giovedì 20 settembre 2012

l’Unità 20.9.12
Pd, scontro su Vendola
Bersani: «Si candidi»
Lettera di Fioroni e 30 parlamentari: no alleanza con il leader di Sel
di Maria Zegarelli


«Ogni giorno ha la sua pena». Pier Luigi Bersani l’aveva detto scherzando qualche tempo fa, ma mai battuta fu più azzeccata. Mentre si affolla il campo delle primarie (l’area dei cattolici sta cercando una donna da presentare come candidato) ecco che arriva una lettera al segretario di 30 parlamentari democratici, capeggiati da Beppe Fioroni, nella quale si dice che le primarie sono uno strumento «di democrazia ma non possono inglobare tutto il contrario di tutto», ragione per cui «occorre che i candidati del Pd si presentino con un programma di governo che rispecchi le soluzioni definite in un lungo percorso». Tra i firmatari ci sono Gianpiero Adragna, Donatella Ferranti, Maria Pia Garavaglia, Paolo Giaretta, Gero Grassi.
«Non possiamo trasmettere all’esterno differenze sostanziali e confliggenti su elementi di cardine del progetto», spiegano i firmatari sapendo di cogliere un sentimento che va ben al di là del cosiddetto recinto degli ex popolari. Quanto sta accadendo sembra più un dibattito da tipico congresso che non da primarie di coalizione, il commento dei più. Altro capitolo: le alleanze. Come si fa, ragiona Fioroni, ad allearsi con chi firma i referendum, compreso quello sull’articolo 18? Neanche a parlare poi, della posizione del governatore pugliese sui diritti gay: non solo Vendola vuole il matrimonio, ma in un’intervista ha anche confessato che l’altro suo grande sogno è di avere un figlio. Gli ex popolari premono, nel partito malgrado le dichiarazioni rassicuranti cresce il numero di coloro che temono una spaccatura insanabile se a vincere dovesse essere Renzi. Bersani, nella sua doppia veste di candidato e segretario, cerca di trasmettere serenità. «Noi abbiamo la nostra carta di intenti che stiamo discutendo con tutti quanti faranno questo contratto e la carta fissa punti precisi di merito e di metodo spiega arrivando all’istituto Luigi Sturzo per la presentazione del libro di Marco Follini “Io voto Shakespeare” -. Tra questi c’è il capitolo che si chiama responsabilità e che prevede, in caso di dissenso tra i contraenti, che ci sia una cessione di sovranità». Dunque, se nel corso della legislatura dovessero emergere posizioni discordanti su uno dei punti, «si fa una riunione congiunta di gruppi e si decide a maggioranza perché l’azione di governo deve essere coerente. Al prossimo giro spiega aggiungendo che spera davvero che Vendola si candidi dobbiamo dare garanzia agli italiani che facciamo sul serio. Non transigiamo su meccanismi di responsabilità perché le parole volano e i fatti restano».
Il punto è che mentre Vendola ha dato la sua adesione alla Carta d’intenti, Matteo Renzi no. Né ha votato alla direzione nazionale che ha dato l’ok al documento e al percorso che porta alle elezioni illustrato dal segretario. Gero Grassi la spiega così: «Se vince Vendola, può succedere che chi non la pensa come lui, se ne va. Ma lo stesso vale per Renzi. Con l’aggravante che se vince lui, se ne possono andare anche quelli del Pd che non sono d’accordo. E qui finisce il Pd». Fioroni apprezza la risposta di Bersani ma chiede una Carta d’Intenti ancora più «stringente» che «non consenta a nessuno di dirci durante la campagna elettorale per le primarie, che siamo una coalizione inaffidabile e litigiosa».
«La piattaforma di Bersani era il punto sul quale ci si candidava al governo del Paese e per la quale abbiamo lavorato in questi ultimi due anni, mentre oggi assistiamo ad una campagna delle primarie che tende ad estremizzare», ragiona a Montecitorio Michele Ventura. Nicola Latorre ritiene mal posta la questione delle posizioni di Vendola. «Mi pare una considerazione del tutto priva di senso commenta il senatore Pd e contraddittoria. Da una parte si chiedono primarie aperte con un confronto vero e, soprattutto, che non devono essere un congresso del Pd, dall’altra si contesta a Vendola di avere delle posizioni diverse dalle nostre durante la campagna per le primarie».
LA SFIDA
E intanto, mentre al Nazareno si lavora alle regole interne, da presentare all’Assemblea del 6 ottobre, oggi il segretario presenterà la squadra che lo accompagnerà nella campagna elettorale. Portavoce dovrebbe essere Alessandra Moretti, 39 anni (la più «anziana), vicesindaco di Vicenza, tra i componenti, alcuni della società civile, anche Tommaso Giuntella, 25enne segretario del circolo Mazzini di Roma e Roberto Speranza, segretario della Basilicata. Dall’Emilia, il segretario Stefano Bonaccini, ha convocato una riunione con 11 segretari di federazioni per la campagna pro-Bersani. «L’obiettivo dice Paolo Calvano, segretario di Ferrara è arrivare a diverse centinaia di comitati che dovranno essere aperti a tutti coloro che vorranno partecipare». Non una risposta a Renzi, spiegano, ma un’iniziativa «per dar forza a Bersani che come amministratore si è confrontato con tutti e non può essere considerato uomo di partito».
«Alla fine rischio di vincerle io le primarie», dice Vendola mentre nel Pd fioccano candidati. Marco Follini, durante la presentazione del suo libro alla quale ha preso parte anche il ministro Andrea Riccardi rivolgendosi a Antonio Polito, che moderava il dibattito, ha commentato: «Riccardi ha iscritto Shakespeare alla Dc, Bersani al Pd, chissà se si candida anche lui alle primarie».

Pubblico 19.9.12
Vendola: «Vorrei un figlio e una nuova sinistra»
a cura di Luca Sappino

qui
con un video...
l’immagine a sinistra appariva sulla prima pagina di Pubblico - il nuovo quotidiano di Luca Telese -  del 19 settembre

La Stampa 20.9.12
Intervista
“L’unione civile? Bene, ma il sogno è il matrimonio”
La figlia di Vecchioni: vogliamo tutti i diritti
di Maria Giulia Minetti


MILANO Francesca Vecchioni, figlia del cantautore Roberto, 37 anni, e Alessandra Brogno, 42, insieme da 9 anni, due figlie gemelle di pochi mesi, Nina e Cloe, sono state tra le prime coppie a iscriversi nel registro delle unioni civili del Comune di Milano. L’altro ieri sono uscite dagli uffici di via Larga con la fede al dito.
Francesca, come ci si sente il primo giorno di matrimonio?
«Magari fosse stato un matrimonio! Il matrimonio resta un bel sogno, anche se deve diventare realtà, non c’è dubbio. Poi, siccome siamo tutti un po’ romantici…».
Siccome lo siete… «…Siamo uscite di casa pensando di andare a ritirare un numero e compiere un atto amministrativo, e invece, una volta lì, il coinvolgimento emotivo è stato grande. I genitori ci hanno fatto la sorpresa dei bouquet e degli anelli, noi non ci avevamo pensato affatto, anche se dopo ci siamo commosse».
Perché non ci avevate pensato?
«Perché eravamo ben consapevoli di cosa eravamo andati a fare: né nozze né simil-nozze, solo il riconoscimento di certi diritti - servizi sociali, wellfare - estesi ora dal Comune anche alle coppie di fatto».
Poco?
«Un passo avanti, ma nell’ambito del Comune. E i passi in avanti decisivi non li può fare il Comune. Prenda le nostre figlie, per esempio. La mia compagna continua a non avere nessun diritto su di loro, non essendo la madre biologica».
Nessun riconoscimento?
«Ma figuriamoci! La legislazione sui figli è nazionale, il Comune non può fare nulla».
Il giorno dopo l’iscrizione al registro delle unioni civili per lei e la sua compagna i problemi maggiori sussistono tali e quali?
«Sì. Diciamo che le nostre figlie hanno lo stesso problema che avevano prima, cioè non avere garantita l’altra figura genitoriale, qualora succedesse qualcosa a me».
E per avere quella garanzia… «Quella garanzia la può dare solo l’uguaglianza dei diritti, e quindi il matrimonio. Quando si parla di matrimonio fra persone dello stesso sesso non si dovrebbe partire dai coniugi, ma dai bambini. Il punto è lì. Prenda il nostro caso. Le nostre bambine hanno il diritto di poter contare legalmente su entrambi i genitori, su me e la mia compagna? È la domanda cruciale e la risposta è no: per la legge questo diritto loro non ce l’hanno».
Icontrarialmatrimoniofrapersone dello stesso sesso sbandierano laCostituzione: dicono che dovrebbe essere cambiata, se si volesse avallarlo.
«Nella Costituzione non si parla mai di maschi e femmine, ma solo di coniugi. Non c’è alcun bisogno di cambiarla. E comunque, chi ha detto che la Costituzione non è modificabile? La vogliono cambiare per mille stupidaggini e non vorrebbero cambiarla per i diritti civili? È la mentalità che va cambiata. E grazie al cielo segni di cambiamento si avvertono dappertutto».
A Milano c’è una casa editrice che produce libri per bambini dove le famiglie omogenitoriali vengono presentate come famiglie che fanno parte della realtà quotidiana, della normalità quotidiana...
«Si chiama Lo Stampatello. È nata per colmare un vuoto nell’editoria infantile, quello rappresentato dalle famiglie dove i genitori sono due donne o due uomini. I nostri figli non hanno fiabe con genitori dello stesso sesso, si sono dette le due donne che hanno fondato la casa editrice, Francesca Pardi e Meri Fiengo. L’hanno fondata perché non c’era nessuna casa editrice disposta a pubblicare le loro storie. Il primo contributo l’ha dato Altan, che ha illustrato il libro “Piccolo uovo” di Francesca Pardi. È bellissimo».
Il giorno dopo l’iscrizione al registro delle unioni civili, che giorno è stato?
«Ce n’est qu’un début… Continuiamo a combattere».

Repubblica 20.9.12
Tabacci va in missione tra i cattolici “Li convincerò che ci serve ancora Monti”
E rivela: si voterà a marzo, l’incarico non lo darà Napolitano
di Concita De Gregorio


