domenica 15 giugno 2008

l’Unità 15.6.08
Nelle Marche. A Matelica «Potere e splendore» restituisce un volto a una civiltà cancellata dai romani
Da un picchio a un popolo: storia e ricchezze dei Piceni
di Marco Innocente Furina


Finora erano solo un’ombra. Un nome o poco più. Narra la leggenda che raggiunsero le loro sedi storiche durante una Ver sacrum (primavera sacra), una migrazione rituale in cui i giovani della tribù andavano alla ricerca di nuove terre. Li condusse là, sull’Appennino che guarda l’Adriatico il loro animale totem, il picchio. Picus, in latino da cui Piceni, Picenti, Picentini. Ovvero i giovani del Picchio. Lo stesso uccellino che ora appare sulla stemma della regione Marche. Forse là, sul medio Adriatico, c’era già qualcuno ad attenderli, un’ancora più misteriosa civilizzazione orientale. I Pelasgi sono quasi un fantasma, ma nel nome di Ascoli i linguisti ritrovano echi dell’antica Anatolia. Chissà.
Occuparono le terre che vanno dall’attuale provincia di Pesaro sino a quella di Teramo in Abruzzo, poi, dopo la conquista romana, se ne persero le tracce, ma ora questa bella esposizione organizzata nelle Marche nell’entroterra maceratese - Potere e splendore. Gli antichi Piceni a Matelica - restituisce loro un volto. Ne emerge una civiltà originale, ricca, a tratti fastosa, pienamente inserita nella vita e nei traffici mediterranei di quei tempi lontani. Bronzi di tutti i tipi, monili, armature, scudi, elmi, lance, carri di battaglia, scettri finemente intarsiati raccontano di una popolo guerriero che ambiva a imitare il lusso e gli stili di vita dell’aristocrazie etrusche e greche della Penisola con cui erano da poco entrati in contatto. Ecco allora, da una sepoltura femminile provenire un’olla gigante, vasi, raffinati attrezzi bronzei per la cucina, un’onoichoe, una sorta di brocca decorata. Il tumulo di un principe-guerriero ci restituisce le immancabili armi, coltelli impreziositi da manici d’avorio lavorati, che ci parlano di scambi con paesi lontani, un carro da battaglia, due levrieri che riposano accanto al giovane principe sacrificati nella speranza di chissà quali cacce ultraterrene. Lo stile dei reperti è quello internazionale del tempo, detto orientalizzante: quando quel popolo aprì gli occhi sulla storia, fu abbagliato dalle grandi civiltà del vicino oriente e ne mutuò le espressioni formali. Come gli etruschi loro vicini o i greci che solcavano il mare fino ad Ancona e Numana.
Reperti sono affiorati in grande quantità un po’ dappertutto in questa vallata appenninica ricca di acque e di miele, coltivata a vigna, frutteti e grano. I più solerti negli scavi furono al solito i tombaroli. Si raccontano in paese strane storie, di ritrovamenti casuali: una trentina d’anni fa giocando a «ruzzola», la ruota si perse dietro un cespuglio. Dalle fratta riemerse pure una statuetta di bronzo, poi venduta per tre pezzi di stoccafisso… Ma per fortuna qui si è saputa e voluta scrivere un’altra storia. Il sindaco-archeologo di Matelica, Patrizio Gagliardi è riuscito a far passare nei regolamenti comunali una norma che prevede la presenza obbligatoria dei funzionari della Soprintendenza per ogni nuovo lavoro di scavo. E così man mano che la città s’espandeva e i sepolcri circolari degli antichi Piceni venivano alla luce a centinaia, gli archeologi hanno potuto salvare e catalogare i reperti. Così è nato il museo archeologico della cittadina quattro anni fa. «Archeologia preventiva», l’hanno chiamata. Solo buon senso verrebbe da dire, se l’amore per la storia non fosse merce rara nel nostro paese. E anche grazie a questa sensibilità che gli antichi Piceni non sono più solo un nome sui libri di storia o una mera indicazione geografica. La ricchezza delle scoperte in questa valle angusta, stretta tra due fila di monti, aggiunge un nuovo tassello alla nostra conoscenza della protostoria italica e fa di questa cittadina una tappa obbligata per la comunità scientifica. E infatti la mostra è già stata richiesta da alcuni dei più importanti musei archeologici d’Europa, un bel biglietto da visita per la regione. Anche perché in un vaso sono stati trovati semi di vite, che dimostrano l’antichità della vocazione vitivinicola delle colline marchigiane. E qui sono già tutti sicuri: non può trattarsi che del nostro verdicchio.

Potere e splendore Gli antichi Piceni a Matelica
Matelica Palazzo Ottoni Fino al 31 ottobre

l’Unità 15.6.08
La lezione di Vanna Marchi
di Luigi Manconi e Andrea Boraschi


Possiamo permetterci un po' di revisionismo storico? Di quello buono, s'intende: di quello che "la storia è continua, costante e indefessa revisione del sapere acquisito"… Quella roba lì, insomma. E possiamo applicarlo a Vanna Marchi e Stefania Nobile? Mica per urtare la sensibilità di una gran massa di povera gente truffata, ci mancherebbe. Solo perché, dal momento che ce le hanno arrestate di nuovo, qualcuno dovrà pur dire quello che molti non dicono. Ripercorrere le gesta e rendere chiaro, una volta per sempre, il ruolo storico di mammà - in primis - e della figlia nelle vicende del costume nazionale; e il significato profondo di una figura come quella di Mario Pacheco Do Nascimento, quel Maestro di Vita che da quando non c'è più ha gioco facile Baumann ad arricchirsi scrivendo che la vita contemporanea è incasinata.
Diciamolo subito: la Marchi ha sbagliato un solo colpo, in vita sua. Un bel giorno scelse di passare dalle alghe dimagranti a un prodotto più esclusivo. Lanciò un profumo, la sua essenza: Flag. Che noi, che ne comprammo in quantità per fidanzate e amiche, possiamo dire che era veramente fetente. Certo: ebbe, per prima, l'idea di associare direttamente carisma e fascino di una personalità assoluta (la sua) agli olezzi di un liquido giallognolo in packaging ultra kitsch. Fatto sta che l'operazione andò malissimo. Troppo avanti, come canta Er Piotta, per l'Italia di allora. Dunque problemi finanziari mica da ridere; di lì l'idea di cominciare a vendere il sale a prezzi salatissimi (che, pure qui, se in questo paese ci fosse vera libertà di concorrenza nessuno mai l'avrebbe incriminata per alcunché).
Ma il punto non è questo: il punto è che noi ricordiamo - sì, noi ricordiamo - quel garage di Ozzano nell'Emilia da cui la Nostra cominciò a trasmettere le sue prime televendite. Aveva un negozio, la Vanna: e capì, prima di ogni altro, che con una telecamera sgangherata si poteva trasmettere su qualche tivvù locale e attirare clienti nella bottega. Di lì al successo la strada fu breve e il percorso travolgente. "Le trasmissioni che hanno fatto storia - stando ad Aldo Grasso - sono il "Vanna Marchi Show" su Rete A (dalle 23 all'1 di notte) e "Accendi un'amica", condotta da Guido Angeli e trasmessa la domenica mattina su Antenna Sicilia e TeleElefante". Di lei un giovane Vittorio Sgarbi scrisse, nel 1985, sull'Europeo: "Il fenomeno che mi è sembrato così insolito si chiama Vanna Marchi. Questo nome non è legato a una serie di film o a commedie brillanti o a inchieste di attualità, bensì alla vendita di diete e cosmetici. Il suo spazio dunque è quello pubblicitario, anche se i tempi lunghi, circa due ore, sono quelli di una trasmissione. Ciò che colpisce in questo spettacolo di recitazione pura, per così dire selvaggia, è che non avviene niente; noi siamo chiamati ad assistere a un monologo come quelli di Dario Fo o Carmelo Bene...".
Vanna Marchi è stata la prima a richiamare la donna italiana a un orgoglio estetico viscerale: le sue crociate contro l'adipe avevano il sapore di una guerra santa contro la grottesca opulenza della modernità, combattuta con il piglio e il fervore emiliano di chi, per accento, consuetudine con le tagliatelle e frequentazioni con una qualche "Cesira", ha dalla sua tutta la genuinità del mondo. Non solo ha creato un modello televisivo unico e ammaliante: è stata anche mattatrice della tivvù quella buona quella che si vuole di serie A. Tanto da frequentare i divani del Maurizio Costanzo Show; tanto da stabilire un record di vendite di biglietti della Lotteria Italia nell'edizione di Fantastico '88-'89; tanto da meritarsi un ruolo nei Promessi sposi del trio Marchesini-Solenghi-Lopez. E ci ha regalato un'autobiografia scritta con Adriana Treves; e un rap (non poteva che intitolarsi "D'accordo?!") divenuto per qualche tempo un tormentone da Blob. Infine, ha mostrato all'Italia tutta, attraverso la shockante mutazione di sua figlia, i mali che possono venire dalle lampade abbronzanti; e di lì ci ha condotti per mano in una dimensione più spirituale, venata di misticismo di matrice brasileira. Senza mai disdegnare l'eventuale botta di culo di una vincita al lotto; senza mancare di sacrificarsi alla coscienza di questo Paese, che crede alle inchieste di Striscia la notizia come gli americani credettero a Bob Woodward e Carl Bernstein, consacrando definitivamente il potere inquisitorio delle Veline.
Ora la Vanna e la Stefania finiscono nuovamente dietro le sbarre. Lei, che era tornata a dirigere un centro estetico a Carpi, e la figlia, che lavorava in un bar milanese, sono state arrestate perché si teme che possano fuggire all'estero o reiterare i loro reati. A dirla tutta, pare che il divieto di espatrio fosse scaduto due anni e otto mesi fa: come dire, tempo per fuggire ce n'è stato a iosa. Quanto alla reiterazione del reato: beh, manca il Maestro di Vita e senza lui difficile imbroccare i numeri al Lotto e preparare i talismani e gli amuleti contro le influenze maligne. Al più si può tornare a vendere qualche alga, che non ha mai fatto male a nessuno. Ma quale televisione trasmetterebbe mai una televendita della Marchi? Non basterebbe interdirla da quella attività? E anche fosse: chi acquisterebbe mai i suoi prodotti? O forse non c'è più, in Italia, la sacrosanta libertà di lasciarsi truffare un po'? D'accordo, le gesta della "ditta Marchi" si sono dimostrate, nel tempo, odiose assai. E hanno nuociuto a tanti poveri sprovveduti. Non sappiamo se la loro abiezione cancellerà definitivamente altrettanti, e altrettanto spaventevoli, meriti storici. Sappiamo, tuttavia, che questo arresto, solo una virgola in una vicenda penale annosa e tortuosa, ripropone un uso dello strumento penale e della detenzione come sanzione quali vie esclusive per controllare una questione che, piuttosto, ha a che fare col costume e col consumo. Insomma, davvero il carcere è l'unico modo per far star buona una 66enne (oops, l'abbiamo detto) troppo energica e la sua figliola devastata dal troppo collagene?
Scrivere a: abuondiritto@abuondiritto.it

Corriere della Sera 15.6.08
L'osservatorio Gli elettori e il comportamento dell'opposizione
Il Pd delude il 40% dei suoi: troppo remissivo
di Renato Mannheimer


Il governo continua di settimana in settimana a vedere incrementati la popolarità e il consenso di cui gode presso l'elettorato. Anche se, negli ultimi giorni, una quota crescente (benché sempre minoritaria) di coloro che inizialmente avevano sospeso la propria opinione sull'esecutivo in attesa di verificare il suo operato, inizia ad esprimere qualche scetticismo. Ma la valutazione definitiva sul governo è, per quasi tutti, di fatto rinviata alla fine del periodo della cosiddetta «luna di miele» (grossomodo alla fine dell'estate), quando i cittadini trarranno i primi bilanci sui risultati dell'azione della compagine guidata da Berlusconi.
Intanto, però, si diffonde in misura sempre maggiore nel Paese la percezione di una forte inadeguatezza dell'iniziativa dell'opposizione, a fronte della capacità propositiva del governo. In realtà, nelle inchieste di opinione condotte più di recente, il giudizio sull'opposizione risulta dividere il Paese in parti pressoché eguali tra loro: metà dei cittadini ne approva l'operato, in misura più o meno convinta, e metà, viceversa, esprime una valutazione di segno opposto. L'atteggiamento critico è più frequente tra i giovanissimi e, ciò che riveste un significato politico ancora maggiore, tra gli operai e i lavoratori subordinati in genere, ove l'opinione negativa sull'azione dei partiti di opposizione supera il 51%.
In linea di principio, l'atteggiamento critico verso l'opposizione è più presente (53%) tra quanti, alle ultime elezioni, hanno votato per le forze di centrodestra. Ma è interessante rilevare come il giudizio di insufficienza per il Pd e gli altri partiti di opposizione, sia diffusissimo anche tra chi in aprile aveva scelto il centrosinistra: tra costoro, addirittura il 42% esprime oggi una valutazione negativa sull'operato dell'opposizione nei primi mesi di vita del governo. Specialmente il Pd viene accusato di avere scarsa capacità propositiva, di possedere poca iniziativa e, secondo alcuni, di essere talvolta troppo «subordinato» verso ciò che viene proposto dall'esecutivo in carica. Per la verità, di fronte alla richiesta diretta di formulare un giudizio esplicito sul comportamento dell'opposizione nell'ultimo periodo, poco più di metà dell'elettorato nel suo complesso lo definisce «equilibrato». Ma questa opinione positiva (o, se si vuole, «assolutoria») proviene paradossalmente in misura maggiore dalle fila dei votanti per le forze di governo (ove è espressa dal 53%) che da quelle degli elettori dell'opposizione stessa (50%). Tra questi ultimi, infatti, più del 40% giudica Veltroni e alleati «troppo remissivi ».
In definitiva, l'opinione pubblica sembra, in questo primo periodo di esistenza dell'esecutivo, punire assai più l'opposizione del governo. Concordando col titolo del recente commento sull'Italia dell'Economist, secondo cui «Veltroni rischia di essere fin troppo gentile con Berlusconi».

Corriere della Sera 15.6.08
Bilanci Il 16 giugno 1958 l'esecuzione di Nagy. Lo storico Federigo Argentieri rievoca la sua battaglia per far cambiare posizione al Pci sull'Ungheria
Budapest '56, ferita aperta a sinistra
Le complicità di Togliatti, il continuismo di Reichlin, gli errori di Craxi, le rimozioni di Veltroni
di Antonio Carioti


«Tutto cominciò nel 1979, quando venni inviato a Budapest da Massimo D'Alema per rappresentare i giovani comunisti ai vertici della Fmjd, un'organizzazione internazionale di osservanza sovietica». Nel Pci lo storico Federigo Argentieri ha combattuto a lungo perché il partito cambiasse posizione sulla rivoluzione ungherese del 1956, sconfessando Palmiro Togliatti e la sua scelta di approvare non solo l'intervento dell'Urss, ma anche la condanna a morte del comunista riformatore Imre Nagy, capo del governo magiaro durante la rivolta, impiccato mezzo secolo fa, il 16 giugno 1958. Fu una battaglia difficile, che Argentieri considera vinta solo in parte: «Non condivido il modo in cui Walter Veltroni rimuove il passato e finge di non essere mai stato comunista. La storia non si può ignorare: bisogna rivisitarla criticamente».
A tal proposito Argentieri ritiene che Enrico Berlinguer fosse sulla buona strada già nel 1968: «Fu il comunista più deciso nel condannare il soffocamento della Primavera di Praga, come dimostrano anche i documenti sovietici che Victor Zaslavsky sta per pubblicare sulla rivista Ventunesimo Secolo. Berlinguer conosceva bene l'Urss ed era convinto della necessità di staccarsene. Mosca lo considerava un nemico e sono certo che il suo strano incidente stradale in Bulgaria, nel 1973, fu un tentativo del Kgb per assassinarlo, come del resto pensava anche lui». Però Berlinguer rifiutò l'ipotesi di un approdo socialdemocratico. «Finita la solidarietà nazionale, il suo radicalismo in politica interna fu disastroso. Ma credo che fosse dovuto anche all'esigenza di coprirsi le spalle a sinistra, per bloccare i tentativi dei sovietici di creargli problemi nel partito in seguito alla sua dura condanna del colpo di Stato in Polonia, nel dicembre 1981».
Anche Argentieri passò i suoi guai: «A Budapest, circondato da un'ostilità glaciale, sostenni la linea del Pci contro la messa al bando di Solidarnosc. E presi a interrogarmi sul 1956: se si condannava un'azione di forza limitata come quella del generale Jaruzelski, che in fondo aveva il vantaggio di evitare un'invasione sovietica, come si poteva mantenere una valutazione positiva sul bagno di sangue avvenuto a Budapest 25 anni prima?».
Il ritorno in Italia, nel 1982, segna l'inizio di una fase di studi: «Andai a lavorare all'Istituto Gramsci: qui, con l'appoggio di Adriano Guerra, approfondii le mie ricerche fino a preparare una tesi di laurea sulla rivoluzione ungherese che smentiva pienamente l'interpretazione ufficiale del Pci. Ma capivo che, pubblicandola da solo, avrei fatto la figura della mosca cocchiera, senza ottenere effetti politici. Accolsi così il suggerimento di Giancarlo Pajetta, che mi disse di contattare un senatore comunista di Torino, Lorenzo Gianotti, il quale stava lavorando a sua volta sull'insurrezione di Budapest».
Ne nacque il libro a quattro mani L'ottobre ungherese,
uscito nel 1986, che divenne un caso politico. «Fu un macigno nello stagno, perché Gianotti lo segnalò al suo amico Giuliano Ferrara, il quale consigliò a Bettino Craxi di uscire allo scoperto. Così il leader socialista chiese al Pci di riabilitare Nagy, suscitando un vespaio. D'Alema subì rimbrotti per avermi appoggiato, ma mi difese. Luciano Lama e Paolo Spriano si schierarono a favore di Nagy. Ma gran parte del partito cercò di salvare capra e cavoli, attraverso contorsioni che si sforzavano di giustificare la fedeltà alla lezione di Togliatti. Penso a Giuseppe Boffa e soprattutto ad Alfredo Reichlin, che all'epoca dell'esecuzione di Nagy era direttore dell'Unità e non ha mai detto una parola di autocritica: padronissimo, ma mi lascia assai perplesso che proprio a lui sia stato affidato il compito di scrivere il programma del Partito democratico. Ho più rispetto per Armando Cossutta, che è sempre stato un filosovietico coerente. Quello che non accetto è il tentativo di tenere insieme posizioni incompatibili in una logica di continuismo esasperato, tipicamente togliattiana, che alla fine si rivela soltanto opportunistica ».
Così il 1986 fu un'occasione mancata: «Purtroppo Berlinguer era morto e il successore Alessandro Natta mostrò limiti enormi: nell'anniversario della rivoluzione si recò in Ungheria a visitare Janos Kadar, l'uomo portato al potere dai sovietici, senza rendersi conto di come sarebbe stato interpretato il suo gesto. Ci vollero pressioni enormi per indurlo ad esprimere qualche parola di rispetto per Nagy. Anche per questo l'anno dopo fu sostituito, in modo un po' brusco, da Achille Occhetto, che però aveva ereditato l'anticraxismo berlingueriano e non aveva le idee molto chiare sul da farsi».
Intanto al Cremlino era arrivato l'innovatore Mikhail Gorbaciov: «Quando fu riabilitato Nikolaj Bukharin, vittima del grande terrore nel 1938, il Psi riprese l'offensiva. Io fui l'unico del Pci a partecipare a un polemico convegno socialista sullo stalinismo, nel marzo 1988. Tuttavia la nuova generazione comunista era più sensibile all'esigenza di rompere con il passato. Utilissimo a tal proposito fu il contributo di Miklos Vasarhelyi, un dissidente ungherese che era stato processato con Nagy. Realizzai con lui un libro intervista: buon conoscitore dell'Italia, toccò le corde giuste per indurre il Pci a una svolta netta».
L'occasione fu la cerimonia organizzata a Parigi in onore di Nagy, nel trentesimo anniversario dell'esecuzione, dal grande esule ungherese François Fejtö, recentemente scomparso: «La partecipazione di Piero Fassino, in rappresentanza del Pci, ebbe un forte significato politico. Claudio Martelli, anche lui presente, mi parve molto seccato. L'anno dopo era il 1989 e a Budapest, in un Paese ormai avviato verso la democrazia, ci furono i solenni funerali di Nagy e degli altri martiri della rivoluzione, sempre il 16 giugno: insieme a Fassino ci andò anche Occhetto. E di nuovo i socialisti non la presero bene: credo che il Psi abbia svolto un ruolo assai positivo nell'incalzare il Pci, ma abbia poi sbagliato nel volerlo azzerare. Craxi pensava di occupare l'intero spazio della sinistra, togliendo di mezzo i comunisti, mentre stava al governo con la Dc: un progetto palesemente irrealistico. E poi anche il Psi era stato stalinista e non poteva limitarsi a rimuovere quel suo passato senza rifletterci sopra».
È il settarismo, secondo Argentieri, che ha affossato la sinistra: «La svolta della Bolognina sfociò nel nulla, perché Occhetto era disposto a tutto fuorché a proclamarsi socialdemocratico. Ma anche il Psi si accanì inutilmente contro il Pds. E così certe incrostazioni sopravvivono ancora oggi, nonostante l'apertura degli archivi sovietici voluta da Boris Eltsin, una figura che andrebbe rivalutata. Nel 1996 pubblicai in allegato all'Unità un libro, La rivoluzione calunniata
(poi ripubblicato da Marsilio), nel quale dimostravo che Togliatti aveva non solo approvato, ma sollecitato l'intervento sovietico. E in precedenza avevo trovato documenti da cui risultava che il leader del Pci aveva preventivamente avallato l'esecuzione di Nagy, pur chiedendo a Kadar di rimandarla a dopo le elezioni italiane del 1958 (come in effetti avvenne). Ma molti fanno finta di niente: all'Istituto Gramsci, nonostante gli sforzi positivi del direttore Silvio Pons, è cresciuta una generazione che, patrocinata dal presidente Giuseppe Vacca, ancora difende il continuismo togliattiano. Se gli eredi del Pci non fanno davvero i conti con la loro storia, la sinistra non uscirà dal vicolo cieco in cui si trova».

