domenica 10 aprile 2011

l’Unità 10.4.11
L’uomo che balla sul Titanic
di Maria Novella Oppo


Ogni giorno tutti i tg, compreso il Tg3, sono costretti a ospitare un siparietto di Berlusconi che fa le mossette, dice volgarità e attacca magistratura e Costituzione. Casualmente (o forse no) l’altro giorno lo psichiatra Giovanni Battista Cassano, ospite di Augias su Raitre, descriveva l’esaltazione e il delirio di onnipotenza di certe personalità patologiche. Era un ritratto perfetto di Berlusconi e del suo male, denunciato al Paese dalla ex moglie, alla quale dobbiamo l’allerta sul quadro clinico del sultano. Ma ormai è un
Titanic vivente: mentre cola a picco nei sondaggi, balla e canta, incapace di contenersi. E, come disse sempre la signora Veronica, nessuno di quelli che gli stanno vicino fa niente per salvarlo da se stesso: sono tutti troppo impegnati ad approfittare delle ultime opportunità. Chissà quanto ci avrà messo il Titanic a colare a picco. Diciamo molte ore, o forse addirittura un giorno intero, mentre l’affondamento di Berlusconi dura da anni e ha creato un gorgo tale che rischia di trascinare a fondo anche quelli che lo contrastano.

l’Unità 10.4.11
Migliaia in piazza nelle città. Un’Italia dentro l’Italia che protesta senza simboli e bandiere
«Il nostro tempo è adesso» La rivolta di ricercatori, giornalisti, insegnanti, cassintegrati
Tanti precari un solo sogno «Una vita normale»
Dicono: «È solo l’inizio di un percorso». Sono i precari d’Italia, i saperi e la cultura, i giovani e i 40enni dimenticati dalle politiche del governo. Ieri hanno manifestato nella capitale tra gli applausi dei romani.
di Maria Zegarelli


Quanti sono? Quindicimila, ventimila, diecimila? Sono comunque troppi perché ognuno di loro ne rappresenta altri dieci, cento, mille e tutti insieme sono il popolo dei precari, gente a cui è stato tolto il futuro, trasparenti fino a ieri, assenti dai Tg1 di Minzolini, dai Tg4 di Emilio Fede, dalle cronache dei giornali di regime. Non importa quanti sono, importa che finalmente siano qui per farsi sentire e raccontarci chi sono. Rappresentano quella parte sofferente che ha deciso che no, adesso basta, «il nostro tempo è adesso e siamo qui per prendercelo». Per questo mandano in scena la loro «Street parade», «prima tappa di un lungo percorso».
L’ITALIA DOLENTE
Precari della scuola, della ricerca, dell’informazione, dell’Alitalia, della Rai, dello spettacolo, delle piccole e medie imprese. Di un Paese che sembra averli abbandonati con un governo che li ha cancellati dalla propria agenda intasata dai Ruby-gate, dai processi Mills, dalle leggi da far votare al Parlamento per salvare il re che è nudo ma non c’è nessuno dei sudditi di palazzo che provi a dirglielo. Sono qui grazie alla Rete dei movimenti, delle associazioni, una rete che hanno costruito per non cadere nel vuoto del silenzio. C’è il tricolore lungo 60 metri sventolato dal Popolo viola e ci sono le bandiere del partito comunista, dei verdi, di Sel, dell’Idv. Partono da piazza della Repubblica, con i tir che sparano decibel e si balla e si protesta, si ride e ognuno racconta le proprie storie. La gente saluta dalle finestre, approva e incoraggia. Non te reggae più di Rino Gaetano, Bella Ciao, i Ramones. Volti giovani, donne con la pancia, passeggini, capelli rasta, barbe sale e pepe, facce da liceali, genitori di precari. «Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta», recita lo striscione che apre il corteo. «Ho 27 anni, laurea in Filosofia e 15 lavori diversi alle spalle» racconta Maria Pia Pizzolante. «Chiediamo di raccontarci e non di essere raccontati», urla dal Tir uno degli organizzatori. «Più tutele per chi tutela», scrivono gli archeologi. Alessandra Filograno dice che sono 15 anni che lavora per i partiti e per i politici, «sempre in nero. Come quando sono stata dai radicali, precaria per anni e quando sono andata via ho scoperto che non mi avevano versato neanche un contributo». I politici ci sono, ecco Fabio Mussi, dietro lo striscione di Sel: «Questa è la questione del secolo, deve essere il primo punto del programma del futuro governo di centrosinistra». Rosy Bindi presidente Pd arriva da sola, cammina insieme a Susanna Camusso, segreteria Cgil. Cantano Bocca di rosa di De André, ballano sulle note di Bella Ciao. «È bello che si siano organizzati per essere in piazza dice Bindi perché finora non avevano avuto rappresentanza. Questa è la parte migliore della società, rappresentano il sapere, la cultura, il futuro ed hanno bisogno di risposte mentre questo governo è assente, preso da altri pensieri». Loro, i manifestanti hanno le idee chiare: vogliono un welfare universalistico, ammortizzatori sociali, nuove regole contro la precarietà, salari sicuri. Una vita “normale”, di quelle dove puoi permetterti una casa, anche in affitto, e se vuoi un figlio, senza dover firmare le tue dimissioni in banco quando ancora è nella pancia. Francesco Vitucci dell’Associazione dottorandi italiani dal palco: «Non abbiamo nessuna intenzione di abbandonare questo paese, vogliamo difenderlo da chi lo umilia ogni giorno». Sotto attacco il governo e le sue non politiche, «ci avete rotto i co... con il bunga bunga» scandiscono lungo il corteo. Vincenzo Vita, Pd, solidarizza con i precari del giornalismo, Nichi Vendola spiega che è venuto qui «per respirare aria pulita in un Paese in cui dalle classi dirigenti si promana cattivo odore». Dice che questa che sfila è «una generazione considerata vuoto a perdere». Sono 4 milioni i precari d’Italia, per questo «servono più investimenti nella scuola e un piano straordinario del lavoro». «Il governo deve accettare il confronto con l’opposizione, mettendo da parte le vicende personali del premier» commenta Stefano Fassina, responsabile economia dei democratici.
CALZINI E MUTANDE
In piazza dell’Esquilino ci sono tende da campeggio, calzini e mutande appesi, per protestare contro la mancanza di case e politiche di welfare per i giovani. La segretaria Cgil mette in fila le priorità: «Il problema più urgente è la riorganizzazione degli ammortizzatori sociali ma c’è bisogno di intervenire contro il precariato del lavoro, contro gli stage che di fatto sono lavoro gratuito mentre il lavoro subordinato è lavoro subordinato, non altro». Definisce questa «una giornata straordinariamente importante perché a chi si chiedeva dove erano finiti i giovani italiani e arrivata la risposta. Sono qui». E sono piuttosto arrabbiati.

La Stampa 10.4.11
Le due Italie del lavoro che non si parlano

di Mario Deaglio

Una manifestazione nazionale dei lavoratori precari, come quella di ieri, articolata in varie fasi e in varie città, sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa e rappresenta un importante sviluppo economico-sociale.
Iprecari, infatti, tradizionalmente sono cani sciolti, con diversissime storie personali, ai quali la continua mobilità rende comunque difficile, in via normale, un’azione comune. Assunti a termine, pagati, di solito non molto, e poi arrivederci e grazie. Una simile situazione può anche essere accettabile se esiste una sorta di patto implicito in base al quale questi spezzoni di lavoro, a termine o a tempo parziale, si possono trasformare in un lavoro vero entro un ragionevole intervallo di tempo. In questo caso l’attività precaria può costituire una sorta di apprendistato, anomalo ma in grado di insegnare una professione; non è invece possibile restare apprendisti - o precari - per tutta la vita.
Con la crisi economica la durata del precariato si è allungata, la sua natura è cambiata. I precari, in grande maggioranza giovani, diventano lavoratori-cuscinetto che assorbono direttamente i colpi della crisi e quindi, implicitamente, forniscono un riparo ai lavori più sicuri degli altri. Il caso più evidente è quello dell’Alitalia quando per i dipendenti a tempo indeterminato si negoziò una lunghissima, e quindi privilegiata, cassa integrazione, mentre i precari rimasero sostanzialmente a bocca asciutta. Per questo il rapporto con il sindacato è molto difficile anche se la Cgil, che ha appoggiato le manifestazioni di ieri, fa di tutto per ricucire uno strappo generazionale. Non basta però, rendere più difficile il licenziamento, come appunto la Cgil propone, occorre rendere più facili le assunzioni a tempo indeterminato. E questo si può fare soltanto cercando di imboccare a tutti i costi un sentiero di crescita, un argomento di cui il Paese, apparentemente troppo occupato con il teatrino della politica, con gli insulti tra parlamentari e le barzellette sconce del presidente del Consiglio, si dimentica allegramente.
Che i precari sopportino direttamente gran parte del peso della crisi è confermato dall’analisi della Confartigianato, resa nota ieri, in base alla quale quasi un milione di lavoratori sotto i trentacinque anni (una fascia di età in cui i precari sono molto fortemente rappresentati) ha perso il lavoro nel 2009-10, mentre è aumentato il numero degli occupati più anziani. La condizione di disagio derivante dall’incertezza del precariato si è allargata a categorie che una volta ne erano immuni: giovani medici, aspiranti ricercatori o liberi professionisti, insegnanti vedono le loro prospettive di vita messe in forse dai tagli alla spesa pubblica e non ricevono alcuna solidarietà dal resto del Paese.
E’ chiaro che la riduzione di un terzo della capacità di risparmio delle famiglie italiane nel periodo 2002-2010, che risulta dai dati diffusi dall’Istat qualche giorno fa, deve essere avvenuta tra queste fasce dai redditi più deboli. Sempre qui, e non certo tra i lavoratori a tempo indeterminato del pubblico impiego, si deve collocare gran parte della riduzione del potere d’acquisto delle famiglie italiane, risultato, nell’ultimo trimestre del 2010, inferiore del 5,5 per cento al livello pre-crisi. La risalita del potere d’acquisto rispetto ai minimi toccati un anno fa (-6,4 per cento) è lentissima: di questo passo ci vorranno 4-5 anni, sempre che tutto vada bene, perché il potere ritorni, in termini reali, alla situazione precedente la crisi. Il vero interrogativo è se l’Italia possa permettersi altri quattro-cinque anni di stagnazione dei consumi e dei risparmi familiari, altri quattrocinque anni con i giovani con la cinghia tirata che lavorano con il contagocce senza alcuna vera possibilità di metter su famiglia o di impostare un qualsiasi piano di vita.
Si stanno così creando le condizioni per una frattura orizzontale sempre maggiore tra un Paese «normale», composto prevalentemente di persone sopra i quarant’anni, e un Paese «precario», composto prevalentemente di persone sotto i quarant’anni, alle prese tutti i giorni con difficoltà economiche gravi; tra chi sta a casa quando ha il raffreddore perché il posto è comunque garantito e chi va a lavorare con la febbre perché altrimenti il posto è perso. La comunicabilità tra i due Paesi è scarsa, le due parti non si conoscono.
Si tratta di una frattura molto pericolosa che presenta una somiglianza di fondo pur in contesti ovviamente molto diversi con la frattura sociale alla base delle «rivoluzioni» in atto sulla Riva Sud del Mediterraneo, dove fasce sociali di basso reddito, prive di veri meccanismi di rappresentanza, sono state spinte, da un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari, alla rivolta contro élites molto anziane, da lungo tempo prive di ricambio politico. Siamo proprio sicuri di essere immuni da questo contagio? Quanti rappresentanti hanno in Parlamento i lavoratori precari? E quanti appartenenti alla classe politica, ossia parlamentari nazionali e regionali, nonché consiglieri provinciali, comunali o di quartiere hanno meno di quarant’anni? Quanti sono i quarantenni in posizioni di primo piano nelle strutture delle imprese?
In Italia, nessuna banca offrirebbe a un giovane di talento facilitazioni creditizie del tipo di quelle di cui negli Stati Uniti hanno potuto godere Bill Gates e Steve Jobs, che sono così riusciti a creare imprese di successo e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Politici come Obama (50 anni), Sarkozy (56 anni), Merkel (57 anni), Cameron (55 anni), Zapatero (51 anni) in Italia non avrebbero spazio. L’Italia non ha favorito il ricambio generale e ha, per così dire, saltato una generazione, spingendo i giovani a un precariato perenne. Ma un Paese che non sa risolvere i problemi dei suoi precari diventa esso stesso precario, cresce stentatamente e viene marginalizzato a livello internazionale. Come dimostrano gli avvenimenti recenti.

il Riformista 10.4.11
Riuscirà il Pd a non farsi scippare questa battaglia?

Vendola scende in piazza e si intesta i cortei, Montezemolo lancia la sua proposta. I democratici si spaccano, tra chi vuole maggiore flessibilità e chi no
http://www.scribd.com/doc/52682522

l’Unità 10.4.11
«Clandestini invasori»
Quando le stesse parole diventano razzismo
Il linguaggio usato dai media per raccontare l’esodo dei migranti trasuda di stereotipi. La prospettiva della narrazione è sempre dalla parte del paese d’arrivo. Mai di partenza
di Iglaba Sciego


Emergenza, orda, valanga, invasione, assalto, paura. Queste alcune delle parole usate nei media questi giorni per descrivere la situazione nell'isola siciliana di Lampedusa. Tutta la vicenda è stata raccontata sempre da una sola prospettiva quella del paese di arrivo. Ho notato infatti che nella narrazione è sempre assente la voce dei migranti o dei media non ufficiali. Il discorso mediatico è sempre diretto da un “Noi” che racconta un “Loro”. Il “Loro” è considerato dal “Noi” un problema da eliminare ad ogni costo. Conosciamo questo “Loro” attraverso immagini sempre uguali a se stesse: li vediamo sui barconi, in fila sotto lo sguardo vigile di un poliziotto con la mascherina (mascherina che ci rimanda a possibili malattie) o mentre manifestano per un tozzo di pane e un po' di acqua. Siamo abituati ormai ai primi piani stretti che deformano questi volti stanchi e frustrati. I migranti sono equiparati nei servizi Tv ad animali: puzzano, ringhiano, si agitano. I giovani tunisini    si trasformano davanti a nostri occhi in non persone. Non hanno un nome, una età o un sentimento. Questa disumanizzazione che parte dalle immagini culmina nell'uso della parola “clandestino”. Questa parola disumanizza, non ci fa tener conto delle mille storie individuali, della situazione di partenza da cui il migrante arriva. Cancella tutto e ci fa venire il dubbio che questo qualcuno che arriva forse è un delinquente. Il clandestino è un non essere, non ha emozioni, non ha voce, non pensa e in definitiva anche se respira non vive. È diverso dal “Noi” e deve essere relegato dove non può fare danni. La figura del clandestino ricorda molto da vicino la categoria degli atavici di Lombro-
siana memoria, ossia quelle persone che il determinismo scientifico (e razzista) del XIX secolo considerava assassini nati. I media inoltre hanno creato ad arte la distinzione tra migranti buoni e migranti cattivi, da una parte queste non persone, i clandestini e dall'altra i poveri cristi dei rifugiati che scappano dalle guerre. Purtroppo molta sinistra è caduta nella trappola di questa cattiva pratica ideata dal centrodestra e quasi tutti, in buona fede, hanno cominciato a dividere i buoni dai cattivi, i clandestini dai rifugiati. Certi i somali, gli eritrei, gli etiopi sono profughi, provengono da un Corno D'Africa infiammato dai conflitti e hanno davvero bisogno di aiuto.
Ma anche i tunisini hanno davvero bisogno d'aiuto. Dobbiamo ricordare che il    Nord Africa sta vivendo un momento molto delicato della sua storia e che le dittature che hanno esasperato queste popolazioni sono state appoggiate (e rimpinguate) dall'Occidente intero. Non è un caso che Bettino Craxi sia sepolto proprio in Tunisia. Ben Alì ha purtroppo potuto soffocare la sua gente per anni anche con il nostro aiuto. Servirebbe un piano Marshall per creare lavoro in Tunisia dare una spinta al turismo e trovare una soluzione comune. Questo fermerebbe la fuga dei giovani. Ma nessuno per ora ci sta pensando. Ma queste colpe “europee” (e italiane in particolare) non sono illuminate a sufficienza dai media né tantomeno dalla politica. Non creano opinione. Non portano a provvedimenti. Inoltre, a mio parere, i media non hanno messo in luce nemmeno il parallelismo che c'è tra i giovani tunisini e i giovani italiani. Mi è capitato di pensarci rileggendo giorni fa Vivo Altrove di Claudia Cucchiarato, giovane giornalista italiana residente in Spagna Claudia ha raccolto le storie di alcuni tra le decine di migliaia di giovani che negli ultimi anni hanno deciso di abbandonare l'Italia. Giovani stanchi del precariato, stanchi di non trovare lavoro, stanchi di non vedersi valorizzati. Noretta, Angela, Marco, Roberto, Claudia Cucchiarato stessa hanno trovato altrove la loro vita e ora sono felici di aver riacchiappato il proprio futuro all'estero.
Ora questo succede se si ha un passaporto europeo o del cosiddetto primo mondo. Se disgraziatamente non si hanno questi requisiti le cose vanno diversamente. Mi sono chiesta in questi giorni quale sia la differenza tra un Marco, cittadino italiano, e un Ahmed, cittadino tunisino, per esempio. Entrambi hanno 20 anni, entrambi hanno sudato sui libri, entrambi amano il rap e Eminem. Perché per alcuni, la gente di Marco, il diritto al viaggio è un diritto acquisito che non si discute e per altri questo diritto non è contemplato? Perché Marco può prendere un aereo, viaggiare pulito e tranquillo, mentre Ahmed deve prendere un barcone fatiscente e rischiare la vita? Hanno la stessa età, gli stessi sogni, la stessa voglia di futuro. Purtroppo hanno geografie diverse.
Dobbiamo a sinistra riflettere anche su questo... perché qui si decide che paese vogliamo costruire nel futuro, se uno basato sui diritti umani o uno basato sui privilegi per pochi noti.

il Fatto 10.4.11
Il naufragio dell'umanità
di Silvia Truzzi


 Venerdì al largo di Pantelleria la Guardia costiera ha arrestato tre scafisti tunisini che per seminare gli inseguitori avevano costretto cinquanta “passeggeri” a buttarsi in mare. Non si trattava di “mors tua vita mea”: era immaginabile che li avrebbero inseguiti e comunque presi. Eppure quelle donne e quegli uomini avranno pregato, avranno guardato gli aguzzini negli occhi prima di buttarsi. Nei giorni dell’emergenza a Lampedusa, obiettivi e telecamere hanno portato nelle nostre case quegli occhi, persi nella desolazione dei rifiuti e degli accampamenti di fortuna, in attesa di una sorte che promette solo altro dolore. Sul sito del “Corriere” uno dei superstiti del naufragio si è fatto intervistare per raccontare l’angoscia della sua traversata, in cui 250 compagni sono morti a causa della tempesta. Non ha mai alzato lo sguardo verso la camera, né la voce da un tono che era, semplicemente, angoscia. Quando la giornalista gli ha chiesto come si chiamasse, ha risposto: “Victor Hugo”. Noi – i veri Miserabili – trattiamo i disperati che scappano verso l’Europa come cose che si possono gettare in mare, trasportare come pacchi, ridurre a barzelletta, slogan o macchietta para-elettorale. Tipo il Nobel per la Pace, ma ci sarà presto qualche trovata per distrarre l’attenzione dallo sguardo addolorato di Victor Hugo. Intanto la villa è stata acquistata, il premier ha detto: “Sarò lampedusano”. Li ospiterà lui tutti i nipotini di Mubarak in fuga da guerra e povertà. Anche Enea, mitico padre della civiltà romana, scappava da una città assediata: Troia. E anche lui era diretto in Italia, quando una terribile tempesta lo fece naufragare dalle parti di Cartagine. “Arma virumque cano” (canto l'armi e l'eroe): ci ricordiamo più o meno questo dell'inizio dell'Eneide. Ma Virgilio nei versi successivi racconta chi è Enea: “Profugo per fato”, “perseguitato per terra e per mare dall'ira degli dei”. Anche allora, un “mare seminato dai cadaveri” e “sulla sabbia corpi che grondano mare”. Dalle coste d'Africa a quelle d'Italia, in questa secolare alta marea, qualcuno si è perso. Molti uomini, risucchiati dall’acqua e oggi anche il sentimento dell'uomo: la pietas – che accompagna Enea oltre le pagine dei libri di scuola – non la riconosciamo più. Una ventina di secoli dopo stessa spiaggia, stesso mare, stessi morti. Abbiamo guadagnato campi da golf e casinò, ville e freddure di pessimo gusto. Né Lampedusa né l’Italia possono accogliere la disperazione del mondo intero, ma nemmeno fare spallucce, liquidando la questione con il disprezzo del razzismo: la vendetta degli dei bisognerebbe continuare a temerla, come ai tempi di Enea. In “Natale di seconda mano”, De Gregori raccoglie il canto degli ultimi: “Sior capitano aiutaci a attraversare questo mare contro mano/ Sior capitano, da destra o da sinistra non veniamo e questa notte non abbiamo/governo e Parlamento non abbiamo...”. Invece noi il governo e il Parlamento li abbiamo, sono ugualmente contro mano, ma non c’è verso di riprendere una diritta via. Un ministro può intimare al tormento degli immigrati “fora da i ball” e il massimo che succede è qualche articolo sul giornale. È la favola del folklore leghista, che invece è pericoloso rancore di cui tutti, da Bolzano a Lampedusa, dovremmo vergognarci profondamente. Alla fine, ecco il bilancio: gli unici naufraghi degni di interesse sembrano essere quelli dell'Isola dei famosi.

