giovedì 11 settembre 2008

l’Unità 11.9.08
In rivolta. La lunga marcia dei Sans Papier
Centinaia di cittadini africani in attesa di asilo si sono riversati nelle strade di Roma: 40 chilometri da Castelnuovo di Porto alla sede Rai di viale Mazzini per non essere dimenticati. Con un bimbo in testa al corteo.
«Toglieteci dal nulla» La marcia dei sans papier
di Mariagrazia Gerina


La polizia è rimasta stupita da quella pacifica folla proveniente da Roma nord
Sono partiti senza nessuna organizzazione né un’idea e un obiettivo

Senza documenti, senza permessi, senza nulla, tranne il coraggio e la disperazione. Si sono messi in marcia così, all’alba, e hanno camminato per chilometri e ore, consumando scarpe e ciabatte gettate ai lati della strada. Davanti Abele, che a otto anni ha affrontato tutta la trafila del deserto e del mare per approdare in Italia. Dietro, centinaia di uomini, venuti dall’Eritrea, dalla Somalia, dall’Etiopia, induriti dal viaggio, dalle attese, dalle distanze, dalle sventure. Una massa umana in cammino, che dal centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto dove è stata raccolta sbarco dopo sbarco fino a comporre un popolo di 743 anime, risale contromano la via Flaminia, blocca tir e automobili, manda in tilt il traffico e punta ostinatamente verso Roma. Ogni tanto nella doppia fila che corre ai lati della strada spunta una donna, che tiene per mano un bambino, un uomo o un’altra donna partita da sola, senza fratelli e senza marito. La polizia li segue incredula, prova a fermarli: «No stop, no stop», gridano loro. E il blocco salta. L’ordine è di non toccarli, sono pur sempre richiedenti asilo. «Porcomondo - fa un agente -, se non posso fare nulla allora portatemi via in ambulanza».
«Uiascauarait», avanzano loro ritmando il cammino nella lingua di questa marcia mai vista prima sulla capitale. «We ask our right», dicono in inglese. Lo hanno scritto con uno stampino artigianale sulle magliette bianche che la Croce Rossa distribuisce all’arrivo nel numero di due a persona. «Chie-dià-moil-nòstro-dirìtto», provano a scandire facendo le prime prove con l’italiano che non hanno ancora imparato. Qualcuno infatti capisce male e lo rimpasta coniando un inedito: «Vediamo il nostro grido». Che poi è un’immagine perfetta di quello che accade mentre il popolo dei richiedenti asilo ancora senza rifugio e senza risposte dal governo italiano si snoda lungo la via consolare in marcia su Roma. Sono partiti, senza nessuna organizzazione, senza nemmeno un’idea precisa di dove arrivare: forse alla stazione Termini, dove qualcuno si è avventurato già nei mesi scorsi. E sembrano quasi un fantasma collettivo mentre avanzano in t-shirt bianca contromano tra le auto. Ma il loro grido che è stato rinchiuso per tre mesi in una specie di post-moderno villaggio western alle porte della capitale adesso è sotto gli occhi di tutti. E almeno qualche camionista, strombazzando con il clacson, fa cenno di capire. Anche la lingua hanno dovuto improvvissare. Oltre ai cartelli, fatti con scatole di cartone riciclate. Il più bello recita, in italiano: «L’Italia è un paese democratico». Lo portano in processione come una reliquia a cui aggrapparsi.
È per quello che hanno pagato dai mille ai tremila dollari, una fortuna, per arrivare fin qui, in fuga dai loro paesi, fatti a pezzi dalla guerra e da governi autoritari. Ma fino a ieri sono stati un popolo di 700 anime che trasportato da Lampedusa alle porte di Roma vaga nella campagna romana di Castelnuovo tra gli edifici bassi di cemento dismessi da tempo dalla Protezione civile, in attesa di capire come funziona la legge sull’asilo nel «paese democratico» in cui sono sbarcati. «Ricordatevi che siete senza nessun documento e quindi fuori dai confini del centro potete anche essere arrestati», li ha avvertiti la lettera consegnata dalla Croce Rossa all’arrivo insieme a una tessera con su scritto «Ospiti» da appendere al collo. Qualcuno poi gli ha spiegato che la Commissione territoriale per l’asilo li avrebbe convocati per esaminare il loro caso, senza dire quando. Sono andati avanti così per tre mesi nel deserto delle informazioni. Poi l’altro giorno un’altra novità: una sorta di permesso di tre mesi per poter stare in Italia, senza lavorare, in attesa della convocazione della Commissione. E loro hanno tradotto: niente asilo, per altri tre mesi e poi? Quindi da popolo che vaga hanno deciso di diventare un popolo in marcia per i loro diritti.
«Ci hanno preso le impronte, ci hanno fatto le foto, ora se non vogliono darci l’asilo, ci ridiano almeno le impronte, ci lascino andare a cercare i nostri diritti in un altro paese», spiega Idris che ha 32 anni e in Eritrea faceva il giornalista radiofonico. «Perché la Commissione non ci ha ancora ricevuto? Perché nessuno è venuto a spiegarci che succede?», snocciola il suo rosario di rabbia Mohammed, che viene dalla Somalia ed è in Italia dal 25 di giugno. «U.N tieni ascolto al problema», gli scandiscono attorno gli altri. Invocano le Nazioni Unite tra i tir bloccati mentre continuano a macinare chilometri sotto il sole, facendo scorrere tra le auto in sosta forzata cartelli con scritte in inglese. Quello in rosso recita: «Il governo italiano ha dimenticato la Convenzione di Ginevra». «Ginevra dice che la domanda di un rifugiato deve essere accolta o respinta entro venti giorni», spiega l’uomo che lo porta tra le auto. «Noi vogliamo i nostri diritti, non un permesso di tre mesi senza lavorare: al centro ci danno da mangiare, ci danno i vestiti, ma noi vogliamo il resto, una vita normale e mandare i soldi a casa», rivendica Isaac, che ha 32 anni e ha lasciato la famiglia in Eritrea. E Fortune che avanza con un velo in testa lo aiuta a spiegare meglio il concetto: «Non sono venuta qui solo per mangiare e dormire, ho lasciato due figli in Somalia di sette e otto anni e devo lavorare».
La meta come un miraggio si sposta continuamente. Ora è Termini, ora è la sede della Commissione. «We need Commission», gridano i camminanti, estenuati dalla marcia e dall’arsura, specie i musulmani che essendo Ramadan non possono neppure bere. Ma la sede della Commissione non sanno neppure dove sia. E così alla fine tra una sosta davanti al «Circolo canottieri Lazio» e una trattativa con le forze dell’ordine davanti al ministero della Marina approdano al Centro Rai di viale Mazzini. E lì aspettano. Niente delegazioni scelte, niente rappresentanti. La Commissione che non li convoca l’hanno convocata loro. «Non abbiamo capito la legge italiana e non sappiamo più di chi fidarci, vogliamo sentire tutti con le nostre orecchie».
E così avviene, come in un film. Arriva il rappresentante della Commissione, accompagnato da un altro che in realtà si è già fatto un pezzo di marcia cercando di parlare con il corteo impazzito, e cerca di spiegare lui quello che in tre mesi nessuno ha saputo comunicare. Spiega che è stato tutto un equivoco, che quei tre mesi di permesso provvisorio sono una prassi perché l’arretrato è tanto e gli sbarchi sono aumentati. La platea continua a non capire. Poi le autorità usano discorsi più semplici: «Voi avete chiesto asilo, vi sarà riconosciuto attraverso un colloquio. Niente permesso temporaneo, cominciamo domani». La marcia dei senza documenti applaude: si è ripresa almeno il diritto di esistere.

l’Unità 11.9.08
Il Colle: la Costituzione non è ancora di tutti
Da Helsinki il monito del presidente: «Valori e principi, c’è una questione aperta sulla Carta»
di Marcella Ciarnelli


QUESTIONI APERTE Per il Presidente della Repubblica tra quelle che ancora bisogna affrontare in Italia c’è «la piena identificazione che ci dovrebbe essere da parte di tutte le componenti della società nei principi e nei valori della Costituzione». Ed è proprio da questa identificazione che per Giorgio Napolitano «dovrebbe nascere un forte moto di patriottismo costituzionale per il quale credo ci siano le condizioni».
Il Capo dello Stato sta per lasciare la Finlandia al termine di una visita di Stato. Sullo sfondo, per due giorni, ci sono state le recenti polemiche seguite alla celebrazione dell’8 settembre. Conseguenti a tutte le altre che hanno segnato la storia di un Paese in cui ancora c’è, evidentemente, chi non è ancora riuscito a fare i conti con la storia. Quella personale. Quella di tutti.
Le parole del Presidente mettono in evidenza la necessità di proseguire nella riflessione e nell’analisi, anche alla luce di determinati comportamenti che continuano ad esserci nel Paese. L’invito è a ricordare i principi ed i valori che hanno alimentato la fase costituente, per cercare di superare le divisioni. Per arrivare a condividere il concetto della Costituzione come momento fondante. Arrivando a quel «patriottismo costituzionale», appunto, che dovrebbe essere patrimonio di tutti. La Carta è riformabile «nella sua seconda parte» secondo interventi «possibili, necessari e concentrati» precisa Napolitano. Ma l’obbiettivo deve essere quello di un sentire comune ancora non conquistato dato che proprio il presidente ha appena parlato di «questioni aperte» e di mancata «identificazione» da parte di alcuni.
Il botta e risposta con il ministro La Russa che l’8 settembre ha difeso a Porta San Paolo i militari che scelsero di stare dalla parte della Repubblica di Salò mentre altri, ricordati dal presidente della Repubblica, pagarono con la vita la scelta opposta, sono stati l’oggetto della domanda a cui Napolitano ha risposto avanzando la sua preoccupazione per «la questione aperta». Titoli di agenzia e di siti web sintetizzano il concetto. «Non tutti si riconoscono nei valori della Costituzione». Arriva la precisazione del Quirinale. Non c’è corrispondenza con i contenuti delle dichiarazione del presidente che, comunque, ci ha tenuto a puntualizzare che con il discorso dell’8 settembre «ho solo espresso il mio punto di vista. Non ho fatto polemiche con alcuno, né ho tirato per la giacca nessuno, né ho risposto ad alcuno. Ho svolto il mio intervento per ultimo, come era previsto». Peccato che proprio il ministro della Difesa, nel corso di una intervista a tutta pagina riservatagli da Il Giornale, abbia affermato il contrario: «Non potevo far polemiche con il presidente dato che ho parlato dopo di lui». Ieri La Russa, impegnato nelle grane di partito e coalizione, si è limitato a dire che le parole di Napolitano sul problema di una mancata identificazione da parte di alcuni con i valori fondanti della Costituzione non le aveva ancora lette ma «per il presidente ho grande stima».
Al di là delle sintesi nei titoli è evidente che c’è ancora molto da lavorare per superare le questioni aperte cui Napolitano ha apertamente fatto riferimento. «In Finlandia - ha ribadito - sembra che tutto sia stato metabolizzato. Non sono rimaste prigionieri né del risentimento, né di una logica di isolamento, perché hanno saputo attraversare la propria storia». E’ evidente il rammarico per questo cammino ancora incompiuto nel nostro Paese. Il lavoro da portare a termine si mostra ancora accidentato nel suo complesso. - Bene allora, per portare verso l’adesione ai valori costituzionali anche i più refrattari, lavorare con la scuola: «Sono molto favorevole all’introduzione nelle scuole primarie della materia “Cittadinanza e Costituzione”». Deve essere «l’inizio di uno sforzo maggiore della cultura, della politica e dell’informazione». Perché si sta per chiudere l’anno del sessantesimo anniversario della Carta, «e non so se sia stato fatto tutto quello che si poteva fare» per diffonderla. E qualcuno è evidentemente rimasto indietro con il programma. «La prossima volta parliamo d’Italia» ha scherzato con i giornalisti.

