martedì 21 novembre 2017

La Stampa 21.11.17
Roma, nella Nuvola dal 6 al 10 dicembre
la sedicesima edizione di “Più libri più liberi”
di Michela Tamburrino

Nuova sede e attento restyling: per «Più libri più liberi» (6-10 dicembre), la fiera romana giunta al suo sedicesimo appuntamento, potrebbe trattarsi dell’edizione dei record. A cominciare dalla nuova sede, la Nuvola di Fuksas per la prima volta aperta al pubblico, nel quartiere dell’Eur, e che ora vive dopo un decennio di polemiche. Soprattutto tanti contenuti divisi per temi caldi, 550 appuntamenti, 1000 autori ospiti, 3.500 metri quadrati offerti alle case editrici.
A inaugurare il nuovo corso sarà il presidente del Senato Pietro Grasso, protagonista di più appuntamenti sul tema della legalità. La fiera è divisa in aree specifiche che comprendono attualità, diritti umani, politica, autori italiani e stranieri più un focus su Roma. Tra i tanti ospiti, come ha annunciato ieri durante la presentazione la presidente di «Più libri più liberi» Annamaria Malato, la scrittrice dissidente turca Asli Erdogan, la filosofa Agnes Heller, il premio Pulitzer Margo Jefferson con il suo memoir Negroland presentato da Gianni Riotta, Paul Beatty, Luis Sepúlveda, Andrea Camilleri, Roberto Saviano, più una testimonianza diretta di Domenico Quirico dai luoghi di guerra attraverso il suo libro Succede ad Aleppo
Repubblica 21.11.17
Nella mente di un dottore
Medico-paziente.
La relazione virtuosa parte dalla consapevolezza di sé del camice bianco. Ma nessuna facoltà dà formazione psicologica
Meno si è in contatto con le proprie emozioni meno si riesce a condurre a buon fine un rapporto. Anche quello terapeutico
di Giacomo Gatti

DURANTE tutta la sua storia la medicina ha oscillato tra una tendenza dell’uomo nella sua totalità (scuola di Cos, Ippocrate) e una tendenza analitica, specifista e meccanicista (scuola di Cnido), di studio parcellare, di organi o apparati ponendosi così in evidenza la perennità di due tipi di medici. Il medico invece non può non considerare il suo paziente nella sua interezza psiche/soma e dunque non può non rendersi conto della complessità psicologica di tale relazione. Perciò ha bisogno di una formazione psicologica che purtroppo nessuna facoltà ha potuto e a tutt’oggi può elargirgli almeno come dovrebbe essere intesa: non solo semplice informazione di nozioni ed elementi, bensì formazione come apprendimento emozionale di sé stesso nella relazione.
In qualunque ambito relazionale meno si è consapevoli delle proprie emozioni, meno si riesce a condurre a buon fine un rapporto. Allo stesso modo l’approccio al paziente potrebbe migliorare se il medico riuscisse a rendersi conto di ciò che avviene, sul piano psicologico, nella relazione e non tentare invece di affidarsi al solito e abusato buon senso, corroborato magari dalla retorica di disposizioni innate a sua disposizione. Più si amplia la consapevolezza per il medico di ciò che si è e di ciò che il paziente rappresenta in funzione della sua condizione psicologica, meno si corre il rischio di assumere atteggiamenti negativi sul piano umano e controproducenti su quello terapeutico. Vero è che il medico attraverso l’uso di due mezzi potenti a sua disposizione, l’ascolto e la parola, ha il potere di intervenire sul percorso della malattia e sulle vicissitudini psicologiche del suo paziente rispetto alla malattia. Per saperlo fare deve essere avviato a una formazione psicologica che se è fondata su un apprendimento emozionale di sé stesso, nella relazione, dovrà comportare il promuovere una modificazione di quello che Michel Sapir chiamava “il segmento inconscio della personalità professionale”. In funzione di esso, si stabiliscono a volte determinate difese, come quelle relative al racconto della scelta professionale. Si citano una generica volontà di aiutare chi soffre, il desiderio di combattere il male, l’identificazione con il debole, la necessità di continuare una tradizione familiare, il richiamo dovuto al prestigio di una professione liberale. Dietro la facciata, tuttavia, possono a volte celarsi altre motivazioni: un sentimento inappagabile di onnipotenza e di predominio su chi ha bisogno, una tendenza non sublimata all’aggressività, un’inclinazione al voyeurismo, la paura della morte. Non sarebbe difficile immaginare le tipologie relazionali con il paziente che potrebbero derivare da tali fondali inquieti: autoritarismo e arroganza, sadismo, interminabili esami corporei, indifferenza e la negazione per esorcizzare il fantasma della morte. Tutto questo, per fortuna, non è costantemente riscontrabile. È stato assodato, a partire dalla metà del secolo scorso, che lo stesso medico agisce come farmaco, la dose e gli effetti costituiscono un campo di indagine avvincente. Al farmaco-medico si propone però il problema di come rispondere alla domanda del paziente: questione delicata quest’ultima poiché comporta che le risposte possono contribuire spessissimo a determinare la forma ultima della malattia, quella su cui il paziente si stabilizzerà. E che l’evoluzione della malattia non avverrà solo in funzione di una corretta diagnosi e di una corretta terapia, ma anche del rapporto medico-paziente. Una delle modalità più essenziali che provvede a una formazione psicologica del medico è il “Gruppo Balint” che prende il nome dal suo ideatore. Lo psichiatra inglese Michael Balint, infatti, per anni si dedicò alla formazione psicologica dei camici bianchi. Nel gruppo i medici discutono di casi clinici concreti. Il conduttore è uno psicoanalista. E tutto ciò può valere, poiché ampiamente documentato, allo sprigionamento graduale per il medico di una modalità relazionale realmente terapeutica.
psichiatra
Repubblica 21.11.17
Parla il filosofo della politica indiano Parag Khanna, già consigliere di Obama
“Da Amburgo a Singapore, vivremo in un sistema di città-stato interconnesse”
“Anche gli imperi cadono il futuro è nella polis”
di Anna Lombardi

«Il futuro è già qui: entro trent’anni la politica mondiale sarà dominata da macro-città, megalopoli influenti e così connesse fra loro da non doversi più piegare al concetto di confine. Città- stato efficienti sul modello di quelle antiche: dunque non necessariamente indipendenti ma con un’autonomia tale da potersi impegnare in relazioni globali di cui beneficerà tutto il territorio circostante ». No, il geopolitologo di origine indiana Parag Khanna, 40 anni e già un curriculum ricco di bestseller e consulenze governative internazionali,
non è un visionario distopico. Ex consigliere di Barack Obama, analista del Centre on Asia and Globalization di Singapore, nel suo ultimo saggio, La rinascita delle città- stato, pubblicato in Italia da Fazi, vede le città come motore di progresso e governabilità.
Da dove nasce questa sua visione della polis?
«Le polis, le macrocittà appunto, sono da sempre il luogo dove si danno risposte pratiche a problemi ampi: gestione del territorio ma anche lavoro, ambiente, educazione e così via. Non è qualcosa di astratto, succede già. Penso a Singapore: città e stato. Ma anche ad Amburgo che esercita la sua influenza sul mondo da 700 anni. A Dubai, che conta su una rete di relazioni d’affari pur non essendo la capitale degli Emirati Arabi. E poi Istanbul, New York, Londra, Milano. Senza dimenticare le province cinesi: il Guangdong, che ha uffici ovunque e chiede voli che non passino da Pechino. Perché questo sistema funzioni l’autonomia deve bilanciarsi con la condivisione delle rispettive migliori pratiche di governo».
La tecnocrazia diretta di cui parla nel libro? Lei fa gli esempi di Svizzera e Singapore, ma non teme che siano troppo diverse da noi e che importare quei modelli sia impossibile?
«La tecnocrazia diretta è una forma di governo efficiente, capace di dare risposte immediate. Non è un’alternativa alla democrazia che è il sistema all’interno del quale ci muoviamo: istituzioni, leggi, burocrazia sono un’altra cosa. Certo che non si può innestare il sistema di altri: bisogna declinarlo alle proprie esigenze. Nelle scienze politiche si parla del “problema della Danimarca”, l’eccellenza cui tutti aspirano ma nessuno raggiunge. Bisogna guardare a ciò che funziona altrove e usarlo come un menù: imparare da Singapore, Svizzera, Canada, Giappone...».
Le pare fattibile in un’Europa attraversata da pulsioni sempre più indipendentiste?
«Sì, e proprio perché i movimenti indipendentisti guardano a città di riferimento: Barcellona per la Catalogna, Edimburgo per la Scozia e così via. Garantiscono identità e organizzazione tecnocratica».
Quello che sta succedendo in Spagna non dimostra che polis e stati sono in rotta di collisione?
«La Catalogna è una buona idea finita male. Ho simpatia per i movimenti di autodeterminazione, ma qui ha prevalso l’emotività. Madrid non può permettersi di perdere le entrate fiscali catalane: la Spagna non reggerebbe. Ma bisogna trovare un accordo che dia ai catalani più autonomia fiscale in cambio di una tassa annuale per i servizi che Madrid fornisce. Il governo spagnolo dovrebbe però impegnarsi ad investire di più in infrastrutture come il corridoio costale importantissimo per la Catalogna».
Tutta questione di soldi? La gente parla di identità, di sovranismo contro globalismo.
«Ne parlano i politici per i loro interessi: la gente non sa nemmeno che significa. Nei paesi che funzionano è un dibattito che non esiste, basato su una falsa dicotomia: nessuno è autarchico, tutto ha ormai dimensione globale» E dunque?
«Io la vedo così: crescere separati per stare insieme. Nessuno sopravvive da solo, ma stati sempre più piccoli farebbero bene all’Europa perché vorrebbero stare al suo interno. I catalani vogliono uscire dalla Spagna non dall’Europa: sanno che se battessero moneta nessuno investirebbe. Vogliono dividersi per ragioni fiscali. Dunque sì, è principalmente questione di soldi: l’identità viene dopo. E poi sanno che più i paesi sono grandi più i governi sprecano o sono corrotti» L’Europa sembra perennemente in crisi, dilaniata da separatismi e populismi.
«Io vedo invece un futuro dinamico. Le crisi fanno bene all’Europa, nata proprio dal superamento di crisi dopo crisi. Creano opportunità: ma poi bisogna spiegarle alla gente. Nessun politico europeo, a parte Angela Merkel che poi ha dovuto fare marcia indietro, ha detto che l’immigrazione serve, perché senza immigrati chi pagherà le pensioni, chi si occuperà degli anziani, visto il calo delle nascite? Si insegue l’onda emotiva, invece di guidarla».
Non ha sentito nessun politico dire certe cose, dunque: ma c’è qualcuno che le piace di più?
«Mi interessa Emmanuel Macron, l’unico capace di spiegare che la situazione non è uno scherzo e a capire che la Francia è ormai troppo grande: bisogna alleggerirne il sistema economico e politico. Anche Mark Rutte, il premier olandese, è bravo, ha saputo imporre importanti tagli a dispetto delle critiche. Ma nessuno va verso il “consenso depoliticizzato” che sicuramente funziona: governi con ampie coalizioni, dove i politici si mettono d’accordo su cose concrete da fare».
Anche sotto la spinta pressante dei populismi?
«È proprio questo il punto. I populisti al governo sono un disastro ovunque ma bisogna capire che di destre, populisti e di chi ha votato Brexit non ci libereremo con belle parole. Non sono irrazionali: pensano ai propri interessi. È sbagliato metterla in termini di valori: che siano nazi, cristiani oltranzisti, socialisti, hanno una visione. Dobbiamo capirla e lavorare su quella. Il problema sono i migranti? Allora dobbiamo spiegare meglio che l’immigrazione serve ma anche far leggi più restrittive perché chi entra non abusi del suo diritto a star qui».
L’Italia andrà al voto tra qualche mese.
«Mi hanno cercato i Cinque Stelle, ma io lavoro solo con i governi e ho rifiutato collaborazioni. Era ottima l’idea delle regioni metropolitane dell’ex premier Matteo Renzi. Chi governerà deve lavorare in quella direzione: città che mettono insieme risorse e competenze. Poi il vostro credito andrebbe coperto con bond europei per permettervi di ristrutturare il debito. E dovete risolvere la questione immigrati. L’Italia non può farcela da sola, ma i migranti vi servono per garantire un futuro al paese. Un buon inizio sarebbe approvare lo Ius Soli. Le politiche che avete ora non aiutano l’inclusione ».
“L’Europa non è in declino irreversibile, credo invece che avrà un avvenire dinamico: le crisi fanno bene al vostro continente”
* IL SAGGIO La rinascita delle città-stato di Parag Khanna ( Fazi, traduzione di Franco Motta pagg. 200, euro 20)
La Stampa 21.11.17
“Così ho salvato dal Califfo i tesori delle fedi monoteiste”
Padre Najeeb ha digitalizzato ottomila manoscritti cristiani e islamici del suo convento di Mosul. Molti sono ora al sicuro nel Kurdistan iracheno
di Daniela Fuganti

