sarebbero stati interessati a continuare la battaglia» contro gli oligarchi e coloro che li avevano sostenuti.
Ma veniamo al processo. L’uditorio era composto da 501 giudici e da un folto pubblico. Socrate scelse di preparare da solo i suoi due (forse tre) discorsi di difesa, rifiutando l’aiuto del già citato Lisia, uno dei più celebri oratori dell’Atene dell’epoca. Il processo poi aveva norme garantiste: se, ad esempio, un imputato fosse stato assolto, gli accusatori rischiavano di essere puniti. «A ulteriore conferma», nota Bonazzi, «del fatto che non mancavano strumenti per impedire che si intentassero processi con troppa disinvoltura». Ciò che in quel frangente il filosofo temeva di più era il boato del pubblico, che effettivamente fu usato contro di lui (ne parla Platone per stigmatizzarlo). Comunque la prima votazione si risolse in favore sì dell’accusa, ma con uno scarto tutto sommato ridotto: 280 voti contro 221, e Socrate si lasciò persino andare a qualche dileggio nei confronti di chi lo aveva trascinato in giudizio. Ma la seconda votazione, quella in cui si doveva decidere tra una sentenza di morte e il pagamento di un’ammenda, si concluse con una maggioranza a favore della pena capitale. Una maggioranza netta.
Così venne il momento della sua morte. I due tipi di esecuzione più praticati nell’Atene dell’epoca erano la precipitazione in un baratro e una sorta di crocefissione che conduceva al decesso dopo una lunga agonia. La somministrazione del veleno, una pratica di gran lunga e ad ogni evidenza preferibile alle altre due, fu introdotta verso la fine del V secolo. Ma, come ha messo in evidenza Eva Cantarella, era considerata un privilegio, dal momento che la cicuta, estremamente rara in Attica, aveva un costo molto alto e tale costo era tutto a carico del condannato. Non sappiamo, dice Bonazzi, chi pagò per la dose di Socrate, «se lui stesso o quegli amici che si erano offerti come garanti in tribunale». Ma sappiamo che quello fu l’unico «lusso» che Socrate volle concedersi al termine del dibattimento.
L’esito del processo — torniamo a dire — non era affatto scontato, come sembrano credere sia Platone che Senofonte. «Non si trattò di un processo sommario», scrive Bonazzi; tutte «le procedure furono rispettate con grande attenzione»; le accuse «erano meno assurde di quanto una lunga tradizione si ostini a far credere»; alcune delle idee del filosofo, «se non adeguatamente chiarite», potevano dare adito a «perplessità e dubbi»; i giurati erano meno prevenuti di quanto sia stato tramandato, tant’è che nella prima votazione fu condannato per il ridotto numero di voti di cui si è detto, a dispetto del suo atteggiamento «poco accomodante», «del tutto inadatto al contesto di un tribunale».
Praticamente Socrate si rivolse ai giurati come se si trattasse di persone simili a lui, con la sua stessa preparazione. Nel settimo capitolo del Trattato sulla tolleranza, Voltaire metterà in risalto questa circostanza, scrivendo che fu come se in quel momento il tribunale di Atene contasse 220 filosofi («Non è poco», ironizzò). È in effetti clamoroso che, nonostante tutto, una parte significativa dei giurati si sia espressa a favore di Socrate, il quale pure, torna a sottolineare Bonazzi, non aveva dato prova di grande sensibilità nei loro confronti. A più riprese, poi, Socrate non si limitò a negare l’accusa o a ridurne la portata, ma la rovesciò.
Vista in quest’ottica, la vicenda del processo (nel quale fu tutta l’esistenza del filosofo ad essere portata in giudizio) è la storia di un «doppio fallimento»: il fallimento della democrazia, «incapace di ascoltare il tafano che cercava di risvegliarla dal torpore dei suoi pregiudizi», ma forse anche il fallimento del filosofo, che non seppe (o non volle) trovare «le parole giuste per far capire le sue ragioni».
Va ricordato che in gioco c’era appunto la vita stessa di Socrate. E «la vittoria di misura nella prima votazione», scrive Mauro Bonazzi riflettendo su come ne riferì Platone, «lasciava immaginare che l’orientamento della giuria fosse quello di stabilire una pena più leggera, se non un’ammenda pecuniaria, eventualmente l’esilio».
Due eventualità che però Socrate «escluse sdegnosamente, rifiutandosi di prenderle in considerazione», anche perché, se lo avesse fatto, avrebbe mostrato di accettare la condanna, una condanna «che non riguardava fatti specifici bensì la condotta di una vita intera». Ma, prosegue l’autore, «per quanto comprensibile», questo rifiuto si tradusse poi nella «provocazione più estrema»: quando arrivò il suo turno, Socrate propose come pena alternativa «di essere mantenuto a vita nel Pritaneo a spese dello Stato, un privilegio normalmente riservato agli orfani di guerra e ai vincitori delle gare olimpiche». Stravagante. Quasi uno sberleffo. E successivamente lo stesso Socrate avanzerà la proposta alternativa del pagamento di una cifra irrisoria «che solo grazie all’intervento dei suoi amici divenne più consistente».
Si può dunque ben comprendere l’irritazione dei giurati i quali, nella votazione successiva, decisero, con una maggioranza ben più consistente di quella del primo voto, di optare per la pena di morte. A quel punto era incredibile che ci fosse ancora qualcuno disposto a perdonare il filosofo. Ha acutamente osservato Michela Sassi, che, se l’Apologia di Platone «riflette anche solo la sostanza del discorso» pronunciato da Socrate, «dovremmo forse stupirci dei 140 che gli avrebbero mantenuto il loro favore».
Socrate adottò dunque una strategia che, nel contesto di quel processo, non poteva che condurre alla sua condanna. Ma che «sulla lunga distanza era in grado di rovesciare tutto». E infatti rivendicando la coerenza della sua battaglia per la verità, «è riuscito nell’impresa di far finire sul banco degli imputati Atene, la città che non aveva saputo accettare la sua sfida e per questo aveva scelto di ripiegarsi su sé stessa e sui propri pregiudizi». Condannato dal tribunale di Atene, Socrate è stato «assolto e premiato da quello della storia».
«Per quanto sta in noi giudicare», commenta Bonazzi, «la condanna di Socrate fu una decisione profondamente sbagliata, che macchiò l’onore della città». Ciò detto, prosegue lo studioso, «rimane difficile sottrarsi a una sensazione d’amarezza di fronte a un conflitto che ha opposto il filosofo e la sua città, tra una città che non ha saputo ascoltare e un filosofo che forse non ha trovato le parole giuste per farsi ascoltare». Ma esistevano queste parole? Probabilmente Socrate non ebbe alcuna intenzione di cercarle. Forse perché non voleva trovarle. E voleva vincere la partita per lui più importante, quella di come la sua immagine sarebbe finita nei libri di storia.
La Stampa 22.5.18
Il romanzo di Mary Shelley Frankenstein, o il moderno Prometeo
Il sogno di Mary Shelley e l’alchimista che voleva trapiantare le anime
di Giuseppe O. Longo


Fu pubblicato la prima volta esattamente due secoli fa, nel 1818. [...] Il lettore che per la prima volta si accosti al romanzo si potrebbe chiedere da dove Mary Shelley abbia tratto il nome, invero assai indovinato, del protagonista, Victor Frankenstein: un nome che per le sue sonorità può ispirare timore e anche un vago senso di minaccia. L’ipotesi più plausibile è che esso derivi dal castello di Frankenstein (letteralmente «Pietra dei Franchi») che, costruito verso il 1250, sorge su una bassa collina alle propaggini della catena boscosa dell’Odenwald, a Sud della città tedesca di Darmstadt, in una zona ricca di fortezze e di vigneti lungo la Bergstrasse dell’Assia, che costeggia il Reno.

