domenica 30 novembre 2008

Repubblica 30.11.08
Scuola, il sì del Senato non ferma l´Onda
Milano, 10 mila in corteo. E a Roma i bambini nella protesta in piazza
A Roma polemiche sul blitz alla Sapienza, mentre manifestano maestri e genitori
di Gioanni Messa


MILANO - L´Onda ironica della protesta. Studenti e ricercatori hanno reagito così, con l´ironia, dopo il sì del Senato al decreto Gelmini sull´università (che diventerà legge con la definitiva approvazione alla Camera). È accaduto a Milano, dove in diecimila si sono ritrovati in piazza Duomo con tanto di banda musicale al seguito, giocolieri e saltimbanchi, e a Bologna, con i ricercatori che si sono fatti metaforicamente calpestare: hanno tappezzato con le loro 1.800 foto il Crescentone, ovvero la pavimentazione di piazza Maggiore, invitando i passanti a camminarci sopra per denunciare il fatto che il governo Berlusconi calpesta la ricerca. Un´ironia che era mancata al ministro Renato Brunetta, l´altra sera a Milano, il quale era salito in cattedra per mettere a tacere l´interlocutore che gli contestava quei tagli: «Io sono un professore ordinario e lei un ricercatore. Conto di più io».
Va da sé che anche Brunetta sia finito nel mirino dei contestatori milanesi. Assieme all´immancabile collega Mariastella Gelmini e al numero due della giunta Moratti, Riccardo De Corato, chiamato in causa, lui che è sempre in prima linea per combattere i writer in nome dell´arredo urbano, quando gli studenti hanno disegnato sui muri il volto di Anna Adamolo (il personaggio virtuale, anagramma di Onda anomala, eletto dai ragazzi ministro al posto della Gelmini). Alunni e studenti, maestri e professori, genitori e personale tecnico amministrativo si sono ritrovati in piazza Duomo, dopo essere partiti in corteo da tre punti della città, nel segno del "Non ci stiamo": uno slogan urlato a più riprese e stampato sui cartelloni e i volantini dei manifestanti insieme con la frase "Il futuro è di chi lo ricerca".
A Bologna i ricercatori hanno proposto ai passanti una serie di esperimenti: particolarmente apprezzato, soprattutto dai bambini, quello delle fontane di Coca Cola sprigionate dalla reazione fra l´anidride carbonica della bibita e le caramelle Mentos. Anche a Roma il mondo della scuola e quello dell´università sono scesi insieme in piazza. Alla Bocca della Verità bambini, genitori e insegnanti del movimento «Non rubateci il futuro» hanno protestato contro le misure del governo allestendo un laboratorio di giochi e arti a cielo aperto. Ben altro clima dopo il blitz dell´Onda che venerdì ha interrotto alla Sapienza l´inaugurazione del settecentesimo anno accademico: un gesto definito «inaccettabile» dal sindaco Gianni Alemanno perché «gli studenti devono rispettare il diritto di espressione di tutti, a partire da quello del rettore appena eletto». Sulla vicenda è intervenuto anche il rettore stesso, Luigi Frati, sostenendo che «servono pazienza e dialogo, confronto e discussione, mentre ciò che non è praticabile è il divieto di parlare. Io non mi fermerò nel fare della Sapienza un´università normale a livello dei grandi atenei internazionali».
Prosegue infine a Palermo l´occupazione della Facoltà di Lettere e filosofia (con Azione giovani, il movimento giovanile di Alleanza nazionale, che chiede l´intervento del preside Vincenzo Guarrasi per liberare le aule). Gli studenti siciliani hanno proclamato «cinque giornate di incontri e dibattiti sulla precarietà, l´autoriforma e i beni comuni».

Repubblica Roma 30.11.08
Alemanno attacca l'Onda: "Blitz inaccettabile"
Dopo lo scontro con il rettore Frati. Gli studenti: "Si occupi della città"
di Laura Mari



«Un blitz inaccettabile» così il sindaco Alemanno ha definito l´azione degli studenti dell´Onda che venerdì mattina hanno interrotto l´inaugurazione dell´anno accademico della Sapienza. «È inaccettabile - ha proseguito Alemanno - che un gruppetto di studenti politicizzati abbia impedito al rettore di parlare». Ma i giovani dell´Onda ribattono: «È stato il rettore Frati ad andarsene e a sospendere l´inaugurazione- sostengono gli studenti- invece di intervenire sulle iniziative di protesta nelle università, dovrebbe pensare a risolvere i problemi della città».

Giovedì aveva parlato di una «città stanca dei continui cortei». Ieri il nuovo affondo. «È inaccettabile che un gruppetto di studenti politicizzati abbia impedito il diritto di espressione al rettore». A contestare il blitz dell´Onda all´inaugurazione dell´anno accademico della Sapienza è stato il sindaco Gianni Alemanno, secondo cui «quanto avvenuto deve far riflettere complessivamente sul rispetto vero della democrazia negli atenei. Inoltre - ha proseguito il sindaco Alemanno - i risultati delle elezioni studentesche della Sapienza sono significativi perché dimostrano che il movimento dell´Onda, prodotto dalla sinistra studentesca, è molto visibile ma probabilmente espressione di una minoranza».
Parole che proprio non sono andate giù ai leader dell´Onda. «Il sindaco dovrebbe pensare ai problemi della città ed evitare di mettere bocca sulle iniziative di protesta nelle università» risponde Giorgio Sestili, uno dei portavoce del movimento. Dello stesso parere anche Luca Cafagna, leader dell´Onda e studente di Scienze Politiche, che ci tiene a far notare ad Alemanno che «il blitz all´inaugurazione dell´anno accademico è stato organizzato semplicemente per delegittimare un incontro che, in realtà, rappresentava solo una vetrina per il rettore. E nessuno degli studenti - prosegue Cafagna - intendeva togliere la parola a Frati: è stato lui a decidere di andarsene e sospendere l´inaugurazione».
Diversa, invece, la versione del rettore, che al momento del blitz ha inveito contro gli studenti chiamandoli «fascisti». «Quei ragazzi hanno perso un´occasione importante di confrontarsi con il mio discorso di apertura dell´anno accademico - ha ribadito il rettore della Sapienza Luigi Frati - quello che serve in questo momento è pazienza e dialogo, confronto e discussione, mentre ciò che non è praticabile è il divieto di parlare».
Al di là dei botta e risposta tra studenti e figure istituzionali, la protesta dell´Onda non si fermerà e andrà avanti sino al 12 dicembre, giorno dello sciopero generale. «Il 9 dicembre - annuncia Francesco Brancaccio della Sapienza - organizzeremo un assedio sonoro sotto al rettorato per contestare la riunione del Consiglio d´amministrazione, dove all´ordine del giorno ci sarà probabilmente la discussione di quel bilancio preventivo che il rettore Frati, a luglio, aveva promesso di non far approvare se il governo non avesse mutato la sostanza dei tagli del decreto Tremonti». Tagli che, in un documento diffuso all´indomani dell´approvazione delle modifiche del decreto 180, per i dottorandi e precari delle università romane avranno «effetti dirompenti sul funzionamento degli atenei italiani. Università che - si legge nel documento - hanno invece bisogno di interventi che diano diritti e dignità al lavoro dei ricercatori precari».
Ieri, infine, la Digos ha notificato l´obbligo di dimora ad uno studente di 25 anni, F.G., per gli scontri avvenuti il 7 novembre scorso a piazzale Ostiense, nel corso della manifestazione di protesta contro il decreto Gelmini. Al giovane sono stati contestati i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali ad un dirigente di polizia.

Repubblica Roma 30.11.08
Alla Bocca della Verità la manifestazione "Non rubateci il futuro"
Bimbi, bande e disegni in piazza contro la Gelmini
Show degli alunni dell'Artusi solidali con i compagni denunciati per l´occupazione
Zona rossa anti-Gelmini in piazza contro il maestro unico
di Tea Maisto e Laura Mari


Una zona rossa anti-Gelmini. A disegnarne i confini, con stand e gazebo, i tanti bambini, genitori e insegnanti che ieri mattina, nonostante la pioggia, hanno partecipato all´iniziativa "Scuola pubblica in pubblica piazza", organizzata in piazza della Bocca della Verità dal coordinamento "Non rubateci il futuro", in lotta contro i provvedimenti del ministro. Con loro, anche i liceali e i ricercatori precari.
Tra bande musicali, laboratori di disegno, gazebo dedicati alla lettura e performance di giocolieri e animatori, anche lo stand degli studenti dell´istituto alberghiero Artusi, nel quartiere Tuscolano. «Sedici nostri compagni di classe sono stati denunciati dalla preside per aver occupato la scuola per cinque giorni - ricorda Manuel - una denuncia contro cui abbiamo deciso di mobilitarci esponendo le nostre foto segnaletiche con su scritto "siamo facinorosi"».
Alla manifestazione, a cui hanno aderito circa 700 persone, tra cui gli studenti della facoltà di Filosofia e Lingue Orientali della Sapienza, ha partecipato anche il deputato del Pd (ed ex-assessore capitolino alla Scuola) Maria Coscia. «Non ha senso tagliare i fondi alla scuola, che è una risorsa fondamentale per il futuro. Se non si investe sull´intelligenza - ha detto la Coscia - si va verso il declino».
Prima delle esibizioni della banda musicale del liceo Russel e della performance dei "Gelminari" (alunni ed insegnanti che con colori e gessetti hanno riprodotto il volto del ministro dell´Istruzione), è stato osservato un minuto di silenzio in ricordo di Vito Scafidi, lo studente morto a Rivoli nel crollo del soffitto di un´aula.
«Le mobilitazioni della scuola elementare proseguiranno anche nelle prossime settimane - annuncia Massimo Lucà, del coordinamento "Non rubateci il futuro" - e il 16 dicembre alla scuola Iqbal Masih organizzeremo un´assemblea pubblica con l´assessore regionale alla Scuola Silvia Costa, l´ex vice-ministro dell´Istruzione Mariangela Bastico e Angela Nava, presidente del coordinamento Genitori Democratici».

Repubblica 30.11.08
Pd, D'Alema annuncia battaglia
"Polemiche su di me in mia assenza, mi occuperò di più del partito"
di Carmelo Lopapa


ROMA - L´avviso ha tutto il sapore della sfida. Così com´è il Pd non va, «bisogna rilanciare la sua sfida riformista», dice Massimo D´Alema che si confessa «amareggiato» al suo rientro dopo due settimane trascorse in Centramerica. Troppe polemiche in sua assenza, lamenta, senza che lui si potesse difendere e potesse difendere i suoi finiti nel mirino dei veltroniani. Ecco, quell´eterna sfida tra veltroniani e dalemiani segna ormai la vita del partito e nella promessa-minaccia del «leader Maximo» di volersi occupare d´ora in poi in maniera più assidua della vita del Pd c´è quasi l´annuncio di una resa dei conti. Che sia il preludio di una candidatura alternativa alla segreteria, come qualcuno ha subito letto l´uscita di D´Alema, è esagerato pensarlo. Certo è che diventa ancor più delicato l´appuntamento già segnato, la direzione del 19 dicembre.
Il presidente della fondazione Italianieuropei rientra in Italia e sceglie il Tg1 delle 20 per confessare tutto il suo disappunto per quanto sta accadendo. Ne ha per Berlusconi e le sue misure economiche «insufficienti»: il premier «vuole il dialogo, ma sarebbe stato semplice chiamare al tavolo le forze di opposizione e i sindacati per decidere insieme, dopo, il dialogo è una finzione». Ma il suo ragionamento è rivolto soprattutto a Veltroni. Non lo nomina ma è a lui che si rivolge quando dice che «c´è bisogno di un chiarimento politico, c´è bisogno di rilanciare e di ridare vigore alla proposta riformista del Partito democratico. È importante che lo si faccia, discutendo con franchezza, con serenità». Con altrettanta schiettezza fa autocritica, per il poco tempo dedicato al partito a vantaggio della fondazione. Ma non accadrà più: «Per quanto mi riguarda anch´io, se posso aggiungere una nota autocritica, intendo impegnarmi di più. Fino a oggi non ho fatto tutto ciò che si poteva fare per questo partito». Veltoni e veltroniani avvertiti.
L´intervento di D´Alema giunge dopo due settimane al fulmicotone dentro il Pd. Segnate dal caso Villari, ma anche dalle accuse di «tradimento» rivolte al dalemiano Latorre per la storia del «pizzino» girato all´avversario Bocchino in tv, fino alla Finocchiaro dichiaratasi disponibile, un giorno, alla guida del partito e attaccata dai fedelissimi del segretario in carica. Scambio di fendenti quasi quotidiano tra le due anime del partito. L´ex ministro degli Esteri allude soprattutto al caso Latorre e passa al contrattacco. «Io non amo le polemiche e devo dire che, anzi, mi ha amareggiato una polemica personale, aspra, tanto più spiacevole perché condotta in mia assenza, visto che mi trovavo all´estero per una missione internazionale».
Sembra che Piero Fassino si stia curando in queste ore di trovare una mediazione ragionevole tra Veltroni e D´Alema, per evitare che tutto questo precipiti in un congresso anticipato. L´ultimo segretario dei Ds ha incontrato l´ex capo della Farnesina venerdì sera, appena sbarcato dall´America. Ed ora è volato a Madrid per il congresso del Pse, dove domani lo raggiungerà Veltroni. Obiettivo, non facile, una tregua nella battaglia tra «Oriazi e Curiazi», come Fassino stesso l´ha battezzata. In Spagna il Pse dovrebbe accogliere il termine «democratici» nella sua sigla, per favorire la confluenza del Pd. Confluenza tutt´altro che scontata, però. L´esigenza di fare chiarezza all´interno riguarda, infatti, pure il nodo della collocazione europea del Partito democratico. Dopo che gli ex Margherieta Rutelli e Fioroni hanno ribadito giorni fa il loro no all´adesione al Pse, ieri è stata la volta dell´ex presidente del Senato Marini. «Ma pensate che Franco Marini possa dire di essere diventato socialista? Questo non potete chiedermelo, è sbagliato anche culturalmente - ha affermato parlando di sé in terza persona - La cultura sociale cattolica non può essere cancellata con la negazione della propria storia». Per il leader popolare una strada percorribile sarebbe quella di «pensare a una forma di federazione in Europa, ma la decisione va presa prima delle elezioni: sarebbe un fattore di grande debolezza dire che verrà presa dopo». E invece no, secondo Bobo Craxi, dirigente del Ps, i socialisti europei chiedono stavolta una risposta vera: «Il rompicapo del Pd si risolve solo con una decisione netta, chiara». Gli ex ds non nascondono la preoccupazione. «Sulla collocazione europea sembrava esserci un punto di accordo - confessa Vincenzo Vita - ora di nuovo tutto in discussione. Ma in Europa o ci si allea con la destra o con la sinistra». Anche questa partita, tuttavia, si giocherà sul campo della direzione del Pd, il 19 dicembre.