Repubblica 11.9.08
Falsi miti e luoghi comuni. Il fascismo negato
Gli interventi del sindaco di Roma e del ministro della Difesa nell'analisi di Emilio Gentile: "Non conoscono la storia"
di Simonetta Fiori


Le uscite di Alemanno e La Russa avvengono in un contesto che le legittima, un terreno concimato da stereotipi diffusi anche tra storici
La dittatura è un fatto accidentale o appartiene alla volontà di Mussolini? Se prevale la lettura accidentale, possiamo riscattare lo stesso Hitler

«È il nostro paese, la nostra cultura nazionale, a non aver mai fatto i conti fino in fondo con il totalitarismo fascista. Le recenti sortite del sindaco di Roma e del ministro della Difesa avvengono in un contesto politico e culturale che le legittima, in un terreno favorevole concimato in questi anni da formulazioni e stereotipi diffusi purtroppo anche in parte della storiografia e nel discorso pubblico». Quella di Emilio Gentile, storico del fascismo tra i più noti sul piano internazionale, è un´antica battaglia culturale. I suoi saggi - tradotti in molti paesi - insistono su questo fenomeno tutto italiano che è la "defascistizzazione del fascismo", lo svuotamento operato sul regime dei suoi tratti liberticidi originari, la negazione del carattere totalitario. «In un mio saggio recente, a proposito di questa inclinazione nazionale all´autoassoluzione, cito la provocazione d´un anonimo secondo cui il fascismo non è mai esistito. Da battuta è diventata profezia».
In Germania è impensabile che il ministro della Difesa elogi il patriottismo delle SS o il suo collega francese pronunci accenti commossi per Vichy. Perché succede da noi?
«In Italia è stato cancellato tutto quello che il fascismo ha rappresentato come distruzione della democrazia e umiliazione della collettività. La defascistizzazione del fascismo nasce da un totale travisamento di quello che il regime è stato. A quest´offuscamento non è estranea la cultura antifascista. Per molti anni è prevalsa a sinistra l´immagine d´un regime ventennale sciolto come un castello di carte, una "nullità storica" con cui in sede storiografica s´è cominciato a fare i conti troppo tardi. A destra gli umori hanno oscillato tra la caricatura e l´indulgenza, fino alla tesi del fascismo modernizzatore: un´interpretazione che dura tuttora».
Per i suoi eredi politici il fascismo è una dittatura nata per caso.
«I neofascisti hanno sempre negato il carattere intenzionale della dittatura, escludendone il tratto totalitario. È la tesi circolata nel Movimento Sociale fino agli anni Ottanta, uno schema interpretativo che si riflette sulle prime dichiarazioni di Gianni Alemanno a Gerusalemme: da una parte il fascismo, fenomeno complesso; dall´altra le leggi razziali, vergogna indotta da Hitler».
Poi il sindaco di Roma ha affrettato una correzione, aggiungendo in modo contorto che non poteva disconoscere l´esito liberticida del fascismo.
«Sì, ha parlato di fenomeno totalitario, categoria negata ancora da molti storici di destra, e non solo. Ma non capisco come possano stare insieme il riconoscimento della natura totalitaria del fascismo con la sua assoluzione fino alle leggi razziali. Gran confusione alberga nella destra postafscista italiana, con un equivoco di fondo».
Quale?
«Partiamo da una domanda essenziale: la dittatura è un fatto accidentale o appartiene all´essenza del fascismo e alla volontà di Mussolini? Le leggi razziali sono estranee a ciò che il fascismo era stato fino a quel momento? Se noi optiamo per una lettura accidentale, le leggi antisemite furono un incidente di percorso dovuto a influenze esterne. Con tutto quello che ne consegue: la buona fede, il patriottismo, i valori di chi servì il fascismo».
È questa la lettura espressa da autorevoli dirigenti di Alleanza Nazionale oltre che importanti cariche istituzionali.
«Ma è un metodo inaccettabile! Con questi stessi criteri si possono riscattare lo stalinismo e il nazismo. Fino al 1941, quando il Führer decise la soluzione finale, il nazismo fece tante cose buone: nessuno potrebbe negare storicamente che fu per patriottismo e non per odio agli ebrei che milioni di tedeschi videro in Hitler il salvatore. Sempre seguendo questo metodo, potremmo dire che De Gaulle e Petain avevano in contrasto solo la linea del fronte: per il resto erano due patrioti francesi...».
Il patriottismo diviene una categoria molto arbitraria. Il ministro La Russa ha reso omaggio al valore dei "patrioti di Salò".
«Quale patria? Una delle caratteristiche del fascismo fin dalle origini fu quella di negare l´esistenza di una patria di tutti gli italiani: esisteva soltanto la patria di coloro che aderirono al fascismo. Anche soggettivamente il patriottismo fascista fu liberticida. È Mussolini che il 4 ottobre del 1922, prima della Marcia su Roma, dichiarò che lo Stato fascista avrebbe diviso gli italiani in tre categorie: gli indifferenti, i simpatizzanti e i nemici. Questi ultimi, annunciò, andavano eliminati. Se si parte da queste premesse, non c´è più una patria degli italiani: c´è solo la patria dei fascisti. Per i seguaci del duce, Amendola e Sturzo non sono italiani. È questa stessa logica che nel 1938 conduce Mussolini ad affermare che gli ebrei sono estranei alla razza italiana e per questo vanno discriminati».
Un altro stereotipo invalso in articoli, libri, interviste su Salò è quello della buona fede dei ragazzi che vi aderirono.
«Per capire storicamente si deve considerare anche la buona fede. Ho scritto anch´io sul patriottismo nella Rsi. Ma la buona fede non può essere un criterio di valutazione storica! Se avessero vinto Mussolini e il Führer, che ne sarebbe stato di questi patrioti idealisti o non fascisti? Che fine avrebbero fatto in un nuovo ordine dominato da Hitler, ancor più totalitario, razzista e nutrito d´odio feroce? Anche i responsabili dei campi di concentramento nazisti come Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, professarono d´essere bravi padri di famiglia e sinceri amanti della patria. Forse lo pensavano anche i guardiani dei gulag».
Perché secondo lei la destra postfascista ha difficoltà a riconoscere una realtà storica così evidente? La condanna di An finora s´è limitata alla vergogna delle leggi razziali: mai una parola sui delitti precedenti, da Amendola a Matteotti, Gobetti e i fratelli Rosselli, Gramsci che muore per la galera. Senza contare le vittime della violenza squadrista, tra il 1920 e il 1922, circa tremila morti. E i ventottomila anni di carcere comminati complessivamente dal Tribunale Speciale agli antifascisti, con una trentina di condanne a morte. E gli eccidi commessi in Africa, più tardi centinaia di migliaia di italiani mandati a morire nella guerra voluta da Mussolini. Su tutto questo un prolungato silenzio.
«Una realtà storica che non si presta a equivoci. Sono persuaso che queste dichiarazioni estemporanee, confuse e contraddittorie, di due importanti esponenti di Alleanza Nazionale siano anche il frutto di scarsa conoscenza delle vicende del fascismo, di quel che ha detto e fatto Mussolini contro la democrazia. Nel neofascismo è sempre prevalsa una visione mitico-nostalgica, che evidentemente sopravvive ancora a dispetto della conoscenza storica».
Su questa visione irrazionale s´innesta la nuova vulgata suggerita anche da tanta parte della pubblicistica che si professa liberale. È innegabile che in questi anni abbia operato nella stampa quotidiana, in tv e in libri di successo un filone neorevisionistico teso a screditare l´antifascismo e a defascistizzare il fascismo.
«Se un autorevole storico come Piero Melograni dichiara al Corriere della Sera che il fascismo non è esistito ma è esistito il mussolinismo, posso contestarlo sul piano storiografico, senza però attribuirgli intenti ideologici. Certo, togliendo al fascismo i suoi attributi originari per i quali fu definito totalitario, si finisce per annacquarlo, facendone un fenomeno riducibile alla responsabilità di un solo individuo. E senza fare i conti con la vera natura del regime - nella complessità della sua origine, del suo svolgimento e della sua fine - sarà difficile affrontare con consapevolezza critica il problema dell´eredità fascista nelle istituzioni, nella politica, nella società e nei costumi degli ultimi sessant´anni. Ma una cosa più di tutto m´indigna».
Che cosa, professore?
«Che il nome di Renzo De Felice venga spesso citato per giustificare la riduzione del male del fascismo alle leggi antisemite e ridimensionare il problema della Rsi al patriottismo in buona fede».
Accanto al De Felice storico c´è un De Felice più incline all´uso pubblico della storia, cui si richiamano alcuni dei suoi eredi.
«A me interessa il grande studioso di storia. Sulle leggi razziali De Felice scrive che la responsabilità maggiore fu di Mussolini, della sua "incosciente megalomania" di trasformare gli italiani "in nome di principi e ideali che erano negazione di ogni principio e ogni ideale". Più chiaro di così. E ancora: "La tragica conclusione del fascismo è nelle sue stesse premesse e nella sua logica, nella sua sostanza antidemocratica e liberticida, nella sua mancanza di rispetto per i valori più elementari della personalità umana". Anche su Salò si espresse in modo inequivocabile, attribuendo alla Rsi l´origine della guerra civile. Non sono opinioni assolutorie».
Professore, non le sembra segno d´un grave ritardo culturale che ora ci troviamo a ripetere sul fascismo considerazioni che dovremmo considerare l´abc d´una coscienza democratica?
«Dopo le grandi passioni ideologiche d´una volta, su una spinta cinica e irrazionale il nostro paese ha forse rinunciato sia all´ideologia che alla conoscenza storica. Appare come svuotato, isterilito sul piano etico e nella coscienza civica. Sull´apologia del fascismo prevale l´apatia, l´insensibilità ai problemi della libertà. Gli italiani sembrano indifferenti alla storia, dunque più esposti alle semplificazioni. Mi chiedo cosa accadrà fra tre anni, quando ricorderemo la nascita dello Stato italiano. Forse riconosceremo che, soggettivamente, avevano ragione Metternich e Francesco Giuseppe nel voler mantenere l´Italia divisa e sottomessa? E invece Mazzini, Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II oggettivamente sbagliarono a renderla unita e indipendente?».

l’Unità 11.9.08
Pietro Ignazi: «La sinistra in questo ha sbagliato. Il presidente esprime preoccupazione»
«Destra sdoganata troppo in fretta»
di Eduardo Di Blasi


«È strano che Napolitano faccia un’affermazione così forte. Non è nelle sue corde, notoriamente». Il politologo Pietro Ignazi, si stupisce della durezza delle parole del Capo dello Stato, ma non ha dubbi su chi ne sia il destinatario: «Non è molto difficile vedere a cosa faccia riferimento Napolitano viste le parola di La Russa e degli altri. Sono loro i destinatari di questo messaggio. Anche se, in senso lato, sono molti quelli che non si ispirano ai valori della Costituzione. Penso a tutti quelli che fanno difficoltà ad accettare i principi dell’uguaglianza tra gli uomini. Direi che in Italia non c’è che l’imbarazzo della scelta».
Il Capo dello Stato era già intervenuto sulle questioni sollevate da Ignazio La Russa...
«Quello era un intervento istituzionale. Questo appare più politico. Visti i casi recenti, però, direi che il problema è stato nell’avere sostanzialmente accettato con troppa facilità, soprattutto da parte della sinistra quello che un tempo Eugenio Scalfari definì lo “sdoganamento della destra”. Secondo me quella che si è verificata tra il 1993 e il 1994 è stata un’apertura di credito eccessiva. Non dico che non dovesse essere fatta, ma certamente fu eccessiva. Era certo necessaria per facilitare il passaggio del Msi in An. Però la sinistra è stata troppo indulgente. Quel percorso è stato troppo facile e veloce per essere autentico. Quando i cambiamenti e le mutazioni sono così facili, fatte con gli squilli di fanfara e senza il dramma della sofferenza, non funzionano. E questo negli anni ha trovato qua e là degli strascichi. Soprattutto al livello della base. Quindi è abbastanza sorprendente che queste cose vengano oggi anche dalla leadership...».
Stiamo parlando di una leadership che sta anche lasciando An per un soggetto che punta al «centro»...
«Qui il discorso è più complesso in realtà. Perché ormai An è molto omologata a Fi nel suo conservatorismo. Certo c’è nostalgia del passato nella base, ma se è presente anche a questi livelli è più grave. Sappiamo bene che quando la base di An ha festeggiato l’elezione di Alemanno i simbolismi del ventennio sono stati abbondanti, dai saluti romani all’iconografia successiva. Sappiamo che alla base questo c’è. Stupisce che questo sia emerso anche al vertice...».
Lei affermava prima come fosse insolito per Napolitano prendere prese di posizioni così marcate. Significa che il momento è particolarmente avvertito dal Capo dello Stato?
«Sono in effetti abbastanza stupito. Perché è insolito per Napolitano, al di là della carica che oggi riveste ma proprio per la sua storia politica, esprimersi in maniera così netta, così forte. Evidentemente questa cosa l’ha colpito molto. Del resto Napolitano fa parte di una generazione che ha vissuto in presa diretta quelle vicende, come ricordava anche il presidente Ciampi».
A suo avviso, quello manifestato dalla destra è solo nostalgismo o nasconde un disegno più ampio?
«C’è certamente un progetto culturale molto più ampio che tende, più che a riscrivere, a stendere un velo su molti aspetti della storia del Novecento edulcorando buona parte degli aspetti drammatici con queste operazioni ambigue (“Le leggi razziali sono state il male ma non il fascismo”). Facendo condanne e poi ritornando indietro. Nel gennaio del ’95 Fini si espresse in maniera molto netta nel congresso di fondazione di An affermando come la Resistenza fosse un movimento storicamente necessario per superare il regime autoritario precedente. Affermazioni forti ce ne sono state. Nel lontano ’98 Fini disse a chiare lettere che se fosse stato un giovane nel ’43-’45 non avrebbe aderito a Salò. Poi si torna indietro».