Quando nel 2014 Mosul cade nelle mani dell’Isis, migliaia di cristiani fuggono dalla pianura di Ninive, nel Nord dell’Iraq. Nel corso di una straordinaria epopea, padre Michaeel Najeeb - di cui in Francia è appena uscito il libro
Sauver les livres et les hommes
(ed. Grasset) - salva migliaia di antichi manoscritti destinati alle fiamme dai jihadisti. In questi giorni a Parigi una mostra all’Istituto del Mondo Arabo evoca la storia millenaria dei «Cristiani d’Oriente».
Padre Najeeb, la mostra all’Ima percorre la storia dei cristiani del mondo arabo. Nel suo libro, lei racconta invece l’attualità, ciò che ha vissuto in prima persona durante la tragica scalata dell’Isis.
«Sono nato e cresciuto a Mosul. Insieme con i nostri cugini di Palestina, più che “cristiani d’Oriente” noi siamo innanzitutto i “primi cristiani”. Molti di noi discendono in linea diretta da quegli ebrei che vivevano in cattività in Mesopotamia parecchi secoli prima della nascita di Gesù. La culla del cristianesimo è in Oriente: il primo Papa, San Pietro, era palestinese; Gesù era ebreo e parlava l’aramaico, la stessa lingua che noi usiamo oggi. Tuttavia in Oriente i cristiani hanno sempre vissuto in stato di inferiorità, fra persecuzioni, esodi e umiliazioni, anche prima dell’islam».
Dal suo convento, a Mosul, lei ha potuto osservare gli eventi e percepire in questi ultimi anni i segnali di ciò che sarebbe accaduto.
«Il convento di Mosul, dove sono rimasto fino al 2007, quando i miei superiori mi ordinarono di lasciarlo per le rappresaglie di salafiti e islamisti - rapimenti e omicidi di preti, vescovi e civili - è sempre stato per me un punto di riferimento. Bambino, passavo il tempo nella sala di lettura. La biblioteca, oggi distrutta, era il polmone culturale della regione, un luogo magico: a metà del XIX secolo, i domenicani avevano fatto venire dall’Europa la prima tipografia della regione, funzionante fino all’arrivo degli Ottomani che buttarono i macchinari nel Tigri. Il mio timore era che questo tesoro andasse un giorno perduto, così negli Anni 90 mi sono improvvisato bibliotecario, ho fatto un inventario e ho cominciato a digitalizzare più di ottomila manoscritti».
Aveva un brutto presentimento?
«All’inizio l’ho fatto per salvaguardare documenti di valore inestimabile. Testi di storia, filosofia, spiritualità cristiana e musulmana, letteratura e musica, scritti in aramaico, siriaco, arabo, armeno, redatti fra il XIII e il XIX secolo; ma anche testi islamici, e i due libri sacri degli Yazidi, la più antica e straordinaria religione monoteista, insediata in Mesopotamia fin dal III millennio, che ha influenzato il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Nel 1990 ho fondato il Cnmo (Centro digitale di manoscritti orientali). Da 25 anni percorro il Paese in lungo e in largo per scovare capolavori nascosti».
Di questi ottomila manoscritti digitalizzati, la metà non esiste più, distrutta dall’Isis. Quelli che rimangono sono oggi al sicuro a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Come è riuscito a salvarli?
«Nel 2007 Mosul era diventata troppo pericolosa, allora trasferimmo la nostra preziosa biblioteca nel convento domenicano della vicina città di Qaraqosh, ritenuta più sicura».
Non per molto, visto che nel 2014 l’Isis ha occupato Mosul, e subito dopo Qaraqosh.
«In effetti, a fine luglio 2014, una decina di giorni prima che le due città capitolassero, ci rendemmo conto che la situazione stava precipitando, e improvvisammo il gigantesco trasloco dei nostri tesori: quadri, manoscritti e incunaboli, da Qaraqosh a Erbil, distante 70 chilometri, ripromettendoci di fare un secondo trasferimento la settimana seguente. Il viaggio è avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 agosto, ma non nel modo previsto».
Che cosa accadde?
«Ero rimasto a Qaraqosh con altri due fratelli. Alle 6 del mattino, un’esplosione svegliò la città. La sera, assordati dagli spari dei kalashnikov ormai vicini, stipammo nella confusione più totale il maggior numero di manoscritti possibile nelle mie due macchine. Per ritrovarci, stracarichi, sulla sola strada che porta in Kurdistan, annegati nell’immenso esodo delle popolazioni cristiane e yazide in fuga verso Erbil, in mezzo ai soldati curdi e agli ufficiali peshmerga che si ritiravano clacsonando all’impazzata. All’ultimo si aprì la frontiera, che riuscimmo a varcare solo a piedi, con il nostro carico di incunaboli sulle braccia, fra le pallottole che ci fischiavano intorno e la bandiera nera dell’Isis in lontananza. Penso all’esodo di Mosè e del popolo ebraico. Il nuovo faraone si chiama Abu Bakr al-Baghdadi, questa notte atroce segna il suo trionfo e mostra volto nero dell’islam. Nel Corano (sura 9, versetto 28), Maometto ordina di combattere tutti quelli che non credono in Dio e nel suo Profeta. Esattamente ciò che fecero i musulmani nel VII secolo, le guerre sante in nome di Dio, uccidendo e rubando le terre delle popolazioni conquistate».
Come ha trovato Mosul dopo la liberazione dall’Isis?
«L’Isis ha distrutto la storia di Mosul, l’antica Ninive, facendo saltare in aria la tomba del profeta Giona, venerata da cristiani, ebrei e musulmani. Era il simbolo della città: sotto le vestigia del XII secolo c’era una chiesa, posata su una sinagoga, posata a sua volta su vestigia assire, il palazzo di Assurbanipal. Camminando ai piedi delle mura, ho inciampato su una lastra mezza sepolta, coperta di caratteri cuneiformi. Mentre la spolveravo con devozione, un vecchio con la kefiah in testa mi guardava sfiorando il masso con il suo bastone: “Non preoccuparti, c’è un sacco di pietre come queste nella città. Sono lì da sempre, e saranno ancora lì quando tu non sarai più di questa terra”».
La Stampa 21.11.17
Thomas Mann: è l’Europa l’unico antidoto al nazionalismo tedesco
Tornano, con una introduzione di Giorgio Napolitano, i Moniti etico-politici scritti tra le due guerre: mai così attuali
di Francesca Sforza

Mai così tedesco, Thomas Mann, come quando era lontano dalla Germania. E mai così attuale come nei giorni in cui la Repubblica Federale, dopo aver per la prima volta riammesso nel Bundestag gli estremisti del partito di destra AfD, si prepara ad affrontare una stagione quanto mai difficile, senza una maggioranza di governo stabile, con una cancelliera sfinita da infruttuose consultazioni e un futuro segnato da incertezza e instabilità. Leggere oggi Moniti all’Europa, raccolta di saggi di Thomas Mann scritti tra il 1922 e il 1945 - che Mondadori ripubblica dopo sessant’anni dalla prima edizione nella stessa traduzione di Lavinia Mazzucchetti e con un’importante introduzione di Giorgio Napolitano - significa dunque ripensare alcuni tragici nodi del passato, ma anche snebbiarsi gli occhi dalle opache interpretazioni del momento presente.
La raccolta si apre con lo storico discorso berlinese del 1922 Della repubblica tedesca, a sostegno della repubblica di Weimar, attraversa gli scritti più espressamente anti-hitleriani e i radiomessaggi inviati all’America al popolo tedesco durante gli anni della guerra, per poi concludersi con due fondamentali saggi del 1945: La Germania e i tedeschi, e Perché non ritorno in Germania, in cui Thomas Mann concentra in pagine brevi e intensissime il senso della missione individuata per il proprio Paese, ovvero quello di farsi il più possibile europeo. Una domanda però sorge spontanea: siamo di fronte allo stesso autore che nel 1918 pubblicava le Considerazioni di un impolitico, manifesto del più puro neoconservatorismo, venato di pulsioni illiberali e antidemocratiche, ambiguo nei toni e appannato nei propositi? A tentare una risposta è Giorgio Napolitano, nella sua introduzione, quando sottolinea il bisogno di Mann di trovare, per sua stessa ammissione, «una verità nuova quale nuovo stimolo di vita»: l’adesione alla repubblica e alla democrazia, scrive il Presidente emerito, «risente in qualche passaggio ancora di un certo impaccio, ma senza più ombra di dubbio o equivoco», in particolare quando attacca «“i patrioti avversari”, il loro nazionalismo, e ne ridicolizza la nostalgia dinastico-imperiale del Paese».
C’è uno scritto, in particolare, che riassume con forza la ritrattazione di Considerazioni di un impolitico - ritrattazione a tratti insinuata, ma mai resa esplicita, è bene ricordarlo - ed è La Germania e i tedeschi, in cui Mann, per prima cosa, confessa di sentirsi profondamente a suo agio nei panni americani: «Così come le cose stanno oggi [giugno 1945, ndr], il mio germanesimo è qui, nell’ospitale cosmopoli, nell’universo nazionale e razziale che ha nome America, al suo posto migliore». È come se la permanenza americana portasse una ventilazione nuova nei suoi pensieri, facendogli cogliere la bellezza dell’universalismo, del cosmopolitismo, della mescolanza. E meglio mostrasse, per converso, l’angustia dei sovranismi, delle barriere nazionalistiche, dei deliri identitari e dei trionfalismi germanocentrici.
Ed è peculiare che Mann scelga, per meglio esprimere le contraddizioni dell’animo tedesco, Martin Lutero, il riformatore, l’uomo della separazione da Roma. Per un verso Mann ne riconosce la grandezza, relativamente alla capacità di garantire la libertà religiosa, per l’altro però ne vede l’incapacità di comprendere con la stessa lungimiranza la libertà del cittadino, come ben sintetizzò la sua posizione - di totale disprezzo e rifiuto - nei confronti della rivolta dei contadini. Thomas Mann, di fronte a Lutero, è in primo luogo spaventato, e a spaventarlo è l’estrema «tedeschità» dell’uomo, il suo spirito anti-romano e anti-europeo: «Non mi sarebbe piaciuto essere ospite alla tavola di Lutero, mi sarei probabilmente sentito come nella dimora di un orco, mentre sono persuaso che me la sarei cavata molto meglio con Leone X, cioè con Giovanni de’ Medici, il cortese umanista che Lutero soleva chiamare “la scrofa del demonio, il Papa”».
In antitesi al modello-Lutero si staglia, nel percorso del Mann americano e rinnovato, la figura di Goethe, capace di conciliare forza popolare e civilizzazione: «Egli è il demonismo consumato, è spirito e sangue a un tempo, cioè arte [... ], con lui la Germania ha fatto un grandioso passo avanti sul cammino della civiltà umana».
Ciò che più di tutti Thomas Mann lamenta, nel guardare le macerie tedesche, è quel pendere dalla parte di Lutero, più che di Goethe. E risuona sinistra la domanda che pone e si pone: «Perché l’impulso di libertà tedesco deve sfociare sempre in una non-libertà interiore?».
Nel ribadire di non essere in alcun modo un nazionalista, Thomas Mann in questi scritti affida il destino della Germania, e anche il suo personale, all’impegno nei confronti dell’Europa, unico antidoto al nazionalismo tedesco: «Mi si conceda il mio germanesimo cosmopolita», scrive quasi chiedendo indulgenza per non voler ritornare in patria, dopo la guerra. Sarebbe stato per lui un gesto troppo politico, la cui portata, ne era forse consapevole, non avrebbe saputo gestire.
Il Fatto 21.11.17
Manson, killer psichedelico Muore il fantasma del Male
La strage del ‘69 - La sua figura è rimasta fossilizzata a emblema degenerato della stagione di trasgressione e “Peace & Love”
di Stefano Pistolini

