venerdì 30 gennaio 2009

l’Unità 30.1.09
La Francia in piazza per la prima risposta al piano Sarkozy
di Gianni Marsilli


La prima vera risposta sociale a Nicolas Sarkozy da quando è stato eletto: tre milioni in piazza, secondo le organizzazioni dei lavoratori. Dipendenti pubblici e privati hanno scioperato contro il piano anti-crisi del governo.
Erano 300mila a Marsiglia (24mila secondo la polizia), 50mila a Lione (20mila), 80mila a Bordeaux (34mila), centomila a Parigi (65mila), e decine di migliaia in tutti i centri del paese, per un totale di quasi duecento manifestazioni. In tutto quasi tre milioni per i sindacati, meno di un terzo per la polizia. Ma la solita guerra di cifre non ha nascosto l'evidenza: le piazze francesi si sono riempite, i luoghi di lavoro si sono svuotati. Certo, in misura diseguale. Gli insegnanti di primarie e secondarie hanno scioperato in maniera massiccia, a livello del 70 per cento. Il settore privato - automobile, distribuzione, banche, telecomunicazioni - ha partecipato molto più del solito, per quanto difficilmente quantificabile. I lavoratori dei trasporti, è vero, non hanno paralizzato il paese. Treni, metrò, aerei, per quanto in misura ridotta, hanno assicurato il servizio minimo, rispettando così la legge «anticaos» approvata da pochi mesi. Secondo la direzione delle ferrovie, si è astenuto dal lavoro quasi il 40 per cento dei dipendenti. Percentuali analoghe alle Poste e nei pubblici ospedali, anch'essi sorretti da un servizio minimo garantito. Un quadro che ha consentito a François Chereque, segretario generale della Cfdt, una delle tre grandi centrali (paragonabile alla nostra Cisl), di rivendicare «la più grande giornata d'azione dei lavoratori da una ventina d'anni a questa parte».
IL PS NEI CORTEI
«Ce n'est pas au salariés/de payer pour le banquiers»: questo lo slogan più riassuntivo delle manifestazioni. A Parigi si sono aggiunti al corteo anche i dirigenti socialisti. Per Martine Aubry, da poco alla testa del partito, il segnale inviato a Sarkozy è netto: «Gli mandiamo a dire che adesso basta, che è ora di cambiare politica». Il Ps chiede maggior sostegno ai consumi e un controllo più rigoroso dei fondi destinati alle banche: «Lo Stato le finanzia, ma non entra nei consigli di amministrazione». Da parte governativa si è lasciato dire e fare senza polemizzare. Anzi, c'è stato chi - come il neoministro agli affari sociali Brice Hortefeux - ha giudicato «necessaria» la mobilitazione di ieri. Sarkozy, che dalla sua agenda ieri aveva depennato tutti gli impegni pubblici, si ripromette di parlare più tardi, nel corso del mese di febbraio, nel corso di un lungo intervento televisivo «pedagogico».
Priva di un obiettivo preciso (se non quello di «rimettere a zero la diagnosi e le soluzioni individuate per la crisi», come dice Bernard Thibault, il leader della Cgt), la protesta è stata innanzitutto una prova di vitalità sindacale. Non facile da fornire, in un Paese in cui il tasso di sindacalizzazione non supera il 7 per cento nella funzione pubblica e il 4 per cento nel privato. In secondo luogo è stata la manifestazione di un crescente malcontento politico: «I francesi non si sentono rispettati dal modo in cui sono governati», denuncia il centrista François Bayrou. Da oggi i sindacati discutono di un eventuale seguito. Ma la parola nei prossimi giorni passerà a Sarkozy e al suo governo.

l’Unità 30.1.09
Il lefebvriano: camere a gas utili per disinfettare
I rabbini: in carcere
di Umberto De Giovannangeli


Le camere a gas? «Sono esistite per disinfettare...». E ancora: «Noi non riconosciamo il Concilio Vaticano II». Altro che ripensamenti. I lefebvriani insistono e sfidano lo stesso Benedetto XVI.
«Il posto di chi nega la Shoah deve essere in carcere, e non fra i leader religiosi» La considerazione di Oded Wiener, direttore generale del Rabbinato di Gerusalemme, dà conto di una ferita tutt’altro che rimarginata tra il mondo ebraico e la Santa Sede che ha riaperto le «porte» ai negazionisti lefebvriani. Non solo il vescovo Williamson. «Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dire se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione».
DELIRIO CONTINUO
A sostenerlo è don Floriano Abrahamowicz, 47 anni, capo della comunità lefebvriana del Nordest, in un’intervista alla Tribuna di Treviso. «Tutta questa polemica sulle esternazioni di monsignor Williamson riguardo l'esistenza delle camere a gas - afferma il sacerdote tradizionalista - è una potentissima strumentalizzazione in funzione anti-Vaticano. Williamson ha semplicemente espresso il suo dubbio e la sua negazione non tanto dell'Olocausto, come falsamente dicono i giornali, ma dell’aspetto tecnico delle camere a gas». Secondo don Floriano, che si dice «vicino alla gente della Lega Nord», «il negazionismo è un falso problema perché si sofferma su metodi e cifre e non risponde alla sostanza del problema». «Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200 mila armeni da parte dei turchi - sostiene ancora il sacerdote - non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora».
Non basta. Il sacerdote negazionista rincara la dose: «E gli israeliani - ha affermato ancora don Abrahamowicz - non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perché loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni. È qui che do la colpa all’ebraismo che esaspera invece di onorare decentemente le vittime del genocidio». «Ogni posizione che prende le distanze dal pensiero del Papa è da considerare storicamente infondata ed estranea al sentire cristiano e agli elementari sentimenti di umanità», sottolinea il vescovo di Treviso mons.Andrea Bruno Mazzoccato. Alle tesi negazioniste del sacerdote trevigiano replica l'arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, secondo il quale le parole del Papa sui rapporti con gli ebrei e i lefebvriani sono state «chiare ed esplicite», tanto da spegnere ogni interrogativo al riguardo.
I lefebvriani rilanciano
A fianco di don Abrahamowicz scende in campo don Pierpaolo Petrucci, Priore del Priorato di Rimini della Fraternità (lefebvriana) di San Pio X. «La scomunica ci è stata tolta senza che a noi fosse stata posta alcuna condizione, si è trattato di un atto unilaterale del Papa», sostiene don Petrucci. Altro che ripensamento. «Riconosciamo il magistero della Chiesa fino al Concilio Vaticano II, è quello che abbiamo sempre detto», insiste il Priore lefebvriano. E aggiunge: «Il Vaticano è il primo Concilio della storia che mette in discussione tutto ciò che la Chiesa affermava precedentemente». E sulle camere a gas, versione Abrahamowicz? «Le sue parole sono state estrapolate», taglia corto don Petrucci.

l’Unità 30.1.09
Violenza sessuale, finalmente arriva il sì alla legge sullo stalking
di Federica Fantozzi


Con 379 sì e 2 no la Camera approva il ddl sulle molestie. Pene fino a 4 anni che diventano 6 con le aggravanti. Un fondo di 20 milioni per le vittime. Unico neo: bocciato il patrocinio gratuito.

La Camera dei Deputati ha approvato a larghissima e trasversale maggioranza (379 sì, 2 no e 3 astensioni) il disegno di legge sullo stalking, le molestie reiterate. Ora il testo passa al Senato: «Spero lo approverà presto - ha detto il ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna - Oggi è un grande giorno per l’Italia e per le donne». L’Udi (Unione donne d’Italia) parla di «un’ottima cosa che aiuterà la convivenza civile tra i sessi».
Se varata, la legge introdurrà nel nostro ordinamento un nuovo articolo: il 612-bis del codice penale che prevede gli «atti persecutori» puniti con il carcere da 6 mesi a a 4 anni. C’è un’aggravante se a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato, o se la persecuzione ha a oggetto una donna incinta o minore o disabile: in questi casi la pena può arrivare a 6 anni.
Voto condiviso
Esulta Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia e impegnata in prima linea grazie all’associazione «Doppia Difesa» fondata con Michelle Hunziker. Dice: «Una legge necessaria che le donne aspettavano da tempo», e si sorprende del voto contrario di Daniela Melchiorre, diniana nel gruppo misto: «L’unica critica viene da chi non ha partecipato ai lavori in commissione dove il testo è stato condiviso da tutti». Lei ribatte: «Un testo illiberale, con rischi di incostituzionalità. Noi lib dem voteremo contro».
Per il resto, commenti positivi bipartisan. «Una bella alleanza di tutte le donne» osserva l’ex ministro Livia Turco. «Un passo avanti ma non ci accontentiamo» dice Barbara Pollastrini. Per la leghista Carolina Lussana «ora serve una nuova legge contro la violenza sessuale».
Unico dispiacere: la bocciatura da parte dell’aula per soli due voti dell’emendamento (presentato sia dal Pd che da Alessandra mussolini) che introduceva il patrocinio gratuito per le vittime. «Lo ripresenteremo» promettono. Il motivo del no è - pare - l’incertezza sulla copertura finanziaria, ma il ministro Carfagna assicura che ci sarà un fondo anti-stalking di 20 milioni di euro.
Contro gli atti persecutori
Questi i contenuti del ddl. È prevista la reclusione fino a 4 anni per chiunque «molesta o minaccia taluno con atti reiterati e idonei a cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura o a ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un congiunto o a costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita». Serve la querela di parte, ma si procede d'ufficio se il reato è commesso contro un minore o disabile. Per raccogliere le prove è consentito disporre intercettazioni telefoniche. Esiste l’«ammonimento: prima della querela, la vittima può raccontare la sua storia alla polizia e il questore ammonire il responsabile. Il testo prevede che il giudice possa poi intimargli di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima, di mantenersi a distanza per un periodo fino a un anno. Per le vittime di stalking è istituito un numero verde nazionale con assistenza psicologica e giuridica.

l’Unità 30.1.09
Madrid indaga ministri e militari israeliani per crimini di guerra
di U.D.G.


Arriva da Madrid la prima offensiva giudiziaria internazionale contro Israele, all’indomani dell’ultima guerra di Gaza: il giudice Fernando Andreu della Audiencia Nacional, il più importante tribunale spagnolo, ha annunciato ieri di avere avviato indagini per presunti «crimini di guerra» contro gli attuali ministri israeliani Benyamin Ben Eliezer e Avi Dichter e contro 5 alti ufficiali dello Stato ebraico. I sette sono indagati in nome della legge sulla competenza universale della giustizia spagnola per il bombardamento il 22 luglio 2002 di un edificio di Gaza City, deciso per uccidere il comandante militare di Hamas fondatore delle Brigate Al Qassam Sallah Shedade. Un F16 con la stella di David sganciò una bomba da una tonnellata sopra il palazzo - che venne disintegrato - in cui si trovava il dirigente di Hamas. L’attacco fece però ingenti «danni collaterali»: oltre a Shedade, vennero uccisi 14 civili. Più di 100 i feriti. Con Ben Eliezer, allora ministro della Difesa nel governo del premier Ariel Sharon, oggi titolare del portafoglio delle infrastrutture nazionali, ed a Avi Dichter, ex-capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet, ora ministro della sicurezza interna, sono indagati da Andreu - che ha accolto una denuncia in questo senso del Comitato palestinese per i diritti umani - cinque alti responsabili militari al momento della strage di Gaza: il capo dell'aeronautica Dan Halutz, l'uomo che diede l'ordine di sganciare la bomba, il capo di stato maggiore Moshe Yaalon, il comandante della regione Sud Doron Almog, il generale Mike Herzog e il consigliere per la sicurezza nazionale di Sharon Giora Eiland. Il ministro della Difesa e leader laburista Ehud Barak in una nota ha definito «delirante» l'iniziativa del giudice Andreu e annunciato che farà di tutto per farla annullare. Il capo dell’opposizione Benyamin Netanyahu, dato dai sondaggi quale probabile vincitore delle prossime politiche, ha parlato di «una vera assurdità».

l’Unità 30.1.09
Contratti, la Cgil chiede il referendum
Quattro ore di sciopero sul territorio
di Felicia Masocco


Epifani conferma al direttivo la linea della confederazione e punta a una grande campagna per informare i lavoratori. «Non si entra mai nel merito delle questioni, noi non siamo conservatori».

Direttivo La decisione di assemblee subito e poi la mobilitazione a livello locale
Veltroni «Meno male che io ed Epifani non ci parliamo sui giornali, ci vedremo presto»

Assemblee da subito con il voto dei lavoratori, quattro ore di sciopero da gestire localmente e, soprattutto, la difesa convinta della propria scelta. La Cgil è in conclave, ieri il direttivo ha discusso dell’accordo separato che riforma la struttura della contrattazione e di come attrezzarsi per affrontare la fase che si è aperta. La priorità è informare i lavoratori, a questo serviranno le assemblee che si concluderanno con un voto «su documenti articolati che spieghino le nostre proposte, cioè quelle della piattaforma unitaria», ha detto Guglielmo Epifani nella relazione.
L’ABIURA
La piattaforma cui si riferisce è quella che Cgil, Cisl e Uil presentarono in primavera dopo mesi e mesi di discussione, limature, mediazioni. Cisl e Uil l’hanno di fatto abiurata ed è diventata carta straccia. Non è dunque un referendum in senso stretto, un sì o un no al testo uscito da Palazzo Chigi, ma una consultazione che farà il paio con una campagna capillare anche tra i pensionati e, più in generale, tra i cittadini. Le assemblee partiranno a breve e saranno accompagnate dalle iniziative di mobilitazione già decise: lo sciopero dei metalmeccanici e dei lavoratori pubblici del 13 febbraio, la manifestazione dei pensionati a Roma il 5 marzo, lo sciopero della scuola a fine marzo e due iniziative in Puglia e in Sicilia sul Mezzogiorno. Il calendario è chiuso dalla manifestazione, già annunciata, del 4 aprile. Di nuovo c’è un pacchetto di 4 ore di sciopero a livello territoriale.

Epifani ha insistito sull’autonomia della Cgil e sul rifiuto di etichette che la vorrebbero «un’organizzazione conservatrice». Il passaggio è dedicato a quanti si sono adoperati a far passare una campagna di informazione di questo tipo, e sono stati citati anche i partiti di opposizione. «Non si discute mai del merito - torna ad accusare il segretario Cgil - non si dice se i contenuti siano giusti o sbagliati e se abbiamo torto o ragione nel dire, per esempio, che il nuovo modello strutturalmente non consentirà mai il recupero dell’inflazione nella contrattazione di primo livello e se questo sia un bene o un male per i lavoratori». Di autonomia ha parlato ieri anche il segretario Pd Walter Veltroni, smentendo le tensioni con l’amico Epifani. «Per fortuna - ha detto - io ed Epifani non ci parliamo attraverso i giornali e ci vedremo nei prossimi giorni», «non c’è nessuna ragione di tensione e di conflitto ma due punti di vista autonomi che si rispettano reciprocamente».
Il sindacalista insiste però sul referendum. Bando alle «lacrime di coccodrillo» di chi a cose fatte lo rivorrebbe al tavolo, «davanti alle voci discordi su cifre, aumenti e quant’altro» Epifani reclama «una sede per dire ognuno la propria verità ai lavoratori». Perché l’accordo firmato vale per tutti non solo per gli iscritti a Cisl e Uil. Così nel corso di un’intervista al Tg3. Al direttivo, invece, il riferimento è ai «soggetti firmatari che non dicono la verità sui contenuti», ma in ogni caso la Cgil non può venir meno al principio della consultazione democratica. Tanto più che in ballo ci sono le regole e che come hanno affermato Carlo Azeglio Ciampi e Pierre Carniti, sulle regole non si possono fare accordi separati. Concorda su questo Massimo D’Alema, senza la firma del sindacato più grosso «il rischio - dice - è di avere una riforma ineffettuale e non un nuovo sistema che genera effetti positivi». Cioè un «manifesto ideologico».
CHI ROMPE
Durissimo con Confindustria «che non capisce che l’accordo non può reggere se manca uno dei pilastri della rappresentanza», Epifani accusa il governo, il regista che «ha fatto precipitare la situazione con l’intento di arrivare alla rottura sindacale». «Un ministro (Brunetta, ndr) definisce la Cgil “nemica” e nessuno nel governo si indigna» e, assurdamente «siamo noi ad essere accusati di troppa ideologia».