l’Unità 11.9.08
Alemanno riscrive la «memoria»
Eliminate Resistenza e Liberazione dal progetto ereditato da Veltroni


Si chiamava «Noi ricordiamo: memoria, Resistenza e Liberazione»: un progetto che l’Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche del Comune di Roma, durante gli anni di Veltroni sindaco, ha promosso e ampliato progressivamente con encomiabile tenacia, rendendolo un momento caratterizzante dell’anno scolastico per molte scuole di Roma, un evento di riflessione profondamente sentito da studenti e insegnanti; il luogo fisico, etico e sentimentale dell’incontro significativo e toccante tra il prima e il dopo, tra gli ex deportati e i ragazzi delle scuole superiori. Esperienze che hanno letteralmente cambiato gli occhi con cui guardare al mondo e alle cose di ragazzi allevati al culto pagano delle Nike shocks. Il significato della storia toccato con mano, visto con gli occhi, percepito sulla pelle e con le lacrime nelle voci dei sopravvissuti. «Noi ricordiamo: memoria, Resistenza e Liberazione»: un titolo in cui soggetto e verbo - noi, i ragazzi, protagonisti; il ricordo, il riportare al cuore, le immagini di un passato sbiadito e percepito come remoto, ma vivificato attraverso la memoria dei reduci dai campi - si concentravano sui fondamenti della nostra democrazia e della nostra Costituzione, la Resistenza e la Liberazione.
In questi giorni è arrivato il contrordine di Alemanno. Il suo assessore Laura Marsilio ha ribattezzato il progetto inviato ai docenti referenti. La prima variazione è già nel titolo: «Viaggio nella memoria - Per non dimenticare la tragedia del ’900». Cancellate in un sol colpo Resistenza e Liberazione (e sul significato che la giunta Alemanno dà alla memoria non si è più tanto certi, così come resta sospeso cosa sia per loro la tragedia del ’900). Una rimozione abbastanza indicativa e comunque in linea con le dichiarazioni che il sindaco rilasciò in primavera. Ma non solo. Il programma del progetto, che durante gli scorsi anni era già precisamente articolato di questi tempi, è ancora in alto mare; tant’è vero che si fa riferimento ad una giornata di formazione per i docenti coinvolti di cui non si indica data, sede, né - soprattutto - relatori o i «temi intorno ai quali sarà sviluppata la ricerca». Noi insegnanti democratici abbiamo il difetto, forse, di essere un po’ sospettosi; ma a scatola chiusa non amiamo comprare. In questo caso, poi, l’acquisto sarebbe oltremodo incauto. Perché l’assessore Laura Marsilio, proprio lei, mentre diffondeva le date del viaggio ad Auschwitz a cui parteciperà con il sindaco Alemanno e il presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, si affannava a ribadire il suo pieno appoggio alle dichiarazioni dello stesso Alemanno sulla distinzione tra leggi razziali e fascismo. Non vogliamo - io e le altre due docenti referenti del progetto per il liceo classico Plauto, Patrizia Iacobini e Berardina Ventresca - che i nostri alunni calchino il suolo sacro di Auschwitz accompagnati da chi ha pronunciato una simile offesa alla memoria di milioni di morti, ebrei e non. Di chi, attraverso quella frase, ha profanato la memoria stessa e ha dimostrato di essere non degno di accompagnare coloro che della memoria sono i nuovi destinatari. Non desideriamo che i nostri alunni siano coinvolti nella pietosa trappola della confusione sui morti, delle rivendicazioni egualitarie in nome di schieramenti che con quello che accadde - spesso con la complicità di "italiani brava gente" (le leggi razziali, le deportazioni), sotto lo sguardo disattento dell’Europa e del mondo - e con la comprensione delle ragioni della Storia e della necessità del ricordo non hanno nulla a che fare. Negli anni in cui siamo state referenti del progetto "Noi ricordiamo: memoria, Resistenza e Liberazione" per il nostro liceo abbiamo avuto l’onore di conoscere o ascoltare Aldo Pavia, Piero Terracina, Shlomo Venezia, le sorelle Bucci. Di raccogliere le loro testimonianze del lager e di apprezzare soprattutto la loro profondissima umanità e la loro capacità di rapportarsi con i ragazzi. Di sentire rievocare da Furio Colombo quel giorno del ’38 in cui fu allontanato dalla scuola elementare Coppino di Torino. Quei racconti, quei visi, quel calore umano, quella missione civile e politica nel rafforzamento di coscienza e memoria degli studenti sono antitetiche rispetto alle vergognose parole di Alemanno. Per questo non partecipiamo al loro progetto e ci dimetteremo. Sperando che molti altri insegnanti si associno alla nostra protesta.

l’Unità 11.9.08
Fischi per la Gelmini. E subito interviene la polizia
La ministra contestata in una scuola romana. Gli agenti in borghese identificano chi protesta


NON C’È difesa per lo studente che prenderà 5 in condotta. Bocciato. Per il ministro titolare della riforma c’è invece un modo per bloccare fischi e contestazioni: fare identificare dalle forze dell’ordine chi ha osato dimostrare, anche in modo vivace, di non essere d’accordo con le nuove norme che disegnano la scuola del futuro guardando al passato.
Aula magna del liceo «Newton». Gremita. Gran caldo e ospiti illustri. Per la presentazione del libro di Giovanni Floris, La fabbrica degli ignoranti, non hanno mancato l’appuntamento il presidente Giuliano Amato, nonostante la questione della presidenza della commissione Attali in versione capitolina. Ma anche il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, nell’occhio del ciclone da giorni che, impavida e sicura di sè, affronta una platea che già è scritto che, almeno in parte, le riserverà un’accoglienza non proprio amichevole. D’altronde se viene messo in discussione un posto di lavoro, anche se precario, non è che ci sia proprio da aspettarsi un’accoglienza amichevole.
Ed è andata proprio così. Il ministro compare e il fischio parte. «State portando la scuola allo sfascio» grida una ragazza. «Vergogna» arriva da un’altra parte. «Così non si migliora niente». «Fateci lavorare». Solerti ma discreti agenti in borghese intervengono. Chiedono i documenti, annotano i nomi, allontanano i contestatori. Alla fine sul registro dei cattivi ci finiranno in otto. Mentre il dibattito sui modi di intendere una scuola migliore prosegue, presente l’autore, moderato da Ferderico Geremicca, anche per evitare il prolungarsi della «disfatta» a cui il sottotitolo di Floris fa riferimento, si può assistere ad una imprevista lezione di tenuta dell’ordine pubblico che rischia di scivolare nell’intimidazione. Peccato che in altre occasioni, certamente più pericolose, non ci sia stata la stessa capacità di intervento. Di questi tempi sono evidentemente più pericolosi i precari degli ultras camorristi. Giusto per fare l’esempio più recente.
Il ministro difende la sua riforma «che non guarda al passato» ed «il governo responsabile» di cui fa parte che deve, per necessità, «rivedere le modalità di spesa». L’imperativo è uno: tagliare. A cominciare dai posti di lavoro, ed è una certezza, in cambio di ipotetiche promesse su tempo pieno, migliori remunerazioni e «carte oro» che aprirebbero la via dell’aggiornamento attraverso l’accesso libero a musei, cinema, teatri e tutto quanto fa cultura. Il ministro in cattedra fa anche la lezione al Pd rimproverandolo di avere poca coerenza. «Bisogna fare una scelta: non si può essere riformisti, un partito che guarda al futuro e ai giovani, e poi semplicemente scegliere la mobilitazione senza avanzare proposte». Anzi, contestando chi «protestano contro il piano programmatico senza conoscerlo visto che non l’ho ancora presentato».
Giuliano Amato, professore, non ci sta: «Lo lasci dire a uno di lunga esperienza, il Pd è un partito che le proposte le farà. Non può pensare che sia solo una battaglia contro di lei». E’accorato Amato quando deve riconoscere che «la scuola non riesce ad essere una priorità per nessuno, anzi è una priorità conclamata e non realizzata». Cita Gramsci, la necessità di allargare sempre più la platea fornendo strumenti a tutti, indipendentemente dalle possibilità delle famiglie in cui sono nati e, a proposito dei tagli, ammonisce «non si può dire: voi ve ne andate e basta». Il dialogo prosegue. Il ministro non accenna a fermarsi. Viene preanunciata anche una riforma della scuola media. Il presidente Amato auspica la ripresa del dialogo. Un esercizio che, in questi ultimi quindici anni, condizionato dal berlusconismo e dall’antiberlusconismo ha perso la sua principale capacità che è quella del confronto «senza necessariamente doversi trovare sempre d’accordo». Insomma c’è «un limite oltre il quale la partigianeria politica diventa ottusa e lontana dai problemi del Paese». Vale per la scuola. Ma anche per l’Attali?

l’Unità 11.9.08
Pitigliano, gli ebrei spazzati dal fascismo
di Bruno Gravagnuolo


CINEMA Presentato a Roma, ora in giro per l’Italia, ecco un bellissimo film «Il pane della memoria», di Luigi Faccini, che racconta. Come si passò dalla pace alla fine di una comunità in virtù del «buon» fascismo