I boschi dell’Odenwald sono fitti e scuri, segnati da strette valli immerse nel mistero e ricche di leggende. Intorno al castello di Frankenstein si raccontano storie e saghe popolari, che hanno intessuto la cultura e le tradizioni della regione. Sul monte Ilbes, che si eleva a 417 metri in una zona isolata a Sud del fortilizio, le bussole impazziscono per la presenza di ammassi di rocce magnetiche, e ciò attira gli appassionati di fenomeni paranormali, che, in occasioni particolari come la notte di Valpurga o il solstizio d’estate, vi celebrano i loro rituali.
Accusato di eresia
Nel castello di Frankenstein nacque Johann Conrad Dippel (1673-1734), teologo, medico e alchimista. Implicato in diverse diatribe religiose, condusse una vita avventurosa e travagliata, tanto da essere imprigionato per sette anni con l’accusa di eresia. Fu anche bandito da alcuni Paesi, tra cui la Svezia e la Russia, a causa delle sue controverse posizioni dottrinarie. Dedito a ricerche bizzarre, inventò l’olio di Dippel, un estratto di organi animali che vantava come l’elisir di lunga vita alchemico e del quale offrì la formula in cambio del castello di Frankenstein, offerta che fu rifiutata. Lavorando con un certo Diesbach, fabbricante di vernici, Dippel usò una miscela del suo olio e di carbonato di potassio per ottenere un pigmento dal colore intensamente azzurro, il blu di Prussia.
Il nostro fu al centro di strane dicerie: per esempio alcuni sostenevano che compisse esperimenti raccapriccianti con i morti, nel tentativo di dislocare l’anima da un cadavere all’altro. A quel tempo il trasferimento dell’anima tra cadaveri mediante un imbuto era una prassi tentata spesso dagli alchimisti e Dippel sostenne questa possibilità in una dissertazione dal titolo Malattie e rimedi della vita della carne: quindi è possibile che anch’egli si desse a queste pratiche, anche se ne mancano prove dirette. È invece appurato che compisse spesso esperimenti di dissezione su animali.
La sua attività di alchimista, documentata nell’opuscolo citato, lo portò, a suo dire, a escogitare un metodo per esorcizzare i demoni mediante una certa pozione ricavata facendo bollire carni e ossa di animali. Secondo alcuni suoi contemporanei, verso la fine della vita, stremato dalle dispute con altri teologi, Dippel perse del tutto la fede e dichiarò che Cristo era un’entità «indifferente». Da quel momento dedicò tutte le sue energie all’alchimia, e si allestì un laboratorio (col tempo trasformato in una taverna che portava il suo nome, Dippelshof) non lontano da un altro maniero, il castello di Wittgenstein, che sorge nei dintorni della cittadina di Bad Laasphe, a nord di Darmstadt.
A questo punto le notizie che lo riguardano si fanno vaghe e le sue attività sempre più sospette: fu accusato di furto, sperimentazione sui cadaveri e commercio con il demonio. Conduceva una vita molto riservata e non è escluso che si compiacesse di alimentare lui stesso le dicerie sul suo conto, per esempio di aver venduto, come Faust, l’anima al diavolo in cambio di certi segreti innominabili. Da queste voci traeva profitto poiché, facendosi passare per praticante di magia nera, gli era più facile trovare chi volesse pagare per acquisire le sue conoscenze, compresi l’elisir di lunga vita e la pietra fi losofale. Dippel morì nel castello di Wittgenstein, forse per un colpo apoplettico, benché alcuni contemporanei sospettassero un avvelenamento. Per colmo d’ironia, un anno prima della morte, avvenuta nel 1734 all’età di 61 anni, aveva scritto un opuscolo in cui sosteneva di avere scoperto l’elisir che gli avrebbe consentito di vivere fino a 135 anni.
Si sa che all’origine di Frankenstein si colloca una sfida a scrivere un racconto del terrore, sfida lanciata da Lord Byron nell’estate del 1816 a Percy Bysshe Shelley, Mary Godwin (poi Shelley), Claire Clairmont (sorellastra di Mary) e John Polidori, medico e segretario di Byron. La sfida, oltre che da Mary, fu raccolta da Polidori, che scrisse Il vampiro, una novella pubblicata nel 1819 e divenuta il capostipite di tutti i libri scritti su queste creature crepuscolari e sanguinarie, compreso il notissimo Dracula di Bram Stoker (1897). L’estate del 1816 fu fredda e piovosa, sicché i cinque, non potendo fare le escursioni che avevano in animo, passavano gran parte del tempo all’interno della villa Diodati, situata sul lago di Ginevra, che Byron aveva affittato per qualche mese: leggevano, soprattutto storie di fantasmi, e conversavano, in particolare di argomenti che toccavano la vita, la morte e la rianimazione dei cadaveri mediante l’elettricità. A quei tempi era in gran voga il galvanismo e in genere era vivissima la curiosità per la scienza e per le sue applicazioni.
Non stupisce che la diciannovenne Mary fosse suggestionata sia dall’atmosfera della villa e dalle conversazioni che vi si tenevano sia da ciò che si sapeva di un personaggio singolare, Giovanni Aldini, un fisico bolognese nipote di Luigi Galvani. Nel gennaio del 1803 Aldini aveva compiuto a Londra certi esperimenti sul cadavere di un impiccato nella speranza, ovviamente vana, di richiamarlo in vita. All’epoca Mary era una bambina di sei anni, quindi non aveva potuto assistere a questo spettacolo atroce e grottesco, in cui il corpo, percorso dalla corrente generata da una potente pila, si contorceva, tremava, assumeva espressioni di dolore, strabuzzava gli occhi. Ma certo la futura scrittrice ne aveva sentito parlare ed è possibile che nel concepire la figura del protagonista del suo romanzo, Victor Frankenstein, essa abbia preso a modelli Aldini e l’alchimista Dippel e i loro tentativi di rianimazione dei cadaveri. Il ricordo delle imprese di Aldini era ancora molto vivo, mentre l’ipotesi di una suggestione dovuta a Dippel fu avanzata in via congetturale in un libro di Radu Florescu, In Search of Frankenstein (1975).
La visita al castello
A suffragare l’ipotesi di Florescu sta il fatto che nel 1814 la sedicenne Mary, che non era ancora Mary Shelley bensì Mary Wollstonecraft Godwin, fece, con il futuro marito Percy Shelley e con la sorellastra Claire Clairmont, un viaggio di cui è rimasta la cronaca, dovuta soprattutto alla penna di Mary: History of a Six Week Tour, pubblicata nel 1817. La cronaca descrive anche un secondo viaggio, compiuto dagli stessi nel 1816 per raggiungere il lago di Ginevra e la famosa villa Diodati. Nel 1814 i tre, partiti il 28 luglio da Londra, attraversarono la Francia fino alla Svizzera e di qui, risalendo la Germania lungo il Reno, giunsero in Olanda e salparono per l’Inghilterra. È probabile che Mary, Percy e Claire visitassero il maniero di Frankenstein, che era sulla loro strada, venendo a conoscenza delle storie e leggende che ancora circolavano su Dippel, nonostante l’alchimista fosse morto da oltre ottant’anni.
Inoltre Mary e Percy conoscevano alcuni componenti del «Kreis der Empfindsamen» (Circolo dei sensibili), che si riunì a Darmstadt dal 1769 al 1773, scegliendo spesso il castello di Frankenstein come sede delle sue letture pubbliche. È quindi possibile che le leggende su Dippel siano emerse anche nelle conversazioni tra i viaggiatori inglesi e i componenti superstiti del circolo. Si tratta di congetture non verificate, che tuttavia hanno trovato ampia risonanza in molte narrazioni popolari, dove la figura di Victor Frankenstein, della sua mostruosa creatura e dell’alchimista Dippel sono protagonisti di storie che si discostano di poco o di tanto dal romanzo di Mary. Resta il fatto che la ricerca delle radici storiche di questo libro straordinario continua, come, ancora dopo due secoli, il ricordo del «Moderno Prometeo» e del suo mostro inquieta il nostro immaginario.
La Stampa Tuttosalute 22.5.18
Perché non capiamo gli adolescenti
Un cervello che si trasforma, ma si può guidare
di Stefano Massarelli


Lunatici e impulsivi, irrispettosi degli adulti, che a loro volta li additano come ingestibili, perfino pericolosi. Eppure gli adolescenti di oggi non sono così diversi da quelli di ieri. «Amano il lusso, hanno cattive maniere, disprezzano l’autorità», scriveva Socrate più di 2 mila anni fa. Oggi, però, conosciamo le cause di alcuni loro comportamenti anomali, dovuti alle metamorfosi del loro cervello.
«Credevamo che si sviluppasse solo nella fase dell’infanzia, ma le ricerche hanno confermato che il cervello continua a svilupparsi nel periodo dell’adolescenza e fino a 20-30 anni», spiega Sarah-Jayne Blakemore, neuroscienziata allo University College di Londra, autrice di «Inventare se stessi» (Bollati Boringhieri). Un saggio che scandaglia i processi evolutivi dei ragazzi e delle ragazze per educarli al meglio e liberarne la creatività e che allo stesso tempo suggerisce possibili strategie di gestione. «Il cervello subisce profonde modificazioni sia in termini di composizione sia di struttura. La materia bianca cresce, la materia grigia diminuisce e vengono eliminate sinapsi superflue», aggiunge. Il processo - definito «pruning» o «sfoltimento sinaptico» - ha un effetto simile alla potatura delle piante: si rimuovono i «rami» più deboli per rafforzare gli altri, consolidando le strutture che forgeranno il cervello adulto.
A essere coinvolta è soprattutto la corteccia pre-frontale mediale, una regione del cervello chiave nell’interazione sociale e nella consapevolezza di sé guidata dagli altri: è per questo che gli adolescenti risentono così fortemente del giudizio dei coetanei. «Hanno un’alta propensione a essere influenzati dagli amici, specialmente quando devono assumersi dei rischi», avverte Blakemore. E se il giudizio altrui gioca un ruolo cardine in molti comportamenti violenti e autodistruttivi, come il bullismo, il «binge drinking» alcolico e la caduta nel consumo di droghe, tuttavia questo può essere utilizzato anche come «leva» da genitori e insegnanti per invogliare a seguire modelli corretti.
«Ci sono ricerche che hanno dimostrato che educare i giovani sulle conseguenze negative del bullismo, stimolandoli a ideare campagne di informazione contro i violenti, favorisce una riduzione dei fenomeni di esclusione sociale». E risultati simili si possono ottenere contro molti comportamenti devianti, compresi quelli che favoriscono fumo e alcol. Ancora più importante, alcuni studi dimostrano che gli adolescenti non sono tanto influenzati dalla minaccia di punizioni quanto dalla promessa di ricompense, specialmente se a breve. Per questo le campagne allarmistiche, come quelle sul fumo che si concentrano sugli effetti dannosi a lungo termine, hanno scarso effetto.
La tendenza a prendersi dei rischi di fronte ai coetanei, inoltre, è un comportamento che non deve essere sempre biasimato, perché contribuisce alla crescita. «Nello sviluppo e nel corso della vita prendere qualche decisione azzardata è necessario - sottolinea Blakemore -. In ambito scolastico può essere utile: alzare la mano in classe, parlare in pubblico e partecipare a una discussione accresce la fiducia in sé stessi». È anche attraverso queste «rischiose» assunzioni di responsabilità che gli adolescenti diventano adulti.
«Sappiamo che il cervello adolescente è malleabile e adattabile. Si tratta di un periodo di plasticità neuronale relativamente alta, specialmente nelle regioni coinvolte nella presa di decisioni e nella pianificazione», avverte la neuroscienziata. Queste nuove conoscenze, oltre a svelare i perché di alcuni atteggiamenti, potrebbero cambiare l’insegnamento. «Potremmo scoprire che esiste un’età ottimale in cui insegnare l’algebra o il ragionamento astratto, tenendo conto dei cambiamenti fisiologici», sottolinea. Intanto le evidenze dimostrano che gli adolescenti sono soggetti a uno spostamento dell’orologio biologico di due ore in avanti. Significa che si sentono assonnati un paio d’ore più tardi di notte e più stanchi al mattino di quanto percepiscano bambini e adulti. Una scoperta che, secondo Blakemore, dovrebbe cambiare gli orari d’ingresso nelle scuole. Così ci si adeguerebbe all’orologio interno degli adolescenti.
il manifesto 22.5.18
Con chi sta la sindaca di Roma
di Norma Rangeri