Repubblica 30.1.09
Legge elettorale in rivolta i piccoli partiti e si divide anche il Pd
Europee, i piccoli in rivolta contro il Pd
Prc: "Legge truffa". Veltroni: "Voi la volevate", ma nel partito crescono i dubbi
di Goffredo De Marchis


Nel Pd rispunta il nome di Bersani per la leadership. Ma lui: vedremo al congresso

ROMA - I piccoli partiti, quelli fuori dal Parlamento, organizzano una rivolta in piena regola contro l´accordo sulla legge elettorale europea tra Pd e Pdl. Ci sono proteste a livello locale con sospensione dei lavori del consiglio comunale, come a Torino, e minacce della sinistra di un addio alle giunte (ieri blocco delle attività istituzionali deciso da Prc in Campania). Poi, a Roma tutto lo schieramento contro la soglia del 4 per cento, indicata nell´intesa di massima tra maggioranza e opposizione e in particolare tra Berlusconi e Veltroni, si riunisce nel conclave ribattezzato "comitato per la democrazia" con la partecipazione di Ps, Prc, Verdi, Sd, Udeur, radicali, Pri, Partito d´Azione, Pli, Liberaldemocratici, Psdi e Movimento dei 101. Tutte queste sigle manifesteranno martedì davanti al Quirinale e a Montecitorio.
Il principale bersaglio della contestazione è il segretario del Partito democratico Veltroni, visto che i partitini sono soprattutto quelli legati all´esperienza del centrosinistra. Il segretario dei socialisti Riccardo Nencini annuncia iniziative in tutta Italia. Ma Bobo Craxi è più duro. Parla di «un accordo che ricorda la Grecia dei colonnelli». E annuncia uno sviluppo esplosivo della vicenda quando la legge frutto dell´intesa arriverà in aula: «Spunterà un emendamento per abolire anche le preferenze». Anche Sinistra democratica è furiosa con il Pd. Attacca Fassino che vuole evitare lo sbarco di "un´armata Brancaleone a Strasburgo". «Per il momento l´armata Brancaleone è il Pd che vota sempre in modo difforme all´Europarlamento», dice Carlo Leoni. Claudio Fava condanna anche il voto del Pd sulla sfiducia al sottosegretario Cosentino, accusato da pentiti di rapporti con la camorra: «Fa parte del baratto con Berlusconi sulle Europee». «È una legge truffa, un europorcellum», dice Paolo Ferrero, leader di Prc. Alla protesta si associa il suo avversario interno Nichi Vendola, così come Oliviero Diliberto. La parola più usata è «inciucio». Ora però i partiti della sinistra ragionano sul dopo (lo fa anche la destra dove si profila un´alleanza Storace-Mpa di Lombardo). Veltroni risponde agli attacchi. Prima cerca di sminuire gli effetti: «Ho fiducia che la sinistra possa andare ben oltre il 4 per cento». Poi ricorda: «Chi critica oggi era tra quelli che poche settimane fa ci chiedeva di intervenire».
A difesa dell´accordo e di una legge che mantenga le preferenze ma introduca la soglia di sbarramento (che oggi non c´è) interviene il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Non è illegittimo cambiare una legge con la campagna elettorale già in corso». Ma le sue dichiarazioni non bloccano il fronte del no. I partitini sanno che l´accordo Berlusconi-Veltroni ha le sue fragilità. Sanno che l´esame parlamentare può riservare sorprese. E che nel corso delle prossime ore un fronte di dissenso si può aprire anche nel Partito democratico. Mercedes Bresso contesta la soglia «perché cancella partiti storici». Non condivide nemmeno Rosa Russo Jervolino. È evidente che gli amministratori temono un effetto devastante nelle giunte locali. Effetto però che un altro amministratore come Vendola si affretta smentire. Per lui la minaccia contro la solidità delle alleanze non deve esistere. Franco Marini sta dalla parte di Veltroni: «È in linea con le decisioni del Pd lo sbarramento al 4». Eppure nel Pd si annuncia un duello già martedì quando il gruppo della Camera si riunisce prima dell´esame della legge. Si dice che i dalemiani daranno battaglia. Pierluigi Bersani ammette che «quella soglia non è illogica. Ma c´è il rischio che stavolta il voto utile si ritorca contro di noi. Potrebbe, cioè, andare a sinistra. Il partito deve gestire bene questo passaggio». Beppe Fioroni avverte i malpancisti: «Non si cambia il profilo del Pd in corso d´opera. O è un partito nuovo o non è, non esiste». Insomma, non deve tornare ai vecchi giochi delle alleanze. La sfida di martedì ha avuto un prologo l´altra sera in una riunione di Red, l´associazione ispirata da Massimo D´Alema. Molte voci si sono levate per un cambio al vertice del Pd. Con Pierluigi Bersani candidato alla leadership. Lui smentisce, lascia correre: «Lavoro per la ditta», spiega. Il congresso è in autunno, ma per qualche iscritto a Red appare lontano. «C´è preoccupazione per le difficoltà del progetto», ripetono i partecipanti. «Non è vero che ci sia un´asse Epifani-D´Alema-Bersani per far fuori Veltroni», dice Nicola Latorre. Ma certo la riunione di Red ha fatto registrare molti malumori nei confronti del segretario.

Repubblica 30.1.09
L’operazione-sopravvivenza impone liste comuni. Sotto il 4% neanche un euro di rimborso
Dal mini-Pci agli eco-socialisti nozze forzate tra compagni separati
Quattro giorni dopo l´addio, Vendola cerca il Prc. Ma Ferrero tratta con il Pdci
di Carmelo Lopapa


ROMA - È già tempo di matrimoni di interesse. I comunisti con gli altri comunisti perché alla falce e martello non si può rinunciare. La sinistra movimentista con verdi e socialisti. Mastella con altri centristi, sognando il ritorno con l´ex "gemello" Casini. La porta di accesso agli scranni di Strasburgo che si fa strettissima non lascia nemmeno il tempo per smaltire la rabbia contro il duo Berlusconi-Veltroni, che i "cespugli", un anno dopo, sono di nuovo alle prese con la lotta per la sopravvivenza.
Ma sopravvivenza per davvero, stavolta, perfino finanziaria. Dato che, con lo sbarramento al 4 per entrare nell´Europarlamento, sembra che dalla bozza di riforma targata Pd-Pdl sbucherà anche una norma ulteriormente restrittiva. Chi non dovesse superare la soglia, non accederebbe nemmeno ai rimborsi elettorali, che finora erano almeno riconosciuti a chi avesse raggiunto l´1% (anche se nelle passate Europee quel minimo dava già diritto a un deputato, grazie ai resti). Ed è facile immaginare cosa ne consegua in termini di rischi sulle anticipazioni bancarie per affrontare una campagna elettorale dall´esito incerto. Sarà anche per questo che i nervi sono a fior di pelle, in queste ore, tra le segreterie dei partitini. E ognuno si organizza come può, tutti pronti a rimettere in discussione i propri programmi di fronte al cataclisma in arrivo.
Prendete Nichi Vendola e i suoi, appena usciti dal Prc per dire addio una volta per tutte all´ortodossia comunista di Ferrero. Ecco, ieri il governatore pugliese si è presentato alla Camera con Franco Giordano e Gennaro Migliore per annunciare a tv e stampa che un cartello di sinistra a questo punto lui lo sogna con tutti, anche con i cugini di Rifondazione appena abbandonati al loro destino. Non senza aver premesso che loro comunque non procederanno a ritorsioni contro il Pd negli enti locali, alle amministrative di giugno. Anche perché, fa notare malizioso qualcuno, tra le giunte regionali a cadere in caso di rottura ci sarebbe anche quella da lui presieduta in Puglia. Ma il cartello per come lo immagina Vendola è stato archiviato pochi minuti dopo dal compagno-avversario Ferrero. Che di intese per ora non vuole parlare («Prima conduciamo la battaglia contro il 4%»). Ma tutti nel Prc sono già al lavoro per stringere un patto con gli altri comunisti, quelli del Pdci di Diliberto che va ripetendo: «L´Arcobaleno non ha funzionato, non ricadremo nello stesso errore». E così, "La sinistra" dei fuoriusciti di Rifondazione nascerà ufficialmente a febbraio e abbraccerà i Verdi di Grazia Francescato e Sinistra democratica di Claudio Fava e Fabio Mussi. Prc e Pdci insieme sull´altro fronte. Se questi saranno gli schieramenti, il 14-15 giugno si assisterà a un delicatissimo derby a sinistra: dentro o fuori, Comunisti o Sinistra. Sempre che la spaccatura non risulti fatale a entrambi.
Ma i nervi tesi rischiano di saltare. L´azione più eclatante la stanno mettendo a punto quelli del neonato e arrabbiatissimo "Comitato per la democrazia" che abbraccia un po´ tutti, dal centrista Mastella ai socialisti di Nencini, dai radicali di Pannella al comunista Ferrero. Stazioneranno martedì davanti al Quirinale per un sit-in di protesta, ma una quindicina di ex parlamentari si preparano a occupare poche ore dopo il Transatlantico di Montecitorio. Alla riunione del Comitato, ieri mattina, tra i tanti si è presentato anche Marco Pannella per i radicali. Il leader Udeur Mastella, guardando per la verità agli altri moderati del tavolo, ha buttato giù la sua proposta: «Va bene le proteste, il sit-in, ma mettiamoci insieme, creiamo un cartello elettorale». In realtà, dall´Udc raccontano che l´ex dc Clemente sogna proprio un ritorno all´ombra dello scudocrociato per affrontare il salto a Strasburgo. Ma le acque sono agitate anche tra i cespugli del Pdl. «Diciamo sì al 4% ma presenteremo le nostre liste alle Europee» fanno sapere più che irritati il ministro Dc Gianfanco Rotondi, Stefano Caldoro del Psi e Alessandra Mussolini di Azione sociale. Prende le distanze dalla comitiva Francesco Nucara, certo non entusiasta anche lui («Perché non al 10 per cento?»), comunque realista: «Inutile pensare ad azioni eclatanti ma anche a candidarsi. Per fare una campagna decorosa occorrono 2-3 milioni di euro. E con la quasi certezza di non raggiungere il 4, non si vedrebbe nemmeno un quattrino di rimborso. Troppo rischioso». Furibondo, a dir poco, Francesco Storace a capo della Destra. Ha già chiesto audizione al Quirinale e ne ha per Fini, Veltroni, Berlusconi: «Sono tutti uguali e stanno facendo accordo su tutto, intercettazioni comprese».
E mentre su alcuni forum internet di quotidiani e partiti monta la protesta della base contro lo sbarramento, immancabile, ecco su Facebook il gruppo «contro la legge truffa alle Europee»: non ha fatto in tempo a nascere che vanta già oltre mille aderenti.

Repubblica 30.1.09
Ateo-bus, nuovo slogan sì della concessionaria


GENOVA - Dopo le polemiche, l´Unione atei, agnostici e razionalisti (Uaar) cambia il messaggio e ottiene l´ok dalla concessionaria di pubblicità per la campagna sugli autobus. Il nuovo slogan «La buona notizia è che in Italia ci sono milioni di atei. L´ottima è che credono nella libertà di espressione» ha avuto parere positivo.