A tempo debito esce questo questo bel film documentario sugli ebrei a Pitigliano di Luigi Faccini e prodotto da Marina Piperno per «Ippogrifo Liguria»: Il Pane della memoria (si può richiedere all’editore di Lerici al 34830249). Tempo giusto, perché coincide con le goffe rivalutazioni di un «fascismo pulito» da parte di questa destra al governo in Italia e a Roma, che vorrebbe «smarcare» il ventennio dall’antisemitismo e dalle leggi razziali. E allora cos’è Il Pane delle memoria? È un viaggio struggente nel ricordo di una piccola comunità ebraica, quella di Pitigliano nel Grossetano, della quale rimangono un piccolo gioiello vivente: il Museo nel cuore del «ghetto». Le fonti orali. E poi le ombre del passato, e un cimitero di nuovo oggetto di cure amorose. La straordinaria e toccante eredità, che si protende a noi e rivuole il suo nome, è il soggetto drammaturgico del film. Girato da un regista e narratore ispirato dalla memoria (Dall’antifascismo di Sarzana del 21 al Garofano Rosso). Interpretato da una «custode» d’eccezione: dalla voce e dalla persona di Elena Servi, animatrice del Museo, pitiglianese della piccola comunità ormai dispersa. Tra ricordi che danzano, e immagini a far da contrapunto, si dipana così la vicenda di un insediamento che è un piccolo caso di studio dell’ebraismo in Italia. Un nucleo ebraico che si addensa, fino ad assommare a 400 anime, a partire dal 500. Quando i nobili Orsini consentono agli ebrei in fuga dalla Spagna, o dallo stato pontificio, di soggiornarvi. A motivo delle loro abilità commerciali e finanziarie, interdette ai cristiani, salvo di volta in volta spogliarli e regolare i conti secondo le convenienze. Poi verranno i Lorena e il Granducato di Toscana, che nel secolo dei Lumi protraggono la tradizione: una libertà vigilata illuminista. Che favorisce una buona integrazione senza assimilazione.
La prova di tutto questo? È proprio nella storia familiare che Elena Servi, a lungo maestra elementare, ci narra. Elena viene da una famiglia paterna mazziniana. Famiglia ebrea, ma patriottica, tanto che il padre della Servi è combattente convinto nella Grande guerra, prima di impiantare un negozio di tessuti (venduti a credito ai contadini o in cambio di prodotti della terra). Insomma a Pitigliano, l’antisemitismo cristiano, che lambisce in sottofondo l’Italia cattolica, non passa. E anzi cede il passo a un modello di convivenza tra comunità fuse in una sola comunità, senza che nessuno rinunciasse alla propria identità. Senza minacce, sospetti o ritorni di fiamma, del tipo di quelli che esplodevano endemicamente in Europa contro gli ebrei. Addirittura Elena Servi racconta, come sia stata la cosa più normale del mondo, che lei stessa da maestra elementare abbia insegnato religione, ai bimbi battezzati di Pitigliano. Con il tacito assenso del Vescovo, ed evitando da ebrea di farsi il segno della croce in classe.... Possibile, direte voi?
Possibile in quell’Italia contadina di anteguerra e dopoguerra, e persino più tollerante di oggi nel quotidiano. Impossibile semmai sarebbe in quest’Italia odierna. Con questo Pontefice, le bellurie leghiste sulle «radici cristiane», la destra e quant’altro. Ebbene allora era così. Allora la sapienza popolare e contadina era più «multiculturalista» di tanti raffinati teorici o critici del multiculturalismo, che campeggiano sui giornali. E Pitigliano, con la sua Piccola Gerusalemme, oggi Museo e intrico di viuzze con botteghe, andrebbe studiata proprio per questo. È la dimostrazione storica che il pregiudizio, non attizzato dal potere, si rompe contro la «cultura» intesa come sapienza contadina degli innesti, e coltivazione spontanea delle relazioni umane generate da un destino comune. Fino a quando? Fino a quando lo spirito di rapina acquisitiva e la brama nazionale o imperiale non lacera quel tessuto. Come avvenne a Pitigliano e in Europa, a un certo punto. E qui il racconto di Faccini, si spezza drammaticamente. E si incrina, come accade alla voce pacata di Elena Servi, che spiega come a un certo punto a fine anni Trenta l’incanto si rompa. Sicché anche a Pitigliano gli ebrei diventano problema, scandalo. Elena cacciata dalla scuola elementare, con un gruppetto di correligionari. Esclusione senza parlare, senza capire, accompagnata dalla chiusura del negozio di tessuti. A niente vale l’italianità dei Servi, le medaglie in battaglia, l’amore per quella terra ormai loro. Il fascismo, che pure conviveva con preesistenze civili, spacca l’unità della nazione e giunge al compimento della sua vocazione violenta. E così la comunità di Pitigliano è trascinata a forza nel cono della tragedia. Solitudine certo dei Servi, ma anche solidarietà di tanti «giusti». Che aiutano la famiglia, e tanti ebrei, a nascondersi nelle grotte di tufo durante la caccia nazista. A sottrarsi alla razzia, che in Italia mietè 7.500 vittime accertate, grazie anche agli elenchi della «demorazza», voluti dal Duce nel 1938 e poi passati ai tedeschi dai volenterosi carnefici della Rsi. Oggi è passato tanto tempo, ma simbolicamente le stesse cose ritornano. Eppure la cosa più bella è proprio l’ironia e la capacità di perdono di Elena Servi, reduce dai Kibbutz ma piena di comprensione per i palestinesi. Intelligenza e accoglienza. Senza dimenticanza.

l’Unità Lettere 11.9.08
Il 26 aprile, a Cuneo, gli ebrei furono fucilati. Dai fascisti


Caro Direttore,
il 26 aprile 1945 alcuni ebrei di origine francese, austriaca e non so che altro, fra cui i Futterman, padre e figlio diciottenne, furono fucilati sotto un ponte del fiume Stresa, a Cuneo. Furono i repubblichini di Salò a farlo, non gli spregevoli nazisti. Si può immaginare la vita da braccati, terrorizzati, aggrappati giorno per giorno solo alla speranza di arrivare a vedere il tramonto, poi la notte, poi di nuovo l’alba che devono avere fatto quei poveri disgraziati - per anni ! - colpevoli solo di essere etnicamente ’sbagliati’. Forse è opportuno ricordare di nuovo la data, il 26 aprile 1945, guerra finita, perchè si capisca bene l’ardore e la passione che i bravi ragazzi di Salò mettevano nella difesa della Patria dai banditi, anche se a me viene ancora da pensare che in loro e nelle loro scelte non c’è niente, ma proprio niente, cui rendere omaggio. L’Italia ’nata dalla Resistenza’ non è uno slogan un po’ abusato; è la definizione di un’identità nazionale, profonda, definita, precisa che ha un significato altrettanto preciso: si può dire di No a scelte infami e inumane. Si può rifiutare l’orrore. Ci si può opporre. Per questo penso che non si possa davvero ritenere rispettabile l’ opinione di ministri e sindaci così nostalgicamente farneticanti.
Fabio Della Pergola

l’Unità Lettere 11.9.08
Chi aderiva a Salò sapeva che cosa avveniva


Cara Unità,
sul «Giornale», Giordano Bruno Guerri ha scritto: «Si sa invece che, nella Rsi come nel resto del mondo, quasi nessuno era a conoscenza di quanto avveniva ad Auschwitz, a Dachau e negli altri turpi campi di concentramento nazisti». Forse chi aderiva a Salò non sapeva esattamente ciò che avveniva ad Auschwitz. Ma chi aderiva a Salò sapeva cosa avveniva in Italia, dove in quegli anni migliaia di rom, di sinti, di omosessuali, di handycappati e di appartenenti a minoranze linguistiche venivano letteralmente s t e r m i n a t i in quelli che l’ottimo storico Spartaco Capogreco ha chiamato «I campi del Duce». Dei veri e propri lager, esattamente come Auschwitz e Dachau, dove morirono bambini, donne e vecchi. I nomi erano altri: Gonars, Arbe, Visco, ecc. ecc. Di questi lager di sterminio etnico non si parla in nessun libro di scuola. Per questi lager non è stata istituita nessuna «giornata della memoria». Questo perché il martirio di rom, sinti, gay, sloveni, serbi e croati è ovviamente un martirio di serie B. E poi, hai visto mai, si dovesse mettere in crisi il mito dell’«italiano bravagente», già messo in discussione dai metodi barbari usati in Africa contro libici ed etiopi? .
Marco Guttadauro

l’Unità Lettere 11.9.08
Le insostenibili parole della destra
di Beppe Sebaste


Sono atti linguistici, ma sappiamo bene che in politica “dire è fare”. Il sindaco di Roma Alemanno ha dichiarato che le leggi razziali del 1938 (volute dal fascismo) sono “male”, il fascismo no. Poco dopo, il ministro della Difesa La Russa, a Porta San Paolo per ricordare il 65° anniversario della difesa di Roma dalle truppe di occupazione naziste, che fu anche l’avvio della Resistenza militare e partigiana, ha celebrato chi combatté dalla parte dei fascisti della Repubblica di Salò. «Farei un torto alla mia coscienza - ha detto - se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Rsi, soggettivamente dal loro punto di vista combatterono credendo nella difesa della patria (il corsivo è nostro) opponendosi allo sbarco degli angloamericani». Seguono farneticazioni sul guardare «con obiettività alla storia d’Italia».
Sono frasi sconvolgenti, e molti giornali hanno commentato come si deve queste dichiarazioni: con preoccupazione e sgomento. Aggiungo solo qualche osservazione a uso e consumo della mia parte politica (o forse dovrei dire “civile”).
Si noti l’uso giustificatorio della parola “patria” nelle frasi di Ignazio La Russa. Come se chi combatte per la “patria” sia comunque legittimato, compreso, perdonato (come i mercenari italiani in Iraq?). Il Presidente Napolitano ha ricordato che solo chi combatté contro la Repubblica Sociale di Salò e contro i nazisti furono eroi della patria: l’Italia nata dalla Resistenza. Eppure, ci sono certe parole che è meglio tralasciare - per esempio Patria - malgrado l’insistenza con cui il segretario del Pd fece usò in campagna elettorale dell’inno italiano, che sostituì ogni altra appartenenza ideale. Nell’era della globalizzazione, le idee politiche sono sovra-nazionali o non sono.
Per questo vorrei ricordare le parole di un diplomatico italiano con lunga esperienza all’Onu, specialista di “diplomazia preventiva” e di soluzione dei conflitti. Si chiama Roberto Toscano, e oltre che essere il nostro attuale ambasciatore a Teheran è autore di vari libri di etica e politica internazionale. La sua analisi della violenza di gruppo, fino alla legittimazione della guerra negli Stati che si esonerano dal giudizio etico e politico, mostra il legame con la logica narcisista e infausta dell’identità, come nello slogan patriottico americano My country, right or wrong (il mio Paese, giusto o sbagliato). Per misurarne gli effetti devastanti, scriveva Toscano, basta applicare la stessa pretesa di non applicabilità del giudizio ad altri codici e contesti: Il Mein Kampf di Hitler potrebbe avere come sottotitolo “la mia razza, a torto o a ragione”; la mafia potrebbe fregiarsi dell’iscrizione “la mia famiglia, a torto o a ragione”, e il comunismo totalitario di Stalin potrebbe sottoscrivere il proclama “il mio partito, a torto o a ragione”. Il giudizio politico, come il giudizio morale, occorre rivolgerlo anche alla propria parte, o patria.
Come già per una certa politica securitaria (ricordate le espulsioni dei Rumeni lo scorso novembre?) prolungata dalla destra italiana con ossessiva demagogia, xenofoba e razziale, certi temi, certe forme, certe intemperanze, bisogna lasciarle alla destra e non legittimarle. Mai. È una politica culturale e civile, prioritaria rispetto a ogni “riformismo”. Forse potrebbe essere proprio questo evidente neo-neofascismo della destra italiana - ormai composta di un unico partito, ironicamente definito “della liberta” - a far sì che il centrosinistra possa segnalarsi per una diversa visione del mondo, dei valori, della democrazia. Per un’opposizione, non per una concorrenza.

l’Unità 11.9.08
Nel Cile del dopo Pinochet i registi ombra pesano ancora
di Maurizio Chierici