MILANO — Bruno Tabacci è un giocatore d’azzardo affezionato alla sconfitta. Non sbaglia una previsione, poi perde sempre. «Sono un contabile generoso e romantico», dice, ed è chiaro che attribuisce le disfatte agli aggettivi. Ostinato nell’impresa, si candida sotto le insegne dell’Api alle primarie del centrosinistra con lo scopo dichiarato di «parlare a un certo mondo cattolico progressista» in continuità col governo Monti, di confluire al ballottaggio su Bersani avendo misurato le sue forze nel frattempo. È così, del resto, che ci si segnala per i governi prossimi venturi. L’incognita è cosa sia «quel certo mondo», oggi, a Milano. Se ci sia chi possa avventurarsi nel vuoto immenso lasciato dalla morte di Carlo Maria Martini, se si possa associare ad una simile intenzione un colore politico e addirittura un nome. Don Virginio Colmegna, braccio destro di Martini e presidente della Casa della Carità. «No, non lo si può fare. Quello che lei chiama vuoto io chiamo eredità. Un grande lascito di spiritualità profonda, una cultura della presenza che dialoga con tutti. Martini ci ha insegnato a cercare il bene possibile, a chiedere una politica vera, diversa, fatta di partecipazione e di sobrietà. Ci ha dettato il linguaggio: le scelte recenti di Milano sono state un no al linguaggio delle chiusure in materia di sicurezza, di emarginazione, di migrazione, penso al piano pastorale “Noi e l’Islam”. Dunque: l’eredità di Martini si declina anche sul piano politico ma non può essere incapsulata in alcuna logica di corrente, sarebbe snaturarla». Nessuno si azzardi a mettere il cappello sul favoloso intreccio fra culture cattoliche e laiche fiorito attorno alla Cattedra dei non credenti. Serve un ponte fra la generazione di uomini e donne come Inge Feltrinelli, Gregotti, Bassetti, Veronesi, Eco e la nuova, quella dei trentenni che avanzano a Palazzo Marino. Serve una bussola nel doppio spaesamento dovuto al lutto quasi contemporaneo della figura luminosa di Martini e quella agli antipodi, ma pure carismatica, di Don Verzè che aveva creato attorno a sé un centro di conoscenze e di saperi mortificato dagli scandali. E poi lo sbandamento di Cielle, trascinata da Formigoni in un terreno da squalifica e prima ancora costretta a sopportare i festini di Arcore.
«Tabacci non credo abbia la pretesa di raccogliere il voto cattolico milanese — dice la dirigente della Casa della Carità che ci accompagna da Don Colmegna —. Ha mestiere, non sbaglia un colpo, parla bene, è sempre un piacere ascoltarlo. È stato un buon presidente della Regione, è uscito pulito da Tangentopoli. Può portare via qualche voto a Renzi, forse — se si candidasse — anche a Boeri. Molto di più non direi. I cattolici, alle ammi-nistrative, hanno votato Pisapia candidato di Sel».
I cattolici hanno votato Pisapia. Affacciato alla finestra dell’assessorato al Bilancio, balcone con vista sulla Scala, Tabacci respinge intanto l’insinuazione diffusa, a palazzo, che voglia togliersi da Milano prima che arrivino le carte dell’inchiesta Sea, appalto aeroportuale, nata da un’intercettazione al vincitore della gara Gamberale. «Calunnie. Miserie. Io ho conosciuto e battuto Di Pietro in tribunale nell’89, Davigo nel ‘92. Se ci sarà da farlo affronterò anche questa». Liquida il sostegno di Rutelli alla sua candidatura con due parole. «Ho una storia molto lunga, non corro a nome di nessuno, può votarmi chi lo desidera ». Poi viene al punto: «Lavoro per Monti dopo Monti. Che sia al Quirinale o al governo in fondo fa lo stesso. Abbiamo ancora bisogno di Monti. Mi onoro della sua amicizia, lo sento spesso. Le ultime notizie danno il voto alla penultima domenica di marzo. Si era indicato il 7 aprile ma Napolitano scade il 15 maggio e le Camere devono votarlo un mese prima, il 15 aprile. Mancano i 20 giorni necessari alla costituzione degli organi delle Camere, dunque il voto deve essere anticipato a marzo. Il dato politico è che sarà il prossimo presidente della Repubblica a dare l’incarico al prossimo capo del governo, dunque la partita si sposta ora sul Quirinale e passa per la legge elettorale: se si va a votare col Porcellum e vince la sinistra il prossimo parlamento potrebbe votare Monti per il Colle, Bersani a palazzo Chigi. Se si fa la riforma in senso proporzionale l’esito potrebbe essere più incerto e allora ci vorrebbe un presidente di mediazione, tipo Amato, e al governo un Monti bis». Geometrico. Ma veniamo all’aspetto romantico e generoso: le primarie. «Si faranno a due turni, con anagrafe degli iscritti. Non basterà dare 2 euro, servirà un documento. Poi ciascuno avrà due tagliandi, uno per ciascun turno: la platea elettorale deve essere la stessa». Tabacci, ma le regole devono essere ancora definite. «Saranno queste, vedrà. La gerarchia che emergerà dal primo turno sarà decisiva per la composizione della coalizione. Il Pd può ambire a un 26-28, molto meno di Veltroni nel 2008. Servirà un’alleanza. Mi auguro che Vendola partecipi. L’esperienza di sinistra- centro con Pisapia è uno straordinario esempio. Per quanto poi, rispetto a Vendola, mi lasci dire: la politica è una cosa, la vita privata un’altra. Io sono rimasto orfano a 12 anni, mio padre era un contadino, è morto a 48. Mi vergognavo, a scuola, ad avere le pagelle firmate solo da mia madre. Ai miei tempi un bambino doveva avere un padre e una madre e non credo che oggi sia diverso ».
C’è un tema generazionale, a proposito. C’è Renzi sullo sfondo. Anche Renzi è cattolico. Tabacci si richiama a Don Primo Mazzolari e a Marcora, Renzi ai boy scout e a papa Ratzinger. «Renzi è sostenuto da grandi capitali, è bravo in tv ma è molto fragile. Se guardo ai Costituenti eletti da un’Italia analfabeta nel ‘46 e agli eletti in parlamento dall’Italia scolarizzata e inebetita del 2008 mi spavento: abbiamo una classe politica infarcita di “fedeli” a qualcuno o di personaggi da rotocalco. L’Italia ha bisogno di autorevolezza e serietà ». Che poi non hanno a che vedere con l’anagrafe, dice mentre indica la trentenne Cristina Tajani come «una delle migliori espressioni della giunta Pisapia». Tajani, 32 anni, pugliese da 14 anni a Milano, laureata alla Bocconi con Ichino, poi Cgil, assessore al Lavoro, quest’estate “sindaco d’agosto”. Lei ringrazia ma no, non voterebbe Tabacci alle primarie, sorride. Voterebbe Vendola, se Nichi si candidasse. «Sarebbe molto importante portare nella contesa delle primarie l’esperienza dei sindaci della scorsa primavera. La sinistra-centro, appunto. Bisognerebbe davvero riprendere il bandolo dell’entusiasmo e della partecipazione da dove si è smarrito». E tenere a mente in nome di Cristina Tajani astro nascente a palazzo Marino, si sente dire a Milano. Nel caso Vendola chiamasse, naturalmente.
(6. continua)

l’Unità 20.9.12
Roberto Reggi: «Schedare chi vota ai gazebo è da regime comunista»
di Andrea Carugati


ROMA «Io proprio non capisco perché occorra cambiare le regole delle primarie che hanno sempre funzionato. Sono le stesse regole utilizzate qui a Piacenza, la città mia e di Bersani, ai gazebo di pochi mesi fa, il segretario ha votato e non ha avuto alcuna obiezione...», dice Roberto Reggi, sindaco per 10 anni della città emiliana e ora coordinatore della campagna di Renzi. Un cambiamento delle regole in realtà per voi è necessario: la modifica dello statuto per consentire ad altri del Pd, oltre al segretario, di correre alle primarie di coalizione...
«Questa più che altro è una precondizione perché siano primarie vere. E poi è stato Bersani a dire che non voleva trincerarsi dietro un notaio. Secondo me ha fatto bene, perché così si batte l’antipolitica». Dunque le regole possono cambiare, ma solo per favorire Renzi?
«Io dico che quella è l’unica novità che noi condividiamo, e che peraltro è stata proposta dal segretario».
C’è poi il tema di chi può presentarsi alle urne. Una delle ipotesi è vincolare il diritto di voto ai gazebo a una liberatoria sulla privacy, per poi rendere pubblici gli elenchi dei votanti ed evitare le incursioni degli elettori Pdl.
«Mi pare una forma di schedatura che rischia di allontanare tante persone che non hanno alcuna voglia di vedere il proprio nome pubblicato. Una roba da regime comunista, che alle primarie non è mai stata fatta e contro cui faremo muro. Sono sicuro che non passerà».
E perché uno dovrebbe vergognarsi?
«Nei piccoli centri, dove ci si conosce tutti, magari un medico o un avvocato non hanno voglia di essere etichettati come elettori di centrosinistra. E poi c’è tanta gente che in passato ha votato Berlusconi e ora guarda a noi. Diciamo che non ci interessano? Io a Piacenza ho vinto due volte le elezioni, e tanti miei elettori non erano “fedeli” del centrosinistra».
E tuttavia ci vorrà qualche strumento per evitare l’inquinamento delle primarie. O no?
«Basta fare dei seggi che coprano un territorio piccolo. Quanto alle incursioni delle “truppe cammellate” del Pdl, più le primarie sono aperte e più questi fenomeni si diluiscono. Ripeto: la schedatura serve so-
lo ad allontanare tanta brava gente. Ai furbetti non frega nulla di finire in un elenco pubblicato on line».
Lei vuol dire che con la pubblicazione si avrebbero più voti inquinati?
«È logico, perché quanto più le primarie sono chiuse, tanto più scatta la tentazione di arruolare gente a caso, magari promettendo 10 euro o un favore. E non parlo solo del Sud, ma anche qui in Emilia...». Dunque bisogna rassegnarsi all’idea che voti anche gente che non è di centrosinistra? Renzi ha fatto addirittura un appello ai delusi di Berlusconi...
«Io sono contento se vengono alle nostre primarie, li portiamo via alla destra. E se li trattiamo bene poi si fidelizzano. Queste non sono primarie per scegliere il leader di partito, ma il candidato premier. Ed è giusto che vinca chi riesce a parlare a tutti i cittadini, non solo allo zoccolo duro del centrosinistra».
Negli Usa non funziona così. Lì i due recinti degli elettori sono molto chiari... «Lì c’è una tradizione diversa. E comunque, quei paletti non sono stati fissati per Prodi e per Veltroni. Perchè farlo oggi? Forse si vuole limitare la partecipazione solo agli amici? Mi viene da pensare male,
ma non credo che Bersani voglia questo...».
I candidati Pd si stanno moltiplicando... «Noi siamo d’accordo che per poter correre serva un numero adeguato di firme raccolte in tutto il Paese».
20mila firme raccolte in tutte le regioni?
«Si può fare, possibilmente firme raccolte tra tutti i cittadini, non solo tra gli iscritti Pd. Ma su questo non ci impicchiamo...». Fioroni e altri 30 parlamentari Pd chiedono che possa candidarsi solo chi ha programmi «compatibili» con quello del Pd. Non chi vuole il referendum sull’articolo 18, come Vendola...
«L’unico riferimento per tutti dev’essere la carta d’intenti. Il programma nel dettaglio sarà quello del candidato vincente. Altrimenti a cosa servono le primarie?». Gli undici segretari provinciali dell’Emilia Romagna si sono riuniti con il leader regionale Bonaccini per sostenere Bersani. Lei ha detto che è una cosa «alla Ceausescu». Perché?
«È ovvio che a titolo personale possono sostenere chi vogliono. Ma come segretari devono essere super partes, mettere la struttura del partito a disposizione di tutti. Possibile che non lo capiscano?».

Corriere 20.9.12
Se il confronto tv con il sindaco preoccupa i leader dei democratici
di Maria Teresa Meli


ROMA — Matteo Renzi lo aveva annunciato pubblicamente già il tre settembre scorso: «Chiederò un confronto televisivo a Pier Luigi Bersani». Ma il sindaco di Firenze non ha ricevuto nessuna risposta. Però il primo cittadino del capoluogo toscano non è tipo da demordere. E' convinto di vincere la sfida mediatica con il segretario del Partito democratico. Per questa ragione quando la campagna elettorale per le primarie entrerà nel vivo tornerà ad avanzare la sua richiesta. E con una certa insistenza, c'è da starne certi.
Ma per quanto Renzi sia un uomo tenace non gli sarà facile raggiungere questo obiettivo. Perché dall'altra parte rischia di trovare un muro di gomma. Infatti, almeno per il momento, Bersani non sembra affatto intenzionato a concedere al suo «avversario» il duello in tv. E lo ha dimostrato non più tardi di qualche giorno fa. Fabio Fazio, che riprende le sue trasmissioni in Rai, aveva pensato di «accaparrarsi» la tenzone in casa democratica e di mandare in onda il confronto tra il segretario e il sindaco. Bersani, però, ha fatto sapere di non essere disponibile. La motivazione ufficiale? Ci sono diversi candidati e non ha senso un dibattito a due che escluda gli altri. Ma nei corridoi di largo del Nazareno i maligni sostengono che in realtà il segretario abbia timore di affrontare il sindaco in diretta tv.
Il segretario, però, non è l'unico a voler evitare il confronto diretto con Renzi. Dopo il suo «no» è arrivato anche quello di Massimo D'Alema. Pure il presidente del Copasir che non sembrerebbe uomo da tirarsi indietro ha preferito soprassedere. Ma sembra che lo abbia fatto non per timore dello scontro televisivo con il sindaco che lo vuole rottamare, bensì per una questione di riguardo nei confronti del segretario, che aveva rifiutato. Adesso non è escluso che possano essere contattati altri esponenti del Partito democratico. Walter Veltroni, per esempio, che ha già avuto uno scontro con Renzi sul palco della festa del Pd di Firenze. Un duello in cui il primo cittadino del capoluogo toscano non ha risparmiato nessuna critica all'ex segretario. Un'altra possibile duellante potrebbe essere Rosy Bindi, una delle dirigenti dei «Democrat» che si è mostrata più dura nei confronti del sindaco di Firenze. Il quale, peraltro, qualche annetto fa mostrò la sua «verve» di rottamatore in televisione proprio con la presidente del Partito democratico, invitandola senza troppi complimenti o giri di parole, a farsi da parte.
Ma questo accadeva prima che Renzi decidesse di candidarsi alle primarie del Pd, o, meglio, prima che si sapesse che questa era la sua intenzione. All'epoca il sindaco non faceva paura a nessuno. Anzi veniva guardato quasi con una certa sufficienza. E su di lui i dirigenti del Partito democratico esprimevano giudizi sprezzanti. Adesso, invece, ai piani alti di largo del Nazareno si è diffuso un certo timore, benché gli uomini del segretario sostengano che negli ultimi due sondaggi riservati Bersani mantenga «una distanza di sicurezza» dal sindaco di Firenze. Ma non possono negare che il sindaco di Firenze sia in forte ascesa. Una rilevazione lo dà a meno 5 dal leader. Un'altra a meno 3. E pensare che quando aveva cominciato la sua avventura il primo cittadino del capoluogo toscano era sotto di 29 punti.
Un altro dato che preoccupa il gruppo dirigente è l'effetto Renzi sulle feste del Pd. Quando c'è lui c'è sempre il pienone. E c'è un modo semplice per verificarlo: gli incassi delle feste in quelle giornate sono sempre alti. In qualche caso maggiori di quelli registrati nei giorni in cui l'ospite d'onore è stato Bersani.
Un ulteriore segno del fermento provocato dalla candidatura del sindaco di Firenze è la decisione del segretario di accelerare i tempi della sua campagna per le primarie. Fino a una settimana fa dallo staff del leader del Partito democratico assicuravano che Bersani sarebbe sceso in campo verso metà ottobre. E invece è di ieri la notizia che il segretario presenterà già oggi la squadra che guiderà il suo comitato per le primarie. Lo farà alla casa delle Donne, a Roma. E lì Bersani intende lanciare questo messaggio: non è vero che Renzi è il rinnovamento e io sono il «vecchio». Perciò nella sua squadra ha inserito tre under 40: Roberto Speranza, 33 anni, segretario del Pd della Basilicata, Alessandra Moretti (39 anni), vice sindaco di Vicenza, e Tommaso Giuntella (28 anni), consigliere municipale di Roma.