il Riformista 30.11.08
Ma perché il Pd non si scioglie?
di Peppino Caldarola


Dice Mussi. «Il Pd si è messo in una posizione difficilmente sostenibile sul piano politico. Ho l´impressione che avrà difficoltà a stare in piedi».

Chiamparino e Cacciari vogliono il Pd del Nord, il Pd del Sud non si può fare perché l'unico segretario possibile, Riccardo Villari, l'hanno cacciato, Renato Soru vuole il Pd-Tiscali, Rutelli e Vernetti vogliono aderire all'Internazionale liberale, D'Alema vuole restare in quella socialista (Forza Massimo!), a Firenze sono più i Pd degli elettori, Parisi civetta con Di Pietro, Ritanna è conquistata da Anna ma vota per Rifondazione, Livia Turco detesta Anna e Ritanna e scoppia in lacrime, Marina Sereni non pervenuta, Morri dopo aver servito il caffè a casa Fassino vorrebbe fare le pulizie in Vigilanza, Fioroni si è fatto una porchetta intera alla faccia degli ex comunisti, Epifani fa Tarzan ma sembra Jane, Latorre (giù le mani da Nicola!) è stato avvistato allo zoosafari di Fasano mentre dava da mangiare pizzini alle scimmie, Tonini e Ceccanti stanno scrivendo una "Storia sulle espulsioni celebri da Stalin a Veltroni", Letta vuole lasciare Bersani, troppo vecchio, e sta circuendo Zingaretti, il Pd siciliano si è sciolto nel club Mediterranée, Marco Minniti ha lasciato Dolce e Gabbana ed è passato alla Oviesse di Reggio Calabria. È tutto un muoversi, agitarsi, scomunicarsi, minacciarsi, odiarsi, prendersi per i fondelli, tendere agguati, inciuciare, spettegolare, insomma una normale vita di partito. Ma non sarebbe più semplice fare una riunione di caminetto per scrivere una bella lettera ai militanti firmata dai leader dal titolo: «Scusateci», e sciogliere immediatamente il Pd?

Corriere della Sera 30.11.08
Scontri islamici-cristiani, massacro in Nigeria
Chiese e moschee in fiamme dopo le elezioni locali contestate: centinaia di vittime
Dietro le violenze religiose, la lotta per il potere dopo che il presidente Yar'Adua ha licenziato metà governo
di Massimo A. Alberizzi


I morti accertati sono quasi cinquecento, ma il bilancio potrebbe salire. Trecentottantuno corpi sono stati contati in una sola moschea. La violenza religiosa, subito dopo una tornata elettorale locale, è scoppiata ancora una volta in Nigeria, a Jos, capitale del Plateau State. Moschee e chiese bruciate, barricate nelle strade, scontri tra militanti musulmani e cristiani, e con la polizia e l'esercito. Il governatore Jonah David Jang ha proclamato il coprifuoco dall'alba al tramonto. Le violenze sono cominciate giovedì sera quando i sostenitori del Partito di Tutti i Popoli Nigeriani (Anpp, a maggioranza musulmana) si sono scatenati appena si è diffusa la voce secondo cui il loro candidato, dato largamente vincitore dalle previsioni, era stato battuto da Barrister Timothy Gyang Buba, il rivale del Partito Democratico del Popolo, al potere a livello federale e vissuto dalla gente come dominato dai cristiani. Bande di teppisti hanno dato l'assalto all'università ammazzando otto studenti, un poliziotto e un autista di una compagnia governativa.
Venerdì gruppi di sostenitori armati di machete e armi automatiche hanno eretto posti di blocco, bruciando copertoni per le strade ed è cominciata la mattanza. Secondo Eniola Bello, direttore del quotidiano
This Day, contattato al telefono dal Corriere, «i dimostranti hanno dichiarato di non combattere la gente ma piuttosto il governo, considerato responsabile dei brogli elettorali. Al momento dello scoppio delle violenze, comunque, la commissione elettorale stava ancora raccogliendo i risultati dei seggi ». Secondo la Croce Rossa «più di 10 mila persone sono scappate dalle loro case per cercare rifugio nei posti di polizia, nelle caserme dell'esercito, nelle moschee e nelle chiese». Jos, purtroppo, ha una lunga storia di violenze religiose tra i musulmani pastori hausa del Nord e i cristiani contadini berom
del Sud. La desertificazione spinge gli hausa a cercare nuovi pascoli al Meridione. Nei campi dei berom. Ma le violenze etniche nascondono anche ambizioni politiche. Il presidente Umaru Musa Yar'Adua un mese fa ha licenziato mezzo governo, così si sono scatenate le ambizioni di chi è a caccia di un portafoglio. Inoltre Yar'Adua, eletto un anno fa, dovrà affrontare una nuova difficile elezione nel 2011. I suoi rivali stanno già lavorando per prendere il suo posto. Nessuno di loro nega l'ambizione di cacciare Yar'Adua prima della scadenza del mandato. E le violenze fanno il loro gioco.

Corriere della Sera 30.11.08
Forum internazionale. L'obiettivo: creare un blocco da Parigi ad Atene (via Roma) e presentarsi uniti alle elezioni Ue del 2009
Sinistre di tutta Europa sedotte da Lafontaine
Congresso a Berlino del fronte anti-capitalista. Si impone un solo modello: la Linke
di Danilo Taino


Ferrero riconosce il ruolo dei tedeschi: «Ma la loro esperienza non può essere riprodotta»

BERLINO - Dev'essere una sfida impossibile. Diversamente, l'irrequieto Oskar Lafontaine non l'avrebbe accettata. Diventare il padrino, il trascinatore, forse il demiurgo della sinistra non socialdemocratica europea. Della sinistra-sinistra, insomma. La quale c'è un po' in tutto il Vecchio Continente, non solo in Germania dove la Linke continua a crescere: ma è debole, divisa, litigiosa e frammentata. Occasione vicina, le elezioni europee dell'anno prossimo, strategia di lungo periodo, la costruzione di un fronte continentale anti-capitalista in un momento in cui il capitalismo soffre. Non sarà la Quinta o Sesta Internazionale ma il progetto è ambizioso.
Ieri, a Berlino, Lafontaine non era presente alla Conferenza elettorale della Sinistra europea che ha lanciato il programma per le elezioni del 2009. Perché era alle porte di Parigi a testimoniare il suo appoggio alla nascita di una nuova formazione politica, il Parti de gauche (Pg) di Jean-Luc Mélenchon. Il prossimo 6 dicembre, l'ex ministro del governo Schröder sarà a Venezia, a una manifestazione sulla crisi economica organizzata da Rifondazione comunista che lo staff del segretario Paolo Ferrero definisce «importante ». E nei prossimi mesi — dicono alla Linke — sarà molto impegnato sul versante europeo oltre che su quello, intensissimo, tedesco. Per molti versi, non stupisce che sia così.
Lafontaine è uno dei fondatori e delle anime del partito della sinistra radicale che ha avuto il maggior successo negli ultimi anni. Uscito dalla socialdemocrazia tedesca su posizioni anti-liberiste, ha prima formato un suo movimento di esuli come lui dalla Spd, poi, nell'estate 2007, ha fondato Die Linke, assieme ad alcuni sindacalisti e, soprattutto, con il Pds, erede della Sed che governava senza opposizione la Germania Est. Da allora, la Linke (Sinistra) è passata di successo in successo: probabilmente, oggi è il primo partito nei Länder dell'Est della Germania, in un testa a testa con la Cdu della cancelliera Angela Merkel. Ma sta entrando nei parlamenti di quasi tutti gli Stati federali anche a Ovest e al momento i sondaggi la danno attorno al 12-13% a livello nazionale. Ha sottratto grandi consensi ai socialdemocratici.
In un passaggio politico nel quale la sinistra europea è in grave crisi, la Linke è dunque diventata il punto di riferimento ovvio. «Quello che prendiamo dai tedeschi è il metodo— sostiene ad esempio Mélenchon — La Linke è diventata un bacino collettore. Lafontaine mi ha detto: "migliore l'agglomerante, più probabile il successo"». Su queste basi, il Pg vuole mettere assieme comunisti, trotzkisti e socialisti delusi.
E anche Ferrero riconosce il ruolo trainante dei tedeschi: «Sono un punto di riferimento. Il loro modello non è immediatamente riproducibile in Italia: loro hanno una Grande Coalizione e non hanno Berlusconi. Ma certamente hanno un grande ruolo». A suo parere, il rapporto con il sindacato è quello che fa della Linke «il punto di riferimento politico di ogni insofferenza». D'altra parte, ricorda il parlamentare europeo di Rifondazione comunista Roberto Musacchio, «la sinistra europea fu lanciata da Fausto Bertinotti e Lafontaine ».
Per altri versi, però, la sfida di Oskar il Rosso è enorme. Germania a parte, i partiti della sinistra radicale raccolgono abbastanza consensi in Portogallo, dietro al Bloco de Esquerda, e in Grecia, dietro la leadership del giovane Alexis Tsipras, anch'egli ieri a Berlino. Per il resto, però, sono divisi anche all'interno dei loro singoli Paesi: ieri, alla conferenza di Berlino, i partiti rappresentati erano trenta. In Francia, i trotzkisti di Olivier Besancenot hanno ottimi sondaggi, ma la sinistra non-Psf è divisa, con i comunisti e ora il nuovo Parti de Gauche. In Italia, dentro Rifondazione è aperto lo scontro sul presentare alle Europee una lista tipo arcobaleno o andare da soli (come vuole Ferrero), oltre alla separazione con i Comunisti italiani. Difficile, anche per Lafontaine, essere il padrino di questo caos.