La Stampa 10.4.11
I martiri del mare spariti nella ricerca del sogno europeo
Nell’entroterra della Tunisia, città intere rimaste senza più giovani padri che piangono i figli partiti e mai arrivati: “Forse non può chiamare”
di Domenico Quirico


ATataouine non c’è il mare. Solo sabbia e roccia; anche le case hanno un colore bigio dentro a quei muri la luce gioca con chiaroscuri risentiti, il vento dal deserto si ingolfa nelle strade, gonfia le tende e le cose. Le vesti delle donne che qui sono ancora quelle berbere, tradizionali, antiche sembrano grossi fiori seminati dal vento tra le connessure dei sassi. Molti anni fa vi hanno girato alcuni esterni di «Guerre stellari», le sequenze di un pianeta desolato nelle più lontane galassie, una sorta di deserto siderale.
Non c’è il mare, ma tutti ne parlano, conoscono i venti e le maree, le sue furie improvvise e i lunghi giorni di bonaccia: il Mediterraneo, il loro sogno, la loro maledizione. La giovane rivoluzione tunisina con orgoglio affigge nelle strade i volti dei suoi martiri, i giovani che dandosi fuoco e immolandosi davanti alle raffiche degli sgherri di Ben Ali il tiranno, hanno costruito la rivoluzione. Ed è bene, bisogna avere degli eroi.
Un giorno forse affiggerà sui muri anche i volti dei ragazzi che sono partiti in mare, hanno tentato il passaggio in Europa e non sono tornati. Anche loro sono eroi. Costruirà uno di quei sacrari ingenui e strazianti che si vedono nei nostri paesi di costa, con gli umili ex voto di quelli che si sono salvati e le rappresentazioni schizzate alla meglio di come il mare sappia essere crudele e senza scampo. Ci vorrà spazio, per questo. Perché sono molti, troppi: questa gioventù immolata al sogno di una vita migliore, questi emigranti che hanno pagato, invano, una fortuna il loro eroico diritto di partire.
Ci vorrà tempo per ritrovare tutti i nomi, che sono centinaia, forse migliaia. Nessuno finora si è occupato di loro. Come fossero i dispersi di una guerra perduta. Sotto la dittatura partire era un reato, era meglio tacere. E dopo: dopo, nessuno ha interesse a parlarne, a cercare, noi per non turbare la nostra buona coscienza di avari, e loro, i tunisini, perché hanno il pudore orgoglioso di fallire, rispetto agli altri che ce l’hanno fatta. Non c’è nulla di più duro dell’orgoglio dei poveri.
Perché cercarne le fila proprio a Tataouine? Perché, come molte città e villaggi dell’interno della Tunisia sommersi dalla povertà, sono stati svuotati dalla fuga verso l’Europa, sono città senza giovani. E qui le storie di quelli che sono scomparsi nel mare sono tante, troppe. Quante? Impossibile fare statistiche, Bisognerebbe percorrere tutto il Paese, con metodo, inseguire le rotte di barconi partiti, di messaggi che non sono arrivati, di storie improvvisamente interrotte. E poi sono drammi che risalgono per lo più a tre, quattro anni fa; quando ancora si partiva dalla Libia perché qui funzionava la caccia di Ben Ali ai clandestini che erano diventati la sua cambiale, il suo buon affare con l’Europa. L’epoca dei gommoni, degli scafisti libici senza pietà e dei loro soci di Bengarden, città tunisina di traffici lerci e di frontiere porose.
Poi ci sono le storie recenti, quelle già dell’epoca di Lampedusa, dei passaggi pagati mille euro, dei passeur tunisini. Attenti: nulla è cambiato, con quelle barche arrivare nell’isola è un caso fortunato, la regola semmai è il dramma, il naufragio, come quello che questa settimana ha inghiottito la nave degli africani e i suoi 150 disperati. Quante barche, da gennaio, sono scomparse nel Canale di Sicilia nella notte, senza testimoni, senza possibilità di chiedere aiuto?
Il meccanismo è sempre lo stesso: una puleggia che si inceppa, un filo che si schianta, il motore che si ferma e con esso la pompa che aspira l’acqua nella stiva. Un incidente minimo, di cui non sapremo mai nulla. Abbiamo di quegli istanti solo il racconto dei pochi sopravvissuti: i gelidi soffi e i respiri del mare, come di una massa che ti striscia a lato, qualcosa pronto a balzare. E dopo qualche ora la superficie torna vuota come innanzi che il mondo fosse.
Questa Tunisia dei migranti è divorata dalla mancanza di un domani, non la senti subito, è una specie di polvere, vai e vieni senza vederla, la respiri, la mangi, la bevi, ti divora sotto i nostri occhi e non puoi farci nulla. Se restate qualche giorno qui, forse sarete vinti dal contagio, si può vivere molto a lungo con questo in corpo.
Quella di Mohamed è una di queste storie antiche: 2007, agosto. Partiti da Zouara, in Libia, appena oltre la frontiera. In venti su un gommone, tutti amici, tutti nati qui. Il padre e il fratello di Mohamed raccontano con una voce, un accento che il passare degli anni ha reso astratto, sembra uno di quei vetri smerigliati che lasciano passare soltanto una luce diffusa in cui l’occhio non distingue nulla. Non oso dire che sotto tale superficie del tempo il dolore si sia decomposto; si è pietrificato, piuttosto.
«Ci ha chiamati con il telefonino quando era già in mare, era partito di nascosto perché sapeva che ci saremmo opposti, che l’avremmo fermato. Poi ancora una chiamata, esattamente dopo un giorno: “Siamo quasi arrivati, è fatta anche se il motore funziona male…”. Dopo queste parole il contatto è caduto. Poi più nulla. E anche dagli altri che erano con lui solo silenzio. Abbiamo aspettato, aspettiamo ancora». V’era quasi appena un impalpabile rimorso, d’aver inferto al figlio il colpo mortale, accettando il distacco e la lontananza, di non aver intuito nulla. Mi ha messo in mano la sua foto, quasi a forza, non la volevo: «Tienila, quando torni in Italia tu puoi forse fare qualcosa…».
Il padre di Yassin invece non si è rassegnato. Anche suo figlio è partito nel 2007 e voleva andare in Belgio dalla sorella, che vive là ed è sposata. Inghiottito dal silenzio: ma non completamente. Il dolore, dopo tanti anni, è ancora vivo, si dibatte, è come un’acqua torbida in cui è immersa la vita di quest’uomo che per incontrarmi ha indossato il vestito buono. Tira fuori una busta, custodita in fondo a un cassetto con le cose preziose di famiglia: dentro, impallidita dalle innumerevoli volte in cui è stata aperta, dispiegata interrogata per ore, la fotocopia di una foto a colori: su un molo, o forse è il ponte di una nave, controllati da uomini in uniforme, un gruppo di ragazzi. Sono seduti a terra, come si usa con i prigionieri. «Ecco, vedi: il terzo qua dietro… è lui. È Yassin… e questo è il suo amico di infanzia... e l’altro in seconda fila, un altro ragazzo di qua..». E gli mette a fianco una fototessera, grande.
Yassin ha la faccia spavalda di chi ne ha combinate di tutti i colori, un figliol prodigo ma di quelli che, alla fine, tornano sempre a casa, pentiti, innocenti. Stento a trovare somiglianze, il volto sulla foto di gruppo è troppo minuscolo, quasi senza contorni. Mi vergogno di non avere l’amore disperato che aguzza la vista. «Questa foto l’ha mandata mia figlia, è uscita su “Le Figaro” e la didascalia diceva che era un gruppo di clandestini salvati dalla polizia italiana. Le date corrispondono… lui è lì, forse è ancora in prigione da qualche parte, per questo non ha più chiamato…». Dopo quattro anni… Ho la rabbia per questa causa perduta, per questa assurda quadrata certezza che subito gli si rinsalda dentro! Ma taccio, cerco di accogliere umilmente questo dolore, mi sforzo di farlo diventare mio, di amarlo.
Girando per le case degli scomparsi non ho mai parlato con le madri, le sorelle. Certo le ho viste in una stanza, in attesa; sono anche comparse con il cibo e il tè della fastosa ospitalità contadina, che si svena per darti il benvenuto. Ma non ho mai incontrato il loro lato di dolore. Che è tutto maschile: di padri di fratelli di cugini di amici. La scomparsa di Nizar è più recente, una delle ultime partenze prima che gli accordi con Gheddafi fermassero anche la via libica. Il padre racconta, in una casa in Rue de Tadjkistan in cui i suoni, qualsiasi suono sembra già troppo forte; con voce interrotta, rapida, come ci si libera di una confessione umiliante, una voce da confessionale: «Lo so che è passato troppo tempo, che avrebbe già dovuto chiamare e poi in ogni caso gli altri per lui... ma come posso rassegnarmi e tacere?». Già; noi siamo uomini di un mondo che riflette calcola le probabilità. Ma per chi ha accettato una volta per tutte, come questa gente, la presenza del divino in ogni istante della nostra povera vita, che peso possono avere le probabilità? Calcolare a che serve? Contro Dio non si gioca.
Ancora un Mohamed, un altro. Il padre si è rivolto a un avvocato perché facesse ricerche e l’ha ben pagato: «Dopo un giorno mi ha chiamato, mi ha detto: sono stato a Tunisi, ho fatto il giro di tutti gli uffici, per cercare tracce. Adesso sono in Italia, ma non c’è niente neppure qui. Spiacente… In Italia… dopo un giorno…».
La sua voce ha sospensioni, nel racconto, di durata infinita, attimi intollerabili. Che si succedono come all’estremo del dolore fisico, pause strane di ottusità e di atonia. Quando quasi non si crede di aver tanto sofferto un minuto prima. E mi dicevo che non avrebbe resistito. Per ascoltare storie come questa ci vuole una pietà forte e dolce, come quella dei santi, l’infantile paura che si prova per le sofferenze altrui.

Repubblica 10.4.11
Condannati all'isolamento

di Adriano Prosperi

Lampedusa? L´isola è svuotata, ora è tutto a posto, dice Berlusconi. Sì, svuotata l´isola come ripulita Napoli, come ricostruita l´Aquila. Le notizie degli sbarchi smentiscono in diretta l´ottimismo dell´imbonitore. Ma c´è dell´altro.
Ci sono i rapporti con gli altri Paesi europei, Francia e Germania in particolare. Qui manca ogni accordo sulla gestione dei flussi umani dall´Africa. Niente paura, dice il premier: «Se non fosse possibile arrivare ad una visione comune, meglio dividersi». Questa è dunque la ricetta dello statista: la divisione dell´Italia dall´Europa. Divisione: la parola è sorta spontanea sulle labbra del premier non certo per caso. Quella parola aleggia da tempo nella realtà della vita del Paese. Nello spazio dei pochi giorni trascorsi dalla festa dei 150 anni dell´Italia unita il Paese che si era faticosamente ritrovato all´ombra del tricolore si presenta oggi lacerato come non mai, diviso non solo fra Nord e Sud ma fra una regione e l´altra, fra una borgata e l´altra. Così, a festa finita, la questione dell´unità ci appare oggi come un problema serio e grave.
La festa dell´Unità d´Italia poteva essere un´occasione importante per ripensare alla storia e alle prospettive del Paese. Ma alla festa si è associata una cattiva compagna di strada: la retorica dell´unità. Chiamiamo retorica dell´unità ogni lettura del passato e del presente che ignora le fratture, esalta il processo di unificazione come un moto armonioso e concorde e tenta di cancellare differenze e divisioni col silenzio, con la proposta di una storia ufficiale corretta "ad usum delphini" e con l´eliminazione delle tracce istituzionali e simboliche delle fratture profonde del Paese.
"Io amo l´Italia" è una di quelle espressioni della neolingua berlusconiana che hanno fatto breccia nel nostro parlare, così come la teatralità dei gesti patriottici di ministri che scimmiottano l´inevitabile modello americano quando si mettono la mano sul cuore davanti alla bandiera. Ma sono anni ormai che la retorica dell´unità si accompagna in Italia a una revisione o piuttosto alla decisa espurgazione della storia documentata del Paese diviso e feroce che abbiamo alle spalle. In questo contesto bisogna certamente accogliere e dare credito alla giusta preoccupazione di chi invita a guardare a ciò che unisce e a mettere la sordina a ciò che divide. È un invito sacrosanto se si tratta di unirci per affrontare i problemi e le fragilità che minano la società italiana e la allontanano dall´ideale che ebbero in mente i patrioti del Risorgimento e i combattenti della libertà repubblicana contro il nazifascismo. Ma non può diventare una autocensura unilaterale mentre il nemico della vera unità guadagna posizioni su posizioni. Davanti alla lacerazione del tessuto del Paese abbassare i toni rischia di valere come una rinunzia a difendere i diritti fondamentali dell´uomo e del cittadino.
E questi diritti si difendono partendo dalla condizione di chi diritti non ne ha: il dannato della terra, la figura dai tanti nomi – il rifugiato, l´immigrato, il clandestino. Chiediamoci quale immagine e quale esperienza dell´Italia abbiano oggi i profughi che, sopravvissuti a tragedie senza nome, riescono con enormi rischi e difficoltà a toccare le coste meridionali e insulari del Paese. Queste donne, questi uomini, non hanno storia per noi, sono i dannati della terra, sono il popolo senza nome dei sommersi. Ma, se non diventano letteralmente tali annegando nel Mediterraneo, se sopravvivono e se riescono a fare come quegli emigranti italiani che trovarono in altri Paesi società più libere e giuste, un giorno saranno loro stessi o i loro figli che scriveranno la storia vera del nostro tempo, quella che vivono e di cui oggi sono le vittime. E non sarà la storia di un´Italia unita. Sballottati da una regione all´altra, sempre però al di sotto di quella linea gotica che nel nome porta la memoria di antiche e recentissime fratture del Paese (la lingua è spesso un inesorabile quanto inascoltato documento storico), accolti dalla canea di folle incoraggiate dalla politica di una forza politica razzista e xenofoba che mira al disfacimento del Paese, sono i testimoni autentici dello stato di salute dell´Italia di oggi.
Se fossimo capaci di guardare le cose dal loro punto di vista capiremmo forse quanto l´unità oggi sia qualcosa di sideralmente lontano dalla realtà quotidiana oltre che dalla prospettiva futura del Paese. E non è certo un caso se quei profughi non vogliono restare in Italia e si dirigono verso altri Paesi, verso quell´Europa da cui oggi ci si vorrebbe addirittura dividere. Quella parola "divisione" affiorata oggi nelle esternazioni del premier è da prendere sul serio: è grazie al suo governo, grazie a un ministro degli Esteri che si occupa di Antigua e a quello degli Interni che pensa alla Padania, oggi l´Italia non solo non ha più una politica mediterranea, ma non ha da tempo nessun credito e nessun peso nella politica europea. Ci sarà modo di risalire da questo abisso? Forse: ma certo non con questi uomini: non con una maggioranza sedicente di governo che passa le sue giornate in Parlamento affannandosi a regalare a ogni costo una nipotina all´esiliato signore dell´Egitto.

La Stampa 10.4.11
L’Italia spalle al muro tutta l’Unione è contro
La commissaria Ue scrive a Maroni: non si può neanche discutere In Lussemburgo la partita è ardua ancora prima di cominciare
di Marco Zatterin


Non c’è solo Nicolas Sarkozy a dire che «la clausola temporanea» non è praticabile. La norma che l’Italia ha annunciato di voler invocare domani al Consiglio dei ministri degli Interni Ue, cioè la regola varata nel 2001 per il Kosovo (e mai usata) che in teoria potrebbe aprire la porta della redistribuzione dei migranti su base continentale, rischia di avere appena due sostenitori su ventisette, Roberto Maroni e il collega maltese. L’uomo del Viminale rischia di trovarsi con le spalle al muro e forse lo sarebbe anche se ci fosse consenso sulla sua richiesta. «La clausola non è vincolante e comunque vale per chi ha diritto alla protezione internazionale - spiega una fonte della Commissione -, Roma, invece, ripete da giorni che si tratta di migranti economici da rimandare a casa...».
Il tremendo destino dell’onda umana che arriva ogni giorno e ogni notte a Lampedusa sta tirando fuori il peggio di tutta l’Europa, o quasi. L’Italia fatica a trovare alleati, circostanza che i funzionari comunitari a conoscenza del dossier imputano in buona parte alla confusione strategica che sin dall’inizio ha caratterizzato la nostra gestione della crisi. Viene considerato un errore aver gonfiato l’allarme all’inizio dell’esodo dal Nord Africa, come quello di aver chiesto aiuti sproporzionati e di aver scaricato sistematicamente le responsabilità su Bruxelles, da dove - invece - sono arrivate offerte di aiuto e finanziamenti. Molte delle quali, si è scoperto, sono state ignorate.
Questo è servito da pretesto perché molti Stati chiudessero a doppia mandata il forziere della solidarietà. La Francia di Sarkozy, agitata dal consenso crescente dell’estrema destra lepeniana, ha deciso e attuato una politica della tolleranza zero, anche perché ha avuto la non astrusa sensazione che l’Italia facesse da ponte perché i tunisini si spingessero oltralpe. Il mondo nordico ha colpevolmente sottovalutato l’evento, Germania compresa, e con due ragioni in più: la Merkel in crisi non vuole immigrati e, al solito, teme che l’interesse per il Sud distragga dall’Est. Di qui anche la freddezza delle nuove democrazie dell’ex oltrecortina.
Maroni ha ripreso a gridare contro l’Europa non solidale a fronte di «un popolo italiano che mostra sempre collaborazione». Non lo aiuterà domani, in Lussemburgo, quando solleciterà risorse aggiuntive, una ridefinizione della distrubuzione dei rifugiati e, ecco il piatto forte, l’attivazione della procedura della direttiva 55 del 2001. «E’ un finto dibattito - spiegano fonti europee -. Non c’è consenso ed è una norma priva di alcun automatismo». La Commissaria Ue per l’Immigrazione, Cecilia Malmstroem, ha già scritto la lettera da spedire a Maroni per dire che non vede le condizioni di procedere. Fine del match.
Il leghista del Viminale subirà un nutrito fuoco di fila sulle carte di soggiorno a tempo. «Uno Stato ha il diritto di emettere dei permessi, ma bisognerà determinare la conformità della pratica con le regole di Schengen», riassume la Malmstroem. Un problema? «Per circolare liberamente occorre un permesso, ma anche un titolo di viaggio valido, provare che dispone di mezzi sufficienti e di un’abitazione, non comparire nella banca dati Schengen, ecc». Tutti requisiti che, per forza di cose, i disgraziati fuggiti dalla Tunisia non hanno.
La Francia sarà la prima a sparare ad alzo zero. Non l’unica. «C’è anche un’altra questione - spiegano alla Commissione -. La titolarità di un permesso temporaneo disinnesca la possibilità che la polizia italiana possa fermare sul territorio nazionale i clandestini divenuti temporaneamente legali». Questo vuol dire che possono arrivare in Francia senza ostacoli ed essere cacciati indietro senza complimenti. Certo che qui Parigi viola i patti di Schengen, perché non può blindare le frontiere a puro piacimento. Gli accertamenti «non possono essere sistematici», ricorda la Malmstroem, però sono ammessi se «mirati». Bisogna essere cauti. I margini ci sono e la gendarmeria può fare ciò che vuole. In fondo, per ora, nessuno sta controllando i controllori.

il Fatto 10.4.11
E la scuola va in tribunale
di Marina Boscaino


Ricordate le 3i (Internet, Inglese, Impresa), mix di neoliberismo e annunci d’effetto, inizio del declino della scuola? Sostituitele con tante T. T sta per Tribunali, fonte di dispiaceri per il nostro ministro. Gli “incidenti di percorso” dell’”Epocale Riforma” iniziano dagli ATA. Il Tar Lazio, su richiesta di Snals-Confsal, ha messo in discussione l’articolo 64 del D.L. 112/2008, (l. 133/2008 - 135mila posti di lavoro in meno a scuola), che riduce del 17% amministrativi tecnici e ausiliari: la norma risulta “ispirata a mere esigenze di cassa”. Altro che “razionalizzazione e semplificazione”. Un giudice di Genova ha attribuito un ampio risarcimento a 15 precari senza posto di lavoro, dopo che la Consulta aveva dichiarato a febbraio incostituzionale l’inserimento “in coda” nelle graduatorie. E così il Codacons ha promosso la più ampia class action pubblica italiana; docenti della scuola e universitari a contratto rivendicano i propri diritti e hanno diffidato i ministri di Istruzione e Pubblica Amministrazione: sono 40mila precari che chiedono stabilizzazione e 30mila euro ciascuno di risarcimento. Ancora Codacons, ancora class action, stavolta sulle aule-pollaio, zeppe di studenti, in condizioni che violano i limiti di legge: in gennaio il Tar Lazio ha accolto l’istanza contro il MIUR. Il tribunale ordinario di Milano ha poi accertato “la natura discriminatoria della decisione delle amministrazioni scolastiche di ridurre le ore di sostegno scolastico per l’anno in corso rispetto a quelle fornite nell’anno scolastico precedente”, ordinando “la cessazione della condotta discriminatoria” e condannando “i convenuti, ciascuno per le rispettive competenze, a ripristinare, entro 30 giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, per i figli dei ricorrenti il medesimo numero di ore di sostegno fornito loro nell’anno scolastico 2009/2010?. Ancora la Consulta - sentenza 92/2011 - ha stabilito che la disciplina per istituire scuole dell’infanzia spetta alle Regioni e non allo Stato; mentre sono competenza statale i criteri per istituzione e funzionamento di quelle del 1° ciclo. La Corte ha in parte accolto i ricorsi con cui Toscana e Piemonte sollevavano conflitto di attribuzione, lamentando la lesione di funzioni regionali (art.117 della Carta) e il contrasto delle norme impugnate con il principio di leale collaborazione (art.118), per la mancata previsione della necessaria intesa con le Regioni, e con quello di sussidiarietà. Insomma: il diritto si configura come baluardo di civiltà in un Paese in cui non è ancora possibile costruire, con concordi azioni unitarie, opposizione costante ed intransigente ai tagli che il governo camuffa con una sigla buona per ogni stagione: “riforma”. Che i tribunali arrivino là dove la mancata coesione tra forze democratiche non contrasta in maniera adeguata una politica dissennata che ha individuato nella scuola una fonte di profitto, anziché di investimento, è triste ed evidente. Altrettanto evidente è che la scuola delle molte T ci rimanda alla formula della Moratti, riveduta e corretta: I come inadempienza, improvvisazione, inanità. Dilettanti allo sbaraglio, che imperversano aggiungendo una quarta e più grave I: illegittimità.