La morte di Charles Manson è l’ultimo atto della relazione particolare che la società americana ha intrattenuto col fenomeno indigeno e complesso della cultura hippie, di cui Manson fu il prodotto più terribile e deviante, rappresentazione dell’equivoco tra l’immagine mediatica che di essa ebbe il mondo e la più prosaica realtà che oggi comprendiamo – senza più correre il rischio d’essere bollati “porci capitalisti”. Guru e serial killer, stupratore e cantautore, caporione e ladruncolo, criminale inveterato e soprattutto prodotto psichicamente devastato di un’infanzia derelitta, Manson colpisce in modo indelebile la fantasia degli americani allorché, nella fatale estate del ’69 – quella dello sbarco sulla Luna, della defaillance dei Kennedy a Chappaquiddick, del festival di Woodstock – l’elettrizzante disordine del progresso conosce un feroce contrappasso. Edonismo e liberazione, sperimentazione e psichedelia, droghe chimiche e esplorazioni sessuali, pacifismo e confronto razziale, alla fine producono i propri mostri: Charles Manson ne incarna la versione più perversa, così maligna, satanica e ributtante da permettere a qualsiasi cittadino di buona volontà la ridefinizione del bene e del male nella modernità, invocando il ritorno alla normalità, il più lontano possibile dai rischi del cambiamento selvaggio.
In sostanza l’avvento di Manson e la sua silhouette, subito incorniciata dalla rassicuranti sbarre di un carcere a vita, la condanna a 9 ergastoli, il propagarsi della sua dottrina di sopraffazione, sfruttamento e incantamento, restituiscono all’America l’occasione per ristabilizzarsi dopo il biennio inaugurato dalla Summer of Love, dal manifestarsi delle Black Panthers e rabbuiato dal perenne incubo del Vietnam.
Un tempo durante il quale la nazione sembrava avviata a un folle, perenne cambiamento che, presagivano i conservatori, l’avrebbe condotta a una coloratissima, quanto certa, disintegrazione. Dunque, ecco Manson agente della normalizzazione. Con lui, con la sua follia, i suoi eccessi e i suoi delitti, si descriveva l’equivoco di una società che pareva aver lasciato libero accesso ai territori della fama e della ricchezza a chiunque fosse in grado d’inscenare la trasgressione nel modo più clamoroso possibile.
Manson era proprio questo: un diseredato che aveva intravisto nella spettacolarizzazione dei suoi istinti sadici, l’insperata via per raggiungere ciò che era fuori portata per un dropout come lui, trasformandolo in divo di quella cultura dello spettacolo di cui invidiava gli esponenti più in vista, nella California anni Sessanta dove s’era stabilito in cerca d’occasioni. A quel punto il suo curriculum già promette il peggio: nato a Cincinnati nel ’34 da una prostituta 16enne e senza padre, Charles vive un’adolescenza disfunzionale. Conosce subito correzionali e penitenziari per furti ed episodi di violenza. Si distingue come sfruttatore della prostituzione (anche delle donne che nel frattempo commettono l’imprudenza di sposarlo) e per questo reato negli anni Cinquanta subisce una condanna che lo restituisce alla società, tutt’altro che ravveduto, solo nel ’67. Nel frattempo in cella, a modo suo, si è fatto una cultura: si è interessato a Scientology e ha letto i testi motivazionali di Dale Carnegie, tipo Farsi degli amici e influenzare gli altri, del quale, racconterà lui stesso, lo affascina un principio: “Tutto ciò che fai nasce da due motivazioni: il sesso e il desiderio di affermazione”.
Durante la detenzione Manson impara a suonare la chitarra e si convince d’avere il talento per arricchirsi facendo una delle poche cose che paiono raggiungibili a un incolto selvaggio come lui: diventare una rockstar. Dunque la San Francisco di Haight Ashbury e della cultura hippie in cui mette piede una volta libero, costituiscono il migliore brodo di coltura per cominciare la sua scalata. Che passa attraverso la formazione d’una personale setta, dedicata al culto della sua ingombrante personalità. Sono le Charlie’s Girls, antesignane di quella che diventerà la Family, mettendo radici in un fatiscente accampamento nel deserto alle spalle di Los Angeles. Quasi tutte ragazzine sbandate, con l’aggiunta di qualche tipo poco raccomandabile, dedito a spaccio e attività criminose, compattati dalla personalità del capo, dai suoi appetiti sessuali e dalla sue confuse prediche, nella quali disegna un mondo sull’orlo dello scontro finale: bianchi contro neri, ricchi contro poveri, riappropriazione del benessere, vendetta per le soddisfazioni negate.
Paccottiglia intellettuale per menti offuscate e psicologie danneggiate, che tuttavia danno a Manson ciò di cui ha bisogno: un esercito per sfidare il mondo. Tanto più dal momento che le speranze di fare strada nel mondo musicale si sono dissolte: i Beach Boys l’hanno accolto per qualche settimana nel loro drogatissimo entourage e hanno perfino inciso una sua canzone, ma poi l’hanno messo alla porta come uno dei tanti profittatori. Manson si dichiara tradito dall’establishment e lancia la sua personale apocalisse, producendo il salto di qualità nelle scorribande dei seguaci: non più il situazionismo degli episodi di creepy crawling (irruzioni nelle case dei “ricchi” dove venivano spostati degli oggetti, senza rubare nulla, per provocare insicurezza e agitazione nelle vittime), ma due vere e proprie stragi, quella a casa di Sharon Tate e quella a casa dei coniugi La Bianca, condotte con la follia, la spietatezza e la demenza di un gruppo di dissennati, ormai divenuti pericolosissimi. Il resto è cronaca: processi, condanne, gesti demoniaci, il tentativo di mantenere viva una popolarità, possibilmente la più maledetta di tutte.
Questo, dopo una vita d’inganni, rimane l’unico vero successo di Manson. Perché l’America l’ha conservato e contemplato in gabbia – nella gabbia in cui ha trascorso tre quarti della vita – come un monito e il souvenir di un’illusione sbagliata. E nell’usare Manson come simbolo di un’illusione sbagliata, ovviamente ha anche commesso una sommaria ingiustizia, che ha travolto lo splendore e l’ispirazione che negli stessi anni diedero al mondo l’intuizione di nuove forme di liberazione, comunicazione e felicità.
Perché Manson è stato il verme nella torta, la mela marcia che contagia, il figlio sbagliato che travia i coetanei. Osservandolo dibattersi nella sua cella, pazzo e indomato, eppure circondato da quella velenosa aura mistica, gli americani hanno invece consegnato la diversità di Manson e dei suoi tempi alla sfera dell’irreale. Esperienze da tenere lontane, perché insegnano che il nuovo e lo sconosciuto possono sfociare nella brutalità e nel caos. E perché sembrano ormai irrecuperabili gli anni in cui andare in cerca di conoscenze – anche delle più misteriose – appariva come una seducente emozione, nella terra delle mille promesse.
Repubblica 21.11.17
Morto in California, dove scontava l’ergastolo, il folle guru responsabile di alcuni dei più terribili crimini dell’America degli anni ’60
Manson, vita e orrori del piccolo Satana che trasformò in incubo l’utopia hippy
di Vittorio Zucconi

LO CHIAMARONO “Satana”, ma Charles Manson era soltanto un demente, colui che chiuse nel sangue il decennio del sangue, gli anni ’60 in America. Con la mattanza di sette innocenti, più il feto di otto mesi e mezzo che la stupenda attrice Sharon Tate portava nel ventre, sbudellati in un’orgia di atrocità consumata in due notti d’agosto dalle sue erinni strafatte e dai suoi seguaci, questo ometto di appena un metro e cinquanta, figlio di nessuno e assassino di molti segnò un tempo che aveva sognato nei fiori e si sarebbe suicidato nella violenza. L’atto finale di una lunga tragedia americana, aperta dall’assassinio di Kennedy nel 1963, continuata negli omicidi di Martin Luther King e di Malcolm X, trasportata fino ai campi della morte indocinesi dove 58 mila giovani soldati e milioni di vietnamiti sarebbero morti non avrebbe potuto che andare in scena nel mondo dello show business, del cinema, della musica, dell’immaginazione, fra Hollywood e l’Oceano Pacifico, a Beverly Hills.
Tutto, nel film dell’orrore che Manson e la sua “famiglia”, come lui definiva l’accozzaglia di sbandati, di scappate di casa, di profughi della Grande Illusione Hippy, dei fiori e dell’acido, parla il linguaggio del cinema, l’eterna, feroce musa che attira verso quelle colline attorno a Los Angeles tutto ciò rotola verso l’Ovest. Il ranch dove aveva raccolto le sue schiave e i suoi pochi zombie maschi era un set di film Western abbandonato, appartenente a un ottantenne, George Spahn, che aveva accettato di ospitare Manson e i suoi seguaci in cambio di un po’ di manutenzione dei ruderi e di cura dei cavalli affittati ai rari visitatori. E di qualche servizietto delle ragazze che il Guru maligno metteva a sua disposizione. Come Lynette Fromme, che si era guadagnata il nomignolo di “Squeaky”, perchè squittiva ogni volta che il vecchio le pizzicava le cosce. Nel 1975 sarebbe divenuta celebre per avere sparato, senza colpirlo, al presidente Gerald Ford, conquistandosi il carcere dove ancora oggi vegeta.
Il cinema era naturalmente il mondo dove Sharon Tate, l’incantevole moglie del regista Roman Polanski e attrice di non eccezionale talento, viveva, in quella villa di Bel Air, il meglio di Beverly Hills, ed era la sera del 9 agosto 1969 quando le tre ragazze e l’uomo incaricati da Manson di compiere il massacro rituale dei “Pigs”, dei porci, la trovarono, insieme con un parrucchiere delle dive, uno sceneggiatore amico di Polanski e la moglie, una ricchissima ereditiera e il figlio del giardiniere, un ragazzo di 18 anni che stava lasciando la casa. Polanski era lontano, in Europa, per promuovere il suo film più celebre “Rosemary’s Baby” e la mattanza fu facile per quei quattro cavalieri di morte. Uccisero tutti, con la “calibro 22” che sarà trovata giorni dopo, con i coltelli, uno dei quali sarebbe stato recuperato dagli investigatori, infierendo sui vivi e sui loro cadaveri, torturandoli, sventrando Sharon e la sua creatura. La Tate, che si era offerta come ostaggio per salvare la vita degli altri, morì sotto quindici coltellate, mormorando “Mother... mother…”. Il suo sangue fu usato per scrivere “Pig”, maiale, sulla porta di casa per lasciare “un segno da streghe”, come Manson aveva ordinato.
Era la realizzazione di quel progetto di “Helter Skelter”, di caos, che Charles Manson diceva di avere scoperto nelle liriche, nei suoni violenti, nel rock inusuale del pezzo che Paul McCartney aveva scritto per i Beatles, perchè anche la musica, come il cinema, avvolgevano la sua follia. Aveva conosciuto, frequentato e inciso con il batterista degli allora adorati Beach Boys, Dennis Wilson, per il quale aveva scritto un pezzo, “Non disimparare mai ad amare” , ma il suo progetto politico era scatenare la guerra dei bianchi contro i neri, di eliminare i più deboli per meglio distruggere gli afro americani, nel segno del suo neonazismo che avrebbe inciso con la punta di un coltello sulla fronte, nel segno della svastica.
Nel bis offerto la sera successiva, il 10 agosto, di nuovo la strana allusione al cinema sarebbe tornata, in una coincidenza che avrebbe più tardi solleticato l’immancabile “complottismo” generato da ogni delitto sensazionale. Quella sera, ancora ubriachi del sangue appena versato, le furia della “Famiglia” si avventarono sopra i coniugi LaBianca, proprietari di una catena di supermercati, Leno e Rosemary, come il personaggio del film, quasi che anche quel delitto fosse una forma segreta di promozione organizzata da Polanski, per dimostrare che Satana esiste ed è tra noi. Sul ventre della donna, l’assassina incise la parola “War”. Guerra.
Assurdità che l’implacabile magistrato che riuscirà a collegare tutti i delitti a Manson e a farlo condannare a morte, prima che nel 1971 la forza fosse abolita in California, avrebbe smontato, offrendo al mondo, anche durante il processo, la visione del pozzo senza fondo di orrore che Manson, con la sua capacità di seduzione, aveva aperto. Le sue schiave, le “sue streghe” avrebbe danzato, cantato, ballato, finto estasi e possessioni diaboliche durante le udienze, alle quali lui avrebbe assistito con lo stesso disprezzo mostrato anche in carcere, nelle udienze per la libertà vigilata che per dodici volte in mezzo secolo gli sarebbe stata rifiutata.
Sei film sono stati prodotti e distribuiti su di lui e sui suoi delitti, in una realizzazione inutile della sceneggiatura che aveva scritto con il sangue delle vittime e innumerevoli documentari e speciali tv, alimentati dalle testimonianze e dalle interviste di vecchie donne appassite in carcere, le sue schiave del sesso, le sue furie. Spente e tristi come il ricordo di un decennio che aveva sperato nei figli dei fiori ed era finito con un sacrificio umano.