Corriere della Sera 30.11.08
Un saggio processa le certezze democratiche e stronca la figura di Voltaire
Il Saladino che salverà l'Occidente
Pietrangelo Buttafuoco rivaluta l'islamismo e invoca il ritorno al Sacro
di Dario Fertilio


Condottiero curdo, fu tra i più grandi strateghi di tutti i tempi e fondatore della dinastia ayyubide in Egitto e Siria

L'espressione Cabaret Voltaire, oltre a evocare la culla storica del dadaismo, a Zurigo, e più di recente un pretenzioso complesso inglese funk-punk-rock, secondo Pietrangelo Buttafuoco coincide con la metafora nera dell'Occidente. Viene da essa infatti il titolo del suo ultimo saggio, appena pubblicato in copertina dorata da Bompiani (pagine 225, e 18).
L'autentico bersaglio polemico di Buttafuoco, giornalista militante con ascendenze di destra e scrittore di successo soprattutto per Le uova del Drago (Mondadori) — un romanzo in cui racconta la Seconda guerra mondiale in Sicilia dalla parte dei perdenti — è il mondo globale in cui viviamo. Che gli appare un laboratorio asettico e dissacrante, in cui impera l'indifferenza morale, è obbligatoria l'allergia a qualsiasi fede, viene abolita ogni differenza naturale (tra conservatori e progressisti, ma anche tra uomini e donne), ci si sposa con partner dello stesso sesso e — pur scandalizzandosi per la lapidazione delle adultere ordinata dalla sharia islamica — non si esita a mettere in palio fanciulle illibate nei reality show. L'occidentale Cabaret Voltaire,
insomma, per Buttafuoco è un gran brutto posto, un trionfo dell'anarchia dove l'unico comandamento universalmente rispettato è il «diritto di avere tutti i diritti », l'adozione del conformismo consumista è obbligatorio, l'adorazione della democrazia americana e il disprezzo dell'islam sono scontati, con inevitabile, annessa esportazione di guerre giuste.
Va da sé che il Voltaire di Buttafuoco, eroe negativo e fonte di riprovevole modernismo, non è il filosofo della tolleranza, l'autore della celebre e fin troppo banalizzata affermazione — «non condivido la tua opinione ma sono pronto a morire affinché tu possa esprimerla» — quanto piuttosto l'autore dell'opera in cinque atti Il fanatismo, ossia Maometto profeta,
in cui il primo musulmano è presentato come mostro tirannico e traditore. Trattando di Maometto, Voltaire lascia cadere la maschera illuminista e si abbandona visceralmente — conclude Buttafuoco — al «pregiudizio postumo per eccellenza, quello contro il moro».
Ma non sta nemmeno qui il nocciolo più duro della polemica. Nel petto del Voltaire, giudicato colonialista e un po' razzista verso l'islam, Buttafuoco prende di mira infatti il cuore e l'anima dell'illuminismo nato dopo la sconfitta dei turchi a Vienna. Voltaire per lui è l'ideologo ispiratore di ogni modernità ostile «alla presenza del Sacro nel mondo», tutto preso dall'esigenza di «dimostrare la falsità e la pericolosità della fede senza la guida della ragione». Ed è questo appunto il peccato più grave secondo l'autore, tanto da farne il baricentro concettuale del saggio: è la cacciata del sentimento religioso dai cuori umani, il rifiuto del Mito e della Tradizione da cui emana, lo sradicamento dei valori su cui poggia la civiltà mediterranea (dunque, comprensiva anche dell'islam), il disprezzo per la preghiera e il rito politicamente scorretti, l'esaltazione di modelli fatti di cartapesta al posto dei veri, grandi eroi. Fra questi personaggi inattuali ma salvifici, nel solco di Thomas Carlyle, Buttafuoco colloca una eccentrica trinità anti-illuministica, che comprende curiosamente il filosofo Heidegger, il pontefice Wojtyla e l'ayatollah Khomeini, definiti «tre fior di anticapitalisti», capaci di «travolgere uomini e cose nel passaggio dal materiale all'immateriale ». Non bisogna pensare a un anti-occidentalismo preconcetto, comunque, e tanto meno a una simpatia di Buttafuoco per la militanza dura e pura dei talebani afghani, se non addirittura per i fanatici di Al Qaeda. Si intuisce piuttosto, già nella dedica rispettosa a Giuliano Ferrara — il quale ieri ricambiava sul Foglio denunciando il suo «orrore ideologico», però «illuminato da scintille di bellezza» — che il saggio va letto secondo i canoni dell'espressività panflettistica, dell'eccesso colto, della passione esibita per il rito anche cruento, non escluso quello pagano, magari crudele, purché storicamente fondato ed esteticamente seducente. L'ammirazione plaudente al «trionfo barocco di Cordoba», al film di Mel Gibson sulla passione di Cristo, ai miracoli di Padre Pio e San Gennaro, alle meditazioni mistiche di Pavel Florenskij sino al carisma dell'islam «che sveglia l'istinto del Sacro da troppo tempo sopito in occidente», offrono al lettore illuminazioni e suggerimenti capaci di spiazzare fior di progressisti, politicamente impermeabili al pensiero reazionario. E tuttavia bisogna pur rilevare che l'ammirato Thomas Carlyle, con il suo culto romantico e antidemocratico degli eroi, è collocato dal liberale Hayek nel pantheon ideologico pre-nazista. La categoria della destra, cui Buttafuoco attribuisce la necessità di radicarsi nella Tradizione, oltre che «un'estetica guerriera e un codice aristocratico che è più o meno quello di Federico II o del Saladino», somiglia molto a un arcaismo concettuale; come del resto l'idea di una sinistra nel cui Dna Buttafuoco vorrebbe inscrivere una vocazione alla «sovversione» e al «laicismo ».
Quanto alla nostalgia del Sacro che pervade Cabaret Voltaire, certo l'eclissi denunciata da Buttafuoco rappresenta una perdita grave per l'umanità; altra cosa però è farne una bandiera da contrapporre in blocco ai valori democratici. Un filosofo religioso come Paul Ricoeur non ha ricordato forse che in ogni tempo il Sacro ha fatto la sua irruzione nel mondo anche attraverso la violenza e il terrore? Per cui distinguere fra un mito e l'altro, porre un argine alle pulsioni salvifiche e anteporre Locke all'eroico Saladino potrebbe non essere soltanto un'idea da piccoli borghesi.

Corriere della Sera 30.11.08
I poeti greci tradotti da Boncinelli
Uno scienziato rilegge i lirici
di Luciano Canfora


Il risultato ottenuto è una serie di testi sapienti e agguerriti

Uno scienziato poliedrico che si mette per anni, «nei ritagli di tempo», a tradurre un buon numero di frammenti dei lirici greci è un fenomeno inconsueto. Non mancano scienziati che mantengono un legame non solo affettivo con gli studi umanistici, ma solo una esigua minoranza tra di essi si cimenta con la traduzione dalle lingue classiche, e addirittura dal greco. Del tutto sporadico, se non inesistente, il fenomeno contrario: cioè la pratica delle scienze da parte degli studiosi dell'altra sponda.
Edoardo Boncinelli (nella foto), che frequentò a suo tempo un eccellente liceo, ci dà, in questi giorni, un libro di sue traduzioni dai lirici greci ( I miei lirici greci, Editrice San Raffaele, pp. 422, e
24). Ha dunque scelto di cimentarsi con gli autori più ardui tra i greci dell'età arcaica e classica. Soprattutto gli interessa Saffo che, insieme con Alceo, Alcmane e Anacreonte, occupa la gran parte di questa antologia.
«Ci restano spesso solo frammenti — osserva in apertura —, ma il loro fascino e la loro potenza poetica sono tali da renderli capolavori immortali». Qui Boncinelli sfiora la questione complicata del possibile apprezzamento di testi frammentarî. Questione che si ripresenta, non meno acuta, nel caso dei frammenti dei filosofi greci, in ispecie dei presocratici. Accade cioè che si finisca col trattare i frammenti come testi interi, volutamente brevi e quasi «oracolari ». Ovviamente è una illusione ottica, nella quale non si lascia irretire Boncinelli. Egli osserva infatti che — nel corso del tempo — c'è stata una valutazione sui generis per questo strano pulviscolo di «avanzi» provenienti da componimenti maggiori. Dicendo che la loro «potenza» li ha resi «immortali », infatti, Boncinelli intende probabilmente dire che quei frammenti — per lo più citazioni ad opera di autori successivi — furono non di rado trascelti, estratti dal loro contesto, da coloro che ce li hanno in tal modo conservati. E lo furono, comunque, per una loro speciale significanza.
Quei passi, prelevati dai loro contesti, a cura di eruditi, retori, critici letterari (Dionigi di Alicarnasso, l'autore del Sublime, lo stesso Aristotele etc.), rappresentano, visti nel loro insieme, già una antologia di «punti alti». Naturalmente le ragioni per cui parvero «alti» ai critici antichi possono non collimare con il nostro gusto. Resta però il fatto, come osservò una volta Tocqueville, che le letterature classiche furono strutturalmente prodotti di élite, riservati a cerchie molto ristrette ed esigenti, e che perciò stesso erano caratterizzate da una straordinaria ricerca di perfezione formale. Di qui l'impressione dei moderni di trovarsi di fronte a testi nei quali la ricerca formale è molto acuminata e regolata da norme riconosciute e accettate. (È per questo che si dovrà sempre dubitare dei moderni creduloni quando «rifilano» ad autori antichi componimenti particolarmente sconclusionati).
Come interprete, Boncinelli ha scelto, di fronte a poesie caratterizzate da uno stile «alto», un tono mediamente «elevato», anche quando la materia può apparire frivola. Il rischio era quello di produrre, di autore in autore, uno stile sostanzialmente uniforme. Ma è stato, per lo più, evitato. Il Boncinelli traduttore risulta dunque agguerrito e sapiente. Il trono Ludovisi sulla copertina sarà forse una scherzosa allusione alla costante insidia — per i moderni — dei falsi nell'arte ed ai sospetti che essi fatalmente ingenerano.

il Riformista 30.11.08
Centenari nasceva il 1 dicembre del 1908 il più grande antropologo italiano
Per De Martino è l'Occidente la terra del rimorso
di Guido Vitiello


Riletture. In un saggio del 1962 l'autore del "Mondo magico" anticipava il dibattito sul relativismo culturale. Esortando gli europei a non darsi troppo addosso, e a non abbandonare la "scelta della ragione".

Cartografo del «mondo magico»
Nato a Napoli appena tre giorni più tardi del suo "collega" Claude Lévi-Strauss (e morto nel 1965) Ernesto de Martino è stato il più importante antropologo ed etnomusicologo italiano. La sua prima grande opera è "Il mondo magico", pubblicata nel 1948, che indagava la natura e la funzione dei poteri magici. Seguirà una serie di studi dedicati alle civiltà contadine del Meridione e ai loro culti arcaici che perduravano a fianco del Cattolicesimo: "Morte e pianto rituale", sul lamento funebre in Lucania; "Sud e magia", sulla fascinazione e la fattura; "La terra del rimorso", sul tarantismo del Salento. Il saggio "Promesse e minacce dell'etnologia" (1962), più volte citato in questo articolo, è raccolto nel volume "Furore simbolo valore".