Forse nessun giornale e nessuna tv ricorderanno l’altro 11 settembre: 35 anni fa a Santiago, dove moriva Salvador Allende travolto dal colpo di stato di Pinochet. Tremilatrecento persone sono state uccise dopo lo sfinimento della tortura. Quasi un milione di cileni hanno preso la strada dell’esilio. Per anni hanno rimpianto da lontano il sogno della democrazia che il piccolo presidente stava costruendo «dalla parte della gente non con la dittatura del popolo». Era un riformista, ecco perché veniva considerato pericoloso. La ragione resiste al tempo; la violenza degli scontri armati alla fine si esaurisce nella sconfitta. L’esempio di Allende poteva diventare devastante. E la Casa Bianca anni 70 si spaventava. Ha risolto con 12 milioni di dollari versati dall’amministrazione Nixon e distribuiti a rivoltosi e killer dal premio Nobel per la pace Henry Kissinger il quale ha preparato con cura colpo di stato e delitti eccellenti per eliminare i generali fedeli alla costituzione.
I documenti segreti resi trasparenti da Bill Clinton prima di lasciare Washington, raccontano la storia esemplare di un grande Paese terrorizzato non dal «comunismo» che a parte le marce cubane ha animato guerriglie perdenti ed élites latino americane, ma dall’idea di perdere potere nel sub continente dove gli Usa regnavano da quasi un secolo. È il timore che ha sconvolto il Cile, paese meno latino delle nazioni latine. Serviva una morte preventiva per raffreddare gli entusiasmi degli altri nazionalismi. Quasi un avviso mafioso. «I bastardi finiscono così»: Nixon batteva un pugno sul palmo dell’altra mano con la soddisfazione di chi ha strappato il dente malato. Lo ricorda l’ex ambasciatore americano a Santiago nel film-documentario di Patricio Guzmann proiettato nei circuiti alternativi. La tranquillità quasi mondana del dottor Kony, bella casa di campagna di un’amica, spiega tutte le storie dell’America inquieta. Nella real politik non c’è posto per i sentimenti. E Kony riferisce dell’incontro che ha deciso la decapitazione di Allende nello studio ovale. Era seduto tra Kissinger e il presidente. Ascoltava e riferisce come un contabile devoto. Non una piega di pietà nella sua voce. I sorrisi di un gentiluomo in pensione accompagnano parole educate ma terribili.
La fine di Allende è la ferita di una generazione che non ha smesso di celebrarlo; adesso comincia a stancarsi. Quanti quarantenni sono cresciuti nelle scuole che ne portano il nome? Sui banchi hanno saputo, ma la memoria svanisce e Allende non c’è quasi più. Tanti libri ad ogni anniversario ma per i 35 anni di nuove memorie ne è uscito appena uno. Bellissimo. «Luis», di Luis Munoz, editore Baldini Castoldi Dalai. Diario di un uomo costretto all’esilio dopo aver visto uccidere la compagna ed aver controllato umiliazioni e dolore sotto tortura. Non parlava, non si arrendeva. Ma davanti alla figlia piccola, ammanettata e stesa nuda su tavolaccio gli è mancato il coraggio. «Se tu resisti cominciamo con lei». Ed ha tradito. Si è rifatto una vita a Londra senza rivedere per 30 anni le due bambine diventate donne con bambini. Ma si è imposto di tornare a casa per accusare in tribunale gli assassini dell’amore perduto e chi lo aveva inchiodato col terribile ricatto. Faccia a faccia davanti colonnello che dava ordini e agli altri che sparavano. Rabbia e dolore e quel tormento per aver lasciato morire i compagni coi quali divideva le speranze.
Questo è il Cile di un passato non proprio finito. Se gli eredi dei fascisti in Italia difendono il fascismo, nel Cile dove nessuno alza la voce e la malinconia accompagna la discrezione delle forme, il voto a volte non basta. Quel voto che ha mandato sulla poltrona di Allende Michelle Bachelet quando l’America Latina è cambiata per la distrazione dell’amministrazione Bush. Bandiere rosa e bandiere rosse annunciano democrazie a volte complicate, e un controllo delle risorse in grado di resistere alle pressioni delle multinazionali. Almeno, per il momento.
Michelle torturata perché figlia di un generale d’aviazione fedele ad Allende. Il suo cuore si è arreso ai ferri dei carcerieri. Michelle che per ricominciare la vita ha girato il mondo. Torna appena Pinochet declina. Fa politica coi socialisti, diventa ministra della difesa nel continente dei generali. Un po’ delle alte uniformi che l’avevano perseguitata sono costrette a giurarle fedeltà: fedeltà al ministro, fedeltà al capo dello stato. Insomma, il Cile volta pagina ma senza ripulire gli angoli sporchi dell’alta borghesia. Tre anni dopo il trionfo, chi ha votato Bachelet si chiede se davvero è cambiato qualcosa o se le tragiche disuguaglianze sociali formalizzate dalla dittatura per conto degli impresari che continuano a far ballare i politici, sono solo un brutto ricordo. Se davvero la fatica del vivere della gente qualsiasi è addolcita dalle nuove regole per le quali la Bachelet sta lottando in un paese dai bilanci prosperi, management che incanta Wall Street e la borsa di Tokyo. Purtroppo la Bachelet, come ogni altro presidente della democrazia ritrovata, è prigioniera di interessi che non le consentono di trasformare l’infelicità nella speranza. La vecchia rete lega le mani di una transizione ormai più lunga della dittatura. Patricia Verdugo, giornalista e scrittrice che ha sfidato i militari ed è stata emarginata fino all’ultimo respiro (morta dieci mesi fa) da un establishment che non intende ridiscutere un solo privilegio; la Verdugo, raccontava nei libri e nelle chiacchiere con noi amici quando andavamo a trovarla per capire l’immobilità della società più moderna del continente; raccontava che ogni legge o progetto deve essere approvato dalla grande economia prima di arrivare sui banchi del parlamento. Tutto è deciso prima che la politica metta il naso. Ammorbidita la volgarità di Pinochet, la sostanza non cambia. Scuole sempre più private. Prosperano le università Cattoliche, di gran moda l’università delle Ande, Opus Dei, e poi laiche e massoniche ( portacenere e t-shirts con triangoli e compassi ). La classe dirigente che coltiva ambizioni può studiare solo lì. Difficile far carriera se la laurea è pubblica. E dalla laurea si scende ai licei: il privato garantisce il futuro negato alle scuole di stato. Ma bisogna pagare e col 36% della popolazione che tira la cinghia malgrado il trionfo di esportazioni e affari, e il 20% che suda la fine del mese, gli emarginati sono sempre gli stessi. E le poltrone e i privilegi passano di padre in figlio. Ecco le rivolte dei «pinguini», bianco e nero delle divise degli studenti. Cariche di polizia, ragazzi in galera o bastonati. Sindacati in allarme perché i conti non tornano.
Spariscono i letti dagli ospedali pubblici; si allungano i letti nelle cliniche private. E la povera Bachelet che con la laurea in medicina aveva provato a trasformare la sanità, rincorre promesse che non può esaudire. Ogni sera radio e Tv dalle proprietà cresciute con Pinochet, e ogni mattina tutti i giornali (meno La Nacion la cui distribuzione non raggiunge la periferia di Santiago) la tengono d’occhio, buone maniere cilene subito dimenticate appena la signora presidente si avvicina troppo alla gente. E la popolarità si assottiglia. E la perplessità si allarga. Bachelet che sostituisce 9 ministri; Bachelet alla cui spalle si affaccia chi ne prenderà il posto a fine mandato: Soledad Alvear, sinistra della democrazia cristiana, l’altra donna della Concertazione socialisti-Dc. Con un passato da ministro degli esteri viene annunciata da un partito i cui contorni si sono spesso confusi con i soliti interessi. Il carattere di una signora che non si arrende dovrà fare gli stessi conti della Bachelet perché i registi ombra del paese non hanno cambiato nome.
Non ci sta Gonzalo Meza Allende, figlio di Isabel (presidente della Camera dei deputati), nipote di Salvador Allende. Alla vigilia del voto che a ottobre sceglierà il sindaco di Santiago e tutti i sindaci del paese, annuncia un libro nel quale critica il modello cileno. Racconta la delusione davanti al governi di prima e ai governi che verranno: «Bisogna dar forza a questo tipo di democrazia altrimenti non cambia niente».
Jaqueline, figlia minore di Pinochet, si candida a sindaco della capitale dove vive quasi metà della popolazione cilena. Non si illude di vincere, ma di contare i voti di chi non ha cambiato idea. Anche lei vuole ricominciare. 35 anni dopo il Cile riparte così.

l’Unità 11.9.08
Il golpe cileno. Così l’Argentina studiò Pinochet
di Enrico Calamai


I colpi di Stato avevano caratterizzato la storia degli stati latinoamericani nel corso di tutto il novecento, ma l’alba dell’11 settembre 1973 annuncia qualcosa di radicalmente nuovo a Santiago del Cile.
Non più lo scambio frenetico di telefonate tra militari golpisti e filogovernativi, per fare la conta delle divisioni di cui ciascuno dispone e negoziare l’indolore uscita di scena del bando più debole.
Per togliere di mezzo un governo eletto democraticamente e che gode dell’appoggio maggioritario di una popolazione fortemente politicizzata, ci vorrà un bagno di sangue.
soffocare sul nascere qualunque tentativo di resistenza. Poi seguiranno le epurazioni di massa, la decapitazione di partiti e sindacati, l’eliminazione dei militanti di base dell’Unidad Popular.
La mattina dell’11 settembre, Santiago viene presa d’assalto dalle forze militari congiunte, al comando del generale Augusto Pinochet. Ma le immagini in bianco e nero del bombardamento del Palazzo presidenziale in cui Allende resiste asserragliato fino alla morte, dei carri armati nelle strade, degli stadi che si riempiono di detenuti, dei giardini delle ambasciate affollati da rifugiati alla disperata ricerca di una via di fuga, non si limiteranno a paralizzare il popolo cileno e a portare i militari al potere. Faranno il giro del mondo, entreranno in tutte le case, susciteranno reazioni di sdegno e unanime condanna nelle opinioni pubbliche dell’occidente democratico. In un sistema mediatico mondiale ormai integrato, l’uso della forza o, meglio, la sua percezione diffusa, si rivolterà contro il generale Pinochet che a livello nazionale riuscirà sì, in poche ore, a impadronirsi del Cile, ma a livello internazionale resterà condannato all’ostracismo come un medioevale vescovo lebbroso.
Il punto, in effetti, è mediatico. L’imponente reazione internazionale ai fatti di Santiago sembra confermare la forza della televisione che, mostrando in tutto il mondo gli orrori della guerra in Vietnam, ha plasmato un movimento di opinione pubblica capace di far arretrare il colosso americano di fronte alla resistenza di una piccola nazione asiatica. Si crede, in fondo, che la capacità di mobilitazione dimostrata dalla rappresentazione della violenza impedirà d’ora in poi agli Stati democratici di farvi ricorso.
È un po’ fare i conti senza la proteiforme adattabilità del potere, senza la sua capacità di penetrazione e manipolazione in qualunque ambito della vita collettiva, per quanto nuovo o innovativo esso possa apparire. Sono, per intenderci, gli anni della P2 e del suo diffondersi nel sistema mediatico, sia della carta stampata che della televisione pubblica e privata, fenomeno, quest’ultimo, che sempre più acquista importanza nel fare informazione e tendenza, a partire da quegli anni.
Ma torniamo all’America Latina, quel cortile di casa in cui gli Usa fanno affidamento sulle forze armate dei singoli Paesi, al fine di prevenire l’affermarsi di movimenti democratici o di spazzarli via nel caso riescano ad affermarsi, come successo ad Allende.
Tre anni dopo il Cile, toccherà all’Argentina. Anche questa volta sarà necessario ripulire a fondo la società, sradicare una volta per tutte il cancro del comunismo e della teologia della liberazione, zittire i sindacati ed eliminare qualunque possibile oppositore presente o futuro, decimare gli elementi migliori di una generosa generazione di giovani decisi a imprimere una svolta democratica al loro Paese. Ma i militari argentini dimostreranno di aver fatto tesoro degli errori del collega Pinochet.
Il 24 marzo 1976, quando il generale Videla prende il potere, Buenos Aires rimane una città tranquilla. Niente carri armati per le strade, qualche posto di blocco, ma niente sacche di resistenza. Niente stadi pieni di detenuti o ambasciate piene di rifugiati. I militari sfilano davanti alla tv, ma questo fa parte del folklore e, caso mai, tranquillizza. I vescovi sono lì a benedire. Uffici e negozi sono aperti, il traffico è quello di tutti i giorni, i ristoranti non tarderanno a riempirsi e così pure cinema e teatro. Fotografi e cameraman provenienti da tutto il mondo se ne andranno senza aver trovato nulla di nuovo per l’opinione pubblica occidentale.
La realtà è diversa, ovviamente. Tutto accade di notte, con gruppi di uomini in borghese che all’improvviso arrivano da macchine e camion senza targa, fanno irruzione in una casa, afferrano un giovane, lo portano in uno dei tanti campi di concentramento clandestini, iniziano immediatamente a torturarlo per strappargli quanti più nomi possibile, perché alla tortura nessuno resiste, perfino nomi di chi con la politica non ha nulla a che vedere, e ripartire di corsa, espandendo a macchia d’olio una caccia all’uomo invisibile e, quindi, non rappresentabile.
Avevano pensato a tutti i problemi logistici dell’immane operazione, i militari. Soprattutto a come liberare i campi dai detenuti dopo che è stata loro estorta tutta l’informazione, e far posto ai nuovi arrivi.
Se nel golpe di Pinochet tutti vedono tutto, in quello di Videla tutto si basa sulla desaparición. Ci vorranno anni prima che si riesca a capire che fine avevano fatto i giovani di colpo portati via alla famiglia. Ci vorranno anni prima che i familiari riescano semplicemente a pensare - molti non ci riusciranno mai - che quei 30.000 giovani sono stati doppiamente uccisi perché fatti sparire. E questo perché in un sistema mediatico mondiale ormai prevalentemente iconografico, tutto ciò che esiste viene rappresentato e, inversamente, ciò che non viene rappresentato non esiste. Perché non ci poteva essere violenza, se le televisioni non mostravano cadaveri nelle strade di Buenos Aires. Perché se le televisioni mostravano una città tranquilla, la città era tranquilla. Perché la società si sgretola nelle sue cellule famigliari, ma riesce ad assorbire ciò che è troppo destabilizzante, se appena può deresponsabilizzarsene, non vedendolo.
Inutile dire, per concludere, che i governi occidentali non potevano non sapere. Ma erano tutti interessati ad evitare il ripetersi dei problemi che si erano verificati nei rapporti col Cile di Pinochet. Tanto più, data la ricchezza e le risorse naturali dell’Argentina che i militari stavano aprendo al liberismo internazionale, agli animal spirits delle multinazionali, al saccheggio di uno stato diventato un enorme campo di concentramento, in cui il terrore avrebbe spento ogni capacità di reagire per almeno una generazione. E anche i governi occidentali preferirono guardare da un’altra parte, lasciando mano libera ai militari argentini che poterono portare a termine, in tutta tranquillità, quello che oggi viene concordemente definito come un genocidio. Un genocidio perfetto, perché invisibile e indimostrabile, negabile e negato. I cui responsabili argentini soltanto adesso, trentacinque anni dopo, cominciano ad affrontare la giustizia. Ma le cui collusioni a livello internazionale, anche in Italia, rimangono ancora tutte da studiare.