l’Unità 20.9.12
Maurizio Landini: «Chiedo a Fim e Uilm assemblee unitarie in tutti gli stabilimenti»
L’unità si può ricostruire a partire dalla libertà sindacale che è un diritto costituzionale
Noi non abbiamo firmato né firmeremo mai
Cedere è stato un errore Ma ora guardiamo avanti
di Laura Matteucci


«Marchionne la sua l’ha sostanzialmente già detta. A questo punto è il governo che deve chiedergli conto degli impegni presi, degli investimenti annunciati, in un confronto che definisca anche le scelte strategiche del Paese su mobilità e trasporti. Siamo di fronte a una precisa questione: il settore dell’auto è strategico per l’Italia? Io credo proprio di sì, il governo chiarisca la sua posizione: perché il rischio concreto è che il nostro sistema industriale salti, il che significherebbe un crollo drammatico dell’occupazione ed anche la dispersione delle nostre competenze, con il conseguente arretramento del ruolo dell’Italia nel mondo e nel mercato globale». Parla il segretario della Fiom Cgil Maurizio Landini, alla vigilia dell’incontro tra Monti e Marchionne, «che dice mi auguro venga seguito anche da un confronto con tutte le organizzazioni sindacali».
In questo momento sarebbe essenziale ritrovare un fronte sindacale unito: lo chiede Camusso, si dice d’accordo Bonanni. Lei come risponde?
«Rispondo con un fatto: la Fiom ha già chiesto a Fim e Uilm di convocare assemblee unitarie in ogni stabilimento Fiat, perché qui tutti stanno discutendo del futuro del gruppo tranne i lavoratori. L’unità si può ricostruire a partire dalla libertà sindacale, che è un diritto costituzionale dei lavoratori. La Fiom non ha mai firmato, e non lo farà mai, accordi che escludano altre organizzazioni, e credo che questa sia la base di partenza per tutti. Aver ceduto a Fiat su questo punto è stato un errore, ma adesso è il momento di guardare avanti: abbiamo avanzato delle proposte per uscire da questa fase, siamo in attesa di risposte. Comunque anche questo è un tema sul quale io credo il governo debba chiedere conto a Marchionne».
Il tema della libertà sindacale?
«Certo. Deve chiarirgli la necessità che le leggi vengano rispettate, e che la violazione dei principi sindacali sanciti anche dalla Costituzione non può che essere condannata, come già accaduto. In tutto il gruppo alla Fiom viene negata la possibilità di fare normale attività sindacale, e questo non è ammissibile».
In un passaggio dell’intervista a Repubblica, Marchionne ha proprio citato le oltre 70 cause della Fiom come uno dei motivi per la mancata realizzazione di Fabbrica Italia.
«È un problema facilmente risolvibile: basta garantire a tutti i lavoratori il diritto a scegliersi il proprio sindacato. Ripristinare una libertà peraltro regolata attraverso leggi che, ripeto, il governo ha il compito di far rispettare».
Il punto cruciale è che ogni investimento è rinviato (almeno) al 2014.
«Già nel 2009 Marchionne aveva rinviato gli investimenti al 2012, e si vede che cos’è accaduto in termini di perdita di quote di mercato. Succede in qualsiasi azienda: senza investimenti, alla lunga la quota si erode e in ultima analisi si è fuori dal mercato. Tra l’altro, Fiat non investe in Italia, ma lo fa invece in Usa, Brasile, piuttosto che in Serbia e in Polonia. Attenzione, perché questo degli investimenti mancati è un problema che riguarda l’intero sistema industriale, dall’Ilva all’Alcoa a Finmeccanica a Fincantieri. Senza, dalla crisi non si esce». L’ad sostiene che con modelli nuovi avrebbe perso più che guadagnato.
«Gli altri produttori europei sono usciti con modelli nuovi e perdono meno di Fiat. In Italia non esiste sovrapproduzione, è che gli italiani comprano da altre case. I dipendenti sono tutti in cig per questo, perché non esistono modelli su cui lavorare. Però esistono le competenze per costruire le auto: a Torino sono 110 anni che si producono auto, Marchionne o non Marchionne. Oltre al fatto che c’è un moderno centro di ricerca e innovazione, ormai sottoutilizzato anch’esso. Allora: io non sono affatto favorevole a che Fiat se ne vada, ma di sicuro questo saper fare non si può disperdere in Usa o chissà dove. Piuttosto, si favorisca l’arrivo anche di altri produttori, in un’idea di sana competizione peraltro diffusa in molti Paesi. Ricordo che Volkswagen ha già acquistato i marchi Ducati e Lamborghini, e che da questa operazione è nata maggiore occupazione. Certo, si tratta di fare degli accordi, sempre sulla base di strategie industriali che il governo dovrebbe indicare. Il che significa anche favorire fiscalmente le aziende che innovano, che investono, che evitano licenziamenti attraverso i contratti di solidarietà».
Marchionne ovviamente è il primo a sapere quello che fanno i suoi concorrenti: allora, perché dichiarazioni così difensive? Che cosa pensa abbia in mente, abbandonare progressivamente l’Italia punto e basta?
«Credo che alla base delle sue strategie ci sia stato un errore di valutazione dell’andamento del mercato. Il punto è che l’Europa resta il mercato più avanzato, e il punto nevralgico per un gruppo che si voglia davvero dire globale. Ritrarsi per concentrarsi solo su Brasile e Usa non è strategico».

l’Unità 20.9.12
Polverini, la vera foto di un fallimento
di Pietro Spataro


SEMBRANO LE FOTO DI SCENA DI UN FILM SBOCCACCIATO DEGLI ANNI NOVANTA. Mancano Boldi e De Sica, ma ci sono tante cortigiane intente a intrattenere quel che rimane di una Magna Grecia in disfacimento. In mezzo, lei: Renata Polverini, la presidente di ferro travolta dall’insolito destino di essere la copertura di una banda di imbroglioni con il Suv nuovo di zecca e la villa nel bosco. Non c’era di peggio che potesse segnare la parabola di una donna che ha costruito la sua carriera politica con abilità e che sull’onda delle sue innumerevoli apparizioni tv si era conquistata il primo posto. Ma non sono quelle foto, così pacchiane e ridicole, il vero fallimento della presidente della Regione Lazio.
In poco meno di trenta mesi, da quel 30 marzo del 2010 quando fu eletta battendo Emma Bonino, è riuscita infatti a distruggere l’immagine della Regione che governa per altri motivi ben più gravi: è stata il motore di un sistema di governo che ha accumulato passivi su passivi di bilancio, ha disarticolato la struttura sanitaria aumentando notevolmente la spesa e riducendo i servizi ai cittadini, ha ridotto gli uffici della Regione a una specie di bancomat dal quale prelevare i soldi per usi e consumi privati.
Dentro questa voragine immorale che sta risucchiando impresentabili personaggi del Pdl a cominciare da quel Franco Fiorito detto Batman che oggi si definisce con orgoglio «er federale de Anagni» ci è finita anche lei che ha coperto, con la sua responsabilità politica, un degrado che fa paura. E che anzi ha favorito. Moltiplicando le commissioni consiliari, e di conseguenza gli staff, le segreterie, i consulenti e le auto blu. Consentendo la nascita di innumerevoli gruppi politici composti da una sola persona, con il seguito di assistenti e l’aggiunta di benefit e privilegi. Nominando quattordici assessori esterni (cioè mai eletti) ai quali ha garantito un vitalizio ciascuno che costerà ai contribuenti un milione di euro l’anno per trent’anni. Assumendo addirittura un fotografo personale che ha uno stipendio di 75mila euro.
In questo grande circo della mediocrità Renata Polverini ha permesso senza muovere un dito che venisse fatta a pezzi la funzione fondamentale delle istituzioni e quindi della politica: lavorare per l’interesse generale e non per gli affari privati, occuparsi dei problemi dei cittadini e non degli appetiti del clan di fedelissimi, pensare ai bisognosi e non a chi ha il bisogno irrefrenabile di privilegi da esibire. È diventata così, con i suoi silenzi durati troppo a lungo, l’emblema del disfacimento di un modo malato di intendere la politica che va annientato al più presto. Per tutto questo la Polverini, a suo tempo sindacalista tenace e anche coraggiosa nel mettersi in gioco, oggi cade miseramente.
«Con me caschi male, so’ della strada», disse un giorno con tono di sfida a chi la contestava durante un comizio ai Castelli Romani. Il problema però è che partendo dalla strada in cui è cresciuta è finita nel vicolo buio dove s’aggirano briganti e falsari. Poteva anche salvarsi, dimettendosi subito con il coraggio di chi sa rischiare tutto. Non l’ha fatto. Oggi per lei è troppo tardi. Oggi bisogna fare di tutto per salvare un’istituzione che rischia di essere travolta dal fango.

il Fatto 20.9.12
L’ex signora gnè gnè da Ballarò ai “vaffa”
Breve storia politica e oratoria dell’ex Ugl
di Antonello Caporale


Renata Polverini nacque a Ballarò un martedì sera di pochi anni fa e lì risiedette per circa 19 puntate, quasi consecutive. Era piaciuta subito al conduttore Giovanni Floris per la capacità di assumere nel dibattito la postura della signora gnè-gnè: gnè con quello e gnè con quell'altro. Pur essendo di destra infatti, e pur essendo sindacalista, Renata Polverini rifiutava gli opposti e si rifugiava al centro del problema: “Guardiamo al problema seriamente e serenamente” diceva. Serenamente affrontava la discussione e serenamente dava ragione a quello e pure a quell'altro, e un poco però la negava anche. Pur essendo segretaria del sindacato Ugl, l'Unione generale dei lavoratori figlia della più rocciosa Cisnal, categoria di simpatizzanti del Ventennio. Renata era donna innanzitutto, e garantiva una voce non ideologica. E poi aveva il pregio di possedere piccole opinioni su ogni grande questione. E si faceva trovare sempre in mezzo, gnè con te e gnè con te, a al centro del centro della tavola rotonda televisiva.
LA SUA NOTORIETÀ avanzò impetuosa e condusse alla curiosità altri colleghi della Rai. Milena Gabanelli, titolare di Report, iniziò a fare i conti in tasca alla sindacalista. Sindacalista di che? In effetti a Report notarono una lieve discrasia tra gli iscritti denunciati e quelli accertati. 66mila pensionati accertati contro i 558mila dichiarati. E 44mila dipendenti pubblici contro i 171mila dichiarati. Come sapete i sindacati hanno un grande bisogno di tesserati. Più ne hanno e più potere conquistano. Renata pur essendo diplomata ragioniera e quindi sapendo benissimo far di conto, non volle replicare: “Sono cose che non posso rivelare” disse al primo giornalista che chiese lumi.
Al secondo spiegò (14 gennaio 2010): “I numeri di tutti gli altri sindacati sarebbero veri e i nostri no?”.
Anche qui confermò la filosofia gnè-gnè: non ammise come falsi quei dati, ma non li asseverò come veri. Si tenne a galla nel mezzo, area in cui la verità può anche ritenersi sospesa e la realtà tingersi di grigio. Né bianca e né nera.
Una signora benpensante ed educata. Anche sorridente. Anche ben vestita. Una donna gradevole. Piacque perciò a Silvio Berlusconi che approvò la candidatura alle regionali e la benedisse. L'imposizione della spada della libertà avvenne in una non memorabile giornata romana, a palazzo Grazioli. Non ci fu molto pathos, ma comunque Renata incassò la scelta: lei contro Emma Bonino.
Non era una passeggiata, ma la donna, abituata alle marce e ai comizi, diede presto prova di essere una grande combattente e non perse un giro, una piazza, un incontro.
Attraversò teatrini e pizzerie, viaggiò in Ciociaria e nel Viterbese.
INCONTRÒ volti belli e anche brutti. E abbracciò pure la pancia di Fiorito, oggi noto come er Batman, ma ieri solo sindacone di Anagni, re della porchetta e dei santini elettorali. La competizione elettorale fu incandescente e benché a corto di Pdl (simbolo perduto nel collegio di Roma) riuscì, anche grazie alla forza berlusconiana, a vincere.
Donna di popolo, tracannò una birra in bottiglia per gustare il sapore fresco nel giorno della avventurosa vittoria. Quella bevuta consegnò ai fotografi l'altra metà della Polverini. Al sereno della tv contrappose, infatti, presto una capacità oratoria e anche una flessibilità linguistica notevoli. Diede prova di questa sua inclinazione nello storico discorso – detto della “zecca” – di Genzano (anno 2011, 26 maggio). Chiamata al palco e vistasi oggetto di un temerario attacco verbale di isolati contestatori ambientalisti, (sicuramente noti sia alle forze dell'ordine che al circuito estremo dei facinorosi comunisti laziali) replicò connettendosi lessicalmente a quel mondo di esclusi: “Me faccio mette paura da una zecca come te? Si mi ascoltate bene, sennò fate come cazzo ve pare”. La folla la osannò, e il comizio si chiuse in un miracolo di abbracci circolari. Finalmente una donna con le palle! “E che cazzo”, aveva anche detto al microfono.
Era proprio forte Renata. Ma la sua figura riuscì presto ad alternare i toni diretti e maschi ad altri più affettuosi e miti. Quando il Popolo della libertà dovette recuperare un rapporto con la Lega di Bossi, e Roma ladrona con gli irredentisti di Gemonio, fu convocata insieme ad Alemanno, sindaco della città eterna, a piazza Montecitorio al cospetto del senatùr. Renata scelse tra mille parole un gesto simbolico per suggellare la distensione: impugnò una forchetta la mise a caccia di gustosi rigatoni all'amatriciana e la cacciò in bocca all'Umberto, come una sorella farebbe col congiunto in difficoltà.
Era ottima l'amatriciana, perché il leader padano mangiò tutti i rigatoni e poi una piccola colonna di sugo, scivolata dalla bocca, si distese sulla camicia. Tocco di rosso di sfondo verde: magma impressionista. Con quel gesto Re-nata aveva riconquistato la Lega alla causa di Roma.
Abbiamo detto di lei che è forte quando è il caso, e pure decisa, intransigente. Così, durante una drammatica seduta del piano casa, disse ai consiglieri regionali riuniti: “Siete al servizio di Berlusconi, siete berlusconiani! ”.
Lei no, era gnè-gnè.
Infatti la sporcizia di queste ultime ore, festini e ostriche (e altro) l'ha vista stupìta e addolorata. Di bianco vestita si è presentata in consiglio regionale dichiarando la sua personale vergogna e ponendo l'aut aut: o tagliamo le prebende oppure addio, mi dimetto. Forse si dimette veramente. Ma la sua carriera non è finita: la aspettano all'Udc, il partito gnè-gnè per eccellenza.