Forse l’Italia avrà un nuovo governo. Nuovo perché la forza più importante è il Movimento 5Stelle, che dopo anni di opposizione è riuscito a diventare il primo partito del paese, entrando quindi a buon diritto a palazzo Chigi. Nuovo perché rompe con la politica degli ultimi anni e c’è del nuovo anche nell’immagine anagrafica dei vincenti (come d’altra parte fu con Renzi). Il governo pentastellato si presenta dunque innovativo, e su diversi altri aspetti. Eppure è al tempo stesso vecchio. E malato. Sia culturalmente che politicamente.
Quando il governo sarà fatto e al nome del presidente del consiglio si aggiungeranno quelli dei ministri, torneremo sul giudizio generale. Oggi invece c’è da discutere di una questione decisa dalla maggioranza pentastellata del consiglio comunale di Roma. Potrebbe essere un pessimo esempio di quel che ci si deve aspettare dalle politiche sociali dei novatori del sistema. Stiamo parlando della Casa internazionale delle donne, di via della Lungara, sulla quale pende la scure del «debito» e dello sfratto per morosità.
Nonostante le rassicurazioni dell’ultim’ora della sindaca, che nega di voler procedere con le maniere forti, in verità, con linguaggio burocratese, attenta a non pronunciare mai la parola «femminismo», Raggi parla di un bando confermando la stessa politica usata in altre occasioni, con altri centri culturali sloggiati dalle storiche sedi.
Ovvero la Casa «non sarà esclusa», bontà sua, dai progetti del Comune sulle donne.
Sicuramente tanti conoscono la storia della Casa, rinata sulle ceneri del “mitico”, femminile e femminista, Governo Vecchio (oggi cadente letteralmente a pezzi). Da alcuni decenni la struttura di via della Lungara è diventata punto di riferimento per una serie di attività che difficilmente è possibile riscontrare altrove. Dall’aiuto assistenziale, al sostegno alle donne abbandonate e maltrattate, ai dibattiti, alla poderosa biblioteca, ai concerti, alla ristorazione, agli spettacoli, alle mostre… Al centro di tutto c’è sempre la donna, che non è l’altra metà del cielo ma dell’umanità.
L’esistenza della Casa non ha importanza unicamente per la vita quotidiana delle donne (non solo italiane, anche migranti), ma ha un grande valore simbolico oltre che storico.
Senza dubbio non è un luogo di affari, economicamente non è redditizio. Si può sfrattare una storia, una realtà solo perché non è in regola con l’affitto? Non si può. E riesce difficile comprendere perché un comune come Roma, capitale del paese, pur avendo a disposizione un vasto patrimonio immobiliare, non voglia farsi carico di un centro culturale che rappresenta una risorsa, senza alternative, per la collettività. Oltretutto mentre i pentastellati chiedono una ridiscussione del nostro debito pubblico, a Roma vestono i panni dei burocrati di Bruxelles.
La mobilitazione di ieri, di questi giorni a difesa della casa, fa leva su diversi aspetti politici, economici, sociali. Più uno: l’identità di genere della sindaca Raggi. Una donna – soprattutto se di potere – dovrebbe essere solidale con le altre. Per la sindaca sarebbe un gesto di grande e generale significato e darebbe un messaggio diverso rispetto a quello offerto dal governo in formazione, nel quale al momento figurerebbero come mosche bianche un paio di ministre. In tal caso avrebbe prevalso l’atteggiamento misogino alla Salvini su quello mite di Di Maio che, bisogna riconoscerglielo, ha portato in parlamento la più alta percentuale di deputate e senatrici (come numerose sono le assessore capitoline). Anche per questo la decisione del comune di Roma su via della Lungara non può essere ridotta a un affitto non pagato.
Cara sindaca Raggi, la Casa delle donne non è una questione di bilancio. E in nome della «trasparenza» e del «non guardare in faccia a nessuno», si corre il rischio di diventare ciechi.
il manifesto 22.5.18
Gemma Guerrini, dallo studio del Boiardo alla paura per la cultura
Roma. La firmataria della mozione contro via della Lungara
Il presidio di ieri in piazza del Campidoglio
di Ginevra Bompiani


Scriveva Gombrowicz nel suo romanzo ‘Ferdydurke’ (cito a memoria), che quando un poeta parla di albe, tramonti, scia della luna sull’acqua, va tradotto così: «la coscia, la coscia, la coscia/ la coscia, la coscia, la coscia». Questo principio, secondo me, andrebbe applicato ovunque si usino espressioni alate per affermare verità fumose. A volte, anziché ‘la coscia’, si può tradurre con ‘i soldi, i soldi, i soldi’ oppure ‘il mio potere, il mio potere, il mio potere’.
Come andranno tradotte parole come queste:
«E per la sua rinascita Roma (come il resto del Paese) deve intanto smettere di pensare al suo patrimonio culturale (storico, artistico e paesaggistico) come “petrolio”, da sfruttare passivamente a meri fini turistici fino alla sua consunzione, per riconoscerlo invece quale patrimonio dei cittadini sovrani, funzionale al diritto della persona ed al suo sviluppo, iniziando col ripristinare quei principî di tutela (e cioè di conservazione, fruizione e sviluppo) che costituiscono la vera ricchezza ed originalità italiana».
Oppure
«Il patrimonio di competenze, di sapienza, di arte, storia e di paesaggi devono infatti assumere il ruolo di humus fertile dal quale far ripartire politiche di riqualificazione etica e materiale di cui la città ha bisogno, sia dal punto di vista territoriale, sia dal punto di vista identitario».
E’ importante capirlo, perché senza una traduzione io non saprei come interpretare parole che vanno dal petrolio sfruttato a fini turistici allo sviluppo della persona, dai princìpi di tutela all’humus fertile, dal punto di vista territoriale a quello identitario.
Ed è importante perché è con questi argomenti che la Dott.ssa Gemma Guerriniha proposto e ottenuto la chiusura della Casa Internazionale delle Donne che tante di noi hanno considerato negli ultimi 31 anni come una seconda casa.
La Casa è nata a Roma nel 1987, nel complesso del Buon Pastore, destinato fin dal ‘600 a reclusorio femminile (si trova a due passi dal carcere femminile di Via delle Mantellate), a seguito di uno sfratto dalla Casa delle Donne di Via del Governo Vecchio.
E’ diventata da allora il punto d’incontro di 30.000 donne che la visitano ogni anno, scrivel’Huffington Post, un confronto culturale e politico,­­­­­­­ l’archivio del femminismo, la sede di tante battaglie delle donne contro discriminazioni e violenze.
La ragione più semplice fra quelle addotte è il debito di 833.512,30 euro. La traduzione è dunque ‘soldi, soldi’? Non credo.
Quali sono le preoccupazioni della Dott.ssa Guerrini, italianista, quattro-secentista, studiosa del Boiardo? Curiose, a dire il vero.
Nel febbraio scorso, la Consigliera di Maggioranza della Giunta Capitolina, Presidente delle CCS Elette per le Pari Opportunità, vicepresidente vicario della commissione cultura, Gemma Guerrini, fece interdire l’Arena di Piazza San Cosimato (dove abita), che proiettava gratuitamente vecchi film famosi durante le notti d’estate, inserendo quell’area nel bando dell’Estate Romana e sottraendolo ai ragazzi che avevano ideato e curato quella manifestazione. Così ha spiegato la sua azione:
«Cos’è se non feticismo, la reiterata proiezione, giorno dopo giorno, di vecchi film che hanno in comune soltanto il fatto di essere famosi?»
E tornando sull’argomento:
«Personalmente non so rispondere alla domanda di cosa ci sia di così altamente culturale nella riedizione di vecchi film, all’interno di un contesto storico e sociale con una sua storia, una sua identità, un suo vivace vissuto, che solo chi ne è estraneo, e vuole rimanerne tale, può non conoscere né vedere e anzi può soffocare vantando una civilizzazione di stampo colonialista».
Anche qui, non mi è facile capire che cosa s’intende con ‘una civilizzazione di stampo colonialista’. Mi tornano in mente vecchi ricordi di divieti (a mio padre, per esempio, di pubblicare l’Antologia ‘Americana’) e un divertente articolo di Arbasino che parlava di ‘una gita a Chiasso’, necessaria in tempi fascisti per poter leggere stampa straniera.
Possibile che l’odio per gli stranieri arrivi ora fino ai film americani?
O è invece l’orrore per il ‘vecchio’ e l’eterno feticistico amore per il ‘nuovo’ (bello in quanto ignoto)?
Infatti, della Casa delle Donne, la Signora Guerrini ha detto in un’intervista:
«Nel disegno originario si voleva dimostrare la capacità di gestione autonoma economico-finanziaria delle donne. Trent’anni fa poteva avere senso, oggi è preistoria».
‘Morte al vecchio’ (e il considerare la preistoria un campo minato da cui fuggire) è forse il progetto più anticulturale che ci sia.La cultura si nutre del vecchio, dell’antico, assai più che del nuovo; il passato è il suo cibo, le dà le calorie per ‘fare il nuovo’. A condizione che non vi si mescoli la politica, naturalmente. E come può non saperlo una studiosa del Boiardo?
La cultura è un’operazione singolare e collettiva insieme, ha bisogno del suo humus, come dice la Guerrini, per lavorare in privato, e anche del suo ‘petrolio’ (se capisco bene la sua metafora) per trarre dal profondo la linfa che la fa crescere all’aperto.
La Casa delle Donne è stata ed è un luogo di cultura, e di cultura femminile. Combatte una battaglia politica fondamentale, con gli strumenti singolari e collettivi della cultura.
La Giunta Capitolina, che non ha messo finora le mani sulla città, vuole forse metterci i piedi. Per calpestare il suolo pubblico e, un po’ come fanno i cani, lasciarvi un segno che identifichi il suo territorio.
il manifesto 22.5.18
«La Casa non si tocca. La giunta parli con noi»
Tra slogan e colori, un migliaio le donne ieri in piazza del Campidoglio. Nel frattempo la sindaca ribadiva di voler mettere a bando i servizi
di Alessandra Pigliaru