l’Unità 11.9.08
Eluana, un nuovo stop dai giudici di Milano
Il sostituto procuratore Pezza chiede di sospendere il decreto. Entusiasti il Pdl e la Binetti


Nuovo stop alla vicenda di Eluana Englaro: il sostituto procuratore generale di Milano Maria Antonietta Pezza ha infatti firmato la richiesta di sospensiva della esecutività del decreto con cui i giudici della prima sezione civile della Corte d’Appello, lo scorso 9 luglio, hanno autorizzato il padre di Eluana, la donna di Lecco in coma da oltre 16 anni, a interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali che la tengono in vita. Un nuovo capitolo in questa complessa vicenda che si sta giocando, sempre di più, a colpi di sentenze.
E sempre ieri i legali della famiglia Englaro hanno notificato il controricorso in Cassazione con il quale si sostiene infondato e inammissibile il ricorso presentato dal Pg Pezza alla Suprema Corte contro lo stesso provvedimento dei giudici della Corte d’Appello civile. La richiesta di sospensiva, nei prossimi giorni, sarà esaminata dal presidente di turno della sezione feriale Roberto Pallini, che molto probabilmente rimetterà la decisione alla prima sezione civile della Corte d’Appello, però a un collegio diverso da quello che il 9 luglio ha dato l’autorizzazione a interrompere il trattamento vitale a Eluana. Una decisione, quella del Pg di Milano, alla quale plaude il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella: «Si conferma quello che ho sempre sottolineato in questi mesi, ovvero che quel provvedimento non poteva essere eseguito in assenza di una sentenza definitiva». La sospensiva, dice Roccella, «evita così di trasformare il caso Englaro in un gravissimo precedente giudiziario: Eluana rischiava di essere staccata dal sondino che la nutre e la idrata, e quindi di morire, prima di aver ottenuto una sentenza certa e definitiva».
Plaudono alla mossa del Pg anche gli esponenti del Pdl: «Quel provvedimento non poteva essere eseguito per nessun motivo, in quanto nessun giudice può ordinare un’eutanasia per sentenza», incalza Enrico La Loggia, mentre per Isabella Bertolini con la sospensiva si evita la «condanna a morte» di Eluana, e per Gaetano Quagliariello la richiesta di sospensiva è «uno stimolo ulteriore al Parlamento a legiferare sulla materia» del fine vita «senza perdere altro tempo prezioso». Un giudizio positivo sulla decisione del Pg arriva anche dalle parlamentari del Pd Paola Binetti ed Emanuela Baio, le quali auspicano che questo sia il punto di partenza per un dibattito sul Testamento biologico. Camera e Senato, sottolineano, «si sono impegnate a fare una legge in tempi relativamente brevi, anche se riuscirci entro il 2008 appare assai improbabile. Ma deve trattarsi di una legge - precisano - che riguardi le cure di fine vita, che tenendo conto di questa sospensiva rappresenti un’ulteriore opportunità per riaffermare come nutrizione ed idratazione non possono essere sospese».
Dal presidente del gruppo Pd al Senato Anna Finocchiaro, invece, un duro richiamo: «Credo che serva maggiore responsabilità da parte di tutti e mi stupisce che da destra esultino anche oggi per quello che sta avvenendo a Milano. Io credo che invece di esultare sia necessario lavorare al più presto perchè in Parlamento si approvi una legge sul testamento biologico».

Corriere della Sera 11.9.08
Scienza e pensiero. Il Cosmo visto con gli occhi di Spinoza
Le scimmie intelligenti alla scoperta dell'universo
di Giulio Giorello


«La scimmia senza sforzo diventò uomo, che un po' più tardi disgregò l'atomo». Così Raymond Queneau nel 1950. Ma qualche scimmia un po' più intelligente è andata oltre, scoprendo tutto uno zoo di particelle elementari che, nella loro piccolezza, dovrebbero spiegare l'origine del grande Universo!
I fisici non si sono accontentati, però, di studiare le interazioni fondamentali che fanno sì che il mondo sia quello che è: sono alla ricerca, con una passione intellettuale degna di Spinoza, della Grande Unificazione per cui nelle condizioni primordiali del Cosmo tutte le forze erano una sola.
Il tassello mancante è la massa (detto in breve, la materia), in quanto le teorie correnti non spiegano perché certe particelle sono molto più massive di altre. Queste differenze potrebbero venir spiegate introducendo, un nuovo campo in cui sarebbe immerso, come in un grande oceano, l'intero Universo; le particelle che «nuotano in questo mare » acquistano apparentemente massa, un po' come i corpi immersi nell'acqua sembrano acquisire inerzia, e tutto dipende dall'intensità di tale interazione. Speculazioni… non molto diverse da quelle di Newton, che immaginava che il corpo di Dio pervadesse il Tutto! Ma adesso possono essere controllate: come i campi elettromagnetici sono format i da fotoni (i «quanti di luce» di Einstein), così i campi di Higgs sarebbero formati da particelle battezzate «bosoni di Higgs »; e queste potrebbero venire osservate nei detriti delle collisioni prodotte appunto dall'Lhc. Se le cose andassero così, l'evento sarebbe festeggiato da grandissima parte della comunità scientifica. Stephen Hawking spera invece che l'impresa non riesca. Come Pascal, è pronto a scommettere sulla capacità della natura di sorprenderci; come Popper, è convinto che impariamo soprattutto dalle sconfitte.
Poiché si tratta di tecnologie ipersofisticate, l'impresa porterà comunque a importanti ricadute, anche a costo di qualche timore che compaia un «buco nero » che ci inghiotta tutti. Ma credo che per l'ennesima volta i profeti di sventura dovranno ammettere che l'Apocalisse è rimandata… «a data da destinarsi».

Corriere della Sera 11.9.08
Quell'Etica di Spinoza che ci avvicina a Dio
di Armando Torno


EMANUELA SCRIBANO, Guida alla lettura dell'Etica di Spinoza, LATERZA PP. 200, e 16

L’Etica di Spinoza all'inizio era chiamata genericamente «filosofia », perché la comprendeva tutta. Oggi a noi appare come un sistema metafisico. Fu concepita seguendo il modello degli Elementi di Euclide, con definizioni, assiomi, proposizioni (teoremi), corollari e scolii; venne scritta tra il 1661 e il 1665, poi rielaborata tra il 1670 e il 1675. Il suo centro è il concetto di «sostanza» — per Spinoza coincide con Dio — che è infinita, con infiniti attributi, e unica. Di questi attributi conosciamo pensiero ed estensione: le cose del mondo, corpi e anime, sono solo «modi» o determinazioni particolari di essi.
In Italia circolano almeno sei traduzioni dell'Etica, oltre quella compresa nel pregevole Meridiano Mondadori — curato da Filippo Mignini — delle Opere
(non ci sono tutte, mancano l'intraducibile Grammatica ebraica e i frammenti sul calcolo delle probabilità e sull'arcobaleno); né scarseggiano introduzioni o sinossi. Ora vede la luce una Guida alla lettura dell'Etica di Spinoza di Emanuela Scribano: merita la palma ed è degna di attenzione sia per la competenza di questa studiosa, sia per l'analisi che ha condotto. Utilizzando il testo curato da Emilia Giancotti (Editori Riuniti), che segnala sistematicamente le varianti della traduzione dal latino in nederlandese, fatta dagli amici alla morte del filosofo, la Scribano entra nei dettagli delle cinque parti dell'Etica e ne ricostruisce la fortuna. È un libro utile e pratico.
Armando Torno

l’Unità 11.9.08
Sinistra. In piazza l’11 ottobre. Ci sarà Ingrao


ROMA Pietro Ingrao, Fausto Bertinotti, Nichi Vendola, il regista Mario Monicelli. Sono alcuni dei personaggi che hanno firmato l’appello «alle forze politiche in cui si chiede di mobilitarsi affinchè l’11 ottobre la Sinistra scenda in piazza contro il governo Berlusconi». Hanno aderito anche esponenti della Sinistra Democratica (come Leoni e Grandi), della maggioranza di Rifondazione come Ramon Mantovani ma anche della componente vendoliana che ha seguito il suo leader nell’adesione. E poi ci sono le firme di Vittorio Agnoletto, Paolo Cacciari, Pietro Folena, Don Gallo, Heidi Giuliani, Margherita Hack, Citto Maselli, Lidia Menapace, Gianni Minà, Andrea Occhipinti. L’appello, inizialmente proposto dal Movimento per la Sinistra (che raccoglie associazioni tra cui l’ARS di Tortorella, Uniti a Sinistra di Folena e Socialismo XXI) e dal laboratorio fiorentino ’per la sinistra unita e pluralè di Paul Ginsborg, ha raccolto molte firme di personaggi pubblici ed oggi è comparso su «Liberazione». L’appello è rivolto «a tutte le forze politiche, sociali e culturali della sinistra e chiedendo a ognuna di esse di concorrere a un`iniziativa che non sia di una parte sola» ha già raccolto, si sottolinea in una nota, il placet del segretario del Prc Ferrero. Salari, disarmo, scuola e sanità pubbliche, vertenze territoriali (Ponte di Messina, TAV, Vicenza), difesa della contrattazione collettiva, laicità, democrazia, giustizia uguale per tutti, libertà e pluralismo nella comunicazione, no al nucleare sono i punti forti di una vera e propria piattaforma avanzata all’attenzione dei partiti della Sinistra. Un documento, insomma, per una «opposizione efficace» a partire dalle piazze.

l’Unità Roma 11.9.08
La Notte bianca cacciata dalla porta
rientra dalle finestre dei municipi
di Luca Del Fra


Tradizione popolare antica, rielaborata nel gran calderone culturale della postmodernità, la Notte bianca a partire dagli anni ‘90 è dilagata da Berlino a Parigi, da Roma a Riga, da Bruxelles a Madrid. Quella romana è stata scelta dalla giunta di Gianni Alemanno come simbolica vittima sacrificale tra le iniziative promosse in prima persona dalla precedente amministrazione capitolina guidata da Walter Veltroni.
Con la motivazione del poco tempo a disposizione e della mancanza di fondi era stata cancellata: cacciata dalla porta sembra voler a tutti i costi rientrare dalla finestra per iniziativa dei municipi che oggi presenteranno la loro di Notte bianca, in calendario tra sabato e domenica prossima.
«Abbiamo puntato sulla Notte bianca - spiega Ivano Caradonna presidente del V municipio dove si terranno alcune manifestazioni - perché credo rappresentasse e debba continuare a rappresentare un momento di libertà: la gente umile o ricca si trovava ad attraversare Roma senza doversi preoccupare delle macchine, e magari anche fare tante file insieme per assistere a un evento o visitare un monumento. Era un modo per la comunità di incontrarsi per davvero».
Mutato il contesto politico dopo le ultime amministrative, come cambia la Notte bianca? «Le scelte politiche della attuale giunta, soprattutto quelle che non condividiamo come questa sulla Notte bianca, obbligano i municipi a crescere diventando, come dovrebbe essere, piccole città metropolitane. Allo stesso tempo è anche una spinta al territorio a diventare protagonista».
Ascanio Celestini dice: «La Notte bianca di Veltroni era calata dall'alto come la Notte futurista di Umberto Croppi»,l’attuale Assessore alla cultura del comune. E poi Celestini chiede anche agli amministratori di «non pensare alle proprie idee ma andare vedere cosa sta succedendo. È un insegnamento facile facile. Loro stanno lì e discutono del sapore del caffè ma non lo bevono mai. Dovrebbero assaggiarlo e conoscerne il sapore».
«È la direzione in cui ci stiamo movendo - continua Caradonna -: nel V municipio un centro anziani ha organizzato un concerto, i centri sportivi mettono a disposizione le loro strutture».
Insomma, pur mantenendo l’etichetta, l’idea è puntare a qualcosa di diverso, a una nuova Notte bianca? «Non può essere diversamente - conclude Caradonna -: pur rimanendo una iniziativa valida per incentivare il turismo la Notte bianca deve trasformarsi a onore e onere dei territori dove si svolge».

il Riformista 11.9.08
Un ministro al fronte «Spendiamo troppo e male»
«Veltroni non mi spaventa, il '68 ha combinato guai, la scuola italiana non va e noi la cambieremo nel profondo»
Da Bossi a Veltroni, replica agli attacchi: «Non licenzio nessuno, più soldi a chi merita».
intervista di Antonio Polito


«Intendo restare cinque anni in questo ministero»: dal dicastero dell'Istruzione Mariastella Gelmini non si fa intimorire dalle critiche che le arrivano dal Pd come dalla Lega. E rilancia. Sugli insegnanti assicurando che il personale di ruolo non sarà toccato, sui precari spiegando che il suo obiettivo è «commisurare le risorse alla realtà» per non creare nuove sacche d'insicurezza.
E la scuola? La Gelmini punta sull'autonomia: «Le scuole devono trasformarsi in fondazioni e poter scegliere i propri professori». Nessun attrito con Umberto Bossi, vittima di un fraintendimento, un vero idillio con Silvio Berlusconi. Walter Veltroni la sua vera delusione: «La sua campagna elettorale era fondata su cambiamento e riformismo. Ora non riesco a distinguere le sue posizioni da quelle di Rifondazione».
Il ministro conferma che la spesa scolastica è fuori controllo perché il 97% delle risorse se ne va per pagare gli stipendi. E punta il dito contro il '68, che «ha portato il valore positivo della partecipazione», ma anche «il buonismo e l'appiattimento verso il basso che fa restare i talenti al palo».