Repubblica 30.1.09
Il pentimento indispensabile
di Marek Halter


In Polonia, nella grande sala dell´Università Cattolica di Lublino, la folla è numerosa. Il clero occupa le prime file per la Giornata del giudaismo istituita dalla Chiesa polacca. Io sono l´ospite d´onore ed è la prima volta che torno nel mio Paese natale. Emozione. Ritrovo la lingua. Parlo della storia che accomuna ebrei e polacchi da mille anni, da quando nacque il regno di Polonia. Racconto la vita di questa minoranza ebraica che prima della guerra rappresentava l´11 per cento della popolazione, una percentuale comparabile a quella dei neri negli Stati Uniti odierni. Chiedo di immaginare New York, Los Angeles, Chicago o Baltimora senza afroamericani. Quel grande Paese non sarebbe più lo stesso: e nemmeno il suo cinema, la sua musica, la sua letteratura, i suoi balli, il ritmo delle sue strade. La Polonia senza ebrei mi fa lo stesso effetto. Noi siamo, dico, come una coppia molto anziana. Una coppia che si amava, si odiava, si affascinava, arrivava addirittura ad augurarsi che l´altro scomparisse, ma quando l´altro non c´è più chi resta si ritrova vedovo.
Lublino non aveva mai sentito un discorso simile. Io sognavo di fare di questa Giornata del giudaismo una Giornata del pentimento. Tre milioni e mezzo di ebrei assassinati lo giustificavano ampiamente. Certo, non sono stati propriamente i polacchi ad ucciderli, ma la maggioranza tra loro, come ricordava il polacco Czeslaw Milosz, premio Nobel della letteratura 1980, non li ha nemmeno granché aiutati. Il pentimento mi sembra assolutamente indispensabile: come potrebbero altrimenti i polacchi riappropriarsi finalmente della loro storia, di tutta la loro storia, compresa la parte ebraica del loro passato?
Come una saracinesca è caduto un silenzio sulle mie ultime parole. Neanche un applauso: la freddezza del metallo. Quando l´arcivescovo di Lublino, monsignor Jozef Zycinski, ha chiesto se c´erano domande, si è alzato un uomo. Mi ha fatto cortesemente le sue congratulazioni. Poi mi ha chiesto perché non avevo invitato i russi a dare mostra di pentimento. Precisando: quei russi che hanno massacrato centinaia di migliaia di polacchi «con la complicità dei comunisti ebrei». Allora, soltanto allora, la sala, unanimemente, si è alzata in piedi applaudendo entusiasticamente. È andata avanti per dieci minuti buoni. L´arcivescovo, visibilmente imbarazzato, ha alzato le braccia al cielo: «Smettetela! Offendete il vostro pastore!». La sua collera era sincera. La reazione della folla anche.
Sotto l´influenza di Giovanni Paolo II, il papa polacco che ho avuto l´onore di conoscere bene, la gerarchia cattolica si era riavvicinata agli ebrei. Non erano, citando le sue stesse parole, i «fratelli maggiori della Chiesa»? Le accuse di "popolo deicida" cominciarono a scomparire dalla liturgia e l´espressione "perfidi giudei" sparì dalla preghiera del Venerdì Santo.
Giovanni Paolo II era un papa di resistenza. Per cominciare, si era opposto al totalitarismo sovietico. Questa resistenza l´aveva portata avanti, già prima della guerra, al fianco degli ebrei di Wodowice, il paesino dov´era nato; dopo la guerra contro il comunismo importato che soffocava il suo Paese.
Il cardinale Ratzinger, il suo successore col nome di Benedetto XVI, è, invece, un papa di guerra. Il ritorno della religione, fenomeno che avrebbe segnato il nuovo secolo secondo le tesi da lui stesso sostenute, non va solo a vantaggio della Chiesa, tutt´altro. Altre religioni, in particolare l´Islam, ne traggono profitto. Ieri era il comunismo che si ergeva contro il cristianesimo, oggi è la moschea che si erge contro la chiesa. In questi ultimi anni, i cristiani sono stati scacciati dall´Iraq. In Egitto, in Indonesia e in India sono perseguitati, a volte assassinati. Ecco perché, in un discorso a Ratisbona il 12 settembre del 2006, Benedetto XVI ha appellato l´Islam alla Ragione. Ha ripetuto queste affermazioni due mesi fa di fronte a dei responsabili musulmani invitati in Vaticano.
Più vicino a Urbano II, che lanciò la prima crociata nel 1095, che a Giulio II, che commissionò gli affreschi della Cappella Sistina a Michelangelo nel 1512, Benedetto XVI sa che per opporsi all´Islam ha bisogno di tutte le forze della Chiesa, comprese le più dure e reazionarie fra di esse. Ed ecco che ha tolto la scomunica che colpiva, dai tempi di Giovanni Paolo II i vescovi integralisti, tra cui il negazionista monsignor Williamson. Aprendo le porte della Chiesa ai vescovi ordinati illegalmente da monsignor Marcel Lefebvre, contestatore delle decisioni del concilio Vaticano II (1962-1965), Benedetto XVI tenta di adunare gli estremisti della Fraternità sacerdotale San Pio X, valutati in centocinquantamila fedeli in tutto il mondo.
Nella sua strategia figura anche la riabilitazione di Pio XII, quel papa che i suoi avversari chiamavano "il papa di Hitler". Eletto il 2 marzo 1939, l´anno in cui le truppe naziste entrarono a Varsavia, Pio XII inviò una lettera personale al Führer: «Desideriamo restare legati al popolo tedesco affidato alle vostre cure, attraverso un´intima benevolenza».
Dopo la guerra, il suo silenzio in quegli anni di morte fu abbondantemente commentato e criticato. L´Osservatore Romano, di cui suo nonno Marcantonio Pacelli fu uno dei fondatori, prese le sue difese: «Di fronte all´Olocausto, il papa Pio XII non è stato né silenzioso né antisemita, ma prudente». Che sarebbe successo il papa fosse stato meno prudente, se avesse chiamato tutti i cristiani, e innanzitutto i suoi, i cattolici, a salvare gli ebrei? La Shoah avrebbe preso un´altra piega? Il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth pose questa domanda con clamore nella sua opera Il vicario, realizzata a Berlino Ovest il 20 agosto 1963: la pièce fece scalpore in tutto il mondo. Nel 2002 Costa Gavras ne ricavò un film, Amen.
La storica italiana Emma Fattorini torna sull´argomento in un libro di recente pubblicazione, Pio XII, Hitler e Mussolini. Basandosi su un documento trovato negli archivi del Vaticano, la Fattorini assicura che Pio XI, predecessore di Pio XII, aveva convocato l´11 febbraio 1939 l´insieme dei vescovi italiani per il decimo anniversario degli accordi del Laterano tra la Chiesa e Mussolini. In quell´occasione avrebbe condannato il regime fascista e quello nazista. Ma Pio XI morì la notte del 10 febbraio 1939. C´è chi sostiene, senza poterlo dimostrare, che sarebbe morto per avvelenamento. Il papa all´epoca aveva ottantadue anni. Invece, secondo il documento citato dalla Fattorini, il suo segretario di Stato, il cardinale Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, si mostrò fautore di un atteggiamento più diplomatico verso i fascisti e avrebbe fatto distruggere sia le bozze che i piombi di quel discorso mai pronunciato.
I difensori di Pio XII, soprattutto quelli che si battono per la sua beatificazione, come il tedesco Gumpel e un´ampia fascia conservatrice della Chiesa, negano il suo antigiudaismo. Per l´attuale pontefice, Joseph Ratzinger, «la causa della beatificazione del servitore di Dio proseguirà felicemente».
Il ritorno del fantasma di Pio XII ha provocato commozione e collera in Israele e nelle comunità ebraiche di tutto il mondo: era veramente antisemita? Non necessariamente. Se non rispose alla lettera del 14 giugno 1942 dell´arcivescovo di Friburgo, monsignor Conrad Gröber, che lo allertava sulla determinazione del regime nazista a distruggere il giudaismo, è perché quell´argomento, ahimé, non lo interessava affatto. Per Pio XII, il pericolo principale non era il fascismo, ma la Russia comunista, regime ateo. Preferì dunque tenersi buona la Germania, perfino quando invase la Polonia, condannando invece la Russia quando questa attaccò la Finlandia. La crociata contro il comunismo lo condurrà a sostenere Franco contro la Repubblica spagnola e a rallegrarsi con l´ambasciatore tedesco presso la Santa Sede per i successi militari della Wehrmacht sul fronte russo.
Il destino dell´uomo è tragico: unico tra gli esseri viventi a essere a conoscenza del limite della sua esistenza. Esistenza difficile, che sopravvive solo grazie alla speranza. In Francia, i laici sono riusciti a imporre, con Aristide Briand, il 9 dicembre 1905, la legge sulla separazione tra le Chiese e lo Stato, perché erano in grado di offrire ai francesi speranze universali diverse da quelle delle religioni. Di fronte alle confessioni allora rappresentate, la cattolica, la protestante, la luterana, la riformata e l´israelita, la Storia ha schierato il socialismo, il comunismo, il fascismo e il liberalismo, ideologie che hanno poi fallito. Da allora, sempre incapaci di vivere senza speranza, gli uomini tornano alla religione. Insomma, con Nietzsche abbiamo creduto che Dio era morto, ma ci siamo sbagliati. Un giorno su un muro di Berlino ho visto una scritta: «Nietzsche è morto»; era firmata Dio. Ma le vie del Signore, sempre impenetrabili, sono veramente quelle di Ratzinger?
Traduzione di Fabio Galimberti

Repubblica 30.1.09
New Scientist ha interrogato gli studiosi Quale sarà il futuro dell’evoluzionismo?
Tutte le risposte che Darwin non ha trovato
di Elena Dusi


I quesiti insoluti: dall´origine della vita a quella del rossore sul volto di chi s´imbarazza

Come è avvenuta la nascita della vita sulla Terra? Come può la teoria dell´evoluzione spiegare qualcosa di così ineffabile come la coscienza che distingue gli esseri umani. E ancora, solo la nostra specie ha la caratteristica di arrossire quando si trova in situazioni imbarazzanti. Due secoli dopo la nascita di Darwin e 150 anni dopo la pubblicazione dell´"Origine delle specie", il lavoro del viaggiatore del Beagle è ancora, appunto, in evoluzione. E per capire dove ci porteranno i prossimi anni di studio, la rivista New Scientist ha intervistato sedici fra i più importanti studiosi di biologia e storia naturale.
Frans De Waal della Emory University si concentra sull´arrossire del volto, caratteristica che nessun primate condivide con noi. «È naturale chiedersi - scrive su New Scientist - che bisogno abbiamo di comunicare sensazioni così intime. Mostrare imbarazzo interferisce con la strategia di manipolare gli altri senza farsi troppi scrupoli. È come se gli uomini primitivi fossero sottoposti a una pressione evoluzionistica tesa a premiare l´onestà».
Sia Darwin che Galileo (di cui sempre quest´anno si ricorda un anniversario: i quattro secoli dalla prima osservazione del cielo al telescopio) hanno contribuito a far scendere l´uomo dal suo piedistallo. Ma a differenza dell´astronomo, il padre dell´evoluzionismo sembra averci lasciato in eredità più domande che risposte. «Non c´è nulla di strano, è la caratteristica della buona scienza» commenta Giorgio Vallortigara, professore di neuroscienze all´università di Trento, che insieme a Vittorio Girotto e Telmo Pievani ha da poco pubblicato "Nati per credere" (Codice editore). «Anche le credenze religiose, e sovrannaturalistiche in genere, hanno infatti origini evoluzionistiche», aggiunge.
Richard Dawkins, biologo evoluzionista a Oxford, oggi chiederebbe a Darwin se è per caso che l´evoluzione del sesso, dell´intelligenza, del linguaggio e della coscienza nell´uomo siano avvenuti così, o era necessario che seguissero questo percorso. Altri nodi da sciogliere riguardano il numero esorbitante di specie sulla Terra o il modo in cui un comportamento o un tratto somatico provocano un mutamento permanente nel Dna di un gruppo di esseri viventi. Andy Knoll dell´università di Harvard, alla luce dei rischi di un cambiamento climatico, si chiede fino a che punto la capacità di adattamento permetterà all´uomo di sopravvivere in un ambiente stravolto.
Quanto a Vallortigara, è sul fenomeno della coscienza che si soffermerebbe con Darwin oggi. Per molti degli scienziati interpellati da New Scientist il pensiero superiore e la capacità dell´uomo di percepire se stesso rappresentano uno dei traguardi più difficili da spiegare con la teoria dell´evoluzione. «È un enigma - dice il professore di Trento - perché da un punto di vista logico è possibile che le funzioni mentali, anche quelle più complicate, possano essere svolte senza essere accompagnate da una rappresentazione nel "teatro della coscienza". In questo momento nessuno ha una risposta a questa domanda». Ma fra altri duecento anni, probabilmente, anche l´enigma del cervello umano avrà ricevuto risposte ricche di nuove interessanti domande.

Repubblica 30.1.09
L’Europa e gli schiavi
Così si arricchì il continente
di Hugh Thomas


Un pezzo fondamentale della storia mercantile e marittima che dalla metà del XV secolo proseguì fino alla fine del XIX secolo
Lo studioso inglese ha indagato sul commercio di uomini e sui suoi effetti determinanti per la crescita economica in Occidente

Ricevo questo premio a settantasette anni, un momento di memorie e ricordi. Ci sembra sempre che la cifra dell´età sia inventata, che qualcuno abbia aggiunto gratuitamente nuovi numeri. Ma devo ammettere che sono passati più o meno settantasette anni da quando ho preso l´espresso per la civiltà. Il treno è partito dalla Gare du Nord a Parigi; a poca distanza prendevano prenotazioni per il Bateau Ivre di Rimbaud.
Naturalmente viaggio su un vagone letto, mentre qualcuno mi disfa le valigie. Sulla rastrelliera sono raccolti tutti i miei libri. In primo piano è la mia Storia della guerra civile spagnola, complessivamente quindici edizioni. Là vicino è anche la Storia di Cuba, che è un libro più lungo; la prima edizione spagnola includeva tre volumi. Ecco, ancora, la mia Storia del mondo, che invece è breve: avendo scritto un lungo libro su una piccola isola, pensavo di dover scrivere un breve saggio sull´immensità del mondo. Scavando negli archivi, mi sono imbattuto in nuovo materiale; alcune di queste scoperte mi hanno dato maggior piacere di qualsiasi altra cosa. Meraviglioso! Poi sono arrivate altre opere importanti, sulla nascita dell´impero spagnolo (I Fiumi dell´Oro Mondadori) e sull´ascesa e caduta del commercio degli schiavi sulle rotte dell´Atlantico (The Slave Trade, Il Commercio degli schiavi).
Su The Slave Trade vorrei soffermarmi. Probabilmente la maggior parte della gente considera la tratta degli schiavi come un ramo vergognoso del commercio, che di tanto in tanto deve essere studiato quando si affronta la storia economica moderna. È un clamoroso errore. Il commercio degli schiavi è stato elemento essenziale di gran parte della storia d´Europa, delle Americhe e dell´Africa per molti secoli. È stato l´attività principale sotto molti punti di vista. Che cosa voglio dire? Voglio dire innanzitutto che gli sforzi realizzati dagli europei per scoprire il mondo africano e per conquistare le Americhe si fondano sulle migliaia di schiavi neri, trascinati dall´Africa prima in Portogallo, nel XV e XVI secolo, più tardi trasportati attraverso l´Atlantico perché svolgessero lavori pesanti. Il Portogallo fondò le sue prime colonie proprio allo scopo di commerciare in schiavi; nel nuovo mondo le sue colonie, come quelle create in Brasile, dipendevano dalla manodopera nera. Le navi, i traffici, la dimensione del reddito e la mole delle fortune marittime portoghesi derivavano dal commercio degli schiavi africani. Questo commercio si protrasse fino al tardo diciannovesimo secolo, quando gli ultimi schiavi furono trasportati su veloci navi a vapore dall´Angola, per esempio, alla moderna colonia spagnola di Cuba in tempo record.
Nello scrivere la storia del commercio degli schiavi, ho dovuto attrezzarmi per poter raccontare una storia commerciale, marittima ed economica che dalla metà del XV proseguì fino alla fine del XIX secolo. Anche in questo campo non sono mancate le scoperte. Nel corso degli anni, abbiamo imparato che le industrie della lana in Europa spesso ricevevano un forte impulso proprio dal commercio degli schiavi. Le industrie nel Lancashire, in Normandia, vicino Nantes e vicino La Rochelle erano tutte sostenute dalla tratta schiavista. Il commerciante che ha trasportato il maggior numero di schiavi attraverso l´Atlantico in quattro secoli e mezzo, dal 1510 al 1865, fu probabilmente un basco. Vissuto nel XIX secolo, egli si arricchì con lo zucchero a Cuba. Si chiamava Julián de Zulueta, morì nel 1881. La tratta degli schiavi s´infranse nelle battaglie per i diritti, nate proprio in Gran Bretagna. Fu uno dei nostri momenti di maggiore orgoglio. Il paese acquistò la fisionomia di un eroico filantropo.
Naturalmente con il lavoro sugli schiavi non termina il mio lungo viaggio attraverso gli studi storici. Provo affetto anche per lo studio sull´imprenditore spagnolo Eduardo Barreiros e anche per un trattato su Beaumarchais in Spagna, paese che gli ispirò idee e anche personaggi per le sue brillanti commedie. E il libro su Goya, sulla sua esperienza nella guerra napoleonica nel periodo intorno al 1810? Sì, nella rastrelliera va messo anche quello, mentre il treno continua a viaggiare.