Con il massacro dei Pigs e l’omicidio di Sharon Tate realizza il diabolico piano del “caos” Il suo piano politico era scatenare la guerra bianchi contro neri nel segno del neonazismo

Charles Manson, il mandante delle due più celebri e terribili stragi degli anni 60 negli Usa, è morto nella notte fra 19 e 20 novembre al Kern County Hospital di Bakersfield. Aveva 83 anni. Scontava l’ergastolo per sette omicidi
il manifesto 21.11.17
Scommesse poco negoziabili
Tempi presenti. Un saggio a più voci - Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo - per discutere de «Il comune come modo di produzione», pubblicato da ombre corte
di Toni Negri

Non ci si può certo lamentare che del «comune» non si parli abbastanza. Non nei Parlamenti, certo. Ma nelle università e nei centri di ricerca in economia e in filosofia, sembra divenuto topos centrale. Si può malignare che appena si impone un tema rivoluzionario qual è il «comune», si scatenano tentativi istituzionali per neutralizzarlo.
Il libro di Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo – Il comune come modo di produzione (ombre corte, pp. 230, euro 20) – rappresenta una solida barriera eretta contro ogni recupero e un riuscito esperimento per darci un’immagine concreta del comune. Meglio, ci offre una discussione critica del suo concetto, dell’astrazione che lo estrae dal reale, per aprirla a un dispositivo di soggettivazione politica. Oltre a fornire un originale approccio scientifico al «comune», questo libro possiede anche una forte tonalità pedagogica e politica.
PER ORDINARE LA LETTURA del libro, scritto da quattro autori (che perciò contiene qualche utile ripetizione), dividiamolo in quattro parti: una prima decostruttiva delle teorie del comune afferenti all’ideologia economica individualista e/o socialista; una seconda parte costruttiva del concetto di «comune come modo di produzione»; una terza che affronta il tema del «diritto del comune»; e una quarta che sviluppa la problematica del comune nell’economia digitale e della conoscenza.
È noto come nell’ambito delle teorie economiche a fondamento individualista la stessa possibilità del «comune» sia stata trasformata in «tragedia», in catastrofe sociale dal paradosso di Harding, e prudentemente recuperata dalla Ostrom e dalla sua scuola, affidandola alla «buona volontà». Quanto ai prudhoniani Dardot/Laval, il comune è analizzato come idea, ragionevole ed eticamente doverosa, da costruire componendo immaginazione sociologica e militanza politica. A confronto con queste figure ideologiche, Vercellone e i suoi compagni rinnovano l’analisi realistica della «macchina» che produce il comune. Le trasformazioni del lavoro, la sua cognitivizzazione e la sua qualificazione biopolitica, da un lato, e, dall’altro, le nuove strutture tecnologiche della produzione costituiscono base fondamentale del configurarsi del comune come «modo di produzione» – alla stessa maniera nella quale lo erano la «manifattura» o la «grande industria» nella classificazione marxiana.
Ma la determinazione sociologica e tecnologica non è sufficiente. È alla lotta di classe che si svolge nel sociale per l’appropriazione di quote di reddito e di welfare, che è riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione del comune. «Quando i saperi vivi, incorporati e mobilitati dal lavoro svolgono nell’organizzazione sociale della produzione un ruolo preponderante rispetto ai saperi morti, incorporati nel capitale costante e nell’organizzazione manageriale dell’impresa»; «quando l’espansione dei servizi collettivi, permette la formazione di quelle che possiamo chiamare intelligenza collettiva o intellettualità di massa»; insomma, «quando dallo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza comincia a liberarsi ’tempo’ come forza produttiva immediata» allora si sperimenta la maturazione del nuovo modo di produrre: cognitivo, cooperativo, affettivo, dunque ’comune’».
È CARATTERISTICO del pensiero di Vercellone insistere sulla funzione costitutiva di quelle che chiama «produzioni dell’uomo per l’uomo»: dall’occupazione che l’operaio sociale ha compiuto del terreno produttivo e riproduttivo e dalla nuova forma del «salario», estesa al welfare, si esprime così la nuova faccia dell’operaismo, che ridefinisce la formula: «sono le lotte che producono lo sviluppo». Ma che determinano anche la crisi: si spiegano infatti così «le tensioni economiche e sociali provocate dal proseguimento di una politica di trasformazione delle produzioni dell’uomo per l’uomo in beni privati. Essa rischia di destrutturare le condizioni più essenziali alla base della riproduzione di un’economia fondata sulla conoscenza».
IL CAPITOLO sul «diritto del comune», scritto da Francesco Brancaccio, muove dal primato accordato alla prassi sociale e cooperativa, nella teoria operaista del comune, per costruire il riconoscimento giuridico dei «beni comuni» nell’ordinamento attuale e per aprire alla possibilità di concepirli come potenze che compongono il modo di produzione in via di emersione. Due dispositivi della trattazione.
In primo luogo, un’insistenza continua, alla maniera di Pashukanis, per evitare la riduzione del concetto di comune alla fissità di una «proprietà comune», di un terzo modello di proprietà – cercando piuttosto di definire un «regime di inappropriabilità», istituito per proteggere l’accumulazione di stock di sapere, di risorse, di prodotti dalla loro espropriazione capitalistica.
In secondo luogo, il discorso si muove tra l’affermazione del concetto (il comune non è proprietà) e la determinazione teorico-politica di oltrepassare gli ostacoli che il diritto attuale pone a ogni superamento della proprietà privata (o pubblica). Mi sembra che la definitiva conclusione («la proprietà comune non si definisce come un concorso di diritti di proprietà ma come il prodotto di un insieme molteplice di diritti e di pratiche d’uso») costituisca un forte stimolo ad avanzare – componendo un quadro che, dopo aver dissolto il «terribile diritto» in un bundle of rights, lo percorre come dispositivo di soggettivazione comune.
«L’uso determina un vincolo di destinazione del bene o della risorsa nel senso dell’inappropriabile. Questo vincolo (come ricorda Paolo Napoli) non è negativo ma positivo, perché si rivela come un moltiplicatore di possibilità. Non appropriarsi di una ’cosa’, farne un uso sociale e condiviso, apre all’invenzione positiva di nuove relazioni sociali, di nuove forme di vita. L’abbandono della sfera del proprium non è un limite alla libertà ma un suo potenziamento».
QUANTO PIÙ L’ANALISI avvicina conclusioni politiche, tanto più diventa prudente. È un buon segno – significa che la discussione sul comune esce dalle biblioteche e diventa terreno di programma costituente. Questo ondeggiamento fra il teorico e il pratico, lo si verifica in più larga misura quando Vercellone e Giuliani affrontano l’ultima serie di problemi: il comune e l’economia digitale. Qui la lotta di classe per l’appropriazione della tecnologia e dei suoi usi viene in prima linea. Vercellone/Giuliani fissano tre tappe logico-storiche nello sviluppo della rivoluzione informatica e dei nuovi commons della conoscenza: una fase nella quale le principali innovazioni sorgono sospinte dal basso; una seconda di stabilizzazione della dinamica di innovazione open-science e open-knowledge, in sempre più chiaro conflitto con il modello proprietario – soccombendo tuttavia alle politiche dei grandi oligopoli, pur consolidando forme giuridiche originali come il copyleft. Si è aperta ora una terza fase, nella quale «i protagonisti del modello proprietario divengono sempre più consapevoli dei limiti che la logica di chiusura comporta per la loro stessa capacità di innovazione… Per supplire a questa impasse il capitalismo digitale e bio-tecnologico mette in opera strategie che cercano di recuperare al suo interno, per imitazione e cooptazione, il modello dei commons».
UNO SPUNTO di ottimismo c’è qui nel riconoscimento che l’innovazione nasce fuori (come già ha visto Christian Marazzi) dal circuito di impresa e se l’impresa riconcorre l’innovazione, riesce a riconquistarla pagando un prezzo altissimo all’apertura, all’invenzione e alla libertà dei nuovi commons. Non è un’illusione quella di poter rompere la gabbia. Al cenno ottimistico segue tuttavia la consapevolezza che il trittico commodification, propertization e corporatization che costituisce l’anima dell’iniziativa capitalista, resta comunque dominante. Come resistervi?
Ci sono obiettivi, impiantati sull’affermazione che la proprietà intellettuale deve essere abolita, che possono comunque fin da ora essere proposti. Ad esempio, l’interdizione della brevettabilità di tutti i beni informazionali e del vivente, una forte tassazione sui brevetti, ecc. Vi pare poco? Cominciamo, sostengono i nostri compagni: «i differenti appunti di questa agenda potrebbero costituire una potente contro-tendenza rispetto al trittico padronale, contribuendo a liberare l’economia della conoscenza dal peso della rendita e dai principali lacci della regolazione neoliberista del capitalismo cognitivo».
il manifesto 21.11.17
Charles Manson, la rockstar del male
Stati uniti. La morte dopo 48 anni trascorsi in carcere dell'uomo che incarna il lato oscuro della controcultura dei sixties
di Andrea Colombo

Charles Manson, che quando nacque il 12 novembre 1934 era stato battezzato Charles Midder Maddox e che è morto a 83 anni dopo aver passato in carcere gli ultimi 48, non è stato solo un feroce assassino e un serial killer a modo suo anomalo. È stato la rockstar del male, e in quel ruolo si è cullato sia nei decenni di galera sia in quel breve biennio tra una detenzione e l’altra, tra il 1967 e il 1969, nel quale insanguinò la California senza mai ammazzare nessuno con le proprie mani.
L’aura maligna ma anche carismatica che lo circonda da sempre e che lo ha reso una specie di demoniaco principe tra i massacratori si deve a questo più che al numero delle vittime o alla ferocia delle esecuzioni. Manson è stato il grande manipolatore, il guru che riusciva a infondere nella sua Family, composta soprattutto da ragazzine giovanissime, fedeltà assoluta e obbedienza totale, quello che ordinava e a volte supervisionava omicidi e stragi senza mai sporcarsi direttamente le mani.
La notte tra il 9 e il 10 novembre 1969, quando Tex Watson, Susan Atkins, Patricia Krenwinkel e Linda Kasabian, che sarebbe diventata poi la supertestimone dell’accusa, uccisero Sharon Tate, attrice tanto brava quanto bella, moglie di Roman Polanski incinta di otto mesi e mezzo, con i suoi quattro ospiti nella villa di Polanski a Bel Air, Los Angeles, Manson non c’era, anche se aveva deciso e ordinato la strage. Non fu soddisfatto dal risultato. Troppo panico tra le vittime, troppo chiasso, poco chiaro il messaggio, quel «Pig» scritto col sangue di Sharon sulla porta che avrebbe dovuto innescare la guerra razziale negli states. La notte seguente, quando gli stessi quattro giovanissimi discepoli più altri due, Leslie Van Houten e Steve “Clem” Grogan, ammazzarono in un sobborgo di Los Angeles i coniugi La Bianca, il maestro li accompagnò di persona. Legò le vittime, allestì la scena, diede indicazioni precise su cosa dovesse essere scritto, ma se la squagliò prima che la mattanza cominciasse.
Il funesto messaggio, è risaputo, gli era stato indicato dal White Album dei Beatles. La sempre citata Helter Skelter era in realtà solo una parte della cupa profezia. Prestò il nome al grande e sanguinoso sommovimento che Manson aveva il compito di fomentare dando fuoco con le sue stragi alla miccia: la grande guerra tra bianchi e neri alla fine della quale lui e i suoi apostoli avrebbero ereditato l’America. Ma in ogni canzone di quell’album c’erano una strofa, un passaggio, una paroletta che il sanguinario profeta interpretava come messaggio rivolto a lui.
Sharon Tate e i suoi ospiti e poi i La Bianca non furono le sole vittime di Manson. Altre ce n’erano state prima e ce ne sarebbero state ancora, anche quando il guru era dietro le sbarre da anni. Nel settembre 1975 Lynette «Squeaky» Fromme, l’adolescente che Manson aveva offerto come giocattolo sessuale all’80enne proprietario dello Spahn Ranch in cambio dell’ospitalità gratuita per tutta la tribù, fu arrestata mentre si preparava a uccidere il presidente Gerald Ford.
A leggerne la biografia, Charles Manson sembra predestinato a una vita sbagliata sin dalla culla: figlio di una 16enne, rifiutato dalla madre che una volta aveva cercato di venderlo a una cameriera senza figli per il modico prezzo di una birra, senza padre, cresciuto tra un piccolo crimine e l’altro, quando uscì per l’ultima volta di galera prima delle stragi, nel ’67, aveva già passato metà della vita in carcere. Ci si era tanto abituato che chiese di restarci, la sentiva come casa.
Ma non è questo ad aver fatto di Manson un caso unico nella casistica feroce dei serial killer. Per molti versi era l’opposto dei massacratori che popolano le cronache criminologiche. A differenza di Gary Ridgway, che sembrava tutt’al più un tantinello strano prima che confessasse 71 omicidi, o di Ted Bundy, il bel ragazzo che piaceva alle donne e ne aveva ammazzate una trentina, Manson non cercava di apparire normale. Non era uno dei tanti «assassini della porta accanto», quelli che raggelano il sangue proprio per la loro capacità di nascondersi dietro un grigio anonimato. Spiritato, allucinato, profetico e carismatico sembrava, e a modo suo effettivamente era, un prodotto della controcultura californiana dei sixties.
Le ragazzine scappate di casa che lo circondavano, l’uso e abuso di droghe allucinogene, il sesso sfrenato che il piccolo Manson aveva trasformato in strumento di dominio e controllo («Sono il re della scopata», dichiarò al processo e le adepte, tutte marchiate con la X della setta, si vantavano della loro dipendenza sessuale dal maestro), il rock, che Charlie non solo ascoltava ma suonava anche, con canzoni che erano piaciute a Dennis Wilson dei Beach Boys tanto da inciderne una, persino il pullman con cui la Family aveva battuto la West Coast prima di trasferirsi nello Spahn Ranch, quasi un gemello diabolico di quello con cui i Pranksters di Ken Kesey avevano inaugurato la stagione hippie: la Manson Family era in tutto identica alle tante comuni che proliferavano allora ovunque. Charles, razzista e assassino, allucinato e manipolatore, era il lato oscuro della controcultura, il Male che poteva celarsi dietro i colori dell’estate dell’amore proprio come i banali serial killer rivelano l’orrore che può nascondersi nelle pieghe di un’esistenza convenzionale. Manson si sentiva e voleva essere una star. Nel più atroce dei modi lo è stato.
Il Fatto 21.11.17
“Non ho capito Dante. Forse lui capisce me”
Le lezioni inedite sulla Commedia: “Non sono uno studioso, tuttalpiù uno studente attempato”
di Vittorio Sermonti