Corriere della Sera Salute 15.6.08
Violenza sulle donne. Le cifre della vergogna in Europa e negli Usa
«Femicidio»: le italiane sono meno a rischio
Troppe però subiscono soprusi fisici e psicologici
di Angelo de'Micheli


Soltanto il 18,2% delle donne giudica la violenza subita in famiglia un autentico reato

Su 20 Paesi, l'Italia è al 17˚ posto per numero di donne uccise, seguita solo da Svezia e Cipro. Ai primi posti Ungheria e Usa
L'amore è come la luna. Se ne vede una faccia. L'altra faccia dell'amore la cogliamo solo nei casi estremi quando approda alla cronaca nera che ci parla di violenze, stupri, maltrattamenti e omicidi. Ma nel 95% dei casi non se ne sa nulla: su 100 donne maltrattate solo cinque denunciano i loro persecutori. E non è un dato solo italiano: in tutta Europa questa è la percentuale del silenzio. «La realtà Italiana non è però la peggiore — sottolinea la professoressa Isabella Merzagora, titolare della cattedra di criminologia alla facoltà di Medicina di Milano, ospite di un convegno organizzato dalla Provincia che ha riunito esperti da tutta l'Europa. «I dati di Eures-Ansa si focalizzano sul rischio più grave: quello di omicidio. Su venti Paesi europei analizzati, l'Italia si colloca al 17% posto, seguita da Svezia e Cipro. Il Paese in cui si corrono i rischi maggiori di "femicidio" è l'Ungheria, gli Usa sono al secondo posto, seguiti da Romania, Slovacchia, Austria e Slovenia. Va a questo punto precisato che in tutti gli Stati — tranne i Paesi Bassi — la metà o più dei "femicidi" avviene a opera di partner passati o presenti. In Italia la percentuale è al 75%».
Ma quanto è elevata la probabilità, per un'italiana, di sperimentare la violenza nel senso più generale del termine? Secondo uno studio del 2006 dell' Istat, condotto su un gruppo rappresentativo di donne fra i 16 e i 70 anni, risulta che 6 milioni e 743 mila italiane sono state vittime di violenza fisica o sessuale (dallo stupro ai rapporti indesiderati) o psicologica (dalle intimidazioni al controllo della libertà personale) o di tentate violenze, nel corso della loro vita. Il che significa un italiana su tre, ma in Germania la percentuale è quasi del 40% considerando "solo" le violenze fisiche. In Italia, le violenze in generale sono opera del partner nel 93% dei casi; per quanto riguarda le violenze sessuali , colpevole è il compagno nel 69,7% ; nel 17,4% un conoscente e solo nel 6,2% uno sconosciuto. I casi più gravi di violenza, gli omicidi, sono più frequenti al Nord dove si registra con il 68% dei casi. Al Nord — hanno spiegato gli esperti del convegno milanese — le donne possono più facilmente sottrarsi ad una convivenza opprimente grazie alle maggiori opportunità di trovare indipendenza economica e questo scatena la violenza. Il momento più a rischio è proprio quello in cui la donna dichiara di volersene andare o comunica di avere un nuovo compagno. L'ultimo appuntamento, con il pretesto, o l'obiettivo, di "chiarire", è sovente l'occasione di nuove violenze: il rischio è altissimo, nel 75% dei casi la donna è vittima di aggressioni. Che fare? Mai presentarsi da sole all'incontro chiarificatore, suggeriscono assai pragmaticamente gli esperti.
«Non è però la vecchia gelosia a far degenerare la situazione, ma la fragilità dell'uomo nella gestione della separazione affettiva e coniugale — precisa la professoressa Merzagora —. È il fatto di dover accettare una decisione non voluta, di perdere una proprietà più che un affetto a scatenare la rabbia».
Ma la violenza si può prevedere, prevenire? «La violenza fisica e quella psicologica non sono l'effetto di una momentanea follia, — dice l'esperta — sono il risultato di un terreno preparato giorno dopo giorno in un clima di terrore in cui l'isolamento della donna, creato ad arte dal partner, le toglie ogni possibilità di sostegno, di confronto, di condivisione con altre donne. In sostanza viene meno una "rete sociale" cui far riferimento e dove trovare aiuto. Anche la gravidanza può diventare un problema: ci sono uomini che sono bambini cronici, sentono il figlio come un intruso, una minaccia per il loro narcisismo, e si sfogano come rabbia e con la violenza fisica».
«Chi abusa — prosegue Merzagora — spesso non si sente in colpa e trova facile far passare la compagna per visionaria, minando sempre di più una autostima che in queste donne è già fragile. Quanto alle violenze psicologiche, meno eclatanti ma altrettanto devastanti, quando si vive in coppia si conoscono bene le debolezze dell' altro e si ha buon gioco nel colpirlo facilmente, soprattutto umiliandolo».
«La soluzione a questi problemi — conclude Merzagora — passa attraverso campagne di sensibilizzazione, di informazione, centri di sostegno che aiutino le donne a non sentirsi isolate, colpevoli, diverse, e che forniscano aiuti concreti: dalle residenze protette ai pareri legali, sostegni tali da far superare la barriera del silenzio e impedire un'escalation di violenze. E i servizi socio- assistenziali dovrebbero servire per gli interi nuclei familiari in difficoltà».

Stalking. Un Persecuzione che spesso si trasforma in aggressione

È una parola che sta diventando familiare: stalking, in inglese: "fare la posta". E' uno dei reati per i quali, secondo la normativa in discussione, le intercettazioni telefoniche potrebbero essere consentite senza limitazioni. Chi opera lo stalking adotta comportamenti intrusivi, di sorveglianza, attua ripetuti tentativi di comunicare. I dati dell'Osservatorio nazionale per lo stalking, ci dicono che un italiano su 5 è stato oggetto di stalking e che nell'80% dei casi le vittime sono donne. Più del 55% degli autori di queste molestie è un ex partner. Gli psicologi spiegano che gli autori spesso sono soggetti fragili che non sopportano il rifiuto. Le ricerche dicono però che dalla fragilità nasce la violenza: il 50% dai casi di aggressione fisica e sessuale su donne è preceduto dallo stalking.

l Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Hannah e i suoi camerati
Secondo il concetto di totalitarismo della Arendt, il fascismo non fu tale fino al '38, mentre lo erano il nazismo e la Russia di Stalin. Ma la tesi non convince
di Emilio Gentile

Per la studiosa tedesca un regime non si poteva defìnire totalitario senza il terrore e un dittatore dalla mente criminale

Nel suo libro Le origini del totalitarismo, pubblicato nel 1951, Hannah Arendt dedicava al fascismo poche e sparpagliate osservazioni, che complessivamente superano appena la lunghezza di una pagina. Sui seicentotrenta titoli elencati nella bibliografia, le pubblicazioni che riguardano il fascismo, fra le migliaia di opere che pure erano disponibili in tedesco, inglese o francese, nel periodo in cui la studiosa tedesca compose il suo libro, non superano le dita di una mano, e nessuna è una storia del fascismo o uno studio del suo sistema politico. Nonostante ciò, poche interpretazioni del fascismo hanno avuto tanta ampia e durevole influenza su molti studiosi che, nell'ultimo mezzo secolo, si sono occupati del fascismo e del totalitarismo, quanto l'interpretazione proposta da Arendt nell'ambito del suo studio sul totalitarismo.
Un' analisi critica del giudizio della Arendt sul fascismo risulta importante se consideriamo che tale giudizio ha segnato una svolta decisiva nell'analisi e nell'interpretazione sia del fascismo sia del totalitarismo, rispetto a tutte le precedenti interpretazioni, che erano state elaborate nei decenni precedenti da studiosi come Luigi Sturzo, Hans Kohn, Michael Florinsky, Raymond Aron, Alfred Cobban, Carlton Hayes, Emil Lederer, Sigmund Neumann. Malgrado le loro differenti e opposte ideologie, tutti questi studiosi, nella loro analisi del totalitarismo, avevano considerato il fascismo un regime totalitario, non perché tale il fascismo si proclamava, ma perché essi riscontravano nel regime fascista le caratteristiche tipiche dei regimi a partito unico sorti in Europa dopo la Prima guerra mondiale. Poiché il problema del totalitarismo e il termine stesso hanno avuto origine dal fascismo, la negazione del carattere totalitario del fascismo, asserita dalla Arendt, investe l'intero problema del totalitarismo. Infatti, gran parte delle idee fondamentali che costituiscono l'interpretazione del totalitarismo elaborata dalla Arendt erano state già esposte dagli studiosi citati, nessuno dei quali escludeva il fascismo dal totalitarismo. L'unica novità, nell'interpretazione della Arendt, era la definizione del terrore come la «vera essenza» della forma totalitaria di governo. Il terrore non era ovviamente ignorato dai precedenti studiosi del totalitarismo, ma nessuno di essi lo aveva considerato l'essenza del totalitarismo.
La Arendt parla genericamente di movimenti totalitari e semitotalitari sparsi nell'Europa dopo la Grande guerra, ma alla fine dalla sua analisi emerge che il nazionalsocialismo era l'unico movimento totalitario, mentre, sostiene senza esitazione la Arendt, la dittatura bolscevica, fino al 1930, non fu la creatura di un movimento totalitario. Fu Stalin, sostiene la studiosa, che trasformò «la dittatura di partito unico in un regime totalitario», e soltanto a Stalin la Arendt attribuisce la colpa di aver predisposto le condizioni per instaurare il totalitarismo, pienamente sviluppato con il terrore di massa. Nel caso della Germania, la Arendt sostiene invece che il nazionalsocialismo fu un movimento totalitario fin dalle origini, ma divenne un regime totalitario soltanto dopo il 1938, anzi, precisa la studiosa, lo divenne soltanto durante la Seconda guerra mondiale, ma neppure allora fu un «totalitarismo pienamente sviluppato» perché, spiega la Arendt, soltanto «se la Germania avesse vinto la guerra avrebbe conosciuto una dittatura totalitaria pienamente sviluppata». Così, neppure il nazionalsocialismo, che secondo la Arendt fu l'unico movimento veramente totalitario prima della conquista del potere, divenne mai un totalitarismo pienamente sviluppato.
Il rapporto fra movimento totalitario e regime totalitario, nell'interpretazione della Arendt, rinlane oscurato da numerose contraddizioni, che vanno oltre il caso della Russia e della Germania. Infatti, occupandosi della Cina comunista la studiosa afferma che le caratteristiche totalitarie del partito comunista cinese erano presenti fin dall'inizio, e si inasprirono negli anni Sessanta durante il conflitto russo cinese, e aggiunge che nel periodo iniziale della dittatura comunista in Cina ci fu un terrore di massa che provocò circa quindici milioni di vittìme, ma, precisa la studiosa, «se questo fu terrore, e lo fu certamente, era un terrore diverso, e qualunque siano stati i suoi risultati, non decimò la popolazione». Quindi, conclude, non si poteva applicare al regime comunista cinese, nonostante quindici milioni di vittime, l'attributo di totalitarismo autentico perché, sostiene la Arendt, «il "pensiero" di Mao Tse-tung non seguiva nella scia lasciata da Stalin (e da Hitler, in questo campo), perché non era un assassino per istinto, e in lui il sentimento nazionalista, tipico in tutti i movimenti di rivolta anticoloniale, fu forte abbastanza da porre dei limiti al dominio totale».
In sostanza, nell'interpretazione della Arendt il totalitarismo appare come una sorta di fenomeno intermittente, che appare e scompare, oppure come una pianta che in un Paese, la Russia, nasce e cresce senza avere radici; in un altro, la Germania, ha radici ma tarda a nascere e a crescere; in un altro, l'Italia, non ha radici, non nasce e non cresce, ma poi la studiosa lascia intendere che comunque il totalitarismo sarebbe apparso anche in Italia dopo il 1938. In tal modo, però, l'intera questione della natura dei movimenti totalitari, dei regimi totalitari, delle loro somiglianze e differenze è avvolta in una nebbia teorica, mentre emergono evidenti, chiari, netti e perentori affermazioni e giudizi non preceduti, né accompagnati, né seguiti da argomentazioni coerenti, e spesso fondati su dati storici inattendibili o inesistenti.
Da queste considerazioni sorge un'ultima questione, forse la più importante, perché investe l'intera interpretazione del totalitarismo proposta dalla Arendt e il suo giudizio sul fascismo. Come abbiamo visto, la studiosa tedesca ripeteva continuamente che il fascismo non era totalitario. Tale giudizio è stato recepito da molti studiosi del fascismo e del totalitarismo, che tuttora lo ripetono come fosse un'interpretazione inconfutabile e definitiva, senza tener in nessun conto i risultati della ricerca storica che ne ha da tempo dimostrato la infondatezza. Ma tutti costoro trascurano di notare che la stessa Arendt aveva posto le premesse per rimettere in questione il suo giudizio, quando affermava che il fascismo non fu totalitario «fino al 1938». Forse la Arendt intendeva, con questa precisazione, dire che il fascismo dopo il 1938, adottando l'antisemitismo come ideologia di Stato, trasformò la dittatura di «partito al di sopra dei partiti» in un regime totalitario, come era accaduto in Russia dopo il 1930 e in Germania dopo il 1938? E inoltre: se il partito bolscevico non era un movimento totalitario, come poté diventare totalitario per l'iniziativa di un solo individuo, e poi cessare nuovamente di essere totalitario dopo la morte dello stesso individuo, come, secondo la Arendt, avvenne dopo la morte di Stalin? Può un solo individuo dalla mente criminaIe trasformare in un regime totalitario una dittatura di partito, nata da un movimento non totalitario, senza trovare gli strumenti per la trasformazione nella dittatura esistente, la quale, di conseguenza, non può essere esclusa dal totalitarismo? E se il fascismo divenne totalitario dopo il 1938, quali furono le radici e le cause di questa trasformazione: erano nel movimento e nel regime fascista prima del 1938 o dipesero soltanto, come in Russia, dalla volontà di un individuo?
Su tutte queste questioni, che sono decisive per comprendere la natura del totalitarismo e il suo significato nella storia del Novecento, il silenzio della Arendt è rimasto totale.

«La via italiana al totalitarismo», di Emilio Gentile, nella nuova edizione riveduta e ampliata (pagg. 414, € 26,50), uscirà da Carocci giovedì 19 giugno.

«L'eredità? Nei partiti»
di Emilio Gentile

Per molti antifascisti la peggiore eredità del fascismo non era la continuità delle istituzioni statali e pubbliche create dal regime e incorporate nello Stato repubblicano, quanto e soprattutto un certo modo di concepire e praticare la politica, che il partito fascista aveva coltivato per un ventennio, coinvolgendo per la prima volta nella storia degli italiani, milioni di uomini e donne nelle sue organizzazioni di massa... Il fascismo non aveva creata il conformismo, scriveva De Ruggiero nel 1946, ma l'aveva aggravato «rendendo obbligatoria e coattiva una tendenza che già spontaneamente si affermava vittoriosa. La democrazia, che oggi succede al fascismo, non porta un rimedio a quel male, ma ne racchiude in sé gli stessi germi... La fine del fascismo ha lasciato una società modellata sul conformismo e avvezzata a esso, ma senza più una norma unica e comune cui conformarsi. [...] In sede politica, noi avvertiamo questo fenomeno nei partiti, ciascuno dei quali conserva in sé tracce indelebili del "Partito", nelle sue gerarchie, nelle sue omertà, nelle sue intolleranze».
Per eredità del totalitarismo fascista, la cultura liberale intendeva inoltre «lo spirito e lo stile politico del fascismo», cioè, come precisava «Risorgimento liberale» nel maggio 1945. «la intolleranza, la sopraffazione, l'accettazione supina della mistica di partito con il relativo corollario del fine che giustifica i mezzi, la tendenza di certi movimenti a costituirsi come stati nello Stato e ad agire come gli eserciti in territorio occupato, che hanno come sola legge la propria necessità»... Insieme al misticismo politico, dall'eredità che il totalitarismo fascista lasciava alla neonata democrazia scaturiva la «mistica del Partito», come la definiva il repubblicano Mario Ferrara nel 1949, cioè l'esaltazione del primato del partito come organizzazione alla quale l'individuo deve aderire con disciplina e dedizione integràli: «Anche per coloro che si dicono democratici e liberali il Partito è diventato un mondo chiuso e tirannico del quale non si può fare a meno e in nome del quale si abdica a ogni dignità morale e, talora, alla dignità umana pura e semplice».
Se il conformismo e il misticismo politico erano mali del fascismo trasmessi alla democrazia, altrettanto grave era un'altra tendenza del totalitarismo fascista che pareva avesse contagiato i partiti della democrazia, cioè la tendenza a organizzare le masse con appelli al settarismo fanatico, e la loro propensione a prevaricare lo Stato per i loro interessi, producendo così, dopo l'esperienza del dominio del partito unico, una nuova forma di dominio partitico, che fu definito, fin dai primi anni dell'Italia repubblicana, con il termine "partitocrazia "... L'eredità del fascismo non consiste soltanto nella continuità degli apparati statali e del personale dirigente, che passò senza patire epurazione dallo Stato fascista allo Stato repubblicano.
L'eredità dell'esperienza fascista è stata rintracciata anche nella perpetuazione di un modo di concepire e praticare la politica di massa, nel primato attribuito al partito nei confronti delle istituzioni parlamentari, nella propensione a coltivare una prassi di "partitizzazione" delle istituzioni pubbliche.