La Stampa 10.4.11
Germania, fuga dalle chiese
«Colpa dello scandalo dei preti pedofili che ha travolto numerose diocesi»
di Alessandro Alviani


In Germania bastano una carta d’identità e dieci minuti di attesa dietro la scrivania di un funzionario della pretura o dell’ufficio dello stato civile per abbandonare la Chiesa cattolica. L’anno scorso, sull’onda dello scandalo dei preti pedofili che ha travolto numerose diocesi, i tedeschi che si sono presi quei dieci minuti di tempo sono stati molti più del solito: secondo un’indagine pubblicata sul supplemento «Christ & Welt» del settimanale «Die Zeit» ammontano a circa 180.000, oltre 50.000 in più del 2009. Il dato ufficiale verrà diffuso dalla Conferenza episcopale all’inizio dell’estate, ma potrebbe essere ancora più alto: il calcolo della Zeit si basa solo sui casi comunicati da 24 delle 27 diocesi tedesche.
Per la prima volta nella storia della Repubblica federale la Chiesa cattolica potrebbe dunque aver perso più fedeli di quella protestante: la Chiesa evangelica tedesca stima infatti che nel 2010 gli abbandoni nelle proprie file siano stati poco meno di 150.000.
Particolarmente colpite dal fenomeno sono le diocesi della Baviera di Papa Benedetto XVI, che a settembre sarà in Germania per la sua prima visita di Stato. Nella diocesi di Augusta, sconvolta dalle accuse di maltrattamenti su minorenni contro l’ex vescovo Walter Mixa, gli abbandoni solo saliti di oltre il 70%. Più moderato l’incremento nell’arcidiocesi di Monaco Frisinga, dove i fedeli che hanno fatto domanda per «uscire» dalla Chiesa sono stati 23.254, circa il 30% in più del 2009. Nella più grande arcidiocesi tedesca, quella occidentale di Colonia, i casi sono stati 15.163 (+41%).
Tale aumento «testimonia la perdita di fiducia che la Chiesa ha subito soprattutto per via dello scandalo degli abusi» - ha scritto il vicario generale di Colonia Dominik Schwaderlapp -. Ciò è per noi doloroso, in quanto evidentemente molte persone hanno scelto l’abbandono della Chiesa come loro personale forma di protesta e repulsione». «Non vogliamo ignorare la crisi dell’anno scorso, ma guardiamo avanti per riconquistare la credibilità perduta», ha aggiunto il portavoce della Conferenza episcopale, Matthias Kopp.
Per il movimento di riforma della Chiesa «Wir sind Kirche» si tratta invece di un «bilancio spaventoso»: dal 1990 quasi 2,8 milioni di fedeli hanno lasciato la Chiesa cattolica in Germania.

Repubblica 10.4.11
Il fattore Anna Bolena

di Agostino Paravicini Bagliani

S cisma è una parola di origine greca che significa squarcio, fenditura, quindi anche dissidio e, nel linguaggio ecclesiastico, separazione all´interno della Chiesa cristiana, la cui storia è attanagliata da scismi fin dai primi secoli. Quelli antichi, di Novaziano, di Melezio e di Lucifero di Cagliari, per esempio, sono oggi dimenticati. Altri invece - quello tra Bisanzio e Roma, consumatosi nel 1054 - sono momenti di rottura che fanno parte della nostra memoria storica. Anche la Riforma protestante, con le sue varie chiese, luterana, calvinista e zwingliana, provocò una separazione definitiva da Roma che è stata appena attenuata dall´ecumenismo di questi ultimi decenni.
Meno di vent´anni dopo le famose tesi luterane di Wittenberg (1517) che segnarono l´inizio della Riforma, il re inglese Enrico VIII promulgò nel 1534 l´"Atto di supremazia" che gli permise di sostituirsi al Papa nel governo della chiesa del suo regno, allontanando così definitivamente l´Inghilterra dalla cattolicità romana. È una storia, quella dell´anglicanesimo, che ha conosciuto momenti di altissima drammaticità. Nel 1587 la cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia, fu fatta imprigionare, condannare per tradimento e giustiziare dalla cugina Elisabetta I, regina d´Inghilterra, figlia di Enrico VIII. Ma è una storia attraversata anche da momenti di forte compromesso. Già il Libro della preghiera comune (Book of Common Prayer), pubblicato nel 1549, lasciò ampio spazio alle cerimonie e preghiere della liturgia cattolica. Nel Settecento, la gerarchia anglicana, diretta da William Laud, arcivescovo di Canterbury, e sostenuta da Carlo I, guardava con favore al cattolicesimo, provocando una forte opposizione dei puritani.
Contrariamente alla bassa chiesa (Low Church), più ostile a Roma, la High Church (chiesa alta) espresse nella dottrina, nella liturgia e nell´organizzazione ecclesiastica linee di continuità con la Chiesa cattolica, ed è su questa linea storica di lunga durata che si sviluppò nei primi decenni dell´Ottocento (1833) il cosiddetto movimento di Oxford, di cui fece parte John Henry Newman, che Leone XIII creerà cardinale nel 1879 (e Giovanni Paolo II beatificherà nel 2010). Aveva contribuito alla nascita del movimento oxoniano il desiderio di rileggere i padri della Chiesa ma anche una certa nostalgia della ritualità cattolica. Il vicario anglicano W. J. E. Benner aveva fatto scalpore intorno al 1850 con le sue proposte di reintrodurre nella vita liturgica anglicana le candele, l´incenso, oltre che oggetti e vesti liturgiche.
Il movimento di Oxford segnala l´esistenza di una linea di fondo, in seno all´anglicanesimo, che non riusciranno a fermare i regolamenti disciplinari di tardo Ottocento e che, anzi, è contrassegnata da conversioni illustri, prima fra tutte quella di John Henry Newman (1845), la cui personalità influenzò altri convertiti famosi, come gli scrittori Julien Green (1916), G. K. Chesterton (1922) e Evelyn Waugh (1930). Su quell´onda lunga nascerà nel secondo Novecento un genuino orientamento ecumenico sostenuto dall´arcivescovo di Canterbury A. M. Ramsey.
L´anglicanesimo, scisma nato per ragioni essenzialmente politiche - il matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena, osteggiato dalla Chiesa di Roma - ha da sempre oscillato tra un forte sentimento nazionale e anti-romano, vicino ad altri movimenti riformatori (calvinismo), e un´attrazione, anche nostalgica, verso il cattolicesimo che si manifesta fin dall´inizio e che non sembra affatto essersi affievolita. È uno scisma in qualche modo a metà - non a caso si attribuisce a Newman la coniazione del termine di via media - un caso unico in seno alle Chiese nate dalla Riforma del primo Cinquecento.

Corriere della Sera 10.4.11
Il diritto dei bambini a non soffrire

La legge c'è ma è inapplicata
di Mario Pappagallo

Poco più di un anno fa, il 19 marzo 2010, veniva pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge numero 38: «Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore» . Per la prima volta si è sancito un diritto di civiltà: quello dei bambini di non soffrire, di non provare dolore. Di avere tutto ciò che serve per una buona qualità di vita anche se inguaribili. Compreso l’affetto e il calore dei familiari. Insomma, una legge rivoluzionaria per un’Italia culturalmente in ritardo sul diritto a non soffrire. Il dolore va diagnosticato e curato sia esso cronico (mal di schiena, mal di testa), post-operatorio o da tumore. Sia esso invadente memento di un male incurabile o terminale. E per la prima volta si è stabilito che i bambini hanno lo stesso diritto degli adulti a ricevere tali attenzioni e cure. Un diritto che andava realizzato su base regionale, o sovraregionale, attraverso reti specifiche. In Italia sono circa 11 mila i minori, dai pochi mesi di vita fino ai 17 anni di età, incurabili o terminali (un terzo per un tumore, due terzi per altra causa) che necessitano di cure palliative pediatriche. Tuttora, però, gli interventi risultano limitati a esperienze individuali e isolate. E la maggior parte dei piccoli inguaribili o terminali continua a vivere per lunghi periodi e morire in ospedale: oltre il 60%dei casi (in alcune realtà fino al 90%) e di questi, circa il 40%in situazioni critiche. Impressionanti i dati nazionali: 1.600.000 giorni di degenza ospedaliera all’anno e 580 mila giorni nei reparti di terapia intensiva, anche quando sarebbe possibile la gestione domiciliare o in strutture residenziali dedicate (hospice pediatrici). Con costi per il servizio sanitario pari a circa 650 milioni di euro all’anno che scenderebbero a 80-90 milioni con la nuova legge applicata. La scelta delle cure a casa, peraltro, attualmente ricade comunque sulle famiglie, con oneri spesso insostenibili. La legge c’è, va applicata. Lo sa la Fondazione Maruzza Lefebvre D’Ovidio Onlus che, il 21 aprile, darà avvio da Palmanova (Udine) a una campagna nazionale di sensibilizzazione, formazione e promozione sulle cure palliative e la terapia del dolore. Parola d’ordine: ogni paziente inguaribile è curabile.

Corriere della Sera 10.4.11
Il business del Male

Perché ci attrae tanto l’esibizione del macabro
di Pierluigi Panza


I lmale? Non proviamoci nemmeno a definirlo. Neppure Kant è riuscito a capirne l’origine: «Per noi— scrisse il filosofo di Königsberg— non c’è alcuna causa comprensibile dalla quale il male possa essere venuto» . Ma se non ne conosciamo l’origine, possiamo almeno definirne l’azione. Il critico letterario francese Georges Bataille ne diede una formula convincente: «Il male è la violazione deliberata di alcune proibizioni fondamentali» . Anzitutto la violazione di quelli che Freud definì i tabù, come cannibalismo, proibizione dell’assassinio, rispetto per i cadaveri, divieti sessuali, rifiuto del suicidio e automutilazioni... Al di là della persistenza di alcuni macabri rituali in comunità primitive, i principali territori di pascolo della rappresentazione del male nell’età moderna sono stati le arti e la letteratura. Secondo Bataille, la letteratura è addirittura «inseparabile dal male» e scrittori come Baudelaire e Kafka sono stati consapevoli testimoni. Anche oggi, arti e discorso — declinato nelle forme della letteratura, del giornalismo, del messaggio pubblicitario e televisivo — sono i mezzi espressivi del male. Anzi, configurano, in una parte significativa del loro operare, un business del male; un male mostrato, esibito, che rende in termini di visitatori, lettori, audience. Ovvero denaro. Tanto che il voyeurismo del male ha in parte soppiantato quello del porno. Non esistono dati specifici su quanto fatturi la rappresentazione del male, ma gli operatori dei settori elencati sanno che funziona. Lo propongono perché funziona; funziona perché lo propongono. Oggi, nelle mostre d’arte, la tendenza al macabro — come riemergere del tema delle «vanitas» — è costante e redditizio. Iniziò alla XLVII Biennale di Venezia (1997) Marina Abramovic stando seduta su una montagnetta di ossa maleodoranti. Per quanto questo suo Barocco Balcanico— denuncia delle stragi nella ex Jugoslavia— fosse sconvolgente e macabro, lo era assai meno di quanto messo in scena dagli Azionisti (tagli sul corpo, automutilazioni...) e di quanto esposto in una delle mostre più visitate del nuovo millennio: quella del tedesco Gunther Von Hagens, il dottor morte. Questo anatomopatologo espose nel 2002 in un’ex birreria dell’East End di Londra 26 cadaveri scorticati e 189 «pezzi sciolti» (mani, genitali, cervelli, fegati, embrione), tutti sottratti alla naturale decomposizione mediante un metodo d’imbalsamazione. L’esposizione, che ha toccato varie capitali del mondo, ha raggiunto i 13 milioni di visitatori. E a New York, nell’autunno del 2005, l’ingresso costava ben 25 dollari! Nel 2005, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi ha avuto successo un’esposizione (curata da Vittorio Sgarbi, doppio catalogo dell’editore Skira, 67.409 visitatori) dal titolo Il Male. Esercizi di pittura crudele, con oltre 350 opere di maestri come Balthus, Schiele e varie foto d’autore di teste mozzate nelle varie guerre africane. Ma questi sono solo alcuni degli esempi. Ritratti di personaggi sgozzati c’erano, ovviamente, nella mostra Caravaggio-Bacon dell’ottobre 2009 alla Galleria Borghese; il nuovo MAXXI di Roma ha aperto i battenti esponendo davanti all’ingresso lo «scheletrone» di Gino De Dominicis; la Fondazione Trussardi ha appeso a Milano i «bambini impiccati» di Cattelan; Palazzo Grassi ha esposto sul Canal Grande il megateschio di Subodh Gupta (Very Hungry God) e la Triennale, con Disquieting Images, ha lanciato la prima rassegna fotografica vietata ai minori di 14 anni, appendendo alle pareti un florilegio di crudi reportage (diecimila visitatori). Code ci sono anche per l’esposizione del teschio ricoperto da diamanti, intitolato For the Love of God, esposto da Damien Hirst a Palazzo Vecchio di Firenze, che attira circa settemila visitatori a settimana (e i suoi spin skull, teschi colorati sono prodotti serialmente e venduti a 5 mila euro). Inoltre, come racconta in un libro appena uscito Micòl Di Veroli (Oltre ogni limite. Cronache dal bizzar- ro nel mondo dell’arte contemporanea, DEd’A) c’è chi, come Tania Brughera, si è presentata alle performance di Autosabotage (2009) puntandosi una vera pistola alla tempia. Del resto, in Shoot (1971), l’artista Chris Burden si è fatto sparare al braccio da un amico. Tutto ciò ha un seguito perché la mediazione estetica rende sopportabile, e in qualche modo emozionante, la visione del male che, altrimenti, ci appare insopportabile, come provato da molti di fronte alle immagini realistiche delle esecuzioni di Daniel Pearl o Nick Berg da parte dei fondamentalisti islamici. Ma l’arte è solo una delle modalità espressive nelle quali il male si esprime e realizza il proprio business. I telefilm dedicati al crime sono in tutti i palinsesti televisivi. E Sky ha un canale apposito, Fox Crime. Una volta, ai tempi di Perry Mason, il cadavere rimaneva sullo sfondo: oggi, invece, è esibito. E con i telefilm CSI lo spettatore è catapultato sulla scena del crimine e dentro il laboratorio anatomico, accanto ai cadaveri (anche all’ora di cena). I cadaveri abbondano anche sulle copertine dei settimanali e nelle pagine dei quotidiani. Vedere un cadavere attraverso un medium sta diventando una forma di dipendenza. Tanto che alla tv del dolore, nata il 13 giugno del 1981 quando milioni di telespettatori assistettero impotenti alla morte di Alfredino Rampi, si sta sostituendo la tv dell’orrore: casi insoluti, amori criminali, omicidi familiari spuntano in ogni canale. La sera dell’arresto di Sabrina Misseri (caso di Avetrana), la trasmissione Matrix ha raggiunto uno share del 42%, record per le sue edizioni. Altre trasmissioni danno quotidianamente o settimanalmente conto di molti casi di cronaca nera (anche insieme) per assicurarsi audience. E sebbene i truci filmati trasmessi in queste trasmissioni possano apparire per educandi rispetto a quelli caricati su YouTube (tra i quali autopsie con apertura di crani), più di un gruppo di pressione sta sollevando critiche. Ultimo quello formato da un insieme di parlamentari, che hanno chiesto alla dirigenza Rai di valutare se i programmi pomeridiani della tv pubblica non siano troppo sbilanciati sulla cronaca nera. Nella letteratura, come ha scritto Bataille, il male è congenito. E anche se non si riesce più a raggiungere il livello di raffinati capolavori di malvagità come quello scritto da Emily Brontë, e nemmeno l’espressionistica violenza di Anthony Burgess (e Stanley Kubrick), l’attenzione di tanti scrittori contemporanei va sempre al confronto con il male. Così sono nate tendenze, come la «Letteratura cannibale» e un proliferare di testimonianze d’individui precipitati nella droga, nella prostituzione e vari mali di vivere, di cui va ghiotta l’editoria. Si pensi a un recente libro, vivace ma agghiacciante, come L’imbalsamatrice di Mary B. Tolusso (Gaffi editore), storia di una ragazza che passa il tempo a imbellettare cadaveri e a confidarsi con loro. L’attrazione fatale per la rappresentazione del male e del macabro investe tutti i campi del discorso. Ci sono blog che spiegano «Perché alle ragazze piace essere trattate male» , saggi che argomentano Perché agli uomini piace soffrire, video musicali con cadaveri fumanti, come quelli della pop-star Lady Gaga e strofe di canzoni ispirate al dolore come quelle di Love the way you lie di Eminem (cantata da Rihanna). Ovunque la rappresentazione del male è diventata motore del commercio. Ma perché funziona così bene? «Il male funziona perché è incastonato nella struttura della nostra evoluzione. Siamo passati, negli ultimi quattro milioni di anni, da primati antropomorfi a passeggiare sulla Luna; ma tutto ciò non è avvenuto senza versare una goccia di sangue, anzi» , afferma lo psichiatra e neurobiologo Luca Pani. «I medesimi sistemi chimici e le abitudini ambientali che sottendono e rinforzano ossessioni, vizi e perdizioni in un abuso crescente di impulsi incontrollabili sono le ragioni che ci fanno identificare qualche volta con la vittima e più spesso con il carnefice, pur con tutte le inibizioni morali del caso. Nessuno lo ammetterebbe mai, eppure quello che ci rende unicamente uomini è la repentina e diabolicamente straordinaria abilità di essere l’unico animale che sa usare le mani per dipingere la Capella Sistina e per sganciare la bomba su Hiroshima» . Se oggi il tributo dell’evoluzione al male è particolarmente consistente è anche perché viviamo in una società avida e ambiziosa. Secondo alcuni psicologi e neurologi, l’osservazione della rappresentazione del male può aiutare a sopportare l’infelicità che una società invidiosa scatena. Il team di ricercatori giapponesi di Hidehiko Takahashi dell’Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche di Inage-ku, ha condotto una ricerca (pubblicata su Science) secondo la quale l’invidia è come un dolore fisico e la sfortuna degli altri un piacere per chi la osserva. La società invidiosa, insomma, è un po’ sadica: soffre del successo altrui ma prova un piacere (inconscio, s’intende!) nell’osservare il male altrui. Lo psicologo Philip G. Zimbardo, docente a Stanford e alla Columbia di New York, maggior studioso vivente di questo tema, aggiunge alcune osservazioni esplicitate nei suoi libri: «L’eroismo non è mai stato indagato sistematicamente nelle scienze comportamentali. Eroi ed eroismo sembrano esplorati solo in letteratura, mito e cinema, mentre molteplici fonti documentano i mali dell’esistenza: omicidi e suicidi, tassi di criminalità, popolazione carceraria, livelli di povertà, schizofrenia... Simili dati quantitativi per gli aspetti positivi delle attività umane non sono facili da trovare: non teniamo registri d’atti di carità, bontà, compassione...». Un aspetto, quest’ultimo, sul quale i media dovrebbero interrogarsi. Il resto lo fa quello che si chiamava l’animo umano, ovvero le sostanze chimiche presenti nei neuroni. «Anche noi vogliamo credere che c’è qualcosa in alcune persone che li spinge verso il male, mentre c’è qualcosa di diverso in altri che li spinge verso il bene. Ma non ci sono prove e non ne sono convinto. Fino ad allora dobbiamo cercare di capire che cosa spinge alcuni di noi a diventare colpevoli del male ed altri a guardare altrove in presenza di prevaricatori del male» . Perché il paradosso contemporaneo è proprio questo: il successo popolare della rappresentazione del male è inversamente proporzionale alla disponibilità a confrontarsi con il male reale. Più si osservano le rappresentazioni mediate del male più si fugge quello reale. Sino all’omissione di soccorso. Con l’aggravante che il male rappresentato chiede di spingersi sempre più in là per non diventare normalizzato. Piero Bocchiaro, psicologo sociale e autore di Psicologia del male (Laterza) spiega proprio quest’ultimo aspetto: «Il male, in qualunque sua forma, conquista facilmente l’attenzione perché rappresenta uno strappo nella routine. Ma venendo meno questo carattere di eccezionalità, anche aggressioni, stupri e omicidi perdono la loro salienza e, conseguentemente, buona parte di potere attrattivo. Succede ad esempio, ed è esperienza comune, guardando il male "normalizzato"dei telegiornali o leggendolo nelle pagine di cronaca» . Ma anche per Bocchiaro «il male assolve un compito importante per l’osservatore: quello di poter prendere le distanze da chi l’azione malvagia l’ha appena compiuta. Chi osserva continuerà a sentirsi allora, in maniera illusoria e insieme rassicurante, "diverso", "migliore"rispetto a quell’altra persona» . E quindi rappresentare il male «può essere d’aiuto — conclude — nel liberarsi delle quote in eccesso di tensione nervosa, anche se una simile funzione catartica non mette al riparo dalla possibilità di agire in maniera malvagia: scrivere o dipingere hanno un effetto positivo transitorio e molto presto torneremo ad essere vulnerabili» . Il successo del male, insomma, è dovuto al fatto che stiamo male. E stanno male anche gli «altri», i migrati ad esempio, perché «è infelicissimo -scriveva Pindaro -chi riconosce il bene ma è costretto a tenerne il piede lontano» . Ma il male, come mostrò Emily Bronte, può essere anche l’espressione più forte con la quale si esprime un’irriducibile passione d’amore.