Ben prima che il saggista francese Pascal Bruckner parlasse del «singhiozzo dell'uomo bianco» e del masochismo degli europei, desiderosi di addossarsi il "fardello" di tutte le colpe del mondo, ci aveva pensato Ernesto de Martino a metterci in guardia sugli eccessi dell'autofustigazione culturale. E già, perché l'Occidente non è tanto la "terra del tramonto", dell'occasus, come vanno ripetendo da decenni le prefiche heideggeriane e spengleriane a suon di etimologie civettuole. È piuttosto la "terra del rimorso", il luogo di una contrizione e di una flagellazione interminabili. Certo, quando il grande antropologo nato cent'anni fa coniò quest'espressione, nel suo studio sul tarantolismo pugliese, si riferiva a uno scenario ben più ridotto: al Salento, alla Puglia, tutt'al più al Meridione d'Italia. Ma la «terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito», a ben vedere, è una formula appropriata per l'Occidente divorato dalle sue colpe storiche come Prometeo dalla leggendaria aquila. E impegnato in un inesausto «pianto rituale» di espiazione, via via degradato a piagnisteo.
Perché, non c'è dubbio, a furia di fustigare l'etnocentrismo va a finire che si diventa etnocentrifughi. Forse un giorno appenderemo nelle aule scolastiche il curioso atlante che i seguaci di André Breton s'inventarono negli anni Venti, Le Monde au temps des surréalistes. Un planisfero noncurante dei parametri geografici, ridisegnato secondo il capriccio primitivista dei «disfattisti d'Europa»: la Francia dei Lumi era ridotta a un punto, la sola Parigi; di tutta l'Europa non restavano che la Germania e l'Austria della Romantik e di Freud; scomparivano gli Stati Uniti, fagocitati tra il Messico e il Canada. L'Isola di Pasqua, con i suoi moai, i grotteschi mascheroni di tufo, appariva invece quasi più vasta del Vecchio Continente. Una nemesi carnevalesca della boria dell'Occidente colonialista, razzista, imperialista, spavaldamente persuaso della propria superiorità sugli altri popoli.
A questa (doverosa) nemesi la tradizione antropologica, che tanto deve alla temperie surrealista, ha offerto un contributo intellettuale immenso. Ha insegnato a ridimensionare l'albagìa dei bianchi, ha riscattato i popoli non europei dallo stigma di "barbari" o "selvaggi", ne ha illustrato i sistemi di pensiero e i costumi spesso raffinatissimi.
Il guaio è quando si passa il segno, e dal sano apprezzamento delle altre civiltà si arriva alla denigrazione sistematica della propria, trasformando la mappa del mondo reale nel masochistico atlante dei surrealisti. Ernesto De Martino, che pure ha dato un contributo di prim'ordine all'impresa di demolizione della boria eurocentrica, ne aveva tuttavia avvertito per tempo i pericoli. Che erano quelli di spazzar via per intero l'edificio dell'Occidente, in modo irresponsabile e indiscriminato. C'è un saggio di spaventosa chiaroveggenza, Promesse e minacce dell'etnologia, che risale al 1962 ma che attinge largamente a uno scritto di dieci anni prima. Se non sembra scritto oggi, poco ci manca. Non lo si cita spesso, non è certo tra le pagine predilette di certi lettori «etnocentrifughi» di De Martino, ma è uno straordinario documento di «battaglia delle idee» che prende di mira uno dei bersagli più ricorrenti del dibattito contemporaneo: il relativismo culturale estremo, l'idea che le civiltà siano disposte su un piano di assoluta parità, che il progresso sia una chimera, che il rapporto tra le culture non sia in nessun caso affare di gerarchie ma sempre e solo di "scarti differenziali". Una visione che il "quasi gemello" d'Oltralpe di De Martino, Claude Lévi-Strauss, aveva contribuito a forgiare, soprattutto nel saggio Razza e storia (1952) scritto su sollecitazione dell'Unesco, che gli valse i rimproveri di Roger Caillois.
Per De Martino la grande minaccia dell'etnologia è quella che si realizza allorché «il rapporto con l'etnos si dissolve in un alquanto frivolo défilé di modelli culturali, sospinti sulla passerella della "scienza" da un frigido apolide in funzione di antropologo infinitamente disponibile verso i possibili gusti culturali». Una grande sfilata di moda - neppure una gara di bellezza con voti e palette - in cui l'unico elemento d'interesse è la diversità delle civiltà, da ammirare senza sognarsi di giudicarle. Tutte, tranne una: la nostra, a cui spetta a fine sfilata un inappellabile pollice verso. In tutto questo De Martino riconosceva un venir meno al compito storico dell'Occidente.
«Mettere in causa il sistema nel quale si è nati e cresciuti non significa essere indefinitamente disponibili per rinunzie incaute e disinvolte», proseguiva De Martino. «Si "mette in causa" un certo patrimonio per meglio possederlo e accrescerlo, per distinguerne chiaramente l'attivo dal passivo, non per liquidarlo e annientarlo leggermente. Accade invece che, nel vuoto della coscienza storica delle scelte culturali dell'Occidente, l'incontro con l'etnos diventi una occasione di più per cancellare indiscriminatamente tali scelte, e soprattutto quella "scelta della ragione" che, attraverso i momenti storici della nuova scienza, dell'illuminismo e dello storicismo, ha reso possibile il configurarsi di un compito dell'uomo di scienza, e in particolare di un compito dell'etnologo». Questa "scelta della ragione" per De Martino, marxista ben poco chiesastico, andava rilanciata con convinzione, per«restituire alla tradizione occidentale, su vie radicalmente diverse da quella dello sfruttamento borghese, del colonialismo e del missionarismo, il passo eroico del suo destino unificatore».
Ernesto de Martino è stato un pensatore strano, inclassificabile, in virtù della sua curiosità onnivora. Di formazione crociana, diede spazio nel suo pensiero agli apporti più disparati: il marxismo e la psicopatologia, l'esistenzialismo e la fenomenologia di Heidegger, Sartre e Jaspers. Proprio per questo è stato così facile per molti «appropriarsene», spacciandolo di volta in volta come pensatore della "crisi" o come etnorelativista. Ma il caleidoscopio di letture (e di gerghi) di cui De Martino si giovò non lo distolse da una fedeltà di fondo alla tradizione illuministica e umanistica. Certo, tra i compiti dell'Occidente l'antropologo annoverava «il tramonto della determinazione borghese della civiltà occidentale, la liberazione dei popoli coloniali e semicoloniali, la unificazione socialista del nostro pianeta, la conquista degli spazi cosmici». Nondimeno, a conti fatti, la via del progresso gli sembrava passare sempre per il Vecchio Continente: «Malgrado gli elementi negativi, vistosi e spesso atroci, con cui la crisi si manifesta e si minaccia», suggeriva, «le alternative vitali che impegnano oggi il mondo si chiamano ancora Europa».

sabato 29 novembre 2008

Repubblica 29.11.08
Se vince Luxuria perde la Sinistra
di Giovanni Valentini

La vittoria di Vladimir Luxuria all´Isola dei famosi non è la rivincita del comunismo riciclato in salsa televisiva, bensì il trionfo della videocrazia, del potere che si fa televisione o viceversa. Ed è anche la sconfitta di una sinistra alternativa che, incapace ormai di coltivare la propria diversità sul terreno delle idee e dei valori, non trova di meglio che declinarla sul piano della sessualità.
Anche a rischio di essere scambiati per retrogradi o bigotti, si deve dire che quella di Luxuria (e di ciò che la sua figura rappresenta) è una resa alla mercificazione del reality; la sottomissione mediatica alla logica dello show; la subordinazione della politica allo spettacolo e all´esibizione di sé. Tutto ciò non giova certamente alla credibilità dei partiti, del Parlamento o delle istituzioni. Né tantomeno alla "questione omosessuale" che merita senz´altro maggiore rispetto e migliore considerazione, a cominciare proprio dal personaggio in questione.
Definita da Simona Ventura con un´enfasi da premio Oscar "una lama nel burro dei pregiudizi italiani", Luxuria non aveva bisogno di naufragare su un set artificiale per testimoniare la propria condizione, il proprio impegno civile e la propria sofferenza umana. Con l´ingresso in Parlamento, aveva scelto coraggiosamente di proiettare la sua storia personale sullo schermo della politica, richiamando l´opinione pubblica di destra e di sinistra a riflettere seriamente sul tema dell´omosessualità. E invece, con lo sbarco sull´isola, ne ha interpretato una versione ridotta e caricaturale, una parodia per il piccolo schermo della tv.
Avevamo già assistito in passato alle più svariate performances di deputati o senatori davanti alle telecamere e perfino alla metamorfosi di un ex presidente della Camera, come Irene Pivetti, prima in conduttrice televisiva, poi in show-girl e infine in ballerina. Ma la prestazione di Luxuria sull´isola dei finti naufraghi, premiata prima dal boom degli ascolti e quindi dal voto dei telespettatori, è destinata a rimanere negli annali come l´apice di una degenerazione della vita pubblica attraverso il video, con l´aggravante che in questo caso si tratta per di più della tv di Stato. L´ex parlamentare di Rifondazione comunista s´è incaricata di rappresentare così non tanto la fine di un´ideologia, quanto l´estinzione genetica di una specie culturale e politica i cui connotati principali d´identità erano il rigore, la riservatezza, la sobrietà: quella "virtù civile", insomma, di cui parla Viroli nel saggio che citiamo di nuovo all´inizio.
Sembra francamente improbabile che una tale vittoria mediatica possa produrre qualche effetto positivo, sul piano dell´immagine o su quello elettorale, a favore della sinistra cosiddetta antagonista. Ma purtroppo, al giorno d´oggi, non si può escludere neppure questo. E sarebbe, appunto, la sconfitta più mortificante.
Come meravigliarsi allora che in un Paese come il nostro, dove l´onorevole Luxuria vince all´Isola dei famosi, l´esimio senatore Villari resti abbarbicato alla poltrona di presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, nonostante il coro pressoché unanime che adesso l´invita a dimettersi? Non è forse, proprio lui, il più degno custode di una televisione pubblica che manda in onda tali distorsioni catodiche? A questo punto, Riccardo Villari rischia ormai di diventare un eroe nazionale, il leader riconosciuto dei voltagabbana, il campione assoluto dei combattenti e reduci. Chissà, anzi, che non si debba assistere prima o poi alla sua riabilitazione, beatificazione e santificazione.
Con questa epica resistenza, il presidente eletto e dimissionato della Vigilanza può aprire ora la strada alla più spettacolare normalizzazione della Rai, consentendo al centrodestra di impossessarsi definitivamente di viale Mazzini senza colpo ferire. Magari per confermare gli stessi consiglieri di amministrazione nominati in precedenza dal centrosinistra e addirittura lo stesso "presidente di garanzia", in carico all´attuale opposizione. O comunque, nuovi consiglieri di minoranza scelti però dalla maggioranza. E naturalmente, per insediare i fedelissimi di quest´ultima alla direzione generale, alla direzione delle reti e a quella dei telegiornali. Un intrigo di trasformismo e opportunismo che meriterebbe senza dubbio un serial televisivo.
Agli strateghi della nostra sinistra, riformista e massimalista, si può solo raccomandare di leggere un paragrafo di due paginette contenuto nel libro del collega Salvatore Giannella, intitolato Voglia di cambiare e pubblicato da Chiarelettere. Si racconta come ha fatto Zapatero in Spagna a sottrarre la tv pubblica al potere dei partiti.
La prima mossa è stata la riduzione dei costi: 4.150 dipendenti, su novemila, mandati a casa con prepensionamenti e indennizzi nel giro di due anni. Debito di 7.551 milioni di euro trasferito allo Stato. E infine, trasformazione dell´ente pubblico in una società anonima pubblica, con capitale statale e autonomia di gestione, sottoposta al controllo del Parlamento.
"Il nuovo modello ? si legge ancora nel libro di Giannella ? prevede la creazione di un consiglio d´amministrazione indipendente con maggiori funzioni e con più responsabilità rispetto al passato. Il consiglio è formato da dodici membri eletti con la maggioranza dei due terzi (quattro dal Senato e otto dalla Camera) e ha un mandato di sei anni in modo da non coincidere con la durata della legislatura. Anche il presidente viene nominato dal Parlamento (in precedenza lo nominava il governo)".
Non è, come si vede, la rivoluzione. Ma soltanto una ragionevole riforma, forse fin troppo graduale e prudente. Nell´Italia di Berlusconi, di Luxuria e di Villari, invece, la Rai è e resta ? per ora ? quella imposta dalla legge Gasparri. Una tv di Stato assoggettata alla partitocrazia, controllata dal governo con la complicità dell´opposizione e la partecipazione straordinaria della sinistra trasgressiva.