Il Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Il Bene in balìa della fortuna
Perché l'idea di separare la giustizia dagli accidenti della sorte si è rivelata illusoria. Non basta liberarsi dagli dèi
di Remo Bodei

«Vergogna e necessità» di Bernard Williarns è una penetrante analisi della moralità dei Greci. Conoscevano già colpe e responsabilità. Oggi sono di nuovo attuali per il loro senso della tragicità dell' esistenza, trascurato dai moderni
di Remo Bodei

A introdurre la distinzione tra «civiltà della vergogna» e «civiltà della colpa» è stata l'antropologa americana Ruth Benedict nel preparare uno studio per le forze armate degli Stati Uniti in vista di una possibile invasione del Giappone (resa poi inutile dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki). Il rapporto, pubblicato in forma di libro nel 1946 e intitolato Il crisantemo e la spada, contribuì a fissare questa divisione, ripresa e amplificata da due eminenti studiosi dell'antichità: Eric Dodds, in I greci e l'irrazionale, del 1951, e Arthur W. H. Adkins, in La morale dei Greci da Omero ad Aristotele, del 1960.
Con diverse sfumature, le loro tesi coincidono nell'affermare che, nelle società con forte impronta militare e aristocratica, la vergogna non ha valore morale, in quanto dipende dal giudizio altrui. Gli eroi omerici, nella fattispecie, agirebbero solo in funzione delle aspettative dei loro pari nell'ambito dell'onore e del coraggio. Solo a partire dal V secolo a.c., contando sull'allentamento dei vincoli etici della famiglia e della tribù, la democrazia ateniese avrebbe messo gli individui di fronte alla personale responsabilità delle loro azioni. Con la sua dottrina del peccato originale e con il sacramento della confessione, sarebbe stato, tuttavia, il cristianesimo ad istillare nelle persone e nelle istituzioni la civiltà della colpa, assurta a una superiore dignità nel rendere la colpa stessa il frutto marcio della libertà.
Il passaggio dalla civiltà della vergogna alla civiltà della colpa costituirebbe dunque un netto e definitivo progresso morale, il cui culmine viene raggiunto, sul piano filosofico, dal soggetto kantiano - che, assolutamente libero da qualsiasi condizionamento esterno, agisce sulla base di «imperativi categorici» -, e, sul terreno politico, dal liberalismo, che presuppone scelte coscienti da parte degli individui.
Bernard Williams sfida queste concezioni attraverso il suo caratteristico metodo della «descrizione filosofica di una realtà storica», che si serve di concetti thick, densi di concretezza, e non thin, sottili ed esangui come spesso accade nelle generalizzazioni di certi filosofi. Mostra così quanto falsa sia l'immagine convenzionale degli eroi omerici come amorali, poiché privi, nell'agire, di intima motivazione e di autonoma volontà e, pertanto, di sensi di colpa: «A me sembra che, nel mondo omerico, ci sia quanto basta delle concezioni essenziali dell'azione per la vita umana: la capacità di deliberare, di decidere, di agire, di fare degli sforzi, di sopportare». Questo non significa negare che vi siano stati progressi nella morale e proporre un anacronistico ritorno all'etica greca. Al contrario, lo sguardo di Williams è volto all'attualità: l'indagare i poemi omerici, la tragedia classica o il ruolo delle teorie di Platone e Aristotele, ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e a sottoporre a esame critico la nostra presunzione di essere liberi decisori, dotati di un'identità tanto granitica da prescindere dalla necessità e dalla casualità delle situazioni. Tale confronto con gli albori della nostra cultura è oggi tanto più indispensabile, in quanto vacillano quelle certezze che avevano a lungo sorretto l'etica dell'Occidente.
Sul piano storico-filologico Williams constata che la nozione di vergogna, nel mondo greco, non dipende esclusivamente dalla paura di essere scoperti dalle persone sbagliate nel momento sbagliato. Essa ha, inoltre, un'estensione più ampia, inglobando aspetti di ciò che noi chiamiamo "colpa". Il fatto che questo termine non abbia equivalenti nella lingua greca, non esclude l'esperienza della colpa (sarebbe illuminante leggere il testo di Williams in parallelo con il volume di Douglas Cairns, Aidos. The Psychology and Ethics oJ Honour and Shame in Ancient Greek Literature, Oxford, Clarendon Press, 1993).
Diversamente da Nietzsche, un pensatore ammirato da Williams, in Vergogna e necessità le obbligazioni morali non affondano le loro radici - al pari della Genealogia della morale - in punizioni corporali ormai dimenticate e interiorizzate, per cui sarebbe stato il ripetuto, ma rimosso, taglio della mano ai ladri a trasformarsi in angoscia della coscienza morale dinanzi alla possibile violazione del comandamento «non rubare». Se è vero, per Williams, che «le esperienze più primitive della vergogna hanno a che fare con la vista e l'essere visto», mentre la colpa affonda «le sue
radici nell'ascolto», nel «risuonare In se stessi della voce del giudizio», bisognerebbe però riconoscere che la voce della coscienza (almeno nella forma del dissenso di Antigone o del demone di Socrate) risulta più potente e cogente nella tragedia e nella filosofia del V secolo rispetto al periodo arcaico.
Ciò che più sta a cuore a Williams è far vedere come il concetto moderno di individuo agente in sintonia con le proprie libere scelte omette un dato di cui i greci erano ben consapevoli: che ciascuno di noi è esposto al caso e alla necessità, ai rovesci di fortuna e alla coercizione della natura o della volontà altrui, come il nascere uomo o donna o l'essere ridotto in schiavitù. Ne consegue che la nostra identità è fragile e non separabile dalle circostanze esterne, dai condizionamenti naturali e storici (un tema che Williams ha acutamente affrontato in Sorte morale).
Le filosofie di stampo kantiano e il liberalismo esigono che fortuna e necessità «non prendano il posto di considerazioni di giustizia».
Credono in tal modo di arginare tali elementi di disturbo o di cacciarli fuori della cornice delle istituzioni, affidandosi alla speranza di mitigare il potere del caso e della necessità sugli individui o di «mostrare che ciò che non può essere mitigato non è ingiusto». La modernità è però in grado di offrire solo una «libertà metafisica», l'astratta convinzione che le nostre decisioni non dipendono da imposizioni esterne. Essa spinge così in secondo piano quanto non solo Marx, ma anche Stuart Mill, aveva osservato: che «gli ostacoli reali alla nostra libertà non sono metafisici, ma psicologici, sociali e politici». Rimuoverli non è facile; anche dopo esserci liberati dal timore che esistano poteri e necessità sovrannaturali - come gli dèi o il destino - che c'impongono determinati corsi d'azione.
I poemi omerici e le tragedie greche ci ricordano quel che spesso dimentichiamo: il nostro essere in gran parte ancora in balia dei capricci del caso e sotto il giogo della nècessità.

Bernard WiUiarns, «Vergogna e necessità», il Mulino, Bologna, pagg. 234, € 25,00.

Il Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Addio mia concubina
Negli anni ruggenti della Contriforma, quando la battaglia contro le eresie fu vinta, gli amori proibiti, fino a quel momento leciti, entrarono nel mirino della Chiesa
di Massimo Firpo

È sotto gli occhi di tutti il fatto che il matrimonio, inteso come vincolo giuridico (e sacramentale per i cattolici) di una coppia eterosessuale non può esaurire il magmatico e mutevole universo dei rapporti affettivi, delle pratiche sessuali, delle forme di convivenza di adulti consenzienti, e che pertanto lo stesso concetto tradizionale di famiglia sta conoscendo mutamenti profondi. Le iniziative di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto hanno occupato in tempi recenti le prime pagine dei giornali, e in merito la Chiesa di Roma non ha mancato di far sentire la sua prevedibile voce per contrastare il riconoscimento di pur minimi diritti ai protagonisti di forme alternative di convivenza che, evidentemente, non sono soltanto il deplorevole esito dei processi di secolarizzazione, del relativismo culturale, del dilagante edonismo che il magistero papale non si stanca di denunciare, ma riflettono mutamenti sociali profondi e inarrestabili, che riguardano la condizione della donna, il lavoro, l'educazione dei figli eccetera. Il problema esiste, insomma, e deve (o dovrebbe) essere affrontato in termini di civile tolleranza, senza presunti monopoli ideologici.
Tanto più che esso è sempre esistito, per l'impossibilità di coartare entro rigidi scherni normativi l'irriducibile pulsione di sentimenti, affetti, passioni, desideri che si annida nel cuore di uomini e donne. Non è quindi sugli «amori proibiti» in quanto tali che il nuovo libro di Giovanni Romeo si sofferma, ma sul delinearsi e affermarsi della loro repressione da parte dell'istituzione ecclesiastica tra Cinque e Seicento, negli anni ruggenti della Controriforma, quando la battaglia contro il dilagare delle eresie anche al di qua delle Alpi era stata ormai vinta e la Chiesa poté dedicarsi a un sempre più capillare controllo dei pensieri, delle pratiche sociali, dei comportamenti deifedeli, utilizzando sia gli strumenti pastorali della pedagogia e della persuasione sia, e sempre più intensamente, quelli repressivi della punizione e della condanna. Solo nel 1514, del resto, il Concilio lateranense V aveva proibito il concubinato dei laici, e solo con molta fatica riuscirono infine a imporsi i canoni tridentini che vietavano la diffusissima prassi delle convivenze prematrimoniali tra fidanzati. Certo, si trattava di una questione delicata, non solo perché comportava di spiare nelle case e nei letti della gente, ma anche perché all'indomani della conclusione del Concilio di Trento concubinato e famiglie di fatto allignavano largamente anche nel clero, di cui occorreva salvaguardare il prestigio, mentre il rispetto del voto di castità via via impostosi non avrebbe fatto altro che alimentare nelle sue fila una ipersensibilità per le questioni sessuali (peraltro destinata a lunga e tenace fortuna), da cui sarebbero scaturiti nuovi e gravi problemi, quali - per esempio - la solicitatio ad turpis durante la confessione o forme di esasperato misticismo in cui la presunzione di impeccabilità avrebbe consentito e alimentato disordini gravissimi nei conventi femminili.
Il bel libro di Giovanni Romeo si focalizza su Napoli, allora la più grande città europea, brulicante di vita, di uomini, di miseria, di espedienti, di creatività popolare, e segue con grande [mezza, sulla base di una documentazione ricchissima e in molti casi di straordinaria suggestione, il progressivo imporsi della Chiesa su reati che in passato erano di esclusiva competenza dello Stato o di foro misto (non solo il concubinato, ma anche la bigamia, l'adulterio, la sodomia), usando se necessario il grimaldello inquisitoriale in virtù del sospetto che comportamenti ralmente eteronomi nascondessero idee logicamente eterodosse. Debolissime furono nella capitale del Regno le resistenze giurisdizionali dell'autorità politica, incapace di porre un freno all'affermarsi della Chiesa quale unica tutrice della morale pubblica. Di qui l'avvio di una nuova politica di occhiuta sorveglianza e severa repressione (scomuniche, multe, punizioni infamanti, carcere, sepoltura in terra sconsacrata) contro ogni forma di convivenza e relazione non sancita dal vincolo matrimoniale, che poté avvalersi di nuovi ed efficacissimi strumenti per il controllo delle coscienze quali la confessione frequente, propagandata soprattutto dai gesuiti, e la verifica della comunione pasquale.
Contro questa dirompente offensiva rigorista dell'autorità ecclesiastica, contro le sue pretese di «entrare con forza nella vita quotidiana» e di «combattere senza tregua tutte le idee e le pratiche ritenute lesive dell'ortodossia, anche quelle più insignificanti, da sempre trascurate o rimesse allo zelo pastorale di vescovi, curati e confessori» (p. VII): non mancarono tuttavia moltepli resistenze, variamente modulate nel popolo, nella borghesia, nel ceto aristocratico fatte di espedienti, artifici, ipocrisie, talora anche grazie alla saggezza pastorale di parroci pronti a chiudere un occhio, ma anche della scelta di "tenersi" la scomunica e talora addirittura di plateali proteste e rabbiose ribellioni, spesso all'origine di ulteriori più gravi guai per i malcapitati, quasi sempre donne, ferite nell'onorabilità, talora costrette a separarsi dai figli, spesso rimaste prive di ogni forma di sostentamento. Da questo tenace «impegno moralizzatore» (p. 165) di vescovi e vicari per imporre alla società un severo «governo della sessualità» (p. 73), certo responsabile di molte sofferenze e approdato infine a scarsi risultati emerge un quadro tutt'altro che edificante del cosiddetto «disciplinamento» tridentino. L'intransigenza con cui la Chiesa cercè di regolare la vita sessuale e familiare dei fedeli contrasta vistosamente, per esempio, con la sostanziale tolleranza nei confronti del flagello dell'usura, evidentemente ritenuto di rilevanza morale assai inferiore al concubinato. Nel suo riflettere una scala di priorità, anch'essa destinata a lunga durata, è questo un dato su cui riflettere, anche perché - come sempre - solo nelle sue radici storiche il presente può rivelarsi intelligibile.

Giovanni Romeo, «Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione», Laterza, Roma-Bari, pagg. 256, € 18,00.

Il Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Democrazia radicale
di Sebastiano Maffettone

Fabbrica di Porcellana di Antonio (Toni) Negri riunisce una serie di lezioni te-nute al Collège de France nel 2004-5. Presentato con il sottotitolo fin troppo ambizioso «per una nuova grammatica della politica», questo libro rappresenta tuttavia un tentativo serio e articolato di costruire una teoria politica radicale basata su presupposti complessi e tra loro differenti. Tali presupposti sono essenzialmente tre: una ricostruzione critica del post-moderno; una riproposizione generalizzante della biopolitica; e least but not last una riformulazione del neo-marxismo caratteristico dell' autore.
Il postmoderno è reso necessario dalla rottura radicale della nozione di potere. Rottura questa dovuta, a sua volta, agli esiti più evidenti della globalizzazione e alla crisi della sovranità. Anticipato da Nietzsche, il postmoderno ha vissuto a cavallo tra tre ipotesi diverse: quella debolista alla Rorty-Vattimo; quella che cerca di sfruttare i margini del sistema alla maniera di Derrida; quella più esplicitamente critica come in Deleuze e Foucault. Delle tre ipotesi sul postmoderno, solo la terza viene giudicata davvero significativa da Negri.
Per comprendere la sua scelta, però, bisogna prima capire come il sistema della biopolitica imponga una nuova forma di sussunzione reale della società sotto il capitale. Il che vuoI dire, in altre parole, passare attraverso gli altri due momenti centrali nel percorso del libro, sarebbe a dire la biopolitica e il marxismo. La biopolitica, secondo la fruttuosa invenzione di Foucault, rappresenta la trasformazione contemporanea della cura del potere dalla vita singola alla popolazione nel suo complesso. Il marxismo entra in gioco attraverso il mutamento delle forze di produzione dal vecchio fordismo in nuove forme di terziario rese evidenti dal lavoro intellettuale.
Proprio in questo modo, la forza produttiva finisce con l'identificarsi con la popolazione nel suo complesso, su cui insistono i "dispositivi" di controllo del sistema capitalistico. Tali dispositivi sono ubiquiti, per cui sorge il problema di come possa emergere dal loro interno una forza resistente. Una possibilità del genere è data innanzitutto dalla natura ambigua di ogni dispositivo, che genera automaticamente una sorta di antidoto a se stesso. La scoperta foucaultiana, attraverso il lavoro anticipatorio di Deleuze, di una produzione di soggettività in eccedenza genera così la questione della creatività e della differenza. Su queste ultime, la "moltitudine" costruisce una sua ontologia collettiva della resistenza. La quale - in nome del "comune" - sfocia, a sua volta, in una possibilità ulteriore di democrazia radicale.
Come sempre in Negri, la parte analitica supera in qualità quella normativa, e il destino della «libertà comune» appare in fin dei conti legato a un filo assai sottile. Inoltre, l'autore ripresenta nel volume per lo più materiale da lui già adoperato. Ma lo fa con un ordine e una sistematicità non sempre garantiti altrove. Cosa che rende la lettura complessivamente utile e piacevole.

Antonio Negri, «Fabbrica di Porcellana. Per una nuova grammatica politica» (traduzione dal francese di Marcello lari), Feltrinelli, Milano, pagg.156, €16,00.

sabato 14 giugno 2008

l’Unità 14.6.08
Santa Rita, da Mengele a Ponzio Pilato
di Lidia Ravera


Non c’è essere umano più inerme, vulnerabile, fragile di una persona malata. Non può appoggiarsi a nessuna delle sue sicurezze, né il prestigio sociale, né il danaro, né la bellezza o il talento. Non può cavarsela da sé, si deve affidare. E a chi si affida? A uno specialista, a un chirurgo, a un’anestesista, a una struttura ospedaliera, pubblica o privata, all’infermiera di turno. Non è più, per una fase che spera il più breve possibile, padrone della sua vita, non è più indipendente. Ha bisogno degli altri, di tutti, medici e paramedici. Saranno bravi? Saranno competenti?
Sbaglieranno sulla sua pelle o faranno bene e gliela salveranno? Decide che deve fidarsi, se no diventa matto. E allora chiude gli occhi, si fa bambino,obbedisce, si sottopone alle cure, si sottomette ai verdetti.
Approfittarsi di una persona così, di una persona ridotta dalla malattia ad uno stato di minorità, è il più odioso di tutti i crimini possibili, e di crimini odiosi ne abbiamo visti e commentati tanti, in questi tempi di diffusa amoralità. Alcuni sanitari della clinica S. Rita di Milano si sono macchiati di questo crimine. Hanno fatto commercio della vita, della salute, dell’integrità fisica di esseri umani che si erano rivolti a loro per essere curati, guariti o aiutati a soffrire il meno possibile. Hanno approfittato della propria competenza e di quell’aura di mistero che spesso circonda la professione medica (a partire dalle pratiche più modeste, perfino quella di scrivere ricette, con una calligrafia - chissà perché - sempre incomprensibile) per fare i propri interessi, per guadagnare più soldi, per incassare sovvenzioni, truffando quindi i cittadini due volte, come singoli individui nella persona fisica dei malati, e come parte della collettività, perché hanno derubato lo Stato. Anche grazie alle contestate intercettazioni telefoniche (che Dio ce le conservi), sono stati smascherati e adesso, nel corso degli interrogatori, che cosa dicono a loro discolpa? «Ma io ho obbedito agli ordini». La frase è tristemente nota. L’abbiamo sentita al Processo di Norimberga, dalla viva voce degli ufficiali nazisti che prestavano servizio nei Campi di Concentramento. L’abbiamo riascoltata quando sono saltati fuori gli abusi sui prigionieri a Guantanamo. E poi di nuovo a proposito dei “fatti di Genova”, nel corso dei processi per l’ingiustificata crudeltà con cui sono stati colpiti ragazzi inermi, colti nel sonno, dopo una legittima manifestazione. Scagionarsi dichiarando di aver “obbedito agli ordini”, se è tolerabile in guerra, e anche per questo ogni guerra va rifiutata, è del tutto ingiustificabile in tempo di pace. Figuriamoci, poi, se è accettabile nel luogo destinato a salvare vite, portare sollievo, comprendere e limitare la sofferenza! A che cosa si deve obbedire, a chi, in una Casa di Cura? Al giuramento di Ippocrate o agli ordini del notaio Pipitone, proprietario del “negozio” in cui si commercia in carne umana? Spero che i Pm Pradella e Siciliano (due donne) non abbiano pietà per gli “obbedienti” dottori. Che li considerino per quello che sono: dei degenerati, feccia, gente marcia. Spero che li puniscano in modo esemplare, per riportare un po’ di serenità fra i vecchi, fra i malati, che, giustamente, oggi temono più la cura della malattia. Che lo scrivano sui giornali, che cosa hanno detto a loro discolpa: abbiamo obbedito agli ordini... si usava così... lo facevano tutti... non potevo mica oppormi... capirà... se non tenevamo un certo ritmo di operazioni toste, di quelle complesse e gravi, non raggiungevamo il punteggio, eravamo fuori dalla Coppa dei Marpioni, e allora addio migliaia di euro, bye bye milioni...
Eccoli qua, i nostri doctor House, i nostri eroi, eccoli “i medici in prima linea”. Nemmeno il coraggio di mettersi in ginocchio e chiedere perdono. Alla donna a cui hanno tolto un seno, rovinandole la vita, così, per qualche dollaro in più. All’anziano che hanno ammazzato perché tanto a quell’età si può anche morire e a noi fa comodo un bollino, un punto-chirurgia, un rimborso. Come i nazisti si nascondono dietro una macchina di cui sarebbero umili rotelle, come i nazisti non hanno pietà per le loro vittime. Odiano i malati come i nazisti odiavano gli ebrei? Nemmeno. Perfino l’odio sarebbe una spiegazione. Invece no.
Niente odio, qui c’è soltanto indifferenza e avidità. Hanno commesso i crimini che hanno commesso per futili motivi e ora scaricano le colpe uno addosso all’altro per viltà. È stato lui, non sono stato io, io ho visto, ma non potevo intervenire, io sono impotente, io non conto niente... bello spettacolo anche questo. Dalla teutonica follia del processo di Norimberga siamo scivolati verso il più casereccio teatrino dello Scaricabarile. Mentre la barca affonda chiunque cerca di buttare a mare tutti gli altri nel nobile tentativo di montare sull’unica scialuppa disponibile, quella degli irresponsabili, complici per inettitudine, baciati dalla grazia del menefreghismo. E salvarsi la pelle, le chiappe, la carriera, perché, in fondo, siamo tutti peccatori. Perchè il mondo, ormai, va come va... Fra Mengele e Ponzio Pilato.
www.lidiaravera.it

l’Unità 14.6.08
Benedetto XVI e Bush: patto di ferro sui valori tradizionali
I due leader hanno mostrato grande amicizia ma la conversione del presidente resta una voce
di Marina Mastroluca


«CHE ONORE, CHE ONORE, che onore». Appena sceso dalla limousine nera che lo ha scortato in Vaticano, il presidente Bush si lascia vincere dall’entusiamo. È davvero un trattamento d’eccezione quello che gli ha riservato il Pontefice, ricevendolo co-
me uno di famiglia. Non nella biblioteca privata, come vuole la consuetudine, ma nello studio «rotondo» al primo piano della medioevale Torre di San Giovanni per salire i gradini che affacciano su un panorama mozzafiato e poi lasciarsi riprendere dalle telecamere del Centro televisivo vaticano: fianco a fianco, Benedetto XVI e George W.Bush come vecchi amici, mentre passeggiano nei giardini Vaticani e assistono, seduti su semplice sedie da giardino, all’esecuzione di due mottetti eseguiti dal Coro della Cappella Sistina, la first lady a distanza scortata dal segretario di Stato Tarcisio Bertone. George W. è felice, batte il tempo con il piede mentre i cantori intonano l’«Exultate Deo» di Giovanni Pierluigi da Palestrina.
Infrante le consuetudini e le formalità, c’è aria di famiglia esibita da entrambe le parti. I Bush portano in dono un album con le foto scattate durante la visita del Pontefice alla Casa Bianca, lo scorso aprile, come si farebbe con un vecchio zio che si vede di rado. C’è anche una foto con la firma di Bush. «Che bello!», si è lasciato sfuggire Papa Ratzinger che a sua volta ha regalato una foto autografata al presidente americano: uno scatto che li vede insieme, Benedetto XVI, George e signora, tutti e tre sorridenti. Poi, un dono più formale, il Papa ha consegnato al presidente Usa quattro volumi sulla Basilica di San Pietro.
Trenta minuti di colloquio privato, durante i quali il Pontefice ha rinnovato a Bush la sua «gratitudine» per l’impegno nella difesa dei valori tradizionali. Nessun accenno di conversione al cattolicesimo, come qualcuno aveva vociferato alla vigilia fantasticando sulle ragioni del trattamento privilegiato riservato all’inquilino della Casa Bianca, che era e resta un «cristiano rinato» di stretta osservanza, neocon senza macchia e senza paura che non ha esitato a suo tempo a parlare di crociate contro il terrorismo islamico. Il Papa e Bush parlano anche, informa una nota vaticana, «dei principali temi della politica internazionale: le relazioni tra Stati Uniti d’America e Europa, il Medio Oriente e l’impegno per la pace nella Terra Santa, la globalizzazione, la crisi alimentare e il commercio internazionale, l’attuazione degli obiettivi del millennio».
Nessuna preghiera comune, come era accaduto alla Casa Bianca in aprile, ma grande cordialità: la Santa Sede informa che si è solo voluto ricambiare alla calda accoglienza ricevuta dal Papa a Washington. Via le regole del protocollo, c’è tempo per fare due chiacchiere spensierate. Da bravo americano, Bush si informa su «quanto è grande» lo Stato Vaticano. «Non così grande come il Texas», gli rispondono. E lui: «Sì, ma è più importante».
«Un meraviglioso incontro», è la sigla conclusiva della giornata, affidata a Dana Perino, portavoce della Casa Bianca, quando Bush e signora sono già partiti dalla tre giorni romana per raggiungere Parigi, dall’amico Sarkozy, detto «l’americano» dai suoi critici. Il clima è cambiato dall’era Chirac e si sapeva. Ma è cambiato anche dal tramonto dell’astro Cecilia: stavolta nessuno farà capricci per sottrarsi ai doveri d’ufficio, non ci saranno tonsilliti diplomatiche come era avvenuto nello scorso agosto, quando l’allora first lady disertò un picnic con i Bush. Carla Bruni è di un’altra pasta. Ha telefonato a Laura Bush mentre era ancora in volo per Parigi per invitarla ad un aperitivo mezz’ora prima della cena ufficiale. Giusto per «cominciare a conoscersi». Nicolas sarà in brodo di giuggiole.

l’Unità 14.6.08
In un saggio di Umberto Curi la storia del problema più radicale affrontato dalla filosofia
Dai Greci antichi, il segreto del vivere
di Gaspare Polizzi


Eschilo e Nietzsche il tragico e il dionisiaco. È questa la saggezza che può aiutarci a recuperare il senso della condizione umana?