Repubblica 30.1.09
Quelle storie fra vecchio e nuovo mondo
Le industrie nel Lancashire, a Nantes o in Normandia erano tutte sostenute dalla tratta schiavistica
di V.S.Naipaul


Lo storico britannico Hugh Thomas � o Lord Thomas di Swynnerton, da quando è stato nominato pari a vita da Margaret Thatcher più di vent´anni fa � può essere considerato un maestro. Il suo primo libro, La Guerra Civile Spagnola, è stato pubblicato nel 1961. Ora è un classico, ma di genere insolito. È stato continuamente rivisitato, come doveva essere, man mano che ulteriori documenti su quel difficile e controverso argomento venivano alla luce. E tuttavia, tale è il rigore intellettuale dell´autore che il suo libro non è mai sembrato parziale e mai in alcun modo è diventato obsoleto. Alcuni anni fa gli chiesi se potesse arrivare a concludere le revisioni e sentirsi in grado di presentare un testo definitivo. Rispose: «Mai».
Si è concentrato principalmente su argomenti ispanici o iberici dopo quell´inizio. Ha contribuito a innovare la storiografia sulla conquista del Messico e su argomenti collegati, la cui importanza non si può ancora pienamente comprendere. Se la storia dell´antica Roma è in parte la storia delle infinite e pericolose migrazioni verso Est, molta della storia moderna sembra essere una continuazione di quelle migrazioni, ora però dal vecchio mondo al nuovo, con il ripopolamento del nuovo mondo negli ultimi cinquecento anni.
Un capitolo fondamentale del ripopolamento è stato il commercio degli schiavi, dall´Africa verso quasi tutti i paesi delle Americhe. Questo è il soggetto del capolavoro di Thomas, The Slave Trade. Il commercio di cui scrive è andato avanti per cinquecento anni, coincidendo con l´invenzione della stampa, la creazione della letteratura moderna, lo sviluppo di sistemi di governo, la crescita della straordinaria rivoluzione industriale, con tutti i suoi grandi benefici e le sue immense crudeltà fino a centocinquant´anni fa. Nei romanzi di Dickens, il fuoco scoppiettante in un salotto parla di comfort e di felicità. In un libro recente sui Vittoriani, lo scrittore A. N. Wilson ci racconta che il carbone di quel fuoco potrebbe essere stato estratto da un bambino di sei anni, costretto in spazi che erano troppo piccoli per un adulto. In modo abbastanza simile la schiavitù rendeva confortevole il mondo per la gente comune.
Il libro di Hugh Thomas non è sulla schiavitù in sé. Riguarda il trasporto degli schiavi attraverso l´Atlantico. È un argomento doloroso. Gli schiavi erano più o meno nudi; vivevano nella loro sporcizia, e a volte venivano uccisi dal terribile fetore. Un falegname faceva parte dell´equipaggio sulle navi schiaviste. Era suo compito creare spazi divisori fra i ponti in modo da poter trasportare più gente. La mancanza d´aria era abominevole. Gli abitanti dell´Avana erano in grado di dire quando una nave schiavista era arrivata. Potevano sentire l´odore degli escrementi. Ma il bellissimo libro di Hugh Thomas non affonda sotto il peso di questi dettagli raccapriccianti. L´autore non perde la sua umanità, il suo rispetto per i valori di civiltà, perfino il suo humour.

Repubblica 30.1.09
La tribù dei capi carismatici
Un dibattito di MicroMega sulla legalità


Siamo tutti d´accordo su cosa sia "la morale"? Contro Montesquieu, per il quale il potere arresta il potere, avanza la nuova specie dei leader incuranti delle regole Ne discutono Zagrebelsky, Spinelli e Zingales
La politica è da sempre impasto di idealismi e bassezze
Ma il problema è che in Italia la corruzione è ormai pratica diffusa

Con le recenti inchieste che hanno coinvolto esponenti politici di rilievo del centro-sinistra è tornata prepotentemente di attualità nel nostro paese la cosiddetta "questione morale".
GUSTAVO ZAGREBELSKY - Prima di entrare nel vivo della discussione, desidero fare una premessa. In generale, nell´affrontare questi problemi, dobbiamo tenere conto della circostanza che la politica - da sempre, ab immemorabili - è un impasto potremmo dire di idealismi e di bassure, di idealismi e corruzione. Lo è forse intrinsecamente; quindi pensare che si possa avere una politica totalmente libera da corruzione rappresenta un caso di moralismo essenzialmente antipolitico. Da questa constatazione, però, non deriva che la corruzione debba essere accettata passivamente, anche perché, oltre un certo limite, essa è destinata a minare dall´interno il regime entro il quale si diffonde. Nel nostro caso, il regime democratico. Questa premessa mi pare necessaria. La corruzione politica non è uno scandalo "di sistema". Diventa invece uno scandalo "del sistema" se si diffonde fino al punto da diventare una sua regola costitutiva e da essere accettata come tale, senza che si manifestino reazioni o, peggio, che si manifestino reazioni non nei confronti della corruzione e di coloro che ne sono autori, ma nei confronti di coloro che la mettono a nudo, la denunciano, cercano di colpirla. Qui c´è una prima domanda alla quale dobbiamo tutti una risposta, quale che sia la nostra posizione nella società e nelle istituzioni: nel nostro paese, la corruzione la si combatte o la si copre?
Secondo punto. Si ritorna a parlare di "questione morale", ma siamo tutti d´accordo nell´intendere che cosa sia la "morale" nella questione morale? Non ne sono sicuro. Inutile dire che vi sono concezioni della morale quante sono le visioni del mondo e, per restare al nostro tema, quante sono le visioni della politica. La corruzione è una questione di contraddizione tra concezione della politica e azione politica. Se cambia la concezione della politica, azioni che in una concezione sono perfettamente "morali" possono non esserlo più, e viceversa. C´è una morale politica comune, ora, qui, nel nostro paese? Guardiamo i fatti: i medesimi comportamenti, presso gli uni, provocano riprovazione; presso gli altri, nessuna riprovazione, anzi talora consenso. Ad esempio: la confusione del privato nel pubblico e del pubblico nel privato per alcuni è una gravissima prova di disprezzo delle istituzioni; per altri, è una benefica forma di modernizzazione, sburocratizzazione, perfino avvicinamento delle istituzioni e della politica alla gente. Chi è "morale" e chi "immorale"? Dipende dai punti di vista. Se i punti di vista sono lontani, il discorso sulla necessità di una vita pubblica ripulita dalla corruzione - una questione che dovrebbe unire, nel nome di un interesse comune, superiore a quello delle parti - diventa semplicemente un´occasione, un pretesto per scambiarsi accuse. In conclusione: ciò che dovrebbe essere ripristinata è la visione comune, l´idea del vivere insieme. Come si può fare appello alla morale in un paese in cui l´evasione fiscale, uno dei comportamenti eticamente più condannabili secondo un´etica repubblicana, sia accettata addirittura come esercizio di un diritto o manifestazione di furbizia?
BARBARA SPINELLI - Partirei da quanto ha detto il professor Zagrebelsky a proposito della politica, che è sempre un impasto di idealismo e bassezze o di idealismo e forme di corruzione. È vero che il potere è qualche cosa che naturalmente corrompe. Come diceva lord Acton, "il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente". È un dato di fatto. Nella storia del liberalismo - prima ancora che cominciasse l´esperienza della democrazia - si è guardata in faccia questa realtà e da qui hanno avuto origine tutte le teorie del potere che va limitato o controbilanciato. Montesquieu dice l´essenziale quando afferma: "Perché non ci sia abuso di potere occorre che il potere fermi il potere": che cioè ci siano istituzioni, organismi che facciano da contrappeso. Da qui è nata poi la separazione dei poteri, e da qui è nato anche il quarto potere, quello della stampa, che è un altro potere chiamato ad arginare il potere.
Più avanti avremo modo di parlare di che cosa sia la morale in politica: sono convinta anch´io che essa sia la questione centrale nell´Italia contemporanea. Eugenio Scalfari ha spiegato d´altronde come lo sia quasi da principio, nella sua storia. La cornice fondamentale che impone un comportamento corretto in politica è però costituita sempre dalla possibilità che il potere fermi il potere. Solo la separazione dei poteri può garantire che la corruzione venga fermata, proprio perché il potere tende intrinsecamente a farsi assoluto e dunque a corrompere assolutamente, andando verso la crescente occupazione dello spazio pubblico da parte di singoli soggetti come i partiti, gli interessi particolari, e chiunque non abbia come obiettivo il bene comune o lo Stato, ma la promozione del proprio vantaggio e del proprio bene parziale. Chiunque parli di questione morale - o di giustizia che funzioni - in questo momento storico, nell´Italia di oggi, deve ormai preoccuparsi quasi sempre di spiegare che non è un moralista, che non è un giustizialista; così come deve sistematicamente spiegare, se difende la laicità, che non è un laicista. In questo momento, chi domanda comportamenti eticamente corretti in politica si trova in una posizione difensiva.
LUIGI ZINGALES - Tutto quello che è stato detto finora mi sembra giustissimo. Però prima ancora di una questione morale, io parlerei di una questione legale in Italia, che non interessa solo la politica ma anche il mondo degli affari. In Italia il delitto paga, e paga molto. Tanzi è stato condannato, però non si sa se andrà mai in galera, anzi è probabile che non farà nemmeno un anno di galera nella sua vita. Fiorani è in Sardegna che si diverte, fa la bella vita. In Italia praticamente nessuno va in galera qualsiasi cosa faccia. O meglio, in galera ci vanno solo i poveracci, perché non hanno un buon avvocato e non sanno tirare a lungo le cose.
ZAGREBELSKY - Naturalmente questione morale e questione legale sono strettamente legate. La legge è pur sempre un riflesso di un modo di concepire la vita sociale, secondo un punto di vista che è denso di contenuto etico, che rinvia a un´idea di vita buona, anche se è la legge più permissiva, più liberale del mondo. La libertà comporta un´etica della libertà. Ma in Italia la corruzione politico-amministrativa - e con questa alludo alla corruzione dei meccanismi della pubblica amministrazione come l´alterazione delle gare pubbliche, la compravendita di provvedimenti della pubblica autorità, insomma a tutti quei reati che hanno come vittime non singole persone concrete, ma la società nel suo complesso - viene considerata molto poco grave. Quando il soggetto passivo è "il pubblico", la coscienza etica si affievolisce. Sembra che ci sia un´idea pervasiva, che ha corrotto le nostre coscienze, secondo la quale ciò che è di tutti - ciò che è pubblico - per questo è di nessuno, non merita di essere difeso, può essere oggetto di spoliazione privata. E così da noi chi viene preso con le "mani nel sacco" sa di aver fatto, in fondo, ciò che molti altri, se ne avessero la possibilità, farebbero. Molte denunce, molte iniziative giudiziarie sono in realtà poco più che un omaggio ipocrita alla virtù. Ma basta lasciar passare un poco di tempo e tutto ritornerà come prima, anzi, in certi casi, peggio di prima. Quanti casi sapremmo indicare di persone incappate in "incidenti" giudiziari che ne sono usciti, in un modo o in un altro, rafforzati negli ambienti in cui operavano e continuano poi a operare?
Nel nostro paese i crimini dei "colletti bianchi" - come si diceva una volta - sono sostanzialmente impunibili, perché tra condoni, indulti, norme che accorciano i termini di prescrizione eccetera, è praticamente impossibile arrivare a sentenze di condanna e poi all´esecuzione delle sentenze. E questa, secondo me, non è causa di corruzione, ma conseguenza di un certo modo di vedere le cose, quando di mezzo c´è "solo" l´interesse pubblico. Ritorno al mio chiodo fisso: quando parliamo di morale, forse fra noi tre c´è un certo accordo sul modo di concepirla, ma nel nostro paese?
Barbara Spinelli faceva riferimento alla grande idea di Montesquieu del potere che arresta il potere, radicata nella convinzione che il potere è, in sé, corruttivo. Il potere corrotto, per Montesquieu, è quello troppo forte, smodato. I regimi sani, per lui, sono i regimi moderati. Ma questa è una, una soltanto, concezione della buona politica, una concezione liberale. Oggi hanno preso piede idee e pratiche politiche che Max Weber avrebbe definito carismatiche. Il capo carismatico, quello al quale i suoi adepti affidano fideisticamente le proprie sorti e dal quale si attendono tutto il bene possibile, non sa che farsi dei limiti, dei contropoteri eccetera. Li considera degli impacci, delle forme di corruzione del potere ch´egli vuole forte perché grande è l´attesa che gli adepti ripongono nel loro salvatore. Ecco, ancora una volta, la relatività dei punti di vista. Perfino l´imbroglio, la corruzione, il furto, il delitto, si giustificano quando la causa è grande e i leader carismatici non si accontentano di una piccola politica: vogliono il potere di fare tutto perché i fini che sbandierano sono grandi, storici, epocali, perché i nemici contro cui combattere sono potenti, pericolosi, subdoli. Perfino il "bossismo", la caricatura del regime carismatico (bossismo non nel senso di Bossi, ma del potere del "boss"), ha bisogno di ideali per giustificarsi e per giustificare l´uso spregiudicato di ogni mezzo possibile.
Nel nostro paese le reazioni all´illegalità sono così diverse proprio perché diverse sono le concezioni delle relazioni politiche e sociali alle quali - consciamente o inconsciamente - ci si ispira. Se si vuole, con una semplificazione, per l´una "il fine non giustifica i mezzi", mentre per l´altra, altrettanto classica, "il fine giustifica i mezzi".

Corriere della Sera 30.1.09
L'incontro L'ex br presenta il suo libro a Casa Pound. «Basta con l'antifascismo ideologico»
E Morucci va nel centro sociale dell'estrema destra
di Maria Rosaria Spadaccino


ROMA — La Sapienza lo ha respinto, lo ha accolto invece Casa Pound. Valerio Morucci, l'ex brigatista del sequestro Moro e della strage di via Fani, va a parlare del suo libro
Patrie galere, cronache dall'oltrelegge,
edito da Ponte alle Grazie, nel centro sociale del Blocco Studentesco, il movimento di estrema destra coinvolto negli scontri di ottobre in piazza Navona. Sembra che proprio quei tafferugli siano stati il filo rosso — per usare una facile metafora — tra Morucci e i militanti neofascisti. «Dopo gli scontri ci ha cercato per manifestarci solidarietà, così sono cominciati i contatti», racconta Gianluca Iannone, presidente di Casa Pound Italia, di fatto il laboratorio della destra radicale. «Poi quando il 12 gennaio gli è stato impedito di parlare all'università, così come è successo a noi tre a volte a Tor Vergata e a Roma Tre, abbiamo deciso di offrirgli asilo politico, perché siamo un luogo dove il confronto è libero », sostiene Iannone.
Alla Sapienza l'ex terrorista era stato invitato dal professore di letteratura anglo-americana Giorgio Mariani a partecipare al seminario «Cultura, violenza e memoria», ma era stato lo stesso rettore Luigi Frati a mettere il veto dopo che le polemiche politiche erano divampate. Non è però solo la presenza di Morucci a far gongolare i dirigenti di Casa Pound: «Lo abbiamo invitato perché ha annunciato un'iniziativa importante — dice Iannone — ovvero un appello a mettere fine al meccanismo diabolico dell'antifascismo, che lui ha dichiarato esplicitamente di condannare. Si parla tanto di riconciliazione nazionale, superare le divisioni ideologiche è un passaggio obbligato». Oggi — annunciano i giovani di Casa Pound — la capitale sarà invasa dai manifesti sull'evento, che si terrà venerdì 6 febbraio alle 21. Parteciperanno Giampiero Mughini, Angelo Mellone, Ugo Maria Tassinari, il vicecapogruppo Pdl in Campidoglio Luca Gramazio e Carlomanno Adinolfi.
«Capisco lo stupore, ma l'avevo già annunciato che sarei andato nei centri sociali della destra radicale», spiega Morucci. E continua: «Quello che ho intrapreso spero sia un percorso positivo. Vorrei bloccare la contrapposizione ideologica, schematica, quasi religiosa tra Male e Bene, perché nel passato ha provocato solo disastri. E ancora potrebbe crearne. La Costituzione garantisce a tutti la libertà di espressione, la libertà di parola... invece in Italia questo diritto è vietato ad alcune categorie di persone. Io faccio parte di una di quelle categorie, e anche i fascisti ne fanno parte ». Un fiume in piena, insomma, che non si è fermato nemmeno davanti alla tecnologia. Ieri sera il «compagno Pecos », come lo chiama l'ex brigatista Anna Laura Braghetti nel libro Il prigioniero, ha scritto un lungo messaggio su Facebook nel gruppo d'opinione «Libertà di Parola». Comincia citando Erri De Luca: «Senza pietà per i vinti non c'è l'Iliade... richiedere la pietà per i vinti è tutt'uno con il richiedere la loro parola».