Pubblichiamo l’estratto di una lectio sulla “Commedia” che Vittorio Sermonti tenne a Firenze l’11 aprile 2013.
A rigor di lessico, io non sono un dantista: ciò che non mi mortifica e tantomeno — sia ben chiaro — mi inorgoglisce (ho conosciuto dantisti gretti e tediosi, e dantisti di straordinaria dottrina e spirito fulminante, qualche nemico distratto, e qualche preziosissimo amico). Ecco, ma in che senso io non sarei un dantista? (…) Un dantista è per definizione uno studioso, e io sono tuttalpiù uno studente: un molto attempato studente che campa scrivendo, e da qualche decennio leggendo forte quello che ha scritto (…) un grande scrittore; e che profitta del fatto che, in genere morto da tempo, quel grande non possa protestare. (…) È onesto io confessi che della Divina Commedia in generale io non ho mai “capito” troppo. (…) Non ho capienza mentale sufficiente. (…) Spero semmai che Dante e il suo libro “capiscano” me, cioè continuino a contenermi, a includere il mio viaggio: che insomma io non mi stia affaticando a remare sulla spiaggia. Basta. Per venire in qualche modo al punto, tanto vale che apriamo la Commedia. (…) alla seconda cantica detta Purgatorio, la più idonea a dar conto del nostro tema, che è appunto l’ombra di Dante.
Ora, a norma di un ostinato buonsenso diffuso, pare che delle tre cantiche l’Inferno sia la più “moderna” perché la più “umana”, dunque la meno “noiosa”; il Paradiso, la più “noiosa” perché la meno “umana”. (…) E fra gli estremi bordeggerebbe, né carne né pesce, il Purgatorio, di cui si ricorderà giusto qualche dettaglio paesaggistico (…). Prerogativa del purgatorio (almeno più attinente al nostro titolo) riguarda il regime della luce: nel provvisorio interregno fra un’implosione di tenebra e uno sconfinato abbaglio, solo il purgatorio consente ai solidi di versare ombra, e di versarla in ordine all’inclinazione dei raggi del sole. (…) Virgilio, come tutti i morti prima del dì del giudizio, dispone di una corporalità strana, evanescente. Mi piacerebbe dire, con una qualche precisione, di che genere di corporalità si tratti; temo sia impossibile. (…) Certo è che queste figure impalpabili o quasi, e comunque più che riconoscibili perché ad altissima definizione identitaria sono nude. (…) Insomma, è tassativamente escluso che le anime d’oltremondo dispongano di guardaroba. Tutte. (…) anche quella di Virgilio. (…) Però io (…) di Virgili nudi, nonne ho mai visti. Voi? Già, ma a rigor di teodicea nudi dovrebbero essere anche tutti i beati, Beatrice inclusa (che si presenti nell’Eden vestita di rosso-carità, e accessoriata di verde-speranza e bianco-fede, non dovrebbe far punteggio: lì vige un rigoroso statuto allegorico, secondo il quale i personaggi non sono quello che sembrano, ma esclusivamente quello che significano; in quanto anima beata però, come tutti i beati, su in paradiso, anche Beatrice. (…)
E io non ho mai visto… diciamo pure: noi non abbiamo mai visto rappresentata in figure questa inoppugnabile nudità plenaria. (…) Mi domando se la ho mai immaginata; e mi domando se un qualsiasi lettore impregiudicato, anche nell’ipotesi che non avesse mai visto una Divina Commedia illustrata con tanto di Beatrice in lungo e san Pietro in laticlavio, leggendo le terzine supreme del Paradiso se li sia mai immaginati nudi. Non lo so. E non credo.(…) È che non c’è forse grande narrazione dell’umanità più refrattaria della Divina Commedia a risolversi in formule visive. La ininterrotta ulteriorità fantastica, la slavina simbolica che le terzine di Dante scatenano dentro il lettore rilutta a lasciarsi frenare da immagini che non sono altro che quello che sono. Sotto questo profilo (e non solo sotto questo) vorrei timidamente rivendicare l’inattualità di Dante.
E la irrefrenabile proliferazione di iconcine della nuova didattica, con la sua metastasi di ammicchi, figurine e riquadrini con evidenziatore non penso riesca a irretire la Commedia. Non penso, insomma, che i nuovi protocolli sensoriali e cognitivi, fondati su simultaneità, ubiquità e virtualità, e deputati alla vista mediante abuso di polpastrello (il Castiglione avrebbe certamente deprecato questa singolarissima “ruina dalla vista al tatto” e viceversa)… non penso— dicevo — che i nuovi protocolli sensoriali eccetera, siano particolarmente omogenei all’orizzonte culturale di Dante e (se posso permettermi una parola grossa) alla sua poesia. Credo, invece, che la Commedia di Dante sia un immane racconto profetico che scorre via nel moto di una spazientita sequenzialità narrativa; e che sia bene lasciarlo scorrere: se ci costringerà a scorrergli dietro con la lingua di fuori, tanto meglio. (…)
No, (…) di quella sua visionarietà non sapremo mai altro che la nostra. (…)
Nessun poeta, nessun teologo, forse nessun essere umano ha immaginato morti così creaturalmente, così disperatamente, così concretamente vivi come le anime del purgatorio che racconta Dante: le ombre, ad esempio, che nel famoso V canto, alla vista del pellegrino che risale il monte con quelle membra con le quali è nato rimpiangono il corpo che le proiettava sulla terra, e desiderano, intimidite dalla bramosia, il corpo che il giorno del giudizio le assorbirà per sempre nella luce assoluta, che dicono sia l’ombra di Dio.
Corriere 21.11.17
La strage silenziosa
Montenegro, Europa: non è un Paese per bambine
di Gian Antonio Stella

L’aborto selettivo, con i genitori che «scartano» le femmine per avere un maschio, è sempre più diffuso
Un orrore che viene da lontano

Un pugno in faccia. Ben dato a tutti quei genitori della repubblica balcanica che, nel solco di barbariche tradizioni patriarcali, sempre più spesso decidono di scegliere il sesso dei figli liberandosi subito, con un aborto selettivo, delle femmine. Un aborto che non c’entra nulla con le scelte tormentate e strazianti di tante donne che rivendicano quel sofferto diritto di decidere, ma ha a che fare piuttosto con lo shopping («prendiamo il corredino azzurro o quello rosa?») e con la «cultura dello scarto» su cui martella papa Francesco.
Certo, l’allarme per la diffusione dell’aborto selettivo che scarta le future bambine non è una novità. C’è chi lo chiama «gendercidio» e chi, forse più correttamente, «ginecidio». Quel che è sicuro è che si tratta di un eccidio di proporzioni spaventose. Dice tutto la denuncia nel 1990 dell’economista e filosofo indiano Amartya Sen, che due anni prima aveva ricevuto il premio Nobel per l’economia: «Mancano, nel mondo, almeno 100 milioni di donne». Un numero spropositato, avrebbe annotato la biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi nel libro «Mai nate», pari a quello delle donne che vivono in Francia, Germania e Italia messe insieme: «Una perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie». Un numero che continua a crescere, crescere, crescere. Basti dire che il dossier dell’Onu sulle popolazioni asiatiche presentato a Bangkok cinque anni fa stimava già in 117 milioni le donne che mancavano all’appello.
Qualche speranza, va detto, c’è. Viene dalla Corea del Sud, il primo Paese che, stando a una recente inchiesta dell’ Economist ripresa da Internazionale ha invertito da qualche anno un andazzo simile a quello dei due Paesi più colpiti dal «ginecidio», Cina e India. La svolta sarebbe dovuta a un cambiamento culturale: «Il maggiore grado di istruzione delle ragazze e le denunce contro le discriminazioni hanno cominciato a far apparire la preferenza per i maschi inutile. Ma le cose sono cambiate solo quando la Corea del Sud è diventata ricca. La Cina e l’India, dove il reddito medio è rispettivamente un quarto e un decimo di quello sudcoreano, dovranno aspettare molte generazioni». Ma le donne cinesi e indiane, o meglio ancora tutte intere le loro società, possono permettersi di aspettare così a lungo? Rispondono i dati: in natura, concordano tutti i demografi, nascono mediamente 105 maschi ogni 100 femmine, un rapporto che nel corso della vita si riequilibra.
Nel caso dei due grandi Paesi asiatici e di altri nell’area, però, non accade da tempo. Anzi. Come ricordava l’Avvenire già nel 2011, in Cina «secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali nascono 124 maschi ogni 100 femmine». In India da 115 a 120 maschi, con punte terrificanti in alcuni Stati come il Punjab e l’Haryana. «Nel 1991 c’era un solo distretto con un rapporto superiore a 125 ogni 100, nel 2001 erano 46», spiega ancora la rivista.
Peggio: «I medici indiani hanno iniziato a pubblicizzare l’ecografia con lo slogan: “Paghi cinquemila rupie oggi ma ne risparmi 50 mila domani”. Il risparmio, ovviamente, è sulla dote di un’eventuale figlia. Milioni di coppie che volevano un maschio ma non avevano il coraggio di uccidere le bambine, hanno scelto l’aborto». In India quello selettivo è vietato dal 1994, in Cina dal 1995. «È illegale in quasi tutti i Paesi», accusa il settimanale britannico, «ma resta molto diffuso perché è praticamente impossibile dimostrare che un aborto è stato deciso per motivi di selezione sessuale. Un’ecografia è alla portata di quasi tutte le famiglie cinesi e indiane, visto che costa in media 12 dollari. In un ospedale del Punjab, nel nord dell’India, le uniche bambine nate dopo una serie di ecografie sono state quelle scambiate per bambini o che avevano un gemello maschio».
In India, spiega l’inchiesta di Mara Accettura su «D», il premier indiano Narendra Modi, che due anni fa aveva lanciato la campagna «Beti Bachao Bet Padhao» (Salva una bambina, educa una bambina), «ha denunciato il feticidio femminile, esortando a non discriminare più tra i sessi. «Che siano scolarizzate o ignoranti, povere o ricche, cittadine o di campagna, indù o musulmane, sikh, cristiane o buddhiste...». Si son mossi anche l’immenso pianeta cinematografico di «Bollywood» e le tivù che «trasmettono seguitissime soap opera, come Na Aana Is Des Laado (“Cara figlia non venire su questa terra”), 870 episodi incentrati sugli orrori dell’infanticidio femminile e l’oppressione dell’India rurale». Ma quando si vedranno i frutti della semina?
Certo è che, come già i demografi avevano denunciato da tempo, la cultura dello «scarto delle bambine» si è via via diffusa nei Paesi balcanici. Come spiega Stefano Giantin, che per primo ha raccontato sul Piccolo di Trieste della straordinaria campagna lanciata dalla Ong montenegrina «Centro per i diritti delle donne» e intitolata «Nezeljena» (non voluta), in Montenegro «nel 2009, sono nati 113 maschi ogni 100 femmine». Folle.
Eppure, come dicevamo, non è l’unico Paese afflitto dal fenomeno degli aborti selettivi. I dati del think tank Population Research Institute (Pri), basati su numeri del Census Bureau americano, parlano di oltre 15 mila aborti selettivi in Albania dal 2000 al 2014, 2.700 in Bosnia, 7.500 in Kosovo, 3.100 in Macedonia, 746 in Montenegro, 2.140 in Serbia… Tutte bambine di domani. Tutte figliolette di un Dio minore.
La Stampa 21.11.17
Violenza sulle donne, leggi inefficaci
L’analisi della commissione parlamentare: denunce sottovalutate e scarsa formazione degli operatori Quasi 3 milioni di vittime da parte di compagni ed ex. Umbria maglia nera per i delitti di genere
di Flavia Amabile