il Fatto 20.9.12
Conti laziali
Spese Polverini: 3 milioni solo per la comunicazione
di Davide Vecchi


Renata Polverini è talmente indignata per gli sprechi di Fiorito e amici del Pdl che si dimentica dei suoi. Solo per la comunicazione istituzionale della giunta, la Regione ha sborsato 3 milioni 200mila euro da aprile 2011. Nel tentativo, rivelatosi vano, di mostrarsi amministratrice oculata, ha trascorso gli ultimi giorni a sparare contro il “vergognoso uso improprio di soldi pubblici” da parte dell'ex capogruppo regionale Pdl (e consiglieri), arrivando ad autoincensarsi.
IN UN IMPETO d'indignazione sfociato in anticastismo ha rivelato in collegamento con Bruno Vespa: “Dottore io so cosa vuol dire vivere con 900 euro al mese, io mangio alla mensa, risparmio; da quando sono in Regione abbiamo tagliato tutto il possibile”. E ancora: “Vanno cacciati i mercanti dal tempio del Pdl”. A partire da Fiorito, garantisce. Ma certo, se la cacciata dal tempio ricadrà su tutti i responsabili di presunti sprechi, anche Polverini dovrebbe cominciare a fare i bagagli. Anche perché spesso le campagne di comunicazione (anche politica) pagate con i soldi della Regione si sono rivelate assolutamente inutili. Come è accaduto per la discarica di Malagrotta. Per annunciare che sarebbe stata chiusa, Polverini ha speso 500mila euro. Era il 2011. La discarica è ancora lì.
La comunicazione è importante. Soprattutto quella televisiva, in cui Polverini investe molto. La Regione versa 1.600 euro per ogni puntata di “ahò e de che”. Mentre 41mila euro escono dalle casse della Pisana per pagare 25 puntate sulla tv romana Rete Oro per appena due mesi: novembre e dicembre 2011. La spesa aumenta nel corso del 2012. I “contratti con mezzi di informazione” passano dai sette del 2011 agli 11 del 2012 e garantiti anche per il 2013 con un aumento complessivo di 500mila euro. Piovono abbonamenti alle agenzie di stampa. Tutte, comprese quelle locali che, ovviamente, forniscono la garanzia di pubblicare i comunicati stampa ufficiali, garantiscono la copertura fotografica degli eventi e, alcuni, addirittura video istituzionali. Adnkronos, Ansa, Agi, Ediroma, Nove Colonne, Asca, Dire, Tm News. E le tv. Nel maggio 2012 Polverini sigla un contratto con la Come comunicazione per la trasmissione del notiziario Politico Parlamentare. Ma la vera preoccupazione per Polverini è la comunicazione sociale. Per il piano rifiuti con affissioni, pubblicità e spot radiofonici, per luglio-agosto 2011 la Regione paga 502.132,68 euro. Per la campagna Prevenzione donna tra il 19 dicembre 2011 e il primo gennaio 2012 dai conti della Pisana escono 136,848,58 euro. Campagne (e spese) che si ripetono periodicamente.
IL NUOVO PIANO casa della Regione è diffuso per due volte a un costo di 42 e 53 mila euro. La campagna raccolta differenziata? 66mila euro. Estate Sicura 78mila euro nel 2011 e altri 88mila l'anno successivo. Per pubblicizzare le attività della Regione guidata da lei, Renata Polverini, che ha messo a disposizione faccia e voce per manifesti e interviste. Na' faticaccia. La Pisana versa 90mi-la euro al portale diregiovani.it   per “video interviste periodiche”. Sul sito non c'è traccia dell'esistenza di Fiorito “er Batman”, ma è ben in mostra l'assegnazione del premio “un amico presidente” a Polverini. L'indignata.

Corriere 20.9.12
Se la minaccia delle dimissioni diventa una inutile sceneggiata
di Sergio Rizzo

C'è da chiedersi se ciò a cui i cittadini italiani stanno assistendo ormai da giorni sia una cosa seria o la solita sceneggiata. Dopo aver fatto sapere di essere pronta a dimettersi, Renata Polverini si presenta nel consiglio regionale del Lazio mostrando i denti. Formula una minaccia spaventosa: «Andiamo tutti a casa, oggi».
A quel punto ti aspetti di veder rotolare qualche testa. Almeno quella di qualche responsabile delle ruberie dei soldi pubblici ai gruppi politici regionali. Niente. Passa la linea che si prosciuga il fondo dal quale si rubava e si tira la cinghia di qua e di là. Tutti contenti di essere ancora tutti interi e si va davvero a casa, ma per cena. Il giorno dopo bisognerebbe cominciare a maneggiare le forbici. Invece nemmeno quello: qualcuno si dev'essere fatto i conti di quanto ci rimetterebbe e parte una indecente melina per salvare il salvabile.
La governatrice è fuori di sé. Lancia l'anatema: «Nel Pdl ci sono troppe mele marce». E ricomincia il tormentone delle dimissioni. Non le ha date il presidente del consiglio regionale, non le ha date il capogruppo del partito, non le ha date nemmeno il monumentale Franco Fiorito, quello dei 109 bonifici a se stesso con i soldi nostri, allora le darà lei. Per dimostrare di essere proprio determinata, va dal ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri. Le agenzie riportano che ha chiesto quando si può tornare a votare. Gira voce che gli assessori siano già in lutto, avendo avuto la comunicazione che la giunta è caduta. Gira voce che per prendere ispirazione Renata Polverini abbia chiesto di leggere la lettera di dimissioni di Piero Marrazzo. Gira voce di una conferenza stampa alle 18, poi alle 18,30, poi più niente. Arrivano le smentite: sono tutte voci, solo voci.
La governatrice viene data in partenza per Palazzo Grazioli, dov'è in programma il confronto risolutivo con l'azionista di maggioranza, Silvio Berlusconi. Vertice in serata, riferiscono le agenzie. Ci risiamo: il solito stucchevole teatrino della politica mentre la Regione affonda nel fango. E avevano giurato che non l'avremmo più visto. Questa proprio non è una cosa seria. Le dimissioni sono una cosa seria. Soltanto le dimissioni: ma quelle vere.

il Fatto 20.9.12
L’intervista. Esterino Montino (capogruppo Pd)
“Non rubiamo, i costi crescono”
di Caterina Perniconi


Si chiama “Sassi Bruni”. 10% Cabernet Sauvignon, 10%, Cabernet Franc, 20% Merlot e il resto Sangiovese. Un classico vino della Maremma con un produttore molto particolare: il capogruppo Pd della Regione Lazio, Esterino Montino.
Ma non è che quei 4.500 euro spesi dal gruppo all’enoteca Tu-scia erano per comprare il vino della sua CapalBIOfattoria?
Ma secondo lei sono matto?
Non sono una psichiatra. Quindi?
Denuncio chiunque dica una cosa del genere. Quell’enoteca non la conosco, è a Civita Castellana e il mio vino non viene commerciato a Viterbo.
Ha detto che era per i bambini bisognosi. Ma da quando i minorenni bevono vino?
Erano i regali di Natale per le famiglie dei bambini in difficoltà, organizzati da Giuseppe Parroncini.
(Poco dopo l’intervista abbiamo contattato l’enoteca Tuscia che ha confermato di non conoscere il “Sassi Bruni” e che a ordinare i cesti natalizi, con prodotti alimentari oltre al vino, era stato Parroncini, cliente abituale, anche in caso di convegni. Non hanno saputo però dire a chi fossero diretti i pacchi, perché loro non li hanno consegnati).
Ha mai usato il suo vino per i convegni del Pd?
Io il mio vino aiconsiglieri lo regalo. Produco 70, 80mila bottiglie l’anno, mio figlio è lì dalla mattina alla sera, mica sono scemo. É tutto trasparente, anche i finanziamenti che abbiamo avuto dalla Regione Toscana. Lì è un’altra musica.
Ma nel Lazio la musica l’ha suonata anche lei. L’attuale assessore al bilancio, Stefano Cetica, dice che con loro i finanziamenti sono cresciuti del 27%, con voi del 68%.
Menzogne. Ora sono 103 milioni di euro l’anno, contro gli 86 del 2010.
E quando siete arrivati voi quanti erano?
69 milioni.
17 milioni di euro in 4 anni, mica poco.
I costi crescono: personale, utenze, ristrutturazioni.
Ma è vero, come sostiene Alessandra Mussolini, che Piero Marrazzo ha allentato i controlli?
La norma sui bilanci risale al 1980, Marrazzo non l’ha toccata affatto.
Magari doveva farlo, in senso restrittivo.
Si tratta per lo più spese di funzionamento, mica possiamo sempre pensare che la gente rubi i soldi pubblici.
Gli esempi non mancano. Ma perché non fate le barricate contro la Polverini?
Abbiamo fatto tutto il possibile, l’abbiamo smascherata con le sue spese, fatto conferenze stampa, ci siamo dimessi dalle commissioni.
Sembrate attendisti. Aspettate che si dimetta da sola?
Dubito lo faccia, a meno che non abbia altre certezze. Noi ora dobbiamo approvare i tagli poi, non dubiti, arriverà anche la sfiducia.

il Fatto 20.9.12
Favori tra potenti. Ecco perché il Pdl non vuole la legge
Il “traffico d’influenze” blocca il Ddl corruzione
di Bruno Tinti


Tutti ricordano la storia di Mancino (imputato per falsa testimonianza nel processo trattativa Stato-mafia), delle telefonate ai suoi amici e di come questi si sono attivati. D’Ambrosio, uomo di fiducia di Napolitano, che gli garantisce che il Presidente “ha preso a cuore la questione”. Esposito, Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, che si dichiara “a disposizione” e dice di aver acquisito gli atti dei processi, che li studierà e gli “farà sapere”. Marra, segretario della Presidenza della Repubblica, che invia una missiva a Esposito in cui spiega che il Presidente intende “dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini”. Ciani, altro Procuratore generale, che ordina a Grasso, Procuratore nazionale antimafia, di verificare se c’è stato mancato coordinamento tra le procure che si occupano delle indagini in cui è coinvolto Mancino e di fornire loro indirizzi investigativi (Grasso risponderà che il coordinamento c’è e che fornire indirizzi investigativi non è previsto dalla legge). Tutti ricordano soprattutto le telefonate tra Mancino e Napolitano su cui il Presidente della Repubblica ha innescato un disastroso conflitto istituzionale. Ebbene questa fattispecie, come si dice in giuridichese, potrebbe essere il prototipo del nuovo reato chiamato “traffico di influenze”.
PIÙ O MENO la nuova norma dovrebbe essere questa: chiunque, avvalendosi di relazioni esistenti con un pubblico ufficiale, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione, ovvero per remunerare il pubblico ufficiale, è punito con la reclusione da uno a tre anni. La stessa pena si applica a chi indebitamente da o promette denaro o altro vantaggio patrimoniale. La pena è aumentata se il soggetto che indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale riveste la qualifica di pubblico ufficiale”.
Veramente, nel testo originario non si parlava di “vantaggio patrimoniale” ma, del tutto ragionevolmente, di “altra utilità”, che corrisponde esattamente alla pratica quotidiana. Non è il denaro che gira ma i favori: oggi io aiuto te e domani tu aiuti me. Ma il Pdl è già riuscito nell’intento di ridurre di molto l’ambito di applicazione della nuova norma. E ancora non gli basta. Prima di tutto perché si tratta di un reato che riguarda i potenti. Raccomandarsi all’amico salumiere, di cui si è anche cliente, perché dia un salame di ottima qualità a una cara amica, facendogli capire che, se lo fa, continuerò a frequentare il suo negozio, ovviamente non integra questo reato. E quindi si capisce bene perché i politici e B&C in particolare, non ne vogliono sentir parlare: il traffico di influenze è la loro pratica quotidiana. E si capisce anche bene perché il testo originario conteneva una parola chiave: “utilità” e non parlava di vantaggio patrimoniale. Se ci rifacciamo alla vicenda Mancino-Napolitano presa ad esempio, è ovvio che nessuno dei personaggi che sono intervenuti o hanno promesso di intervenire è stato compensato o ha ricevuto la promessa esplicita di essere compensato con denaro. In questi casi, si è (appunto) “a disposizione”: oggi io sono a tua disposizione ma è chiaro, perché implicito nel rapporto tra potenti, che domani lo sarai tu. Ed è a questo atteggiamento che si riferiscono le parole “altra utilità”. Insomma, per semplificare – magari un po’ troppo – si tratta di favori tra potenti chiesti ed elargiti nella consapevolezza che, in futuro, quando e se sarà necessario (ma l’occasione arriva sempre) il favore sarà ricambiato.
TUTTO CHIARO? No, perché manca la cosa più importante: deve trattarsi di richieste e di favori illeciti, non dovuti. E qui sta il nocciolo del problema. Torniamo alla vicenda Mancino-Napolitano. Mancino dice a D’Ambrosio e (probabilmente a Napolitano) di essere vittima di un grave errore giudiziario e di essere perseguitato da Pm faziosi e incapaci. Non sa a chi rivolgersi e chiede aiuto a vecchi amici che ritiene abbiano il potere di intervenire: Napolitano è pur sempre il presidente del Csm; e il Csm ha poteri disciplinari sui magistrati. Nella stessa ottica telefona a un suo vecchio amico, Esposito (lo chiama “guagliò”) ; e questi, convinto che rientri nei suoi poteri sorvegliare che i magistrati delle Procure non facciano cose non dovute e/o sbagliate (va bene, per capirci, non facciano cazzate) promette di verificare, attivarsi, etc. Napolitano e Ciani, a loro volta convinti di adempiere a un dovere, si attivano allo stesso scopo. Insomma, tutto in buona fede. Traffico di influenze? Ovviamente no, anzi sensibilità istituzionale e adempimento di doveri.
Chi deve giudicare se i guagliò si mettono a disposizione per favorire illecitamente i loro potenti amici o se si adoperano nell’interesse della giustizia? Naturalmente, la magistratura. E così avviene nel resto d’Europa dove il traffico di influenze è considerato, da anni, reato. Il problema è che i politici italiani, prima di affidare ai giudici la decisione se i ginecologi Udeur erano raccomandati perché bravi come loro non ce n’era nessuno o perché erano amici della signora Mastella, faranno harakiri in diretta. E avrebbero anche ragione perché, senza traffico di influenze, resterebbero disoccupati.