Corriere della Sera 30.1.09
«Peccatrice, ti uccideremo» Minacce alla poetessa in tv
Ma la saudita Aydah si avvia alla finale dello show
di Viviana Mazza


«Mi hanno imposto il burqa, ma io sono libera come un uccello. Anche la spada nascosta nel fodero non è meno tagliente»
La sagoma nera sta seduta su una grande poltrona rossa e dorata. Invisibile il volto — pure gli occhi. Si vedono solo le mani bianche, che tagliano l'aria con gesti ampi, e il microfono che spunta all'altezza della bocca. Dalla sagoma nera proviene una voce decisa, che recita i versi di una poesia: «Mi hanno imposto il burqa, ma io sono libera come un uccello. Anche la spada nascosta nel fodero non è meno tagliente».
Aydah Al Jahani, quarantenne saudita, è l'unica partecipante donna rimasta in gara nel concorso della tv di Abu Dhabi
Il poeta milionario. Il popolarissimo show, nato nel 2006, giunto alla terza edizione, vede 8 professionisti e dilettanti fronteggiarsi ogni giovedì sera recitando nel dialetto del Golfo composizioni da loro scritte di poesia nabati, un genere di tradizione beduina. Erano 48 all'inizio (altre due donne, entrambe giordane, sono state eliminate). Aydah ha superato la prima selezione a dicembre (partecipando con una poesia sui diritti delle donne), e ieri ha passato la seconda: è stato il pubblico da casa (oltre 7 milioni di spettatori) a sceglierla, con il 59% dei voti inviati via sms nel corso di una settimana. Ora è una dei 20 poeti rimasti nella fase finale (ancora 6 settimane) a contendersi i 5 milioni di dirham (1 milione di euro) in palio (e altri ricchi premi.
La tribù Al Jahani, cui Aydah appartiene, e il suo stesso padre però non sono d'accordo. Il sito saudita Elaph scrive che l'avrebbero minacciata di morte, perché poco importa che Aydah nasconda il proprio corpo: la voce femminile è in sé erotica e sufficiente a suscitare pensieri peccaminosi. Secondo un aneddoto sulla vita del Profeta, Maometto l'avrebbe definita
awra e cioé un'onta, raccomandando a un fedele dal quale era andato a pranzo di far abbassare la voce alla moglie che lo chiamava gridando dal reparto delle donne.
Hana Al Hirsi, PR della compagnia Pyramedia che produce lo show, conferma che Aydah «ha ricevuto pressioni dalla sua tribù», ma non minacce di morte. «Proviene dalla regione del Golfo. La tribù è come una grande famiglia e molti sono contrari che partecipi al programma. Ma il fatto stesso che lo abbia fatto è una conquista», dice Al Hirsi al Corriere. «E d'altra parte ci sono anche molti che l'appoggiano e che si sono sintonizzati ieri sera solo per vedere lei».
Aydah ha cominciato a comporre poesie da bambina, unendo dialetto e lingua colta. A 5 anni pubblicò la prima sul mensile culturale del Kuwait Al Yaqdha (il risveglio). La poetessa si definisce «wahida saudiya » (l'unica saudita) nella sua prima raccolta del 1999. Da allora ha conquistato premi letterari e alcuni cantanti del Golfo hanno messo in musica le sue poesie. Diverso però è apparire di persona in tv davanti a milioni di persone, con quella «voce incantevole» e quei «modi raffinati », scrive Elaph.
Ma Aydah ha due alleati: il pubblico e il marito. I giurati in studio (cinque uomini) selezionano ogni giovedì un poeta che passa al round successivo: in nessuno dei due round hanno scelto lei. Ma anche gli spettatori possono dire la loro: sono stati loro a promuoverla.
Ieri tre quarti della platea in studio era composta da donne, rigorosamente sedute in una sezione separata rispetto agli uomini. Aydah ha accolto la notizia di essere passata al terzo round (l'ultimo prima della finale del 26 marzo) dicendosi orgogliosa a nome di tutte le donne. La poetessa non scrive però solo sui diritti femminili, ma anche di questioni che riguardano tutti. «Molte delle composizioni in gara sono su Gaza, sul nazionalismo, sulla guerra, sulle difficoltà economiche», spiega Al Hirsi. L'ultima poesia recitata da Aydah, «Dedicato al piccolo Basem», è la storia vera di un bambino povero morto di fame e di freddo nel nord dell'Arabia Saudita.
E mentre lei siede sulla scena, nascosta nel suo involucro nero, il marito seduto tra il pubblico applaude. Prima di poetare, come tutti i partecipanti Aydah ringrazia sempre Dio. Poi, con quella sua voce matura e forte, rivolge al compagno parole tenerissime: «Mi inchino, con rispetto, con gratitudine e con amore, al più coraggioso degli uomini, mio marito».

Corriere della Sera 30.1.09
Mons. Ravasi: Galileo, niente monumento in Vaticano
di G.G.V.


CITTÀ DEL VATICANO— Un convegno internazionale a Firenze dal 26 al 30 maggio, miriadi di iniziative, soprattutto il desiderio della Santa Sede di «onorare la figura di Galileo Galilei, geniale innovatore e figlio della Chiesa». Lo dice lo stesso arcivescovo Gianfranco Ravasi, grande biblista nonché presidente del pontificio consiglio della Cultura: «I tempi sono ormai maturi per una nuova considerazione della figura di Galileo».
Nell'anno galileiano non ci sarà tuttavia spazio per la statua del grande scienziato in Vaticano, giusto accanto alla pontificia accademia delle scienze: «Il progetto c'era, era stato realizzato anche un bozzetto, ma per il momento è stato archiviato: abbiamo consigliato allo sponsor di finanziare istituzioni che si dedicano a studi scientifici e filosofici», ha spiegato Ravasi. «Ad esempio è stata sovvenzionata una di queste istituzioni in Africa». Restano comunque gli omaggi e gli approfondimenti su Galileo, compimento di un «lungo cammino di riflessione» iniziato da Wojtyla nell'81 con l'istituzione di una commissione che «ebbe il coraggio di riconoscere gli errori dei giudici». Del resto Benedetto XVI lo ha citato a modello, elogiando nel giorno dell'Epifania gli scienziati che «sulle orme di Galileo non rinunciano né alla ragione né alla fede».

Corriere della Sera 30.1.09
Fra le cause della frammentazione Christopher Duggan, storico inglese, indica il ruolo negativo della Chiesa e dell'estrema sinistra
Italia, una nazione senza lo Stato
Partiti, fazioni e clientele hanno impedito l'affermazione di valori collettivi unificanti
di Christopher Duggan


Il problema principale che si pose dopo l'unità d'Italia non fu se una nazione esistesse oppure no (durante il Risorgimento quasi tutti i patrioti postulavano che l'Italia fosse una nazione), ma il come fosse possibile creare uno Stato unitario che incarnasse questa nazione, e con il quale la massa della popolazione potesse identificarsi. Gli ostacoli erano enormi: la frammentazione del-l'Italia sul terreno politico, geografico, linguistico, economico, culturale e storico appariva evidente, ed era quasi impossibile individuare simboli o idee «nazionali» suscettibili di avere un rilevante impatto emotivo fuori dell'angusta cerchia delle élites. Particolarmente problematico era il passato: quasi ogni singolo episodio patriottico — dalla battaglia di Legnano ai Vespri siciliani — poteva essere visto come una manifestazione di regionalismo.
Tra i più straordinari paradossi del processo di unificazione svoltosi nel 1859-60 c'è il fatto che un sistema altamente centralizzato fu imposto in buona parte perché un grado elevato di autonomia locale e regionale appariva storicamente naturale. La ragione principale di questa politica era l'insicurezza delle élites, ossia il timore che le tensioni regionali avrebbero fatto esplodere il nuovo edificio se l'esercito piemontese non fosse stato in grado d'intervenire rapidamente. E tra gli effetti ci fu un imponente retaggio di malcontento per quella che fu percepita come un'ingiustificata «piemontesizzazione». Il processo di unificazione lasciò un rancore profondo, che costituisce tuttora un terreno fertile per partiti a base regionale nel Nord come nel Sud della penisola.
Un altro paradosso fu che la debolezza dello Stato in termini di legittimazione popolare condusse all'adozione di misure che si proponevano di sanare la frattura tra «Paese legale» e «Paese reale», ma che si rivelarono di fatto controproducenti. Qui il problema era che l'Italia unita non aveva saputo creare un mito di fondazione unificante paragonabile, poniamo, a quello della Gran Bretagna nel Seicento o della Francia all'epoca della Rivoluzione francese. E a peggiorare le cose il nuovo Stato nacque proprio mentre l'estrema sinistra e la Chiesa riuscivano a mobilitare la gente comune su una scala senza precedenti — e si trattava di una mobilitazione rivolta contro il nuovo regno. Per vari motivi, in Italia gli strumenti impiegati in quest'epoca da altri Stati per nazionalizzare le masse — l'economia, la scuola, l'allargamento del suffragio, il carisma della monarchia — ebbero un effetto limitato; e sotto la spinta della disperazione le élites fecero ricorso alla guerra (nel 1866, nel 1895-96, nel 1911-12, nel 1915-18), con risultati spesso catastrofici. E naturalmente il fascismo legò inscindibilmente il suo programma di nazionalizzazione al linguaggio e alla pratica della guerra.
Tra i temi principali del mio libro La forza del destino (Laterza) è il grande ostacolo frapposto fin dal principio dalla Chiesa cattolica al movimento nazionale. Abbiamo qui un altro enorme paradosso: come Gioberti e altri riconobbero, la religione era sotto molti aspetti l'elemento culturale più «nazionale» rinvenibile in Italia; ma a partire dalla primavera del 1848 si vide che non esisteva la minima possibilità che la Chiesa diventasse qualcosa di diverso da un intransigente nemico dell'unificazione della penisola. Le conseguenze furono colossali. Fin dalla sua nascita, lo Stato liberale vide la sua autorità minata dal Vaticano, il cui diritto di denigrare gli avversari era protetto dalla legge delle guarentigie. Né gli attacchi del papato erano l'unico fattore nocivo. Il fatto che tra gli uomini di governo i cattolici fossero così numerosi, e sperassero nella conciliazione con la Chiesa, indebolì fin dal principio la capacità dello Stato liberale di affermare se stesso. Se le élites non credevano convintamente nei valori del nuovo Stato, come sorprendersi che la massa della popolazione fosse incerta quanto alla fonte ultima della sovranità?
A me sembra che la presenza dominante della Chiesa abbia avuto anche un altro effetto di lungo periodo, nel senso che introdusse — inevitabilmente — nella vita politica italiana una nota di estremismo. Avrebbe Mazzini concepito il suo programma nazionale in termini così intransigenti e così squisitamente religiosi senza l'opposizione della Chiesa? Avrebbe il socialismo (ma anche il fascismo) avuto un carattere così accentuatamente rivoluzionario se il cattolicesimo non fosse stato il suo grande rivale per i cuori e le menti delle masse? È ovvio che questo estremismo inasprì le divisioni del Paese. E grosse furono altresì le sue conseguenze per i valori dello Stato: quanti dei compromessi morali di cui si resero responsabili i democristiani, e che minarono la credibilità della Repubblica, trovarono una giustificazione nella sensazione di essere impegnati in una guerra civile ideologica?
Il mio è sostanzialmente uno studio storico del «processo» di nazionalizzazione, ossia di come l'Italia fu immaginata in quanto nazione, e di come intellettuali e politici cercarono di creare uno Stato che incarnasse le loro speranze. Il suo centro focale è il periodo compreso tra la Rivoluzione francese e la Seconda guerra mondiale, mentre la trattazione dell'Italia post-1945 è deliberatamente stringata. Ciò in parte perché a misura che ci si avvicina al tempo presente diventa per lo storico molto più difficile discernere i temi che contano, ma anche perché la «nazione », dopo essere stata al centro delle discussioni sull'Italia fino al 1945, nell'epoca della «Prima Repubblica» arriva quasi a scomparire come questione politica.
Si potrebbe suggerire che questa mancanza di attenzione per la «nazione» fosse il segno di una maggiore solidità e sicurezza: è lecito affermare che le colossali trasformazioni economiche degli anni Cinquanta e Sessanta fecero per nazionalizzare l'Italia molto più di tutte le iniziative pedagogiche dei 150 anni precedenti. D'altro canto, l'erosione della dimensione nazionale in sede politica rese però estremamente difficile per lo Stato postbellico affermarsi come fonte di autorità morale. Come tanti patrioti risorgimentali avevano temuto sarebbe accaduto in un regime rappresentativo cui facesse difetto un potente senso etico della nazione, i partiti, le loro fazioni interne, le organizzazioni clandestine e le reti clientelari colonizzarono lo Stato in misura via via crescente, spogliandolo degli attributi dell'imparzialità e dell'efficienza.
L'impulso a «fare l'Italia» e a «fare gli italiani» comportava il rischio di produrre (e ha di fatto talvolta prodotto) conseguenze catastrofiche. Ma l'incapacità d'instaurare e difendere valori collettivi chiaramente definiti può essere altrettanto perniciosa. Se lo Stato e le sue istituzioni perdono autorità, e si rompe l'equilibrio tra l'interesse pubblico e gli interessi privati, si corre il pericolo di creare una spirale di disillusione inarrestabile. E nel caso dell'Italia questo rischia di riportare alla ribalta la dialettica che ha segnato tanta parte della sua storia: da un lato la frammentazione (anche territoriale), e dall'altro gli appelli alla «coesione nazionale » e una ricerca, talvolta disperata, di meccanismi capaci di esercitare un'azione unificatrice.

Corriere della Sera 30.1.09
Un'antologia di scritti su istruzione, lavoro e voto
L'emancipazione femminile: un cammino non concluso
di Giovanni Belardelli


Secondo uno studio dell'Istituto medico legale dell'Aeronautica militare, le donne pilota sarebbero adatte al comando più degli uomini. Di fronte a notizie del genere, ormai sempre più frequenti, possiamo ben valutare il cammino percorso dall'emancipazione femminile attraverso un libro come Per filo e per segno di Ginevra Conti Odorisio e Fiorenza Taricone (sottotitolo «Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX secolo», Giappichelli editore, pp. 304, e 29), vera e propria «summa» di testi politici sulla questione femminile scritti nell'arco di tre secoli e più, da donne e non solo (spiccano tra le eccezioni maschili Condorcet, Mazzini, John Stuart Mill).
Si va dalla veneziana Moderata Fonte, che alla metà del Cinquecento aspettava che il fratello tornasse da scuola per farsi ripetere tutto ciò che aveva imparato, alla nutrita pattuglia emancipazionista dell'Otto e Novecento: dalla socialista Anna Kuliscioff (nella foto) a Teresa Labriola, figlia del filosofo marxista Antonio.
Da un'autrice all'altra, i temi sono spesso simili: anzitutto, la dimostrazione dell'eguaglianza tra i sessi e la rivendicazione degli stessi diritti degli uomini. Fulminante l'osservazione dell'inglese Harriet Martineau che alla metà dell'Ottocento, richiamandosi alla dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti, si chiedeva (tra l'altro) come si potesse pretendere che le donne ubbidissero a leggi che, prive del diritto di voto, non avevano concorso ad approvare.
L'insieme dei testi ci racconta l'origine e le prime fasi di un'emancipazione che si è enormemente accelerata negli ultimi decenni, ma che ha tuttora il vistoso limite d'essersi potuta dispiegare (si pensi alla condizione della donna in gran parte dei Paesi islamici) soltanto o quasi nell'Occidente giudaico- cristiano.

il Riformista 30.1.09
Dopo l'accordo sulle europee, in arrivo quello sulla Rai
Ecco il Veltronellum
In rivolta i piccoli partiti. La sinistra sotto il 4% se la prende con il Pd, di di Fabrizio D’Esposito


Inciuci l'accordo Pd-Pdl sulle europee spalanca la via ad altri dossier bipartisan: il primo è viale Mazzini

Retroscena. Berlusconi e Veltroni si affannano a far smentire dai loro fedelissimi trattative sottobanco. Ma, approvato il genocidio di tutto ciò che sta a destra e sinistra dei partiti principali, è già in moto il risiko sulla tv di Stato. Zavoli alla Vigilanza, Petruccioli vs. Calabrese per la presidenza, corsa a quattro per la direzione generale.