Corriere della Sera 29.11.08
Nuove alleanze Da Colombo a Lerner: più fiducia in Washington
Obama e la lotta al terrore La sinistra ora è americana
Il ruolo Usa e la risposta globale al fanatismo
di Maria Luisa Agnese

Siamo di nuovo tutti americani? E non solo perché con l'avvento dell'era Obama è più facile entusiasmarsi per il cambiamento globale. Ma perché i venti che spirano dal continente indiano non rassicurano sugli scenari futuri: suonano come un tentativo di condizionare da subito la nuova amministrazione americana — come lo fu nel 2001 con Bush e nel 1993 con Clinton — e spingono anche la sinistra a stringersi con più convinzione all'America. «Certo siamo tutti americani, anche se io non ho mai smesso di esserlo. E come potrei? La vita di metà della mia famiglia, mia figlia, i miei nipoti, coincide con la sicurezza americana; sono addolorato per quel che avviene anche se ora ho una speranza in più perché se prima era doveroso per me stare con l'America, ora è anche un gesto volontario perché so che quello che farà mi rappresenterà».
Furio Colombo scrittore e politico, ex direttore dell'Unità, tira un sospiro di sollievo dopo Bush e confessa di dormire più tranquillo da quando Obama è il futuro presidente, (parafrasando Jack Valenti che coniò la frase a favore del presidente Lyndon B. Johnson) perché sa che il traguardo si chiama «pace» e non «vittoria», dove pace non vuol dire «resa ma politica politica politica».
Più composti entusiasmi esterna fra gli intellettuali di area Ritanna Armeni, giornalista di carta e di etere, editorialista di Liberazione. «Dire che siamo tutti più americani mi sembra molto tagliato con l'accetta» commenta, anche se poi aggiunge di non essere mai stata anti-americana, «semmai anti- Bush; ma Bush non è l'America. Adesso non so quello che farà Obama, forse ancora non lo immagina neppure lui, è prudente perché sa che l'eredità è pesantissima e quello che è avvenuto in India dimostra che quell'area è ancora una polveriera».
Ma non è un po' troppo spiccio dire con Bush no, con Obama sì? Risponde Umberto Ranieri giornalista e politico (pd tendenza Letta Enrico). «Certo, e infatti penso che più che cittadini americani ci dobbiamo dichiarare cittadini del mondo globale: tutto il mondo è a rischio e deve scovare una strategia più sofisticata di quella guerra-contro- guerra che non è stata risolutiva». Ma se questa strategia oculata e composita dovesse prima o poi contemplare anche uno sforzo militare la comunità internazionale sarebbe pronta a sentirsi di nuovo arruolata «nella difesa attiva di pace e civiltà» come si è chiesto ieri in prima pagina il quotidiano margheritino Europa? Ranieri non lo esclude, ovviamente come ultima ratio, anche se avverte che è proprio scopo di questo terrorismo spietato quello di spingere Obama sul terreno che era di Bush: «Il loro calcolo è quello di mettere in crisi la risposta razionale ». Anche Gad Lerner sostiene che un presidente americano più aperto al mondo, che rinnega l'unilateralismo, potrebbe avanzare richieste precise: «Lo sapevamo in anticipo, non lo scopriamo oggi. Ma proprio perché Obama sa che si troverà a gestire il ridimensionamento del peso americano nel mondo, il declino dell' impero, lui agisce con prudenza, e l'intervento militare non sarà la sua prima opzione. Lo escludo».
Fatta questa premessa, Lerner rigetta la provocazione simil 11 settembre del «Siamo tutti di nuovo americani» come una semplificazione provinciale, e la ripropone con uno slogan di nuovo conio, che considera più appropriato al clima post 26 novembre: «Siamo tutti indiani, questi attentati mettono in discussione un esperimento molto ambizioso che mescolava Oriente e Occidente per far convivere democrazia e business in area asiatica, una vera alternativa alla Cina». Partito a cui si iscrive subito anche Furio Colombo («Mumbai è città allegra, in questi alberghi sarò stato almeno venti volte, i miei viaggi iniziavano o finivano là»). Ora non solo la sorte di quella democrazia è in bilico e tutti, americani, indiani, cittadini del mondo globale, siamo nella stessa barca a pensare a una reazione più furba dell'«occhio per occhio ».

Corriere della Sera 29.11.08
Scienza Spesso gli studiosi somigliano a Cristoforo Colombo: partono con un programma di ricerca e arrivano dove non si aspettavano
La matematica inafferrabile
Sfugge alle categorie dei filosofi e si spinge su territori inesplorati
di Giulio Giorello

«La biologia studia gli organismi viventi; l'astronomia i corpi celesti; la chimica la varietà della materia e i modi delle sue trasformazioni… ma che cosa studia la matematica?», chiede il grande matematico russo Yuri Manin, ora alla Northwestern University a Evanston nell'Illinois. La domanda sembra assillare non pochi studenti ai quali, forse, manca il coraggio di rivolgerla al loro insegnante. La differenza importante, però, è che Manin ha tentato una risposta: «La matematica ha a che fare con concetti che si possono trattare come se fossero oggetti reali».
Concetti che devono essere sufficientemente chiari da essere riconoscibili in ogni contesto in cui possano venire utilizzati, ma anche dotati di «forti potenzialità di connessione con altri concetti dello stesso tipo». Tali connessioni possono a loro volta assurgere a oggetti, iniziando «una gerarchia di astrazioni» che in linea teorica non ha fine: così, per esempio, l'algebra ha fatto diventare le operazioni aritmetiche i suoi nuovi oggetti, ecc. Salendo in questa gerarchia, comunque, non si perde il contatto con la realtà: decollando dal loro terreno di origine le nozioni matematiche si rivelano capaci di applicazioni insospettate, sia nella spiegazione dei fenomeni naturali sia nell'intervento tecnologico. Pensiamo alla lunghissima storia che lega la prima attività del contare — coi vecchi e familiari numeri interi uno, due, tre ecc. — ai computer superveloci. Qualche millennio fa alcuni «protomatematici», ovvero prudenti pastori e sagaci amministratori, «numeravano pecore in fenicio», per dirla con una battuta del poeta Ezra Pound; oggi potenti apparati di calcolo contribuiscono a dimostrare sofisticate congetture, realizzando un'economia di pensiero che cambia la natura stessa del lavoro umano.
Questo e altri aspetti della ricerca matematica sono messi in luce dall'articolo di Manin che apre il secondo volume della serie (di quattro) La matematica, a cura di Claudio Bartocci e di Piergiorgio Odifreddi (Einaudi). È dedicato a Problemi e teoremi, cioè alla linfa vitale di un'attività che forse più di ogni altra, a parte la musica, è insieme comprensione scientifica e opera d'arte, costruzione linguistica ed espressione di razionalità. Il lettore vi troverà la storia delle grandi congetture che hanno resistito agli sforzi umani per decenni o addirittura secoli, cedendovi solo di recente, come «l'ultimo teorema di Fermat» (dimostrato da Andrew Wiles) o la congettura di Poincaré (dimostrata da Grigori Perelman), e quelle che ancora restano delle sfide aperte all'immaginazione di coloro che amano leggere nel grande libro matematico del mondo. È il caso, per esempio, della celebre «ipotesi di Riemann», cui è dedicato nel volume il bel saggio di J. Brian Conrey. E tutti i collaboratori mostrano come problemi e teoremi possono anche venire immersi in «programmi di ricerca», simili, per certi versi, a carte geografiche in cui alcune aree sono raffigurate con notevole chiarezza (sono quelle da dove partiamo: gli elementi di cui siamo sufficientemente sicuri), mentre altre vengono ricostruite sulla scorta di analogie (sono le «terre incognite»: i nuovi settori da investigare) — sicché le indagini qui assumono i caratteri dell'avventura, non troppo diversamente dall'impresa di Colombo. Com'è noto, questi si sbagliò nel suo tentativo di raggiungere l'Oriente passando per l'Occidente; ma l'ostacolo che trovò sulla sua rotta verso le Indie doveva rivelarsi un continente ricco di risorse inaspettate. E — dal calcolo infinitesimale alle geometrie non euclidee, dalla teoria dei numeri allo studio delle probabilità, dalle matematiche combinatorie alla topologia generale — l'impresa dei matematici ha saputo trovare la sua «America della conoscenza ». Si è trattato di un tipo di esplorazione così vario e complesso da rendere impossibile una rigida definizione dell'essenza della matematica. Sono stati soprattutto i filosofi a cimentarsi in questa impresa degna del despota Procuste; ma appena ne avevano tracciati i confini, si accorgevano che ne era rimasta esclusa una qualche componente di grande rilevanza e fascino. E forse la matematica è simile a un organismo vivente, che non si può costringere in uno spazio angusto, come faceva quel mitico tiranno, senza ucciderlo.
Un po' malignamente Manin osserva come, al tempo dell'antica Roma, che si veniva aprendo sempre di più alla cultura greca e a quella orientale, la matematica non ebbe grandi riconoscimenti: i valori imperiali di coraggio, onore, gloria, disciplina le lasciavano poco spazio. Colpa degli stessi matematici? Quando si mettono al tavolo e iniziano a lavorare, essi «dimenticano valori in conflitto come autorità, efficienza, ambizione, fede e così via». Ma questa indipendenza è il segreto della loro forza: non solo nei confronti del potere, ma anche della stessa filosofia, che talvolta cerca di rinchiudere l'animale matematico in gabbia, salvo accorgersi che, appena serrato il chiavistello, questo è evaso.
Dobbiamo allora rinunciare a qualsiasi filosofia della matematica? O magari a qualunque filosofia, senza ulteriori qualificazioni? Le categorie filosofiche, al contrario dei concetti matematici, difficilmente diventano «oggetti» di quel tipo di indagine operativa che consente al matematico di trovare «al di là della superficie delle apparenze» (come diceva Bernhard Riemann) connessioni profonde tra campi apparentemente scollegati. Né esse hanno l'incisività delle idee portanti della fisica o della biologia — capaci di rinnovare di continuo ingegneria e biotecnologie. E infine, se è la matematica a innervare concettualmente l'impresa della conoscenza, c'è ancora bisogno di una filosofia che ci dica lei che cos'è la razionalità, e che cos'è la realtà?
Mi ricordo che (un po' di anni fa) il mio maestro e amico Ludovico Geymonat, di formazione sia filosofica che matematica, ammoniva noi giovani a non cadere nella trappola di definizioni frettolose, guardando invece alla «effettualità» della pratica matematica (tra l'altro, segnalo che Bollati Boringhieri ha ristampato, di Geymonat, la Storia e filosofia dell'analisi infinitesimale, in origine 1948, con una nuova introduzione di Gabriele Lolli, che bene mostra come quel libro non sia affatto invecchiato).
Alle prese con problemi formidabili, armato degli strumenti concettuali che la tradizione gli fornisce, ma al tempo stesso sospettoso di tutto quello che viene dato semplicemente per scontato, il matematico creativo è davvero il cittadino di un paese ove «regna la libertà», come diceva Georg Cantor, che edificò nell'Ottocento l'imponente teoria dei «numeri infiniti», nonostante l'ostilità di autorevoli colleghi e le perplessità di importanti filosofi. Glossa Manin: questa libertà è «la libertà di scelta tra alternative incompatibili», e perciò — aggiungerei io — è un'assunzione di responsabilità. E dove c'è libertà c'è anche spazio per la (buona) filosofia.

il Riformista 29.11.08
Università. Approvato il decreto. Opposizione indecisa e divisa
Il Pd riesce a far fare bella figura alla Gelmini
di Mario Ricciardi

L'approvazione al Senato del decreto sull'università proposto dal governo segna una vittoria per Maria Stella Gelmini. Non c'è dubbio, infatti, che la titolare dell'Istruzione è riuscita a chiudere con abilità - e senza perdere l'iniziativa - una partita difficile. Meno bene ne esce il Pd. Infatti, dopo aver fatto gesti distensivi, che lasciavano intendere la possibilità di una conversione bipartisan del decreto, il principale partito dell'opposizione ha votato contro. Senza una spiegazione chiara e con il dissenso di un suo autorevole esponente, Nicola Rossi, che è uscito dall'Aula per non partecipare al voto.
Come siamo arrivati a questo risultato? Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro, ritornando alla fine dell'estate, quando Walter Veltroni ha individuato in Maria Stella Gelmini l'anello debole del governo, quello che poteva essere colpito con la speranza di spezzarlo. Così nasce una strategia che, rinunciando quasi completamente a presentare e difendere un programma alternativo a quello del governo per scuola e università, puntava tutto sulla speranza che un autunno caldo per il dicastero di viale Trastevere si trasformasse in una sconfitta per Berlusconi e i suoi alleati e in un vantaggio per il Pd. Tuttavia, scommettere sull'Onda si è rivelato un grave errore. In primo luogo, perché il movimento di protesta nato nelle scorse settimane si è rivelato - come lasciavano intendere le sue prime manifestazioni - piuttosto confuso. Prive di un senso politico, le proteste studentesche hanno esibito il solito catalogo di intemperanze, lamentele, disagi esistenziali e sfoghi creativi con cui siamo familiari da anni. Ben lungi dall'essere il nuovo Sessantotto di cui alcuni hanno vaneggiato, l'Onda ha solo increspato un po' le acque. Anche perché, e questa è la novità politica degli ultimi mesi, stavolta la solita protesta d'autunno contro le "riforme" di scuola e università ha trovato un interlocutore meno disposto a lasciarsi chiudere nell'angolo.
Con abilità di cui bisogna darle atto, Maria Stella Gelmini è partita al contrattacco riuscendo a trasformare la sua debolezza in forza. Prima ha presentato una serie di provvedimenti sulla scuola, alcuni dei quali erano ispirati da esigenze di bilancio piuttosto che da un chiaro disegno di riforma, come interventi positivi. Attaccata su queste misure, la Gelmini ha reagito accentuando la dimensione di novità e di rottura con il passato delle proprie proposte. Dopo qualche settimana di polemiche, e grazie all'Onda, un pacchetto normativo minimalista è diventato a furor di popolo la "riforma Gelmini" della scuola.
Lo stesso schema si è ripetuto anche per l'università. Un decreto scritto in fretta - e male - per rispondere a una sollecitazione di Francesco Giavazzi si è riempito strada facendo di contenuti, alcuni dei quali sarebbero forse condivisibili ma avrebbero meritato più seria discussione, fino a diventare una sorta di miniriforma dell'università che interviene in modo significativo su diversi profili, dal reclutamento e alle progressioni di carriera di docenti e ricercatori fino al finanziamento delle sedi e alla ripartizione dei fondi. Anche in questo caso Maria Stella Gelmini ha trasformato una debolezza iniziale in un punto di forza, presentando i tagli imposti da ragioni di bilancio come iniziative in positivo, e cavalcando con abilità l'indignazione dell'opinione pubblica per certi episodi di malcostume accademico. Ci sarebbe da discutere, e ieri l'ha fatto - con ottimi argomenti - Massimo Marinucci, sul modo distorto in cui l'università italiana viene presentata in questi giorni da certi organi di stampa. La discussione seria e pacata su ciò che non funziona e sui modi migliori per migliorare la situazione è stata sostituita ormai da una caccia alle streghe in cui tutti coloro che appartengono alla "casta" accademica sono per ciò stesso sospetti, e probabilmente colpevoli, di ogni genere di nefandezze. In questo clima il Pd è apparso privo di una linea, oscillando tra la tentazione di accodarsi agli attacchi ai "baroni" e quella di correggere attraverso gli emendamenti le parti meno condivisibili di un decreto sull'università approvato in fretta e furia e senza un'adeguata riflessione. La scelta di non votare ieri è la nuova oscillazione del pendolo. Incomprensibile ai più, e verosimilmente destinata a essere raffigurata dai sostenitori della Gelmini come motivata dal desiderio di difendere i privilegi degli indifendibili "baroni". Insomma, un fallimento da cui nessuno può trarre giovamento. Certamente non il Partito democratico, probabilmente nemmeno l'università.