Erano più di un migliaio le donne che ieri si sono ritrovate in piazza del Campidoglio per il presidio organizzato in difesa della Casa internazionale delle donne di Roma. E se alle 18 pioveva a dirotto questo non ha fermato le tante (con una interessante presenza maschile) che, giovani e meno giovani, hanno occupato lo spazio davanti al Comune dove nel frattempo si svolgeva l’incontro tra il direttivo di via della Lungara e le assessore capitoline che nei mesi scorsi avevano partecipato al tavolo delle trattative. Poco e niente si è deciso durante la riunione alla presenza del direttivo, della sindaca, della consigliera Guerrini, del presidente del consiglio comunale De Vito e delle assessore. Poco e niente perché il tema non sono state le trattative ma l’appoggio della mozione Guerrini, che ha il sostegno di Raggi nel chiedere una messa a bando di tutti i servizi della Casa per un «rimodernamento» e «aggiunta» di nuovi soggetti associativi. Sul debito, cioè sul tema del contendere, l’assessora al patrimonio non ha potuto verificare i conti presentati dalla Casa e dunque se ne riparlerà più avanti.
Sta di fatto che, mentre in piazza si levavano slogan, si battevano forte tamburi, si cantava e alla presenza di sindacati, collettivi, altre case (per prima quella di Lucha y Siesta), la sindaca – intuiamo prima di incontrare il direttivo che aspettava in anticamera – scriveva sulla sua bacheca di facebook tentando di rassicurare le molte reazioni giustamente indignate contro di lei e la sua giunta. Due modi diversi di intendere la politica, da una parte renderla attiva e presente, partecipativa attraverso la prossimità dei corpi che si incontrano per il confronto e chiedono conto a chi governa la città e vorrebbe smantellarne uno dei punti nevralgici, ovvero la Casa delle donne. Dall’altra parte, una idea di politica che non intende confrontarsi con chi da mesi desidera risposte sensate sulle sorti non di un edificio da mettere a reddito con rinnovamenti imprenditoriali, bensì il riconoscimento e l’assunzione del lavoro fatto. Del guadagno di libertà di cui beneficia anche Virginia Raggi. Questo guadagno, materiale e simbolico, è la storia del movimento delle donne e del femminismo – il vero rimosso di questa faccenda da parte della giunta – in cui è immersa anche la Casa internazionale delle donne di Roma la cui vicenda non andrebbe trattata con computi di affitti e sgravi. Andrebbe invece osservata più seriamente, con maggiore cura, tanta quanta le donne di via della Lungara in questi anni hanno restituito alla città e che in queste settimane è sostenuta infatti da una grande mobilitazione. Perché la politica delle donne fa bene al mondo e non ha tornaconti, né personali né di potere. Difficile da spiegare, o si sa o non lo si sa.
Evitando di cedere al linguaggio ragionieristico che in questi mesi ha accompagnato la «trasparenza» 5s nella interlocuzione con le femministe della Casa, nella memoria presentata dal direttivo (e altrettanto ignorata dalle destinatarie che ne avevano fatto esplicita richiesta) si segnalano tutte le spese di cui si sono fatte carico. Dalla abitabilità alla ristrutturazione, spese ordinarie e straordinarie, pagati quasi 600mila euro di affitti. Si legge poi che «in merito all’impossibilità sostenuta da questa amministrazione di valutare i servizi offerti dalla Casa internazionale delle donne a fini della riduzione del debito – con l’argomentazione che a essi è già dovuta la riduzione del canone all’80% – che ciò non è previsto dalla Delibera del Consiglio Comunale n. 5625 del 27 settembre 1983 in quanto la riduzione era possibile darla a Enti o Associazioni che svolgono attività di carattere sociale, assistenza, culturale, sportivo se la loro finalità è di interesse generale, mentre non si fa riferimento in alcun modo ai servizi». Questi servizi (medici, psicologici, di consulenza e supporto legale, culturali, di supporto alla genitorialità, di orientamento lavorativo) sono stati valutati (nel marzo 2015, dagli stessi uffici tecnici del Patrimonio) «per un valore di quasi 700 mila euro annui». Tra utenze, stipendi e oneri professionali (tutto sostenuto tramite l’autofinanziamento), si produce «per la città di Roma un valore aggiunto pari a oltre 350 mila euro l’anno tra salari e imposte e tasse pagate». Chissà che si riesca a intuire, da parte della amministrazione, che oltre alla storia del femminismo, va riconosciuto anche chi in questi anni ha mostrato di aver lavorato alacremente per la comunità.
Repubblica 22.5.18
Intervista a Luigi Cancrini
Il diritto dei tossicodipendenti alle cure
“Eravamo avanti adesso non importa più a nessuno”
di Giulia Santerini


ROMA «Si è determinata una disattenzione importante… In pratica non gliene frega più niente a nessuno». Lo psichiatra e psicoterapeuta Luigi Cancrini è fondatore del Centro studi di Terapia familiare e relazionale e ha vissuto da protagonista la lotta alla droga degli anni 80 e 90: «Anni in cui l’Italia era all’avanguardia», ricorda fiero.
Già direttore di diverse comunità Saman, consulente per Livia Turco sotto il governo Prodi, è stato responsabile dell’Osservatorio italiano e membro dell’Osservatorio Europeo sul tema. «Si parla giustamente di fine vita e unioni civili, ma il diritto dei tossicodipendenti alle cure stabilito da una legge del ’75 è stato dimenticato».
Dimenticato da chi? Perché Sert e comunità di recupero si sentono abbandonati?
«Innanzitutto c’è un problema di risorse. Ci sono Regioni come Lazio, Abruzzo e Puglia ridotte all’osso. Mancano coperture per il personale, le piante organiche restano incomplete, non si sostituisce chi va via. I finanziamenti restano deboli. Chi può, manda il figlio in una comunità a spese proprie perché è sempre più difficile seguire la prassi della selezione da parte dei Sert, che non riescono a pagare. La Regione Toscana sta provando a uscirne fondendo Sert e Centri di salute mentale. E poi è venuto meno un sistema ricchissimo».
Quale sistema?
«Il “Progetto uomo” di don Picchi, e tante altre realtà nate dalla passione e dall’amore, e che invece oggi languono. Vengono meno i mezzi e le forze, anche in relazione alla caduta dell’interesse da parte dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione».
Meno morti meno attenzione?
«Proprio così: l’eroina faceva i morti, con la cocaina che l’ha sostituita le persone si illudono di poter convivere. Continuano a lavorare, ad avere una vita sociale. È un tipo di dipendenza apparentemente compatibile con una vita normale».
Come si è arrivati fin qui?
«Negli anni Duemila è cominciato il disastro. Carlo Giovanardi chiamò come direttore scientifico del Dipartimento antidroga di Palazzo Chigi Giovanni Serpelloni, un tossicologo di Verona che ha scelto l’atteggiamento punitivo e la terapia medica tipici della destra. Le cose non sono andate meglio fino ai governi di Letta, Renzi e Gentiloni. Non era facile cambiare rotta. Sono stati stanziati moltissimi soldi che poi le Regioni non sanno neanche come spendere. Invece di metterli sui Sert, si finanziano progetti e bandi che le amministrazioni non sanno gestire».
Lei fu ministro nel “governo ombra” di Occhetto con delega alle tossicodipendenze. Qual era la vostra ricetta?
«La nostra idea era di occuparsi della lotta al traffico, con polizia e magistratura ma anche con l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine».
E al governo oggi invece come funziona?
«Oggi c’è ancora un dipartimento che è legato alla presidenza del Consiglio, ma in questo modo a ogni cambio di governo cambia tutto. Con Amato premier ci fu una delega alla droga al ministero per le Politiche sociali che lavorava con la Sanità, quello aveva un senso. Oggi servirebbe al ministero un dipartimento dedicato, guidato da persone capaci. E poi servirebbero campagne, informazione anche tra i ragazzi, magari attraverso i coetanei».
Corriere 22.5.18
«Ha funzionato bene I medici obiettori? Sono ancora troppi»
di E. Teb.


«Nonostante sia nata da un compromesso per evitare il referendum che avrebbe depenalizzato l’aborto, oggi possiamo dire che la legge 194 ha funzionato». Emma Bonino, storica leader radicale e più volte ministra, ha iniziato la sua militanza politica nel movimento per legalizzare le interruzioni di gravidanza, dopo essere stata costretta nel 1974 a un aborto clandestino ed essersi autodenunciata un anno più tardi per quelli che aveva procurato ad altre donne (finì in carcere per tre settimane).
Perché la 194 ha funzionato?
«Ha garantito il diritto delle donne alla libera scelta della maternità. E ha portato negli anni, a una diminuzione del numero degli aborti. Anche se contestualmente si sono acuiti alcuni problemi».
Quali?
«Il principale è l’obiezione generalizzata dei medici: il 70% dei ginecologi a livello nazionale, con punte dell’84% a Bolzano, del 96% nel Molise, dell’88% in Basilicata, del 78% nel Lazio. Così ci sono intere Regioni dove di fatto la norma non viene applicata».
Che cosa si dovrebbe fare secondo lei?
«Quello che ha fatto per esempio la Toscana: introdurre una quota riservata ai medici non obiettori nei concorsi per le assunzioni. È una delle proposte dell’Associazione Luca Coscioni e permette di non mettere in discussione l’obiezione di coscienza individuale, ma al contempo di salvaguardare ovunque la legge nazionale. Poi c’è la Ru486».
L’aborto farmacologico?
«Sì, in Italia c’è voluta una vita perché fosse riconosciuta. La legge del 1978 dice espressamente che gli ospedali devono adeguarsi alle tecniche scientifiche meno invasive e più rispettose: invece si continua a limitare l’uso della pillola abortiva, imponendo per esempio un inutile ricovero di 3 giorni. Bisognerebbe estenderne e facilitarne l’uso. Purtroppo però non mi sembra che adesso ci sia il clima adatto a risolvere questi problemi».
La legge 194 secondo lei è a rischio?
«No, quello no. C’è stata in tutti questi anni una minoranza contraria alla 194 che però è sempre stata sconfitta: questo perché l’aborto non è un’ideologia, riguarda la vita concreta di moltissime persone. Le donne sanno che è uno strumento, anche se emotivamente doloroso, di cui hanno bisogno quando la contraccezione non ha funzionato».
Corriere 22.5.14
In Italia il calo costante di interruzioni di gravidanza
Ma dagli Usa all’Irlanda il tema continua a dividere
di Elena Tebano


È uno strano destino quello della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza del 22 maggio 1978 . Da un lato i suoi 40 anni hanno il suggello dei numeri, che vedono la continua diminuzione degli aborti volontari — da 234.801 (il massimo, registrato nel 1982 con l’entrata a regime della norma) a 84.926 nel 2016 — e uno dei tassi di abortività più bassi a livello internazionale, 6,5 ogni mille donne. Dall’altro arrivano in un momento di rinnovata divisione sul tema, prima di tutto fuori dall’Italia.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ne ha fatto un cardine della sua battaglia conservatrice: a gennaio si è collegato in diretta con la marcia della vita a Washington, dicendo agli attivisti pro-life «Siamo con voi dall’inizio alla fine»; questa settimana potrebbe emanare una misura che toglie i fondi federali alle strutture non solo che praticano aborti, ma anche che indirizzano le pazienti a chiunque li faccia. Venerdì, intanto, l’Irlanda dovrà decidere in un referendum se abrogare l’Ottavo emendamento alla costituzione, che vieta l’aborto anche in caso di incesto o stupro. Si stima che, dagli Anni 80, 170 mila irlandesi abbiano abortito all’estero, ma la vittoria del sì per quanto probabile, sembra risicata. Al contrario di quanto successo l’anno scorso con il referendum sulle nozze gay.
Che ci sia un movimento antiabortista internazionale ben organizzato lo sostiene l’European Parliamentary Forum on Population and Development di Bruxelles, che denuncia l’esistenza di una rete fondata nel 2013 e denominato «Restaurare l’ordine naturale: un’agenda per l’Europa». Sul blog di Agenda Europa tra le associazioni «raccomandate e sostenute» c’è anche CitizenGo, quella che ha affisso il manifesto antiabortista a Roma nei giorni scorsi.
Intanto in Italia l’applicazione reale della 194 si gioca su questioni «tecniche» come l’obiezione di coscienza per i medici e l’aborto farmacologico. Spesso nell’indifferenza delle generazioni che non hanno vissuto la mobilitazione collettiva per la legge.
il manifesto 22.5.18
Balcani, la bomba Erdogan
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e sua moglie Emine a Sarajevo
di Tommaso Di Francesco