È grande baratto tra Pd e Pdl. Prima l'intesa sulla legge elettorale per le europee, con lo sbarramento al quattro per cento che provocherà un genocidio partitico alla destra e alla sinistra dei due poli. Poi l'accordone. Su tutto: la Vigilanza, il nuovo consiglio di amministrazione della Rai, la giustizia, il federalismo, i regolamenti parlamentari. E, stando a indiscrezioni, pure la riforma della par condicio. Sulla Rai l'intesa è a portata di mano. La prossima settimana l'elezione di Sergio Zavoli alla Vigilanza sarà il primo atto. Con l'obiettivo di accorciare i tempi sulla nomina dei vertici di viale Mazzini. Chiuso anche l'accordo sulla presidenza sul nome di Pietro Calabrese, frutto dell'asse tra Letta e Bettini. Mentre sul direttore generale la rosa si è ristretta a quattro nomi. C'è di più. La trattativa, per il Cavaliere, sarà il vero banco di prova per capire se il segretario del Pd ha intenzione di mollare Di Pietro e percorrere il sentiero di un bipartitismo dialogante. Sullo sbarramento insorgono i piccoli: «Questa norma "salva-Veltroni" è una vergogna» dice Nichi Vendola. Che ieri ha proposto un cartello elettorale «di tutte le forze a sinistra del Pd, dai socialisti a Rifondazione». E Francesco Storace tuona: «Siamo al regime, mancano solo gli stivali».

Baratto. Oppure accordone con dentro di tutto, persino la mai dimenticata, da parte del Cavaliere, riforma della par condicio. L'intesa tra Pd e Pdl sulla legge elettorale per le europee, con lo sbarramento al quattro per cento che provocherà un genocidio partitico alla destra e alla sinistra dei due poli, ha spianato la strada a una serie infinita di ipotesi e voci su un inciucio a partitura multipla: la Vigilanza, il nuovo consiglio di amministrazione della Rai, la giustizia, il federalismo, i regolamenti parlamentari.
I due leader interessati, Berlusconi e Veltroni, si affannano però da ore a far smentire dai loro fedelissimi ogni disegno di grande pacchetto in arrivo. Ecco, per esempio, che cosa dice un berlusconiano di rango: «Nell'ottica del presidente e del gruppo dirigente del Pdl non c'è alcun baratto ma solo un confronto di volta in volta sul merito delle questioni. Ogni cosa viene discussa nel proprio perimetro, non si sconfina mai». Solo che, aggiunge un altro azzurro informato, «se in quel perimetro a trattare sono sempre gli stessi è difficile non pensare a un accordo largo». Insomma la conferma ufficiale del contenitore che si sta costruendo in queste ore non arriverà mai, ma sarà sufficiente attenersi ai fatti per misurare la larghezza del perimetro d'intesa tra Pd e Pdl.
Se, allora, questa è stata la settimana del Veltronellum, su cui poi saranno i capigruppo parlamentari a decidere i tempi di approvazione, la prossima dovrebbe essere quella della Rai. Anche perché, agli occhi della maggioranza, sarà questo il vero banco di prova per capire se il segretario del Pd ha intenzione di mollare Di Pietro e percorrere il sentiero di un bipartitismo dialogante se non mite. Ieri è arrivata un'ulteriore provocazione dal portavoce del premier, il sottosegretario Paolo Bonaiuti, che a proposito della crisi economica ha parlato di un «Veltroni che resta legato al carro dell'Italia dei valori». E rivela un maggiorente del Pdl incaricato del dossier Rai: «Questa settimana non abbiamo forzato la mano sulla Vigilanza per consentire a Di Pietro di fare le sue sparate in piazza. E adesso dopo le cose che ha detto contro Napolitano, Veltroni sulla Rai ha una strada obbligata. Del resto se perde l'Udc per far posto a un dipietrista nel cda rischia di spingere Casini tra le braccia del centrodestra».
La road map per uscire dal pantano di viale Mazzini, il consiglio è scaduto nella primavera di un anno fa, è nelle mani dei presidenti di Camera e Senato. Saranno Fini e Schifani, infatti, a convocare la nuova commissione di Vigilanza della Rai in una finestra tra il 3 e il 5 febbraio. Prima però nomineranno d'imperio i due commissari dell'Idv che Di Pietro si rifiuta di indicare. A quel punto Sergio Zavoli succederà a Riccardo Villari e si procederà all'elezione del nuovo cda come prevede la Gasparri. I plenipotenziari di Berlusconi e Veltroni, rispettivamente Gianni Letta e Goffredo Bettini, stanno lavorando a una griglia che come soluzione forte prevede sempre la presidenza a Pietro Calabrese, ex direttore di Messaggero, Gazzetta dello sport e Panorama. Dal Pdl, però, segnalano in risalita le quotazioni dell'attuale numero uno Claudio Petruccioli. Indicativo dello scontro in atto quanto dice una fonte berlusconiana: «Il Cavaliere punta a tre consiglieri, a partire dalla conferma di Petroni in quota Tesoro. Petroni però non vuole saperne di ritrovarsi nel cda con Petruccioli nuovamente presidente e quindi ha fatto sapere che entrerà solo con Calabrese o altri». Dove per «altri» bisogna intendere l'ex dg Rai Pier Luigi Celli, da sempre etichettato come dalemiano, e il direttore del Sole 24 Ore Ferruccio de Bortoli.
Altro nodo delicato della trattativa in atto riguarda il posto di direttore generale. Nella maggioranza si fronteggiano due schieramenti: il primo propenso a una scelta esterna, il secondo per una soluzione interna. La rosa per un dg proveniente da fuori è di tre nomi: Mauro Masi, segretario generale di Palazzo Chigi; Maurizio Beretta di Confindustria; Fernando Napolitano, manager carico di consulenze e consigliere dell'Enel. Sul fronte interno, invece, la candidatura è unica: Lorenza Lei. Al momento la Lei sembrerebbe favorita ma col passare dei giorni non sono esclusi ribaltamenti improvvisi. Come già sta accadendo, del resto, nella formazione di centrodestra del cda. Se, infatti, dovessero saltare Petroni e anche Urbani, oltre ad Alessio Gorla potrebbero esserci due nomi a sorpresa, tra cui quella di Del Noce.
Negli altri partiti, il totocandidati non presenta scossoni rispetto alle previsioni: Bianchi Clerici per la Lega e Rositani per An. Nell'Udc sono in corsa Erminia Mazzoni e Rodolfo De Laurentiis e nel Pd, infine, tutto è legato alla sorte di Calabrese presidente: se non dovesse passare farebbe comunque il consigliere insieme con Nino Rizzo Nervo. E in nessun caso circolano nomi di dipietristi.

il Riformista 30.1.09
Sbarramento
Finalmente una legge ad personas
Il Veltronellum dannoso ma utile a due persone
di Andrea Romano


È una vocazione irresponsabile quella che spinge Veltroni e Berlusconi a blindare il voto europeo con una soglia di sbarramento tagliata su misura di reciproca convenienza, pochi mesi prima delle urne. Perché questa leggina ad personam (più esattamente "ad duas tantum personas") confermerà nell'elettorato la convinzione che le regole del voto siano determinate unicamente dalle mutevoli convenienze del momento. Oggi quelle convenienze impongono la soglia del 4 per cento, prima delle elezioni del 2006 l'orrido Porcellum fu varato per altre esigenze ma con lo stesso metodo frettoloso e opportunistico, domani saranno forse altri i bisogni da soddisfare per portare un altro colpo alla dignità del voto popolare.
A fare le spese di questa disinvolta gestione delle regole del gioco non saranno solo i piccoli partiti, spinti fuori dalla rappresentanza parlamentare anche a Strasburgo dove pure non esiste alcun imperativo di governabilità, ma la stessa possibilità di una qualsiasi innovazione dell'offerta politica. Che da domani dovrà percorrere una via non elettorale per provare a imporsi all'attenzione del pubblico, diversamente da quanto è stato concesso ormai molti anni fa persino alla Lega dell'allora senatore unico e rivoluzionario Umberto Bossi.
È un'irresponsabilità condivisa dai due poli, con Berlusconi che fa un altro passo verso il traguardo del partito unitario del centrodestra, ma che appare particolarmente utile al Pd. O meglio, utile all'equilibrio di potere che mantiene in vita il Pd così come concretamente appare agli italiani. E dunque alla leadership traballante di Veltroni, con la sua corte di colonnelli mugugnanti ma privi di alternative. Perché possiamo anche apprezzare il gesto retorico di Dario Franceschini (che ha sostenuto che «la riforma serve al Paese e ai nostri figli») ma è evidente che la toppa dello sbarramento europeo non porterà alcun giovamento né al Paese né tantomeno ai nostri figli.
Rimane da vedere se il Veltronellum sarà utile almeno a Veltroni, che accantona l'ambizione di qualificare politicamente la propria leadership per abbracciare la strategia degli espedienti come metodo di sopravvivenza. In questo caso l'espediente è una nuova scommessa sul voto utile, che lo scorso aprile non bastò a garantirgli la vittoria e che il prossimo giugno confida di vedere resuscitato in condizioni generali assai meno favorevoli. Perché nel frattempo la sinistra radicale non ha smesso di frantumarsi ma l'effetto novità del Pd ha fatto la fine che conosciamo, con il rischio che alle europee una parte decisiva dell'elettorato faccia scattare una sorta di operazione "salviamo il panda". Con tanti saluti alla soglia del 30 per cento, che pure rappresenterebbe una ben misera linea di galleggiamento per questo Pd.
È dunque una scommessa avventurosa quella di Veltroni, e senza la nobiltà residua della "vocazione maggioritaria", che tale non è mai stata perché fin dall'inizio sostenuta dall'alleanza con Di Pietro. Oggi questo sbarramento artificioso non sarà compreso dal Paese e verrà letto come un tentativo di uccidere nella culla qualsiasi tentativo di discutere alla luce del sole la missione del Pd. Ma nel surreale spirito bipartisan da cui è animato produrrà qualche ricompensa per entrambi i contraenti. Certamente non saranno quelle riforme condivise che l'incedere della crisi rende sempre più urgenti, ma forse sarà qualcosa di più vicino alle sensibilità di Veltroni. Ad esempio la Rai, dove c'è da scommettere che il pantano nel quale il suo Pd si è cacciato con i propri piedi sarà magicamente dissolto nel giro di pochi giorni.

il Riformista 30.1.09
Vinti e mazziati, la rivolta dei "piccoli"
di Alessandro De Angelis


NICHI VENDOLA. «Un'alleanza elettorale con tutte le forze a sinistra del Pd, dai socialisti a Rifondazione»: la ricetta del leader della neonata Rps per non sparire anche in Europa. «Che vergogna cancellare il pluralismo in nome della governabilità».

«Un cartello elettorale di tutte le forze a sinistra del Pd»: il governatore della Puglia Nichi Vendola spiega la sua proposta anti-sbarramento.
Vogliono farvi fuori anche in Europa?
Questa storia della frammentazione è davvero la foglia di fico con cui si copre una vergogna: la cancellazione del pluralismo in nome della governabilità. Non c'entra nulla col parlamento europeo che non elegge alcun governo e ha bisogno di rappresentanza di culture politiche che arricchiscano l'Europa. È veramente un parossismo: la cultura liberaldemocratica nega il rispetto delle minoranze.
Quindi, che propone?
Un'alleanza elettorale con tutte le forze a sinistra del Pd, dai socialisti a Rifondazione. Sarebbe un atto di responsabilità che apre la prospettiva a una battaglia politica diversa dalla pura difesa esistenziale e che tiene insieme le tante storie e tradizioni della sinistra, in nome di un'altra Europa, dei diritti e della giustizia sociale.
In altri paesi però ci sono soglie di sbarramento.
Quando sono in ballo atteggiamenti impresentabili tutti diventano esterofili. Diciamoci la verità: questa è una norma "salva-Veltroni". Un tentativo del Pd per arginare la propria crisi e per il Pdl di inglobarlo in una sorta di governo allargato.
Che intende per governo allargato?
A prescindere dalle chiacchiere sull'antiberlusconismo buone per strillare la domenica, questo governo allargato vive in una cultura leghista che mette in consonanza pezzi dei due poli, nell'assalto alle risorse del Mezzogiorno, nell'acquiescienza al federalismo sotto l'egemonia nordista. E potrei continuare.
Sulla proposta che fa si è consumata la scissione del Prc.
È una cosa diversa. Noi, al congresso, ponemmo il problema che tante storie dovevano mettersi in gioco in un soggetto unitario e plurale. Poi siamo usciti da un partito schiacciato su una deriva iper-identitaria. Ora non sto riproponendo a Ferrero un soggetto unitario. Dico a un campo di forze che va dai socialisti a Rifondazione che è necessario che la sinistra politica cerchi un minimo comune denominatore per il passaggio elettorale. Anche la questione del simbolo è secondaria.
Ferrero dice: prima blocchiamo la legge, poi discutiamo.
Io dico che la forza politica della proposta del cartello ha un valore in sé, tanto più all'indomani della nostra fuoriuscita. Dà speranza a tutto il popolo della sinistra e rende più efficace la lotta contro lo sbarramento. Se non dovesse essere condivisa perseguiremo l'unità possibile.
Si aspettava che nel Pd D'Alema battesse un colpo?
Più che altro vorrei dire a Veltroni "batti un colpo" e non sulla testa della sinistra. Anche perché sarebbe il secondo. Quanto poi al Pd mi domando: che altro dovrebbe fare per rendere visibile la sua cifra neocentrista?
Quindi il Pd è un capitolo chiuso?
È un capitolo apertissimo. I partiti non sono mummie, sono corpi viventi. E se si aprono varchi, la mia cultura comunista mi porta a guardare la dialettica di ogni partito. Perché non dovrei essere curioso di una apertura a sinistra del Pd?

il Riformista 30.1.09
Fine vita o fine Pd?
Binetti all'attacco: «Scontro culturale»
di Sonia Oranges


Polemiche. La deputata teodem replica alla lettera al "Riformista" con cui Finocchiaro ha annunciato che nei gruppi parlamentari del Pd si voterà sul testamento biologico: «Si tenta di emarginarci, la via da seguire è un'altra».