Avviso ai naviganti: non sottovalutate la Gelmini. È una tosta, una bresciana senza fronzoli, una donna severa, abbottonata fino all'ultimo bottone della camicia, rigorosamente in nero. Se ne è accorto Bossi, che ha tentato di beccarla e si è beccato una rispostaccia. E credo che se ne accorgerà anche Veltroni, che l'ha chiaramente scelta come l'anello debole del governo, e sta imbastendo sulla scuola la sua campagna di inverno. Nell'immenso salone del ministero quasi sparisce un po', minuta com'è. Si vede che soffre la Roma politica, con le sue torme di cronisti affamati che la trascinano in dichiarazioni sugli insegnanti del sud o sui precari da occupare nel turismo, frasi che lei giura di non aver neppure pensato. Ma è giovane, impara in fretta, e soprattutto non molla.
Ministro, ma la scuola italiana è davvero il disastro che emerge dal rapporto dell'Ocse?
«Non c'è confronto internazionale che non ci dica che le cose vanno male. Per quello che spendiamo, i risultati sono scarsi. Dunque, o arriva qualcuno che ci regala risorse che non ci sono o devo usare meglio le risorse che ho. Nel 1999 l'Italia spendeva per l'istruzione 33 miliardi di euro. Nel 2008 quasi 43. Un aumento del 30%. Devo dare ragione a Tremonti: la spesa per istruzione è fuori controllo. E quando il 97% per cento delle risorse se ne vanno in stipendi, cosa resta per migliorare il prodotto, chiaramente inadeguato alla società della conoscenza e alla competitività del paese?»
Per questo vuole licenziare 87mila insegnanti?
«Che demagogia. Guardi che neanche un insegnante di ruolo verrà licenziato. Io devo solo dire quante cattedre serviranno tra tre anni, e se le lasciassi crescere al ritmo attuale allora sì che sarebbero 87mila in più. Ho il dovere di dire a chi aspetta in graduatoria che aspetterà a lungo. Ho il dovere di dire ai precari della scuola la verità. La sinistra si preoccupa così tanto dei precari che ne fa sempre di nuovi. Noi invece commisuriamo le risorse alla realtà e così non creiamo nuovi precari».
Veltroni dice che così chiuderanno le scuole nei piccoli comuni.
«Assolutamente falso. In un piccolo comune isolato, dove ci sono otto-dieci bambini in classe, quella classe resterà, perché altrimenti li costringeremmo a viaggiare, e forse costerebbe anche di più. Ma in pianura padana, se ci sono tre plessi semivuoti vicini con tre direttori, che c'è di male ad accorpare?».
Anche il ritorno al maestro unico deriva da motivi di cassa?
«No. Innanzitutto è una scelta pedagogica. I bambini devono passare dalla mamma a una persona che sia in grado di stabilire una continuità e un legame affettivo, che conosca il bambino e lo tratti come una persona. Poi, certo, c'è anche un'esigenza economica».
Ce l'hanno tutti con lei: Bossi, Veltroni...
«Con Bossi c'è stata un'incomprensione. Non si ripeterà. Mi è umanamente molto simpatico, oltretutto. Lui si preoccupa che se i maestri sono tre, la speranza che uno sia bravo è maggiore. Lo capisco. Ma non è contro il maestro unico. Gli ho risposto in modo un po' sanguigno, io sono fatta così. Forse avrei dovuto telefonargli prima. Veltroni? Mi sta deludendo. Ha fatto la campagna elettorale sul cambiamento e sul riformismo. Ora invece difende posizioni di trent'anni fa, nelle quali non vedo la differenza con Rifondazione. Mi deve dire una cosa: la scuola serve a creare occupazione o a produrre educazione per i nostri ragazzi? Va bene così com'è o deve cambiare? Sulla scuola il Pd si gioca molto della sua capacità di innovazione. E il clima nel paese è cambiato. Appena qualche anno fa un Brunetta non avrebbe avuto la popolarità che ha oggi. La gente, soprattutto i giovani, sta con chi vuole cambiare».
E lei è giovane...
«Certo. Per l'età che ho sono più portata a preoccuparmi del futuro. E come me la piccola squadra di giovani che Berlusconi con coraggio ha portato al governo, gente con cui mi intendo come Alfano, Fitto, la Carfagna. Chi ha cinquant'anni rischia meno, chi rischia oggi sono i giovani. Se Veltroni ha deciso di prendersela con me, sappia che non mi spaventa».
Ritorno del voto, voto di condotta, grembiule. Pensa di curare così i mali della scuola?
«Ovviamente no. Sono indicazioni simboliche, ma che servono a dire una cosa: bisogna tornare all'ordine, al decoro, al rispetto degli altri. È la base, se non si comincia da lì non si cambia niente. Ma certo non basta. La grande idea è ridare senso e identità alla scuola italiana. Concentrarsi sui fondamentali: italiano, matematica, lingue straniere»
Come?
«Dando la più ampia autonomia possibile agli istituti. Penso che le scuole debbano trasformarsi in fondazioni, in cui entrino gli enti locali, che debbano poter reclutare gli insegnanti a chiamata da una lista di abilitati, con una parte di stipendio fisso e una variabile. Penso che le scuole debbano essere valutate, come succede all'estero, e che chi lavora bene debba ricevere di più. È stata dura, ma nella finanziaria ho ottenuto che il 30% delle risorse risparmiate siano utilizzate per premiare il merito».
Dica la verità, lei è tra quelli che pensano che la colpa è del '68.
«Ha avuto grandi responsabilità. Ha portato un valore positivo, quello della partecipazione. Ma anche uno negativo: il buonismo, l'appiattimento verso il basso, un finto egualitarismo in cui chi ha talento resta al palo. In Italia l'ascensore sociale si è bloccato. E la scuola, questo è il problema, non aiuta più i meritevoli a salire».
A proposito di merito: lei ha passato l'esame da avvocato in Calabria, invece che a Milano...
«Io sono fiera del mio percorso scolastico: cinquanta alla maturità classica, cento alla laurea a Brescia. Poi dovevo fare l'avvocato, la mia famiglia spingeva perché lavorassi presto. A differenza di Veltroni, ne avevo bisogno. Che senso aveva perdere anni in concorsi dove l'esperienza mi diceva che passavano solo i figli di avvocati? Veltroni difende per caso gli ordini professionali? Pensa che sia lì che si valuta il merito delle persone?».
Berlusconi la protegge come una chioccia, anche da Bossi. Si consulta spesso con lui?
«Berlusconi è l'unica ragione del mio impegno in politica. Io non sono un ex. Il mio primo partito, se così si può chiamare, è stato Forza Italia. Il premier cerco di non disturbarlo, ha già tanto da fare. Lo chiamo su questioni strategiche, per esempio l'ho avvisato prima delle decisioni sui voti e sul grembiule. Mi ha detto di andare avanti e a giudicare dai sondaggi aveva ragione. Per il resto non sto lì a lamentarmi. Preferisco risolvermi da me le grane».
Chiama Letta, mi dicono...
«E chi non chiama Letta? Letta è un Mozart, conosce le leggi dell'armonia. È sempre lì. E risponde sempre».
È vero che vuol fare il governatore della Lombardia e per questo Bossi la pizzica?
«Non è vero, non ne ho mai parlato con nessuno, è una notizia che destituisco di ogni fondamento. Poi in Lombardia abbiamo già il migliore: Formigoni. Ciò non vuol dire che quando lui lascerà la carica debba per forza passare alla Lega. Il Pdl è forte al Sud ma anche al Nord, e nessuna forza politica delega ad altri la propria rappresentanza. Con la Lega c'è una sana competizione. Per quanto mi riguarda, intendo restare cinque anni in questo ministero».
Sicura, ministro? Questo ministero può far impazzire un santo.
«Io ci provo. La terrò informata. Intanto mi dà qualche consiglio? Secondo lei...»


il Riformista 11.9.08
Non solo grembiulini. Ora serve la fase due
di Mario Ricciardi


Maria Stella Gelmini non vorrebbe essere altrove. Anche se è seduta su una delle poltrone meno confortevoli della politica italiana, il ministro della pubblica istruzione non ha alcuna intenzione di farsi spaventare dalle contestazioni che hanno accompagnato l'apertura dell'anno scolastico, e ancor meno da quelle che si annunciano. Non è difficile immaginare che andiamo incontro a un autunno caldo per la scuola e per l'università italiane, ma a viale Trastevere c'è un'atmosfera serena. La Gelmini appare sicura del consenso di larga parte degli italiani sui primi interventi che ha proposto in materia di scuola. Qualcuno l'ha bollato come un ritorno al passato, ma è evidente che a lei questa scuola che recupera la propria missione e restituisce importanza ai ruoli piace. Un voto espresso in numeri si capisce meglio, non lascia troppo spazio alle interpretazioni. Un sette in condotta ha conseguenze precise, che non si lasciano sfumare forzando un po' i confini del senso. Nel colloquio che abbiamo avuto, il ministro non si limita a difendere queste iniziative, ma rilancia spiegando che questi primi interventi - e gli altri annunciati in questi giorni - non sono iniziative isolate. C'è un progetto sullo sfondo, ed è quello di ritornare al compito essenziale della scuola, ciò che ne giustifica l'esistenza come istituzione che ha uno speciale rilievo pubblico, che è la "formazione". Mettere a disposizione di chi la frequenta gli strumenti per farsi strada nella vita.
La crisi grave della scuola italiana, confermata dal rapporto Ocse pubblicato il nove settembre, è la conseguenza di un lungo periodo di disattenzione pubblica per questi temi, e di quella cultura antimeritocratica che, secondo il ministro, si è diffusa soprattutto dopo la fine degli anni sessanta. Quando accenna ai guasti prodotti dal sessantotto il suo tono di voce cambia in modo percettibile. Non parla più con la misura che ha caratterizzato fino a ora buona parte dei suoi interventi pubblici, ma diventa più personale, quasi si infervora quando dice che "la sua generazione" ha pagato i costi del degrado della pubblica istruzione italiana. C'è una curiosa ironia in questa trentenne che - inconsapevolemente? - riprende un'espressione che evoca una ribellione generazionale, la "my generation" degli Who, per usarla contro gli eredi politici di quella stagione. Forse non è la Thatcher, ma l'avvocatessa bresciana che critica Veltroni perché difende le corporazioni ha in mente un programma che potrebbe trasformare profondamente il sistema dell'educazione in questo paese. Tuttavia, per il momento, gli interventi sono orientati piuttosto a una riorganizzazione della spesa per un migliore utilizzo delle risorse. Non è vero, dice il ministro, che gli insegnanti in eccesso verranno licenziati o destinati ad altre attività (in questi giorni era circolata la voce che alcuni potessero essere impiegati come "operatori turistici"). Non ci saranno gli 86mila licenziamenti per cui alcuni genitori hanno accompagnato i figli a scuola indossando una fascia nera in segno di lutto. Semmai la prospettiva indicata dal ministro è di fare un approfondito esame delle necessità reali della scuola per modulare in futuro le assunzioni sulla base delle esigenze effettive, perché "la scuola non ha il compito di combattere la disoccupazione".
Certo è difficile immaginare che ciò possa avvenire senza intervenire anche sul fronte del reclutamento e della valutazione degli insegnanti e delle scuole. La Gelmini ne è consapevole, e infatti riprende uno dei temi che le sono più cari, quello della promozione del merito. Anzi ci confida un sogno che spera presto si trasformi in realtà: un sistema di valutazione pubblico - cui stanno già lavorando gli esperti dell'Ivalsi - che metta a disposizione di ciascuno on-line i dati relativi a tutte le scuole italiane. Come insegna l'esperienza britannica, la valutazione non è soltanto uno strumento indispensabile per gli utenti. Avere a disposizione dati affidabili serve anche ai responsabili locali delle scuole per fare le proprie scelte in modo oculato quando devono selezionare i propri collaboratori. Qui il "sogno" della Gelmini lascia intravedere un cambiamento radicale in senso liberale della scuola italiana. L'autonomia gestionale si accompagna a quella nel reclutamento sulla base di liste nazionali di idonei. Se ne era già parlato nelle prime settimane di governo, ma poi il tema era passato in secondo piano. Tuttavia, a quanto pare, la titolare del dicastero di viale Trastevere non se ne era affatto dimenticata.
Anche per le università l'autunno si annuncia piuttosto caldo. Infatti, le disposizioni relative al turn-over proposte dal ministro Brunetta per il pubblico impiego dovrebbero applicarsi anche ai docenti universitari, il che comporta una drastica diminuzione dei posti a disposizione per nuove assunzioni. A questo vincolo dovrebbero sfuggire quelle istituzioni che, avvalendosi di una possibilità introdotta di recente, scelgono di trasformarsi in fondazioni. Comunque, quali sono le intenzioni di Maria Stella Gelmini per quel che riguarda l'università si dovrebbe capire tra qualche settimana, quando saranno presentate le linee guida per questo settore. Anche in questo caso non è difficile immaginare che le polemiche fioccheranno.