Terra 10.4.11
Fine vita, le posizioni in campo
di Federico Tulli

qui

Terra 10.4.11
Verso oscuri chiarori
a cura di Francesca Franco

quihttp://www.scribd.com/doc/52657479


sabato 9 aprile 2011

La Repubblica Firenze 17 marzo 2009
Lo psichiatra Elettroshock, dalla Regione regole più severe per Cassano
di Michele Bocci

In Toscana si continuerà a fare l´elettroshock ma seguendo le regole dettate dalla Regione. La "terapia elettroconvulsivante" viene praticata solo a Pisa nel centro del noto psichiatra Giovan Battista Cassano, che in passato è finito nelle polemiche proprio per quel trattamento. Già nel 2002 i consiglieri di Rifondazione Comunista chiesero di bloccare l´elettroshock e la Regione provò a fare una legge per sospendere la terapia. Provò perché la Corte Costituzionale ma respinse la norma. Così è iniziato un lungo lavoro per arrivare ad una delibera che almeno permettesse di tenere sotto controllo quello che avviene nel centro di Cassano. Un gruppo di esperti ha stilato il consenso informato, ha scritto come deve essere fatto il trattamento (sempre in anestesia totale ad esempio). I casi seguiti in quel modo a Pisa sono un centinaio all´anno, la gran parte dei quali provengono da fuori Toscana. La Regione chiede tra l´altro di avere ogni sei mesi i dati di tutte le persone seguite e i risultati del trattamento, sulla cui efficacia nella comunità scientifica non c´è una posizione unanime. Inoltre deve essere applicato esclusivamente sui casi gravissimi, quali stati maniacali, catatonia, problemi di depressione pesante, che non rispondono ad altre terapie. Insomma, deve essere considerato l´ultima spiaggia.
qui

l’Unità 9.4.11
Manifestazioni in moltissime piazze d’Italia oggi pomeriggio, il clou a Roma
Risposta al premier: «Ci ha umiliati, non si può avere il sole in tasca se non ci fate lavorare»
«Il nostro tempo è adesso» I precari lo gridano al Paese
«Il nostro tempo è adesso». Lo slogan dei giovani che oggi invaderanno le piazze del Paese per chiedere rispetto e considerazione. Il clou delle manifestazioni è a Roma. Il sostegno di Pd, Idv e Sel.
di G.V.


«Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta». I manifesti gialli che richiamano alla giornata di mobilitazione i lavoratori precari di tutta Italia tappezzano ormai i muri delle città. La Capitale sarà oggi l'epicentro delle iniziative con una street parade che sfilerà da Piazza della Repubblica (partenza alle ore 15,00) al Colosseo. «Vogliamo essere ironici e dissacranti», si legge sul sito del comitato promotore, «e vogliamo che ad essere visibili siano le persone e le reti che hanno aderito all'appello e alle iniziative fatte fino ad ora». Alle iniziative in tutto il Paese hanno tra gli altri aderito il Pd, l’Idv e Sel la Cgil, ma anche il comitato «Se non ora quando» i Verdi, Pdci-Federazione della sinistra. Per quanto riguarda le altre piazze, a Milano l'appuntamento è a Colonne di San Lorenzo alle 15,30; a Napoli sfilerà un corteo che partirà da piazza Mancini alle 9,00 e sfilerà fino a Piazza del gesù dove alle 12,00 è previsto un concerto; a Palermo i precari sfileranno in corteo, a partire dalle 17,00, da Piazza Indipendenza fino a Piazza Bologni. Ma manifestazioni son previste in oltre 29 città italiane e in due città estere: a Bruxelles e a Washington Dc. Alla mobilitazione hanno aderito intellettuali e musicisti, attori e scienziati. Da Franca Rame e Dario Fo a Daniele Silvestri, dal sociologo Luciano Gallino alla scrittrice Silvia Avallone, dall'astrofisica Margherita Hack ad Ascanio Celestini. E poi, ancora: Michele Serra, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Dario Vergassola, Sabina Guzzanti, Moni Ovadia, Paolo Rossi. Gi organizzatori hanno ricevuto una sponda insperata dalla Conferenza Episcopale Italiana che, per voce del cardinale Angelo Bagnasco, ha dichiarato: «Ci si augura che il precariato sia sempre una fase estremamente transitoria, il più possibile breve per poter diventare lavoro a tempo indeterminato e per dare anche la possibilità di un futuro, di un progetto di vita». Il premier «Berlusconi umilia i giovani ed il Paese»: il comitato «Il nostro tempo è adesso», ha così risposto alle parole del presidente del Consiglio che invita i giovani a guardare al futuro con «il sole in tasca». «Davvero pensa che il Milan e suoi successi personali siano da prendere ad esempio per i giovani italiani? Il 30% di disoccupazione giovanile, i 2 milioni di giovani che non studiano non lavorano e non si formano, l'esercito di lavoratori precari rimasti senza lavoro e senza reddito con la crisi economica possono avere il sole in tasca?», domandano. «Ci ha umiliati e trascinati in un baratro di povertà e disoccupazione», dicono.

l’Unità 9.4.11
Sostegni veri non solo sussidi di disoccupazione di cui i precari in Italia non hanno diritto
Il Paese che ha 300 miliardi di evasione fiscale spende solo lo 0,4% del Pil sul welfare
Gli altri: La percentuale sul Pil della spesa per lo stato sociale è del 3%
Nessun altro stato in Europa lascia i giovani senza reddito
La Francia ha ampliato la platea del reddito di solidarietà. La Gran Bretagna ha confermato i sussidi anche con la crisi. Berlino pensa all’affitto e ai bambini. In Italia Sacconi sa dire solo: accettate i lavori umili.
di  Bianca Di Giovanni


Solo un anno fa la Francia ha festeggiato i 20 anni del reddito minimo di solidarietà o di inserimento sociale. Nell’occasione quello strumento è stato allargato anche agli under 25, che fino ad allora non ne avevano diritto. Insomma, a Parigi, nonostante la crisi, si ampliano le tutele. Per non parlare della Gran Bretagna, dove il sussidio per chi cerca attivamente lavoro (o lavora meno di 16 ore alla settimana) non venne tolto neanche dalla signora di ferro, la «tagliatrice di teste » Margaret Thatcher. Invece sotto le Alpi quella misura è relegata al ruolo vergognoso e inaccettabile di «assistenzialismo». Il Paese che vive di rendite di posizione, di evasione, di lavoro nero, considera l’aiuto a chi guadagna troppo poco una vergogna sociale da condannare eticamente prima che economicamente. Mentre Maurizio Sacconi liquida la questione invitando i giovani italiani (anche laureati e specializzati) a fare come gli immigrati, accettare i lavori più umili e faticosi, ad accettare le condizioni più svantaggiose sul mercato del lavoro (come se bastasse la volontà in un sistema che premia solo i protetti dalla nascita), mentre Giulio Tremonti annuncia come una rivoluzione epocale quella social card da 40 euro al mese solo per vecchi poverissimi e per bambini piccolissimi, in Italia i giovani precari non hanno altro da scegliere che il ricatto dei datori di lavoro. Perché una cosa è certa: la pervicace resistenza dell’Italia a uno strumento universale di sostegno al reddito non dipende affatto dalle ristrettezze economiche. La settima potenza mondiale, il Paese dove si evadono ogni anno 300 miliardi di euro, dove l’80% della popolazione possiede la casa dove vive, dove il risparmio accantonato è a livelli record, dove si garantiscono prebende a parlamentari, consiglieri regionali e loro portaborse, potrebbe certamente permettersi di garantire un’entrata minima ai cittadini dai 18 anni in su che iniziano a costruirsi una carriera. La verità è che non si vuole fare, perché dare sicurezza significa eliminare quel ricatto: e forse anche il lavoro in nero gestito dai clan (chissà perché imbattibile solo da noi).
NUMERI
Così i precari italiani si ritrovano all’ultimo posto. Che differenza c’è con i loro coetanei europei? La differenza la racconta un informato articolo comparso su Micromega nel marzo del 2009 (a firma Giovanni Perazzoli) che in poco tempo ha fatto il giro dei blog sulla rete. «Quanto percepisce un disoccupato in Europa? si chiede Perazzoli Ci sono cifre base: 613,3 euro in Belgio; 425,4 in Francia 645 in Irlanda (Il dato è ante-crisi, ndr); 1.044,4 in Lussemburgo; 345
in Germania; 743 in Danimarca, se si ha meno di 25 anni, 1.153 se si ha di più; 669 euro in Gran Bretagna (oggi ridotto a circa la metà, ndr), 549 in Olanda; 519 in Austria». Insomma, i giovani europei partono da qui. Non si tratta di un sussidio alla disoccupazione, cioè limitato a chi è stato licenziato, ma di un sussidio al reddito per tutti. Questo spiega in parte perché l’Europa spende tra il 2 e il 3% del Pil per il welfare, e l’Italia solo lo 0,4%. Lo spiega solo in parte, perché oltre le Alpi gli Stati non si fermano al salario (peraltro versato comodamente sul conto corrente, in Inghilterra ogni 15 giorni). Offrono aiuti per l’affitto, soldi per il telefono, e soprattutto contributi per i figli. In Francia e in Germania molti ricercatori universitari, artisti, giovani promesse della scienza, che magari lavorano saltuariamente, non hanno problemi a passare dall’attività a periodi di inattività pagati dallo Stato. Non si sentono affatto assistiti. Lo Stato spende troppo? Gli esperti dicono che investe: perché una società coesa spende meno per la sanità, evita l’elusione fiscale e contributiva, aiuta la ricerca di nuovi lavori. Ma per l’Italia è solo utopia.
Cosa fare? Forse sarà proprio l’Europa a salvare l’esercito di giovani traditi dall’Italia. Già nel ‘92 una direttiva Cee impegnava i paesi membri a una garanzia minima di risorse (evidentemente l’Italia l’ha ignorata). Oggi la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea firmata a Nizza prevede un reddito minimo garantito, e il Parlamento di Strasburgo ha votato un’importante risoluzione che impegna la Commissione a realizzare una misura europea. A decorrere dal 2012, poi, i cittadini europei potranno fare proposte di iniziativa legislativa, attraverso la raccolta di un milione di firme. Se cominciassimo da oggi?

l’Unità 9.4.11
«Il governo da tre anni lavora contro i meno garantiti»


Oggi sarà in piazza a Roma con i precari, «è la manifestazione più importante di tutte, perché riguarda la vita concreta di milioni di persone», spiega Marianna Madia, 30enne deputata Pd. «La condizione di lavoro dei giovani dà il senso più profondo dello sprofondamento di questo Paese, ci stiamo giocando il futuro di questa generazione e delle successive».
In questi giorni esce il suo libro «Precari» per Rubettino. «Una sorta di diario di 3 anni in Commissione Lavoro alla Camera: si parla molto delle leggi ad personam, molto meno dei disastri che questo governo ha fatto in campo sociale e nelle politiche del lavoro».
Come è nata questa idea?
«Dalla voglia di mettere in fila gli orrori a cui abbiamo assistito. Penso alle norme “ammazza precari”, ideate per sabotare quei precari che fanno causa per essere assunti, sostituendo l’assunzione con il riconoscimento di alcune mensilità. E ancora: la “cura Brunetta” per i precari della pubblica amministrazione, a partire dagli enti di ricerca. Un meccanismo assurdo che punisce chi è precario da più tempo».
Un elenco senza fine...
«Penso all’abrogazione della circolare Damiano che incentivava i call center a stabilizzare i dipendenti. Grazie al governo i call center più virtuosi si sono trovati in gravi difficoltà, come nel caso di Teleperformance. Ma racconto anche le storie di Eutelia, Ispra, Nortel».
Alla presentazione del suo libro ci sarà il ministro Tremonti... «A parole elogia il posto fisso. Ma le politiche del suo governo vanno sempre in senso opposto. Vorrei chiedergli di questa contraddizione». A.C.

l’Unità 9.4.11
L’ombra sul futuro
di Federico Del Giudice


Per noi studenti la precarietà è un’ombra sul futuro, proiezione di contratti atipici, di mesi di non lavoro, di mancanza di reddito. Lo smantellamento del diritto allo studio (meno 90% dei fondi nell’ultima finanziaria), la piaga dell’abbandono scolastico e la demolizione dell’istruzione pubblica sono riuscite a rendere la precarietà una condizione esistenziale del nostro presente. L'accesso ai canali formativi e culturali è messo a dura prova dai costi dei trasporti, dei libri di testo, dei cinema, delle librerie, ecc. Molti studenti vivono la stessa condizione dei precari perché costretti a fare stage molto lavorativi e poco formativi, dove si vivono le medesime condizioni di sfruttamento, ricattabilità e insicurezza. Centinaia di migliaia di studenti e studentesse vivono ogni anno esperienze propedeutiche alla precarietà come se il lavoro non potesse essere dignitoso, come se la società contemporanea fosse solo una continua guerra fratricida per il raggiungimento della sopravvivenza. Noi studenti del 2011 siamo quelli che avranno pensioni rarefatte, così inconsistenti da sfuggire tra le dita. È questo il solo futuro percorribile? In questo autunno abbiamo detto che la nostra battaglia per un’università e una scuola pubblica era la battaglia per il nostro futuro. Siamo scesi in piazza al fianco degli operai di Pomigliano e Mirafiori perché il ricatto messo in campo ci accomuna, dimostra che anche chi si credeva «lavoratore garantito» non può più avere certezze. Il 9 aprile, e poi il 6 maggio con lo sciopero generale, vogliamo rilanciare questa battaglia per affermare che un nuovo modello di welfare è necessario e non più rinviabile.
*Esecutivo Rete della Conoscenza

l’Unità 9.4.11
L’Istat diffonde i dati 2010 che registrano ulteriori flessioni dopo i crolli dell’anno precedenteLe famiglie portate a fondo Crolla il potere d’acquisto
L’uscita dal tunnel? Per l’Istat non si vede, almeno a giudicare dai dati sul potere d’acquisto delle famiglie italiane e sulla loro propensione al risparmio. Qualche timido segnale di miglioramente alla fine del 2010.
di Marco Ventimiglia


Precario: nell’Italia del 2011 la parola si declina purtroppo in vari modi. Precario è colui che non trova un lavoro affidabile e continuativo, ma precario è anche lo stato di molte famiglie italiane. A sottolineare per l’ennesima volta quest’ultimo aspetto sono stati i dati diffusi ieri dall’Istat, che fotografano un Paese per il quale la crisi può dirsi tutt’altro che conclusa. Numeri relativi al 2010, che quindi non tengono conto di un avvio del corrente anno che fra crisi del Nord Africa e dramma giapponese può definirsi tutt’altro che incoraggiante pure sotto l’aspetto economico. Con una brutta e correlata notizia giunta proprio ieri: il prezzo della benzina è sempre più fuori controllo, attestato mediamente sull’insostenibile livello di 1,583 euro.
NESSUNA RISALITA
Cominciamo dall’Istituto di statistica che ha certificato come anche l’anno scorso è calato il potere di acquisto delle famiglie italiane. A pesare è stato soprattutto l'incremento della spesa per consumi. In particolare, nel 2010 il potere d'acquisto è sceso dello 0,6% contro il 3,1% del 2009. Ed il fatto che nonostante il precedente riscontro fortemente negativo non ci sia stata alcuna inversione di tendenza la dice lunga sulla portata della crisi in atto e dell’effetto sui nuclei famigliari.
Se non altro, dai dati Istat emerge qualche segnale di ottimismo relativo all'ultima parte dell'anno: nel quarto trimestre si è infatti registrato un incremento dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti, tornando sui livelli di fine 2009. Ed ancora, nel 2010 è tornato a crescere il reddito disponibile. Un incremento che è risultato pari allo 0,9% su base annua. A scendere è stata invece la propensione al risparmio delle famiglie che si è attestata al 12,1% in diminuzione di 1,3 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Anche in questo caso il quarto trimestre offre dati migliori, con una propensione al risparmio pari al 12,4%, superiore di 0,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, sebbene inferiore di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre del 2009.
Per il Codacons i dati Istat sono «la media del solito pollo. I pensionati, specie quelli al minimo, così come le famiglie a rischio di povertà relativa si legge in una nota hanno un'inflazione maggiore rispetto alla media delle famiglie italiane. Per loro il calo del potere d'acquisto è, quindi, almeno doppio rispetto alla media nazionale». Sulla stessa linea Federconsumatori e Adusbef, che si dicono «non sorpresi dai dati». La Confcommercio mette in guardia, senza una ripresa decisa gli italiani si troveranno presto di fronte ad un bivio: «O un ulteriore ridimensionamento della quota di risparmio accantonata ogni anno, o la riduzione dei consumi».
La Cia rileva invece come la crisi abbia cambiato anche le abitudini alimentari degli italiani. I cali più evi-
denti hanno riguardato pane e pasta (scesi rispettivamente del 2,7% e dell'1,8% sul 2009), carne rossa (-4,6%), pesce (-2,9%), frutta e agrumi (-1,8%) e vino da tavola (-2,1%).
Intanto, come detto, il costo dei carburanti va alle stelle. Il prezzo della “verde” è arrivato a toccare fino a 1,583 euro al litro, mentre il gasolio è giunto a 1,501 euro al litro. A registrare i record la “Staffetta quotidiana”, che rileva incrementi per Esso, Shell e Tamoil, dopo l'accelerazione impressa da Eni. E non mancano i record a livello locale: in Sicilia il gasolio costa ormai più della benzina in Piemonte. Il poco invidiabile primato per la verde è sempre in Campania, anche per via dell'addizionale regionale: addirittura 1,663 euro al litro.