Anna Finocchiaro e Marina Sereni hanno annunciato, dalle colonne del Riformista, la controffensiva laica sul testamento biologico con la votazione, nel gruppo pd al Senato, sulla linea da tenere in aula, spingendo sulla posizione che vuole assicurate idratazione e nutrizione al paziente fino al termine della vita, salvo che la loro sospensione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento. Un "salvo che" mai digerito dal gruppo dei teodem e ora reso ancora più indigesto da una conta che, come spiega la senatrice Paola Binetti, a loro avviso non renderebbe giustizia a un sentimento in realtà maggioritario nel Paese.
Cosa pensa della lettera di Finocchiaro e Sereni?
Mi ha sorpreso che citassero solamente il disegno di legge di Ignazio Marino, quando c'era anche quello della Baio e mio in cui emergevano in anticipo le posizioni su cui ora divergiamo. Non m'è parso corretto, ma da sempre in direzione c'è stato un atteggiamento di orientamento privilegiato per quel ddl. Inoltre, riferendosi al gruppo di lavoro sul tema, parlano di una posizione condivisa su nutrizione e idratazione, quando la Coscioni e io dissentivamo, pur se per motivi diversi. D'altra parte, è vero che proprio quel gruppo di lavoro ha fatto fare un notevole salto in avanti al nostro dibattito interno, almeno rispetto all'iniziale proposta di Marino. Tanto per cominciare, il riconoscere che idratazione e nutrizione non sono accanimento terapeutico.
Nessun problema allora, anche perché ognuno avrà libertà di votare secondo coscienza...
Il problema invece c'è. E non è tanto sapere se ho libertà di coscienza, perché è uno statuto del parlamentare, ma il sapere se la cultura che rappresentiamo, che è quella di parte prevalente del mondo cattolico, ha un luogo di rappresentazione all'interno del Pd, al di là dei numeri. Oppure se il Pd si riconosce in una cultura altra. Vogliamo contarci? Bene. Sono curiosa di sapere come voteranno in tanti, al di là della politica, su una scelta di coscienza. Chi siamo? quanti siamo? Quanto pesa questa cultura? È questo il vero tema su cui si gioca lo sviluppo del Pd. Nulla di molto diverso, a ben pensarci, dal dibattito che in questi giorni anima il sindacato in materia di contratti: sono due modelli culturali diversi. Ora il Pd deve decidere se assumere la logica di valore di un pensiero nuovo, in cui la vita è un bene indisponibile, scegliere se assimilare il nostro portato oppure emarginarlo. Perché se la scelta è la seconda, è bene che sia fatta ma anche dichiarata. Subito e prima che si vada alle elezioni, ora che in periferia si costruiscono le posizioni.
Ma perché votare rischiando una frattura?
Me lo sono chiesto anche io. Vede, la Bindi aveva considerato più importante lavorare per condividere un progetto. Ora non so che bisogno ci sia di contarci in anticipo, visto che poi in aula comunque ognuno si esprimerà secondo coscienza. Vogliono sapere quanti si riconoscono nel nostro messaggio valoriare? Quanti cattolici ci credono per davvero? Sembra quasi che ci sia il pressing di qualcuno che vuole rendere egemone un filone di pensiero.
Come andrà a finire?
È una storia tutta da scrivere, anche con questa battaglia. La diversità non dovrebbe diventare ostilità, ma c'è chi ha un continuo bisogno di dire che siamo inifluenti. Certo, numericamente siamo minoritari, ma credo il progetto che rappresentiamo sia maggioritario. Ma se lo sono domandato perché siamo al 23% e perché rischiamo di scendere al 21?

il Riformista 30.1.09
Grido d'allarme. La comunità preoccupata per un'ondata di antisemitismo è in rotta anche con il Governo
Gli ebrei di Germania decidono di rompere con il Papa tedesco
Crisi continua.Il Gran Rabbinato d'Israele annulla un incontro in Vaticano. Ma il messaggio più doloroso per Benedetto XVI arriva da casa.
di Paolo Petrillo


Berlino. «Mentre rinnovo con affetto l'espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l'umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell'uomo.» Sembrava che le parole pronunciate mercoledì da Benedetto XVI avessero, se non placato, almeno avviato a soluzione la dura polemica scoppiata fra Chiesa cattolica e mondo ebraico in seguito al ritiro della scomunica del vescovo Richard Williamson, lefebvriano e negazionista. Sembrava che il Gran Rabbinato d'Israele le avesse apprezzate, quelle parole, e che, pur «riservandosi di discutere», le considerasse «un gran passo avanti per risolvere la questione». Sembrava, ma forse non è così.
Dalla Germania, luogo sensibilissimo quando il discorso verte su antisemitismo e Olocausto, è arrivato ieri un segnale esplicito: Charlotte Knobloch, presidente del Consiglio generale delle Comunità ebraiche tedesche, esclude al momento la possibilità di riprendere il dialogo con il Vaticano. «Non ho a che fare con persone che non sanno quello che fanno» ha spiegato la signora Knobloch in un'intervista apparsa sul quotidiano Rheinische Post. «Il Papa è una delle persone più colte e più intelligenti di cui la Chiesa dispone. Ed è convinto e consapevole di ogni parola che pronuncia». La dichiarazione di solidarietà pronunciata all'Udienza generale in Vaticano è quindi apprezzabile, ma non sufficiente. Urgono altri passi. «Riammettere una persona, che nega l'esistenza storica delle camere a gas, all'interno di una comunità di cui non è degno, rimane per me cosa inaccettabile - ha detto ancora la Knobloch - quindi al momento, e in queste condizioni, con la Chiesa non vi sarà di sicuro alcun dialogo. Anche se sottolineo: al momento».
Ad ascoltare i commenti che, intorno alla vicenda, ha rilasciato Stephan Kramer, segretario generale delle Comunità ebraiche tedesche, si ha però l'impressione che ad alimentare l'intransigenza della signora Knobloch non vi sia solo la polemica in corso in questi giorni. Sullo sfondo, infatti, si profila una più generale preoccupazione: quella di trovarsi di fronte, soprattutto in Germania, a una montante ondata di antisemitismo. Che, secondo le Comunità, potrebbe trovare nel «perdono» papale a Williamson un ulteriore e pericoloso incentivo. «All'interno delle comunità tedesche - ha spiegato recentemente Kramer alla Frankfurter Allgemeine Zeitung - l'antisemitismo è di nuovo il principale tema di dibattito». I sintomi, a suo avviso, sono molteplici: si pensi all'aumento degli atti di violenza contro luoghi o persone appartenenti al mondo ebraico. O agli slogan antisemiti che hanno accompagnato alcune delle manifestazioni di protesta organizzate in Germania durante i bombardamenti israeliani su Gaza. «E con il suo gesto - ha commentato Kramer - il Papa sembra aver voluto mettere un negazionista sotto la propria ala protettrice».
Non basta. Le comunità ebraiche temono che anche il governo tedesco - che per responsabilità storica dovrebbe vigilare al massimo - si stia invece lentamente dimenticando di loro. L'ultima occasione di polemica è recente, risale al 27 gennaio, giorno dedicato alla memoria della Shoah. Durante un incontro al Mausoleo dell'Olocausto - a Berlino, vicino alla Porta di Brandeburgo - la signora Knobloch ha annunciato che, in segno di protesta contro la scarsa attenzione mostrata dal governo federale nei confronti e dei sopravvissuti ai campi di sterminio e della propria organizzazione, quest'anno non avrebbe partecipato alla rituale cerimonia nell'aula del Bundestag. «Abbiamo avuto l'impressione di essere considerati soltanto degli spettatori - ha commentato Kramer - e che a nessuno importasse veramente della nostra presenza».
La signora Knobloch ha ribadito che «al momento» non è pronta a riprendere il dialogo. Forse vuole ulteriori rassicurazioni sul fatto che nessuno, dentro il Vaticano, si permetta di considerare l'antisemitismo come questione non dirimente, o sorpassata. «Ciò che mi augurerei - ha detto rispetto al ritiro della scomunica di Williamson - è un grido di protesta da parte di tutta la Chiesa».

il Riformista 30.1.09
La vergogna non è sentimento per Toni Negri
di Francesco Bonami


Oggi il professore invoca l'amnistia per tutti i condannati di reati "politici" durante gli anni di piombo. Fa rabbia e pena nella sua insistenza nel definire "politici" quelli che sono stati e rimangono semplici e brutali crimini. Abbia invece il coraggio di dichiarare sotto giuramento: «Sono stato, siamo stati e rimaniamo dei poveri stronzi, e per questo vi chiediamo perdono»

Caro Bob - Gli anni del terrorismo in Italia sono ancora pesanti come quel piombo che alcuni disgraziati si sentirono in dovere di distribuire dichiarando guerra a un governo democratico con l'obbiettivo...?
E sì, perché dimentichiamo spesso di chiederci quale fosse davvero l'obiettivo di questa famosa "guerra".
La distruzione del sistema imperialista delle multinazionali? Lo sterminio dei servi dello Stato?
Ma allora si sarebbero dovuti fare fuori gli impiegati delle Poste, delle Usl che a quei tempi si chiamavano Enpas, della Sip, tutti i ferrovieri eccetera eccetera. Le guerre si dichiarano con un motivo, liberare la propria terra, difendere i propri confini, conquistare un paese nemico che ci minaccia o liberarne un'altro. Senza un obiettivo concreto non si può parlare di guerra ma solo di terrore un tanto al chilo.
Oggi il professor Toni Negri invoca l'amnistia per tutti i condannati di reati "politici" durante gli anni di piombo. Negri fa rabbia e pena nella sua insistenza nel definire "politici" quelli che sono stati e rimangono semplici e brutali crimini. L'Italia non ha necessità di un'amnistia che metta in libertà i già liberi Cesare Battisti o la signora Marina Petrella, a quella ci pensano Paesi come il Brasile che forse - non amando rovistare nei suoi anni di piombo (come hanno fatto Argentina e Cile ) dal 1964 al 1985, quando la dittatura militare ne fece di cotte e di crude - è più disposto a chiudere un occhio anche sul Cocido y Crudo di altri Paesi. Oppure ci pensa la Francia con la Carla che l'è più bella quando non parla.
L'Italia avrebbe avuto bisogno di una commissione, come quella sudafricana alla fine dell'apartheid, per "la Verità e la Riconciliazione". Una commissione non legale ma morale dove le vittime ascoltavano i colpevoli anmmettere le loro colpe e i loro errori. L'amnistia che chiedono Negri e compagni è invece un colpo di spugna su colpe ed errori. La miseria della maggior parte dei terroristi viene a galla in questo rifiuto testardo nel non voler dichiarare pubblicamente e umilmente: «Siamo stati colpevoli. Siamo stati dei semplici delinquenti che non avevano capito nulla. Siamo stati e siamo degli emeriti incapaci che hanno prodotto soltanto inutile male e inutile dolore». Solo ripetendo davanti a una commissione ufficiale queste parole accompagnate da una confessione dei propri crimini, questi signori potrebbero finalmente aiutare il Paese a cicatrizzare la sua ferita.
Invece no. Negri vuole andare a Rio de Janeiro in sostegno di Battisti con altri sfiancati fiancheggiatori. Ma questo capitolo della storia italiana non può finire con un "bomba libero tutti" come si fa a nascondino. Negri non vuole né verità, visto che sostiene la falsità dell'innocenza di Battisti, né riconciliazione. Negri non era forse colpevole quando fu condannato, ma lo diventa oggi sostenendo immoralmente i crimini che altri hanno commesso insistendo a definirli "politici".
Adriano Sofri, che almeno ha confessato la sua colpevolezza morale nell'omicidio Calabresi, alla fine del suo libro, forse involontariamente fa un'altra confessione più grande di quella che avrebbe voluto fare. Alla domanda su cosa accadde in quella stanza della Questura di Milano dove Pinelli volò fuori dalla finestra, Sofri risponde «Non lo so».
Tutti però sanno che cosa accadde a Luigi Calabresi e alle altre vittime del terrorismo. Il nocciolo sta qui. Negli anni di piombo la gente ha ucciso senza sapere niente, muovendosi come un branco di criminali ignoranti, non di rivoluzionari. Una profonda e violenta ignoranza che quasi nessuno dei responsabili vuole ammettere apertamente, pubblicamente e ufficialmente. Senza infiorettature intellettuali, ideologiche o teoriche. Non sapevamo, ma nel dubbio uccidevamo.
Se desidera tanto l'aministia per le «vittime del sistema delle multinazionali», il professor Negri abbia il coraggio di dichiarare sotto giuramento: «Sono stato, siamo stati e rimaniamo dei poveri stronzi, e per questo vi chiediamo perdono».

il Riformista 30.1.09
Sciopero dietro l'angolo
di Tonia Mastrobuoni


METALMECCANICI. Le tute blu aspettano e temono le decisioni del governo. Negli stabilimenti Fiat cresce la preoccupazione.
Il "patto di non belligeranza" dell'autunno scorso regge. Nonostante la spaccatura sulla riforma dei contratti tra Cgil, Cisl e Uil, i metalmeccanici dei tre sindacati restano convinti di voler affrontare la crisi uniti. Soprattutto, vogliono attraversare insieme la difficile fase che sta caratterizzando la Fiat, che il ministro Scajola ha quantificato mercoledì in termini di peso sul prodotto interno lordo: «l'industria dell'auto vale da sola l'11,4 per cento del Pil». Ma nel day after di quel deludente vertice, come viene unanimente considerato in tutti gli stabilimenti Fiat, tutto tace. Una calma apparente, perché tra dieci giorni - il tempo che si preso l'esecutivo per decidere sugli aiuti al settore - la situazione potrebbe esplodere, se venissero confermate le «ridicole» cifre di cui si vocifera, come osserva Andrea Amendola, responsabile auto Fiom-Cgil Campania. Quel che si profila concretamente, se gli interventi saranno giudicati insufficienti dai metalmeccanici, ammette un sindacalista Fim-Cisl a microfoni spenti, è uno sciopero generale del settore (ma solo dopo il 13 febbraio, quando la Fiom incrocerà le braccia contro la firma separata sul riordino del modello contrattuale).
Nell'attuale situazione già tesa - in molti stabilimenti si lavora ormai una settimana al mese e molti operai percepiscono salari attorno ai 700 euro sin dallo scorso autunno - qualsiasi tipo di mobilitazione «è difficile», racconta Maurizio Peverati, segretario Uilm-Uil in Piemonte. Per il sindacalista «il problema è che la Fiat si espande all'estero e ha problemi in Italia. Se tra dieci giorni il governo dovesse mettere sul piatto risorse insufficienti e distribuite male, cioè troppo diluite, nelle fabbriche ciò avrebbe un effetto deflagrante». La politica, chiosa Peverati, «non capisce». A una recente iniziativa organizzata sulla questione a Torino, dei 74 parlamentari eletti in Piemonte, «se ne sono presentati 5», racconta amareggiato.
Se in Piemonte il problema è già molto sentito, al Sud assume toni drammatici. Nei due stabilimenti più vulnerabili, quello campano di Pomigliano e quello siciliano di Termini Imerese, gli operai fanno fatica a scommettere sulla sopravvivenza oltre il 2009. È uno dei motivi per cui i vertici dei sindacati metalmeccanici hanno chiesto a Palazzo Chigi di vincolare gli aiuti Fiat all'impegno a non chiudere neanche uno stabilimento e a investire le risorse in Italia e non all'estero. Giovanni Sgambati, segretario campano Uilm-Uil: «nel nostro stabilimento è imminente la fine della produzione della 147 e del Gt. Poi cosa faremo?». Aggiunge Amendola (Fiom) che «a luglio del 2008 ci avevano promesso che avremmo prodotto qui le Bravo. Poi non abbiamo saputo più niente». Fuori dalla fabbrica Fiat e dall'indotto "regolare" la situazione è esplosiva, raccontano altri che preferiscono l'anonimato. «Qui c'è un indotto in nero su cui non c'è un controllo sindacale. Se i soldi non arrivano o non ne arrivano abbastanza, lì esplode tutto», racconta uno. L'area è già sotto un forte stress, ammette Sgambati, «perché inevitabilmente chi guadagna 700 euro al mese fa un secondo lavoro in nero, si improvvisa idraulico o carpentiere, e sottrae lavoro a chi non ce l'ha. Si rischiano tensioni sociali incontenibili, di questo passo».
A Melfi, in Basilicata, le prospettive sono meno cupe, racconta Carmine Vaccaro, segretario regionale Uilm-Uil. «Ma è assurdo - nota - che il governo non si senta responsabile per un milione di lavoratori del settore dell'auto. Adesso la protesta è soffocata dalla paura di perdere il posto del lavoro. Ma che succederà tra dieci giorni?» Roberto Mastrosimone, segretario della Fiom di Palermo, teme invece la chiusura di Termini Imerese: «siamo quelli messi peggio di tutti, siamo al cambio di modello e senza prospettive». E in questo quadro grave, «ci si mette anche il governo che prende tempo sugli aiuti e ci fa perdere ogni giorno una fetta di mercato». Il 13 febbraio la sua organizzazione sciopererà contro al riforma del modello contrattuale. È un giorno nel bel mezzo dell'unica settimana di lavoro di febbraio, nello stabilimento siciliano. «Ma noi sciopereremo lo stesso», scandisce.

il Riformista 30.1.09
Filosofia. L'ultima lezione di Foucault
L'elogio dei cinici
di L.A.