La violenza di genere e il femminicidio sono ancora una realtà in Italia, nonostante leggi, manifestazioni e battaglie condotte a ogni livello. Il documento messo a punto dalla Commissione parlamentare di inchiesta istituita a gennaio denuncia con chiarezza i problemi, i vuoti legislativi, gli ostacoli ancora da superare. Si va dalla formazione dei soggetti che hanno il compito di agire in caso di violenza di genere per evitare che sottovalutino gli episodi denunciati, all’assenza di coordinamento di chi deve prendere provvedimenti, alla necessità di creare a livello investigativo pool antiviolenza sul modello di quelli antimafia nella lotta alla criminalità organizzata.
Sono alcuni dei suggerimenti segnalati dalla Commissione in quello che viene definito un documento «che si propone di fornire un quadro intermedio» del fenomeno ricordando anche i dati portati durante le audizioni da Istat, ministero dell’Interno e forze dell’ordine.
In base ai dati risulta che l’Italia è quel Paese dove calano gli omicidi volontari, del 39% nei sei anni che vanno dal 2011 al 2016. Non calano invece gli omicidi con vittime di sesso femminile; negli ultimi quattro anni restano stabili, circa un quarto degli omicidi complessivamente commessi, spiega la Commissione. E, quindi, come ha sottolineato il comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale Tullio Del Sette, durante la sua audizione, c’è stato «un innalzamento in termini relativi del numero di omicidi con vittime di sesso femminile rispetto al numero degli omicidi degli individui di sesso maschile».
Gli autori delle violenze più gravi - scrive la Commissione nella relazione - «sono prevalentemente i partner attuali o gli ex partner. Due milioni e 800mila donne sono state vittime delle loro violenze». E una su 10 ammette di aver subito violenze prima dei 16 anni. La tendenza resta inalterata nei primi 9 mesi del 2017 quando «si sono registrati, in media, oltre 400 interventi della Polizia e Carabinieri a seguito di segnalazione di episodi di violenza domestica. Su 3.607 casi segnalati, in ben 3.061 gli aggressori erano di sesso maschile (quasi l’85% ndr), con un’età media di 42 anni; per converso le vittime erano di sesso femminile in 2.944 occasioni (l’81% ndr) ed avevano un’età media di 41 anni. In 1.228 occasioni (pari al 34% dei casi) gli aggressori erano di nazionalità straniera. In 2.872 casi (pari a quasi l’80%) il luogo dell’evento era costituito dall’abitazione».
Le regioni dove maggiori sono le violenze di genere denunciate sono Umbria, Calabria e Campania se si tiene in considerazione il rapporto degli omicidi rispetto alle donne residenti.
Femminicidio e violenza di genere, insomma, restano ben radicati. A nulla sono valsi l’introduzione del reato di stalking con una legge del 2009, la legge contro il femminicidio del 2013 e i programmi di formazione e prevenzione annunciati. «Emerge chiaramente un problema di sottovalutazione delle violenze denunciate - avverte Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta -. Chi si occupa di accogliere le denunce e di contrastare il fenomeno deve essere in grado di distinguere la violenza domestica da una qualsiasi lite coniugale. È fondamentale farlo perché diverse sono le azioni da mettere in campo in seguito, soprattutto se ci sono dei minori coinvolti. In questo senso la formazione di chi ha a che fare con le violenze a ogni livello può fare molto. Come commissione, ad esempio, chiederemo che già nella formazione iniziale dei giuristi ci sia un insegnamento sulla violenza di genere. Anche la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli si è già detta d’accordo».
La Commissione, infatti, ha fra i suoi obiettivi non solo l’indagine sul fenomeno ma anche di fornire indicazioni al prossimo parlamento e al governo dei punti deboli del sistema su cui può essere utile intervenire. «Oltre alla formazione - prosegue Francesca Puglisi - occorre proseguire nell’istituzione di protocolli di coordinamento territoriale che permettano ai soggetti di agire insieme in caso di violenze. Purtroppo oggi soltanto 13 prefetture, un decimo del totale, hanno questi protocolli creando complicazioni che potrebbero essere evitate. Esistono buchi normativi da colmare come la durata delle misure cautelari che spesso è insufficiente a garantire la protezione della donna che ha denunciato una violenza. Ed è necessario andare avanti nella specializzazione dei magistrati inquirenti con la creazione di veri e propri pool antiviolenza».
il manifesto 21.11.17
Mare mosso. A Ostia e non solo
di Norma Rangeri

Valanga di astensioni, crollo dei votanti. La grancassa dei telegiornali ieri raccontava così il risultato della sfida di Ostia: 60 a 40 per i 5Stelle contro la Destra. La valanga astensionista sarebbe stata testimoniata, rispetto al primo turno, da una flessione del 2,5% della partecipazione(dal 36% al 33,5), una tendenza consueta, che si verifica in tutti i turni di ballottaggio delle elezioni amministrative.
Ma parlare di «crollo» serviva a un doppio obiettivo. Sminuire la vittoria grillina e oscurare quello che emerge dall’analisi dei voti assoluti, ovvero la prevedibile circostanza della confluenza sul nome della candidata vincente di molti elettori del Pd.
Refrattari all’indicazione degli stati maggiori piddini di disertare il voto perché, questa la motivazione, Destra e 5Stelle pari sono. Se nelle vicende nazionali lo sbando del Pd è evidente, sul lungomare ostiense questa condizione si è espressa in un drammatico spiaggiamento.
In un bacino di votanti più ristretto, la candidata pentastellata domenica ha ottenuto 16mila i voti in più rispetto al primo turno, quella della Destra ne ha guadagnati 7mila. L’andamento del voto suggerisce che a rimpinguare il risultato dell’insegnante grillina abbiano contributo in proporzione i 9mila voti del Pd, i 5mila del laboratorio civico del prete Di Donno, i 3mila del candidato autonomista, mentre i 6mila di Casa Pound credibilmente hanno preso la direzione opposta, quella della destra da cui provengono.
Naturalmente resta negativo il bilancio più generale, perché nonostante la poderosa copertura mediatica per le elezioni di un municipio romano (dal NYT ai siti internazionali), i diretti interessati sono rimasti a casa per i due terzi.
E sembra passato un secolo dalla sfida elettorale della Capitale quando alla sindaca Raggi andò oltre il 70 per cento dei consensi.
A testimonianza che la luna di miele tra i romani e l’attuale consiliatura è finita da un pezzo e i 5Stelle, aldilà delle frasi di circostanza sull’«effetto Raggi» a Ostia, devono constatare lo sgonfiamento della bolla iniziale.
Oltretutto essere i campioni del ballottaggio non servirà con la legge elettorale nazionale che non ne prevede. Il sistema congegnato da Pd-Lega-Forza Italia è prevalentemente proporzionale anche se la tendenza a puntare sul cavallo vincente si farà sentire nei collegi con le coalizioni.
Certamente la crisi del Pd e le divisioni a sinistra aiutano, a Ostia come in Sicilia, i candidati grillini, ma neppure questa è una novità dal momento che una parte del loro elettorato viene da sinistra e sempre più il Pd si presenta come un amalgama malriuscito, sollecitato da spinte che lo tirano verso l’originaria divisione degli elementi che dieci anni fa contribuirono a formarlo.
Se i riflettori accesi dal pestaggio di un giornalista della Rai non sono serviti a scalfire l’indifferenza, la disillusione, la marginalità dei 185mila residenti aventi diritto al voto, sicuramente hanno mostrato a tutti il disastro di questa immensa periferia italiana, un concentrato dei problemi da domani sulle spalle di chi prende oggi la responsabilità di governo.
La grande frana della politica si manifesta nella perdita di controllo del territorio a vantaggio di organizzazioni criminali (drammatico a Ostia ma molto evidente nella presenza di prestanome della camorra anche nel centro storico romano), la condizione da paese arretrato nei bisogni primari della cittadinanza (mobilità, casa, abusivismo, devastazione ambientale del litorale).
E all’opposizione la peggiore destra. Facile prevedere lunghi mesi di mare mosso.
A Ostia e non solo.

Il Fatto 21.17.17
La storia sepolta dagli affettati
di Salvatore Settis

Giulio Tremonti, che sta ora lanciando con Vittorio Sgarbi un qualche loro rinascimento elettorale, passerà alla storia per qualcos’altro. Per una frase scolpita tra i Fatti e Detti Memorabili del berlusconismo: “Con la cultura non si mangia”. L’antico ministro del Tesoro sostiene di non aver mai pronunciato quelle parole, e possiamo anche credergli anche se, nei suoi anni al governo, a quel principio egli sempre si attenne, come a un Vangelo privato.
A lui risale, con la passiva complicità di Sandro Bondi, il dimezzamento del bilancio dei Beni culturali, le cui conseguenze ancora si sentono; a lui, con l’attiva complicità di Mariastella Gelmini, gli irresponsabili tagli ai bilanci di università e ricerca che costringono all’esilio migliaia di giovani ricercatori, accolti a braccia aperte in tutto il mondo, e a nostre spese (la formazione l’abbiamo pagata noi). E il degrado dei patrii costumi non si arresta: forse per mostrare che con la cultura si mangia, a Montepulciano il famoso paramento murario di palazzo Bucelli, che schiera in facciata decine di urne etrusche come biglietto da visita di un collezionista settecentesco, serve ormai ad appenderci salami e prosciutti. La foto, scrive l’egittologo Francesco Tiradritti, parla più di mille parole. Segnala una gerarchia, prima gli affari e poi gli etruschi; e mette in soffitta la storia sotto una coltre d’insaccati. Col permesso o col silenzio, s’immagina, delle “autorità preposte”. E sì che gli Statuti di Montepulciano del 1337 stabilirono chiaramente “che siano conservate e mantenute in buono stato tutte le strade pubbliche, e non sia permesso ad alcuno di occuparle abusivamente”, punendo severamente chiunque vi faccia per proprio vantaggio qualcosa d’improprio. I contravventori, proseguono gli Statuti (art. VI, 194) dovranno essere obbligati dal sindaco a riparare ogni danno.
La stessa identica gerarchia di valori (prima gli affari, poi la bellezza, l’arte, la storia, il paesaggio) governa dappertutto le scelte politiche. Per restare in Toscana, da poco il Comune di Viareggio ha annunciato l’intenzione di asfaltare una striscia al centro del parco urbano, a sud dello stadio dei Pini, creandovi un’ampia strada verso il mare. Contestata dalle associazioni ambientaliste, questa nuova viabilità distrugge una pista ciclabile e spacca in due il parco urbano che è tra le caratteristiche più amate e celebrate di Viareggio: definendola “asse di penetrazione”, i comunicati comunali fanno uso di una metafora a dire il vero assai più adatta a etichettare uno stupro. Ma a quel che scrive la stampa locale la decisione è presa, e le “categorie produttive” sono invitate a esultare. I ciclisti, forse perché improduttivi, un po’ meno.
Il bello è che questa lenta agonia delle nostre città e dei loro parchi si gioca in nome della bellezza e del turismo. Altro esempio toscano, Cortona. Un recentissimo film della regista americana Sarah Marder e di Olo Creative Farm (The Genius of a Place / L’anima di un luogo) racconta la storia assai istruttiva di questa meravigliosa piccola città, sul confine con l’Umbria, da quando un libro di enorme successo nel mondo anglofono, Sotto il sole della Toscana di Frances Mayes (con relativo film hollywoodiano), ne ha fatto la meta obbligata di un turismo di massa che rischia di distruggerne proprio quelle caratteristiche che fino a qualche anno fa la rendevano unica, attrattiva, piacevole. In questi giorni, il Touring Club Italiano ha scelto e lanciato questo film come rappresentativo di un processo di degrado che minaccia molte città italiane: “Di turismo si può morire. Succede quando una località piccola assurge per motivi diversi alla notorietà. Orde più o meno pacifiche invadono le strade di luoghi altrimenti tranquilli, qualcuno odora l’affare e inizia ad aprire ristoranti e negozi di souvenir a misura di turista, le case diventano b&b, le stanze vengono messe su Airb&B e interi palazzi vengono venduti a stranieri facoltosi che ci vivranno se va bene una settimana l’anno. Così il turismo, benedetto e cercato, finisce per essere tanto invasivo da snaturare l’anima di un luogo e compromettere il suo equilibrio: una quantità esorbitante di macchine e di rifiuti durante l’alta stagione, per esempio, insieme a un utilizzo eccessivo delle riserve idriche”. È quello che si è cominciato a chiamare over-tourism, per analogia con l’over-booking dei viaggi aerei: con la differenza che con l’over-booking qualcuno resta a terra, con l’over-tourism tutti salgono a bordo e la nave affonda.
La nave che affonda è la forma e lo spirito delle città: inseguendo le aspettative (vere o presunte) dei turisti, la qualità di vita dei residenti passa in secondo piano. Anzi, secondo una specie di pulizia etnica in base al censo, molti residenti non reggono più il gioco, e i centri storici si spopolano (Venezia in laguna ha perso 120.000 abitanti negli ultimi cinquant’anni, passando da 175.000 a 54.000). Intanto le periferie si gonfiano di pessime architetture, e i meno abbienti non hanno altra scelta che di andarci a vivere, rendendo il centro sempre meno “vero”, meno autentico, meno civile. E si diffonde l’idea che il futuro delle nostre città non è più (come negli ultimi tremila anni) la creatività e l’inventività dei cittadini, ma la loro abilità di servire i flussi turistici, chiudendo occhi orecchi e cervello a qualsiasi altro stimolo. Come si chiede Sarah Marder nel suo film, “cosa possiamo fare se un luogo che amiamo non sa più prendersi cura di sé?”. Cosa dovremmo fare, se questo luogo si chiama Italia?
Corriere 21.11.17
I cinque errori della cancelliera
di Danilo Taino