«Sultan Erdogan», «Sultan Erdogan» hanno urlato 15mila “turchi d’Europa” che gremivano domenica scorsa il palazzetto di Zetra a Sarajevo, con sventolio di bandiere turche e bosniache. Erdogan – dopo un giro d’affari anche in Serbia – ha scelto il bagno di folla nella capitale della Federazione croato-musulmana (ormai a stragrande maggioranza islamica), a quasi un mese dalle elezioni politiche e presidenziali in Turchia del 24 giugno, e di fronte al rifiuto dei suoi comizi da parte di Germania, Austria e Olanda dopo il referendum di aprile 2017 sul rafforzamento dei suoi poteri. Obiettivo dichiarato la diaspora turca di più di tre milioni di elettori. Quello provocatorio, rimettere piede nei Balcani a pochi giorni dal vertice Ue di Sofia sull’allargamento all’Europa del sud-est e chiuso con un nulla di fatto o rigetto. Una grave responsabilità Ue dopo avere legittimato, a inizi anni Novanta, i nazionalismi riconoscendo le nuove patrie ex jugoslave proclamate su base etnica. Una bomba quella di Erdogan. Innescata in terra ex jugoslava devastata dalle guerre fratricide e a partecipazione Nato. E tutt’altro che pacificata. Ogni Paese mostra ancora le sue ferite e voragini di nodi irrisolti, al proprio interno e ai nuovi amari confini che, da separazioni amministrative di uno stesso Stato, sono diventati muri di separazione. Vale per i conflitti: tra Slovenia e Croazia, tra Macedonia e Grecia, ora tra il Montenegro appena entrato nella Nato e Albania; tra la Serbia e l’ex provincia del Kosovo, proclamatosi unilateralmente indipendente nel 2008 grazie alla guerra e all’occupazione della Nato, che molti Paesi Onu e quattro Ue non riconoscono.
Ma la tensione più forte è in Bosnia Erzegovina, dove la «pace di carta» di Dayton lascia sul campo una Federazione tra croati e musulmani sempre in contrasto e la Repubblica serba di Bosnia, invisa ad entrambi, identitaria e fortemente arroccata; né bastano istituzioni sulla carta tripartite ed egualitarie. La tragedia del sangue versato pesa come un macigno. Senza parlare delle rotte della disperazione dei migranti che, allontanati dal Mediterraneo dall’Ue sono stati poi «venduti» al dominio ottomano turco-libico. E senza dimenticare i foreign fighters di ritorno qui dalle ultime guerre mediorientali. Erdogan ha scelto Sarajevo, nella Bosnia che era parte dell’Impero ottomano. E nei Balcani la storia non passa. Al di là delle affermazioni identitarie islamiste, subito con lui si è schierato il presidente di turno della presidenza bosniaca, il musulmano Bakir Izetbegovic, per il quale «è stato Dio a mandare Erdogan al suo popolo». Quale dio? Visto che né i rappresentanti serbi né quelli croati hanno partecipato ai colloqui bilaterali.
Corriere 22.5.18
La sinistra e il lusso: le contraddizioni di Iglesias e Mélenchon
di Stefano Montefiori


Pablo Iglesias e la sua compagna Irene Montero hanno speso 660 mila euro per comprare una villa a Galapagar, sulle alture di Madrid: 268 metri quadrati e giardino di 2.000 mq con piscina. Sarebbero decisamente affari loro, se non fosse che Pablo Iglesias è il leader della formazione della sinistra radicale spagnola Podemos, spesso incline al moralismo pauperista. L’Iglesias che si è comprato la villa da 660 mila euro a Galapagar è lo stesso che se la prendeva con il ministro delle Finanze spagnolo Luis de Guindos reo di avere appena fatto un acquisto simile. «Non si può condurre la politica economica di un Paese dalla terrazza di un appartamento da 600 mila euro!», gridava poco tempo fa Iglesias, che evidentemente poi ha scoperto i vantaggi del condurre l’opposizione dal bordo piscina. La villa di Iglesias è diventata un caso politico, e il movimento Podemos è spaccato. Molti non gli perdonano il tradimento — quantomeno stilistico — degli ideali di sobrietà, e lui ha deciso di affrontare la questione offrendo le proprie dimissioni, da sottoporre a un referendum interno. Non è facile tuonare contro i lussi e mostrarsi vicini al popolo senza cadere in contraddizione. Ne sa qualcosa in Francia il leader della «France insoumise», Jean-Luc Mélenchon, che infatti è subito corso in aiuto dell’alleato: «Il partito mediatico spagnolo colpisce Iglesias e la sua compagna Montero, due dirigenti di Podemos! Il punto sarebbe il prezzo della loro casa acquistata con il mutuo. “Insoumis” spagnoli, stringetevi attorno ai vostri leader». Mélenchon è proprietario di un appartamento da quasi un milione di euro nel centro di Parigi e di una casa di campagna, ed è solito volare in business — a differenza di chi lo accompagna — perché detesta «stare schiacciato come una sardina in economy». A unire Mélenchon e Iglesias è la visione politica, lo slancio moralizzatore, l’intransigenza nei confronti degli altri e anche l’indulgenza verso se stessi.
il manifesto 22.5.18
Podemos, la parola alla base. Iglesias alla prova della casta
Spagna. Il caso della villa con piscina del leader e della capogruppo al Congresso dei Deputati Irene Montero sottoposto al voto: mezzo milione di militanti chiamati a decidere sul futuro nel partito della coppia di dirigenti
di Luca Tancredi Barone


BARCELLONA Podemos è nell’occhio del ciclone. E ci si è messo tutto da solo, per mano dei suoi due massimi dirigenti: il segretario Pablo Iglesias e la compagna Irene Montero, capogruppo al Congresso dei Deputati. I due sono in attesa della nascita di due gemellini – ormai la notizia è al centro del dibattito pubblico, il privato è senza dubbio politico – e hanno deciso di comprare casa. Questa legittima decisione personale però si è convertita in un boomerang politico. I due infatti vivevano in un quartiere popolare di Madrid. Ma, secondo la coppia, da un lato l’assedio costante della stampa e le minacce fasciste ricevute, e dall’altro il mercato immobiliare – che è tornato a impazzire, facendo lievitare i prezzi degli affitti e delle case – li hanno spinti a comprare quello che la stampa ha già definito uno chalet nella campagna di Madrid (che preserverebbe meglio l’intimità dei loro futuri figli). Una dimora di 260 metri quadri che costa 600mila euro. E in più, vicino c’è una scuola (pubblica) con un programma educativo innovativo che ai due dirigenti piace molto.
Ora, in linea di massima due deputati con un buono stipendio (sugli 80mila euro annuali), lui con i risparmi da professore universitario (circa 100mila euro, secondo le loro dichiarazioni pubbliche) e i compensi per le collaborazioni televisive, e con un mutuo a 30 anni (i cui dettagli i due hanno immediatamente reso pubblici) avrebbero tutto il diritto (e le possibilità) di imbarcarsi in questa onerosa compravendita. Tra l’altro, non esistono precedenti di altri politici, con proprietà assai più sostanziose, che abbiano mai fatto l’esercizio dei due viola di rendere pubblico ogni dettaglio economico personale.
Ma il problema, come spiegava sul Mundo l’editorialista Lucía Méndez, è che Iglesias e Podemos hanno fatto dell’esempio e della morale la bandiera del loro successo. È vero – lo sottolineava la sindaca di Barcellona Ada Colau – che nessuna amministrazione o politico “del cambio” è stato mai accusato di corruzione in questi anni. Ma è anche vero che Iglesias nel 2012 scriveva che era immorale che le politiche sulla casa le decidessero proprietari di «attici da 600mila euro». In altre parole, persone che non condividono le condizioni di vita della stragrande maggioranza degli spagnoli. La contraddizione è stridente, e infatti le maggiori critiche sono venute dallo stesso Podemos. Federazioni come l’andalusa o l’asturiana – lontane dalla linea politica di Iglesias e Montero – o gli anticapitalisti li hanno criticati per non essersi resi conto delle conseguenze politiche che avrebbe avuto.
La tempesta è stata tanto forte che sabato sera Montero e Iglesias hanno dato una conferenza stampa per annunciare che da oggi, e fino a domenica, i militanti (sono quasi mezzo milione) potranno partecipare al referendum per chiedere se i due devono lasciare i rispettivi incarichi. Una mossa apparentemente di trasparenza politica ma che lega i destini di una decisione personale a quelli di un partito. Difficilmente i militanti di Podemos decideranno di suicidarsi politicamente a un anno dalle importantissime elezioni amministrative.
Ma c’è un altro elemento di riflessione. E cioè il fatto di avallare surrettiziamente la logica neoliberale imperante per quanto riguarda le scuole: i due hanno «scelto» di vivere vicino a una scuola di loro gusto. La difesa della scuola pubblica è la difesa della scuola che ti tocca, non di quell’altra più bella.
Ovviamente gli altri partiti si sono gettati sul succoso osso immediatamente. La vicepresidente del governo Soraya Saez de Santamaría, diventata madre pochi giorni dopo essere diventata la numero due del Governo Rajoy, ha ricordato di aver subito, anche lei con un figlio piccolo, gli escrache («sputtanamenti») sotto casa da parte di attivisti che denunciavano le sue politiche sociali. Non è proprio la stessa cosa: Iglesias e Montero sono attaccati costantemente da fascisti anonimi (senza parlare delle foto delle ecografie rubate all’ospedale), gli escrache (rilanciati dalla piattaforma contro gli sfratti) erano pubblici, nonviolenti e con motivi sociali ben esplicitati. Ma il messaggio è passato lo stesso.
Nel complesso, uno scivolone politico di una leadership viola sempre più messa in discussione: secondo tutti i sondaggi Podemos rimane fra i quattro partiti più importanti ma non sembra sfondare.
il manifesto 22.5.18
Nakba, la catastrofe infinita
di Tommaso Di Francesco