L’Unità 9.4.11
Francia e Germania respingono Maroni Il ministro esulta ma l’accordo non c’e
L’Italia è ancora isolata in Europa
Seicento nuovi arrivi a Lampedusa E gli scafisti ora li buttano in mare
David Sassoli: «Una vetrina imbastita per rassicurare le rispettive opinioni pubbliche che a conti fatti non cambia di una virgola lo scenario. Un escamotage per prendere tempo»
Enrico Letta: «Gli altri stati membri non considerano credibile la posizione italiana sull’immigrazione perché c’è la Lega di mezzo»


La Stampa 9.4.11
Merkel: i permessi violano Schengen. Sarkozy a Barroso: blindare le frontiere. Sbarco record a Lampedusa: 600 su una nave
Rifugiati, Berlino attacca l’Italia
di Paolo Festa


Un nodo dopo l’altro. E così, appena siglata la tregua con il governo francese nel vertice milanese tra il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il collega Claude Guéant, subito si apre un nuovo fronte: quello tedesco. A tuonare contro i permessi temporanei italiani, «contrari allo spirito di Schengen», stavolta è Berlino che annuncia di sollevare la questione al Consiglio dei ministri degli Affari interni a Lussemburgo, lunedì prossimo.
«Nelle misure prese dall’Italia - spiega il portavoce del ministero tedesco dell’Interno, Jens Teschke - vediamo un’attentato allo spirito di Schengen. Dobbiamo parlarne tra ministri tedeschi e italiani». Anche perché sottolinea, «riteniamo che in Italia la situazione non sia fuori controllo, contrariamente a quanto accade a Malta, e vogliamo sottolineare che negli anni scorsi la Germania (ieri ha annunciato che accoglierà 100 africani giunti a Malta) ha accolto richieste di asilo sei volte superiori rispetto all’Italia».
Un duro affondo alla tela di relazioni messa in campo dal governo italiano in tema di clandestini, che dopo i dissidi con l’Eliseo (il prossimo 26 aprile è previsto un vertice Italia-Francia) ora dovrà confrontarsi con i nuovi paletti messi dal governo tedesco. Paletti, che fanno rima con maggiori in controlli. Alla frontiera austriaca ma anche negli aeroporti.
Lo spiega il parlamentare bavarese Hans Peter Uhl (Csu) quando prende di mira direttamente Silvio Berlusconi, «al quale il governo tedesco deve spiegare che viola in maniera eclatante la normativa europea».
Il quadro, dunque, è destinato a complicarsi, tant’è che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano da Budapest, a margine della riunione del «Gruppo Arraiolos», rilancia che sul fronte immigrazione, «nell’Ue, c’è bisogno di scelte più coese». E spiega: «Si è fatta fatica a rendere efficaci delle regole comuni in materia di immigrazione, sia di asilo, che sono due fenomeni che spesso si confondono ma restano divisi». Dunque, maggiore coesione. Una coesione ma soprattutto un’impostazione, che il Capo dello Stato ha voluto imprimere anche sul fronte interno, a partire dall’incontro con il premier Silvio Berlusconi, al fine «di far valere l’interpretazione dell’Italia in sede europea con voce univoca». Paese compatto, dunque, sul fronte estero, anche perché, argomenta Napolitano, «l’immigrazione è un processo di lungo periodo al di là dell’emergenza. I dati - ha sottolineato il Presidente della Repubblica - dimostrano che continua il processo di invecchiamento della popolazione europea mentre prosegue l’iniezione di forza lavoro giovane al di fuori dei Paesi dell’Unione».
La reazione tedesca, naturalmente, non passa inosservata tra le forze politiche. Per il capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto, «il documento della Germania ha il chiaro obiettivo di riversare sull’Italia le conseguenze di un processo di carattere mondiale che riguarda il Mediterraneo, che invece richiede la solidarietà europea». E conclude: «Noi abbiamo fatto un accordo con la Francia, e faremo tutti gli sforzi per far si che questo accordo venga riconosciuto dall’Europa, che deve dimostrare di non essere solo un’espressione geografica». Per Enrico Letta, numero due del Pd, invece, «paghiamo la presenza della Lega al governo. L’atteggiamento della Francia e la dichiarazione della Germania è la dimostrazione che l’Italia paga il fatto di avere la Lega al governo perché questi Paesi, chiaramente, non considerano credibile la posizione italiana essendoci la posizione della Lega di mezzo».

ll’Unità 9.4.11
L’Europa e il vizio del vecchio lupo
di Moni Ovadia


La vecchia Europa è come il lupo del celebre proverbio, perde il pelo ma non il vizio.
Lascia prosperare nel proprio ventre molle la xenofobia. Sarkò, vicino alle prossime elezioni, si vede contendere lo spazio dalla fascista Le Pen, degna figlia di tanto padre, leader di un partito che in una vera democrazia, dopo la vergogna di Vichy, non dovrebbe arrivare oltre lo 0,1 % e forse non dovrebbe neppure esistere. Ma Sarkò invece di difendere i grandi valori della Repubblique preferisce cavalcare la pancia reazionaria della douce France. In Italia, il paese che ha generato i repubblichini, i demofascisti di Berlusconi cercano di abolire il transitorio XII della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista in ogni forma. Scandalo! E perché? L'Europa pullula di forze ultrareazionarie. Il nostro governo si regge su un partito xenofobo. E quando i suoi dirigenti più prudenti esprimono un minimo di decenza istituzionale ci pensano i militanti duri e puri a rimetterli in riga come si ascolta e si legge sul web leghista con perle del genere:"invadiamo Lampedusa con i maiali, così i tunisini che sono musulmani scapperanno". E l'Europa comunitaria, invece di lanciare una conferenza permanente sull'immigrazione per gestirla nel quadro dei principi democratici e del rispetto dei diritti umani, nel migliore dei casi tituba e nel peggiore, lascia prosperare i rigurgiti razzisti dimentica delle devastazioni che causarono alla vecchia Europa. Il posto di xenofobi e razzisti non è la politica, sono quei bar dello sport dove ruttare i miasmi delle loro parole avvelenate insieme a quelli dell'alcol mal digerito.

La Stampa 9.4.11


Gli Usa contro Italia e Francia “Disumani con rom e immigrati”
Rapporto americano sui diritti umani nel mondo: più violenze verso i dissidenti
di Maurizio Molinari


Iran e Cina colpevoli delle peggiori violazioni con Siria, Libia, Cuba e Russia inserite nella «lista nera» e qualche rimprovero pesante anche nei confronti di due alleati come Italia e Francia: il rapporto annuale del Dipartimento di Stato sul rispetto nei diritti umani nel mondo dsegna una mappa di abusi con molte conferme affiancate da alcune novità.

La chiave di lettura che il Segretario di Stato Hillary Clinton adopera per descrivere cosa sta avvenendo sul fronte dei diritti è una triplice tendenza affermatasi nel 2010: «l’esplosiva crescita di gruppi non governativi pro-diritti», l’«aumento dell’uso di Internet, cellulari e alta tecnologia» che moltiplica le potenzialità degli attivisti e «l’escalation di violenze, persecuzioni e vessazioni» da parte dei regimi che si oppongono alla ventata di libertà che tiene banco dall’Egitto alla Birmania.
Il giudizio più severo è nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran che «ha giustiziato circa 312 persone in esecuzioni sommarie spesso dopo processi segreti» con molti condannati «uccisi per aver commesso reati criminali come il traffico di stupefacenti mentre in realtà erano dissidenti politici». La repressione colpisce «riformatori, attivisti per i diritti delle donne, studenti, minoranze etniche e religiose» con l’aggravante di «discriminazioni contro i gay» e «attacchi di vigilantes contro persone considerate non islamiche» spesso «inseguite fino dentro casa».
Aspro il linguaggio anche nei confronti della Repubblica popolare cinese, considerata un partner strategico dall’amministrazione Obama. «Il governo cinese ha aumentato il controllo sulla società civile e i tentativi di limitare le libertà di espressione ovunque incluso Internet» si legge nel testo, che si sofferma sulle «misure extragiudiziali» di cui sono vittime i dissidenti: «Detenzioni arbitrarie, rapimenti e punizioni» a cui bisogna sommare gli arresti di blogger e gestori di Web sospettati di voler «sovvertirelo Stato usando Internet».
L’accusa alla Siria di Bashar al Assad è di «torture, uccisioni e detenzioni arbitrarie», alla Libia di Gheddafi di «sistematica violazione delle libertà», alla Nord Corea di Kim Jong-il di «non rispettare alcun diritto dei cittadini» e alla Cuba di Raul Castro di «orchestrare attacchi contro i dissidenti» mentre nel caso della Russia di Dmitry Medvedev e Vladimir Putin si parla di violazioni da parte di un governo che non rispetta la «libertà di assemblea, riunione e espressione».
A fronte di 24 Stati inclusi della «lista nera» - ci sono anche Venezuela, Pakistan, Afghanistan, Zimbabwe e Iraq - i promossi per «i progressi compiuti» sono appena tre - Colombia, Guinea e Indonesia - con le rimanenti 157 nazioni in una zona grigia che vede non pochi governi alleati bacchettati per violazioni e irregolarità. Fra questi vi sono anche Italia e Francia.
Il capitolo sull’Italia è di 29 pagine e si distingue per gli addebiti sulle «uccisioni illegali» contestate alle forze dell’ordine in sei differenti episodi, dove le vittime sono quasi sempre immigrati come nel caso del marocchino Aziz Amiri ucciso in febbraio a Bergamo dalla polizia. Poi vi sono i «trattamenti degradanti e disumani» attribuiti a «comportamenti occasionali della polizia contro immigrati e Rom» e il sovraffollamento delle carceri causato «dalla lunghezza della custodia cautelare e dal ritardo con cui si celebrano i processi». Infine si parla anche del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per due ordini di motivi: l’«eccesso di concentrazione di media nelle sue mani» - che era già stato stigmatizzato nel rapporto dello scorso anno - e la «barzelletta antisemita raccontata ai sostenitori davanti alla sua residenza» lo scorso 4 ottobre.
Anche alla Francia di Nicolas Sarkozy vengono contestate «uccisioni arbitrarie» da parte della polizia due casi, entrambi ai danni di immigrati - mentre l’addebito più serio e documentato riguarda le violenze dentro prigioni dove il «carente rispetto della dignità umana» e le «inaccettabili condizioni igieniche» sono testimoniate da «72 suicidi ammessi dalle autorità che per le Ong sono stati 118».

La Stampa 9.4.11
Libia, l’ipotesi del Pentagono “Servono le truppe di terra”
Il mea culpa della Nato: non sapevamo che i ribelli avessero i tank
di Francesco Semprini


L’invio di truppe americane in territorio libico è un’ipotesi da considerare. È questo, in sintesi, il messaggio inviato dal generale Carter Ham al Congresso degli Stati Uniti. Secondo l’ex comandante della missione «Odyssey Dawn» gli Usa potrebbero pensare all’impiego di forze di terra in una missione internazionale a sostegno degli insorti e contro l’esercito di Gheddafi. Questo perché senza un intervento diretto sul territorio si rischia un’impasse dovuta «allo stallo che si è creato tra le due forze opposte», dice Ham. Che tuttavia spiega che si tratta di un’opzione non priva di rischi perché la partecipazione degli americani potrebbe erodere il sostegno della comunità internazionale alla missione e renderebbe assai più difficile ottenere l’appoggio del mondo arabo. «È un’ipotesi su cui si sta ragionando - ha spiega Ham giovedì alla commissione Forze armate del Senato -. A mio avviso però se gli americani mettessero piede in territorio libico potrebbero causare reazioni negative a livello regionale». Un cambiamento di strategia però è necessario, secondo il generale, perché nonostante la Nato stia facendo un buon lavoro, i raid sono sempre meno efficaci visto che Gheddafi piazza carri armati e artiglieria accanto a scuole e moschee. Del resto l’ipotesi di un intervento via terra era stata già ventilata dalla Francia mentre il presidente Barack Obama ha ribadito più volte che non saranno inviate truppe in Libia, anche se nuclei speciali della Cia sono operativi da settimane nel Paese.
La risposta di Bruxelles non si è fatta attendere: «La situazione sul fronte militare è fluida», ribatte a distanza l’ammiraglio Russell Harding, vice comandante dell’operazione «Unified Protector». Nessuna scusa ma solo rammarico arriva invece da parte dell’Alleanza Atlantica per le morti tra i ribelli causate dal «fuoco amico» durante raid sulla città di Brega. In pochi giorni le azioni dei caccia alleati hanno colpito per sbaglio due volte i combattenti antiGheddafi. «Sembra che due nostri attacchi di giovedì abbiano provocato la morte di un certo numero di esponenti del Consiglio nazionale transitorio, che operavano a bordo di carri armati», ha ammesso Harding. «Ma fino a ieri, non eravamo stati informati che le forze del Cnt facessero uso di carri armati», si giustifica il vicecomandante di Unified Protector.

La Stampa 9.4.11
Sul tavolo dell’Alleanza c’è l’intervento dei soldati
Il ministro La Russa discuterà l’opzione con francesi e inglesi martedì a Roma
di Antonella Rampino


Non solo caccia e Tornado. La Nato ha sul tavolo la «ground option» in Libia, e all’Italia, se l’opzione delle operazioni di terra passerà durante il serrato round di vertici che si aprono la prossima settimana, verrà chiesto di aumentare il proprio impegno. La situazione sul campo è tale che, dopo adeguate pressioni, perfino la non interventista Germania ha offerto, oltre a navi di supporto, anche reparti della Bundeswehr, l’esercito in «missione umanitaria». Dell’Italia fanno gola alla Nato i reparti di élite di Esercito e Marina, gli incursori del Col Moschin e quelli del Consubin. Come diceva SunTzu, la guerra si fa con l’insieme di mezzi speciali e mezzi ordinari, di forze regolari e irregolari, palesi e occulte.
Ma la Nato esaminerà giovedì e venerdì prossimi lo scenario dell’intervento al suolo per via dello stallo nelle operazioni ampiamente lamentato dal governo dei ribelli di Bengasi: il rischio è che la Libia si spacchi in Tripolitania e Cirenaica. E questo è proprio ciò che la risoluzione 1973 dell’Onu si propone di evitare, mentre non menziona alcun divieto circa l’impiego di forze di terra. Afferma, quella risoluzione, solo il rispetto della «integrità territoriale della Jamahiriya Araba di Libia», e prevede ogni mezzo per proteggere i suoi abitanti. Dunque, lo scenario «di terra», sia pure con piccole operazioni di reparti speciali come è d’uopo in un Paese immenso e controllato da 140 tribù, oltre che per aggirare le resistenze di Mosca e Pechino, è all’attenzione della Nato.
L’Italia è in prima linea, con Francia e Gran Bretagna: tornati sulla scena per l’opzione diplomatica, partecipiamo anche alle azioni di pressione su Gheddafi. Ignazio La Russa avrà a cena a Roma, martedì sera, i suoi omologhi Gérard Longuet e Liam Fox, coi quali lavora già a stretto contatto. Martedì è il giorno in cui nella Capitale, a perorare la causa della difesa di Bengasi e di una maggiore «incisività» nelle operazioni della Nato, arriverà il presidente del Consiglio di Transizione libico Mustafa Abdel Jalil. Sarà ricevuto da Giorgio Napolitano, da Silvio Berlusconi e da Franco Frattini, ma il massimo dell’enfasi sarà la sua audizione in Parlamento. Poi mercoledì a Doha la «ground option» sarà al centro della riunione del «gruppo di contatto», la guida politica che affianca quella militare della Nato chiesta e a suo tempo ottenuta dalla Francia. Giovedì e venerdì, infine, riunione straordinaria della Nato a Berlino «in formato operativo», come nota il portavoce della Farnesina Maurizio Massari, sottolineando che sarà poi ovviamente «il governo a dover prendere le sue decisioni», fermo restando «il dovere di solidarietà alla Nato».
La Nato a Berlino dovrà ridefinire tutta la propria strategia, e le decisioni riguarderanno anche le operazioni aeree. I nostri Tornado impegnati in «Unified Protector» sono solo 12, e le prime aspettative che la Nato nutre nei nostri confronti riguardano proprio la partecipazione agli «strike»: non più solo i voli di ricognizione e controllo della no fly zone e di accecamento dei radar per i quali siamo gli unici a possedere la tecnologia, ma partecipazione ai bombardamenti. Hanno compiuto 117 missioni in tutto, e al termine della prima, il 21 marzo scorso, il comandante Mauro Gabetta riferì ai giornalisti «gli obiettivi sono stati colpiti». Provocando una precisazione di Berlusconi, «i nostri aerei non hanno sparato e non spareranno».
Per la Nato, prendere in considerazione la «ground option» è un passaggio obbligato dallo stallo nelle operazioni sul campo, ma anche dagli errori. L’Alleanza ieri prima ha negato a livello militare, con l’ammiraglio Harding, le scuse per i morti da fuoco amico. Poi le ha offerte, e per bocca del segretario generale Rasmussen. Sentendosi rispondere dai ribelli di Bengasi «non vogliamo scuse, ma azioni militari più efficaci». Mentre ancora non si capisce se decolla la soluzione politica, la via dell’esilio per il raiss: per esercitare pressioni, la Gran Bretagna ha scongelato i beni dell’ex ministro degli Esteri di Gheddafi Moussa Koussa, riparato a Londra; e gli Stati Uniti hanno invece bloccato gli averi di ben cinque ancora fedeli, tra i quali il premier di Tripoli Baghdadi. Ma nessuna pressione è più efficace delle operazioni militari. «Gli aerei non bastano più, senza un supporto intelligente via terra», dice una fonte politica italiana che si è sentita illustrare, a suo tempo, le difficoltà dall’intelligence.

l’Unità 9.4.11
La rivoluzione etica degli arabi
Lo scrittore franco-marocchino analizza in un saggio edito da Bompiani il cataclisma che investe il Maghreb. Sono rivolte inedite, spontanee e radicali, dice l’autore. Ecco cosa hanno sepolto. E cosa deve ancora nascerne
Intervista a Tahar Ben Jelloun
di Maria Serena Palieri


Tahar Ben Jelloun ha pubblicato per Bompiani un piccolo libro sul ciclone che sta scuotendo il mondo da cui lui, scrittore francofono, insignito già nel 1987 del premio Goncourt, ma nato a Fès in Marocco, proviene: La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba. È laraccolta di una serie di articoli usciti dal 2003, commentati alla luce dei fatti di oggi. Un viaggio in Tunisia, Egitto, Libia, Marocco, Yemen, compiuto con la cristallina semplicità dell’autore del Razzismo spiegato a mia figlia, pamphlet arrivato alla 48ma edizione. Ben Jelloun incontrerà il pubblico domani, giornata conclusiva di LibriCome, al Parco della Musica. Ecco cosa ci dice.
Parlando della «rivoluzione dei gelsomini» innescata dal suicidio di Mohamed Buazizi, venditore ambulante tunisino, lei usa l’espressione «rivoluzione etica». Cosa intende? «La rivolta in Tunisia è cominciata in modo imprevisto. A forza di opprimere e umiliare si arriva al momento in cui la gente esplode e niente più la trattiene. La cosa straordinaria, in questi eventi, è che si reclamino dei valori: a protestare non sono operai mal pagati che chiedono più soldi, ma persone che vogliono una morale e un cambio politico radicale. Questo è il fatto inedito. Io la chiamo rivoluzione etica perché i valori per cui si battono sono vecchi come l’umanità: dignità, libertà, giustizia. Malgrado la repressione della polizia, poi, i manifestanti tunisini non si sono fatti intimidire. Volevano assicurare ai loro figli un futuro migliore e hanno prodotto un cataclisma quasi mondiale. Quella in corso non è una rivoluzione ideologica: non ha leader né partito politico che la promuova. È una rivolta spontanea e radicale». L’Egitto vive un’esperienza analoga? «Gli egiziani hanno avuto la fortuna dell’appoggio al movimento di una parte dell’esercito. Quei militari hanno corso un rischio, hanno avuto coraggio. La differenza tra Tunisia ed Egitto è quantitativa: gli egiziani sono di più. Ma la volontà di fondo è la stessa. E, nel caso dell’Egitto, la fortuna ha voluto anche che gli islamisti abbiano perso il treno: i Fratelli Musulmani si sono visti sorpassati dalla rivolta spontanea, oggi sono un partito qualunque».
Crede che le popolazioni arabe, dopo decenni di avversione per l’Occidente, stiano svelando di aspirare, in realtà, a un modello occidentale? «Trattandosi di una rivolta, non di una rivoluzione preparata, non c’è un modello che la ispiri. Si può notare che per la prima volta nel mondo arabo avvengono manifestazioni senza slogan contro l’Occidente. Non è detto che in Tunisia ed Egitto sia garantita la nascita di una democrazia. Ma è sicuro che per quel tipo di regimi non ci sarà più spazio».
L’epoca di Bush jr. ha coinciso col trionfo di corruzione e sopruso su scala planetaria. La rivendicazione etica esplosa nel mondo arabo può stimolare un processo analogo da noi?
«Alcune conseguenze sono inevitabili. L’Occidente dovrà cominciare a riflettere prima di firmare contratti con le dittature. La stagione di Bush jr. è stata la più oscura nella storia americana. L’arrivo di Obama invece, in modo forse non consapevole, ha offerto al popolo arabo una “possibilità”. Resta in campo il problema dell’Europa. Dappertutto avanza la destra estrema anti-araba».
I giornali parlano della «guerra» tra Italia e Francia per la gestione degli immigrati. Come giudica la linea dura di Sarkozy, il «no» all’accoglienza?
«È un problema che dovrebbe regolare l’Europa. Ma l’Europa, ancora una volta, è inefficace. Bisognerebbe investire in modo massiccio in Tunisia per far nascere lavoro e spingere i tunisini a rimanere. In Francia nel 2012 ci sono le elezioni. Il Front National avanza nei sondaggi. E la destra di governo lo teme».
La rivolta egiziana, lei ricorda, ha una «madre»: Israa Abdel Fattah, la ventottenne che attraverso Facebook ha promosso la discesa in piazza di un milione di manifestanti. Ma l’8 marzo le donne che volevano manifestare nella piazza Tahrir in favore dei pari diritti sono state insultate e ricacciate indietro. C’è speranza per il genere femminile nel nuovo mondo arabo?
«Se qualcosa si muove nel mondo arabo è sempre grazie alle donne. Le egiziane hanno mostrato di essere disposte pure a morire per la rivoluzione. Non si fermeranno».
È stato in questi mesi nel suo paese, il Marocco? «Sì. Da noi le riforme sono in corso già da un decennio. E lo stesso re ha proposto una nuova Costituzione, con un governo in stile europeo. Lo farà? La gente vigila, sta attenta». Immagina un futuro per la Libia?
«La previsione che facevo nel libro resta valida: la partita in Libia è dura perchè Gheddafi è un grande criminale e un terrorista e non esita a bombardare la sua gente».
Questi mesi segnano la fine del fondamentalismo islamico? «Il fondamentalismo è superato. È assente dalla rivolta. Dove, invece, sono presenti giovani tunisini, egiziani e libici che hanno studiato negli Usa e sono tornati apposta».
La dittatura è elementare. La democrazia è confusa perché è complessa. Concorda? «Certo. Ci vorrà tempo per capire».