Merkel paga l’apertura ai rifugiati (senza un vero piano), il fallimento sull’energia, la lobby dell’auto, gli sbagli sulla Brexit. E infine quel sì a Obama sulla ricandidatura.
Se il presidente federale tedesco fosse costretto a indire nuove elezioni, è probabile, o almeno possibile, che Angela Merkel non sarebbe più la candidata della Cdu alla cancelleria. Lo stesso si può dire per il leader socialdemocratico Martin Schulz ed è quasi certo per Horst Seehofer, il capo della Csu, gemella bavarese della Cdu. Sono i tre partiti che hanno perso elettori in quantità lo scorso 24 settembre. Quel che più conta per i tedeschi e per gli europei è naturalmente l’eventuale uscita di scena della cancelliera. Sarebbe un cambio di stagione notevolissimo. Cambio che in realtà è in atto, nuove elezioni o meno.
Com’è possibile che la leggenda di Angela Merkel, 63 anni, da 12 alla guida del governo di Berlino, si sia incrinata in una notte e ora rischi di andare in frantumi? Non erano scritte sulla sabbia la sua capacità di leadership moderata, il sapersi mettere sulla lunghezza d’onda dei tedeschi, l’abilità a tenere uniti gli europei sulla Grecia come sulla Russia, la difesa dei valori democratici e della libertà economica e dei commerci, l’autorevolezza internazionale, la conoscenza dei dossier. Qualità vere. Il problema è che hanno oscurato una serie di errori seri che ha commesso nella dozzina d’anni alla guida della Germania. Errori che sono venuti a presentare il conto prima alle elezioni del 24 settembre, nelle quali la sua Cdu-Csu è caduta dal 41 al 32,9%, e poi nel fallimento dei colloqui per una nuova coalizione con Liberali e Verdi.
L’errore più pesante ha riguardato l’apertura ai rifugiati nell’estate 2015. Non il fatto in sé, generoso e forse inevitabile. Piuttosto, l’averlo fatto in grande ritardo — la cancelliera lo ha ammesso — e senza un piano non solo per accogliere i profughi ma per placare i timori dei tedeschi che soffrono dell’arrivo di molti immigrati. Ciò ha consentito al partito nazionalista Alternative für Deutschland di conquistare quasi il 13% alle elezioni. La politica energetica tedesca, vanto della Klimakanzlerin , è sostanzialmente un flop. I sussidi alle fonti alternative accoppiati all’uscita dal nucleare (entro il 2022) sono stati costosissimi (per gli utenti elettrici soprattutto) e hanno distorto i meccanismi del settore. Il risultato è stato che la Germania non rispetterà l’obiettivo di tagliare del 40% le emissioni di gas serra entro il 2020, rispetto al 1990 (siamo al 27-30%), e che anzi negli scorsi due anni le emissioni tedesche sono aumentate per il maggiore ricorso al carbone. Si parla di Kohlekanzlerin .
In parallelo, la relazione quasi incestuosa tra governo, partiti e case automobilistiche in Germania è andata avanti senza che Merkel facesse nulla per fermarla fino a pochi mesi fa, ben dopo lo scandalo Dieselgate alla Volkswagen. Mentre si parlava di lotta alle emissioni, si chiudeva un occhio sulle scorrettezze del settore, anzi lo si difendeva a Bruxelles. Per 12 anni, poi, i tre governi guidati dalla leader non hanno sostanzialmente fatto riforme economiche in un Paese che protegge non solo il settore auto ma anche i servizi, dal commercio alle banche, dalle assicurazioni alle professioni. Le ultime riforme significative sono quelle famose del 2003 del governo di Gerhard Schröder. Alcuni critici aggiungono la sottovalutazione che la cancelliera avrebbe avuto in fatto di Brexit: non lavorò affinché la Ue concedesse qualcosa in più all’allora primo ministro britannico David Cameron affinché si presentasse in patria con riforme capaci di convincere gli elettori a restare nell’Unione.
Errori di politica. Più un errore politico: presentarsi per la quarta volta alle elezioni. In realtà, va detto che Merkel ha avuto dubbi per mesi: sapendo che quattro mandati sono troppi in un Paese democratico. Di fronte alla crisi dei migranti che in qualche modo aveva contribuito ad aprire e al disordine mondiale si è lasciata convincere (anche dall’amico Barack Obama) a scendere di nuovo in campo. Fatto sta che oggi questa non sembra essere stata una buona idea. Punti di forza ne ha ancora. Ma uno, del quale si parla sempre, vacilla: l’essere senza alternative. Non è vero: se la domanda sale, un’alternativa nasce.
Repubblica 21.11.17
La Lega rischia di essere molto più aggressiva
Se Roma resta senza l’ombrello di Angela
di Stefano Folli

LA NAVE tedesca è entrata in acque inesplorate » ha scritto la corrispondente di Repubblica, Tonia Mastrobuoni. Immagine che descrive bene lo scenario senza precedenti in tempi moderni che sta consegnando la Germania all’incertezza. Un sentiero già percorso da altri: in primo luogo la Spagna e il Belgio. In Italia — un’Italia sconfitta e mortificata proprio ieri nella gara per l’Agenzia europea del farmaco — l’appello al senso di responsabilità lanciato dal presidente Steinmeier ha evocato subito qualcosa di familiare. In primo luogo colpisce il ruolo istituzionale assunto dal capo dello Stato tedesco in una situazione bloccata, come peraltro è del tutto logico. Ma in Italia siamo abituati al Quirinale come baricentro del sistema, in Germania invece è un evento davvero inusuale, tanto è preponderante la figura del Cancelliere. Anche questo, per una volta, avvicina Berlino a Roma.
Ma c’è di più. Se si trattasse dell’Italia e non della Germania, diremmo che Steinmeier sta gettando le basi per un “governo del presidente”, secondo il lessico a cui siamo abituati. Viceversa non si arriverà a questo punto: il costume è diverso e sotto il profilo costituzionale i poteri del loro capo dello Stato sono più limitati. Tuttavia è vero che l’appello alla concordia, se fosse accolto, aprirebbe la strada a una coalizione di governo fondata su un patto più istituzionale che politico. Finora le alleanze, compresa la Grande Coalizione Cdu-Csu-Spd, sono sempre nate sulla base di un accordo molto preciso e quindi molto politico. Un accordo stilato punto per punto dal candidato Cancelliere e dagli altri capi partitici. La situazione attuale vedrebbe invece un’intesa di “salute pubblica” in cui la funzione del Cancelliere risulterebbe per forza di cose appannata. Anche in questo caso si avvertirebbe a Berlino un’atmosfera italiana. E non sorprende quindi che Angela Merkel preferisca senz’altro nuove elezioni.
Quello che deve preoccupare Roma, in ogni caso, sono i risvolti e le cause della crisi tedesca. Ha preso forma il fantasma sempre temuto dalla Cancelliera: la nascita di una forza destabilizzante, anti- sistema diremmo noi, capace di innescare uno squilibrio del sistema. Quello che in Italia è il M5S, in Germania — con tutte le differenze del caso — è il partito dell’Alternativa, euroscettico e nazionalista (“sovranista” secondo il termine in uso oggi). Le proposte di questa formazione, che ha ottenuto un risultato elettorale clamoroso, influenzano sia i conservatori della bavarese Csu sia i liberali che hanno fatto saltare il banco. I temi del contendere riguardano fra l’altro le politiche per l’immigrazione e i rapporti con l’Unione: temi per loro natura si prestano poco ai compromessi.
In Austria una crisi per certi versi simile ha spinto verso un accordo con l’estrema destra. Se dopo nuove elezioni accadesse qualcosa di analogo in Germania, le conseguenze sarebbero significative, in Italia più che altrove. La Banca centrale di Draghi non avrebbe più i margini di manovra che in questi anni, sia pure a fatica, sono stati garantiti dal pragmatismo della Merkel. E sul piano delle politiche nazionali, è facile prevedere che le spinte anti-tedesche e anti- Unione riprenderebbero il sopravvento. Se al momento Berlusconi riesce a tenere a bada Salvini dentro la cornice dell’alleanza di centrodestra, è soprattutto perché fino a ieri era aperto a Berlino l’ombrello di Angela Merkel. Se dovesse chiudersi, quel parapioggia, anche la Lega diventerebbe più aggressiva. Sarebbe strano il contrario, visto che in Germania e in Austria sono le destre a conquistare terreno. E c’è da credere che i Cinque Stelle non vorrebbero restare indietro.
Lo scenario peggiore è quello di nuove elezioni tedesche tali da spingere a destra il paese, cancellando l’impronta di Angela Merkel, e al tempo stesso di un’Italia che in primavera esce dalle urne del tutto ingovernabile. Purtroppo non è un’ipotesi così remota. Forse anche di questo parleranno a Parigi Macron e Renzi.
Repubblica 21.11.17
Merkel e il prezzo del coraggio
di Angelo Bolaffi