I settant’anni dello Stato d’Israele sono anche i settant’anni della Nakba, la «Catastrofe» del popolo palestinese, la cacciata nel 1948 di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo profugho dei campi. A confermare laa doppiezza strabica degli eventi nel rapporto di causa ed effetto, è arrivato lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta di Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Secondo i versi del poeta palestinese Mahmud Darwish: «Prigionieri di questo tempo indolente!/ non trovammo ultimo sembiante, altro che il nostro sangue».
Invece sulla descrizione in atto del massacro si esercitano gli «stregoni della notizia»: così abbiamo letto di «ordini dalle moschee di andare correndo contro i proiettili», di «scontri», di «battaglia» e «guerriglia». Avremmo dunque dovuto vedere cecchini, carri armati e cacciabombardieri palestinesi fronteggiare cecchini, tank e jet israeliani, con assalti di uomini armati. Niente di tutto questo è avvenuto e avviene. Invece, nella più completa impunità, la prepotenza dell’esercito israeliano sta schiacciando una protesta armata di sassi, fionde e copertoni incendiati. Per Netanyahu poi si tratterebbe di «azioni terroristiche».
Ma la verità è che un popolo oppresso che manifesta contro un’occupazione militare ricorda solo la nostra Liberazione e il diritto dei palestinesi sancito da ben tre risoluzioni dell’Onu (una del 1948 proprio sul «diritto al ritorno»). Sì, la festa triste di un popolo, guidato da Netanyahu e dal nuovo «re d’Israele» Trump, vive della catastrofe di un altro popolo. Che si allunga all’infinito con la proclamazione di Gerusalemme «unica e storica capitale indivisibile di Israele». Altro che due Stati per due popoli: nemmeno due capitali. Intanto per lo Stato d’Israele il «diritto al ritorno» è costitutivo della natura esclusiva di Stato ebraico.
Ai palestinesi al contrario è permesso solo di vivere a milioni nei campi profughi di un Medio Oriente stravolto dalle guerre occidentali e come migranti nei propri territori occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est); di sopravvivere alla fame nel ghetto della Striscia di Gaza. Questa è la condizione palestinese, con il muro di Sharon che ruba terre alla Palestina e taglia in due famiglie e comunità; posti di blocco che sospendono nell’attesa le vite umane; lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate; le uccisioni quotidiane; e una miriade di insediamenti colonici ebraici che hanno ormai cancellato la continuità territoriale dello Stato di Palestina. Dopo tante chiacchiere di Obama che nel 2009 dal Cairo dichiarava: «Sento il dolore dei palestinesi senza terra e senza Stato». E dopo i voltafaccia dell’Ue che si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari – come l’Italia – con Israele, che è da settant’anni in guerra e che occupa terre di un altro popolo.
Allora o si rompe il silenzio complice e si prefigura una soluzione di pace che esca dall’ambiguità di stare al di sopra delle parti – come se Israele e Palestina avessero la stessa forza e rappresentatività, quando invece da una parte c’è lo Stato d’Israele, potente e armato fino ai denti, potenza nucleare e con l’esercito tra i più forti al mondo, mentre dall’altra lo Stato palestinese semplicemente non esiste – oppure sarà troppo tardi. Il nodo mai sciolto – Rabin a parte, non a caso assassinato da un integralista ebreo – da tutti i governi israeliani resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Che se però non lo riconosce per la Palestina perché dovrebbe pretenderlo per sé? I due termini ormai si sostengono a vicenda oppure insieme si cancellano. Tanto più che la demografia ormai racconta che le popolazioni arabe hanno oltrepassato la misura di quelle ebraiche. O si avvia una trasformazione democratica dello Stato d’Israele che decide di perdere la sua natura etnico-religiosa di «Stato ebraico», con la pretesa arrogante che i palestinesi occupati lo riconoscano come tale; oppure si conferma la dimensione acclarata di Stato di apartheid come in Sudafrica; con i territori occupati come riserve per i «nativi» nemici.
Scriveva Franco Lattes Fortini nella sua Lettera aperta agli ebrei italiani nel maggio 1989, nella la fase più acuta della Prima intifada: «Con ogni casa che gli israeliani distruggono, con ogni vita che quotidianamente uccidono e perfino con ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va perduta una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e per la cultura occidentale, è stato accumulato dalle generazioni della diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna ebrea e cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due parti. Anche da più di due, oso aggiungere». Provate a rileggere la grande lezione morale di S. Yizhar (Yzhar Smilansky), il fondatore della letteratura israeliana, che in un piccolo romanzo del 1949 Khirbet Khiza – significativamente un titolo in arabo, conosciuto da noi come La rabbia del vento, che aprì un dibattito sulle basi etiche del nuovo Stato – racconta la storia di una brigata dell’esercito israeliano impegnata con la violenza a cacciare famiglie palestinesi.
Il romanzo finisce con queste parole di dolore e rammarico: «I campi saranno seminati e mietuti e verranno compiute grandi opere. Evviva la città ebraica di Khiza! Chi penserà mai che prima qui ci fosse una certa Khirbet Khiza la cui popolazione era stata cacciata e di cui noi ci eravamo impadroniti? Eravamo venuti, avevamo sparato, bruciato, fatto esplodere, bandito ed esiliato (…) Finché le lacrime di un bambino che camminava con la madre non avessero brillato, e lei non avesse trattenuto un tacito pianto di rabbia, io non avrei potuto rassegnarmi. E quel bambino andava in esilio portando con sé il ruggito di un torto ricevuto, ed era impossibile che non ci fosse al mondo nessuno disposto a raccogliere un urlo talmente grande. Allora dissi: non abbiamo alcun diritto a mandarli via da qui!».
Il Fatto 22.5.18
Le ambasce di un grillino di sinistra
di Luisella Costamagna


Ussignùr, sempre stato di sinistra, fuggito dal Pd renziano perché era andato a destra, ora mi trovo alleato con Salvini! Ti rendi conto? Dalla padella nella brace…
– E non solo Salvini, pure Calderoli…
– Quello del Porcellum e dell’“orango” alla Kyenge. No, non ce la posso fare.
– Capisco. Ma non hai detto che pure il Pd di Renzi è di destra? Come ti giri ti giri…
– Già, il partito dei lavoratori gli ha tolto diritti e messo i voucher per sfruttarli meglio. E Marchionne “ha fatto di più dei sindacati”. Non mi ci far pensare…
– Ti tocca.
– Eh, ma Di Maio mica rimette l’articolo 18! E rivuole pure i voucher. Moriremo tutti precari, se va bene.
– Vero, ma almeno c’è il reddito di cittadinanza per chi è senza lavoro… qualche rospo si deve pur ingoiare per andare al governo.
– Ma così è troppo! Come fai a dialogare con uno che dice “prima gli italiani”, “l’Africa in Italia non ci sta” e vuole cacciare gli immigrati a pedate nel culo? Tant’è che nel contratto hanno tolto i nidi gratis alle famiglie straniere e vogliono spostare soldi per l’accoglienza nel “Fondo Rimpatri”.
– Hai ragione, però… non stavano anche nel tuo ex Pd quelli che inciuciavano sull’accoglienza con Buzzi e Carminati? E non è del Pd Minniti, con il suo “Daspo urbano” contro chi è “indecoroso” e il decreto contro le Ong? Quello del “sono calati gli sbarchi” perché i migranti muoiono in mare o nelle carceri libiche? “Aiutiamoli a casa loro” l’ha detto pure Renzi…
– Sì, ma questi vogliono il Far West, tutti armati e difesa sempre legittima!
– Pure il Pd voleva cambiare la legge…
– Ma non l’ha fatto!
– Non ha fatto neanche la legge Richetti sul taglio dei vitalizi, né una legge seria sul conflitto d’interessi o il Daspo per i corrotti. Nel contratto invece queste cose ci sono.
– Seeee, e con Berlusconi riabilitato che incombe, secondo te, le fanno davvero?
– Non resta che aspettare e vedere. Intanto però è la prima volta che si mette nero su bianco che nel governo non ci devono essere condannati e massoni e le intercettazioni vanno potenziate e non silenziate…
– Vero, ma come la mettiamo con la Flat Tax che favorisce i ricchi? E c’è pure l’ennesimo condono camuffato da “pace fiscale”: i contribuenti onesti se la prendono in saccoccia, mentre chi non ha pagato le tasse si becca lo sconto…
– D’accordo. Ma almeno si parla esplicitamente di “carcere vero per i grandi evasori”. Non diventeremo la Germania, ma meglio della repubblica di Bananas. E poi anche la voluntary disclosure del tuo ex Pd non era un condono?
– In effetti… come ti giri ti giri. Vabbè, forse non sarà tutto da buttare, ma comunque ‘sto accordo gialloverde non regge sui conti: sai quanto costano insieme reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della Fornero? Un sacco di miliardi! Più l’Iva e i soldi che forse ci chiederà l’Ue perché i nostri “sforzi strutturali per il 2018 sono pari a zero”. Zero, capisci?
– Appunto, questo te la dice lunga su chi ci ha governato finora. Hanno dato 18 miliardi agli imprenditori e abbiamo la disoccupazione all’11%, 17 alle banche, più i bonus elettorali che non sono serviti né a chi li ha avuti né a farli vincere. E chi le ha messe le clausole di salvaguardia? Loro! Almeno questi vogliono aiutare disoccupati, famiglie e pensionati. Vediamo se ce la fanno.
– Vediamo. E che Dio ce la mandi buona. Anzi, ci aiuti a casa nostra.
il manifesto 22.5.18
L’ultima trappola della «Buona scuola»
Appello al Miur. L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero


Il Decreto legislativo 62/2017 stravolge tacitamente le disposizioni contenute nell’art. 185 comma 3 del Decreto 297 1994. Si tratta della sostituzione dell’elenco relativo alle materie all’Esame di Stato conclusivo della Scuola Secondaria di I°grado con la dicitura riferita a «tutti i docenti del Consiglio di Classe». Tra le materie indicate nel Decreto del 1994 non figurava l’Insegnamento della Religione Cattolica (Irc). È questa un’ultima trappola della legge denominata «Buona Scuola».
L’inserimento di docenti Irc nelle Commissioni d’esame per la terza media è l’ultimo atto di un processo sotterraneo – iniziato con il rinnovo del sistema concordatario – per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di «materia obbligatoria» con diritto all’esonero. Solo con difficoltà sono state introdotte norme e istituti per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative fra cui la frequenza di una reale materia alternativa.
Nessuna promozione è stata fatta per informare le famiglie su tali alternative sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate, in particolare nella scuola primaria, ben poche opzioni. (…).
Le sottoscritte associazioni che si battono da anni per il rispetto della laicità della Scuola e dello Stato, si oppongono con forza a tale stravolgimento della Legge 121/1985, attuativa del Nuovo Concordato. Rivolgono pertanto al Miur la richiesta urgente di chiarimenti indispensabili per insegnanti e famiglie di alunni e alunne in procinto di affrontare la prova del citato Esame:
– l’Irc sarà materia d’esame? Se non lo sarà, a qual fine la presenza del docente? L’eventuale presenza di un docente di a. a. non si configura come discriminante nei confronti di coloro che hanno scelto attività di studio o di ricerca individuali o la non presenza a scuola durante l’Irc?
– nella prova d’esame, a differenza di quanto avviene nelle operazioni di scrutinio, i voti sono soltanto numerici: è quindi prevedibile una valutazione numerica dell’Irc?
– il docente di Rc nella votazione per promozione o bocciatura si comporta come previsto nel DPR 202/1990, ossia non vota se il suo voto fosse determinante?
Queste sono solo alcune delle ambiguità da chiarire.
*** Comitato Nazionale Scuola e Costituzione, Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, Manifesto dei 500, Ass.Naz. Sostegno Attivo, Cogedeliguria, Ass.Naz. del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, Coordinamento Genitori Democratici (Cgd), Comitato Genovese Scuola e Costituzione, Crides (Centro di iniziativa per la difesa dei diritti nella scuola), Movimento di Cooperazione Educativa (Mce), Uaar, Fnism, Cidi, Osservatorio diritti scuola, Fcei (Fed.Chiese Evangeliche It.), Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, Comitato Democrazia Costituzionale -Roma
Il Sole 22.5.18
Fi verso il no, con il Pd un’opposizione per due
Contro il governo. Salvini «corteggia» Meloni e i suoi 18 senatori ma per ora la porta di Fd’I resta chiusa
I democratici rivendicano la guida del Copasir con Lorenzo Guerini
di Emilia Patta


Roma Opposizione dura, rigorosa, sui temi. E non è solo il Pd che parla. È da Forza Italia che sono venute ieri le maggiori perplessità verso il nascente governo giallo-verde. «Confermiamo la nostra forte preoccupazione per un programma che presenta aspetti cruciali non condivisibili, non rispondenti alle esigenze del Paese, lontani dalle nostre idee e dalle nostre profonde convinzioni», dice la capogruppo al Senato Annamaria Bernini. Che, assieme ad altri colleghi azzurri, punta il dito anche contro la possibile nomina di Giuseppe Conte a presidente del Consiglio: «Qualora il Capo dello Stato lo nominasse saremmo di fronte a un rispettabile tecnico esecutore di un programma scritto da altri. Luigi Di Maio e Matteo Salvini di fatto deludono le aspettative sulla necessità di un premier politico a tutto tondo». E in serata, commentando la convocazione al Quirinale dei presidenti delle Camere e non del premier indicato da M5s e Lega, Bernini rimarcava a questo proposito che «il Quirinale vuole far intendere che non è la buca delle lettere».
Il partito di Silvio Berlusconi si avvia dunque a votare no alla fiducia, riservandosi semmai la valutazione dei singoli provvedimenti qualora siano in linea con il programma presentato alle elezioni dal centrodestra unito. Un no rafforzato dal fatto che non sarà l’(ex?)alleato Matteo Salvini a guidare il governo bensì un premier di area pentastellata. Più ancora delle critiche al governo giallo-verde che piovono dal Ppe («state giocando con il fuoco perché l’Italia è un Paese fortemente indebitato», ha detto ieri il leader dei popolari europei Manfred Weber), a preoccupare fortemente il Cavaliere è proprio la tenuta della coalizione con la Lega, che con Fi ha eletto candidati comuni nei collegi e governa in importanti regioni e comuni. E in questo senso ad Arcore si vive come un pericolo il “corteggiamento” di Salvini nei confronti della leader di Fd’I Giorgia Meloni, incontrata anche ieri per capire quale potrà essere l’atteggiamento dei piccoli alleati nei confronti del governo («si punta a spaccare il centrodestra», è stato lo sfogo del Cavaliere con i suoi): in Senato M5S e Lega arrivano insieme a 167 sì (anche se fonti leghiste parlano di nuovi ingressi dal gruppo misto fino a 173) laddove la maggioranza necessaria è come noto di 161, e considerando che alcuni senatori finiranno per far parte del governo i margini sono risicatissimi e i 18 senatori di Fd’I fanno per così dire gola. Ma Meloni non sembra abbia lasciato spiragli al leader della Lega: oggi saranno riuniti i gruppi parlamentari ma l’orientamento è votare no alla fiducia come Fi. «La strategia di Salvini ha indebolito fortemente il centrodestra non facendo valere le posizioni e i programmi della coalizione», è la posizione di Meloni.
Con il no alla fiducia Fi si mette di fatto all’opposizione del nuovo governo, in una sorta di inedita competition con il Pd. Competition sugli argomenti (non a caso ieri anche i democratici puntavano il dito, con il segretario reggente Maurizio Martina e con il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, contro l’ipotesi di Conte premier «degradato al ruolo di portavoce»), ma anche sulle poltrone. Alle opposizioni spettano infatti di prassi, oltre alle vicepresidenze delle commissioni permanenti, anche le presidente delle commissioni di garanzia. A cominciare dalla Vigilanza Rai e dal Copasir. Per la commissione sui servizi il Pd ha in Lorenzo Guerini il suo candidato, e non intende mollare: con l’ipotesi del leghista Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi- è il ragionamento che si fa in casa dem - non esiste che il Copasir vada a un partito della stessa coalizione della Lega. Ad ogni modo, per la prima volta insieme all’opposizione, Fi e Pd si troveranno sulla stessa parte della barricata in molte occasioni. E molti osservatori, sia tra gli azzurri che tra i democratici, registrano che l’opposizione parlamentare potrebbe essere il campo in cui forgiare possibili convergenze future nel caso in cui l’asse tra M5s e Lega si stabilizzi facendo saltare il centrodestra. Intanto, deve partire il governo.
Il Fatto 22.5.18
Il Sessantotto Neoliberista
Effetti collaterali - Il movimento di studenti e operai si è esaurito, le grandi imprese hanno cavalcato la richiesta di libertà individuale e le spinte anti-autoritarie per imporsi in un mondo “liquido”, a spese di Stati e partiti - L’eredità del ’68
di Colin Crouch


Nel Sessantotto l’atteggiamento diffidente verso ogni autorità e l’insistenza sulla libertà di espressione culturale ebbero l’effetto benefico di rendere più solari le posizioni austere e spesso puritane dei movimenti socialisti e comunisti ufficiali.
Ma lo Zeitgeist di cui il Sessantotto fece parte promosse anche approcci alternativi a queste priorità. Pure i neoliberisti festeggiarono la riduzione del potere dei governi (benché non delle società private) e la libertà di espressione individuale (posto che tale espressione si manifestasse nelle scelte finanziarie). Le imprese capitaliste furono veloci a sfruttare le innovazioni nella moda, nella musica e in altri fenomeni potenzialmente di consumo degli anni Sessanta, imitando e imponendo su di essi una forma merce. Alla fine del Ventesimo secolo, ad esempio, le etichette discografiche preferivano costruire band e gruppi interni anziché rispondere alle energie che provenivano in modo spontaneo dai giovani nella società. Non c’è quasi nulla che le imprese capitaliste non possano imitare, catturare, produrre in serie e alla fine monopolizzare, inclusa la stessa ribellione.
Il fatto che il neoliberismo si appropriasse del declino della deferenza e della richiesta di espressione individuale ha avuto implicazioni molto più importanti della creazione di prodotti culturali. Le politiche della sinistra e della destra sono sempre dipese entrambe dal rispetto per l’autorità statale e dalla volontà di obbedire da parte di soggetti e cittadini. Quando, nel corso del Novecento, i partiti socialdemocratici iniziarono a formare dei governi, diedero spesso per scontato di poter ereditare un consenso generale verso la legittimità dell’autorità statale. Che cosa accadrebbe se la deferenza non potesse più essere data per scontata?
Alla fine degli anni Sessanta, Jürgen Habermas scorse una crisi strutturale di legittimità nell’ordine capitalista e, come molti a sinistra, la interpretò come un fenomeno che avrebbe accelerato il crollo definitivo quell’ordine. Invece toccò allo Stato, e soprattutto allo Stato sociale, essere vittima di una forte delegittimazione. E i principali critici dello Stato non erano degli esponenti della sinistra, ma i sostenitori di un mercato libero e non ostacolato dalla regolamentazione e dalla tassazione. Siccome il mercato opera sulla base della libertà di scelta individuale, i suoi sostenitori poterono appropriarsi degli appelli sessantottini alla libertà individuale.
Non era questo che i sessantottini volevano. Solo certi tipi di scelte possono trovare espressione sul mercato, cioè scelte di consumo materiale, quelle che essi consideravano alienanti. Inoltre, la sostituzione dello Stato con i direttori e i manager delle imprese non rappresentò certo un miglioramento per il ruolo dell’autorità. Tuttavia, l’interpretazione neoliberista dell’emancipazione colpì profondamente un pubblico più ampio, sempre meno legato alle vecchie forme di deferenza e sempre più insofferente verso la regolamentazione e la tassazione, soprattutto in un momento in cui l’economia privata rendeva disponibili così tanti prodotti attraenti. I partiti conservatori e liberali prima e, dagli anni Novanta, socialdemocratici poi abbracciarono la svolta mercatistica.
Ma ciò che è ancora più deprimente per lo spirito del Sessantotto è il fatto che il capitale sia stato più abile dei suoi critici nell’apprendere come operare in un mondo caratterizzato dal declino della deferenza e da strutture postburocratiche, sfruttando l’informalità e la flessibilità prefigurata dai movimenti di protesta tra gli studenti, i lavoratori, le femministe e gli ambientalisti.
Come ha mostrato Zygmunt Bauman nel suo libro Modernità liquida, gli ultimi decenni sono stati segnati da una disillusione diffusa verso le strutture “solide”. Il cambiamento sembra onnipresente, e tanto le istituzioni quanto gli individui devono continuare ad adattarsi a uno stile frenetico di vita “liquido”. Il cambiamento deve essere incessante, benché sia i suoi motivi sia il suo scopo rimangano oscuri. In un simile ambiente, le grandi aziende moderne si trovano nel loro elemento. Possono persino dissolversi e riapparire in un’altra forma, con un nome, un logo, un capitale, dei lavoratori e un’ubicazione geografica differenti, spesso sfruttando cavilli nelle normative fallimentari che permettono di sfuggire ai creditori delle loro precedenti incarnazioni. Gli Stati non possono fare nessuna di queste cose: rimangono solidi, per dirla con Bauman. E così anche i partiti politici, i sindacati e le organizzazioni riconosciute.
Mezzo secolo dopo il Sessantotto, quindi, è l’impresa la forma di organizzazione che si è dimostrata più capace di assimilare le sue lezioni di flessibilità e adattabilità. Per la sinistra, le organizzazioni liquide e in costante mutamento corrispondono a una serie di movimenti in gran parte transitori e collegati solo in via informale. Ognuno di questi movimenti lascia ai suoi successori poche vittorie consolidate o risorse organizzative da cui partire, al di là dell’esperienza di quegli individui che passano da una generazione all’altra finché non diventano disillusi o muoiono.
La ragione principale di questa differenza tra le imprese e le altre organizzazioni è che il capitale, pur essendo la più liquida tra tutte le risorse, è in fondo posseduto da qualcuno, e la sua proprietà è concentrata nelle mani molto solide di un piccolo numero di persone o famiglie molto ricche. Queste ultime vanno e vengono, ma i nuovi arrivati imparano presto a seguire le regole per conservare il capitale e farlo crescere, così che il sistema possa riprodursi.
Un tempo, il potere politico possedeva una forma di “solidità oltre la liquidità”, quando i sovrani medievali conquistavano, conservavano e perdevano grandi fette di territorio in tutta Europa e, nel più recente periodo coloniale, in tutto il mondo. Ma gli Stati moderni lo fanno raramente, dal momento che includono popoli dalle cui lealtà e identità apparenti traggono forza. I partiti, i sindacati e gli altri movimenti di massa hanno un problema analogo, essendo definiti dall’adesione degli iscritti e dalle cerchie più ampie di persone sulla cui lealtà possono contare. Le persone rappresentano la loro risorsa principale, ed essi hanno bisogno che queste persone diano loro i voti, il denaro e l’impegno volontario che determinano la loro forza. Le lezioni organizzative del Sessantotto sono qui di poco aiuto, portano esempi di scoppi straordinari di entusiasmo appassionato che di rado possono essere sostenuti da grandi masse di persone per un periodo di tempo qualsiasi. Il capitale, al contrario, sfrutta la sua ricchezza per comprare temporaneamente i servizi delle persone a cui dà lavoro.
Il Sessantotto produsse una generazione arrabbiata ma sicura di sé, insofferente verso la mancanza di flessibilità delle istituzioni della società. Il 2018, invece, produrrà una generazione arrabbiata ma angosciata, strapazzata da un’insicurezza flessibile. A posteriori, nessuna delle due sarà stata in grado di capire cosa fare.
La Stampa 22.5.18
La formazione nel “tempio” del cattolicesimo democratico
Giuseppe Conte ha frequentato, da studente universitario, Villa Nazareth e nei decenni successivi ha continuato a essere legato a quello che è universalmente noto come il tempio del cattolicesimo democratico italiano e come la culla del Concilio Vaticano II
di Fabio Martini