La Stampa 9.4.11
Lo stallo sugli immigrati potrebbe costare il 5% dei voti
di Marcello Sorgi


Silvio Berlusconi s’è concesso ieri una pausa da cabaret insieme a un gruppo di ragazzi ricevuti a Palazzo Chigi, a base di scherzi e barzellette, ma verrebbe da dire che c’è poco da ridere, dato che ieri al «no» della Francia ai permessi provvisori, che dovrebbero aprire le porte dell’Europa agli immigrati, s’è aggiunto anche quello della Germania. I due principali partners europei confermano che terranno ben serrate le loro frontiere e impediranno di entrare ai clandestini che dall’Italia cercano di ricongiungersi con i loro familiari già residenti nei due paesi. La conferenza stampa dei due ministri dell’Interno, il francese e l’italiano, seguita all'incontro bilaterale, è servita solo a rivelare l'evidente imbarazzo dei due governi di fronte a un problema che non sono in grado di gestire, e che, nel caso in cui la pressione dei nuovi migranti sul territorio dovesse crescere, provocherebbe le stesse conseguenze sugli elettori. Non a caso Berlusconi, che consulta tutti i giorni le tabelle dei sondaggi, sostiene che per il centrodestra il rischio è nell’ordine del 5 per cento dei voti.
Il governo italiano sconta anche i pregressi cattivi rapporti con l’Unione europea, la sorda resistenza a molte risoluzioni comunitarie ancora in attesa di essere recepite dall’Italia e l’eterna polemica sulle multe sulle quote latte, che in passato la Lega ha incitato a non pagare. Si percepisce lo sforzo di Maroni per cercare di fare il possibile, di fronte a una situazione eccezionale, ma anche la resistenza del suo partito (la giornata ieri s’è conclusa con un incontro Bossi - Maroni), che va ad appesantire la situazione di sofferenza in cui versa il governo alle prese con la difficile approvazione delle riforme procedurali della giustizia.
In questo quadro, drammatico anche a prescindere dai problemi interni del centrodestra, l’atteggiamento dell’opposizione rimane durissimo. Bersani è all’attacco sia della pretesa incapacità del governo di far fronte all’emergenza immigrati, messa a confronto con quella del Kosovo di cui il centrosinistra, ai tempi in cui governava, riuscì ad avere ragione, sia sulla giustizia, e accusa Berlusconi di stare per promuovere una sorta di amnistia mascherata. Il clima politico, malgrado i frequenti richiami del Capo dello Stato degli ultimi giorni, è dunque destinato a peggiorare anche la prossima settimana, in cui Berlusconi proverà a portare a casa l’approvazione da parte della Camera del processo breve. E la sensazione è che si andrà avanti così almeno per un mese e mezzo, fino al voto delle amministrative.

La Stampa 9.4.11
Tutti contro tutti Pdl a rischio esplosione
Le indecisioni di Silvio (ultima su Geronzi) mettono in pericolo il partito
di Ugo Magri


Scena prima. Si svolge nello studio del Presidente Napolitano. Da quando il Quirinale è crocevia della politica italiana, perfino lì i muri hanno orecchie. Dunque non poteva sfuggire il ragionamento sviluppato 8 giorni fa coi capigruppo Pdl, Cicchitto e Gasparri: la sopravvivenza del Cavaliere dipende non solo dalla tenuta della maggioranza, il che è ovvio, ma pure dall’unità interna del Pdl. «Sarà in grado Berlusconi di coordinare meglio il partito?»: ecco l’interrogativo rimasto sospeso sul colloquio.
Scena seconda. Stavolta alla Camera, lungo il corridoio dei Passi perduti. Un noto esponente di governo s’imbatte in Veltroni, chiacchiera con Casini, scambia battute con Bersani. Confida: «Loro (l’opposizione, ndr) davvero pensano che le nostre liti potranno rappresentare l’inizio della fine di Berlusconi. E pure io, lo ammetto...». Non fa in tempo a completare la frase, il nostro personaggio, che lo richiamano in Aula perché l’ala forzista del partito sta dando i numeri contro Corsaro (uomo di La Russa). Corsaro ha appena accostato la memoria di Moro a quella di certi giovani «martiri» neo-fascisti, e tra i banchi si scatena l’inferno. Il nostro personaggio riesce nell’impresa di placare Crosetto, omone col quale nessuno vorrebbe fare a botte. Ma è una gara a chi sbraita di più contro gli ex-Msi.
Scena terza: giovedì sera, in un ristorante romano. Un gruppo di otto giovani ministri (tra cui Frattini e Alfano che sono un po’ i capi della comitiva) si riuniscono seg r e t a m e n te . Considerato il menù, la si potrebbe definire una riunione «carbonara». Convengono che la situazione politica è da suicidio, che la fronda interna guidata da Scajola raccoglie ormai una trentina, forse 40 deputati, che il volante nelle mani dei triumviri (Verdini, Bondi, La Russa) porta il Pdl allo sfascio. E’ ora di passare all’azione. Non subito, perché tra un mese ci sono le amministrative (e questo voto, scommette il Portavoce Bonaiuti, «farà da collante»). Ma subito dopo, tanto più se l’esito dovesse risultare mediocre, faranno pressing sul Capo per arrivare a un coordinatore unico, in pratica il Delfino. E per avviare la transizione verso un partito «normale», con tanto di regole e di democrazia interna. Altrimenti sarà il caos.
L’«implosione» è un’eventualità concreta. Non illuda la «campagna acquisti»: oggi funziona perché al capolinea della legislatura mancano due anni, certi onorevoli sono disposti a tutto pur di evitare elezioni immediate. Ma con lo scorrere delle settimane, tra i «peones» scatterà la preoccupazione di garantirsi un futuro oltre le elezioni. E i sondaggi non aiutano il Cavaliere. Ben che gli vada, dicono i numeri, vince alla Camera e perde al Senato. Per cui in qualunque momento può scattare la marea inversa. Dopo l’estate. O in autunno durante l’esame della Finanziaria. Per celebrare tra un anno le esequie della legislatura.
Berlusconi lo sa. E’ cosciente, per dirla con Osvaldo Napoli, che c’è un problema gigante di «amalgama» tra ex forzisti ed ex di An. Stamane Rotondi, nella convention dei reduci socialisti e democristiani, spiegherà che il vecchio pentapartito nella Prima Repubblica superava il 50 per cento; il Pdl non arriva al 30. Unico punto in comune con la vecchia Dc sono le faide tra feudatari. Eppure Silvio non se ne vuole occupare. Un po’ si disgusta, un altro po’ non sa come districarsi tra le fazioni. Colpisce i protagonisti il suo totale «indecisionismo». Che, tolta la giustizia e le leggi ad personam, regna sovrano. Il caso Geronzi ne è la prova del nove: Silvio, sospirano i suoi, «non sa più scegliere, lascia le situazioni a marcire». Preso in mezzo tra l’ex-presidente delle Generali e il tandem Della Valle-Montezemolo (con cui i rapporti non sono così malvagi), tra Letta e Tremonti, tra Vaticano e Lega, tra interessi privati e conflitto d’interessi, tra il vecchio che tramonta e il nuovo che avanza, ha finto di farsi cogliere di sorpresa: «Non mi hanno avvertito». In realtà, non avrebbe saputo che dire e che fare.

l’Unità 9.4.11
Violano il codice i chirurghi che sottopongono a interventi inutili i pazienti «inoperabili»
La Suprema Corte ha confermato la condanna per tre medici del “San Giovanni” di Roma
Cassazione: no agli interventi «inutili» sui malati terminali
Neri (Comitato Bioetica): «Si va nella direzione di una medicina a misura umana»
Quando «non è possibile attendersi dall’intervento un beneficio o un miglioramento» si rientra nel campo dell’accanimento terapeutico. Il caso risale al 2001 e la paziente aveva dato il suo consenso all’operazione.
di Cristiana Pulcinelli


Violano il codice deontologico i chirurghi che sottopongono ad interventi inutili i malati «inoperabili» e afflitti da tumori che gli lasciano solo poco tempo di vita, anche nel caso in cui sia stato proprio il paziente a dare il suo consenso informato all' operazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione confermando la condanna per il reato di omicidio colposo nei confronti di tre medici dell’ospedale San Giovanni di Roma. Nel 2001 i medici avevano operato una donna di 43 anni che aveva solo 6 mesi di vita per un tumore al pancreas con metastasi già diffuse e diagnosticate. La donna morì poche ore dopo l’intervento di asportazione delle ovaie, a cui aveva dato il suo consenso, in seguito a un’emorragia dovuta a una lesione della milza provocata nel corso dell’operazione chirurgica. Nella sentenza si sottolinea che «i chirurghi avevano agito in dispregio al codice deontologico che fa divieto di trattamenti informati a forme di inutile accanimento diagnostico-terapeutico». Questo perché «date le condizioni indiscusse ed indiscutibili della paziente (...) non era possibile fondatamente attendersi dall’intervento un beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita». Un caso quindi di accanimento terapeutico, nonostante l’intervento sia stato «eseguito in presenza di consenso informato della donna 44enne, madre di due bambine e dunque disposta a tutto pur di ottenere un sia pur breve prolungamento della vita».
«Una sentenza che farà discutere, non c’è dubbio», commenta Demetrio Neri, bioeticista e membro del Comitato Nazionale di bioetica. «Da un lato, la sentenza dice ai medici: non c’è bisogno di accanirsi, si può non infierire sul paziente quando ha pochi mesi di vita davanti. È una posizione che va nella direzione di una medicina a misura umana. D’altro lato, la paziente aveva dato il suo consenso. E in molti pensano che l’autodeterminazione alla base del consenso informato abbia una funzione determinante per la scelta delle cure. È pur vero che, a volte, il consenso diventa un assenso del paziente a quello che il medico dice e perde il valore di processo comunicativo. Per dire una parola definitiva bisogna quindi studiare bene la sentenza».
Proprio su questo punto del consenso batte il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, secondo cui «comincia ad esserci un’idea dell’autodeterminazione del paziente che può finire per squilibrare l’alleanza
terapeutica medico-paziente, tra l’altro a danno del paziente stesso». In altre parole, «il medico deve agire valutando in modo autonomo e non limitandosi ad eseguire ciò che il paziente chiede, dal momento che quest’ultimo non dispone di tutti gli strumenti per una valutazione corretta del suo caso clinico». Naturalmente, le parole del sottosegretario assumono un significato importante per quanto riguarda le volontà di fine vita. Nel disegno di legge sulla dichiarazione anticipata di trattamento, o testamento biologico, presentato dal Pdl e che sarà in discussione alla Camera alla fine di aprile, si prevede infatti che il soggetto incapace d’intendere e di volere, che ha reso in precedenza dichiarazioni anticipate di trattamento, sia in sostanza privato della sua volontà, sostituita da quella del medico, che ha il compito di decidere. Rocco Bellentone, segretario della Società Italiana di Chirurgia, ha invece sottolineato un aspetto diverso del problema: «Se le perizie sul caso specifico dimostrano che l'atto non è stato compiuto per fini non terapeutici ma di altro tipo non può che essere positiva». Ma la sua «interpretazione» rischia di essere «devastante, perché toglie al chirurgo la possibilità del rischio calcolato in situazioni disperate» andando a «ledere la vita di migliaia di persone che si sono salvate proprio grazie a interventi temerari. Interventi che si sa, possono anche andare male». Se così fosse, «nessun chirurgo andrebbe più a operare in situazioni al limite tra il rischio di morte» sotto i ferri e «la salvezza».

l’Unità 9.4.11
Intervista a Ignazio Marino
«Deve decidere il paziente ma in Italia il consenso informato è una formalità»
di Jolanda Bufalini


Quando deve fermarsi Doctor House? Ignazio Marino, da presidente di commissione, non si pronuncia sul caso della sentenza di Cassazione ma è convinto che l’equilibrio fra medico e paziente si definisce in relazione a «ogni singola vita». Quando deve fermarsi il chirurgo? «È molto difficile dirlo, negli anni Novanta a Pittsburg avevamo raggiunto tali successi nei trapianti di fegato da immaginare di poter fare dei cluster transplantation, trapianti a grappolo, con l’asportazione contemporanea di più organi. Capimmo presto che era un errore, i pazienti morivano con sofferenze maggiori che se non li avessimo portati in sala operatoria. Stavamo stabilendo che la sperimentazione era fallita, quando si presentò da me un chirurgo italiano con un tumore al fegato e metastasi negli organi vicini. Io cercai di dissuaderlo, passai due ore con lui, ma lui spiegò che avrebbe voluto prolungare la vita sino a vedere realizzato il sogno della laurea del figlio. Mi telefonò quando il ragazzo si laureò e morì poco dopo». Per la sentenza di Cassazione non basta il consenso informato «Il consenso deve essere veramente informato, mentre in Italia spesso si tratta di una firma frettolosa messa pochi minuti prima dell’intervento. Non parlo di singoli casi, è una pratica diffusa e determinata dai ritmi aziendali organizzati in termini quantitativi e non di tempo da dedicare alla persona»
In Svizzera le parcelle comprendono il tempo di spiegazione al paziente. «Accade lo stesso a me, al Jefferson Medical College di Filadelfia. È un sistema organizzato sulle assicurazioni e, sul frontespizio della cartella, devo riempire un formulario che definisce se si tratta di una spiegazione ordinaria, complessa o estremamente complessa. Il fattore tempo è importante per costruire un rapporto equilibrato fra medico e paziente e, quello che sembra un costo in più, alla lunga, diventa una risorsa».
In che senso risorsa?
«Se prima di un trapianto ho cinque minuti per spiegare le cose, dirò al paziente “non si preoccupi, andrà tutto bene, fra un paio di giorni potrà mangiare... ”. Ma così, alla minima complicanza il paziente o la famiglia avranno motivo di rivalersi. Per spiegare tutte le possibili complicanze, però, ho bisogno di tre quarti d’ora. E senza il tempo, il rapporto medico paziente, quali che siano i progressi tecnologici, resta quello che era 5000 anni fa, ovvero c’è una persona che ha paura di fronte a un’altra a cui chiede conoscenza e che gli stia vicino». Eugenia Roccella teme che l’autodeterminazione renda squilibrato il rapporto medico-paziente.
«Io ritengo che in uno Stato laico, dopo la spiegazione più completa, chiara e semplice, la decisione spetti al paziente e non, come ritiene il sottosegretario Roccella a una maggioranza che ha vinto le elezioni.

La Stampa Tuttolibri 9.4.11
Come mai come mai son tornati gli operai?
Un viaggio nel mondo del lavoro, dal Nord Est una nuova conflittualità, in cerca di visibilità mediatica
di Giovanni De Luna


La mattina del 15 gennaio 2011, a contendersi le prime pagine dei giornali c’erano le rivelazioni sul «caso Ruby» e gli esiti del referendum che aveva chiamato gli operai di Mirafiori a pronunciarsi sull’accordo «separato» stipulato dall’azienda il 23 dicembre 2010. Il contrasto era netto: da un lato un reality degradante, con i miasmi che avvolgono la leadership politica di questo Paese; dall’altro le immagini di un conflitto di lavoro pieno di consapevolezza e di dignità. Il «sì» e il «no» si erano confrontati entrambi con la concretezza delle condizioni di lavoro, con la drammatica realtà degli orari, del salario, dei diritti sindacali. E lo avevano fatto con estrema compostezza.
Quella mattina la «porta 2» di Mirafiori si riappropriò di un ruolo smarrito almeno a partire dagli Anni 80 del Novecento. Da allora in poi è stato come se gli operai si fossero congedati dal protagonismo politico pur continuando, ovviamente, a esistere nella realtà. Scomparvero dai media e scomparvero dalla politica. Furono i morti bruciati della Thyssen (il 6 dicembre 2007) a riaccendere l’attenzione di un’opinione pubblica assetata di emozioni. E gli operai impararono a fare della loro disperazione una forma di lotta.
Un libro di Antonio Sciotto - Sempre più blu. Operai nell’Italia della grande crisi - delinea ora il profilo di un nuovo tipo di conflittualità operaia, in una geografia italiana popolata di fabbriche e ciminiere, con un percorso che attraversa l’Italia dall’isola dell’Asinara a Melfi, dai paesini del Nord Est a Termini Imerese, dall’Ilva di Taranto alla Fiat di Pomigliano d’Arco: ovunque incontriamo tensione, rabbia, rassegnazione, speranze e soprattutto modalità organizzative assolutamente impensabili per chi ricorda i cortei, le assemblee, i blocchi stradali e le occupazioni che scandirono le lotte dell’autunno caldo.
All’Asinara, nel febbraio 2010, i lavoratori della Vinyls (una fabbrica del polo chimico di Porto Torres) hanno occupato le strutture del vecchio carcere e hanno messo in scena una sorta di reality , chiamandolo «L’isola dei cassaintegrati»; i dipendenti della Innse di Milano, in tuta blu e caschetto giallo, si sono arrampicati per giorni su un carro ponte, a 16 metri di altezza, scrutati dall’occhio curioso delle telecamere; i lavoratori della Yamaha di Lesmo hanno scritto a Valentino Rossi, per sollecitarne la solidarietà; quelli di Termini Imerese a Fiorello, perché a sua volta convincesse Marchionne a salvare la «loro» fabbrica. E tutti insieme hanno pregato la «Santuzza», Santa Rosalia, perché compisse il miracolo, affiancandosi ai lavoratori dell’Ilva di Taranto che hanno dedicato la chiesa del loro quartiere al «Gesù divin lavoratore».
La violenza è scomparsa. I blocchi stradali (o quelli degli aeroporti e delle stazioni) sono visti con diffidenza perché suscitano l’ostilità della gente.
La politica è lontana. Molte di queste vertenze sono «senza sindacato». Tutto si concentra sulla ricerca della visibilità mediatica e alla televisione si chiede di certificare la propria esistenza, di rompere la palude dell’anonimato e dell’indifferenza. Anche i codici linguistici in cui si esprime la protesta sono importati da altri mondi, quello del tifo sportivo, ad esempio (la bandiera della squadra di basket esposta all’Asinara), e risentono dell’invadente presenza dei modelli televisivi.
La sensazione è quella di assistere a qualcosa di molto lontano dai contesti dei conflitti novecenteschi, quelli che stabilivano un nesso strettissimo tra la posizione lavorativa nei rapporti di produzione e le forme di lotta, alimentati da un’idea della trasformazione sociale. Quella dimensione non c’è più, così come i valori solidaristici di allora sembrano sostituiti dalla concretezza delle preoccupazioni individuali per il posto di lavoro, la sicurezza, la quotidianità.
Riflettendo sulla lunga notte referendaria della «porta 2» di Mirafiori, si capisce però che la disperazione, i suicidi, le fughe nella cocaina (tutte puntualmente raccontate nel libro di Sciotto) non riescono a cancellare completamente i contorni di una conflittualità operaia in grado di sottrarsi alla subalternità mediatica e di ritrovare i tratti di un indubbio protagonismo.
Basta non guardare tutto con gli occhi del Novecento. Negli Anni 70 si occupava la fabbrica e poi se ne «usciva» dilagando nel territorio con i cortei e i blocchi stradali. Ora, invece, pur di rimanere in fabbrica, l’uscita avviene non in orizzontale ma in verticale. Salire sulle gru, arrampicarsi su palazzi e cornicioni, sono modalità che suggeriscono una nuova spazialità delle lotte, tesa a non perdere il contatto con il posto di lavoro nemmeno nel momento della protesta.
Su una gru, a Brescia, sono saliti anche gli immigrati stranieri. Negli Anni 70, nelle grandi fabbriche del Nord, gli operai che venivano dal Mezzogiorno nelle loro canzoni di protesta cantavano «alla catena siamo tutti uguali», in riferimento all’uniformità e alla serialità dei compiti svolti alla catena di montaggio della grande fabbrica fordista. Culture, tradizioni, dialetti si incrociavano in un processo di confronto e conoscenza reciproca. E la «catena» diventava un potente fattore di inclusione, abbattendo barriere linguistiche e pregiudizi culturali. Oggi, le nuove forme di lotta ribadiscono lo stesso concetto: la democrazia non può fare a meno della fabbrica, e la fabbrica non può fare a meno della democrazia.