Corriere 20.9.12
Un partito in frantumi
Assenza di politica e famelico dilettantismo ecco come si sgretola un partito
di Massimo Franco


Sarebbe azzardato sostenere che il collasso del centrodestra laziale anticipi, in miniatura, la crisi del Pdl nazionale
Per quanto riguarda la giunta di Renata Polverini, la sorpresa semmai è che non sia implosa prima: esprime una classe dirigente che non è mai apparsa tale per l'incapacità, se non il rifiuto, dei partiti di trovare persone competenti. Per il movimento di Silvio Berlusconi la situazione è diversa. Le tensioni affondano nella perdita di identità e di leadership dell'ex premier, che irradia disorientamento e incertezza sull'intera ex maggioranza. Le stesse voci, magari gonfiate in modo strumentale, di una scissione tra i «puri» di Forza Italia e la componente di An, sono il sintomo di una diaspora latente.
L'impressione è che Berlusconi voglia tentare di arginare lo spettacolo indegno offerto dai politici della regione Lazio. Il vertice convocato ieri sera nella sua abitazione romana sa di manovra in extremis per evitare che l'immagine sfigurata del Pdl locale contagi l'intero partito a pochi mesi dalle elezioni politiche. L'ombra inevitabile di un'inchiesta della magistratura contribuisce a drammatizzare uno sfondo nel quale sarebbe difficile, questa volta, evocare il fantasma della «giustizia a orologeria». Eppure, sarà acrobatico scindere e distinguere le responsabilità politiche; e riuscire ad accreditare una pulizia interna tale da cancellare o solo bilanciare quanto sta venendo fuori.
Anche perché si affianca alle inchieste giudiziarie che frugano nel sottobosco della regione Lombardia, cuore storico del potere berlusconiano. E promette di preparare la riconquista del Campidoglio e della Regione da parte del centrosinistra, di qui alla primavera prossima. Per questo lo scandalo potrebbe tradursi in ulteriori spinte centrifughe: si inserisce in una fase di enorme sofferenza del Pdl. Non soltanto, però, tra berlusconiani «puri e duri» ed «ex fascisti», come alcuni settori del centrodestra hanno ricominciato a chiamare gli ex di An. Lo scontro attraversa lo stesso Pdl semi-orfano della guida del Cavaliere, e la stessa An orfana di Gianfranco Fini. Dilata il disaccordo sulla sesta candidatura di Berlusconi a palazzo Chigi e sull'atteggiamento da tenere nei confronti del governo di Mario Monti.
Ma finisce per toccare anche i rapporti con gli ex alleati della Lega e con l'Europa. E riconduce a una domanda sul futuro tuttora in sospeso: quale «male minore» perseguire di qui a un voto che si preannuncia sempre più incerto e nel segno di una probabile sconfitta. L'ipotesi di serrare le fila, facendo volare qualche straccio, è intrigante quanto problematica. Non perché il Pdl non ci pensi, ma perché sarà difficile metterla in pratica. L'atteggiamento della nomenklatura coinvolta è quello di chi ha avuto un breve quanto intenso tirocinio su come funziona il sottopotere. E si prepara a usarlo non per ammettere le proprie responsabilità ma per additare complici: come minimo in termini politici.
E probabilmente senza salvare nessuno, a cominciare dalla Polverini. L'epilogo delle dimissioni, che pure sarebbe positivo e forse diventerà inevitabile, aprirebbe un altro buco nero nel centrodestra. Berlusconi vuole evitarle, per prevenire un «effetto domino», ma la governatrice traccheggia, tutta intenta a calcolare le conseguenze di ogni sua mossa. Vuole apparire diversa dai suoi sodali; ed è preoccupata per il suo futuro politico. Ma, ci sia o no un suo passo indietro, si conferma l'esistenza di un sistema di potere postumo di se stesso. È il segno che l'immobilismo scelto come tattica da Berlusconi per tenere insieme l'esercito (e l'elettorato) rimasto fedele al suo mito logoro di vincente non basta. Il blocco si sgretola dall'interno, corroso non dagli scandali ma dal difetto di politica e dall'eccesso di famelico dilettantismo: il malaffare sembra essere solo il prodotto finale, quasi il destino di quel peccato originale.
Può darsi che di fronte al disastro prevalga ancora la logica del bunker, perché nessuno ha la forza e il coraggio per divincolarsi. In questo caso, si assisterà alla sopravvivenza sempre più precaria e malinconica di equilibri, alleanze e leader che appartengono a un'altra era geologica; e alla crescita di finti anticorpi e antidoti, che in realtà sono parte della crisi e non la sua soluzione.

l’Unità 20.9.12
Gli strani «tecnici» del ministro Ornaghi
di Vittorio Emiliani


SE POSSEDESTE UN CASTELLO O UN QUADRO ANTICO, PER RESTAURARLO, INTERPELLERESTE UNO PSICOLOGO ESPERTO IN MARKETING O MAGARI UN POLITOLOGO? In entrambi i casi i vostri congiunti telefonerebbero allarmati al medico di fiducia e, nel caso insisteste, al 113. È invece proprio quello che accadrà al patrimonio storico-artistico-paesaggistico della Nazione (art. 9 della Costituzione) dopo le nomine effettuate dal ministro «competente» Lorenzo Ornaghi per il Consiglio Superiore: come «vice» esecutivo, un filosofo del diritto, Francesco De Sanctis (prima di lui, Salvatore Settis e Andrea Carandini), quali consiglieri, una docente di Scienze Politiche (Gloria Pirzio Ammassari), uno storico contemporaneo (Enrico Decleva, Rettore della Statale a Milano, dove Ornaghi lo è della Cattolica), il preside della facoltà di Psicologia, e dàgli, della Cattolica (Albino Claudio Bosio) e finalmente uno storico dell’arte, Antonio Paolucci, peraltro direttore dei Musei Vaticani e quindi dipendente di quello Stato. Col che il tasso di «pietas religiosa» (almeno quello) è alto e garantito.
Del resto, dal CdA del Teatro alla Scala il medesimo Ornaghi aveva lasciato fuori, fra vibrate proteste, un esperto di musica e di bilanci, Francesco Micheli, per infilarci il suo segretario. Viva la meritocrazia. Nel Devoto-Oli «tecnico» vuol dire «persona esperta e competente nella parte pratica e strumentale di un’arte, scienza o disciplina». Nella già desolata landa dei beni culturali, con l’arrivo dell’Ornaghi, di tennico (come dicono a Milano) non c’è più nemmeno l’ombra. Insomma, da rimpiangere Galan e Bondi. Un vero incubo.
Pochi giorni fa l’accetta della spending review è calata sui comitati tecnico-scientifici dei Ministeri e quindi su quelli del MiBAC: eliminati gli esperti, i detentori di saperi tecnici effettivi, incaricati di istruire, nell’interesse generale, pratiche complesse da esaminare poi in Consiglio Superiore. Decisione tanto meccanica quanto imbecille che ha tirato giù un altro pezzo del Ministero che Spadolini aveva pensato «diverso», composto da tecnici. Un organo che, pur consultivo, faceva da contrappeso alla burocrazia calcificatasi, specie negli ultimi anni, al Collegio Romano. Oltre tutto, organismo poco costoso. Non si sarebbe risparmiato di più eliminando la quanto mai discussa Direzione Generale per la Valorizzazione creata per Mario Resca traslocato all’Acqua Marcia antica e pia e cominciare così a ridurre le 9 (con la Segretaria generale) Direzioni generali centrali? Sì, ma Ornaghi vi ha nominato una laureata in pedagogia che di marketing deve saperne moltissimo, con l’alto stipendio, pensiamo, di Resca (più il costo della sua struttura). Non si sarebbe risparmiato di più riportando (per adesso) a ruoli di mero coordinamento le Direzioni generali regionali che hanno elevato a 26 il totale delle Direzioni generali di un Ministero che anni fa ne aveva soltanto 4?
Con la sparizione dei Comitati tecnici di settore, con un Consiglio Superiore composto di psicologi, politologi, storici contemporanei, ecc. e, diciamolo, con un ministro che non ne azzecca mezza, prevarrà la burocrazia centrale, spesso collocata lì per ragioni «politiche», estranee al merito, dove da anni non figura uno storico dell’arte. Una imbalsamazione burosaurica. Bondi è stato il demolitore del Ministero? Ornaghi ne sarà il necroforo. Così ci togliamo pure il pensiero dell’arte. Se ne occuperanno i privati. Come a Brera. «Disgraceful and disastrous», vergognoso e disastroso, ha commentato una famosa storica dell’arte inglese.
Chi può darle torto?

La Stampa 20.9.12
“Ecco quanto ci costerà far soffrire i bambini”
A Padova la lezione di Berry Brazelton, uno dei pediatri più celebri al mondo
Ogni dollaro investito per un bambino nel primo anno di vita ne frutta 17 risparmiati sulle patologie dell’adulto
Per una ricerca inglese curare nell’adolescenza consentirebbe di avere il 33% in meno di casi di schizofrenia
di Sara Ricotta Voza


Effetti a catena «I problemi affettivi sperimentati nell’infanzia si ripercuotono nella vita da adulti» Prevenzione «Può trasformare il sistema sanitario mantenendo le persone in salute e riducendo anche le spese»
La sofferenza di un bambino ha sempre un prezzo. Che paga e pagherà lui per primo nella vita, ma che pagheremo anche noi tutti insieme come società. E non sarà un prezzo da poco. Finora non si è sentito il bisogno di quantificare questi danni collaterali che un sistema in crescita forse pensava di potersi permettere. Oggi che la crisi impone tagli e spending review in ambiti delicati come scuola e sanità, forse è arrivato il momento di andare a vedere a quanto ammonterebbe la spesa e su chi graverà. Il primo a togliersi dall’imbarazzo di mettere un cartellino del prezzo a tutto questo è Berry Brazelton, un signore di 94 anni che ha ricevuto da poco dalla Casa Bianca l’onorificenza di «Champion of Change». Pediatra con 60 anni di esperienza, docente alla Harvard Medical School e consulente di Barack Obama, nel discorso di ringraziamento al presidente ha citato studi econometrici che dicono che «ogni dollaro speso per curare i disturbi nel primo anno di vita dei bambini ne fa guadagnare altri 17».
Doveva essere lui lo «special guest» al convegno che si è aperto ieri all’Università di Padova con un titolo che forse qualche tempo fa sarebbe stato tabù: «Quanto costa curare e non curare i bambini». I 94 anni del Professore non gli hanno permesso di essere materialmente nell’aula dove insegnò Galileo, ma le sue parole e il suo nome sono risuonati spesso nelle relazioni dei colleghi italiani. «Sappiamo molto sulla relazione tra un bambino che soffre e l’adulto che sarà - sostiene Brazelton - Per la scienza la deprivazione nel grembo ha effetti negativi sulla salute che durano tutta la vita, lo stesso vale per gravi avversità durante la prima infanzia. Investire nella prevenzione può trasformare il sistema sanitario mantenendo le persone in salute e riducendo i costi». La conclusione: «Una forza lavoro più sana e un sistema sanitario sostenibile significano una nazione più forte».
La teoria di Brazelton deve avere fatto breccia anche in Italia se l’organizzatrice del convegno, la professoressa Graziella Fava Vizziello, docente di psicopatologia, riporta che anche «secondo gli analisti del nostro Ministero della Salute curare i bambini porterebbe a un aumento di un punto di Pil all’anno». Ma i bambini italiani stanno così male? A sentire psicologi, psicoterapeuti e psichiatri a convegno si direbbe di sì, con patologie in aumento e situazioni di disagio nuove. «Aumentano la depressione e la dipendenza da computer, e ci sono nuovi disagi legati alla disoccupazione dei genitori, alle missioni di pace all’estero e alla crescita dei bambini sopravvissuti a malattie un tempo mortali», elenca la Prof.ssa Fava. «I padri che vanno via con il rischio di morire portano scompensi gravissimi nei figli, mentre i tanti bambini un tempo inguaribili avranno comunque una vita difficile e andranno seguiti assieme ai loro genitori e ai loro fratelli, che sempre più spesso sviluppano patologie per essersi sentiti messi da parte».
Bambini non curati come questi potrebbero un giorno avere patologie psichiatriche. «Secondo l’Oms nel 2020 la depressione sarà la prima causa di perdita economica», ha spiegato Francesco Amaddeo, docente di Psichiatria a Verona. «Parlando di costi la schizofrenia è fra le più costose». Secondo uno studio italiano del 2000, i costi diretti annui per paziente ammonterebbero a quasi 8000 euro, quelli indiretti a 19mila». «Uno studio inglese stima che il miglioramento nella distribuzione di abilità cognitive ridurrà la povertà del 2,2%», dice il professor Perali, ordinario di Politica economica. Che citando il Nobel Heckman, secondo cui non si deve parlare solo di investimento sulle capacità cognitive ma anche su quelle di comportamento e bontà di relazioni umane, invita a chiedersi «con quale asset di capitale umano vogliamo fare crescita». Anche questa è economia.