Resta ancora un personaggio impalpabile, ma dalla cortina di riservatezza che per otto giorni il professor Giuseppe Conte ha voluto mantenere sulla sua persona, cominciano a trapelare frammenti di vita che raccontano un personaggio più ricco e meno scontato di quello tratteggiato dalle prime biografie. Uno su tutti: Giuseppe Conte ha frequentato, da studente universitario, Villa Nazareth e nei decenni successivi ha continuato a essere legato a quello che è universalmente noto come il tempio del cattolicesimo democratico italiano e come la culla del Concilio Vaticano II. In tanti anni a Villa Nazareth sono passati, come docenti o come ospiti, personaggi come Sergio Mattarella, Aldo Moro, Romano Prodi, Oscar Luigi Scalfaro. E Papi diversi tra loro, come Giovanni Paolo II e Francesco, vi hanno fatto visita, riconoscendone il ruolo formativo.
La vicinanza a Villa Nazareth delinea meglio - senza esaurirla - la personalità di un personaggio come il professor Conte, che per ora si è limitato ad autodefinirsi in modo generico: «Il mio cuore tradizionalmente batte a sinistra». Certo, la frequentazione di Villa Nazareth non esaurisce l’orizzonte culturale del premier in pectore, ma come spiega il professor Carlo Felice Casula, che guida il Comitato scientifico di Villa Nazareth «Giuseppe Conte fa parte del Comitato e continua a darci il suo contributo, a livello nazionale e internazionale. È stato molto attivo quando abbiamo stretto rapporti con alcune Università negli Stati Uniti e in quella occasione tra l’altro, ci è stato d’aiuto il suo perfetto uso della lingua inglese».
Certo, in questi giorni la faticosa, inedita procedura che ha portato alla scelta di un presidente del Consiglio di mediazione ha portato i media a sintetizzare: il professor Conte sarà un portavoce, un notaio, un mero esecutore delle decisioni altrui. Proprio per ribaltare questa lettura, ieri sera Luigi Di Maio ha proposto un identikit molto profilato: «Molti immaginano Conte come una persona mite, ma è davvero tosto. Dovunque è andato ha fatto danni all’establishment, perché si è opposto a determinate ingiustizie. Ci ha sempre aiutato, è stato un po’ un “angelo custode” del M5S nei momenti importanti».
Ritratto di comodo? Una risposta si può trovare proprio negli anni di formazione a Villa Nazareth, che sono anche gli anni della giovinezza, quelli che di solito contribuiscono a forgiare la personalità. Il primo dato: a partire dai primi anni del secondo dopoguerra Villa Nazareth ospita nel suo collegio i ragazzi dal reddito basso e meritevoli. Negli anni nei quali il giovane Conte, proveniente da un paesino del Foggiano, frequentava questa struttura, il direttore si chiamava Pietro Parolin, futuro Segretario di Stato con Papa Francesco, mentre allora il grande «regista» era Achille Silvestrini, che fu il braccio destro di Agostino Casaroli, il segretario di Stato protagonista dell’«Ostpolitik», la politica di distensione verso i regimi dell’Est. Quelli di Conte erano gli anni nei quali a Villa Nazareth passavano personaggi carismatici del cattolicesimo democratico come Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Paolo Prodi ma anche uomini di spettacolo come Federico Fellini e Vittorio Gassman, sia pure in una versione più spirituale. Dal collegio usciva una parte della classe dirigente cattolica e alcuni dei quadri più preparati della Chiesa italiana, futuri cardinali, nunzi, vescovi.
Ma al netto della formazione iniziale e dell’imprinting formativo, è interessante il ritratto di Giuseppe Conte che propone un collega che lo conosce bene come il professor Casula: «Non mi fa velo l’amicizia se dico che Conte è un docente molto preparato, come documenta la sua produzione scientifica. È un credente con una sua sensibilità religiosa, dotato di una forte sensibilità sociale». Ma per un uomo di 54 anni, che non ha mai fatto politica, non ha mai gestito o amministrato, quali caratteristiche del suo profilo personale potrebbero aiutarlo in una sfida per lui sconosciuta come la guida del Paese? «Per il compito politico che lo attende, potrebbero giovargli alcune sue proverbiali qualità: non è aggressivo, ma dialogante, non è un esibizionista e non ama il decisionismo fine a se stesso, nella convinzione che ogni decisione deve essere il risultato di un dialogo».
Repubblica 22.5.18
L’ultima trovata è il governo No Tavor
di Alessandra Longo


Almeno un segno di discontinuità del nuovo governo rispetto ai precedenti. Matteo Salvini esce dal colloquio con Mattarella e lo dice chiaramente: basta psicofarmaci. Ad essere onesti, il concetto è più complesso: «Senza un lavoro stabile non c’è prospettiva,famiglia, figli.
Non è possibile che il 20 per cento degli italiani usi psicofarmaci, spesso per mancanza di speranza, fiducia, prospettive».
Dichiarazione irrituale, dal Colle. In genere chi esce da un colloquio con il Capo dello Stato, seleziona parole chiave, quelle proprio irrinunciabili, da pronunciare al microfono.
Salvini evoca l’uso degli psicofarmaci addirittura due volte, sempre collegandoli all’infelicità dei connazionali.
Ora, con la Lega, la musica cambierà. I No-Tavor non lasceranno che l’Italia frustrata si affidi più alle pasticche.
Si capisce bene il non detto: i precedenti governi, anche l’ultimo dell’equilibratissimo Paolo Gentiloni, avrebbero messo l’ansia a 11 milioni di italiani. Basterà invertire la marcia, «creare un Paese migliore da lasciare ai nostri figli, più lavoro, meno tasse, meno burocrazia» (sempre Salvini) e il ricorso alla chimica declinerà come per magia. Chissà chi ha consigliato il leader della Lega di introdurre la chiave psichiatrica per annunciare il cambiamento in corso.
Che sia sulla scia di Trump che ha proposto ai Forgotten Men la «cura della crescita economica» incassando la vittoria e costringendo l’intera famiglia radical-chic dei Simpson ad assumere ansiolitici? «Non è possibile un uso così massiccio di psicofarmaci!», tuona Salvini dal Quirinale.
Da questo momento i No-Tavor impediranno cedimenti, sradicando le cattive abitudini, legate all’instabilità prodotta dai governi pregressi. Il Pd, nella persona del sempre reattivo Anzaldi, non prende bene l’equazione psicofarmaci-economia: «Sciacallaggio sfrenato!
Nessuno si permetta di scherzare sulla salute degli italiani». Ma intanto la marcia di Liberazione dalla schiavitù chimica è ufficialmente partita. I numeri di Salvini sono esatti? La Società italiana di Psichiatria parla di 10 milioni di persone che soffrono di disturbi depressivi e/o ansiosi lungo l’arco della loro vita. Quindi non tutti assieme, adesso, come sembra di capire dal leader della Lega. Dettagli. Quel che conta è il messaggio: lasciate perdere le benzodiazepine, ora ci siamo noi.