Liberazione 29.11.08
«Perché, da lavoratore, mi sento rappresentato da Vladimir»
di Bruno Carboni

Caro Piero, grazie al nostro giornale si è aperto un bel dibattito sulla partecipazione di Vladimir all' Isola dei famosi e se lei rappresenti realmente la nostra cultura politica. In primo luogo bisogna riconoscere a Vladimir il coraggio di rischiare in prima persona l'eventuale strumentalizzazione del suo essere diversa, consapevole delle posizioni di contrarietà alla sua partecipazione di una parte del partito e del mondo Lgbtq. Ma tutto questo non ha condizionato la sua scelta creando in noi (comunisti, e lavoratori), prima curiosità, poi passione ed infine una felicità immensa nel vederla trionfare. Dico queste cose perché anche io all'inizio ero titubante sulla sua partecipazione all' Isola . Poi incuriosito ho incominciato a seguire Vladimir, giorno dopo giorno, cercando di capire se la sua persona veniva percepita - a detta di altri - come un giullare di corte - e se sarebbe stata una umiliazione per lei, per noi una sconfitta.Ma giorno dopo giorno la mia curiosità diventava passione, mi rendevo conto che i suoi messaggi arrivavano in case di italiani che noi, pur facendo milioni di iniziative sulle problematiche del lavoro o dei diritti civili, non avevamo mai raggiunto. La gente per strada parlava e parla di lei non per la sua tendenza sessuale, ma perché la persona Vladimir ha toccato questioni importanti come l'intolleranza: ha spiegato che la convivenza tra persone diverse - che siano popoli, che siano di tendenza sessuale diversa o altro - si deve costruire ascoltandosi e confrontandosi nel rispetto reciproco, non tollerando. Ma la grande vittoria che ha avuto Vladimir è stata quando - io lavoratore, padre di tre figli piccoli che lotta ogni giorno col disagio sociale di non arrivare più alla terza settimana, uomo di partito che cerca di farsi ascoltare dai compagni per far capire quello che le lavoratrici e i lavoratori sopportano ogni giorno nei posti di lavoro e infine dirigente provinciale della Filcams Cgil Cagliari che all'interno del direttivo fa battaglie a difesa in particolare delle lavoratrici che operano nelle aziende di pulizie dove lo sfruttamento è ormai insopportabile anche all'interno di appalti pubblici - mi sono sentito rappresentato in modo inequivoco. Vedi, caro Piero, io vorrei partecipare al dibattito dicendo che ognuno di noi può contribuire a divulgare e creare opinione nella società, partendo sì dalla sua storia personale - fondamentale per la propria crescita politica e culturale - ma avendo anche la capacità di mettersi a disposizione delle altre sensibilità che il nostro partito vuole rappresentare. Secondo il mio parere Vladimir c'è riuscita. Ora permettetemi di dire che è venuto il momento che anche il resto del nostro partito, dal nazionale al territoriale, ascolti la società stando di più in mezzo alla gente (come mi sembra che stia avvenendo dal dopo congresso). Non si deve perdere tempo a farsi la guerra interna, ma ricordare a tutti che il nemico o avversario non è all'interno: è la destra populista che si è radicata nella nostra società.

venerdì 28 novembre 2008

Repubblica 28.11.08
Le torture di Bolzaneto


la prima parte di questo articolo non è disponibile in rete

Le violenze confermate anche nelle motivazioni della sentenza per il G8 Ora tocca alla polizia chiudere con la verità una pagina di vergogna della sua storia

(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
No, occorre che ogni gesto degradante (naturalmente provato) abbia un suo responsabile diretto (naturalmente identificato in modo inequivocabile).
Una fortunata coincidenza ci mette sotto gli occhi, nelle stesse ore, gli esiti del nuovo "diritto diseguale". A Roma il procuratore generale della Cassazione definisce «deviata» una cultura poliziesca che, identificando una persona che partecipa a una manifestazione, le attribuisce «tutti i reati commessi durante la manifestazione» (è accaduto l´11 marzo 2006 a Milano, in Corso Buenos Aires, durante una manifestazione antifascista). A Genova diventano pubbliche le motivazioni per le torture della caserma di polizia di Bolzaneto durante i giorni del G8, tra il 20 e 22 luglio 2001. E si legge che ? non c´è dubbio ? le violenze, le umiliazioni consumate in quella caserma e «pienamente provate avrebbero potuto ricomprendersi nella nozione di "tortura" delle convenzioni internazionali». Ma in Italia quel reato non c´è e allora bisogna accontentarsi di descrivere quelle prepotenze come «condotte inumane e degradanti». Sono comportamenti «che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica italiana e alla Carta Costituzionale, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle forze della polizia di Stato e della polizia penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere nella comunità dei cittadini». Epperò, dall´accertamento delle condotte vessatorie «non discende automaticamente che, di quelle condotte, debbano necessariamente rispondere tutti gli imputati». Ne risponderanno individualmente soltanto i responsabili diretti. «Purtroppo la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota. Scrivono i giudici: il limite di questo processo è rappresentato dal fatto che quei nomi, quelle facce, gli aguzzini non sono saltati fuori «per difficoltà oggettive, non ultima delle quali la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo"».
Non c´è dubbio che il procuratore generale della Cassazione e i giudici di Genova abbiano ragione: la responsabilità penale deve essere personale. C´è però una differenza non trascurabile: da un poliziotto ci si attende una leale collaborazione nell´accertamento dei fatti, non "spirito di corpo", non complicità, non omertà. Quei poliziotti, che hanno violato la Costituzione nelle vie di Genova, alla Diaz, a Bolzaneto avrebbero dovuto essere trascinati dinanzi al giudice dai loro stessi commilitoni. Al contrario, la storia dei processi di Genova è una parabola sempre uguale di connivenze, silenzi, reticenze, favoreggiamento, fughe dal processo come quella promossa proprio in questi giorni da un questore accusato di falsa testimonianza con l´allora capo della polizia Gianni De Gennaro. Se la polizia vuole finalmente chiudere con la verità una pagina di vergogna della sua storia, come ha promesso di fare il capo della polizia Antonio Manganelli, non ha che da rendere concreto il suo impegno accompagnandolo con l´agenda ragionevolmente proposta dal «Comitato verità e giustizia per Genova». Scuse formali dei vertici dello Stato alle vittime degli abusi e a tutti i cittadini; collocazione immediata dei condannati a ruoli che non comportino una relazione diretta con i cittadini; massima collaborazione con la magistratura per le inchieste ancora aperte. Da parte sua, il Parlamento discuta al più presto proposte di legge di "riforma" delle forze di polizia: l´obbligo per gli agenti in servizio di ordine pubblico di indossare codici d´identificazione; l´istituzione di un organismo indipendente cui denunciare eventuali abusi delle forze di sicurezza. Sono strumenti diffusi in molti paesi europei. Si può concordare che «l´esperienza di Genova dimostra che il nostro paese ne ha bisogno».

Repubblica 28.11.08
"A Bolzaneto ci furono torture indagini difficili per l´omertà"
G8, le motivazioni della sentenza. "Provati 13 tipi di abusi"
"Il pm è stato costretto a circoscrivere le condotte inumane e degradanti"
di Marco Preve


GENOVA - A Genova, nel luglio 2001, all´interno del carcere speciale di Bolzaneto, voluto in occasione del G8, fu commessa tortura. Può apparire sorprendente che a confermare quello che anche Amnesty International ha sempre sostenuto, siano le motivazioni di una sentenza, quella del processo di Bolzaneto appunto, che ha lasciato amareggiati chi si aspettava maggior coraggio da parte del tribunale chiamato a giudicare 45 imputati (15 condanne e 30 assoluzioni).
Eppure, nelle 441 pagine delle motivazioni del verdetto, depositate ieri pomeriggio, c´è scritto proprio questo, oltre al fatto che la polizia non ha collaborato nella ricerca della verità, che tutte le vittime hanno fornito resoconti non solo attendibili ma anche «prudenti», che tutti gli abusi «inumani e degradanti furono effettivamente commessi». Però, spiega il presidente Renato De Lucchi, per attribuire ai vertici la responsabilità di quanto avvenuto sarebbe stato necessario raggiungere la prova che gli stessi vertici fossero stati presenti ai fatti e avessero avuto perfetta percezione di quanto stava avvenendo. In ogni caso, Bolzaneto non è stata un´invenzione. Scrivono i giudici a pagina 311 «... la mancanza, nel nostro sistema penale, di uno specifico reato di tortura ha costretto l´ufficio del pm a circoscrivere le condotte inumane e degradanti (che avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata nelle convenzioni internazionali)». Ben 13 tipologie di vessazioni, violenze, abusi «sono risultate pienamente provate», dei testimoni i giudici lodano «genuinità e prudenza». Definiscono l´indagine dei pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati «lunga, laboriosa e attenta», ma «per difficoltà oggettive (non ultima delle quali... la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo")», «la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignota». Come due agenti particolarmente violenti soprannominati "il tigre" e il "tedesco", che l´omertà di corpo ha trasformato in fantasmi nonostante le precise indicazioni delle vittime.
Un quadro durissimo, ma dal quale mancano, secondo il tribunale di Genova, alcuni passaggi fondamentali relativi all´intenzionalità del dolo. E poi, spiegano i giudici, «anche in questo processo, quantunque celebrato in un´atmosfera caratterizzata da forti contrapposizioni politico-ideologiche sia sui mezzi di informazione che nell´opinione pubblica, sono stati portati a giudizio non situazioni ambientali o orientamenti ideologici, bensì, ovviamente, singoli imputati per specifiche e ben individuate condotte criminose loro attribuite nei rispettivi capi di imputazione, che costituiscono la via maestra da cui il giudicante non deve mai deviare, pena la violazione dell´altro cardine del nostro sistema di garanzie processuali rappresentato dall´articolo 24 della Costituzione». Il giusto processo, dove non si è potuto processare la tortura.