CON l’irresistibile inesorabilità tipica dei processi storici il fenomeno di progressiva destabilizzazione che caratterizza oggi tutte le democrazie europee ha raggiunto anche la Mitte, il centro del Vecchio continente. E la vita politica tedesca è entrata, con la possibile fine dell’era di Angela Merkel, in un’epoca di «nuova imperscrutabilità », per usare una celebre formulazione di Jürgen Habermas, di cui oggi è molto difficile se non addirittura impossibile prevedere gli esiti. La Germania da ieri, infatti, è ufficialmente entrata nella più grave crisi politica da quando nel 1949 nacque quella che allora era la Repubblica federale con capitale Bonn. È trascorso solo un anno ma sembra appartenere a un passato lontanissimo il ricordo della visita di commiato di Barack Obama a Berlino durante la quale l’ex presidente americano aveva affidato alla Cancelliera Merkel, allora al culmine del suo successo, alla Germania e con essa all’Europa continentale la difesa dei valori dell’Occidente. Un compito che dagli anni della Seconda guerra mondiale fino alla Brexit e all’elezione di Donald Trump era stato riservato agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna.
Com’è stato possibile che nel volgere di soli pochi mesi colei che era stata definita “la donna più potente del mondo”, celebrata come la leader “imprescindibile” del Vecchio continente sembra aver perso non solo tutto il suo carisma ma financo la sua mitica abilità tattica e con essa la capacità di mediazione per indicare la quale i commentatori avevano coniato il termine di “merkelismo”? Un declino politico nonostante che l’economia tedesca macini record su record e la stragrande maggioranza della popolazione si dichiari largamente soddisfatta delle sue condizioni di vita? All’origine c’è sicuramente un fisiologico processo di logoramento che ha appannato le capacità di leadership di Merkel e al tempo stesso provocato un crescente bisogno di novità e di cambiamento nell’elettorato in un’epoca che consuma i leader politici nel volgere di pochi mesi mentre Merkel è al potere da oltre un decennio.
Ma il punto di svolta decisivo a unanime convinzione dei commentatori è stata la coraggiosa, anche se da molti contestata e discussa, decisione di quella “politica della accoglienza” che ha polarizzato l’opinione pubblica tedesca e fatto saltare quel “consenso fondamentale” che aveva costituito, al di là delle differenze partitiche, l’idem sentire valoriale e spirituale della Germania del secondo dopoguerra. In definitiva oggi Angela Merkel, come prima di lei tutti i Cancellieri che hanno fatto la storia del dopoguerra tedesco, “paga” il coraggio di una scelta strategicamente necessaria, storicamente ineluttabile ma politicamente impopolare. Così era stato per Adenauer, accusato di essere il “Cancelliere degli Alleati” per aver scelto l’opzione filo-atlantica resistendo alle insidiose lusinghe pantedesche formulate dall’Unione sovietica di Stalin. Così era stato per Brandt e la sua Ostpolitik.
Per Kohl che ha pagato per aver “sacrificato” l’amatissimo “marco tedesco” a favore dell’euro e dell’opzione europeista e così anche per Gerhard Schröder che realizzando le riforme economico-sociali della cosiddetta Agenda 2010 ha fatto della Germania la potenza leader del Vecchio continente. Ma ha al tempo stesso proprio per questo perso nel 2005 le elezioni e forse condannato la Spd a un declino inesorabile.
La polarizzazione politico-spirituale provocata dal famoso “noi ce la faremo” pronunziato da Merkel a favore dell’apertura dei confini tedeschi per dare accoglienza ai profughi provenienti dalla rotta balcanica, una scelta in sostanza mai rinnegata da Merkel convinta che l’immigrazione sia il destino futuro di un Paese in grave declino demografico, si è riverberata in una pluralizzazione del sistema dei partiti che ha reso molto più difficile trovare un punto di mediazione tra spinte che in questo momento appaiono troppo contraddittorie.
E tuttavia prima di emettere una sentenza definitiva sul destino futuro di Angela Merkel sarebbe consigliabile un esercizio di ragionevole cautela anche perché il percorso che dovrebbe condurre a nuove elezioni è molto tortuoso dovendo superare molti ostacoli di natura politico-istituzionale che il costituente tedesco dopo la catastrofe di Weimar ha introdotto al fine di difendere quel bene supremo che per la Germania è la governabilità. Per questo appare molto discutibile e affrettata la gioiosa euforia di chi a sinistra come Wolfgang Streeck, l’implacabile avversario di Merkel, nei giorni scorsi ne ha recitato il de profundis: «L’era Merkel si avvia alla fine» ha scritto in un saggio pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung il sociologo formatosi nel segno della Scuola di Francoforte, «e questo è un bene. Lentamente la politica e l’opinione pubblica tedesche si risvegliano dalla loro narcosi post-democratica». L’uscita di scena di Angela Merkel segnerà sicuramente un “ritorno della politica” in Germania: ma non è detto che questo avvenga nel segno auspicato dal sociologo francofortese.
il manifesto 21.11.17
Falliscono i colloqui, il modello tedesco è senza maggioranza
Germania. L’intesa Giamaica muore dopo sessanta giorni di negoziati. Al via consultazioni bis, mentre si prefigurano tre possibilità: un governo di minoranza appoggiato da Fdp e Verdi, ma Merkel ha già detto no; Grosse Koalition, ma l’Spd è indisponibile; oppure nuove elezioni tra marzo e aprile 2018
di Sebastiano Canetta

BERLINO Fine prematura della Giamaica sognata da Angela Merkel. Due mesi dopo il voto federale i liberali rovesciano il tavolo delle trattative con Verdi e democristiani.
Per la prima volta dal 1949, in Germania si profila il governo di minoranza Cdu-Csu con appoggio esterno: unica alternativa al ritorno anticipato alle urne.
A meno che non vada in porto il secondo giro di consultazioni imposto dal presidente della Repubblica, o si sblocchi il «nein» socialista a resuscitare il fantasma della Grande coalizione.
Si apre così un capitolo inedito nella politica tedesca, e si consuma la clamorosa sconfitta della cancelliera, incapace di trovare la quadra del quarto mandato nei modi stabiliti ed entro i tempi promessi. Ma è anche rottura improvvisa del “cerchio” politico immaginato da Verdi e bavaresi, obbligato dalla scelta degli elettori.
«Manca la fiducia: piuttosto che governare male, meglio non governare affatto» scandisce il leader Fdp Christian Lindner, archiviando così sessanta giorni di negoziati sterili.
«Mi spiace: ero convinta di riuscire a tirare il filo della soluzione. Domenica eravamo vicini a celebrare una giornata storica. Tuttavia, preferisco tornare a votare piuttosto che varare un governo di minoranza» replica – delusa e sorpresa – Merkel a mezzogiorno, prima di varcare la soglia del castello di Bellevue e ufficializzare la crisi di fronte a Frank-Walter Steinmeier.
Un’ora dopo il presidente federale esterna il monito rivolto all’intero arco del Bundestag: «Mi attendo che tutti i partiti collaborino alla formazione del nuovo governo. La responsabilità non può essere semplicemente girata agli elettori» avverte, spegnendo così la via del ritorno alle urne. Via alle consultazioni-bis dunque, aspettando «il parere degli altri organi costituzionali» ma anche tenendo conto che l’Spd (il suo partito) non sarebbe contraria a nuove elezioni.
«Peccato, all’intesa mancava veramente poco» spiega la co-segretaria dei Verdi Kathrin Goering-Eckardt, amareggiata quanto la cancelliera ma egualmente indisponibile a garantirle l’eventuale appoggio esterno.
Il muro alzato dai liberali rimane invalicabile e l’abbandono dei negoziati una mossa apparentemente irreversibile. Anche uno sgarbo istituzionale agli ex partner politici, maldigerito in primis dalla vice-Merkel Julia Klöckner. «Sarebbe stato corretto lasciare che ad annunciare il fallimento fossero i rappresentanti dei tre partiti» twitta la numero due della Cdu. Fa il paio con il “tradimento” politico della geometria disegnata delle elezioni del 24 settembre denunciato dal co-leader Grünen Cem Özdemir: «Fdp ha respinto la sola alleanza democratica uscita dalle urne».
Ciò nonostante, Merkel non sembra intenzionata a mollare. «Anche in tempi difficili come questi la Cdu si assume la propria responsabilità» precisa, ma è già un sintomo che abbia smesso di parlare in prima persona. La linea s’impone da dieci minuti dopo la mezzanotte di domenica quando Lindner ha abbandonato l’Associazione parlamentare, sede del negoziato Giamaica.
Di sicuro, fin da oggi la cancelliera tenterà di riportare in extremis i liberali dentro il recinto delle trattative, in mancanza di alternative realmente praticabili. Ieri i socialdemocratici di Martin Schulz hanno ribadito di non volere fungere da “stampella” al quarto gabinetto-Merkel, ricordando la bocciatura della Grande coalizione dei loro elettori. Anche se in realtà gli sherpa Spd continuano a tenere aperta qualunque ipotesi.
Comunque, nonostante le dichiarazioni bipartisan, a Berlino terrorizza il ritorno al voto già nella prossima primavera: le urne anticipate rischiano di gonfiare il “boom” dell’ultra-destra di Alternative für Deutschland e dare il colpo di grazia ai partiti tradizionali. Senza contare che un nuovo risultato non garantirebbe, di per sé, governabilità maggiore dell’attuale.
Un bel ginepraio per la cancelliera Merkel cui rimangono solo tre possibilità teoriche, una più scivolosa dell’altra. Governo monocolore sorretto dai 246 deputati dell’Union e appoggiato dagli 80 parlamentari Fdp o dai 67 Verdi – ipotesi da lei scartata a priori – o Grosse Koalition con l’Spd che godrebbe di 44 seggi oltre la soglia minima ma non della benedizione di Schulz; oppure nuove elezioni tra marzo e aprile 2018.
Sempre che Mutti non riesca a convincere Lindner a risedersi intorno al tavolo giamaicano o abbia seguito il disperato appello alla “salvezza nazionale” lanciato ai socialdemocratici dal leader Csu Horst Seehofer.
«La loro decisione di non volere discutere l’alleanza con noi non tiene conto della responsabilità di fronte al Paese. Non voglio rinunciare alla speranza: un governo di minoranza avrebbe vita breve, perciò dobbiamo invitare subito l’Spd ai colloqui» spiega il governatore della Baviera. Confidando nel passo a lato di Schulz più che in quello indietro di Lindner.
Il Fatto 21.11.17
La missione di Prodi è già finita: sull’art.18 il Pd snobba Mdp
L’ex premier abdica subito. L’ultimo strappo alla Camera sulle modifiche al Jobs act: in aula solo 5 deputati dem
di Tommaso Rodano

L’ultimo simulacro evocato dai giornali per teorizzare l’alleanza impossibile tra il partito di Renzi e il partito degli antirenziani si chiama Romano Prodi. Malgrado tutto, l’alleanza elettorale tra Pd e Mdp non si farà: le missioni del pontiere Piero Fassino e i moniti quasi quotidiani di Walter Veltroni sono caduti nel vuoto. Il nuovo protagonismo del Professore dell’Ulivo, invece, è un’esagerazione giornalistica. È vero che Prodi ha fatto un tentativo per far incontrare i litiganti, ma più per senso di responsabilità che per reale convinzione: gli universi che ruotano attorno a Renzi e Bersani rimarranno distanti. E Prodi – dopo aver mostrato di averci provato – tornerà a osservarli da debita distanza: non ha intenzione di ri-spostare la sua famigerata tenda nel campo del Pd, né di farsi usare ancora come “Vinavil” per ricomporre pezzi in frantumi.
In questo senso, i prodiani in Parlamento – come Sandra Zampa e Franco Monaco – sono ancora più prodiani di lui (e in certi casi il loro zelo è dettato dalla legittima aspirazione alla ricandidatura). Così si assiste a spettacoli paradossali. Domenica sera Monaco detta alle agenzie un comunicato pieno di speranza, in cui parla di “nuovo Ulivo”: “Nei colloqui con Prodi, Pisapia e Fassino, ho proposto di affiancare al Pd una lista che dia corpo a un rassemblement pluralistico. Una sorta di nuovo Ulivo che sigli col Pd un accordo politico, ma in un rapporto di competizione emulativo. L’auspicio di Prodi è che a questa ipotesi possano aderire anche gli amici di Mdp, Sinistra italiana e Possibile”. Dopo un paio d’ore però il prodiano Monaco viene smentito dal prodiano Prodi: “Non vi sarà nessuna lista intestata a Romano Prodi o all’Ulivo”.
Insomma, a sinistra il quadro resta fermo. Renzi dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, incassare l’appoggio di Emma Bonino e Giuliano Pisapia, ma alla sua sinistra i ponti sono saltati. Formule, strategie e alleanze ipotizzate sui giornali non trovano alcun riscontro sul campo dei programmi e della politica concreta.
L’immagine plastica l’ha offerta l’aula di Montecitorio ieri pomeriggio. Si discuteva la proposta di legge presentata da Mdp e Sinistra italiana per il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nella sua forma pre Jobs Act: quella che prevedeva il diritto al reintegro per chi viene licenziato ingiustamente.
È una delle principali condizioni stabilite dalla sinistra per ipotizzare la ripresa del dialogo con il Pd renziano, ma in Aula non c’era nessuno. Appena cinque parlamentari dem: Irene Manzi, Marco Miccoli, Titti Di Salvo, Andrea Martella e Cesare Damiano. Il Pd d’altro canto non ha alcuna intenzione di discutere nel merito della legge: sarà rinviata in commissione con parere negativo.
“L’Articolo 18 non è argomento telefonico, ma politico”, ironizza Civati. “Si dice che reintrodurlo ci riporti agli anni 70 del secolo scorso. Ma non averlo ci riporta all’Ottocento”. Le chiamate di Fassino, insomma, sono ancora più inutili, alla luce della completa assenza di un punto d’incontro sui fatti concreti. L’incontro ci sarà, ma non avrà conseguenze.
Mdp e Sinistra italiana oggi pomeriggio al Senato presentano i propri emendamenti congiunti alla legge di Bilancio. Il percorso che porta alla presentazione della lista unica è tracciato: questo fine settimana ci sono le 100 assemblee provinciali per eleggere i delegati della “costituente” del 3 dicembre, quando il presidente del Senato Pietro Grasso dovrebbe pronunciare il suo primo discorso da leader della sinistra.