Cosa significa interrogarsi oggi sulla condizione umana? La filosofia può porre ancora una domanda che, nella sua radicalità, appare preliminare a ogni impegno pubblico e politico? Forse la filosofia deve ritrovare il coraggio di porla, oggi che le condizioni globali dell’esistenza umana, individuale e collettiva, sono così instabili e incerte.
Umberto Curi ritrova questo coraggio «tragico» e ci introduce in uno straordinario itinerario nelle modulazioni della saggezza popolare greca, ben espressa dal motto di Sileno «meglio non essere nati». Inaugurano il viaggio le prime pagine della Nascita della tragedia (1872): qui Nietzsche scopre il nesso grecità-pessimismo, in quello che Curi ritiene «uno fra i punti più pregnanti dell’intera ricerca filosofica nietzscheana» (p. 12), costitutivo del «riferimento al dionisiaco come principio di individuazione dello spirito greco» (p. 11). Si tratta dell’apologo che narra l’incontro tra il re Mida e il satiro Sileno, un luogo simbolico della grecità: a Mida che gli chiede qual è il bene maggiore per l’uomo, Sileno, messaggero di Dioniso, risponde «non essere nato, non essere, essere niente» e se nato, morire presto.
Cinquant’anni prima Giacomo Leopardi, al suo primo soggiorno fuori da Recanati, in quella Roma papalina dalla quale avrebbe tratto un disgusto pressoché definitivo per la società italiana moderna, faceva un’esperienza di lettura simile a quella di Nietzsche, condotta su testi di alta divulgazione come il Voyage du jeune Anacharsis en Grece di Jean-Jacques Barthélemy, ma anche su frammenti e testi greci.
Curi ha dipanato con grande maestria filologica, storica e filosofica il filo che lega la sentenza di Sileno a una tra le più esigenti concezioni della condizione umana, quella espressa da Nietzsche, «primo filosofo tragico», nel suo «dire sì alla vita persino nei suoi problemi più oscuri e più aspri» (p. 14). Non si tratta di un percorso lineare o prevedibile: esso attraversa la tradizione lirica e tragica greca, con testimonianze decisive in Aristotele e in Teopompo, e con echi rilevanti in Sofocle ed Euripide, per confluire dialetticamente con la cultura biblica (dalle «lamentazioni» di Geremia, alle pagine del Qohelet e di Giobbe, alla figura di Abramo, riletto poi nella visione cristiana da San Paolo, Kierkegaard e Simone Weil). Esso poggia sul legame indissolubile tra sofferenza (pathémata) e conoscenza (mathémata), che segna lo sviluppo della cultura occidentale e che - nel mondo greco - è posto in un orizzonte privo di aperture verso la trascendenza (gli dei «non ci sono, non ci sono», grida Bellerofonte nella tragedia omonima di Euripide). Nel contesto religioso, prima ebraico poi cristiano, sottilmente percorso nella consapevolezza della discontinuità che segna il passaggio dal primo al secondo, Curi indaga il paradosso della fede, incarnato da Kierkegaard (ma anche da Simone Weil o da Dostoevskij), che iscrive la fede nella mancanza di ogni certezza, qui in vita, della Verità ultima.
A conclusione di una lettura sempre avvincente possono essere tracciati alcuni punti fermi. Innanzitutto sbaglierebbe chi credesse di trovarsi dinanzi a un’esaltazione di una visione pessimistica della vita. Se i Greci furono i primi a conoscere la tragicità dell’esistenza umana e a pensarla nella sua forma più radicale, essi ne trassero la vena vitale del «dionisiaco», un pieno e completo «sì alla vita», da vivere nella sua pienezza, consapevoli della sua ineludibile tragicità. Va ripensato, di conseguenza, il compito della filosofia, oltrepassando la falsa dialettica tra pessimismo e ottimismo e ritrovandone la radice tragica, nei limiti di una condizione umana che - come ha ricordato di recente Sergio Givone - Curi ripensa coraggiosamente con l’apporto essenziale del mito. E sono tanti, e densi, i miti che costituiscono la trama del libro e nei quali Curi ritrova un denominatore comune: Mida-Sileno, Edipo-Tiresia, Creso-Solone, Policrate-Amasi. Egli offre così, nella forma gradevolissima di una scrittura narrante, una lezione di metodo: produce un’indagine storico-filosofica tenendo unite insieme, vichianamente e leopardianamente, filologia e filosofia; rende conto di un interrogativo che tocca nel fondo le nostre vite facendoci partecipi della cultura tragica arcaica e moderna, che sembrerebbe cancellata nella frenesia irrisolta del nostro presente, ma senza la quale non sappiamo dare corpo e linguaggio al «dolore muto», così violentemente esplosivo, soprattutto tra i giovani, del nostro vivere. E non ci s’inganni. Tutto ciò ha a che fare, fortemente, con il nostro modo di intendere la polis, di vivere la dimensione della politica. Un sì forte alla vita, alla lotta, alla progettualità pubblica, può scaturire soltanto da una sentita e vissuta «cognizione del dolore». È questo il «far segni» di Nietzsche (e di Leopardi) che Curi decifra per noi.
Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Umberto Curi, pp. 292, euro 18,00, Bollati Boringhieri

Repubblica 14.6.08
Uno studio prova la tendenza all´odio Le liti a casa, al lavoro e nel traffico
Sono i giorni dell´ira crescono impazienza collera e aggressività
A Palermo la polizia registra 25 litigi al giorno, soprattutto in ambito familiare
di Elena Dusi


ROMA. Chi soffre di attacchi d´ira, hanno calcolato negli Stati Uniti, provoca in media 1.359 dollari di danni nell´arco di una vita. In Gran Bretagna un automobilista su quattro è stato autore di almeno un episodio di aggressione. Le zuffe fra passeggeri sugli aerei sono cresciute del 400 per cento tra il 1997 e il 2000. A Palermo la questura si è presa la briga di calcolare quante chiamate per liti e attacchi di rabbia arrivassero al 113: sono 25 al giorno. Il primo posto va alle esplosioni di collera fra familiari, il secondo a quelle fra vicini e fra automobilisti coinvolti in incidenti poco gravi. All´università di Padova la professoressa Valentina D´Urso, docente di psicologia e autrice del volume "Arrabbiarsi", ha cercato di dare contorni più definiti a questa "età dell´ira" che ci avvolge quando siamo a casa, in strada o in ufficio, ma sfugge alle classificazioni: «Il volume medio di una conversazione oggi è molto più alto rispetto al passato. Le irruzioni nei discorsi altrui sono aumentate. La tendenza ad avvicinarci con il corpo all´interlocutore è più accentuata. Impazienza e tendenza all´aggressività sono purtroppo ingredienti della vita quotidiana. Chi non se l´è mai presa con un computer troppo lento?».
In Gran Bretagna la prevalenza della rabbia, con la conseguente caduta dei freni inibitori, ha spinto un gruppo di psicologi e psichiatri a creare l´Associazione per la gestione della rabbia, che di fronte alle statistiche tutte in salita (il 45 degli inglesi perde regolarmente le staffe sul luogo di lavoro e un individuo su due è abituato a inveire contro il proprio computer) ha deciso di organizzare corsi di autocontrollo e diffondere il decalogo della padronanza di sé. Ma per evitare che si torni a parlare di "esplosioni di rabbia" nella cronaca nera e nelle statistiche della questura c´è ancora molto da fare, sostiene Maurizio Fava, uno psichiatra italiano che lavora negli Stati Uniti da 26 anni. Con i suoi colleghi dell´Harvard Medical School, Fava nel 2006 su "Archives of general psychiatry" ha pubblicato l´unico censimento scientifico del "disturbo esplosivo intermittente", come viene chiamato in termini tecnici un attacco d´ira incontrollabile e sproporzionato, che nasce con una sensazione di tensione, esplode in una fase di sollievo liberatorio e si chiude con un forte rimorso (quando non diventa necessario anche mettere mano alla carta di credito, chiamare la polizia o correre in ospedale).
Gli adulti colpiti in modo ricorrente, nel censimento di Harvard, sono il 7,3 per cento degli adulti. «E in genere - spiega Fava - la causa scatenante è la depressione: ha attacchi di ira incontrollabili un paziente su tre, mentre fra i non depressi è assai raro arrivare a livelli parossistici. Quando le condizioni economiche di un paese peggiorano, anche gli attacchi di rabbia si fanno più frequenti. Il ruolo dello stress è solo indiretto: questa situazione di tensione tende infatti a favorire la depressione». Sempre secondo lo studio Usa, gli uomini sono molto più propensi delle donne a perdere il controllo (9,6 per cento contro 5,6). La fascia tra i 18 e i 21 anni è la più infiammabile (12,1 per cento contro il 2,1 per cento degli ultrasessantenni) e la capacità di controllare la propria rabbia è proporzionale al titolo di studio. Al primo posto per le scene d´ira che di epico non hanno proprio nulla non ci sono le grandi città, ma i centri di medie dimensioni (8,3 per cento di incidenza contro il 6,2).

Repubblica 14.6.08
Lo psichiatra Giovanni Cassano: "Dietro gli attacchi si nasconde la depressione"


Non solo stress. Le condizioni che favoriscono gli attacchi di collera sono variegate secondo Giovanni Battista Cassano, che dirige la scuola di specializzazione in psichiatria dell´università di Pisa.
Lo scoppio d´ira è istantaneo. Ma dove sono le sue radici?
«In condizioni che noi psichiatri osserviamo sempre più spesso: depressione in primis, poi ansia e panico, infine ossessione. Il ventaglio va allargato anche all´abuso di sostanze. E non pensiamo solo all´uomo alcolizzato che rientra a casa e picchia i familiari. L´alcolismo cronico modifica il cervello e i suoi effetti si fanno sentire anche in condizione di sobrietà. La rabbia si impadronisce dell´individuo più facilmente, i freni inibitori diventano meno efficaci».
La nostra viene anche descritta come una società che dorme poco. Anche questo conta?
«Sì, perché una notte in bianco ha effetti eccitanti e la privazione del sonno viene usata anche come cura per la depressione. E tra le sostanze che facilitano gli eccessi di rabbia non ci sono solo alcol, cocaina e anfetamine, ma anche (in misura di certo assai minore) tè, caffè e cioccolata».
Il traffico cittadino è una miniera di scintille. Perché?
«Spesso la rabbia si scatena quando ci sentiamo feriti. E la macchina spesso è vissuta come un´estensione del nostro schema corporeo. Un graffio alla carrozzeria è una ferita a noi stessi. Ed ecco scattare in noi l´istinto alla difesa».
A conti fatti, pensa che le esplosioni di ira siano un fenomeno in aumento?
«La realtà è che abbiamo iniziato a classificarlo solo ora. Con la rabbia sta succedendo quel che avvenne con il panico, che è stato descritto per la prima volta da Saffo, ma la psichiatria lo ha affrontato in maniera scientifica solo di recente».
(e. d.)

Repubblica 14.6.08
Intervista al professor Gerd B. Achenbach
Un consulente esistenziale
Chiedilo al filosofo


Rivolgersi a un pensatore per far luce su problemi e grovigli interiori è una pratica un po´ misteriosa, irrisa e temuta dal mondo della psicologia, ma ormai molto diffusa
"Noi cerchiamo di dare soprattutto un chiarimento sul senso della vita, sui suoi malintesi"
"Quelli che vengono da me certo soffrono ma io preferisco chiamarli ospiti"

ROMA. Oggi l´essenza del dolore sembra soprattutto legata alla difficoltà di reperire un senso per l´esistenza, allo sconcerto che il mondo procura, al bisogno irrisolto di comprendere quel che spiazza e amareggia. E´ un disagio esistenziale diffuso che ferisce e disanima, e che forse può trovare una "risposta" nella consulenza filosofica - quest´oggetto ancora misterioso e visto con sussiego: un po´ irriso, un po´ temuto.
In questi giorni è a Roma Gerd B. Achenbach, il filosofo tedesco che ha "inventato" nel 1981 questa singolare pratica ormai diffusa nel mondo. Poco più che sessantenne, molto charmant e spiritoso, ha insegnato nelle università di Klagenfurt e Berlino, ma oggi si occupa esclusivamente di consulenza filosofica (e di formazione). È un antiaccademico, anche se l´espressione a lui non piace - certo, la sua filosofia applicata al quotidiano sembra una festa dello spirito. Ha scritto molti libri tradotti un po´ ovunque: da noi sono usciti da Apogeo, e il più recente s´intitola Del giusto nel falso, un capovolgimento di un celebre passo di Adorno nei Minima moralia: «Non si dà vera vita nella falsa». Le posizioni di Achenbach sono originali, radicali, nette - difficile dire quanto siano state correttamente recepite dai suoi epigoni.
Professore, intanto è giusta per lei la definizione di "inventore" della consulenza filosofica?
«È un termine che non mi entusiasma. Preferisco dire che ho fondato questa pratica - così come non si inventa, ma si fonda, si costituisce una famiglia».
Domanda scorretta e irritante: la consulenza filosofica è una terapia alternativa?
«No, la consulenza filosofica non è una terapia alternativa ma un´alternativa alla terapia».
È comunque una professione d´aiuto...
«È soprattutto un chiarimento sul senso della vita, sui suoi malintesi, sulle sue banalizzazioni. Se l´esistenza si misura esclusivamente sul successo, il danaro, la bellezza, la giovinezza l´essere umano collassa, svanisce, inevitabilmente vive la propria vita come un progressivo inarrestabile declino. Per dirla con Voltaire, chi non possiede lo spirito della propria età subisce i malanni dell´età... Uno dei sintomi della sindrome da burnout, che in inglese significa proprio bruciarsi, è il lavoro eccessivo, l´ossessione della carriera che conduce al deserto emozionale. Oggi a esserne colpite sono anche le donne che hanno corretto un errore facendone un altro: una volta individuavano il senso della vita nell´allevamento dei figli, ma poi i figli crescevano e si ritrovavano invase dal senso del vuoto, oggi lavorano come dannate e alla sera si sentono comunque svuotate, depersonalizzate. Il problema principale è che c´è la costrizione ad essere "qualcuno", e intanto vengono meno i presupposti per essere un individuo».
Si può dire allora che la consulenza filosofica è una terapia delle idee, di un´erronea visione di sé e del mondo? A cosa mira?
«Nella migliore delle ipotesi, a un´illuminazione sui malintesi che rendono la vita non viva. È necessario innanzitutto capire cosa vuole, qual è l´obiettivo di chi chiede una consulenza. Molto spesso aspira a un obiettivo irraggiungibile, perde di vista - anzi, disprezza - quel che è possibile avere, e questa ad esempio è una ricetta infallibile per essere infelici».È vero che la consulenza filosofica, secondo le sue intenzioni, è ametodologica, non ha cioè un metodo?
«È vero e non è vero. Il metodo riguarda la via, il percorso che sta facendo il consultante, che io preferisco chiamare "l´ospite"... Magari vorrebbe una vita risolta, positiva, e invece si trova sull´orlo di un precipizio. È chiaro che il consulente deve avere una qualche conoscenza per correggerne i passi falsi, ma è comunque un lavorare insieme, è un filosofare».
In genere gli "ospiti" che la consultano hanno una qualche patologia?
«Vede, un filosofo tende a risalire al senso etimologico di un termine, e patologia viene da pathos che letteralmente significa sofferenza. Le persone che si rivolgono a me senz´altro soffrono: molti hanno tentato il suicidio, ma assolutamente non vogliono che la loro disperazione venga considerata una malattia, e in effetti "disperazione" non è un termine medico. Insomma, i miei ospiti non avranno una patologia in senso stretto ma stanno male, e soprattutto io non sono un patologo: io sono un filosofo».
Solitamente quanto dura o quanto dovrebbe durare una consulenza filosofica?
«La mia consulenza più bella dura da ventisei anni e credo che finirà quando uno dei due andrà a trovare l´altro al cimitero».
Interminabile... proprio come l´analisi!
«E´ veramente difficile stabilire un tempo».
Anche per la seduta, se così si può dire?
«Il minimo è un´ora, ma può durare anche una giornata se l´ospite viene - che so - da Milano».
È vero che in tutto il mondo sono meno di una decina i professionisti che vivono esclusivamente di consulenza filosofica?
«Secondo me, sono di più: io ne conosco parecchi in Olanda, in Israele, in America...».
Gente che vive dell´aiuto a pensare.
«Non a pensare, a vivere! Per dirla con Hegel, "la filosofia è la domenica della vita" e il nostro obiettivo è un cuore che pensa, esistendo invece molto spesso un pensiero senza cuore e un cuore irragionevole. Anche il coraggio è importante, il "farsi coraggio", un aspetto più emotivo che razionale».
C´è un´espressione italiana, non del tutto estranea a questa nostra chiacchierata, ed è "prenderla con filosofia" - che vuol dire con saggezza ma anche con un certo distacco se non proprio con umorismo... Nella consulenza filosofica l´ironia ha una qualche cittadinanza? O la caccia improbabile al senso di sé e del mondo rende tutto terribilmente cerebrale e serioso?
«Nel mio lavoro l´ironia è importantissima, è l´unica arma a disposizione per evitare gli ingarbugliamenti del pensiero. Ironia è una parola che ha anche un´accezione diversa, quella che gli è stata assegnata dal nostro più grande scrittore del Novecento, Thomas Mann: una modalità per riconoscere e accettare i nostri limiti. L´ironia dal volto umano è fondamentale: è quella che ci consente di amare gli altri».
Nel mondo variegato della psicologia c´è chi teme l´avvento di un esercito di nuovi socrati... Distante mille anni luce dai modelli medico-scientifici che dominano la cultura anglosassone, la consulenza filosofica non entra in rotta di collisione proprio con la psicoanalisi?
«La filosofia non può certamente delimitare i propri spazi e devo dire che non sono assolutamente interessato alla questione. Come filosofo, non intendo affatto muovermi in quello che considero il vicolo cieco della psicoanalisi... Il conflitto c´è, ma si potrebbe anche obiettare che è la psicologia ad aver invaso il campo della filosofia senza averne le competenze. In ogni caso, i grandi psicoanalisti a me non danno alcun fastidio e gradirei che gli altri fossero più ragionevoli: un esercito di piccoli Freud è altrettanto temibile».
Consulenza filosofica e psicoanalisi hanno in comune di essere pratiche destinate a un´élite culturale, non crede?
«Che vuole che le dica? Le persone veramente stupide da me non vengono».
Le piacciono i "Cafè Philo", quelle discussioni filosofiche pubbliche che vanno tanto di moda? Non pensa che siano un fenomeno da salotto che depauperano la filosofia?
«Dipende sempre da chi li conduce, e ci sono tanti di quei pessimi filosofi in giro...».