Corriere della Sera 28.11.08
Il G8 e la sentenza su Bolzaneto «La tortura ci fu, ma non c'è la legge»
di Erika Dellacasa


GENOVA — Nella caserma di Bolzaneto, dove vennero portati i manifestanti arrestati durante il G8 di Genova nel 2001, esponenti delle forze dell'ordine tennero «condotte inumane e degradanti», tradendo «il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica italiana e della Costituzione». Questo scrivono i giudici del Tribunale di Genova nella motivazione alla sentenza che ha condannato quindici poliziotti e ne ha assolti trenta per i gravi maltrattamenti inflitti ai no-global a Bolzaneto. In sintesi, ci fu tortura (i metodi usati, è scritto «a pieno titolo avrebbero potuto senza dubbio ricomprendersi nella nozione di tortura adottata dalle convenzioni internazionali») ma questo reato non è contemplato dal nostro codice quindi è stato adottato quello «inadeguato» di abuso d'ufficio. Inoltre la «scarsa collaborazione» delle forze dell'ordine ha fatto sì che non fosse possibile individuare con certezza gli autori dei singoli episodi di violenza. Per questo il Tribunale in nome della responsabilità penale individuale e della certezza della prova ha largamente assolto. Le 467 pagine di motivazioni depositate ieri sono però una dura critica al comportamento delle forze dell'ordine e alla loro «pessima» organizzazione.

il Riformista 28.11.08
Dopo la Diaz, liberi tutti «Assolvete gli estremisti»
Cassazione. Il Pg: «Esiste un'unica giustizia, anche per gli scapestrati».«Nel Paese c'è il rischio di una giustizia sommaria»


«Nel Paese c'è il rischio di una giustizia sommaria». A paventarlo è il sostituto procuratore generale della Cassazione Alfredo Montagna nel corso della requisitoria con la quale ha chiesto di annullare le condanne per devastazione nei confronti di 18 imputati appartenenti alla sinistra radicale che in primo e in secondo grado sono stati condannati a 4 anni di reclusione per devastazione in relazione agli incidenti accaduti a Milano in corso Buenos Aires l'11 marzo del 2006. La publica accusa della Cassazione, per sua stessa ammissione, ha fatto un riferimento implicito alle vicende accadute alla scuola Diaz durante il G8: «Esiste un'unica giustizia, non una giustizia che si applica a seconda delle qualifiche che si hanno».
Il pg si è rivolto così ai giudici della prima Sezione penale che dovranno decidere se confermare le pesanti condanne o riconoscere una pena ridotta per i soli reati di incendio e resistenza a pubblico ufficiale: «Ho la sensazione che nel paese nei confronti di ragazzi scapestrati si applichi una tutela attenuata rispetto a chi, non essendo un colletto bianco, non ha agganci su cui poter contare».
Non che il pg approvi quello che è accaduto alla manifestazione del 2006: «Se fossero andati i miei figli li avrei rimproverati - ammette Montagna - ma certo non li avrei mandati in carcere». E comunque, aggiunge, «la polizia è convinta che basti identificare i manifestanti per attribuirgli tutti i reati. Le forze dell'ordine quell'11 marzo del 2006 hanno fotografato di tutto e di più ma non hanno fornito le foto delle devastazioni. Perché? Questo non solo mi lascia perplesso ma soprattutto significa che non è stata raggiunta la prova oltre ogni ragionevole dubbio».

Repubblica 28.11.08
Tradotto il testo definitivo di "vita e destino" di Vasilij Grossman
Il romanzo della libertà
Uno scrittore contro i totalitarismi
di Cesare De Michelis


Il lungo racconto epico della guerra fu scritto negli anni Cinquanta, e sequestrato nel ´61, durante la destalinizzazione di Krusciov, per il parallelo tra Hitler e Stalin che ne emergeva
Si fece conoscere come scrittore del realismo socialista. Ma più tardi il suo lavoro sul genocidio nazista fu censurato e poi bloccato
Quando l´autore sovietico cominciò a vederci chiaro scrisse tutto quello che aveva visto, saputo, capito E l´ha pagata cara

L´edizione italiana finalmente condotta sul testo definitivo di Vita e destino di Vasilij Grossman (traduzione di Claudia Zonghetti, Adephi, pagg. 827, euro 34) è un evento paragonabile alla conoscenza integrale di altri grandi romanzi dell´epoca sovietica come Il Dottor Zivago di Boris Pasternak o Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.
Grossman (1905-1964) si fece conoscere trentenne come scrittore che interpretava al meglio i dettami del "realismo socialista" col racconto Gleckauf, dedicato alla vita dei minatori del Donbass, che attrasse l´attenzione del gran capo delle lettere sovietiche, Maksim Gor´kij; ribadí poi la sua fama con il romanzo Stepan Kolèugin (1941), sulla formazione d´un operaio bolscevico. Come tale venne fatto ben presto conoscere anche in Italia: Ettore Lo Gatto ne parlò brevemente ma con ammirazione nella sua Storia della letteratura russa (1942), e sulla prima rivista dell´Associazione Italia-URSS (La cultura sovietica, n? 2, ottobre-dicembre 1945); Angelo M. Ripellino presentò per primo in Italia la traduzione di un suo racconto, Anjuta, accompagnato da queste parole: «Le pene della guerra, la sua austera poesia, la passione, sono gli elementi essenziali degli scritti di Grossman. Più di chiunque altro egli ha rivelato le sorgenti dell´epopea di Stalingrado. Allo stesso modo che in tempo di pace, gli eroi di Grossman erano animati dal sogno della creazione; in guerra, i suoi ufficiali e soldati compiono prodigi di coraggio, ispirati dal sogno della vittoria».
Fu appunto la guerra, durante la quale fu corrispondente al fronte del giornale dell´esercito Kràsnaja Zvezdà (Stella rossa), che segnò il suo destino. Accanto a diversi articoli, saggi e bozzetti (tra i quali meritano d´essere ricordati almeno «Il popolo è immortale» e «L´inferno di Treblinka»), concepí difatti un vasto affresco bellico che doveva realizzarsi come "epopea di Stalingrado", e che gli avrebbe portato insieme profondi dolori e la grande fama che oggigiorno, a quarant´anni e passa dalla scomparsa, lo colloca tra i grandi autori del Novecento russo.
Il primo romanzo fu pubblicato nel 1952 ed era intitolato Per una giusta causa (un brano, "La notte del 21 giugno", fu tradotto da Pietro Zveteremich in Narratori russi moderni, Bompiani 1963); e ancora nell´anno della scomparsa dell´autore, la Breve enciclopedia letteraria sovietica gli dedicava una voce, a firma di Georgij Munblit, che lo lodava per il romanzo e informava il lettore che «negli ultimi anni aveva pubblicato una serie di racconti su varie riviste». Ma naturalmente non diceva una parola del fatto che da qualche anno a quella parte Vasilij Grossman, senza nessuna intenzione, s´era trasformato da valente scrittore del realismo socialista in pericoloso sovversivo, e che i suoi due ultimi romanzi (Tutto scorre e Vita e destino) non erano destinati ad essere letti dal pubblico sovietico.
Già quindici anni prima però Grossman era incappato nella censura.
Quella volta (1947) per via del lavoro documentario che, su istanza di Albert Einstein, aveva intrapreso assieme ad un altro scrittore d´origine ebraica (e ben più famoso di lui: Il´ja Erenburg), per testimoniare del genocidio nazista nei territori sovietici durante la guerra. Finché le operazioni militari erano in corso, tutti i mezzi erano buoni per la propaganda interna e per la solidità dell´alleanza internazionale; ma, a guerra finita, quel martirologio ebraico sembrò inopportuno a Stalin (che proprio in quegli anni intraprese la campagna contro il cosmopolitismo e il nazionalismo "borghese"), e l´imponente raccolta di tragici materiali venne prima sottoposta a revisione censoria, e poi fermata quando era già in bozze. E stata pubblicata quasi cinquant´anni dopo, nel 1994 (in italiano è uscita da Mondadori solo nel 1999, col titolo Il libro nero).
Vita e destino, scritto nel corso degli anni Cinquanta, e che come s´è detto doveva costituire la seconda parte dell´epopea bellica dopo Per una giusta causa, venne sequestrato nel 1961, durante la "destalinizzazione" di Krusciov, non appena l´autore l´aveva consegnato alla rivista Znamja (La bandiera) per la pubblicazione: il capo-redattore Vadim Kozevnikov l´aveva subito segnalato al KGB, spaventato al solo pensiero di poter apparire connivente.
Per intendere, oggi, la durezza della risoluzione presa, servirà ricordare non solo che l´anno dopo (novembre 1962) il Novyj mir (Mondo nuovo) pubblicò, col consenso preventivo di Krusciov, Una giornata di Ivan Denisoviè di Aleksandr Solgenitsyn, ma che anche il Dottor Zivago di Boris Pasternak era stato sí vietato, ma non sequestrato (il sequestro toccherà, dodici anni dopo, all´Arcipelago Gulag di Solgenitsyn).
Che cosa c´era di tanto terribile, nell´opera di Grossman? Il fatto è che il tema bellico aveva, e sempre più avrà negli anni successivi, una doppia valenza nella cultura sovietica: rappresentava da un lato una tragedia corale di popolo, rispetto alla quale si potevano dire anche cose difficili da dire in tempo di pace (da cui il successo non solo della narrativa di guerra di Konstantin Simonov, ma anche quella di Bulat Okudzava, o la raccolta delle poesie dei caduti in guerra, I versi rimangono in riga, 1958); ma d´altro canto era l´occasione per cementare il ruolo-guida del Partito, come ben sapeva Aleksandr Fadeev, che aveva dovuto riscrivere il suo romanzo La giovane guardia per eliminare l´impressione che l´iniziativa spontanea delle formazioni partigiane fosse più rilevante della strategia politica.
In un saggio sulla «Grande guerra patriottica» (come i sovietici chiamavano il secondo conflitto mondiale) nella cultura russo-sovietica Maria Ferretti ha scritto che «dal ricordo della guerra scaturivano due memorie opposte, antitetiche, che veicolavano due sistemi di valori inconciliabili, fondati l´uno sulla libertà che alimentava le speranze di una democratizzazione [del sistema sovietico], e la memoria della vittoria, che celebrava invece lo Stato autoritario» ("La memoria spezzata", Italia contemporanea, XII, 2006).
Figurarsi poi se dalla nuda e cruda rappresentazione dei fatti, sostenuta da una lucida capacità di coglierne le ragioni profonde, dalle macerie fumanti di Stalingrado emergeva un parallelo tra il nazismo di Hitler e il bolscevismo di Stalin: «Di quale speranza si può parlare - scriveva Efim Etkind, presentando la prima edizione di questo romanzo, nel 1984 -, se siamo posti di fronte a due campi che come specchi si rimandano un´identica immagine?». Allora, «la confisca di un romanzo - insisteva Etkind - è il più alto riconoscimento che il potere dello Stato possa accordare ad un´opera letteraria; l´immaginazione dell´autore viene collocata al livello stesso della realtà; le riflessioni dello scrittore diventano divulgazione di segreti di Stato».
Nell´archivio dell´amico Semen Lipkin (1911-2003), che scrisse anche lui della guerra (La nave di Stalingrado, 1943) ma soprattutto ha dedicato un libro a Vita e destino di Vasilij Grossman (1984), è conservata la lettera che Grossman scrisse a Krusciov, a un anno dal sequestro del libro. In quella lettera, tragica e per certi versi disperata, Grossman diceva tra l´altro:
«Perché è stato posto il divieto sul mio libro che forse, in qualche misura, risponde alle esigenze interiori dei sovietici, un libro dove non c´è menzogna né calunnia, mentre c´è verità, dolore, amore per gli altri, perché mi è stato confiscato con metodi di violenza amministrativa, è stato segregato, da me e dagli altri, come un assassino colpevole? [.] Non basta: mi è stato raccomandato di rispondere alle domande dei lettori di non avere ancora terminato il lavoro sul manoscritto, che ci vorrà ancora molto tempo. In altre parole, mi è stato proposto di dire il falso».
Per comprendere il rilievo del lascito morale che l´opera di Grossman ha trasmesso anche alla Russia post-sovietica, ricorderò il seguente aneddoto che Benedikt Sarnov narra ne Il caso Erenburg (2004): il poeta Boris Sluckij gli chiese una volta chi avesse vissuto più da giusto, se Erenburg o Paustovskij, e alla sua ovvia risposta («Naturalmente Paustovskij»), Sluckij gli replicò che no, non aveva ragione, e se Erenburg aveva praticato tanti compromessi «quante persone però aveva aiutato». Ricordando l´episodio, Sarnov commenta: «Ma che cosa avrei detto se mi avesse posto il dilemma tra Erenburg e Grossman? Avrei risposto senza tentennamenti: - Naturalmente Grossman! Si, Grossman era più libero. Non chiamò mai la cecità un espediente. Quando cominciò a vederci chiaro scrisse di tutto quello che aveva visto, saputo, capito. E l´ha pagata cara».