La Stampa 20.9.12
Il romanzo che inventò Israele
Si riscopre Vecchia terra nuova, l’opera visionaria del 1902 in cui il padre del sionismo prefigurò in ogni dettaglio lo Stato ebraico
di Bruno Ventavoli


“Senza il sole le piante muoiono, ma si possono salvare se si piantano nel terreno adatto, lo stesso vale per gli uomini. Ed è quello che è successo qui». Il «qui» è la Palestina dell’Impero ottomano all’alba del ’900. Gli esseri umani in questione sono gli ebrei, da secoli sotto le tenebre dell’odio. Lo scrive Theodor Herzl, in Vecchia terra nuova, il romanzo (ora tradotto e curato da Roberta Ascarelli, Bibliotheca Aretina, pp. 238, € 20) che immaginò e raccontò Israele prima che Israele esistesse. L’opera visionaria uscì infatti nel 1902, quando il progetto di convincere gli ebrei della diaspora a trasferirsi nella terra dei padri abbandonata da un paio di millenni era poco più che un’idea scandalosa.
Il brillante giornalista ungherese padre del sionismo girava instancabile sinagoghe, salotti, corti, dal Kaiser a Rotschild al sultano della Porta, per spiegare che il trasloco in Medio Oriente era un buon affare per tutti. Agli ebrei, ancora vittime di violenze, pregiudizi, ostracismi, avrebbe dato libertà; agli antisemiti una comoda soluzione a uno sgradevole problema. Dopo aver stilato il manifesto politico dello Stato d’Israele (1896), decise di fornirgli un’anima letteraria per rendere più avvincente il suo sogno rivoluzionario. Nacque così questo romanzo, narrativamente mediocre (lo stesso autore lo ammetteva) ma talmente carico di entusiasmo e verve utopica da diventare realtà, come a nessun’altra opera è mai accaduto, nemmeno a Verne, Dick o altri compagni di merende fantascientifiche con le loro intuizioni tecnologiche.
Vecchia nuova terra racconta il viaggio di un giovane avvocato ebreo deluso d’amore che ha rinunciato alla professione per seguire un milionario misantropo nei mari del Sud e passa nella Palestina colonizzata dai pionieri sionisti nel futuro 1923 (Herzl morì nel 1904). La descrizione del paesaggio, delle città nate dal nulla, dei porti, delle strade, del brulichio vitale, è incredibilmente simile a ciò che poi sarebbe avvenuto, e che un altro ungherese, Sándor Márai, (peraltro poco amico degli ebrei) descrisse con entusiasmo in un suo tour da quelle parti in Sulle tracce degli dei.
I coloni hanno dissodato la terra con entusiasmo trasformandola in un paradiso fertile, piantando alberi, fondando cooperative agricole. Gli architetti hanno reso Haifa una delle città più moderne al mondo, perché Herzl immagina anche l’urbanistica, le tramvie sospese, le gallerie sotterranee per cavi e tubature.
Herzl, come scriveva Zweig, era bello, cortese, affabile, amatissimo dalla borghesia delle vecchia Austria. Ma quando chiedeva ai facoltosi di lasciar le ville della Ringstrasse, affari, incarichi, serate a teatro, per emigrare in Palestina a fondarvi una nazione, lo consideravano un po’ balzano, se non quasi pericoloso. Sono quindi i diseredati cresciuti negli scantinati bui, braccati dall’odio antisemita a costruire la patria di benessere e libertà. Laggiù rinascono anche nei corpi. Non più mendicanti curvi, pallidi, macilenti, con gli occhi pieni di vergogna, ma abbronzati, forti, virili, sani, «sicuri di sé», finalmente orgogliosi del proprio ebraismo, si compiace di sottolineare Herzl.
La «Nuova società» è giusta («il singolo non viene stritolato dagli ingranaggi del capitalismo né decapitato dal livellamento socialista»), rifiuta la politica professionista («una malattia che siamo riusciti a evitare»), pensando a cariche solo onorarie, affidate a persone meritevoli sottraendole agli «arrivisti». C’è la proprietà privata, ma disprezza il denaro, idolatrato come un vitello d’oro dai borghesi fine secolo. Offre alle donne diritto di voto e parità nei compiti, nei ruoli sociali. Promuove l’istruzione gratuita, in modo che tutti partano alla pari nella gara della vita, e l’agonismo dello sport (cricket, calcio, canottaggio) perché allenare il corpo serve a foggiare lo spirito. E crede soprattutto nella volontà (il sottotitolo del romanzo è programmaticamente «Se lo volete non è una favola»), nell’intelligenza, nell’entusiasmo, nella ragione unica vera religione per un ebreo che si riconosce laicamente nella tradizione degli avi.
Herzl romanziere ha previsto ogni dettaglio del nuovo Israele. Nel suo messianesimo laico immagina una società libera, tollerante, cosmopolita che coinvolgerà anche gli arabi. Prevede che i palestinesi vendano entusiasti pezzi di deserto, paludi, tuguri che non valevano niente pensando a un buon affare. E di fatto così accadde con i primi arrivi. Ma inciampa in un eccesso d’ottimismo. Quando uno dei protagonisti chiede a un abitante locale: «Siete davvero strani voi musulmani! Non considerate questi ebrei degli intrusi? », ottiene una risposta che suona un po’ stonata col senno di poi: «Gli ebrei ci hanno arricchito, perché dovremmo avercela con loro? Vivono con noi come fratelli, perché non dovremmo amarli? ». L’umanità ci mette del suo a guastare i romanzi.

Repubblica 20.9.12
Parla Karen King, storica della cristianità ad Harvard
“C’è un frammento su di lei. Ma Dan Brown non c’entra”
“Così ho trovato il papiro sulla moglie di Gesù”
di Marco Ansaldo


CITTÀ DEL VATICANO «Questo frammento non prova che Gesù fosse sposato. Tuttavia ci dice quanto nella Chiesa, fin dai primi secoli, la questione del matrimonio e della sessualità fosse già aperta». Getta acqua sul fuoco – come è giusto – Karen L. King, docente a Harvard, inseguita da torme di giornalisti, cameramen e fotografi dopo il suo annuncio del ritrovamento di un piccolo pezzo di papiro in lingua copta in cui Gesù si riferirebbe a «mia moglie». Una frase appena accennata, però niente affatto di poco conto. Capace anzi di spalancare un dibattito su più fronti: in sede storica e religiosa innanzitutto, ma senza trascurare la fiction comunque cara ai tanti lettori nel mondo di Dan Brown, che nel Codice da Vinci sostenne l’ipotesi che Gesù avesse dei figli e una moglie di nome Maria Maddalena. La studiosa, 58 anni, insegnante di Divinità e prima donna a ricoprire la cattedra più antica degli Stati Uniti, ammette che la sua ricerca è solo all’inizio ed è in ogni caso appassionante. L’altro giorno ha annunciato la sua scoperta al Decimo congresso internazionale di studi copti, organizzato dal professor Alberto Camplani della Sapienza, e inaugurato con un saluto del rettore Luigi Frati e del prorettore Antonello Biagini.
Professoressa King, come è entrata in possesso di questo documento?
«Nel 2010 ho ricevuto una email da un collezionista privato che conosceva i miei libri e che mi chiese di tradurlo».
Chi era?
«È una persona che ha una collezione di papiri greci, arabi e copti. Preferisce non essere identificato perché non desidera essere assalito da possibili acquirenti».
Ma lui dove lo aveva acquisito?
«Nel 1997, da un collezionista tedesco, da una partita di papiri. Il documento aveva con sé una nota a mano che citava di un professore di Egittologia a Berlino, ora deceduto, il quale lo indicava come il solo esempio di un testo in cui Gesù parlasse di una moglie».
E lì è cominciata la sua ricerca?
«Il collezionista mi portò il frammento nel dicembre 2011. Il marzo seguente giravo con il documento chiuso nella mia borsetta per mostrarlo a due papirologi, il professor Roger Bagnall, dell’Università di New York, e Anne Marie Luijendijk, docente di religione a Princeton».
Com’è composto?
«È di circa 4 centimetri per 8, non più grande di una carta di credito. È del IV secolo d.C., scritto per l’esattezza in copto sahidico, un dialetto del sud dell’Egitto che usava caratteri greci. Ci sono otto righe di scrittura in inchiostro nero, leggibili solo con la lente di ingrandimento ».
Cosa c’è scritto?
«Gesù disse loro, “Mia moglie…”» .
Una frase che non c’è nelle Scritture. E gli studiosi che cosa le risposero circa l’eventuale autenticità?
«Volli ascoltare anche l’opinione di Ariel Shisha-Halevy, dell’Università di Gerusalemme, uno dei due-tre studiosi al mondo che conoscono a perfezione la lingua copta. Lo scorso settembre mi ha spedito una e-mail in cui scriveva: “Ritengo – sulla base della lingua e della grammatica – che il testo sia autentico”».
Ma le prove tecniche?
«Quello che ha convinto gli studiosi della sua genuinità è la dissolvenza dell’inchiostro sul papiro, e le tracce di scrittura che aderiscono alle fibre curvate sui bordi lacerati. Mi hanno risposto: fabbricarlo è impossibile».
Altre frasi?
«Lei sarà in grado di essere mia discepola».
E nella parte posteriore?
«È così fioca che si leggono solo cinque parole: “mia madre”, “tre”, e “merita che”. Potrebbero significare: “Mia madre mi ha dato la vita”, e “Maria lo merita”».
Però il documento è del IV secolo dopo Cristo.
«Sì, l’ipotesi è dunque che si tratti di una copia basata su un testo originale in greco risalente al II secolo d.C.».
Dunque non è coevo di Gesù di Nazareth?
«No. Ma fornisce la prova che fra i primi cristiani alcuni credevano che Gesù fosse sposato. Era dunque già presente un dibattito sulla questione se dovessero sposarsi e avere rapporti sessuali».
Potrebbe aprirsi ora un dibattito sul celibato dei sacerdoti. Ha ricevuto reazioni ufficiali da parte della Chiesa cattolica?
«Non ancora. So che questo frammento adesso causerà discussioni su sessualità e celibato, che negli Stati Uniti sono già a uno stadio avanzato».
Ha aspettato di essere a Roma per annunciare la scoperta?
«È un puro caso. Quattro anni fa il congresso di studi copti si svolse al Cairo».
Dan Brown allora aveva ragione?
«Il frammento non lo dimostra. Brown ha scritto un romanzo. Qui si tratta di storia, e siamo appena all’inizio della ricerca».