Un incontro oggi a Roma
ROMA - Gerd B. Achenbach è la "guest star" di una giornata di studi in programma per oggi su "la consulenza filosofica", la professione che il filosofo tedesco ha inaugurato nel 1981 come Philosophische Praxis e che si è rapidamente diffusa in altri Paesi, a cominciare dall´Olanda (in Italia è arrivata più di recente, nel ´99).
"Identità e consulenza filosofica" è il titolo dell´intervento che tiene Giacomo Marramao, mentre Giusy Randazzo affronta la questione controversa di "una proposta di legge per la consulenza filosofica". Rosanna Buquicchio, con una relazione su "Lo sportello pubblico di consulenza filosofica a Roma", è la principale artefice dell´appuntamento organizzato dall´Associazione Psicofilosofia (si terrà nella sala convegni dell´Associazione stampa romana). L´interprete dal tedesco è Claudia Podehl.

Corriere della Sera 14.6.08
La tesi del ministro «La crisi dei ceti medi può avere esiti drammatici»
«Europa povera: rischia il fascismo» Dibattito tra gli storici su Tremonti
di Paolo Conti


Come Monaco '38
Siamo di fronte a fenomeni drammatici. E non è possibile che l'Europa abbia un atteggiamento alla Monaco '38

ROMA — «L'impoverimento del ceto medio europeo ha un solo esito: il fascismo... e noi siamo di fronte a fenomeni drammatici di questo tipo», dice Giulio Tremonti. E poi aggiunge che in questo contesto «non è possibile un atteggiamento alla Monaco», ovvero una debolezza delle grandi potenze europee simile a quella del Patto del 1938 che poi portò di fatto alla Seconda guerra mondiale. Materia da studiosi, insomma. Commenta Piero Melograni, storico contemporaneo: «Un ritorno del fascismo? No, sinceramente non lo vedo. Vedo però, in questo ha ragione Tremonti, un forte impoverimento dei ceti medi europei. E il fenomeno, per una classe del genere, non porta a sommovimenti rivoluzionari ma, al contrario, genera spinte conservatrici ». Ovvero, Melograni? «L'esigenza di sicurezza che si respira in Italia potrebbe portare a uno "Stato forte". In questo senso qualche pericolo esiste». Quindi niente fascismo? «Io sono dell'idea dei fratelli Rosselli. Che il fascismo non è esistito ma è esistito il mussolinismo. E non vedo Mussolini in giro». Una risata: «A meno che Tremonti non lo veda in Berlusconi... ma per carità, è evidente che sto scherzando».
Molto più duro il giudizio di Emilio Gentile, storico del fascismo e da giovane allievo di Renzo De Felice (sta per dare alle stampe con Mondadori una «Apocalisse della modernità», saggio dedicato alla crisi della civiltà europea con la Grande Guerra): «Non è possibile parlare di fascismo perché appartiene a un'Europa imperiale che non esiste più. Possiamo semmai parlare di autoritarismo, ed è un conto. Ma è difficile immaginare quali forme potrebbe assumere in una realtà europea come l'attuale. Comunque si tratterebbe di un fenomeno diversissimo dal fascismo». Gentile contesta alla radice la «preoccupazione storica » del ministro Tremonti: «Per di più il fascismo non ebbe fortuna per una caduta sociale del ceto medio. Anzi, in quel momento l'economia era in ripresa. Fascismo e nazionalsocialismo non intendevano sfamare una quota di popolazione ma conquistare un impero. Operazione oggi impossibile in qualsiasi parte del mondo». Anche il professor Gentile si concede una risata: «Molti parlano di fascismo pensandolo eterno come fenomeno. Ma non lo è. L'eternità è una categoria concessa solo a Dio». Una pausa. «Ovviamente per chi ci crede». In quanto al nodo di Monaco? «Sinceramente mi chiedo cosa c'entri con tutto questo» Sullo stesso piano un nome caro alla sinistra, Lucio Villari, docente di Storia contemporanea all'Università di Roma Tre: «Fascismo alle porte dell'Europa? Non mi pare proprio. E vedo una certa approssimazione nel parallelo di Tremonti. La sua evocazione è anacronistica. E poi il fascismo non nacque solo per vicende economiche ma per una questione ideologica e politica. E oggi la crisi del ceto medio non mi pare si stia saldando con una crisi ideologica o politica. Quella fu la miscela veramente esplosiva ».
Per di più, sostiene Lucio Villari, l'incertezza di quella classe sociale «non spingeva verso una rivendicazione di migliori condizioni economiche ma appoggiava su un nazionalismo esasperato infoltendo le schiere dei revanscisti più che dei disoccupati o di chi vedeva diminuire il proprio potere d'acquisto. Per farla breve, escluderei una qualsiasi deriva di tipo fascista in Europa». E Monaco, professor Villari? «Non capisco. Non mi pare che le grandi potenze abbiano ceduto a un Hitler degli anni Duemila...»

Corriere della Sera 14.6.08
La seconda parte dell'antologia dedicata alla religiosità medievale: grandi Passioni che si esprimono nella contemplazione
L'ossessione della carne nell'amore cristiano
I trattati del XII secolo svelano il desiderio celeste
di Giorgio Montefoschi


«Dio sa bene che in te non ho mai cercato altro che te solo; ho desiderato esclusivamente te», scrive Eloisa ad Abelardo, nella sua lettera più disperata e gonfia d'amore. Più o meno negli stessi anni, in un capitolo della Expositio super Cantica Canticorum, il Cantico dei Cantici, e cioè il libro erotico per eccellenza della Bibbia, con parole che ricordano molto da presso il passo del Fedro in cui Platone descrive la frenetica comunione spirituale e fisica dell'amato e dell'amante, Guglielmo di Saint Thierry così si esprime a proposito del rapporto amoroso dell'anima con Dio: «Lo spirito dell'uomo assapora la dolcezza di un non so che di amato più che pensato, di gustato più che compreso, che rapisce colui che ama. E per un certo tempo, per un'ora, questo non so che penetra l'amante, ne attrae lo slancio, tanto che non più nella speranza, ma quasi nella realtà, gli sembra ormai di vedere con i propri occhi, di tenere e palpare con le proprie mani la sostanza di ciò che si spera riguardo al Verbo della vita». Ed ecco, nel suo sublime I quattro gradi della violenta carità, Riccardo, priore dell'abazia di San Vittore: «Non ti sembra forse di essere colpito al cuore, quando l'infuocato aculeo dell'amore penetra fino in fondo nella mente dell'uomo e trapassa il sentimento, al punto che esso non riesce più in alcun modo a contenere o a dissimulare la vampa del suo desiderio?».
L'anima e il corpo, lo spirito e la carne, partecipando di un legame indissolubile, vengono sì dopo l'amore gratuito di Dio per l'uomo nei Trattati d'amore cristiani del XII secolo (di cui appare in questi giorni il secondo volume, con l'ottima cura di Francesco Zambon, a completare una delle letture più emozionanti che si possano fare nei nostri giorni distratti), ma certamente, e non potrebbe essere altrimenti, proprio in questo rapporto inscindibile, sono al culmine della meditazione vittorina e cistercense che, nell'epoca dei Trovatori e di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra e di Abelardo e Eloisa, volle non escludere le fredde aule dei monasteri e la pace del chiostro dal sentimento che, congiungendo cielo e terra, o rimanendo schiantato sulla terra, sembrava allora dominare l'uomo e il tempo. Semmai, questa meditazione amorosa e mistica fortificò quella pace, temprò l'invisibile fragilità di quelle mura. E produsse testi che sono veri pilastri indistruttibili della cultura cristiana.
Cardinale, nella riflessione cristiana sull'amore — spiega Francesco Zambon — è la dottrina per la quale la creazione dell'uomo è a immagine e somiglianza di Dio, che è Trinità. Tutto parte da lì. Nella mente dell'uomo, o nel suo cuore, o nella sua anima, è impressa una forma che lo rende somigliante a Dio. Carattere fondamentale di questa somiglianza è la libertà: di scegliere fra il bene e il male. Col peccato, l'uomo si è rivolto verso il carnale, il terrestre. Ora, di quella comunione con il suo Creatore, conserva nella memoria un confuso ricordo. Ma, poiché il simile è destinato a tornare al simile, l'uomo vuole ricongiungersi con Dio. Vuole restaurare quella perfetta somiglianza. Vuole di nuovo vedere Dio. Vuole di nuovo essere in Dio, e sentire quella dolce pienezza dalla quale si è distaccato. Vuole sentire, nel suo cuore, l'amore illuminato che esclude ogni altro amore — a cominciare dall'amore carnale: un amore debole, malato, che tuttavia non deve essere soppresso, perché è il primo passo verso la salita all'ultimo grado dell'amore — e non è altro che la carità. «L'amore illuminato — scrive Guglielmo di Saint Thierry — è la carità: la carità è l'amore che viene da Dio, è in Dio e va verso Dio. Anzi, la carità è Dio. Tutto ciò che si può dire di Dio si può dire anche della carità».
Come fa l'uomo mortale a ricongiungersi a Dio? Nella carità che l'uomo porta impressa nel cuore, scrive ancora Guglielmo, «vi sono due occhi che palpitano sempre in una sorta di naturale tensione dello sguardo per vedere la luce che è Dio: sono l'amore e la ragione». Da sola, la ragione può fare pochissimo: al massimo può vedere Dio soltanto in ciò che non è. Insieme, ragione e amore possono moltissimo. La ragione vivifica l'amore. E l'anima, penetrata da una dolcezza soave, da uno sfinimento che è simile alla morte, a un sonno celeste, è ghermita da un'altra forma di intelligenza che non procede più per immagini o concetti, bensì ha il suo luogo proprio nella spinta amorosa, nella volontà che l'uomo ha di essere attratto da Dio, di conoscere Dio.
Questa conoscenza superiore — già lo scriveva Gregorio di Nissa — è una conoscenza difficile, oscura, avvolta all'inizio nelle tenebre. Anche il luogo in cui avviene, il cuore, è oscuro. «Qualche volta, Signore — scrive Guglielmo — come se io stessi con gli occhi chiusi e la bocca aperta a te, tu mi metti qualcosa nella bocca del cuore: ma non mi è lecito discernere cosa sia. Certo lo deglutisco, qualunque cosa sia, nella speranza della vita eterna. Ma svanisce così in fretta!». Gli fa eco il monaco Ivo: «Il cuore umano è profondo e insondabile: raro è che sia talmente ritirato in sé stesso da riconoscere la parte più intima di sé. Però è lì che i suoi sensi, quando sono rapiti da Dio, stanno meglio con sé stessi: «Proprio quando non sanno dove sono, e intrattengono con Dio un colloquio senza lingua o suono di labbra, da cui ogni estraneo è escluso».
Dio, che ci ha amati per primo e gratuitamente, si deve amare senza misura, e per gradi, dice Bernardo di Chiaravalle. L'ultimo grado dell'amore è quello nel quale, come una goccia si disperde nel vino, come l'aria illuminata diventa luce, l'uomo si annulla in Dio. Prima, però, dovrà accadere che le anime si liberino del tutto dalla nostalgia della carne. E questo potrà avvenire solo quando sarà vinta la morte. «Quando la luce eterna avrà invaso da ogni parte e posto interamente sotto il suo dominio i territori della notte, al punto da far risplendere anche nei corpi la gloria celeste».
Ecco, di nuovo, la carne. E la sua risurrezione: il dilemma che ci tortura fino alla soglia dell'ultimo grado dell'amore. L'ultimo grado nel quale, Riccardo da San Vittore ci fa trovare l'uomo: Dio che si è fatto uomo, il Cristo. Perché, in quell'ultimo grado in cui l'uomo è stato rapito, l'anima è ormai «perfettamente cotta dal fuoco divino», è molle, piegabile come un ferro nel fuoco. E, in quel momento, non le resterà che essere plasmata secondo il modello di Cristo nella sua umiltà.
Nel Cristo che ha assunto la carne, ha patito, è stato servo dell'uomo, e, col suo amore per l'uomo, ha mostrato l'eccellenza dell'amore.

Corriere della Sera 14.6.08
Tornato dall'Urss, stampava in proprio gli scritti sulle vittime italiane dello stalinismo
Il testimone (rifiutato) del Gulag
L'ex deportato Dante Corneli offrì invano le sue memorie ai grandi editori
di Antonio Carioti


Una grande occasione sprecata. Per pura negligenza o forse anche per pregiudizi politici. Non è possibile considerare altrimenti l'esito negativo dei tentativi compiuti da Dante Corneli — militante comunista italiano fuggito in Urss nel 1922, a lungo recluso nel Gulag e poi tornato in patria nel 1970 — per proporre a tre grandi editori (Rizzoli, Mondadori e Rusconi) le sue memorie.
La vicenda, rivelata nell'edizione postuma delle memorie di Corneli uscita nel 2000 ( Il redivivo tiburtino, Liberal Libri), si può oggi ricostruire nei dettagli grazie a Marcello Braccini, che fu fraterno amico dell'ex deportato, scomparso nel 1990, e ne conserva le carte nella sua casa di Torino. «Lo conobbi nel 1979 — racconta al Corriere — quando ero un militante trotzkista». Braccini non fa più politica attiva, ma si riconosce in una visione di sinistra libertaria alla George Orwell. Non a caso ha intitolato La fattoria degli animali il suo bollettino artigianale, ma ben informato e rigoroso, dedicato alle vittime italiane dello stalinismo.
Ma torniamo a Corneli. Espatriato dopo aver ucciso il segretario del fascio di Tivoli, cittadina del Lazio dove era nato, nell'Urss degli anni Venti aveva aderito all'opposizione antistalinista e poi era stato arrestato nel 1936 come trotzkista. Deportato nel campo di Vorkuta, oltre il circolo polare artico, rimase ai lavori forzati per dieci anni e poi venne tenuto al confino. Solo nel 1960 riacquistò la libertà. Quindi ottenne il visto per recarsi in Italia, anche grazie all'aiuto del dirigente comunista Umberto Terracini. E nel 1970, ormai settantenne, decise di trasferirsi definitivamente a Tivoli. Non fu una scelta facile, testimonia Braccini: «Dovette lasciare in Urss la moglie e i figli e perse, come emigrato illegale, ogni diritto alla pensione sovietica. Viveva molto modestamente, presso la sorella, grazie anche agli aiuti di amici come Terracini, Giuseppe Berti, Franco Venturi e Renato Mieli».
Tra le ragioni che avevano spinto Corneli a tornare in Italia c'era la volontà di raccontare l'esperienza del Gulag. Già l'8 settembre 1970, pochi mesi dopo il trasferimento in Italia, chiede per lettera a Rizzoli se è disposto a pubblicare i suoi ricordi, di cui gli invia un estratto. Chi li leggerà, scrive, vedrà la realtà autentica dell'Urss: «Cosa sono i soviet, qual è la situazione della donna e dell'operaio, l'ubriachezza, la nuova classe privilegiata, la campagna di una volta e quella di oggi collettivizzata, il nazionalismo, la fine di quasi tutti gli emigrati politici italiani, in parte la fine degli anarchici emigrati in Urss, e alcune decine di biografie e la fine di comunisti italiani oramai da tutti dimenticati».
Difficile negare l'interesse di una simile offerta. Può darsi che il brano spedito da Corneli presentasse dei difetti: appena rientrato dal-l'Urss, dopo decenni in cui aveva parlato solo russo, certo non scriveva in un italiano perfetto. Ma una simile testimonianza diretta sul sistema concentrazionario staliniano e le sue vittime italiane avrebbe avuto un impatto enorme ( Arcipelago Gulag di Solgenitsin non era ancora uscito), se adeguatamente valorizzata. Solo che la lettera non ebbe risposta.
Il 9 ottobre 1970 l'anziano ex deportato ci riprova, stavolta con Mondadori, proponendo una ventina di testi «sulla vita sovietica, così come io l'ho conosciuta e vissuta; su amici e compagni di lavoro italiani, russi e di altre nazionalità con i quali ho lavorato e vissuto nelle diverse regioni dell'Urss, nei campi dei lavori forzati, nei luoghi di deportazione». E chiarisce il suo intento: «Vorrei far conoscere ai lavoratori italiani cos'è la "libertà", la "democrazia" e l'"uguaglianza" sovietiche». Evidentemente però qualcuno preferiva che gli italiani rimanessero all'oscuro, tanto che il 23 ottobre la direzione letteraria della Mondadori scrive a Corneli per comunicargli con gelido linguaggio burocratico che è giunta «alla decisione di non potere, per varie ragioni di carattere editoriale, procedere alla pubblicazione del suo diario».
Forte dev'essere stata la delusione dell'interessato, che però non si perde d'animo e dà forma organica ai suoi ricordi, fino a stilare circa 500 pagine di un libro che voleva intitolare Mezzo secolo in Russia. Il 5 maggio 1973 le manda all'editore Rusconi: «Rifacendo il mio cammino — spiega nella lettera di accompagnamento — ricordo le centinaia di italiani che ho incontrato nelle officine, a Mosca, in altre città, nei lager, in deportazione e la loro fine. Accenno anche alle responsabilità di certuni comunisti italiani». Ce n'è abbastanza per rendere il manoscritto appetibile. Ma l'unica replica è il silenzio.
Così Corneli decide di pubblicare le sue memorie in proprio, come dei samizdat italiani. «Escono quattro opuscoletti — precisa Braccini — nel biennio 1974-75. Poi finalmente, grazie a Terracini, si trova un editore: è La Pietra, il cui direttore Enzo Nizza, benché comunista, dà spazio alla memorialistica scomoda proveniente dall'interno del Pci. Ma si procede con cautela. Nella proposta di accordo datata 5 febbraio 1976, la casa editrice si riserva "aggiustamenti di stile e di esposizione", pur concedendo a Corneli una revisione del testo».
Il risultato è la prima edizione del volume Il redivivo tiburtino, uscita nel febbraio 1977, che è un resoconto impressionante sul Gulag, ma non riflette in pieno il pensiero di Corneli: «Era insoddisfatto — ricorda Braccini — tanto che a un certo punto minacciò di ritirare la firma. E non ebbe una lira per la traduzione francese del libro, che uscì da Fayard nel 1979». Fra l'altro l'edizione La Pietra presentava Corneli come un comunista irriducibile: «In realtà — precisa Braccini — era rimasto antifascista, ma non limitava la sua critica al solo stalinismo. Ricordo che rifiutò di farsi fotografare con me sotto un ritratto di Trotzkij, che pure non equiparava a Stalin. E una volta mi disse: " La peggiore democrazia è meglio del migliore comunismo"».
Tuttavia il fatto più grave, conclude Braccini, è un altro: «Nel testo uscito presso La Pietra era stata censurata la parte sulle vittime italiane dello stalinismo, specie nei passi riguardanti le responsabilità nella repressione dei capi del Pci. E infatti già nel maggio 1977 Corneli comincia a stampare, sempre a sue spese, una serie di opuscoli sull'emigrazione antifascista in Urss, in cui mette sotto accusa come complici del terrore diversi dirigenti comunisti, compreso Palmiro Togliatti. Continuò così fino alla vigilia della morte, sorvegliato a distanza dall'ambasciata sovietica e dal Pci, ma quasi del tutto ignorato dai mass media. Un'eccezione positiva fu Enzo Biagi, che gli diede la possibilità di intervenire una volta dal teleschermo alla Rai: l'unica breccia importante nel muro dell'indifferenza».

Corriere della Sera 14.6.08
Romano Bracalini: una stagione di violenze pubbliche e private
L'altro volto della Liberazione
di Enrico Mannucci


Almeno 60 mila donne furono violentate dai goumier, i soldati marocchini che avanzavano in Italia sotto il comando francese. Lo stabilì un'indagine ministeriale, ma risibili furono gli effetti giudiziari. Ci sono molte pagine da riaprire nella storia nazionale che va dallo sbarco alleato in Sicilia al 25 aprile 1945. Non solo al nord rimasto sotto il controllo nazifascista. Anche al sud e al centro dove gli anglo-americani (e i soldati di innumerevoli altre nazioni) arrivarono relativamente presto. È quello che fa Romano Bracalini nel suo ultimo libro, Paisà (Mondadori, pagine 288, e 18,50).
Il titolo è simbolico sotto diversi aspetti. Evoca la vulgata della ritrovata libertà celebrata dal cinema neorealista. Ma pare sia anche il modo in cui uno dei primi soldati Usa (un nero, sbarcato a Pantelleria) si rivolse ai militari italiani ansiosi di arrendersi. Di certo divenne formula di comunicazione con gli abitanti della penisola. Durante quella che si usa chiamare liberazione ma molto spesso fu piuttosto un'occupazione. Bracalini è disincantato, smaschera quest'acrobazia verbale con episodi, documenti, cronache dai giornali di allora. Un tempo che ci porta alla libertà ma è anche segnato da scene di abiezione privata e pubblica: donne che si vendono ai soldati, intellettuali che si rifanno improbabili blasoni di antifascismo.
Vivace è la parte livornese (al tempo, l'autore era bambino da quelle parti). L'avanzata alleata sconvolge la città che diventa il primo porto italiano per rifornire le armate bloccate alla linea Gotica. Nella pineta di Tombolo, abitata da «segnorine», militari sbandati e avventurieri locali, si vedranno scene degne della Napoli raccontata con La pelle da Malaparte. Per i francesi e i loro goumier, nessuna attenuante: dovrebbero rispondere di crimini contro l'umanità. Infine, un'imprecisione sui francobolli con l'effigie mussoliniana ancora in vigore nell'ottobre 1943: in realtà non ce n'erano tali in circolazione.