Repubblica 28.11.08
Il dittatore pensava di poter contare sulla tradizione cristiana
Hitler, la chiesa e l’antisemitismo
di Giovanni Miccoli


La rarità di pubbliche voci di dissenso ecclesiastico verso la politica antiebraica confermavano ai nazisti che non ci sarebbe stata opposizione dell’episcopato

l resoconto che monsignor Berning, vescovo di Osnabreck, scrisse per i suoi confratelli su ciò che Hitler aveva detto della «questione ebraica» nel corso di un incontro con una delegazione episcopale il 26 aprile 1933, attesta una sorta di sintonia di fondo con settori non irrilevanti del mondo cattolico (...): «Hitler parlò con calore e calma, qua e là pieno di fervore. Contro la Chiesa non una parola, solo apprezzamento per i vescovi. Sono stato attaccato per il mio modo di trattare la questione ebraica. Per 1.500 anni la Chiesa ha considerato gli ebrei come esseri nocivi, li ha esiliati nel ghetto eccetera, in quanto ha riconosciuto ciò che gli ebrei sono. Al tempo del liberalismo non si è più visto questo pericolo. Io risalgo nel tempo e faccio ciò che si è fatto per 1.500 anni. Io non metto la razza al di sopra della religione, ma vedo nei membri di questa razza esseri nocivi per lo Stato e la Chiesa, e forse fornisco così al cristianesimo il più grande servizio; da qui il loro allontanamento dall´insegnamento e dagli impieghi statali».
Hitler non mentiva ma era solo reticente quando affermava di non mettere la razza al di sopra della religione: ne faceva infatti una componente costitutiva di essa, pur ironizzando sulle fumisterie dell´ideologia völkisch. Né aveva difficoltà a richiamarsi alla tradizione ecclesiastica per le misure adottate contro gli ebrei. (...) Non a caso Karl Lueger e le agitazioni di massa promosse contro gli ebrei a Vienna dai cristiano-sociali figurano nel Mein Kampf tra i suoi modelli, anche se il loro limite restava per lui di aver fondato il loro antisemitismo non sulla razza ma su una visione religiosa. E probabile che egli pensasse davvero di poter in qualche modo contare, nella lotta contro gli ebrei, sulla tradizione antiebraica cristiana. (...)
Il calcolo, entro certi limiti, non era sbagliato. Non è privo di significato il fatto che monsignor Berning non trovò difficoltà né avanzò obiezioni di fronte alle affermazioni e ai propositi di Hitler. (...) quei propositi non erano certo tali da poterlo particolarmente inquietare: per decenni voci autorevoli della pubblicistica cattolica avevano avanzato proposte non dissimili. La rarità di pubbliche ed esplicite voci di dissenso da parte della Chiesa nei confronti della politica antiebraica (...) non potevano non confermare Hitler e i dirigenti nazisti nell´opinione che, su tali questioni, nessuna seria opposizione sarebbe venuta loro dall´episcopato.
In quei primi mesi del potere nazista la Santa Sede e la Chiesa cattolica tedesca si mostrarono dunque concentrate soprattutto a tutelare la propria condizione in Germania. (...) Non va dimenticato il ripetuto, esplicito riconoscimento espresso da Pio XI nei confronti di Hitler dopo la sua nomina a cancelliere il 30 gennaio 1933 e già prima della vittoria elettorale del 5 marzo: «Hitler è il primo e unico uomo di Stato che parla pubblicamente contro i bolscevichi. Finora era stato unicamente il papa». Meriterebbe da questo punto di vista analizzare con cura le informazioni contraddittorie sul nazionalsocialismo e le sue imprese che nei primissimi anni Trenta e anche dopo la sua conquista del potere pervenivano alla segreteria di Stato e di cui la documentazione vaticana offre ricca testimonianza. (...) Spiaceva che con gli ebrei e l´ebraismo si colpissero e si rifiutassero capisaldi della tradizione cristiana come il Vecchio Testamento, spiacevano certi metodi di lotta, spiaceva soprattutto che le misure adottate si fondassero su premesse ideologiche che si ispiravano ad un razzismo estremo, sostanzialmente incompatibile con il credo cristiano. Nelle famose prediche dell´Avvento del 1933 il cardinale Faulhaber scese perciò in campo a difesa del Vecchio Testamento e della tradizione cristiana, Rosenberg e il suo Mythus des XX. Jahrhunderts, così come i maestri del neopaganesimo germanico, divennero il bersaglio di molta pubblicistica cattolica. Ma ci si guardò bene dal coinvolgere nella polemica e nella condanna l´antisemitismo. Non erano del resto pochi a ritenere che, se vi era un antisemitismo razzistico vietato ai cattolici, ne esisteva un altro, spirituale ed etico («geistiger und ethischer»), che era «stretto dovere di coscienza di ogni cristiano consapevole», come scrisse il vescovo di Linz, monsignor Gfvllner, nel gennaio 1933, in una pastorale che ebbe larga diffusione negli ambienti cattolici europei.

Corriere della Sera 28.11.08
Elezioni studentesche Trionfo dei ragazzi di An di «Azione universitaria». Il ministro: i giovani con il governo
La Sapienza va a destra, esulta la Meloni
di Fabrizio Caccia


ROMA — Per il fronte pro Gelmini si tratta di rivincita: «Alla Sapienza, una valanga di destra ha seppellito l'Onda, Azione universitaria ha preso più voti delle liste di sinistra», esulta Giovanni Donzelli, leader degli universitari di An. In effetti, nell'università più grande d'Europa (140 mila iscritti), dove l'Onda praticamente è nata, dalle urne ieri è uscita la sorpresa. Gli studenti sono andati a votare per eleggere i loro rappresentanti nel Senato accademico e nel Cda. Otto liste in gara e un risultato netto: rispetto all'ultima consultazione (2005) per la sinistra è stata una débâcle. Ai primi tre posti si sono piazzate le liste del centrodestra
(Vento di cambiamento vicina al rettore Frati e prima con 3 mila voti, poi i ciellini di Lista aperta, quindi Azione universitaria,
grande sconfitta nel 2005).
Anomalia Sapienza, invece, la lista dei Collettivi (motore dell'Onda) è risultata appena la quinta forza (1200 voti), scavalcata pure dai moderati di Sapienza in movimento, forza ambientalista che nel 2005 arrivò seconda (e i Collettivi quarti con 500 voti in più). Ma peggio sono andati gli Studenti democratici
(Pd) e quelli dell'Udu (Cgil) che non han beccato nemmeno un seggio. Tutto il contrario, per dire, di quanto successo nel 2007 alla Statale di Milano: dopo vent'anni di predominio Cl, s'è imposta Sinistra Universitaria. Così, ora, sfotte l'Onda anche Gaetano Quagliariello (Pdl): «Un tempo si diceva piazze piene, urne vuote...». E il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, aggiunge: «La maggioranza degli studenti dimostra di condividere le iniziative intraprese sinora dal governo». Replica Pina Picierno, Pd, responsabile delle Politiche giovanili: «È inaccettabile che un ministro tenti di strumentalizzare il voto degli studenti».
Attenti, però: i votanti alla Sapienza sono stati appena 13.348 (su quasi 140 mila studenti) cioè il 10,6 per cento degli aventi diritto. Alle ultime elezioni (maggio 2005) votò il 12,7 per cento (18.667). Insomma, astensione fortissima: «Mi sorprende che si possa parlare di maggioranza quando ha votato solo una minoranza», osserva Giovanni Amelino Camelia, ricercatore di Fisica. Concorda lo scienziato Giorgio Parisi: «Anche nel '68 la maggioranza stava con il movimento ma non andava a votare, perché rifiutava questa forma di democrazia rappresentativa». Francesco Brancaccio, uno dei leader del movimento 2008, taglia corto: «L'Onda non ha mai pensato di candidarsi, perché non la rappresenta nessuno. L'entusiasmo del centrodestra è grottesco ». E comunque l'Onda non s'arresta: ieri blitz a Milano al Piccolo Teatro e a Palazzo Reale (al grido «la cultura è gratis») e autoriduzioni a Roma al teatro Valle e alla mensa di via De Lollis (posti e pasti gratis in nome del welfare). Oggi, poi, si torna in piazza: due cortei nel centro di Roma («la città è stanca di questa situazione», lo sfogo del sindaco Alemanno). Non si esclude neppure una pacifica incursione nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico. A La Sapienza, naturalmente.

il Riformista 28.11.08
Lettera a Dagospia
Lady Lella, i salotti e la ricchezza
di Fabrizio d'Esposito


Tra le pagine dell'ultimo capitolo del comunismo italiano d'inizio millennio, si rischia di trovare qualche capello biondo di Valeria Marini. La Jessica Rabbit rivale di Rita Rusic nei tormentoni amorosi con il trottolino Cecchi Gori è stata infatti la migliore amica di Vladimir Luxuria sull'Isola dei famosi. Arrivata come ospite speciale, ha contribuito alle strategie che l'ex deputata di Rifondazione ha messo in atto per edificare con successo il socialismo esotico sull'atollo di Cayo Paloma. Come se non bastasse, poi, un'altra amica della Marini, Gabriella Fagno detta Lella e coniugata Bertinotti, in questi giorni freddi di novembre ha preso carta e penna per vergare una lettera in cui difendere se stessa, il marito, il cashmere e finanche Valeria dalle cupe accuse di lusso e mondanità. E la preziosa missiva non è apparsa su "Alternative per il socialismo", dotta e ponderosa rivista bimestrale fondata dal consorte Fausto, bensì sul più letto e meno alternativo Dagospia.
Prosegue dunque lo show della sinistra rosa dura e pura. Dopo l'exploit di Luxuria all'Isola, che ha prodotto fiumi d'inchiostro sul rapporto tra il tubo catodico e la falce e martello, adesso tocca a Lella Bertinotti. Lo scoop del sito Dagospia inizia così: «Illustre Roberto D'Agostino, siccome in più occasioni si è, con qualche malizia, occupato di vicende private che mi riguardavano e riguardavano la vita di coppia con mio marito, vorrei portarla a conoscenza di una lettera che ho scritto a un giornalista che, con il suo stesso spirito, se ne è occupato».
Una corrispondenza privata, quindi. Ma con chi? Dagospia accosta il manoscritto di lady Bertinotti a una maliziosa foto in cui si vede la stessa Lella che bacia la mano a Paolo Mieli, direttore del "Corriere della sera", e a un caustico articolo di Aldo Grasso sul Magazine: «La sciura Lella e il silenzio». La pista giusta, però, sarebbe un'altra. La moglie di Bertinotti avrebbe indirizzato la lettera a Riccardo Barenghi, la Jena traslocata dal "manifesto" alla "Stampa" e che per Fazi ha pubblicato "Eutanasia della sinistra", includendo i salotti frequentati da Lella e Fausto tra le cause della catastrofe massimalista. Scrive Gabriella Fagno in Bertinotti: «Sono stata, per oltre trent'anni, la moglie di un sindacalista che ha trascorso i suoi primi cinque anni in un territorio periferico della provincia di Novara lavorando nel sindacato tessile. In quel tempo ai sindacalisti non venivano versati i contributi assicurativi e previdenziali. La sua retribuzione era di quarantamila lire al mese quando lo stipendio di un qualsiasi impiegato era di ottanta-novantamila lire».
La lettera si divide in quattro paragrafi: «Sindacato e percorso politico», «Agi», «Frequentazioni», «Eleganza, cashmere, Mondanità». Insomma, una vera memoria difensiva per confutare il tribunale del popolo e del pettegolezzo. Lella Bertinotti spiega che la casa in cui vive con il marito è stata comprata con il mutuo, «che finiremo di pagare nel dicembre 2008, e grazie a «quarantatré anni di lavoro comune». E il famoso casale di campagna in Umbria è costituito da «due pezzi di casa di contadini uniti da una veranda». Ancora: il figlio e la nuora vivono in affitto perché «non possono e non possiamo permetterci di acquistare un appartamento». Infine: mai vacanze alle Maldive o Barbados o Seychelles e il 55 per cento degli emolumenti parlamentari versato sempre al partito.
Sublime la contabilità dei salotti e delle amicizie: dalla Angiolillo due volte in ventitré anni, dalla Verusio il doppio, cioè quattro, e se con la Sospisio c'è stata una maggiore frequentazione è «perché siamo entrambe psiuppine». E veniamo alla Marini: anche lei vista non più di «tre o quattro volte l'anno» in ogni caso «senza imbarazzo alcuno» perché è una «donna sensibile e intelligente» nonostante non abbia letto i tremila libri «necessari per essere presa in considerazione da un certo mondo». L'epilogo è caldo come il primo e unico maglione di cashmere che lei donò al marito nel 1995. Di colore rosso lo comprò al mercato dell'usato di via Sannio a Roma, pagandolo venticinquemila lire. E se in seguito Fausto ha sfoggiato altri capi della stessa lana è solo perché gli amici per prenderlo in giro gli regalano un maglione e una sciarpa a ogni compleanno. Tutto qui. Niente lussi, niente vita dorata. Ma ancora «un letto di bandiere rosse». Hasta la victoria ed el cashmere siempre. «La nostra vita è sinistra».