Parigi. Archeologo dei saperi e storico delle idee, durante tutta la sua vita Michel Foucault si è impegnato in un'opera di svelamento dell'autorità dietro le supposte verità del discorso, in un sapiente processo di decostruzione delle strutture storico-culturali dell'ordine del discorso, per far apparire dietro il sapere ciò che sempre vi si cela: il potere appunto. Poi, nell'ultima parte della sua vita, il suo percorso intellettuale cambia direzione e il professor Foucault si avvia verso l'esplorazione di un territorio vasto come quello del cosa voglia dire «dire la verità», sempre più abitato, col passar del tempo, dall'ossessione della Verità non come discorso, ma come atto. La contraddizione stessa della «vita filosofica» che Foucault, in quanto professore e filosofo militante, ha incarnato fino alla fine.
Gli ultimi due corsi al College de France, che vanno sotto il titolo di Il governo di sé e degli altri, girano con accanimento intorno a questa antinomia, come conferma anche Il coraggio della verità, volume appena pubblicato in Francia con le lezioni dell'84. Le ultime di Foucault, iniziate in ritardo a febbraio a causa della malattia e finite a fine marzo con la frase, «ora è troppo tardi». Per dipanare certi fili, per seguire certe intuizioni, per percorrere certi cammini. Il corso volge al termine e la vita minata dall'Aids si «cancella». Foucault morirà qualche settimana più tardi, in giugno, non prima però di averci lasciato questo corso che costituisce il suo «testamento» filosofico.
Come in quello precedente, anche in questo Foucault parte dal concetto di parresia, dal greco «dire la verità», parlar franco. E come sempre in lui dalla disamina della filosofia antica, da Socrate a Platone, da Seneca a Crisostomo, fa scaturire l'attualità dal passato, parla dell'epoca contemporanea parlando del mondo greco. Perché Socrate ha detto la verità agli ateniesi anche se rischiava la vita? Per, dice Foucault, «incitarli ad occuparsi non della loro fortuna, della loro reputazione, del loro onore, ma di sé stessi, cioè: della loro ragione, della verità della propria anima». La parresia è infatti «una nozione politica», perché dire la verità sottopone al rischio della vita, come Socrate ci insegna. Dal «dire vero» si passa presto, infatti, alla «vita vera», alla «vita filosofica». Così come, dice Foucault, mostra la condotta di vita dei filosofi cinici. Cinico viene da kynikos, aggettivo derivante da kyon, cane. Diogene vive in una botte, si spoglia delle costruzioni della civiltà, vive letteralmente come un cane, scandalosamente. Fa della filosofia un mezzo per trasformare la propria vita, e immediatamente la verità che essa incarna diventa scandalosa. Perché la verità delle parole, da tutti condivisa, entra in conflitto con la verità della pratica, da tutti vituperata. È la differenza che passa tra la parresia di Socrate, che conduce fino alla morte, e quella di Platone, confinata nel mondo delle Idee. È la spaccatura che si crea nel mondo occidentale tra la filosofia come «conoscenza dell'anima» e metafisica, che arriverà a produrre il professore di filosofia pagato dallo Stato; e la filosofia come «prova della vita», che verrà incarnata dall'asceta, dal monaco e dal rivoluzionario. O, ultimo tra i filosofi, da Spinoza che rifiuta l'insegnamento.
Foucault rimanda nel suo ultimo corso alla contraddizione che lui stesso incarnava, del professore che scredita la cattedra da cui parla. In fin dei conti nella sua pratica militante e di professore, il testamento di Foucault sta proprio in quella sua necessità d'insegnare perché bisognerebbe insegnare in un modo differente da quello che lui stesso ha dovuto assumere.

Corriere della Sera 28.1.09
La pelle conosce segreti che il dormiveglia rivela
Il mondo interiore è scritto sul corpo
Visioni di luci, geometrie o moti di oggetti, a seconda della zona stimolata prima del sonno
di Giuseppe Bonaviri


Alcuni anni or sono, ho pubblicato, con Mondadori un romanzo dal titolo Il dormiveglia. In appendice al romanzo, era presente un «trattato pseudoscientifico» sulle percezioni sensoriali che precedono la fase del sonno e che sono legate alle varie sollecitazioni cutanee cui siamo sottoposti. Bisogna almeno premettere che, secondo studi medici, dallo stesso foglietto del neo-embrione si formano sia la sfera celebrare che la cute. Quest' ultima - da certe mie ricerche fatte all' epoca della stesura del romanzo, avendo svolto la professione medica per cinquant' anni - ha una funzione «mini pensante» per cui possiamo relativamente stabilire una mappa cutanea dei pensieri che ci sopraggiungono nella fase del dormiveglia. Assai brevemente possiamo accennare al fatto che se una persona ha degli stimoli cutanei sul viso mentre sta per addormentarsi, vede delle luci, delle lampade accese, e tutto ciò che è legato alla luce, perché viene a essere stimolata una particolare area cerebrale visiva. Se tali stimoli, sotto varie forme, interessano le braccia, colui che sta per addormentarsi crede di vedere degli oggetti in movimento. Se i cosiddetti stimoli sensitivi partono dall' addome si ha una visione di alimenti diversi che, generalmente, partono dal pane e si articolano verso cibi ben più complessi e diversi. Quando lo stimolo, invece, parte dai piedi si visualizzano vie e strade sia terrestri che marine e, in rari casi, aeree; la gola genera visioni di alimenti che arrivano e scompaiono rapidamente. A mio avviso, però, la zona cutanea più strana e singolare è l' area inguinale dove è localizzata l' idea primordiale di un Dio che ci ha creato e ci ha lasciato dei segni «mini geometrici», così come diceva Platone: se, infatti, tale area è stimolata noi vediamo una successione di elementi geometrizzabili. Insomma, sulla nostra cute si riflette un mondo interiore che non emergerebbe, anche se solo in forma onirica, se non ci fossero tutte queste successioni di punti stimolati. La nostra sfera onirico-psichica è tuttora tutta da studiare e ci riserverà notevoli e meravigliose sorprese. Ci vorranno, secondo me, molti anni ancora perché si possa entrare nel mistero di un organismo e nel mistero di un Dio che si diffonde per miliardi di chilometri fra galassie e sistemi stellari, dei quali non comprendiamo quello che hanno significato nei secoli passati e significheranno nei secoli futuri. I nostri posteri sicuramente conosceranno e vedranno cose che per noi sono impensabili e completamente ignote.

Repubblica 27.7.05
Il personaggio
Il lancio della candidatura nella libreria dello psicanalista Fagioli tra gli applausi di militanti e fan
Fausto abbraccia il Guru e s'affida alla Provvidenza rossa
Per il leader del Prc una grande cornice mediatica: il rituale di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini
Adorato dalle signore dei salotti
Dice di lui Suni Agnelli: "Si ama la politica e si finisce per innamorarsi di Bertinotti"
di Filippo Ceccarelli


Dio li fa e poi li accoppia. Anche applicato a non credenti, o a persone «in ricerca», come potrebbero essere l´onorevole Fausto Bertinotti e il professor Massimo Fagioli, il vecchio proverbio non solo conferma la propria inesorabile certezza, ma si preoccupa pure di gestire l´accoppiamento, lo rende visibile, gli dà una cornice mediatica, gli monta attorno un rituale fatto di applausi, grida festose e foto scattate con i telefonini tanto dai rifondatori quanto dalla gran massa dei «fagiolini», come ormai da un quarto di secolo vengono chiamati nella sinistra romana i seguaci di Fagioli.
Con il che si va ad allestire la scena, usciti sgocciolanti come sommergibilisti dalla libreria-sauna "Amore e Psiche", sotto lo schioppo del sole, il Leader e lo Psicoterapeuta si abbracciano. Una, due volte, per la comodità dei fotografi. I vigili urbani hanno addirittura chiuso la strada. Bertinotti è pelato e indossa un abito chiaro, Fagioli ha una chioma fluente, autorevole, ma è vestito più sciolto, una camicia azzurra e occhiali da sole un po´ cattivi.
Le lingue lunghe della politica dicono che c´è lui, già guru di Marco Bellocchio, dietro la svolta neo-esistenzialista e non violenta di Bertinotti, e la riprova starebbe nel fatto che per lanciare - con accaldata scomodità, invero - la sua candidatura alle primarie, abbia scelto proprio quella libreria che Fagioli, cui i fans attribuiscono un genio quasi leonardesco, ha addirittura progettato e realizzato con archi e scale in legno chiaro, piuttosto elegante.
Fagioli, infatti, è un guru, un classico guru. Giovane e luminosa promessa della psicanalisi freudiana, già negli anni sessanta ne scosse le fondamenta guadagnandosi la disagevole, ma esaltante fama di eretico, che in seguito estese anche al marxismo. Fu scacciato dalla Spi e malvisto dall´ortodossia comunista, ma dalla sua aveva esperienza, fascino e carisma. Fece ricerca per conto suo, alla metà degli anni settanta ebbe un successo travolgente tra i giovani di sinistra, molti in via di disperato disincanto, che lo inseguivano in cliniche psichiatriche, università e conventi occupati, a migliaia, per farsi interpretare i sogni.
Era l´Analisi Collettiva, o psicoterapia di folla (gratuita, comunque), in pratica l´evoluzione dell´assemblea in senso introspettivo. I «fagiolini», imploranti, alzavano la mano e il Maestro sceglieva a quale domanda dare corso. Per dire il successo di quelle atmosfere, a un certo punto venne fuori pure una radio «fagiolina», con conferenze e telefonate in diretta. Arrivò la gloria, naturalmente, ma anche una stagione di polemiche. Ai tempi de «Il diavolo in corpo» Bellocchio fu duramente contestato dal produttore perché si portava Fagioli sempre sul set, come regista del regista, lasciandogli mettere bocca anche sul montaggio.
Vera, falsa o enfatizzata che fosse, la venerazione di parecchi pazienti, pure ribattezzata «massimo-dipendenza», finì per alimentare attorno a Fagioli e ai suoi fans una qualche sulfurea nomea di setta. Ma di tutto, com´è noto, i guru possono preoccuparsi, meno che di quella. Così, nel tempo, il Maestro ha continuato a scrivere sceneggiature per Bellocchio, come pure ha seguitato adoratissimo a guarire, a insegnare, a editare pubblicazioni, a disegnare mobili e ispirare architetti; si è pure fatto celebrare in un paio di convegni, uno dei quali divenuto autocentrico documentario; quindi ha girato un film tutto suo, «Il cielo della luna», per il quale ha scelto le musiche e recitato la parte di un barbone, per quanto muto, lasciando il ruolo dei protagonisti a due «fagiolini». E infine - qui viene il bello - Massimo Fagioli ha incontrato Bertinotti.
Il bello sta nella fantastica circostanza che anche Bertinotti è un po´ un guru. Certo: rispetto allo psicanalista se lo può permettere di meno, con sei correnti, tre solo trotzkiste, nel suo partito. C´è però da dire che «il Grande Fausto», come l´ha chiamato Liberazione il giorno del suo compleanno, è un santone a suo modo poliedrico, un seduttore adattabile, un poetico cacciatore di anime che sa sempre cogliere il momento.
Così, più che con gli impervi trotzkisti, vale la pena di vederlo all´opera nella sua intensa vita mondana: cortese, elegante, telegenico, pacato, con tanto di erre moscia e civettuola bustina portaocchiali. Come tale invitatissimo «prezzemolino», insieme con la simpatica moglie signora Lella, record di presenze a Porta a porta, premio Oscar del Riformista: «Si ama la politica - ha detto di recente Suni Agnelli - e si finisce per innamorarsi per Bertinotti».
Le signore, specie quelle dei salotti-spettacolo di una Roma al tempo stesso prestigiosa e sgangheratissima, vanno pazze per lui: e lui lo sa. E non c´è niente di male, non è reato frequentarle, tantomeno è peccato ritrovarsi con i reduci del Grande Fratello. E´ solo un po´ buffo, o surreale, o straniante, come in un film di Bunuel, veder così spesso Bertinotti in foto al fianco di Donna Assunta Almirante, o a Maria Pia Dell´Utri, sorridente con Valeriona Marini, Cecchi Gori, Romiti, Sgarbi e Marione D´Urso; oppure intervistato sulla fede da don Santino Spartià, comunque assiduo a casa Suspisio, immancabile a villa «La Furibonda» di Marisela Federici. E insomma tutto bene, ci mancherebbe altro, però il giorno dopo è curioso sentirlo parlare del «popolo», parola desueta, parola potente. Chissà se il popolo si divertirebbe pure lui a «La Furibonda» o a «La Città del Gusto».
Ad "Amore e Psiche", intanto, lo Psicologo è rimasto nobilmente in platea a fare sì-sì con la testa non appena il Politico dava segno di aver assorbito un linguaggio che si nutre ormai di «felicità», «premonizione», «desiderio», «promessa», «liberazione», «attesa». A un dato momento, deposti i vecchi attrezzi lessicali vetero-marxisti, Bertinotti ha pure invocato la «Provvidenza rossa». Fuori, dietro le vetrine, la gran massa degli adepti animava la strada con sorrisi e applausi. Dopo l´abbraccio, c´è il tempo per un´ultima domanda, con la speranza che non suoni troppo indisponente: «Scusi, Fagioli, ma chi è più guru: lei o Bertinotti?». E il Maestro, senza fare una piega: «E´ più guru Bertinotti». Ma forse, per una risposta più articolata, potrebbe non bastare un seminario.