Corriere della Sera 14.6.08
L'intervista Riccardo Chailly e il suo musicista prediletto
«Re dei sentimenti ma arrivò a un passo dalla dodecafonia»
intervista di Valerio Cappelli


Le donne sono centrali nella sua vita, portatrici dei sentimenti più profondi e dell'inestirpabile attrazione dell'eros
Turandot è l'opera che preferisco: la ricerca della perfezione, la modernità del linguaggio, uno squarcio sul '900

La prima volta che Riccardo Chailly diresse Puccini aveva 23 anni: Madama Butterfly a Chicago. Sarà sul podio della Filarmonica della Scala il 15 giugno a Torre del Lago e il 18 all'Auditorium di Roma per i 150 anni della nascita di Puccini.
Perché considera Puccini il più grande operista del '900?
«Perché il suo linguaggio si è costantemente evoluto negli anni, confrontandosi con quello europeo, pur mantenendo una personalità riconoscibilissima. Se non fosse morto così rapidamente sarebbe arrivato alla dodecafonia».
Ma non è il musicista del cuore?
«Ad un ascolto superficiale, sì. Ed è vero che tocca i sentimenti forti, ma le melodie nascondono insidie nelle costruzioni musicali e armoniche. Negli schizzi del finale di Turandot riscritto da Berio si scoprì una serie dodecafonica scritta da Puccini, non dimentichiamoci che volle ascoltare il Pierrot Lunaire di Schoenberg».
Puccini come emblema dell'italianità, la curiosità verso certi esotismi e mondi diversi, la femminilità che prorompe.
«Da un lato siamo tutti pucciniani, dall'altro ha vissuto tutta la sua esistenza con accuse estetiche feroci sul melodismo. Io vedo invece un'osmosi tra lui e Mahler, per il colore orchestrale, le idee timbriche, anche se non ha mai scritto un'opera, e Puccini lo accusò di boicottaggio alla Staatsoper di Vienna. Ma in ogni Sinfonia di Mahler c'è un elemento di teatralità dettato magari da campanacci. Mahler si alzò e borbottò ai rintocchi delle campane in Tosca, che invece hanno lasciato il segno nel mondo musicale».
Puccini e le donne. Una moglie, diverse amanti, cinque sorelle, una cugina suora. Cos'era la femminilità per lui e come condizionò la sua creatività?
«Le donne sono centrali nella sua vita, portatrici dei sentimenti più profondi e dell'inestirpabile attrazione dell'eros. Le magnifiche dieci opere del suo catalogo hanno l'immagine simbolo della donna, comunque vada a finire l'opera, anche nel destino di solitudine di Suor Angelica, che ha commesso un peccato d'amore e viene punita per questo».
Però nelle sue opere non traspare mai un'idea di donna moderna.
«È nascosta dall'immagine oleografica dei suoi personaggi femminili. Il film La fanciulla del lago che si sta girando fa riferimento a La Fanciulla del West, dove rappresenta un amore che viveva di fronte, sulle palafitte. E non è Doria Manfredi, la storica amante, bensì sua cugina; la vera fanciulla del West, come feticcio femminile che vive all'interno di un campo di minatori, è lei».
Perché i registi non riescono mai a girare un bel film su un compositore?
«Su Puccini ricordo però la bella interpretazione di Alberto Lionello ».
Ma ora viene annunciata la fiction di Giorgio Capitani con Alessio Boni come seduttore sciupafemmine.
«Ahi ahi. Il cinema dovrebbe scavare di più nelle grandi debolezze e nella vulnerabilità di Puccini».
Nella vita reale era capace solo di amori simultanei. Una nevrosi, la sindrome di Don Giovanni o cos'altro?
«Forse dipende dal matrimonio da cui non fu mai appagato, ma non si separò mai dalla moglie Elvira. Era un rapporto alternato ad altre grandi passioni, come una necessità per trovare un'ideale di amore. Ebbe per questo delle depressioni croniche che lo portarono a spinte creative impressionanti. Se si pensa al salto della grandezza da Edgar a Manon Lescaut...
A un certo punto pensò di interrompere, fu quasi forzato da Giulio Ricordi e da lì nacque Manon. Da una crisi di vuoto d'artista e di uomo ha toccato le vette più alte».
Simonetta Puccini, l'erede ufficiale, dice che era un uomo triste e amaro, logorato da una vita d'inferno.
«Vero. Ma è altrettanto vero che aveva un grande senso dell'humour, gli piaceva sorprendere. Una volta passeggiò al centro di Torre del Lago coi baffi tagliati solo da un lato del viso, a metà. E la gente non osava commentare».
I più grandi cantanti pucciniani?
«Birgit Nilsson e Franco Corelli, e poi il Rodolfo di Pavarotti».
Opera preferita?
«Turandot: è la ricerca della perfezione, è la modernità del linguaggio, è uno squarcio su una parte ancora ignota del '900».
Onda melodica preferita?
«L'edizione di Lipsia di Manon,
la pagina del primo atto Donna non vidi mai che in quella prima versione aveva un contrappunto frastagliato per coro e orchestra, un corale apocalittico che ricorda la baruffa dei wagneriani Maestri Cantori. E poi l'aria del quarto atto Sola, perduta, abbandonata, la più grande aria per soprano».
Ma qual è il valore di Puccini?
«È un compositore universale che arriva a tutte le nazioni senza bisogno di decoder, senza traduzione simultanea. Con Puccini rispondono il cuore e lo stomaco. C'è un rapporto epidermico con la sua musica che va al di là della conoscenza ».
Il rischio per un direttore è il languore?
«Sì, come per Tchaikovsky e Rachmaninoff. Mai compiacersi negli indugi, dico sempre: niente miele tra le note».
Che significato avrà il concerto nei luoghi di Puccini?
«Le rispondo con le parole di una sua lettera: quanto mi piacerebbe che le mie melodie potessero raggiungere le stelle di Torre del Lago».

il Riformista 14.6.08
Il dio di Bush e di Obama
Obama, il missionario della nuova politica
di Benedetto Ippolito


Forse è il momento giusto per riflettere sulla religiosità di Bush e su quella di Obama. Siamo all'indomani del viaggio del presidente degli Stati Uniti a Roma e del suo incontro con Benedetto XVI. E siamo nelle settimane in cui si concretizzerà anche formalmente la candidatura democratica di Barak Obama.
Sembra quasi l'intersezione miracolosa di due periodi diversi della storia che si abbracciano nel presente.
Una cosa è sicura: Obama è il nuovo simbolo del nuovo, mentre Bush il vecchio simbolo del vecchio. Vi è però almeno un fattore unificante, qualcosa che li tiene uniti ineluttabilmente: si tratta dell'americanismo religioso. Benché, infatti, si muovano in uno spazio politico opposto, quasi agli antipodi - conservatore e texano Bush, progressista e afroamericano Obama - entrambi, però, non potrebbero dissociare mai la loro immagine politica da quella religiosa.
Questo fattore comune ad entrambi, tuttavia, non è per nulla un fattore in comune per entrambi.
Per Bush l'11 settembre è stato un evento provvidenziale. Qualcosa di simile ai signa temporum del passato. La sua risposta politico-militare all'evento tragico di minaccia globale del terrorismo si è tradotto in una campagna bellica complessiva al nemico di Dio e dell'Occidente. Lo spartiacque tra Est ed Ovest è divenuto una delimitazione degli spazi geografici e religiosi divisi tra le civiltà: quella cristiana, da un lato, e quella non cristiana, dall'altro. Una visione geopolitica quantomeno discutibile. Così tanto problematica da aver trovato il maggiore oppositore proprio in Papa Giovanni Paolo II. Le conseguenze di quelle scelte le abbiamo viste tutti nel "sotto tono" di questa breve visita romana di Bush, quasi un canto del cigno malgrado la cordialità formale.
Dall'altro lato, invece, con Obama ci troviamo davanti ad un modo opposto di concepire la dimensione religiosa nella propria vita e in quella altrui. Si tratta di una diversa «missione» della politica nel globo. Visitando proprio la scorsa settimana una comunità di credenti, Obama ha rivelato al pubblico che la religione è stata sempre per lui il veicolo più efficace per scoprire e comprendere i valori universali che fondano il suo impegno civile e il suo programma di riforma dell'America.
In fondo chi se non un pazzo o un religioso potrebbe credere di candidarsi contro i Clinton e contro i Repubblicani, e magari batterli pure?
Davanti alla staticità monolitica e trionfalistica di Bush, Obama appare come l'incarnazione della novità, il volto riformista dell'America: un'immagine sorridente e popolare che reclama il suo futuro anche per il nostro bene. A noi europei, d'altra parte, Obama piace. E piace perché quello di Obama appare veramente come un fenomeno inconsueto, anomalo, pieno di freschezza. In una visione in cui la religiosità si iscrive soltanto nell'aspetto solenne della gerarchia ecclesiastica, forse egli appare addirittura blasfemo, per non dire eretico. Ma la forza dell'immagine politica di Obama è proprio la naturale traduzione che egli propone dei valori religiosi creduti in un impegno politico personale di trasformazione e di miglioramento pubblico della società. Non si tratta, quindi, di obbedire ad una voce che dal passato indichi cosa deve fare la società per conservarsi, ma l'emergere repentino e sfavillante di una forza e di una vitalità civile a partire dal cuore stesso dell'America. Ben diverso da quel «farsi perdonare» la fede con cui Kennedy mosse i suoi primi passi politici.
Così gli Stati Uniti ci presentano, in definitiva, un duplice volto: quello delle grandi identità, dei grandi riferimenti rassicuranti, e quello delle grandi aspirazioni universali di libertà. Quale sia la strada migliore emergerà dal succedersi delle vicende. Bisogna vedere, infatti, se Obama convincerà gli elettori clintoniani del suo partito e, soprattutto, se convincerà i cittadini americani nel loro insieme a non privilegiare il consolante McCain.
Di sicuro, però, a prescindere dal tipo di percorso che inizierà a novembre, gli Stati Uniti hanno risolto da sempre alla radice un problema che per noi appare invece insormontabile: quello della laicità. Non soltanto Obama esprime un pensiero politico che si oppone ad ogni forma di fondamentalismo religioso e di conservatorismo teo-con, ma egli propone un'alternativa forte a tutte le forme di esibizione strumentale della religione che vengono fatte di solito anche a sinistra. Il tutto partendo da una legittima motivazione religiosa.
In questo senso, la visione politica di Obama è espressione pubblica dei valori religiosi, i quali tuttavia sono corrispondenti alla più schietta e più autentica laicità. Non viene usata la politica come strumento religioso di parte, ma viene fatta vivere la religione su di un piano che è autenticamente politico, autenticamente democratico, animatamente riformista, senza ostentazioni confessionali e in modo condivisibile anche da chi non crede per nulla.
Chissà se sarà mai realmente possibile anche da noi vedere qualcosa di simile.
Benedetto Ippolito

il Riformista 14.6.08
Caro direttore, sbagli: L'Economist, si sa, non capisce l'Italia
Il governo-ombra è forte e vincerà
A Latorre: non è solo tattica la rottura con la sinistra radicale
di Stefano Ceccanti


Caro direttore, che l'Economist faccia spesso fatica a comprendere la complessità di una vita politica come quella italiana, non mi stupisce affatto. Che però proprio lei, che meritoriamente, tra i pochi, nella legislatura 2001-2006 ha fustigato un modo di fare opposizione tutto declamatorio e indistinto, vi si accodi oggi in modo acritico e conformista mi stupisce molto. In primo luogo la comparazione tra le due esperienze sta in piedi solo se si tiene conto di due differenze, una strutturale e una congiunturale. Nel Regno Unito ci sono già, in partenza, assetti istituzionali condivisi, regole certe dentro cui competere, e non c'è nessuna necessità di distinguere un piano bipartisan di regole da ammodernare dalla competizione anche dura sulle politiche. Qui, com'è noto, quell'esigenza è innegabile ed urgente. Poi, francamente, mi sembra poco sensato ignorare il dato congiunturale di un governo laburista che si trova nel difficilissimo periodo di medio termine e che quindi è sfidato molto più agevolmente dal governo ombra, il quale ha tutto l'interesse a provocare elezioni suppletive. Il nostro governo ombra va paragonato a quello conservatore dell'inizio legislatura, di Blair in luna di miele: non se la passava tanto meglio di noi.
In secondo luogo bisognerebbe spiegare all'Economist che in Italia nelle prime settimane di legislatura il Parlamento è ingolfato dalla conversione dei decreti-legge, quasi tutti opera del governo precedente, o da nuovi decreti che in larga parte riciclano il materiale ereditato. A meno che non vogliamo riscoprire in modo distorto e surreale l'invito che Aldo Moro fece al suo partito, in un quadro di democrazia bloccata, di essere «alternativo a se stesso», bocciando i nostri stessi decreti, è evidente che per avere un'opposizione più netta occorre attendere i provvedimenti più qualificanti del nuovo esecutivo. In terzo luogo, con un eccesso di zelo, lei spiega che nel Regno Unito non ci si incontra direttamente tra governo e governo ombra se non in caso di guerra, altrimenti il governo ombra si fa irretire da quello vero, cadendo in una trappola. Il professor De Vergottini, principale studioso dell'opposizione inglese, ci dice invece che «si sono radicate regole convenzionali che obbligano il primo ministro a tenere informato o a consultare il leader dell'opposizione ufficiale sulle più rilevanti questioni di politica nazionale che travalichino gli interessi di partito».
Le riconosco però un grande merito, non scontato: pur criticandone la gestione, lei non ha contestato l'importanza del governo ombra, strumento necessario per evitare di reimpostare un'opposizione quale quella vista tra il 2001 e il 2006, che è stata alla radice dell'esperienza negativa della coalizione dell'Unione al governo. Contro tale strumento, invece, o più esattamente contro il suo riconoscimento in Costituzione e nei regolamenti parlamentari (che potrebbe renderlo obiettivamente molto più debole), si sono levate da altre parti tre obiezioni. Una è senz'altro fondata: tale riconoscimento suppone un'unica Camera con rapporto fiduciario. Tuttavia la soluzione c'è: basta stabilire costituzionalmente una norma a regime che lo incardini nella prima Camera quando solo essa avrà l'esclusiva, e fare una norma transitoria-ponte che intanto lo riconosca da entrambe le parti; buona parte delle prerogative parlamentari sono già peraltro attivabili anche a prescindere dalla norma costituzionale, e possono esserlo in questa fase in entrambe le Camere.
Le altre due obiezioni sono comprensibili, vista la novità dello strumento, tuttavia sono meno fondate. Che il governo ombra non abbia piena legittimazione democratica è smentito da uno dei cardini dello Statuto del Pd, che prevede che il segretario e il candidato presidente del Consiglio (che non è altra cosa, quando si è all'opposizione, dal capo del governo ombra) siano la stessa persona, fermo restando che alcune modalità di raccordo formale, istituzionale, coi gruppi parlamentari e di riconoscimento statutario, possono opportunamente essere trovate. Che poi il governo ombra non possa essere costituito o, ove costituito, debba restare solo un'iniziativa politica e non anche un'istituzione perché non saremmo nel bipartitismo, è ancora meno fondato. Bisogna intendersi bene sul bipartitismo. In forma pura, esso non esiste neanche nel Regno Unito; esso è definito, come scrive sempre De Vergottini, «sul ruolo determinante di due partiti, non (dal fatto) che non esistono altri partiti». Infatti, la somma dei voti dei primi due partiti inglesi, negli ultimi 25 anni, sta intorno al 70% dei voti, nelle ultime elezioni è stata del 68,5%; in Italia, Pd e Pdl sommati, siamo arrivati al 70,5%. Nel Regno Unito la regola è che il secondo partito ha diritto a costituire il governo ombra, e ciò contribuisce a spiegare perché i Liberali cerchino da vari anni di arrivare almeno secondi per conseguire quello status, e in qualche caso ci si siano persino avvicinati. Se vogliamo evitare confusioni potremmo forse parlare meglio di «bipolarismo strutturato» intorno a partiti a vocazione maggioritaria.
Credo che queste obiezioni siano in larga parte dovute alla novità dello strumento, e possano dialetticamente aiutare a trovare le modalità migliori del come riconoscerlo, nei regolamenti e nella Costituzione. Se invece dipendessero da una diversa strategia politica, rispetto a quella del partito a vocazione maggioritaria, e diventassero quindi una pregiudiziale contro qualsiasi riconoscimento formale, sarebbe bene che essa venisse evidenziata in modo trasparente e proposta allora attraverso lo strumento statutario conseguente, il congresso.
Scendendo più sul contingente, definire la rottura con la sinistra radicale una scelta tattica e non strategica, come ha fatto Nicola Latorre, può essere anche vero purché ci si intenda. La scelta del partito a vocazione maggioritaria, a cui si collega il governo ombra, per la quale l'omogeneità programmatica viene prima delle alleanze, è strategica; le conseguenze operative, la scelta delle alleanze, sono conseguenze tattiche, ma non prive di criteri, sono una tattica incardinata in quella precisa strategia. Per questo, il riconoscimento formale del governo ombra è uno dei test più rilevanti e imprescindibili per capire se quella strategia è davvero condivisa, e per decidere, di conseguenza, quali siano le tappe più opportune della vita futura del Partito democratico.

il Riformista 14.6.08
Il nuovo centrosnistra? L’ha fatto Berlusconi
di Peppino Caldarola


George Bush prima di farsi benedire dal papa, nel suo ultimo viaggio romano, ha benedetto Berlusconi e Veltroni. Il Cavaliere forse questa volta ne aveva meno bisogno del passato perché sta andando avanti mietendo successi di pubblico e di critica. Anche il conflitto che lo vede opposto ai magistrati, questa volta su intercettazioni e Alto commissariato per i rifiuti, è diverso dal passato perché il fronte giustizialista si è indebolito e il Cavaliere ha trovato nell'opposizione sponde che qualche anno fa neppure sognava di avere.
Berlusconi non lo ferma più nessuno? Non lo fermerà un'opposizione evanescente, non lo fermeranno i suoi alleati. Il Berlusconi ter, o quater, ha imparato tutte le lezioni che doveva apprendere. Fa la faccia feroce quando si parla di rifiuti o di giustizia, lascia andare a ruota libera i suoi ministri socialisti, è dolcissimo con il governo ombra e non ingaggia scontri diretti con Di Pietro affidando la pratica al tenace Cicchitto, blandisce gli imprenditori, non fa gaffe internazionali nel dispiacere dei fotoreporter. Durerà cinque anni e oltre se non si frapporranno errori clamorosi.
Il fronte interno è quello che merita qualche attenzione in più. La missione di Fini è terminata. Il leader di An doveva portare in salvo la sua truppa di ex missini trasformandoli in demo-conservatori ed è riuscito nell'operazione. Se avesse seguito Casini oggi si troverebbe un partito dimezzato da Storace e senza prospettive visto che Casini non l'avrebbe mai portato nel Ppe. Fini ha proseguito l'opera di Tatarella e oggi può contemplare la morte del suo partito come il proprio trionfo personale. L'accorta regia finiana, fatta di rare scelte e di lungo torpore, risalta con maggior lucentezza di fronte alle prime prove del sindaco Alemanno. Solo la copertura del partito unico berlusconiano occulta l'imbarazzo di un nuovo sindaco di Roma che ha trovato grandi difficoltà nei primi passi. Stretto da un debito spaventoso che non può enfatizzare e da un cultura del governo locale che non è nel patrimonio di An, Alemanno è il simbolo di come sarebbe stato stritolato il gruppo dirigente aennino se avesse scelto di andare per una strada diversa, ma la protezione di Tremonti, Berlusconi e Letta non sembra sufficiente a liberare Alemanno dalle critiche che vengono dalla sua stessa coalizione. Molti lo criticano per non aver dichiarato bancarotta a Roma mettendo sotto accusa l'ex sindaco Veltroni. Il presidente del Veneto Galan contesta il continuismo del primo cittadino di Roma per aver tenuto in vita, in cambio della testa di Bettini, la Festa del cinema di Roma. La verità è che il nucleo forte di Forza Italia tiene sotto scacco l'alleato principale a cui imputa un'assenza di fantasia e di decisione.
Accanto al premier si muovono con grande sicurezza solo i ministri di provenienza socialista. Alcuni con grande protagonismo (Brunetta), altri con compostezza di leadership (Tremonti). È singolare che il partito più sciolto della storia repubblicana, il vecchio Psi, veda oggi al governo in posizioni chiave un gruppo di suoi intellettuali politici in numero e con potere maggiore degli ex democristiani. Se consideriamo Berlusconi di centro, lui e questi socialisti hanno fatto il centrosinistra, cosa che spiega le difficoltà di Veltroni.
Il nuovo Cavaliere è solo un po' più esperto di prima ma appare diverso solo agli occhi di chi lo ha demonizzato. La sua strategia non è mutata: costituzionalizzare fino in fondo tutta la destra possibile, collocarsi al centro del sistema svariando sulle ali, coprire il lato sinistro con improvvise incursioni. Meglio di Donadoni. Un esempio di strategia immutata e di tattica più accorta lo si vede nel rapporto con la Lega. Nelle precedenti esperienze il Carroccio si sottraeva con improvvisi scarti dalle decisioni di governo più ostiche. Oggi lo fa il premier che quando si vede costretto a sposare tesi leghiste, un minuto dopo propone marce indietro che finiranno per logorare i nervi all'alleato.
Da questo quadro si ricava un singolare ritratto dell'Italia in cui viviamo. Solo un'idea totalitaria della politica ha fatto pensare per quasi vent'anni che la scuola di formazione di politici puri fossero i vecchi partiti. Nel girone infernale dell'economia, in Italia ma anche in altre parti del mondo, si stanno formando quadri politici che aspirano a dirigere lo Stato. È qui che si ritrova la spiegazione del revival socialista. Sottrattisi all'inconcludente gestione di un passato ormai lontano nel tempo, i nuovi socialisti di centrodestra hanno affinato le tecniche del potere e del governo e le hanno messe al servizio dell'unico utente interessato, Berlusconi. Nasce così, dall'impasto fra vecchio e nuovo, una classe dirigente che deve affrontare una crisi da far tremare i polsi. Questa combinazione di vecchio e nuovo dall'altra parte non è riuscita. A mano a mano che verrà sottratta al centrosinistra, sulla scia di Napoli e Roma, la bandiera del buongoverno, si aprirà una stagione devastante per chi pensa che governare il paese sia proprio appannaggio e che i nuovi barbari alla fine soccomberanno. I nuovi barbari hanno conquistato Roma. È già successo. C'è nei libri di storia.