Repubblica 20.9.12
La sfida del colosso americano: “Un modello di abbonamenti come Sky”
Amazon: “La proprietà non serve più, affitterete libri, musica e video”
di Jaime D’Alessandro


«Ogni grande processo di trasformazione vede la contrapposizione fra chi innova e chi resiste all’innovazione perché sa che la sua influenza verrà ridotta ». Diego Piacentini, numero due di Amazon, riassume così - ovviamente a suo vantaggio - lo scontro in atto fra la sua compagnia e gli editori tradizionali di libri. Soprattutto quelli francesi, che, iniziando da Gallimard, hanno lanciato il grido di allarme: È in atto “un processo di smaterializzazione” del libro che da “oggetto qual è stato finora, tende a diventare un servizio”. Come una partita di calcio su Sky, con conseguenze pesanti sul ruolo di chi fino a ieri ha gestito quest’industria.
«Le persone non vogliono più gadget, ma servizi. Servizi che migliorano giorno dopo giorno», aveva detto Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, durante la presentazione dei nuovi Kindle Fire lo scorso 7 settembre. Due apparecchi, uno con schermo hd, che arriveranno in Italia il 25 ottobre a costi scandalosamente bassi. Tanto bassi, si parte da 159 euro, da far pensare che Amazon li venda sottocosto. Perché non sono semplici tablet, ma finestre su universi digitali fatti di libri, film, giochi, applicazioni e musica. Universo che, nel caso di Amazon, è il cuore del suo business e vale 22 milioni di titoli. La grande guerra fra multinazionali della tecnologia passa quindi dagli oggetti ai contenuti, dall’attenzione per i nuovi modelli in uscita a quella sulla quantità e qualità di contenuti acquistabili.
Con un’ulteriore rivoluzione “meta-fisica”: l’abitudine all’utilizzo e non più alla proprietà, conseguenza evidente della smaterializzazione degli oggetti culturali.
Ma è una guerra che possono combattere in pochi, anzi in pochissimi. Apple ovviamente, ma anche Google, Amazon e forse Microsoft, tagliando fuori i semplici costruttori di hardware come Samsung da un lato e gli editori di contenuti dall’altro, case editrici in primis. «Dal punto di vista del lettore si tratta di poter accedere, a pagamento, a una pluralità di contenuti mai vista prima. Ed è un beneficio», insiste Piacentini. Ma questo fa subito tornare alla mente quel che è accaduto all’industria musicale che con l’avvento di iTunes, la piattaforma per la vendita online di brani lanciata nel 2001, ha perso progressivamente il controllo e visto ridurre i suo giro di affari.
«L’industria musicale è cambiata non è scomparsa», risponde il vice presidente di Amazon. «Uno dei problemi è stata la pirateria. Il peerto- peer stile Napster era già affermato quando nacquero i primi servizi per acquistare a pagamento i brani. La pirateria non si combatte con leggi che tentano di fermarla rendendo però difficile perfino il consumo del prodotto, ma con una offerta vastissima e a prezzi ragionevoli. Un’offerta al quale il cliente deve poter accedere nel modo più semplice e immediato possibile. Non si tratta di usare gli avvocati, ma di dare al cliente un servizio adeguato. Per questo la pirateria sugli ebook non è un gran problema. Perché l’offerta c’è già, funziona e si evolve in maniera straordinaria. Cinque anni fa, quando lanciammo il Kindle, non pensavamo sinceramente che la crescita degli ebook sarebbe stata così veloce. E ha preso strade che non ci aspettavamo. Basti pensare al self-publishing e agli short, i libri da circa 30 pagine disponibili sul nostro negozio online».
Questo però vi sta portando a una posizione di quasi monopolio negli ebook. Ed è una accusa che in Francia muovono con insistenza.
«Sono commenti di carattere ideologico molto difensivi, che in inglese si chiamano “passive aggressive” (passivi-aggressivi, ndr.). Il fatto è che abbiamo creato un’industria di massa costruendola attorno alla qualità dell’offerta data ai consumatori. Cosa che prima non esisteva».
Di cosa stiamo parlando? Qui in ballo non ci sono più solo i libri, ma anche film, applicazioni, videogame, musica.
«Abbiamo già lanciato il negozio online di applicazioni in Italia e prima del 25 ottobre apriremo quello musicale di mp3», snocciola Piacentini. «E abbiamo un accordo con Mondadori per i periodici e quotidiani da vendere via Kindle e ne stiamo stringendo altri con diversi editori italiani. Poi seguirà la parte video, già disponibile in Usa e Inghilterra».
Film? Da noi hanno fallito tutti. I servizi di noleggio online di Apple, Sony, Microsoft, sono quasi inutili. Pochi film, vecchi e a prezzi alti. Perché voi dovreste riuscire? Chi ha i diritti del cinema in Italia non sembra esser interessato a questo mondo.
«Non voglio convincere nessuno a parole, ma con i fatti. E i fatti si vedranno quando lanceremo il nostro servizio di affitto e vendita di pellicole e show televisivi. Quel che posso dire è che stiamo investendo molto. Anche le majors e chi gestiesce i diritti dei film in Italia si stanno accorgendo che quel che accade oggi non è una marea che si può fermare. È successo lo stesso con editori, tanto che abbiamo già 29 mila ebook in italiano. E se facciamo un parallelo fra libri e video sono certo che quel che vediamo negli Stati Uniti, con vastissime librerie di show tv e blockbuster hollywoodiani disponibili, avverrà anche da noi».
Con un modello di vendita basato sempre più su abbonamento? Paghi una certa cifra e puoi scaricare un certo numero di libri, film giochi?
«Siamo partiti dalla formula chiamata Prime. Con 79 dollari all’anno hai il servizio di spedizione più veloce possibile e qualsiasi cosa compri su Amazon ti arriva subito. In seguito abbiamo aggiunto una serie di contenuti gratuiti, libri, film e app. In pratica abbiamo integrato la distribuzione di prodotti fisici con quelli digitali e siamo gli unici a farlo. Oppure c’è l’acquisto sui singoli contenuti. I film a noleggio a partire da 1,99 dollari, e via discorrendo. E Prime c’è anche in Italia, a 9,99 euro l’anno. Dal prossimo anno qui si potrà come negli Usa prestare i propri ebook liberamente. E pian piano aggiungeremo nuovi contenuti».
Si arriverà a registi che si rivolgeranno direttamente al consumatore scavalcando le major così come certi scrittori stanno iniziando a scavalcare gli editori grazie agli ebook?
«Difficile da dire. Al momento noi permettiamo di vedere una puntata di un serial acquistandola a 1,99 dollari. Una puntata che magari molti si sono persi quando è stata trasmessa in tv. E questo è fatturato aggiuntivo per i network televisivi. Anche considerando che i costi di distribuzione su dvd sono infinitamente maggiori. Noi stiamo costruendo un’offerta che prima non esisteva, parliamo di librerie non da migliaia ma da milioni di titoli. Questo significherà anche una minore polarizzazione rispetto a quella di oggi, dove la maggioranza delle vendite si concentrano su pochi libri e film».
Non mi ha risposto. Quindi anche il modo di produrre i contenuti cambierà?
«Sta cambiando intanto la distribuzione, vale per la musica, la letteratura e via discorrendo. Dunque cambia anche in parte la produzione di contenuti».
E voi vi trovare ad avere la situazione in pugno. A sapere, come mai nessun altro prima, chi, come, quando consuma cultura.
«Sta già accadendo. Con una piattaforma integrata da 200 milioni di clienti è inevitabile. È una continuazione del trend iniziato con la vendita dei libri. Ma non vedo dove sia lo scandalo in questo».
Ma qualcun altro lo scandalo lo vede eccome, perché Amazon propone un sistema chiuso e taglia fuori chi non l’accetta, spiegano editori e non solo. Ma la partita ha superato l’industria libraria diventando globale e investendo a 360 gradi l’intera produzione culturale. Ammesso abbia senso giocarla, significherebbe unire in un’unica squadra editori, network televisivi, case di produzione cinematografiche, etichette musicali. Missione difficile, se non addirittura impossibile.

“Picasso. Capolavori dal Museo Nazionale Picasso di Parigi” al Palazzo Reale di Milano da oggi al 6 gennaio 2013. Organizzata e prodotta da Comune di Milano - Assessorato Cultura, Moda e Design; Palazzo Reale e 24 ORE Cultura. A cura di Anne Baldassari, sezione italiana a cura Francesco Poli.
Con il sostegno di Gruppo Unipol. Partner: Petit Bateau, Reggiani Illuminazione, Gruppo Coin, Publitalia ’80, Zanotta, Radio 24 e Radio Deejay. Catalogo: 24 ORE Cultura. Infoline e prevendita: 02-54911

l’Unità 20.9.12
Picasso, un re che si diverte
Torna sessant’anni dopo al Palazzo Reale di Milano
La retrospettiva, aperta da oggi, appare quasi un’operazione nostalgia rispetto a quella che fece conoscere l’artista all’Italia che cercava di risorgere dalle macerie della guerra
di Renato Barlli


MILANO NELL’AUTUNNO 1953 IL PALAZZO REALE DI MILANO TENNE UNA RETROSPETTIVA DI PICASSO (1881-1973) ORMAI ENTRATA NELLA LEGGENDA, era uno degli atti con cui il nostro Paese, dopo le rovine della dittatura e della guerra, ritrovava il suo posto nel consesso delle grandi nazioni dell’Occidente. Ricordo che ci andai da liceale in devoto pellegrinaggio. In più, oltre a un’essenziale selezione di capolavori picassiani, la mostra milanese poteva vantare la presenza di Guernica, concessa dal Maestro perché suggestionato dal Salone delle Cariatidi ancora recante i segni tragici di un bombardamento.
Riportare oggi negli stessi spazi, tranne l’ormai inamovibile Guernica, qualcosa di simile (Pablo Ricasso. Capolavori del Museo Nazionale di Ricasso di Parigi, fino al 6 gennaio. Cat. Sole24ore), è un atto di nostalgia, o di furbo sfruttamento di un nome di grande richiamo. Le opere provengono dal visitabilissimo Musée Picasso di Parigi, però chiuso per lavori, da qui questa opportunità di passeggiata delle opere in vari luoghi. Le tappe fondamentali della carriera dello Spagnolo si snodano
ancora essenziali, a costituire il canone indimenticabile del primo Novecento, anche se ormai lontane da una stretta attualità, forse non varcano appunto i confini tra le due metà del secolo scorso. Ma certo, la prima metà la occupano in lungo e in largo,con un bisogno disperato di fare volume, di sporgere quasi dalla tela. Quale si rivela già nella Celestina del 1904, del periodo blu, quando l’artista è tentato di proseguire nell’«á plat» di Gauguin, adottato anche da Matisse, in quel momento. Ma l’occhio spento di Celestina si ingrossa come un bulbo prorompente. Occorreva dare sfogo a tanto volume fuori dalle vie tradizionali del chiaroscuro. Ecco allora la principale invenzione picassiana, bisogna che l’artista adotti i modelli scheggiati delle carrozzerie delle auto, e nasce così il Cubismo, il dipinto si sbriciola in una serie di diedri aguzzi, taglienti, abrasivi (Uomo con mandolino, 1911). Del resto, la tela risulta ormai stretta, a contenere tanto slancio, e così Picasso inaugura la via nuova del secolo, che sarà di adottare e includere frammenti di corpi reali, attraverso il collage che diventa assemblage, aprendo così la strada ai Dadaisti, a Schwitters in primo luogo, e anche il nostro Boccioni fu pronto a seguire quell’esempio.
D’altra parte il Nostro era pure convinto che non fosse il caso di insistere sempre in un’unica direzione, conveniva di tanto in tanto rovesciare il tavolo, puntare in altra direzione, e così, attorno al ‘16, fu pronto a imboccare il sentiero in apparenza reazionario del «richiamo all’ordine», del ritorno alle forme del museo, ma in lui ci fu sempre la certezza che gli fosse tutto permesso, anche quando, come in quel caso, non si poteva dire che fosse il primo in assoluto a rovesciare il senso di marcia, essendo stato preceduto, tra gli altri, da Gino Severini, per non parlare di De Chirico, che quella strada a ritroso l’aveva sempre perseguita. Ma era in Picasso l’ardire del primo della classe, che spinge di lato i compagni di via e si impossessa di prepotenza dei loro giocattoli assumendoli in proprio. Così fu, se guardiamo i ritratti dedicati a Olga, al figlio Pablo, dove troviamo squarci di fisionomie e vesti e arredi «più veri del vero», però circondati da spazi vuoti, tanto per ricordarci che si tratta di apparizioni fantomatiche, pronte a dileguarsi. E anche i volumi grevi dei corpi, nelle Due donne che corrono sulla spiaggia, quasi non riescono a muovere le gambe e le braccia elefantiache, che si spezzano, perdono colpi per strada. Però, dopo tanto gonfiore, occorreva una pronta cura dimagrante, accogliendo suggerimenti di Surrealisti e Dadaisti, le ultime avanguardie del primo Novecento, cui Picasso sentì l’obbligo morale di aderire. Ed ecco così la Testa di donna, del 1929, a dire la cui forza innovativa basta riportare la didascalia: “ferro, latta, molle e scolapasta”, è un lascito a futura memoria, di Neo-dadaisti e Novo-realisti, cioè delle migliori avanguardie dell’altra metà del secolo.
Fin qui, nulla da dire, è un viatico indimenticabile, insuperabile. Ma l’artista ha ancora troppo tempo da vivere, e da quel momento si dà a un furioso bricolage di tutte le sue maniere precedenti. Se in precedenza ne aveva seguito il demone, una per volta, ora le ibrida, in complessi mostruosi, affascinanti, ripugnanti. Il re si diverte, nella presunzione che al suo magistero tutto sia lecito, e ci lascia ad ammirare attoniti, smarriti.

La Stampa 20.9.12
Perché Picasso fa rima con incasso
Mentre si apre (da oggi) la mostra milanese, un e-book di Bonami sull’artista-fenomeno
di Francesco Bonami


Nello stesso giorno in cui si apre a Milano la grande mostra su Picasso (da oggi al 6 gennaio a Palazzo Reale), un e-book in uscita per Mondadori spiega le ragioni del sensazionale successo, commerciale e di pubblico, dell’artista spagnolo. Si intitola Con Picasso incasso! e lo ha scritto Francesco Bonami: ne anticipiamo qui le prime pagine. Il libro (insieme con altri cinque titoli di Roberto Giacobbo, Alessandro Piperno, Dacia Maraini, Licia Troisi e Francesco Rosi con Giuseppe Tornatore) inaugura XS, una nuova collana digitale mondadoriana che propone testi brevi o brevissimi di grandi autori, a un prezzo compreso tra 0,99 e 1,99 euro.