La Stampa Tuttolibri 9.4.11
Quelle lingue infuocate di Marcinelle

I nostri emigranti nella tragedia in miniera del 1956
di Gianandrea Piccioli


Paolo Di Stefano è uno dei pochi giornalisti culturali ancora attivi sui nostri quotidiani: colto, curioso, discreto, ironico. E’ anche romanziere sensibile, attento soprattutto alle derive familiari, alle esistenze fragili e straziate di bambini e adolescenti, alla solitudine delle anime, all’ ambiguo scambio di ruoli tra carnefice e vittima nei rapporti personali.
Partendo quasi sempre dalla realtà, elabora narrativamente le sue storie seguendo percorsi che si intersecano nello spazio e nel tempo, moltiplicando così i punti di vista. Negli ultimi romanzi (come in Nel cuore che ti cerca , Rizzoli, liberamente ispirato alla vicenda di Natasha Kampusch) la polifonia è anche linguistica, con inserti lessicali di differente timbro stilistico e sociologico. Credo che la ricerca formale sia per lui non una pura esigenza letteraria, ma un modo di contenere, e filtrare, la rabbia e lo sgomento causati dalla tragicità del quotidiano. E che questa cifra saldi nel profondo l’attività di cronista e quella di romanziere.
A esempio il suo ultimo libro, La catastròfa , ha per tema l’incendio scoppiato l’ 8 agosto 1956 nella miniera di Marcinelle, Belgio, a 975 metri sotto terra, nel quale su 274 minatori di turno ne morirono 262, di cui 136 erano immigrati italiani.
E’ indubbio che in prima istanza si tratta di una rievocazione giornalistica che dà voce ai testimoni ancor vivi di una tragedia dimenticata; una tragedia che, come quasi sempre in questo tipo di disgrazie, non ha niente di fatale ma è il risultato di responsabilità ben individuabili. Si aggiunga come aggravante l’incuria e la sostanziale indifferenza dello Stato italiano verso cittadini costretti a emigrare e da cui pur ricavava, in seguito a un accordo stipulato col Belgio nel 1946, quelle tonnellate di carbone (da 2500 a 5000 ogni mille minatori) che consentirono la ripresa postbellica e l’inizio del «miracolo economico». Senza contare le rimesse degli emigranti alle famiglie rimaste in Italia.
Ma il lavoro cui Di Stefano sottopone il materiale linguistico non è quello dell’inchiesta (ovviamente ne faccio una questione di registro, non di valore). Diversamente caratterizzate anche graficamente, si intrecciano sulla pagina tre narrazioni, con tre diversi linguaggi: quella, apparentemente referenziale, dell’autore che racconta, spiega e introduce i personaggi, come il corifeo nella tragedia antica; quella dei superstiti, che parlano in un italiano francesizzato o in dialetti italianizzati (centromeridionali, per lo più, ma anche veneti: se le leggessero, queste pagine, i volonterosi elettori della Lega!) o in un inedito franco-italian-dialettale; e quella «ufficiale», di volta in volta cinica nella sua impersonalità burocratica, o ipocrita, a nascondere con la retorica inefficienza e disinteresse, o furbastra, a coprire responsabilità personali e istituzionali.
Ne emerge il ritratto di un’Italia in bianco e nero, come nella bella immagine di copertina, come in un film di Giuseppe De Santis, come in certe foto di William Klein. Un’Italia povera e vinta, untuosa e un po’ fetida. Un’Italia che purtroppo non muore mai: cambian le modalità, non la sostanza.
Ma ad allontanare ogni sospetto di facile neorealismo c’è il montaggio abile e nervoso di questo reportageromanzo, in cui voci e tempi si alternano come in un testo teatrale, in cui tutti i personaggi, pur ripetendo la medesima vicenda, risaltano con caratteri e peculiarità individuali. E a me, leggendolo, forse non a caso è venuta in mente L’istruttoria , il famoso oratorio in undici canti di Peter Weiss sul processo contro un gruppo di SS e di funzionari del campo di Auschwitz.

Repubblica 9.4.11
Facebook
La fine dell’intimità
Il trionfo dell’esibizionismo nell’era dei social network
di Zygmunt Bauman


Facebook ha distaccato di molto ogni altra novità e moda passeggera legata a Internet, e ha battuto tutti i record di crescita del numero degli utenti regolari. Altrettanto dicasi per il suo valore commerciale, che secondo Le Monde del 24 febbraio scorso ha ormai raggiunto la cifra inaudita di 50 miliardi di dollari. Mentre scrivo, il numero degli "utenti attivi" di Facebook ha doppiato la boa del mezzo miliardo: alcuni di essi, naturalmente, sono più attivi di altri, ma ogni giorno va su Facebook almeno la metà di tutti i suoi utenti attivi. La proprietà informa che l´utente medio di Facebook ha 130 amici (amici su Facebook), e gli utenti vi trascorrono complessivamente più di 700 miliardi di minuti al mese. Se questa cifra astronomica è troppo grande da digerire e assimilare, sarà bene far notare che, se divisa in parti uguali fra tutti gli utenti attivi di Facebook, corrisponderebbe a circa 48 minuti al giorno per ciascuno. In alternativa, potrebbe corrispondere a un totale di 16 milioni di persone che trascorrono su Facebook 7 giorni a settimana, 24 ore al giorno.
Si tratta di un successo davvero sbalorditivo secondo ogni parametro. Quando ha ideato Facebook (ma c´è chi dice abbia rubato l´idea), e l´ha poi lanciato su Internet nel febbraio del 2004 ad uso esclusivo degli studenti di Harvard, l´allora ventenne Mark Zuckerberg dev´essersi imbattuto in una specie di miniera d´oro: questo è piuttosto evidente.
Ma che cosa era quel minerale simile all´oro che il fortunato Mark ha scoperto e continua a estrarre con profitti favolosi che non cessano di accrescersi? (...)
Ciò che si è acquistato è una rete, non una "comunità". E le due cose, come si scoprirà prima o poi (a condizione, naturalmente, di non dimenticare, o non mancare di imparare, che cosa sia la "comunità", occupati come si è a crearsi reti per poi disfarle), si rassomigliano quanto il gesso e il formaggio. Appartenere a una comunità costituisce una condizione molto più sicura e affidabile, benché indubbiamente più limitante e più vincolante, che avere una rete. La comunità è qualcosa che ci osserva da presso e ci lascia poco margine di manovra: può metterci al bando e mandarci in esilio, ma non ammette dimissioni volontarie. Invece la rete può essere poco o per nulla interessata alla nostra ottemperanza alle sue norme (sempre che una rete abbia norme alle quali ottemperare, il che assai spesso non è), e quindi ci lascia molto più agio e soprattutto non ci penalizza se ne usciamo. Però sulla comunità si può contare come su un amico vero, quello che "si riconosce nel momento del bisogno". (...) Ebbene: quei nomi e quelle foto che gli utenti di Facebook chiamano "amici" ci sono vicini o lontani? Ultimamente, un entusiasta "utente attivo" di Facebook si vantava di riuscire a farsi 500 nuovi amici al giorno, più di quanti ne abbia acquistati io nei miei 85 anni di vita. Ma come osserva Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, "la nostra mente non è stata predisposta (dall´evoluzione) a consentirci di avere, nel nostro mondo sociale, più di un numero assai limitato di persone". Questo numero Dunbar l´ha addirittura calcolato, scoprendo che "un essere umano non riesce a tenere in piedi più di circa 150 rapporti significativi". (...)
Le "reti di amicizie" supportate elettronicamente promettevano di spezzare le recalcitranti limitazioni alla socievolezza fissate dal nostro patrimonio genetico. Ebbene, dice Dunbar, non le hanno spezzate e non le spezzeranno: la promessa può soltanto essere disattesa. «È vero», ha scritto lo studioso lo scorso 25 dicembre nella sua rubrica sul New York Times, «con la propria pagina di Facebook si può fare amicizia con 500, 1000, persino 5000 persone. Ma tutte, eccetto quel nucleo di 150, non sono che semplici voyeur che mettono il naso nella tua vita quotidiana». Tra quei mille amici su Facebook, i "rapporti significativi" – mantenuti per mezzo di un servizio elettronico oppure vissuti off-line – sono calmierati, come prima, dai limiti invalicabili del "numero di Dunbar". Il vero servizio reso da Facebook e da altri siti "sociali" simili è dunque il mantenimento del nucleo di amici nelle condizioni del mondo attuale, un mondo ad elevata mobilità, che si muove in fretta e cambia rapidamente... (...)
Dunbar ha ragione quando sostiene che i succedanei elettronici del rapporto faccia a faccia hanno aggiornato il retaggio dell´età della pietra, cioè hanno adattato i modi e i mezzi dei rapporti umani ai requisiti della nostra nouvel âge. Mi sembra però che trascuri un fatto, e cioè che nel corso di tale adattamento, quei modi e quei mezzi sono stati anche modificati in notevole misura, e di conseguenza anche i "rapporti significativi" hanno cambiato significato. Altrettanto deve aver fatto il contenuto del concetto di "numero di Dunbar". A meno che tale contenuto non si esaurisca precisamente e unicamente nel numero. Il punto è che, indipendentemente dal fatto che il numero di persone con cui si può stabilire un "rapporto significativo" non sia variato nel corso dei millenni, il contenuto richiesto per rendere "significativi" i rapporti umani dev´essere cambiato in notevole misura, e in modo particolarmente drastico in questi ultimi trenta-quarant´anni… Esso si è modificato al punto che, come ipotizza lo psichiatra e psicoanalista Serge Tisseron, i rapporti considerati "significativi" sono passati dall´intimité all´extimité, cioè dall´intimità a ciò che egli chiama "estimità". (...)
L´avvento della società-confessionale ha segnato il trionfo definitivo di quella invenzione squisitamente moderna che è la privacy – ma ha anche segnato l´inizio delle sue vertiginose cadute dalla vetta della sua gloria. Trionfo che si è rivelato una vittoria di Pirro, naturalmente, visto che la privacy ha invaso, conquistato e colonizzato la sfera pubblica, ma al prezzo di perdere il suo diritto alla segretezza, suo tratto distintivo e privilegio più caro e più gelosamente difeso.
Analogamente ad altre categorie di beni personali, infatti, la segretezza è per definizione quella parte di conoscenza la cui condivisione con altri è rifiutata o proibita e/o strettamente controllata. La segretezza, per così dire, traccia e contrassegna i confini della privacy, essendo quest´ultima la sfera destinata ad essere propria, il territorio della propria sovranità indivisa, entro il quale si ha il potere totale e indivisibile di decidere "che cosa sono e chi sono", e a partire dalla quale si possono lanciare e rilanciare le campagne per far riconoscere e rispettare le proprie decisioni e mantenerle tali. In una sorprendente inversione a U rispetto alle abitudini dei nostri antenati, però, abbiamo perso il fegato, l´energia e soprattutto la volontà di persistere nella difesa di quei diritti, di quegli insostituibili elementi costitutivi dell´autonomia individuale. Quel che ci spaventa al giorno d´oggi non è tanto la possibilità del tradimento o della violazione della privacy, quanto il suo opposto, cioè la prospettiva che tutte le vie d´uscita possano venire bloccate. L´area della privacy si trasforma così in un luogo di carcerazione, e il proprietario dello spazio privato è condannato a cuocere nel suo brodo, costretto in una condizione contrassegnata dall´assenza di avidi ascoltatori bramosi di estrarre e strappare i nostri segreti dai bastioni della privacy, di gettarli in pasto al pubblico, di farne una proprietà condivisa da tutti e che tutti desiderano condividere. A quanto sembra non proviamo più gioia ad avere segreti, a meno che non si tratti di quel genere di segreti in grado di esaltare il nostro ego attirando l´attenzione dei ricercatori e degli autori dei talk-show televisivi, delle prime pagine dei tabloid e delle copertine delle riviste su carta patinata. (...).
In Gran Bretagna, paese arretrato di cyber-anni rispetto all´Estremo Oriente in termini di diffusione e utilizzo di apparecchiature elettroniche di avanguardia, gli utenti forse si affidano ancora al social networking per manifestare la loro libertà di scelta e addirittura lo ritengono uno strumento di ribellione e auto-affermazione giovanile. Ma in Corea del Sud, per esempio, dove la maggior parte della vita sociale è già abitualmente mediata da apparecchiature elettroniche (o, piuttosto, dove la vita sociale è già stata trasformata in vita elettronica o cyber-vita, e dove la "vita sociale" per buona parte si trascorre principalmente in compagnia di un computer, di un iPod o di un cellulare e solo secondariamente in compagnia di altri esseri in carne e ossa), ai giovani è del tutto evidente che non hanno neanche un briciolo di scelta: là dove vivono, vivere la vita sociale per via elettronica non è più una scelta ma una necessità, un "prendere o lasciare". La "morte sociale" attende quei pochi che ancora non si sono collegati a Cyworld, leader del mercato sudcoreano in fatto di cultura show-and-tell. (...)
I teenager equipaggiati di confessionali elettronici portatili non sono che apprendisti in formazione e formati all´arte di vivere in una società-confessionale, una società notoria per aver cancellato il confine che un tempo separava pubblico e privato, per aver fatto dell´esposizione pubblica del privato una virtù pubblica e un dovere, e per aver spazzato via dalla comunicazione pubblica qualsiasi cosa resista a lasciarsi ridurre a confidenze private, insieme a coloro che si rifiutano di farle. (...) Essere membri della società dei consumatori è un arduo compito, un percorso in salita che non finisce mai. Il timore di non riuscire a conformarsi è stato soppiantato dal timore dell´inadeguatezza, ma non per questo si è fatto meno tormentoso. I mercati dei consumatori sono bramosi di capitalizzare questo timore, e le industrie che sfornano beni di consumo si contendono lo status di guide/aiutanti più affidabili per i loro clienti, sottoposti allo sforzo incessante di essere all´altezza del compito. Sono i mercati a fornire gli "attrezzi", cioè gli strumenti indispensabili per "auto-fabbricarsi": un lavoro che ciascuno esegue da sé. E in realtà, le merci che i mercati rappresentano come "attrezzi" destinati a essere usati dai singoli per prendere decisioni non sono che decisioni già prese. Quelle merci sono state approntate ben prima che il singolo si trovasse dinanzi al dovere (rappresentato come opportunità) di decidere. È quindi assurdo pensare che quegli strumenti rendano possibile una scelta individuale delle finalità. Al contrario, essi non sono che cristallizzazioni di un´irresistibile "necessità" che gli esseri umani, oggi come un tempo, sono tenuti a imparare, cui devono obbedire, e cui devono imparare a obbedire per essere liberi…
Ma allora, lo strabiliante successo di Facebook non sarà dovuto al fatto di aver creato il mercato su cui, ogni giorno, necessità e libertà di scelta s´incontrano?
(Traduzione di Marina Astrologo)

La Stampa 8.4.11
De Mattei “travolto” dalla sua Storia
Dopo il terremoto, Roma e l’omosessualità: ricercatori e associazioni contro il vicepresidente Cnr
di Mattia Feltri


Il piccolo mistero del vicepresidente del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), Roberto De Mattei, gira attorno a una notizia e a un dilemma malizioso. La notizia è che, entro un paio di mesi, il Cnr rinnoverà il consiglio di amministrazione. Il malizioso dilemma è conseguente: De Mattei sa che non ne farà parte e cerca il martirio oppure lo martirizzano perché non ne faccia parte? Manca soltanto la premessa: gli ultimi convincimenti teologici espressi da De Mattei (a Radio Maria) hanno a che fare con la punizione divina inflitta attraverso i terremoti e col crollo dell’Impero romano provocato da una profusione di omosessualità; e si ritira fuori la storia di un convegno pubblicato a spese del Cnr nel 2009, nel quale si giunse alla conclusione che il darwinismo era morto e il creazionismo resuscitato.
La biografia di De Mattei ha il pregio della coerenza. E’ romano, sessantaduenne, cattolico ultratradizionalista, quattro figli, allievo di Augusto Del Noce, storico, docente all’Università Europea di Roma, soprattutto presidente da quasi trent’anni della fondazione Lepanto, una specie di bastione dell’antiecumenismo e della teoria cristiana dello scontro, per esempio con l’Islam. De Mattei non spunta dal nulla. Nel 1993 è contro la candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma e l’avversario di Rutelli, Gianfranco Fini, si porta De Mattei in un curioso convegno (una cosa sulla cyber-destra dei neo-futuristi, già allora...). E’ il 1995 e Fini, reduce dalla svolta di Fiuggi, si lancia nel pionierismo delle «autostrade informatiche»; De Mattei interviene sul passaggio dall’era delle ideologie a quella delle tecnologie.
Più programmatica è la faccenda del Gay Pride a Roma nel 2000, anno del Giubileo. Per Fini si tratta di «un’impuntatura della lobby omosessuale». De Mattei organizza una fiaccolata riparatrice cui prendono parte alcuni parlamentari finiani. Nel 2004 entra al Cnr in quota An e nonostante dai Ds arrivino domande sull’opportunità della nomina nel massimo ente scientifico di uno studioso che scrive libri dal titolo «Chiesa e omosessualità, le ragioni di una immutabile condanna». Insomma, la polemica non è poi così fresca. Tuttavia, nonostante De Mattei sia un fiero antieuropeista, Fini lo nomina suo consigliere istituzionale, politico e culturale quando (novembre 2004) diventa ministro degli Esteri: non c’è missione cui De Mattei non prenda parte. Ora, come tutti sanno, Fini ha platealmente abbandonato i fondamenti teologici e filosofici di De Mattei. L’ultima nomina al Cnr (2008) è stata più che altro avallata dalla titolare alla Pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini. E non è per nulla scontato che la cosa si ripeta.
In ogni caso anche dentro il Cnr c’è chi vorrebbe che De Mattei lasciasse subito. Ha qualche nemico nel cda (per esempio Andrea Di Porto, nonostante militino entrambi in Magna Carta, la fondazione passata da Marcello Pera a Gaetano Quagliariello). Molti ricercatori mandano mail di sdegno. Sul sito petizioni.it sono oltre diecimila le richieste di dimissioni, avanzate anche dalla Cgil per «delirio reazionario». Dal giro del presidente, Luciano Maiani, non si nasconde imbarazzo per le opinioni a dir poco intrepide di De Mattei. Ma prevale l’idea che siano appunto opinioni e che De Mattei nel ruolo di vicepresidente (con delega non cruciale alle materie umanistiche) si sia limitato, in giornate di studio, a dare dignità scientifica a posizioni straminoritarie. Insomma, la sua inconciliabilità con la cattedrale della scienza dentro al Cnr non è ancora stata sentenziata. Però, intanto, la disputa monta. I dipietristi minacciano di portare la questione in Parlamento e l’ex ministro Fabio Mussi ricorda di aver cacciato De Mattei per eccesso di superstizione, e ne definisce vergognoso il ritorno. Chissà, forse sarà la politica a metterci una toppa, ora che la dottrina di De Mattei ha perduto i padrini.