il Riformista 14.6.08
Ferrero parla l'ex ministro del prc: «Vendola sbaglia, mai alleati con questo Pd»
intervista di Alessandro De Angelis


Ferrero, tra D'Alema e Bertinotti si parla chiaramente di alleanze. Lei è invece scettico sul Pd.
«Anche io vedo che nel Pd c'è una diversità di approcci tra D'Alema e Veltroni. Mentre il segretario ha una certa attitudine all'omicidio della sinistra, D'Alema no, come ha mostrato la sua linea sullo sbarramento alle europee. È una differenza che apprezzo. Ma non è questo il punto»
E qual è il punto?
«Nei contenuti non ho visto una diversità di approccio su come si fa opposizione a Berlusconi. Il Pd continua a proporre dall'opposizione lo stesso liberismo temperato di quando stava al governo»
Col Pd, dunque, niente alleanze?
«Non col Pd, ma con questo Pd niente alleanze. Trovo strano che Nichi veda le aperture di D'Alema come l'elemento che deve farci ricostruire le alleanze, mentre il problema è di contenuti politici. Il tema delle alleanze si pone se il Pd cambia linea».
Si spieghi meglio.
«Quando eravamo al governo la politica economica è stata la riduzione del deficit in tempi che più stretti non si poteva: una cosa pazzesca. Coi poteri forti, penso a Confindustria, Vaticano e banche c'è stata mediazione e non è stato rispettato il programma. Basti pensare alla legge 30, ai Dico, alla tassazione delle rendite. Di più: la mancata risposta al milione di lavoratori in piazza il 20 ottobre è stata una delle cause della sconfitta. Mi pare che di questo ci sia una sottovalutazione».
Allora, da dove si riparte?
«Abbiamo subito la sconfitta più grave vissuta dalla sinistra negli ultimi 60 anni dopo essere stati al governo col Pd. La gente non ha capito a cosa servivamo. Da questa situazione non ne usciamo solo ricostruendo la relazione col Pd che è stata la causa della sconfitta. E la proposta che avanza Nichi non fa i conti con le ragioni della sconfitta. Dobbiamo ritornare nella società e ripartire dalla utilità sociale della sinistra. Quelli della Chiesa e dell'esercito sono due esempi chiari»
La Chiesa e l'esercito?
«La Chiesa, dopo la sconfitta ai referendum sul divorzio e sull'aborto, è ripartita dagli oratori, dal lavoro sociale e ha vinto il referendum sulla fecondazione assistita. Ha saputo ricostruire la sua utilità nel sociale e lo stesso ha fatto l'esercito dopo l'antimilitarismo e il pacifismo degli anni '70, intervenendo in prima persona nei terremoti del Friuli e dell'Irpinia. L'utilità sociale della sinistra si ricostruisce soltanto con la sua reimmissione nella società. Non è propaganda. Dobbiamo dare risposte concrete alle condizioni materiali della nostra gente. Anche a questo servono le Case della sinistra che noi proponiamo. Il partito del pomodoro olandese, che abbiamo invitato a un seminario, ha fatto le mense per i poveri. In Italia ci pensa la Caritas. Credo che dobbiamo farle anche noi».
Oltre al Pd lei critica Vendola perché, a suo giudizio, vuole sciogliere Rifondazione.
«In italiano la si può girare come si vuole. Ma se si fa una costituente per un nuovo soggetto politico alla fine non c'è più Rifondazione. Fava, che è il vero interlocutore, lo dice chiaramente: il progetto è una sinistra senza aggettivi».
Lei all'aggettivo comunista non ci rinuncia?
«Dopo le elezioni sono sempre più convinto che dobbiamo tenere assieme il tema del comunismo, inteso come trasformazione sociale, e della rifondazione, ovvero dell'innovazione. I soggetti politici non si improvvisano. Servono riferimenti forti. La costituente di Vendola ricorda quella di Occhetto. Anche Occhetto, quando sciolse il Pci, parlava di un soggetto non più comunista, non più socialista, capace di "andare oltre", che inseguiva il nuovo. Sono tutti termini che ritornano. Ma quella cosa lì non ha prodotto nulla».
E la sinistra di governo?
«Io dico, anche al Pd, che si deve ripartire dall'opposizione sociale al governo Berlusconi. Su questo terreno si costruisce la nostra utilità. Il problema del governo si pone dopo che si modificano i rapporti di forza e la cultura egemone nella società. Altrimenti si va al governo ma il potere ce l'hanno gli altri come è già successo».

Aprile on line 13.6.08
Il Prc s'interroga sul futuro
di Aldo Garzia


Il Prc s'interroga sul futuro Politica Anche il luogo neutro di un incontro, quello promosso da Fausto Bertinotti, dedicato più all'analisi che al confronto politico immediato non è servito a riannodare il confronto tra le mozioni alternative che si fronteggiano nel Prc, dove i primi dati congressuali danno le posizioni di Ferrero prevalere nel centro-nord e quelle di Vendola al sud con un testa a testa a Roma
Ieri Fausto Bertinotti ha fatto la sua rentrée politica al Centro congressi di via Frentani a Roma dopo due mesi di silenzio, seguiti al disastroso esito delle elezioni per Sinistra-Arcobaleno. Si è presentato a una platea attenta nella veste inedita di "direttore" del bimestrale "Alternative per il socialismo", la rivista da lui fondata oltre un anno fa.
Nella sua lunga e impietosa relazione sulle "ragioni di una sconfitta", l'ex presidente della Camera ha mantenuto la promessa di non occuparsi della contingenza politica. Anche se poi nel dibattito il senatore Nicola La Torre, Pd, ha fatto una affermazione che non deve essere piaciuta a Walter Veltroni: "La stagione dell'Unione non è più riproponibile, la separazione consensuale era una esigenza tattica necessaria ma sarebbe un errore considerarla una scelta strategica Non è indifferente l'esito del congresso del Prc sui futuri assetti della sinistra".
Quello di La Torre è stato l'unico riferimento al duello in corso tra le mozioni congressuali di Rifondazione che fanno riferimento a Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale, e a Nichi Vendola, governatore della Puglia. Quest'ultimo, in un breve intervento, ha evitato di parlare del congresso del Prc. In sala, tra i firmatari della mozione anti-Vendola, c'era un attento Claudio Grassi che prendeva scrupolosamente appunti ma ha declinato l'invito a intervenire dalla tribuna, mentre l'ex deputato Maurizio Acerbo - attuale reggente di Rifondazione dopo le dimissioni del segretario Franco Giordano - è arrivato in sala solo nell'ultima parte della riunione.
In questo modo, anche il luogo neutro di un incontro dedicato più all'analisi che al confronto politico immediato non è servito a riannodare il confronto tra le mozioni alternative che si fronteggiano nel Prc, dove i primi dati congressuali danno le posizioni di Ferrero prevalere nel centro-nord e quelle di Vendola al sud con un testa a testa a Roma.
Ma è troppo presto per dire chi vincerà, dal momento che il congresso nazionale del partito è fissato a Chianciano dal 24 al 27 luglio. Ferrero, che ieri era impegnato in un'altra assemblea a Roma fortuitamente in contemporanea con quella che aveva per protagonista Bertinotti, più che sulle ragioni della sconfitta ha preferito interrogarsi su "l'utilità della sinistra nella società". E tra gli invitati al suo convegno c'era quel "Partito del pomodoro" olandese che, buttandosi alle spalle antichi riferimenti ideologici, ha ottenuto il 16% dei consensi elettorali diventando il terzo partito dei Paesi Bassi. "La falce e martello - argomenta Ferrero - da soli non servono a nulla, bisogna essere comunisti e intelligenti. Bisogna fare come la Chiesa che, dopo la sconfitta nei referendum sul divorzio e sull'aborto è ripartita dagli oratori, dal lavoro sociale e ha vinto il referendum sulla fecondazione assistita".
Ferrero non ci sta a essere ingabbiato nel clichè dei nostalgici della "falce e martello": "Non stiamo attraversando il deserto, perché all'orizzonte non c'è la Terra promessa, ma siamo in una giungla dove occorre combattere una guerra di movimento e sfuggire alle sabbie mobili. La destra ha vinto non perché gli operai stanno bene, ma perché stanno male e la sinistra non ha saputo indicare proposte di cambiamento". Quanto ai rapporti con il partito di Veltroni, le sue parole non lasciano spazio a dubbi: "Noi non saremo mai la sinistra del Pd, perché siamo un'altra cosa".
Vendola replica a queste argomentazioni sostenendo che il problema è "come rimettere in campo tutta la sinistra" e non solo come rilanciare il Prc. Da qui la proposta di una "costituente della sinistra" e dell'intensificazione dei rapporti unitari con Sinistra democratica, che Ferrero vorrebbe invece vincolare a una "confederazione" per scongiurare il pericolo di un "superamento" del Prc che possa implicare anche il suo scioglimento.
Nell'assemblea di Bertinotti, proprio Claudio Fava - nuovo coordinatore di Sinistra democratica - e il suo collega di movimento Alfiero Grandi hanno insistito su un punto: vanno bene iniziative e riunioni per capire le ragioni della sconfitta di Sinistra-Arcobaleno, ma occorre ascoltarsi e parlarsi di più tra le forze che si sentono più vicine. Dal 27 al 29 giugno, a Chianciano, Sinistra democratica ha fissato la sua assemblea nazionale, l'equivalente di un congresso. Ma per capire dove va la sinistra radicale bisognerà aspettare l'esito del congresso del Prc, fissato un mese dopo sempre a Chianciano.

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
Maurizio Ferraris: "Dalla Treccani a Platone con stile pop"
di Murizio Assalto


«Sempre le vacanze dei 14 anni furono occupate dalla Recherche di Proust: 100 pagine al giorno per finire entro l'estate»
«Ho lasciato l'ermeneutica nella versione di Vattimo: ha la responsabilità di aver fornito a Ratzinger le armi per attaccare la scienza»

Proprio come nella nostra vita di tutti i giorni, ci sono molti vigili (e vigilesse) cattivi che oltre alle multe vi infliggono la loro «cazzimma pulicana» come si direbbe a Napoli nell'ultimo libro di Maurizio Ferraris. Se non siete napoletani e volete sapere che cos'è una «cazzimma pulicana», non vi resta che rivolgervi a questo torinesissimo filosofo cresciuto alla scuola di Vattimo e sfogliare Il tunnel delle multe. Ontologia degli oggetti quotidiani (Einaudi, pp. 274, 12,50), il suo intelligente graffiante divertente libretto, organizzato per voci, stile enciclopedia, con una molteplicità di rimandi incrociati, ognuno a tirare l'altro come le ciliegie che quest'anno, causa il maltempo, si vedono poco.
Nei suoi libri, accanto ai nomi di pensatori del presente e del passato, spuntano spesso riferimenti inattesi, come Lucio Dalla, Woody Allen o la fattucchiera Nocciola.
«La mia generazione è stata molto segnata dalla cultura pop e dalla sua vocazione a mescolare "alto" e "basso". Per me, nei primi anni di università, ha avuto grande importanza la lettura del Diario minimo di Eco, come anche di Linus. C'era l'idea che nulla è "intoccabile", nei due sensi: nulla è così basso da non poter diventare oggetto di considerazione scientifica, e nulla è così alto da non poter essere dissacrato. Adesso mi pregerei di dare io stesso il mio modesto contributo alla filosofia popolare. È quel che ha fatto anche Deleuze, ed è stupefacente come sia ancora letto e citato dai giovani d'oggi».
Si spiega così l'intonazione ironica delle sue pagine?
«L'ironia fa parte del mio progetto di una filosofia che assomigli alla realtà. Una filosofia onesta, che non sia predicatoria, torva e minacciosa. Ho un grande modello (anche se non stilistico): Derrida. L'ironia ha a che fare con la decostruzione».
Quali letture hanno alimentato la sua cultura pop?
«Ho cominciato leggendo enciclopedie, tipo Conoscere, e posso dire di non avere mai smesso. L'opera che è letto di più nella mia vita è la Treccani. Mio padre, poveretto, ha dovuto farla rilegare, perché saltando per afferrarla in alto sugli scaffali avevo distrutto i dorsi... ».
La prima lettura filosofica?
«La Storia delle idee del secolo XIX di Bertrand Russell, comprata in una cartolibreria di campagna a 14 anni prima compravo solo Salgari ma unicamente per darmi un tono. Da vergognarsi, cosa avevo in mente allora: mi sarebbe piaciuto fare lo scrittore, ma mi pareva un'occupazione troppo frivola, così mi ero buttato sulla filosofia. Comunque, le vacanze dei 14 anni sono state occupate dalla Recherche, nel cofanetto degli Oscar: mi ero ripromesso di leggere 100 pagine al giorno per finire entro l'estate. Poi verso i 15-16 anni ho letto Sartre, Kierkegaard ma ancora, credo, per darmi delle arie. Ho letto molto presto anche Platone, al liceo, con il mio insegnante che era Ugo Perone. Ma ho sempre considerato la filosofia come una cosa che si studia, con la matita e il post-it in mano, non che si legge per piacere».
E le letture più «piacevoli»?
«Poca letteratura. Tantissima fino a 23-24 anni, poi dopo la laurea molto del mio tempo è stato assorbito dai testi filosofici. E comunque, ancora adesso, più che la trama mi gusto la pagina di scrittura: possono essere le cose più svariate, Le origini delle lingue neolatine di Tagliavini (una delle mie letture più belle) o La storia militare della seconda guerra mondiale di Liddell Hart. Gadda. Arbasino. Ma adoro anche la prosa saggistica molto controllata, molto sabauda di Dionisotti. In questi giorni ho riletto le Lettere da Torino di Nietzsche, ripubblicate da Adelphi: molto toccanti quelle alla madre. E adesso tra i libri che ho sul comodino c'è la Storia di Venezia dal 1400 alla caduta della repubblica di John Julius Norwich, uscita da Mursia. Mi interessa la storia, specialmente quella militare».
Da Autovelox a Blackberry, da Clarks a Cd, da eBay a iPod, da Moleskine a Second Life, ma anche Culo, Supercazzola, Succo di pomodoro... : nel Tunnel delle multe, come in altri libri recenti, lei procede in una personale «ontologia» intesa a far scaturire le implicazioni filosofiche che si annidano anche negli oggetti più ordinari. Ma non era stato Platone, nel Parmenide, a escludere che si potessero dare delle idee, ossia dei fondamenti ontologico-conoscitivi, di cose «spregevoli e insignificanti» come il capello, il fango o il sudiciume?
«Anche gli oggetti "bassi" hanno un ruolo filosofico. Le "cose" come strumenti condizionano le nostre vite, ne parlano: di intere civiltà ci sono rimasti soltanto gli oggetti, eppure ci sembra di conoscerle. Quindi, invece di correre dietro a quelle entità mistificanti e automistificanti che sono i soggetti, non è meglio occuparsi degli oggetti, che oltretutto non scappano? Ci possono essere due livelli: un approccio alla Perec, o alla Roland Barthes, del tipo "guarda quante cose possiamo capire dagli oggetti", quasi fossero la storia abbreviata di un concetto; e un livello più ambizioso, che punta a una teoria filosofica dell'oggetto una riflessione che ha una grande progenie, perché è così che è stata intesa l'ontologia tra la fine dell'800 e l'inizio del '900».
Da questo punto di vista, qual è oggi il ruolo della filosofia?
«Nel secolo scorso si è demandata l'esteriorità alla scienza, riservando alla filosofia l'interiorità. Invece anche per la filosofia ci sono spazi di esteriorità, che la scienza non può risolvere. Del resto sono stati gli informatici a rilanciare l'ontologia, a fini di classificazione. La filosofia ha a che fare con la realtà, è utile alla realtà. C'era una volta l'idea che si misurasse soltanto con il passato, come qualcosa che vive della propria morte, che viene divorato dalla scienza. Era una diagnosi molto sbagliata. Ormai ci siamo liberati da un kantismo paradossale secondo cui tutto è determinato dalle nostre categorie: invece il mondo è già organizzato prima che noi cominciamo a mettere ordine nei nostri concetti. Kant criticava Aristotele perché era stato "solo rapsodico, non sistematico" nel raccogliere le cose per elaborare la tavola delle categorie. Invece non ha fatto male a raccoglierle in questo modo: nella loro rapsodicità, le cose "hanno un loro perché"».
Ma il suo antico maestro Vattimo adesso la bacchetta: critica una ontologia che si esaurisce nel descrittivismo filosofico dell'esistente, quella che gli sembra una lettura di destra della fenomenologia.
«Vattimo vent'anni fa sosteneva che bisognasse riformulare l'XI tesi su Feuerbach di Marx. Diceva: finora i filosofi hanno cercato di cambiare il mondo, adesso bisogna interpretarlo. A me sembra che fosse una tesi intrinsecamente conservatrice, sebbene si manifestasse in forma convincentemente rivoluzionaria. In effetti, se diciamo che non ci sono fatti ma solo interpretazioni, non abbiamo nessun criterio per stabilire se stiamo davvero trasformando il mondo o stiamo soltanto pensando di trasformarlo. È per ragioni più morali che teoretiche se a un certo punto ho deciso di abbandonare l'ermeneutica, specialmente nella versione radicale che le ha dato Vattimo mettendo insieme Gadamer e Rorty. Il postmodernismo ermeneutico ha la responsabilità morale di avere fornito a Ratzinger le armi per i suoi attacchi contro la scienza, come nel famoso discorso in cui usava Feyerabend contro Galileo».
E così si spiega il «parricidio», come quello a cui, nel Sofista di Platone, è costretto lo Straniero di Elea per liberarsi dall'abbraccio mortale del maestro Parmenide. Eppure Vattimo adesso riscopre Marx, la rivoluzione...
«Io sono molto convinto del principio che è di Marx secondo cui nella comprensione della realtà è implicita la critica della realtà. È questo il compito della filosofia: comprendere la realtà, non fuggirla o sostenere che non esista. Tutte le forme di scetticismo, fino all'ermeneutica radicale, si sono sviluppate all'ombra dell'accettazione del potere».
C'è ancora spazio, se non per un «sistema» classicamente inteso, almeno per una filosofia dal respiro un minimo ampio?
«Non mi piace parlarne troppo, per scaramanzia, ma io sto scrivendo un sistema filosofico. Un sistema di organizzazione razionale del mondo, in cui provo a fare una critica alla ragion pura che si riferisca non agli oggetti fisici ma agli oggetti sociali. È una falsa impressione pensare che il '900 non abbia prodotto sistemi: il Tractatus logicophilosophicus di Wittgenstein lo è, anche se è un libro sottile. Anche il catalogo Ikea è un sistema. Anche la burocrazia. E anche Gomorra è 'o sistema. La vita non può stare senza sistema. E neanche la malavita».
Nell'era di Internet come è cambiato il suo lavoro?
«È molto più facile entrare in contatto con altri pensatori in tutto il mondo. Uno sente il nome di un filosofo, va su Google, trova i suoi titoli, articoli di e su, può ordinare un suo libro e anche scambiare email. Vent'anni fa davvero l'oceano era un limite: un europeo che andava in America scopriva un clima filosofico sconosciuto. Ora non più: in questo modo una contrapposizione come quella tra analitici e continentali è destinata a perdere senso, già ora sta sparendo».
Oltre alla possibilità di confronto illimitato e real time, si è determinato anche un modo diverso di fare filosofia?
«Avviene questo fenomeno: siccome la comunicazione della parte scientifica del nostro lavoro si svolge prevalentemente su Internet, al libro filosofico resta una funzione di messa agli atti e di socializzazione. Quindi si tratta di testi che cercano di rivolgersi a tutti, non soltanto agli specialisti. Se fai libri per pochi, alla fine ti restano anche poche idee. I libri più divulgativi che ho pubblicato io li considero una parte integrante del mio lavoro filosofico. Mi sono venute delle idee, scrivendoli».