il Riformista 11.9.08
Il compagno Giulio e l'amico Massimo
Due anni di amore-odio, fino all'ultimo Ballarò
di Stefano Cappellini


Aprile 2008, Massimo D'Alema parla a un convegno di Italianieuropei: «In questo paesaggio politico deprimente è meglio avere una discussione con Tremonti, che è un interlocutore stimolante». Martedì sera, D'Alema incrocia a Ballarò «l'interlocutore stimolante»: «Sono favorevole al confronto ma di fronte a una arroganza e disonestà intellettuale come quella di cui ha dato prova Tremonti...». 17 luglio 2008, Tremonti commenta l'oratoria di D'Alema in occasione del dibattito sulla manovra economica: «Intervento da statista». Martedì sera, sempre Ballarò, Tremonti degrada D'Alema: «Sei l'opposto di uno statista». È l'altalena dell'odio e dell'amore che Tremonti e D'Alema si manifestano a fasi alterne da almeno due anni, pronti a ricominciare ogni volta il ciclo: il corteggiamento dopo il litigio, il litigio dopo il corteggiamento. «Di politici come lui non ce ne sono tanti in giro», diceva a maggio il ministro dell'Economia parlando dell'ex ministro degli Esteri. «Saluto uno dei più bravi e brillanti ministri d'Europa», contraccambiava quest'ultimo in pubblico confronto a Roma, tanto che un incredulo Jean Paul Fitoussi, testimone del cinguettio, commentava mezzo sarcastico mezzo ammirato: «Qui è nata una coalizione».
La coalizione dei migliori, chioserebbero i diretti interessati, perché al di là della comune passione per il dibattito "alto" sui grandi temi,del recente feeling antimercatista e del vezzo antipatizzante, a cementare il rapporto della strana coppia è soprattutto la convinzione di esser ciascuno il miglior del proprio campo, insieme al riconoscimento reciproco della primazia, non fosse poi che i due, ogni qual volta si ritrovano di fronte, non resistono alla tentazione di dimostrare chi sia il migliore in assoluto. Ecco perché anche l'altra sera, a casa Floris, il dibattito è cominciato in un clima da salotto pietroburghese («Mi permetta di...», «Mi sia concesso...») ed è finito in duello rusticano. Ma c'è da giurare che, decantata l'ira, il dialogo a distanza ripartirà, come è ripartito dopo che D'Alema aveva dato a Tremonti di «terrorista», accusandolo di mistificare consapevolmente le proposte fiscali del governo Prodi, e dopo che "Giulio" aveva battezzato la prima intervista di "Massimo" da ministro degli Esteri alla Frankfurter Allgemeine Zeitung rimproverandogli di guardare alle cose tedesche con «stile Telefunken», marca di teutonici tubi catodici che andava forte nel tinello piccolo-borghese italiano degli anni Settanta.
Del resto, l'ambivalenza della relazione sta tutta nel misto di tu e lei con cui i duellanti hanno battibeccato negli studi Rai: Tremonti non si è mai discostato dall'antisessantottesco lei, a D'Alema è scappato due volte il tu, la prima in diretta, la seconda durante l'ultima pausa pubblicitaria, dopo che la discussione si era già parecchio accesa su Ici e dintorni: «Adesso stai esagerando, stai attento...» ha ammonito D'Alema a telecamere spente, ricevendo in cambio dall'avversario un indecifrabile ghigno. Pochi minuti dopo, ripresa la trasmissione, su Alitalia scoppiava il finimondo, e D'Alema perdeva la patente di statista da poco guadagnata. Vedremo nei prossimi giorni se a Tremonti toccherà invece di non essere più considerato «un'altra costola della sinistra», definizione del dalemiano Nicola Latorre, che segue quella storica affibiata dal capo alla Lega, e che è frutto dell'ammirazione per il successo dell'operazione La paura e la speranza, bestseller la cui lettura i tremontiani di sinistra consigliano in primo luogo ai mercatisti a oltranza del Pd.
Perché quest'amore-odio è anche una storia di spiazzamenti e scavalchi, di Tremonti che cita Marx alla Festa nazionale del Pd di Firenze e di D'Alema che su Alitalia gli scaglia addosso un editoriale del Sole 24 Ore, il quotidiano che l'altro, sempre a Firenze, ha spregiativamente buttato nel mucchio dei «grandi giornali del capitale». Quando nel maggio scorso al Foro Italico Tremonti si presentò al dibattito con un ritardo di un'ora e mezza, causa impegni governativi, D'Alema non fece una piega. Poi però lasciò in anticipo il palco, «sennò mia moglie mi fucila, è la famiglia, Tremonti, un valore di destra».
Sempre pronti a scannarsi sulla polemica più spicciola pur di inchiodare l'antagonista alla sconfitta nella contesa di favella, entrambi restano innamorati soprattutto della disputa accademica. Tremonti scrisse una lettera al Corriere della sera, sempre dopo la citata intervista alla Faz, per spiegare che D'Alema, parlando di governo della globalizzazione, aveva pasticciato le interpretazioni da Kant e Schmitt: «C'è un solo pezzo della globalizzazione su cui è impossibile non concordare con il pensiero espresso dal ministro. E' quello sui mondiali di calcio», concludeva Tremonti (si era alla vigilia di Germania 2008). Poteva mancare la replica? Altra lettera, altro giro sul Corriere: «Quell'alternativa tra Kant e Schmitt che Tremonti ha sottolineato con la matita blu non è un'idea mia ma di Jurgen Habermas». E ancora: «Mi inchino di fronte all'autorità filosofica di Tremonti. Si potrebbe anzi proporre uno scambio. Se avessimo potuto qualche anno fa fare di Tremonti il vate della filosofia europea e di Habermas il gestore dei conti pubblici italiani vi sarebbe stato certamente un grande vantaggio. Soprattutto per il nostro Paese».

il Riformista 11.9.08
Così il Papa-professore spiegherà la sua laicità nella patria dei Lumi
di Paolo Rodari


È guardando il College des Bernardins di Parigi che si può comprendere bene quale tipo di discorso Benedetto XVI pronuncerà domani a Parigi di fronte a oltre 600 personalità della cultura francese tra professori universitari e intellettuali, rappresentanti dell'Unesco e dell'Unione europea. L'edificio gotico più prestigioso della città dopo la cattedrale di Notre Dame, infatti, vive dallo scorso 5 settembre una nuova epoca grazie a quei sei anni di lavori di ristrutturazione che alla Chiesa, allo Stato, alla città di Parigi e alla regione Ile de France, sono costati complessivamente 50 milioni di euro. Una cifra importante, seppure giustificata dalla necessità di far sì che l'antico monastero divenga, a soli a due passi dall'Università della Sorbona, un centro di dialogo e di confronto culturale, un luogo - ha spiegato l'arcivescovo di Parigi André Ving-Trois - «in cui intraprendere una riflessione sull'uomo, sul suo posto e il suo avvenire nella società». In sostanza, un luogo in cui quella «laicità aperta» di cui parlerà domani Joseph Ratzinger davanti all'intellighenzia transalpina - al cuore, quindi, di quel pensiero europeo che colloca la propria origine e novità ancora oggi nella sola filosofia dei lumi - possa trovare una sua prima e immediata caduta pratica. Niente a che vedere, insomma, con la modalità tramite la quale, l'anno scorso, una delle più prestigiose università italiane (La Sapienza di Roma) accolse l'ipotesi di ascoltare una lectio papale nel proprio rettorato.
Ma rimaniamo a Parigi. Qui Ratzinger, per la sua lectio di domani, ha scelto il tema della laicità. Il discorso, per aspettative e contenuti, si prospetta della medesima portata della più famosa lectio tenuta esattamente due anni fa - curiosa coincidenza - a Ratisbona attorno al nesso inscindibile di fede e ragione. Era il 12 settembre 2006 e allora, come domani, il Papa giocò sul proprio terreno: il campo della cultura e della scienza.
Il testo del 12 settembre francese pare essere ormai pronto. Il Papa l'ha scritto di suo pugno in tedesco - poi è stato tradotto in francese - e a coloro che solitamente, nella segreteria di Stato vaticana, lo coadiuvano nella revisione e nella stesura dei propri scritti, ha fatto pervenire soltanto alcune bozze contenenti semplicemente gli schemi di quanto egli intende dire. Un segnale, questo, dell'importanza che il Papa ha voluto dare all'evento. Un segnale che dice come a Parigi il Papa-professore non dirà cose scontate. Tutt'altro.
Benedetto XVI indirizzerà il suo discorso sia al mondo culturale, e dunque a tutta la società civile, come anche alla Chiesa e alle sue gerarchie. Le fondamenta attorno alle quali costruire il "suo" modello di laicità, infatti, debbono essere recepite non soltanto dallo Stato e dall'intellighenzia del paese, ma anche dalla Chiesa. E soprattutto dall'episcopato francese troppo influenzato, in passato, da quel modello di laicità tutto transalpino che predica la separazione totale tra Stato e Chiesa relegando, di fatto, la fede (e ogni espressione religiosa) al campo privato.
Quanto allo Stato e al mondo culturale, Benedetto XVI arriva a Parigi memore delle parole con le quali, nel suo discorso al Laterano di qualche mese fa, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha spiegato come debba declinarsi oggi una sana laicità: un concetto positivo che riconosca l'importanza e il valore delle religioni.
Ratzinger sa bene quanto alle parole occorre seguano i fatti - «questo concetto di laicità deve passare a poco a poco nei fatti», ha detto ieri, in un'intervista al quotidiano cattolico francese La Croix, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone - e proprio per questo motivo andrà a spiegare a Parigi come alla storica concezione francese della laicità occorra contrapporne una che non separi Stato e Chiesa ma che anzi veda il ruolo positivo delle religioni e del cristianesimo - e del cattolicesimo - nel campo sociale quale fondamento della società stessa, quale aiuto nella ricerca del bene comune. Un ribaltamento dovuto se è vero, come è vero, che è anche al cristianesimo che Francia ed Europa devono la propria identità.
Quanto alla Chiesa francese, il ritiro nella sagrestie in nome della non ingerenza nelle cose pubbliche (e dunque dell'indifferentismo religioso) è iniziato negli anni del post Concilio proprio qui (per poi contagiare Olanda, Belgio, Svizzera e la Germania) e con conseguenze disastrose: chiese vuote, vocazioni ai minimi storici e l'eredità incombente dello scisma lefebvriano. È anche uno sprone ai "suoi" quello che Benedetto XVI intende indirizzare domani: la Chiesa non può tradire la propria missione di testimonianza pubblica. Una testimonianza che, proprio in Francia, ha un singolare esempio luminoso: Lourdes, la piccola cittadina nel sud del paese dove la Madonna decise di apparire centocinquanta anni fa e dove il Papa si recherà in pellegrinaggio subito dopo Parigi.