La Stampa 8.4.11
Quei cattolici con la sindrome del Concilio
L’offensiva dell’ala tradizionalista
di Andrea Tornielli


Il vicepresidente del Cnr Roberto De Mattei, al centro delle polemiche per aver riproposto le parole di un vescovo dopo il terremoto di Messina del 1908, e per aver presentato la diffusione dell’omosessualità come causa della fine dell’impero romano, è diventato negli ultimi tempi un punto di riferimento importante per il variegato mondo tradizionalista, quel mondo vissuto per decenni borderline, in modo quasi clandestino, che oggi conosce una stagione di grande visibilità mediatica.
Ma non sono queste affermazioni ad effetto ad averlo reso popolarissimo nell’ambiente tradizionalista, quanto piuttosto la sua critica serrata, da destra, al Concilio. Con il suo recente volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta , lo storico del Cnr ha infatti dato voce e argomenti a quella sparuta minoranza che ritiene l’assise convocata da Giovanni XXIII la causa della secolarizzazione e dell’annacquamento dell’identità cristiana. Fino a poco tempo fa, questa tesi era stata sostenuta solo dal gruppo dell’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, il Che Guevara del tradizionalismo, strenuo oppositore delle riforme conciliari fino alla rottura con Roma, avvenuta nel 1988.
Sulla sponda più teologica, insieme a De Mattei, c’è un altro grande ispiratore di questo neonato movimento anticonciliare tradizionalista: è monsignor Brunero Gherardini, decano della facoltà teologica della Lateranense, canonico di San Pietro e autore di una critica serrata al Vaticano II che spopola tra i cattolici del dissenso da destra. Mentre vanno per la maggiore nell’ambiente, e non solo Oltralpe, i volumi dello storico francese Jean Madiran.
Il tentativo messo in atto da Benedetto XVI fin dall’inizio del suo pontificato per recuperare l’ala lefebvriana e ridare cittadinanza alle istanze di chi ha continuato a chiedere maggiore sacralità nella liturgia cattolica ha fatto sì che quest’area – molto differenziata al suo interno, dove si incrociano simpatie ancien régime e nostalgie per le messe antiche – uscisse dal ghetto. Ma con esiti imprevisti. Ratzinger nel 2007 ha liberalizzato la messa preconciliare e due anni dopo ha tolto le scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani, vivendo momenti davvero difficili a motivo delle tristemente note dichiarazioni negazioniste sulle camere a gas sostenute da uno di questi, Richard Williamson. L’intento di Benedetto XVI era e rimane quello di favorire la riconciliazione in ogni direzione. Anche per questo il Papa ha proposto una lettura dei documenti del Vaticano II che li interpreta non come rottura con la tradizione precedente, ma come necessaria riforma nella continuità.
Questa lettura però non è stata affatto assunta da una parte considerevole del movimento tradizionalista, che invece, insistendo a presentare il Concilio come una frattura, ne vorrebbe di fatto la cancellazione. E così, proprio da questo mondo sono venute critiche a Ratzinger. Ad esempio per la sua decisione di convocare ad Assisi il prossimo ottobre un incontro di preghiera per la pace con i rappresentanti delle religioni mondiali, in occasione del venticinquesimo anniversario di quello voluto da Giovanni Paolo II. De Mattei, insieme ad altri intellettuali e giornalisti, ha firmato su Il Foglio un appello a Benedetto XVI perché cancelli l’incontro, considerato come un cedimento al sincretismo. È interessante notare che questo dissenso da destra viene sostenuto con motivazioni teologiche: in pratica si dice al Papa che andando a pregare ad Assisi con i leader delle altre religioni non sarebbe in linea con il suo stesso pontificato.
Un’altra battaglia in corso riguarda la beatificazione di Giovanni Paolo II. Un gruppo di tradizionalisti americani ha spiegato in un articolato documento tutti i motivi che dovrebbero spingere Benedetto XVI a fare marcia indietro (e la riunione di Assisi 1986 è uno degli argomenti a cui viene dato più spazio), mentre in Italia il blog pontifex ha lanciato una campagna contro l’«eretico» Wojtyla, reo di aver baciato una volta una copia del Corano.
Anche se minoritario, il nuovo movimento tradizionalista e antimoderno mostra di saper usare benissimo gli strumenti più moderni: sono infatti blog e siti di quell’area – come ad esempio l’italiano messainlatino.it – a risultare tra i più cliccati. Ipad e smartphone tra incenso e vecchi merletti.

Repubblica 8.4.11
Quel clic della genetica che accende l´intelligenza
Esperimenti sui topi hanno dimostrato che si possono incrementare facoltà cognitive e di orientamento Si chiama Bax il regolatore dei neuroni nel cervello adulto. Se si spegne le capacità aumentano
di Elena Dusi


L´eterno tentativo dell´uomo di aumentare la propria intelligenza passa oggi attraverso l´ingegneria genetica. Facendo scattare un gene come fosse un interruttore, i ricercatori della Columbia University di New York hanno aumentato il numero di neuroni in alcuni topolini, rendendoli più scaltri in una serie di test che nei laboratori si usano per misurare le capacità cognitive e di orientamento degli animali.
«Siamo intervenuti - scrivono i ricercatori guidati da René Hen su Nature - su un gene che regola il numero di neuroni del cervello adulto, causando la scomparsa del 50-80% delle cellule di nuova formazione». È ormai assodato infatti che i neuroni non diminuiscano inesorabilmente con l´avanzare dell´età, ma che nuove cellule si formano continuamente per rimpiazzare quelle che muoiono. La genesi dei nuovi neuroni viene tenuta sotto controllo appunto dal gene Bax, che ne sfronda oltre la metà.
Bloccando Bax con un intervento di ingegneria genetica nei topolini, prosegue Hen, «abbiamo riscontrato un netto aumento del numero dei neuroni». A seconda del tipo di cellule considerate, l´amplificazione è stata misurata in 2-4 volte rispetto alle cavie con l´"interruttore" del gene acceso. E al momento dei test di orientamento nello spazio, i topolini col cervello "arricchito" hanno tradotto il loro bagaglio di neuroni nella capacità di riconoscere con più sicurezza le diverse stanze in cui erano stati condotti, e nelle quali avevano ricevuto una leggera scossa elettrica a una zampa. Questa capacità è considerata l´equivalente del concetto di intelligenza nei roditori.
L´aumento dei neuroni nello studio della Columbia era concentrato nell´ippocampo, area del cervello legata a formazione dei ricordi e memoria spaziale. Un famoso studio inglese di 10 anni fa sui tassisti londinesi (mai riprodotto, e quindi guardato oggi con un po´ di scetticismo) dimostrò che trascorrere le giornate fra strade e vicoli ha come effetto un aumento delle dimensioni dell´ippocampo. «Oltretutto - proseguono i ricercatori - i topolini senza Bax avevano voglia di muoversi ed esplorare e mostravano molta meno ansia anche quando si trovavano in ambienti aperti, esposti ai pericoli».
Accanto a questa scoperta, aggiunge Piergiorgio Strata, presidente dell´Istituto italiano di neuroscienze a Torino, «ce ne sono altre in arrivo. Riguardano la scoperta di geni che aumentano la plasticità del cervello, che portano cioè a un aumento delle connessioni fra i neuroni. Un cervello plastico è come una stazione ferroviaria con molti binari, scambi e una circolazione intensa di convogli». Altri tentativi di migliorare l´intelligenza hanno seguito la via farmacologica, attraverso l´uso - considerato rischioso - di medicine contro l´Alzheimer o per combattere la narcolessia. «Ma la strada più efficace - conclude Strata - resta l´esercizio fisico e mentale, l´abitudine a imparare a memoria e una dieta con poca carne e molto pesce».

Repubblica 8.4.11
PROCESSO A FREUD

L´accusa di Onfray: "un impostore" la difesa degli allievi: "Solo gossip"
Le repliche: "La nostra disciplina non avrà cambiato il mondo ma può aiutare le persone"
Esce il libro scritto dal filosofo contro il padre della psicanalisi. Ecco le sue parole e le risposte degli studiosi italiani
L´attacco: "Era un inventore di casi clinici, un depressivo e un antisemita"
di Luciana Sica


Con vena iconoclasta il filosofo francese Michel Onfray ha scritto un libro di seicento pagine per dire che Freud è stato un borghese reazionario, bugiardo, falsario, omofobo, fallocrate e ammiratore di Mussolini. Crepuscolo di un idolo s´intitola: in Francia è uscito un anno fa da Grasset, e - tra invettive e anatemi, accuse e controaccuse - è stato al centro di una violentissima polemica in bella mostra sulle prime pagine di Le Monde e Libération, sulle copertine di riviste come Le Point, L´Express, Nouvel Observateur.
Nelle librerie italiane, il saggio di Onfray contro «l´affabulazione freudiana» arriva mercoledì prossimo (tradotto da Ponte alle Grazie), ma è improbabile che qui da noi possa avere l´effetto di un ciclone, scatenando la stessa ira furente dell´élite intellettuale parigina, decisamente incline a escludere ogni equivalenza tra il fondatore della psicoanalisi e il più volgare degli impostori. Aldilà delle reazioni più o meno composte, Crepuscolo di un idolo è un meticolosissimo quaderno delle doglianze, una dissacrazione che non risparmia nessun dettaglio. Per dirla con Onfray la tesi di fondo della sua «opera» sarebbe nietzschiana: «La filosofia - così si è espresso - è sempre la confessione dell´autore, la sua autobiografia, e ciò vale anche per Freud».
Sarà, ma alcuni capi d´imputazione risultano sconcertanti. Qualche esempio del furibondo j´accuse contro il maestro viennese: Freud intanto è stato un cocainomane depressivo, onanista, incestuoso, tanto ossessionato dal sesso della madre d´allargare all´universo mondo la sua personale patologia edipica. E poi: un adepto di occultismo, un inventore di casi clinici, un antisemita perché il suo Mosè non era ebreo, e in più un sostenitore dei fascismi per quella nota dedica a Mussolini in Perché la guerra? - il carteggio con Einstein. Addirittura sarebbe stato il teorico dell´«attenzione fluttuante», per potersi appisolare durante le sedute! E ancora, imperdonabile, era un mascalzone che andava a letto con la cognata, «subito dopo aver fissato, come cardine della sua dottrina, la rinuncia alla sessualità al fine di sublimare la libido nella creazione della psicoanalisi».
«Che Freud andasse a letto con Minna Bernays, a me lo rende anche più simpatico. Questa storia l´ho già letta quattro anni fa, sul New York Times. C´era anche la «prova»: la registrazione dei due fedifraghi in un albergo lussuoso delle Alpi svizzere, dove si presentarono come marito e moglie e occuparono una stanza matrimoniale... Dunque Freud tradiva Martha, e allora? Questo toglie qualcosa alle sue scoperte?»: i gossip sulla vita privata di Freud divertono Nino Ferro, che rappresenterà l´Europa al congresso dell´International Psychoanalytical Association, in programma il prossimo agosto a Città del Messico. Un po´ difficile farlo parlare «seriamente», per la sua ilarità e anche perché se c´è un analista che non considera Freud un idolo, è proprio lui. Infatti dice: «Questo libro magari sarà una reazione a quel clima di sacralità che c´è in Francia intorno a Freud, una vera idolatria, una sorta di feticizzazione del suo pensiero che fa dell´opera freudiana un Corano... La mia invece è una visione minimalista della psicoanalisi, che considero quanto di meglio sia stato trovato come rimedio alla sofferenza psichica. E sono radicalmente freudiano, ma nel metodo, mettendo continuamente da parte ciò che so a favore di quanto devo scoprire».
Da sempre la psicoanalisi è oggetto di critiche feroci, alcune molto serie firmate Popper o Grünbaum, e negli ultimi anni - sulla scia del Libro nero della psicoanalisi (Fazi, 2006) - di volta in volta ai più lugubri de profundis («Freud è morto») hanno fatto seguito sorprendenti resurrezioni («Il ritorno di Freud»). «È un fenomeno ricorrente. Ogni tanto libri e giornali, con tono apocalittico, intonano il requiem per la psicoanalisi e smitizzano il suo fondatore»: a dirlo con un filo d´insofferenza è Simona Argentieri, che tra l´altro figura nel Comitato scientifico di un dizionario appena uscito della Treccani (Cervello Mente Psiche). «Capita che alcuni si aggrappano a una grande figura come quella di Freud, idealizzata sia pure in negativo, per sviluppare qualche esile ideuzza. Non credo ci si debba affannare troppo per le critiche, in genere di modesto spessore, tanto più che la nostra disciplina è in sé una teoria della crisi permanente. Il problema è la confusione che generano, senza distinguere tra scuole e percorsi formativi. Ormai ogni cura basata sull´ascolto viene disinvoltamente definita «psicanalisi», accomunando tutti in un costume di eccessiva presenza mediatica. Compresi quelli che - per dirla con Freud - pur denigrandoci, scaldano la loro minestrina al nostro fuoco... La psicoanalisi non avrà cambiato il mondo, tuttavia talvolta un analista - con lento, anonimo, laborioso miracolo - può cambiare la vita di una persona».
Si avventura in un paradosso Antonio Di Ciaccia, nome legato alla cura dell´opera di Lacan (in settembre uscirà da Einaudi il seminario del ‘72-73, quello sul godimento femminile, intitolato Ancora). È lui, che ha firmato la prefazione dell´Antilibro nero della psicoanalisi (Quodlibet, 2007), a dire qui: «Mica male mettere in discussione Freud. Il pericolo è piuttosto la calma piatta, il conformismo degli analisti, l´eccessivo adeguamento alle attese sociali, culturali... Che poi ci sia una profonda ambivalenza nei confronti della psicoanalisi non può sorprendere, perché c´è un «qualcosa» che vuole ignorare il nostro mondo ossessionato dalla razionalità. E questo «qualcosa» - spaventoso, eppure attraente e così assolutamente condizionante - è l´inconscio che Freud ha fatto parlare».

Repubblica 8.4.11
E negli Usa trionfa lo spettacolo che mette in scena il vecchio Sigmund

di Angelo Aquaro

Metti un campione dell´ateismo e un ateo poco devoto, ma convertito, nella stessa stanza. E metti che l´ateo è nientemeno che il vecchio Sigmund Freud, tre settimane prima di morire, e il convertito è invece il giovane C. S. Lewis oggi famosissimo, anche grazie a Hollywood, per le sue Cronache di Narnia - grazie a Hollywood. Un incontro così sembrerebbe inventato. E infatti Freud´s Last Session è una pièce teatrale: però verosimilissima.
L´autore Mark St. Germain, teatrante di lungo corso che ha fatto di tutto, dal «Cosby Show» in tv a Broadway, per immaginare questa «Battaglia delle Menti» (come recita lo slogan della pubblicità») si è ispirato per la verità a un libro, The Question of God di Armand Nicholi, che ricostruisce gli ultimi giorni del padre della psicanalisi nell´esilio di Londra ipotizzando l´incontro con quel professore di Oxford che aveva appena ironizzato sul vecchio ateo in un suo scritto. Ma un conto è un libro, un conto è vedere i due duellanti in carne e ossa, nello studio minuziosamente ricostruito dalle foto d´epoca.
Anche la giornata scelta per il match è di quelle da cortocircuito emozionale: 3 settembre 1939, il giorno in cui Inghilterra e Francia hanno appena dichiarato guerra alla Germania a 48 ore dall´invasione della Polonia. E vedere il vecchio e il giovane che duellano su Dio, sesso e l´ultimo fine dell´uomo, tra gli allarmi della contraerea e le luci dello studio che si spengono all´improvviso, riporta ogni intellettualistica discussione al nocciolo: parole parole parole - e intanto alla finestra bussa la fine dell´uomo.
Lo spettacolo è un successone nel suo genere, la critica usa le parole del caso, «gemma» e «sorpresa». Presentato l´estate scorsa nel circuito alternativo, quell´off Broadway che si presume meno ricco e spettacoloso, lo show è tornato quest´anno per un nuovo ciclo che doveva durare poche settimane e viene continuamente prorogato.
Si ragiona e si sorride. «Il divieto del sesso prima del matrimonio? Ma è crudeltà mentale!» dice Freud, che non si dà ragione del fatto che un ateo brillante come Lewis sia diventato così devoto. L´attrazione delle reciproche intelligenze non porta da nessuna parte: non può essere uno show a rispondere alle domande ultime. Ma lo stoicismo con cui il Dottore reagisce agli attacchi di tosse - quel maledetto cancro alla gola lo sta uccidendo - è già una risposta. Lewis, premuroso e imbarazzato, lo aiuta a riprendersi: ma per distendersi e riposare, in quello studio assediato dalla guerra, a Sigmund Freud non resta che un lettino.

il Fatto Saturno 8.4.11
Psiche & business
La fabbrica dell’infelicità
Siamo destinati a diventare un popolo di depressi. Anche grazie ai medici e alle industrie farmaceutiche. Un libro di Gary Greenberg sulla storia del male oscuro
di Giorgio Cosmacini


QUANDO Giuseppe Berto ottenne nel 1964 il Premio Viareggio con il romanzo Il male oscuro furono in molti a chiedersi che cosa fosse mai questo male. C’era, al riguardo, il precedente autorevole di Carlo Emilio Gadda, che in una pagina della Cognizione del dolore, scritta alla fine degli anni Trenta, scolpiva questa frase: «Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle grandi cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una vita, più greve di ogni giorno, immedicato». Un male oscuro veniva assunto a metafora letteraria di una situazione umana a volte innominabile, da chi si rifiuta di accettarla , ed etichettata irrazionale, da chi esita a riconoscersi in preda a uno stato emotivo irresistibile.
Questi pensieri si rincorrono avendo fra le mani il libro Storia segreta del male oscuro (appena uscito da Bollati Boringhieri) dello psicoterapeuta Gary Greenberg, studioso dei nessi tra medicina, etica e politica. Il sottotiolo chiarifica il male “oscuro”: «siamo infelici perché affetti dalla malattia chiamata depressione?». L’interrogativo sottintende l’intenzione critica: non è la depressione a negarti la felicità e a condurti dai medici, ma sono questi che «vogliono che ti accorga che la tua infelicità ti sta dicendo che hai bisogno di loro».
Perché mai, si chiede l’autore, la scienza medica ha inquadrato in una entità chiamata “depressione” l’inspiegabile e persistente calo di umore, la vertigine da svuotamento dell’io, la contrazione allo stomaco che toglie ogni vitalità, l’angoscia di non riuscire ad affrontare il giorno successivo mentre l’orizzonte man mano si contrae? Greenberg risponde a se stesso: «La depressione coglie le ansie e i dispiaceri di chi vive in tempi di grandi rivolgimenti culturali», quali «lo scontro tra la visione di un orizzonte infinito davanti a noi e i limiti inevitabili della vita sulla terra, la situazione economica, geopolitica ed ecologica che peggiora di giorno in giorno, la difficoltà sempre maggiore nel cercare la felicità».
Aggiunge l’autore: «Ma allora perché chiamarla malattia?»; e a questo punto «perché non sbarazzarsi anche dell’intermediario, nel nostro caso il medico, con la sua lista di diagnosi e i suoi ricettari?». Può essere mai «il Lexapo, per dirne uno, piuttosto che il Prozac», il farmaco che può cambiare la nostra vita, la pillola della felicità (come Peter Kramer ha intitolato nel 1994 un suo libro di successo), il medicinale che funziona come «una spruzzata di lubrificante su di una macchina cui permette di fare quel che deve fare»?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la depressione come «la più umana delle affezioni». Dalla medesima fonte apprendiamo che dal 2002 essa «già occupa il quarto posto tra le cause di morbilità» e che «entro due anni si insedierà al secondo». Viene riconosciuta come malattia sociale, come epidemia nei paesi a evoluzione tecnologica e culturale avanzata. Siamo dunque destinati a essere un popolo di depressi, al modo descritto da Marcel Proust ne I Guermantes, per il quale l’affezione «era un profumo irrespirabile», diffuso come l’ammorbante “mal’aria” d’antico regime? La sua causa è un «agente patogeno più virulento di tutti i microbi?».
Già Pierre Fédida , psicopatologo nell’Università di Parigi, richiamava l’attenzione su Il buon uso della depressione (Einaudi 2002), inteso come scelta da parte della persona afflitta d’intrattenere il rapporto di cura con chi è capace di condividere la sua biografia. I farmaci sono utili alla biologia del processo psicopatologico, però non guariscono. Per questo bisogna essere in due.
A commento del libro di Gary Greenberg, si può pienamente sottoscrivere l’idea che la riduzione dell’infelicità a difetto biochimico in grado di esser riequilibrato da una pillola (ma anche a vizio cognitivo che lo psicoterapeuta può sicuramente correggere) è solo funzionale a fabbricare nuova depressione medicalizzata. La medicalizzazione può giungere a dire che la depressione è dovuta a “deficit di Prozac”. Dice Greenberg: «Non lasciamo che i medici della depressione ci facciano ammalare».

l’Unità 8.4.11
Dimissioni dagli Ospedali Giudiziari
risponde Luigi Cancrini


Se la denuncia della Commissione di inchiesta, legittima e condivisibile, corredata dai «fotogrammi indecenti» fosse stata affiancata anche da una corretta informazione (coinvolgendo semmai gli operatori che ci lavorano e gli specialisti della salute mentale) avremmo avuto una occasione unica, credo, per avviare un dibattito davvero scientifico.
Antonella Lettieri

RISPOSTA    I pazienti chiusi ancora oggi negli Opg sono pazienti estremamente gravi. Giusto indignarsi per le condizioni disumane in cui molti di loro vengono tenuti e doveroso, sicuramente, intervenire per liberarli. Superficiale e sbagliato, tuttavia, pensare che il loro bisogno di essere curati si esaurisca con la liberazione. Il peso dei delitti che hanno commesso (in Opg finiscono i delitti più efferati e gli omicidi in famiglia) e la incapacità di difendersi di quelli che stanno lì per reati minori rendono sempre molto difficile da gestire all’esterno la loro patologia di base. Quello di cui c’è bisogno per aiutarli davvero è un insieme di strutture intermedie in grado di accoglierli ed una task force di persone competenti, appassionate, capaci di collaborare con gli operatori già attivi in alcuni di questi ospedali con i pazienti, con le loro famiglie e con i servizi del territorio per preparare progetti personalizzati di dimissione. Il problema dei reclusi in Opg è un problema politico di diritti civili ma è anche un problema di persone assediate dalle loro angosce e dai loro fantasmi interni. Che hanno bisogno e diritto di essere finalmente curate.