Vita: Maurizio Ferraris è nato a Torino il 7 febbraio 1956. Allievo di Vattimo e in seguito influenzato anche dall'insegnamento di Derrida, dal 1995 è professore ordinario di Filosofia teoretica all'Università di Torino, dove è direttore del Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata (Ctao).

Opere:«Jackie Derrida» (Bollati Boringhieri), «Una Ikea di università» (Cortina), «Sans Papier. Ontologia dell'attualità» (Castelvecchi), «Storia dell'ermeneutica», «Goodbye Kant! », «Babbo Natale, Gesù adulto», «Dove sei? Ontologia del telefonino»(Bompiani), «Il tunnel delle multe» (Einaudi).

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
Il nostro occhio è un bricoleur
di Marco Belpoliti


La pubblicità ha smesso il velo: siamo passati dall'evocazione al grido, dai sogni di W. Chiari alle vendite di V. Marchi
Fra miti e scienza La straordinaria summa dell'antichista Deonna e un saggio di Ings esplorano storia, funzioni e segreti della vista
Il rapporto con gli astri, la sorte, l'anima, differenze e somiglianze rispetto agli animali notturni, la percezione di luce e colori, un millenario «adattamento»

In Albania, racconta Plinio, vivono uomini nati con occhi glauchi e capelli bianchi che vedono meglio di notte che di giorno; lo stesso imperatore Tiberio possedeva una simile facoltà: se si svegliava di notte, distingueva perfettamente gli oggetti. Kaspar Hauser, il più famoso «bambino selvaggio», percepiva stelle invisibili per mezzo di una vista straordinaria e anche i colori dentro un'oscura foresta. Gli sciamani, poi, sarebbero dotati di un'acutezza visiva responsabile delle loro facoltà psichiche, capaci di vedere a lunga distanza o al buio.
Tutte queste notizie sono fornite da Waldemar Deonna in un libro straordinario: Il simbolismo dell'occhio, in uscita da Bollati Boringhieri, summa enciclopedica su come le differenti religioni e culture hanno considerato l'occhio, il più importante dei nostri organi di senso, attraverso cui si è sviluppata la stessa civiltà umana. Deonna, archeologo e antichista, ha scandagliato l'idea di acutezza visiva ponendo particolare attenzione ai collegamenti tra l'occhio e gli astri, tra l'occhio e il fuoco, badando a distinguere i simbolismi dell'occhio destro e quelli dell'occhio sinistro, la cecità fisica e quella simbolica, il malocchio e il «buonocchio», l'occhio unico e gli occhi multipli, l'occhio e l'anima, lo sguardo umano e lo sguardo animale.
Il volume, pubblicato postumo nel 1965, tradotto per la cura di Sabrina Stroppa, è articolato in due livelli: da un lato, l'esposizione dei vari simboli, riti e credenze; dall' altro un regesto fittissimo di note, rimandi, commenti e spiegazioni ulteriori, frutto di un'erudizione che Deonna, autore di libri singolari sul simbolismo dell'acrobata, sulle abitudini a tavola, sui miracoli greci e quelli cristiani, ha accumulato in decenni e decenni di sterminate letture.
Per un caso fortuito Il simbolismo dell'occhio esce in contemporanea con un libro che si presenta come il suo esatto opposto, Storia naturale dell'occhio, opera di Simon Ings, scrittore di fantascienza e giornalista scientifico, così da offrire una doppia e affascinante lettura del nostro prezioso organo di senso. Mentre Deonna ci accompagna nell'universo dei simboli e dei riti religiosi, Ings ci fa attraversare il territorio altrettanto frastagliato della scienza. Al centro c'è sempre l'occhio umano, complesso e misterioso sensore che si è sviluppato a partire da lembi specializzati di pelle. I primi occhi sono comparsi 550 milioni di anni fa; appartenevano alle trilobiti, creature marine che oggi possiamo ammirare solo attraverso reperti fossili. Le unità fondamentali di strutture complesse come l'occhio, scrive Ings, «erano già disponibili molto tempo prima di essere reclutate per compiti sofisticati come la visione».
Leggendo Storia naturale dell'occhio, libro di rara precisione e completezza, costruito come un racconto, si ha la sensazione che la scienza non sia meno fantastica dei miti. E poiché lo scrittore inglese ha scelto di raccontare la storia dell'occhio evidenziando molte figure di scienziati e ricercatori del passato e del presente, si ha la sensazione che essi procedano attraverso continui spostamenti e aggiustamenti, me diante discontinuità piuttosto che sviluppi lineari.
Come ha scritto George Wald, premio Nobel, studioso dell'occhio, colui che ha guidato la rivoluzione che ha trasformato la biologia da scienza cellulare in scienza molecolare, «noi siamo il prodotto della rielaborazione piuttosto che dell'invenzione». L'occhio ha modificato se stesso nel corso di milioni d'anni agendo come un geniale e previdente bricoleur. Questo sensore è lo strumento privilegiato di un mammifero che ha smesso di usare il naso per pensare e che si è specializzato nella raccolta. Mentre la maggior parte degli animali non si preoccupa molto della sostanza delle cose, badando invece a «dove vanno le cose», noi umani siamo interessati «a quello che le cose sono». I nostri occhi si muovono a scatti, sembrano letteralmente balbettare, eppure siamo bravissimi nell'individuare i piccoli oggetti: più preoccupati dalle immagini che non dal movimento.
Molte delle simbologie descritte da Deonna sembrano trovare conferma nel racconto scientifico di Ings; ad esempio, la visione notturna. Discendiamo da animali notturni, e la nostra capacità di vedere di notte davvero straordinaria, anche se nei Paesi occidentali e industrializzati oramai nessuno o quasi l'apprezza più «è il retaggio del nostro passato notturno». Questa acuità visiva ha tuttavia un contrappeso: la visione dei colori di cui siamo dotati appare «relativamente notevole ancorché difettosa». Nel nostro sistema percettivo il colore «è soltanto un mezzo per distinguere gli oggetti gli uni dagli altri». Questo perché la nostra specie si è mossa soprattutto in ambienti ricoperti da alberi e, come ha dimostrato un neurofisiologo thailandese nel 2000, la luce diurna filtrata dagli alberi della foresta cambia solo lievemente di colore. Siamo invece più sensibili alla lucentezza, e questa c'è servita per milioni di anni alla ricerca del cibo nel sottobosco dove il colore non è significativo.
Il capitolo che Ings dedica a questo aspetto, «Vedere i colori», è forse il più bello del libro insieme al successivo, «Non vedere i colori», dove si parla di Dalton, e di come lo scopritore del daltonismo in realtà non fosse propriamente un daltonico. La scienza, mi viene fatto di pensare chiudendo i due libri, è il nostro grande mito attuale, un mito non meno funzionante e seducente dell'altro che abbiamo frequentato per millenni nel passato prossimo.

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
L'impero ottomano. Un'organizzazione multietnica e multireligiosa che fondò il suo successo sull'inclusione
Sono i turchi gli eredi di Roma
di Silvia Ronchey


Nel XVI secolo, quando l'età moderna iniziò la sua corsa, il mondo era dominato da quattro imperi. Il più ricco e potente era la Cina, governata dai Ming. Gli altri erano l'impero safavide in Iran, l'impero moghul in India e l'impero ottomano a cavallo tra i confini orientali dell'Anatolia e le sponde occidentali del Mediterraneo. Complessivamente, gli ultimi tre imperi amministravano la parte del mondo che si estendeva da Vienna a Pechino, arricchendosi con il commercio tra Asia e Europa. A presidiare la cruciale area geopolitica che faceva da ponte verso le grandi vie dei traffici orientali alle discordi potenze europee, proprio nel momento in cui Spagna e Portogallo conquistavano il Nuovo Mondo e i suoi tesori, era un unico, fondamentale interlocutore: l'impero ottomano.
Non lo si poteva definire un impero orientale. Nel 1453, con la conquista di Costantinopoli, la città nella quale mille e cento anni prima Costantino aveva trasferito l'eredità dei cesari, il sultano turco era diventato un cesare lui stesso, erede dichiarato della successione dinastica romano-bizantina. Per gli oltre quattrocento anni successivi, come ricorda Donald Quataert nel suo Impero ottomano, «i dominatori ottomani onorarono il fondatore romano ricordandolo nel nome della capitale», che sino al crollo dell'impero, al principio del XX secolo, rimase Kostantiniyye/Costantinopoli nella corrispondenza ufficiale, sulle monete e, dall'Ottocento, sui francobolli.
Mentre all'estremo Ovest del continente europeo l'Inghilterra elisabettiana, la Spagna imperiale, la Francia dei Valois e la repubblica olandese andavano costruendo la loro potenza e la loro futura identità nazionale attraverso sanguinose guerre di religione, l'impero che dominava il centro di quella medesima Europa, oltre che nella sua parte orientale il crocevia stesso tra Europa, Asia e Africa, imponeva un modello di amministrazione basato sulla tolleranza.
Dalla seconda Roma, di cui era diventato successore, lo stato turco aveva infatti ereditato non solo le forme di gestione della terra, il sistema fiscale, il dinamismo verticale delle élites, ma anche il cosiddetto cesaropapismo: «un sistema in cui lo stato controllava il clero» e dove era prescritto che «amministratori e ufficiali proteggessero i sudditi nella pratica della loro religione, che fosse l'islam, l'ebraismo o il cristianesimo, in qualsiasi loro versione (sunnita, sciita, greca, armena, siro-ortodossa o cattolica) ».
Nell'Europa occidentale, al tempo delle guerre di religione, le confessioni cristiane antagoniste facevano a gara nel demonizzare gli «abominevoli turchi»: Lutero li considerava una punizione divina per la corruzione del papato, i cattolici un castigo all'Europa per l'eresia protestante. Eppure gli ottomani, di recente islamizzati ma impregnati della spiritualità sciamanica delle loro radici turcomanne, non avevano creato uno stato confessionale islamico bensì, come scrive Quaetert, «un'organizzazione multietnica e multireligiosa che fondò il suo successo sull'inclusione», sulla capacità, già bizantina, di «incorporare le energie della vasta e variegata moltitudine di popoli che incontrava» e inglobava.
Quando nell'occidente europeo le madri minacciavano i bambini disobbedienti che i «turchi» sarebbero venuti a mangiarli, con quel nome evocavano una realtà complessa. Gli eserciti con cui i sultani avevano conquistato il loro impero erano composti tanto di musulmani quanto di cristiani. La trasversalità nella composizione etnica dei fronti era evidente fin dal grande assedio del 1453, quando sotto le insegne turche combattevano molte milizie cristiane e sotto quelle bizantine molti turchi. Una secolare politica matrimoniale aveva del resto ibridato di sangue bizantino la stessa dinastia regnante ottomana, come racconta limpidamente Bernard Lewis nel suo classico La Sublime Porta. Istanbul e la civiltà ottomana. E una parte consistente della sua élite era tanto contraria all'offensiva militare quanto l'ala turcofila della corte bizantina era pronta a una coesistenza pacifica con gli eredi di Osman: preferiva «il turbante turco alla tiara latina».
Se Mehmet II si considerava imperatore romano per avere conquistato la seconda Roma, Süleyman il Magnifico puntava alla prima. Non fu la battaglia di Lepanto, ora ricostruita e attualizzata da Niccolò Capponi nel suo Lepanto 1571. La Lega Santa contro l'impero ottomano, a cambiare le sorti della storia d'Europa. Né Venezia né Genova, le repubbliche che con la loro guerra commerciale avevano consentito la caduta di Bisanzio, potevano realmente arginare la potenza turca, che si riprese presto dalla distruzione della sua flotta e non solo continuò la sua espansione nel Mediterraneo, ma intervenne sempre più spesso e più a fondo nello scacchiere occidentale, per inserirsi a pieno titolo nel sistema politico europeo.
Se c'è una data che segna il tramonto definitivo della minaccia turca alla prima Roma, che già Isidoro di Kiev aveva predetto, non è il 1571 ma il 1683: quando l'impero ottomano arrivò per la seconda volta sotto le mura di Vienna e venne definitivamente sconfitto. Da allora non fu più questo esotico impero a incarnare l'eredità di quello romano, ma un altro, nato sul Danubio proprio con la missione di arginare l'espansione turca. Dopo che i regni balcanici avevano fallito, fu l'Austria ad acquistare, come scrive Quataert, «il ruolo e l'identità di prima linea di difesa per l'Europa». Da allora in poi gli Asburgo mobilitarono sotto le insegne imperiali le risorse di tedeschi, ungheresi, cèchi, croati, slovacchi e italiani, associando veneziani e polacchi, costruendo un impero multietnico e multireligioso, che durerà fino al 1918. Sarà così l'impero asburgico il vero continuatore di quello bizantino: crinale tra oriente e occidente, difensore e insieme ibridatore di popoli e culture, mediatore di forme d'arte, di musica, di letteratura. Erede, nell'era degli stati nazionali, di quella Sehnsucht imperiale, di quel nostalgico, malinconico senso di un dovere storico sempre venato dal presagio di una fine, che aveva pervaso per secoli la civiltà di Bisanzio

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
E i bizantini...
Pure i greci non furono mai "puri"
Da Pericle all'Ellenismo Incontri e contaminazioni nel Mediterraneo
di Claudio Franzoni


Poche epoche sanno, come la nostra, che cosa significhi mobilità delle merci, degli uomini, degli schemi culturali; eppure fenomeni analoghi e di non minore portata si sono verificati già molti secoli fa, e in particolare all'interno del Mediterraneo del primo millennio avanti Cristo. È questo uno dei temi che attraversa i due volumi della Storia d'Europa e del Mediterraneo diretta da Alessandro Barbero (Salerno Editrice) dedicati al mondo greco: Grecia e Mediterraneo dall'VIII sec. a. C. all'età delle guerre persiane (pp. 734, 140) e Grecia e Mediterraneo dall'età delle guerre persiane all'Ellenismo (pp. 740, 140), entrambi curati da Maurizio Giangiulio.
Un gruppo che comprende trentadue studiosi e lo stesso curatore compie un lungo percorso che si snoda, per tutti e due i volumi, in tre grandi sezioni, «Contesti e processi», «Eventi», «Società e cultura»; inserti iconografici a colori e cartine affiancano i saggi, ciascuno corredato da una sintetica bibliografia di riferimento.
Nonostante la ricchissima articolazione delle sezioni, l'opera non abbandona affatto l'idea di un racconto storico attento agli avvenimenti; ecco dunque vicende, figure e luoghi familiari anche a chi non abbia una speciale consuetudine con il mondo classico: la colonizzazione, le guerre persiane, la guerra del Peloponneso; Pisistrato, Pericle, Alessandro Magno; Sparta, Atene, la Macedonia. Un percorso di lettura dell'opera può essere dunque quello tradizionale che segue il filo degli eventi, sennonché il loro dipanarsi tende di continuo ad aprirsi geograficamente, verso un quadro sempre più «internazionale» e sempre meno locale; a questo si deve, per fare un solo esempio, l'attenzione alla formazione dell'«impero» fenicio e al ruolo di Cartagine.
Ma è nella prima parte di ciascun volume «Contesti e processi» che gli orizzonti tendono maggiormente ad allargarsi, obbedendo in definitiva alla cornice «europea» dell'intera serie; nel primo volume ecco entrare in scena il mondo etrusco e i popoli italici, ma anche quelle che per lungo tempo sono state guardate come periferie del mondo greco, l'Asia Minore, la Magna Grecia e la Sicilia; nel secondo volume la stessa sezione si apre anche al mondo romano, con una discussione sulle origini di Roma tema quanto mai presente nella letteratura specialistica degli ultimi anni e con un esame della struttura sociale e politica della città-stato in età repubblicana.
Come accade in quest'ultimo caso, dilatare i confini geografici significa anche aprirsi verso problemi più generali: la formazione della civiltà greca, la nascita della polis e, naturalmente, i meccanismi della democrazia ateniese. Particolarmente interessante, in entrambi i volumi, l'approccio alle aree orientali lo spazio tra Iran e Mare Egeo che viene condotto dal punto di vista degli studiosi di iranistica, ribaltando quindi la direzione del consueto sguardo da Occidente; l'area di contatto tra civiltà così distanti, quella greca e quella dei Medi e Persiani, diventa luogo di scontri, ma anche di scambi e di contaminazioni, di cui è spia evidente la molteplicità degli usi linguistici e la sovrapposizione di esperienze culturali.
In queste zone, per così dire, di interfaccia tra civiltà diverse si tocca quasi con mano l'artificiosità dell'idea di una Grecia «pura» e incontaminata, e perciò potenzialmente esemplare; del resto in pressoché tutti i saggi l'attenzione è rivolta proprio agli elementi dinamici che caratterizzano la storia del Mediterraneo antico, e con coerenza vengono rimarcati i processi di trasformazione e di transizione originati da contatti e da interazioni, processi che possono avvenire tanto all'interno delle grandi aree, quanto entro una singola città-stato.
È nella sezione che chiude i libri «Società e cultura» che la complessa dinamica della vita delle città greche viene osservata anche nelle pratiche culturali, sia che si tratti della vita teatrale, della produzione letteraria o della riflessione filosofica; persino la vasta regione dei miti greci, apparentemente così lontana dalla dimensione della storia, viene ricondotta entro le dinamiche delle società, osservandone il «funzionamento» entro la stessa città greca (dove i miti servono anche a costruire l'identità delle singole comunità) e al di fuori della Grecia stessa (i miti legati ai viaggi dei Greci sul mare).

Due imperi, un unico karma geopolitico. Al rinato interesse per quell'interfaccia tra oriente e occidente che fu l'impero ottomano si affianca una sempre maggiore attenzione per l'impero che lo precedette lungo undici secoli nella stessa area del globo: quello bizantino. Nel libro di Judith Herrin «Bisanzio. Storia straordinaria di un impero millenario» (Corbaccio, pp. 470, 22,60) la storia bizantina è letta in chiave attualizzante, come indispensabile per comprendere le complesse radici culturali dell'Europa. Mentre Hartmut Leppin si concentra sulla cristianizzazione dell'impero romano d'oriente nell'attento, rigorosissimo volume dedicato al più controverso dei suoi artefici, «Teodosio il Grande» (Salerno, pp. 350, 26 ). Anche in Italia la bizantinistica si risveglia. Giorgio Ravegnani, nei suoi «Imperatori di Bisanzio» (Il Mulino, pp. 186, 11,50), offre una preziosa, sintetica quanto documentata e aggiornata panoramica dell'intero millennio bizantino. Mentre Mario Gallina, nell'ottimo «Bisanzio. Storia di un impero (secoli IV-XIII) » edito da Carocci (pp. 306, 23,70), si ferma alla vigilia di quella devastante catastrofe che fu la presa crociata di Costantinopoli del 1204. La stessa «Conquista di Costantinopoli» che Geoffroy de Villehardouin narra, non certo imparzialmente, in uno dei più impressionanti documenti storici mai prodotti da un occidentale su Bisanzio (SE, pp. 159, 19). tità di prima linea di difesa per l'Europa». Da allora in poi gli Asburgo mobilitarono sotto le insegne imperiali le risorse di tedeschi, ungheresi, cèchi, croati, slovacchi e italiani, associando veneziani e polacchi, costruendo un impero multietnico e multireligioso, che durerà fino al 1918. Sarà così l'impero asburgico il vero continuatore di quello bizantino: crinale tra oriente e occidente, difensore e insieme ibridatore di popoli e culture, mediatore di forme d'arte, di musica, di letteratura. Erede, nell'era degli stati nazionali, di quella Sehnsucht imperiale, di quel nostalgico, malinconico senso di un dovere storico sempre venato dal presagio di una fine, che aveva pervaso per secoli la civiltà di Bisanzio