Anni fa, quando ancora il servizio militare era d’obbligo, l’esercito sottoponeva le nuove leve militari a test di cultura generale con domande di vario tipo. Una di queste era: «Chi è Leonardo? ». Le risposte erano svariate. Qualcuno, pare, rispose: «Il papa». Incredibile, ma vero. L’artista autore del quadro più famoso al mondo, La Gioconda, non era così famoso come uno avrebbe potuto immaginare.
Se la domanda fosse invece stata «Chi è Picasso? », probabilmente la maggioranza, se non tutti, avrebbe dato la risposta giusta. Com’è possibile che il genio dei geni, il grande Leonardo da Vinci, sia meno famoso di un artista moderno, del quale per altro pochissimi saprebbero menzionare un’opera? Perché Picasso è così famoso e perché ogni esposizione che porti il suo nome è una garanzia di successo di pubblico, non importa cosa ci sia dentro la mostra?
Semplificando, si potrebbe dire che la fama di Leonardo sia stata offuscata proprio da quella di una sua opera, La Gioconda appunto. Talmente famosa è questa tavola dipinta a olio da far dimenticare il suo autore. Per Picasso vale esattamente il contrario. La produzione sconfinata di opere, fra le quali nessuna veramente superfamosa, gli ha consentito di incarnare, senza essere disturbato dalla propria arte, il mito assoluto dell’artista moderno, diventando la prima vera star della storia dell’arte: il suo volto inconfondibile, la sua maglietta a righe blu una divisa, la sua vita un’avventura, anche se poi trascorsa per la maggior parte fra le pareti di qualcuna delle sue ville nel Sud della Francia.
Da Picasso in poi tutti gli artisti faranno la propria «gara» pensando a lui, tentando di raggiungere con tutti i mezzi, spesso molto più sofisticati e globali di quelli di cui disponeva lui, la notorietà e il successo che il nostro maestro ha accumulato nel corso della sua lunga vita, conclusasi nel 1973 all’età di 91 anni. Una vita che, come un ottimo fondo d’investimento, continua a produrre ricchezza non solo per gli eredi, ma anche in tutti quelli che ancora oggi continuano a maneggiare le opere di questo esagerato gigante dell’arte moderna. L’influenza di Picasso sulle generazioni che lo hanno seguito ha raggiunto le forme più evidenti nei «Pichirst», i «Picattelan» o i «Pickoons». Artisti che hanno fatto del proprio volto e del culto della propria personalità, esattamente come fece Picasso, una vera opera d’arte. La Gioconda di Picasso altri non è che lo stesso Picasso, lui, Pablo. Come se la Monna Lisa avesse creato Leonardo e non viceversa. La cosa, però, sorprendente e anche misteriosa del successo di Picasso è che quando l’artista iniziò a diventare famoso non aveva a disposizione né la stampa né Facebook né Internet né Google né qualche agente di pubbliche relazioni. Non basta. Picasso parlava esclusivamente francese e spagnolo, non conosceva l’inglese e non andò mai negli Stati Uniti d’America, dove uno dei templi dell’arte, il Museum of Modern Art di New York, lo celebrò e continua a celebrarlo nella propria collezione come una divinità.
Non solo. Questo pittore più famoso di Michelangelo e di Leonardo, e anche del papa, è stato capace di trasformare pure il proprio cognome in un logo, una marca, celebri quanto la CocaCola o il McDonald’s. La firma di Picasso su uno stendardo non lascia dubbi: anche chi non sa leggere o legge solo il cirillico, l’arabo o gli ideogrammi cinesi, giapponesi o coreani la riconosce. Picasso è un nome, una scultura, un simbolo, una marca come potrebbe essere Prada.

Corriere 20.9.12
Picasso à la carte
Il menu dei capolavori dai dipinti alle grafiche La collezione più amata dal grande maestro
di Francesca Montorfano


Picasso, uomo aspro, rude, egocentrico, ma dalla vitalità inesauribile, dalla voglia di esplorare territori sconosciuti, di sperimentare ogni emozione, ogni tecnica, ogni materiale. Picasso, spirito audace che non si ferma davanti a regole e convenzioni, che non teme di rivoluzionare il modo stesso di fare arte. Picasso, il genio appassionato di poesia e filosofia, di cinema e fotografia, che ha dipinto oltre 3500 tele, prodotto più di 13.000 opere, dando voce a ogni suggestione, ogni volta inventando un diverso linguaggio formale. Picasso dalle tante donne, modelle, muse ispiratrici, compagne, amanti — ognuna un'esperienza artistica nuova — ma con un unico, vero amore, il più folle, quello di una vita, la pittura. Quanti sono i volti a noi conosciuti del grande spagnolo che ha dominato la storia dell'arte del 900, osannato, discusso, celebrato da un numero infinito di esposizioni in tutto il mondo? Quali le luci e le ombre ancora da cogliere di una personalità così complessa?
A dare una risposta potrà contribuire la grande retrospettiva di Palazzo Reale, la terza dopo quella memorabile del 1953 e la più recente, del 2001. Se la prima, in quella Sala delle Cariatidi ancora devastata dai bombardamenti aerei, ha visto esposta «Guernica», dipinto simbolo degli orrori della guerra subiti dalla cittadina basca e la seconda, inaugurata, quasi una sfida, quattro giorni dopo l'attentato alle Torri Gemelle, ha riscosso una straordinaria affluenza di pubblico, l'evento milanese di oggi presenta qualcosa di diverso, di più. Ben 250 opere provenienti dal Musée National Picasso di Parigi (attualmente chiuso per restauri), molte delle quali mai uscite prima dalla Francia.
Sono i Picasso di Picasso, quelli che il pittore ha amato di più, che dalla sua collezione personale sono passati al museo. «Quelli che costituiscono la trama di una singolare autobiografia, di un diario per immagini che intreccia storia ufficiale e storia privata, che ci consente di entrare nella globalità del suo percorso creativo, cogliendone la logica interiore, offrendoci una visione inedita e illuminante del suo evolversi nel tempo», ha evidenziato Anne Baldassari, presidente del museo francese e curatrice della retrospettiva di Palazzo Reale. «Picasso ha attraversato un secolo di storia, con i suoi conflitti, i suoi entusiasmi, i suoi sconvolgimenti. A interessarlo è la ricerca del perché delle cose, il movimento della pittura, l'attenzione drammatica nel passare da una visione all'altra. Io sono come un fiume che scorre, dirà».
Ci saranno così gli autoritratti, quello celeberrimo del 1901, che rivela lo studio di Gauguin e Toulouse-Lautrec e quello del 1906, influenzato dalla statuaria iberica arcaica, lo sguardo impenetrabile di una divinità primitiva. Ci saranno «La morte di Casagemas» con i suoi echi espressionisti e «Celestina», con quell'occhio che non vede ma sembra indagare una tragica realtà nascosta, gli studi dipinti per «Les Demoiselles d'Avignon», «Uomo con mandolino» e «Uomo con chitarra», grandi prove del periodo cubista, la serie dei papiers collés del 1912-14, ma anche lo splendido ritratto naturalistico di «Olga in poltrona», la protagonista dei Ballets Russes che conosce nel 1917 a Roma e sposerà l'anno dopo.
Ma l'inesausta ricerca del maestro spagnolo va avanti ancora, passa attraverso motivi neoclassici e surrealisti, dà vita a capolavori quali «Figure sulla spiaggia» o «Donna che lancia una pietra» dove la metamorfosi del corpo umano è ormai compiuta, gioca con le forme cariche di sensualità e mistero di «Nudo sdraiato» e «Nudo in giardino» o con i colori forti e le linee spigolose del «Ritratto di Dora Maar», dipinto nei cupi anni della guerra civile, per affrontare infine l'ultima sfida, quella con i grandi del passato, non solo El Greco o l'amato Cézanne, ma anche Velázquez e Delacroix, anche Manet e Van Gogh, con quel «Giovane pittore» dal cappello di paglia eseguito nel 1972, poco prima di morire.
«In pittura si può provare di tutto, anzi si ha il diritto di farlo... Io ho sempre meno tempo, e sempre più da dire», affermava Picasso. Come a voler sottolineare quel fuoco che lo accompagnava anche negli ultimi anni, che lo portava a mescolare tecniche e materiali, a superare la tirannia dei generi codificati. Saranno così le tante opere grafiche esposte, le fotografie, le sculture, i tableaux-reliefs, a raccontare la pluralità degli ambiti con cui ha voluto confrontarsi. Quasi una mostra nella mostra, un'apposita sezione nella Sala delle Cariatidi ricostruirà quindi attraverso immagini, documenti e carteggi originali la storica esposizione che sessant'anni fa ha portato «Guernica» in Italia, ancora una volta sottolineando lo stretto rapporto tra Picasso e Milano.

Corriere 20.9.12
la «relatività» della pittura nel nuovo mondo di Einstein
di Elena Pontiggia


Picasso è il padre del cubismo? Sì e no. Per spiegare questa risposta cerchiobottista spostiamoci a Parigi, nel 1907. Qui, a Montmartre, in un umido edificio dove non arrivava né luce elettrica né gas, anche se era stato battezzato poeticamente «Bateau-Lavoir» (lavatoio sul fiume), Picasso termina un grande quadro a cui aveva lavorato diversi mesi con ansia crescente.
L'aveva intitolato «Il bordello filosofico», ma poi sarà soprannominato «Les demoiselles d'Avignon» dal nome di via Avignone, una strada malfamata di Barcellona. Ispirato alle sensuali odalische del «Bagno turco» di Ingres (che era stato la rivelazione del Salon d'Automne 1905, perché nessuno l'aveva più visto da mezzo secolo), Les demoiselles rappresentava l'interno di una casa chiusa, con cinque donne nude, due uomini e un teschio: un'allusione alla brevità dei piaceri e della vita. Nella versione finale, però, Picasso aveva attenuato il simbolismo della scena e aveva elaborato un nuovo modo di rappresentare la figura, lo spazio, il volume. Prima aveva rivoluzionato volti e corpi, abbandonando ogni realismo e ispirandosi soprattutto alle maschere africane che aveva visto al Museo del Trocadéro. Poi aveva rivoluzionato la prospettiva: aveva dipinto la figura in primo piano come se fosse contemporaneamente di fronte, di profilo e di spalle, in un moltiplicarsi di punti di vista che esasperava le forzature prospettiche già presenti in Cézanne (ma anche nel classicismo eretico di Ingres) e ritrovava dopo secoli la libertà dell'arte primitiva.
Con «Le demoiselles d'Avignon» era nato il cubismo, come dicono tanti manuali di storia dell'arte? No, semmai era nata l'arte moderna, se con questo termine intendiamo un'arte che non imita le cose ma le reinventa. Il cubismo propriamente detto nasce piuttosto da Braque, che Picasso conosce sempre nel 1907 e con cui lavora fianco a fianco, quasi in simbiosi, tanto che di certi quadri non si distingue se siano dell'uno o dell'altro. Braque è influenzato dalla libertà sconvolgente delle Demoiselles, ma col suo spirito francese, cartesiano, così diverso dal sanguigno temperamento andaluso dell'amico, è poco interessato all'arte africana. E anche Picasso, sul suo esempio, si stacca dalle suggestioni espressioniste. Niente più maschere tribali, dunque. A partire dal 1908 i due artisti meditano sulla volumetria di Cézanne, scomparso due anni prima e celebrato al Salon d'Automne del 1907. Prima accentuano fino all'inverosimile i volumi delle cose, tramutandoli in un insieme di cubi: verrà di qui il termine cubismo, coniato nel 1908 non si sa se da Matisse, da Apollinaire o dal critico Louis Vauxcelles. Poi abbandonano i cubi, anzi smettono di descrivere le cose e si limitano a evocarle. È il 1910-1911, il momento del cosiddetto «cubismo analitico» dove forme e figure si scindono in un intreccio di linee, a cui segue nel 1912 il cosiddetto (le definizioni della critica sono inutili, quando non sono dannose) «cubismo sintetico», caratterizzato da una parziale ricostruzione delle superfici.
Il cubismo, del resto, non colloca il soggetto del quadro nella scatola geometrica dello spazio, come l'Occidente aveva iniziato a fare da Brunelleschi in poi, ma costruisce insieme spazio e forme. Lo spazio, cioè, nasce insieme al soggetto: non ti accoglie come una stanza, come nei dipinti del Rinascimento, ma te lo devi creare. Quanto al soggetto (di solito comune: un tavolino, una carta da gioco, uno strumento musicale) non è descritto in tutte le sue parti, come diceva erroneamente il gallerista di Picasso, Kahnweiler, ma è evocato come in un flash improvviso. Un po' come aveva fatto Mallarmé, poeta amatissimo dai cubisti, che nei suoi versi aveva rappresentato la danza dei sette veli di Salomé senza descriverla, accennando solo al seno e al piede della giovane donna. Certo, in questo modo i soggetti diventano spesso ermetici: Il fisarmonicista del Guggenheim di New York, per esempio, è stato a lungo chiamato così prima che si scoprisse, da una lettera di Picasso, che era una ragazza.
Il cubismo, allora, rivela consonanze con molti aspetti del pensiero contemporaneo: la teoria della relatività di Einstein, la concezione dello spazio curvo delle geometrie non euclidee, la nozione di materia della fisica moderna, l'idea di tempo di Bergson, la fenomenologia di Husserl. Ma non bisogna esagerare con questi parallelismi, anche perché — come sempre — ai pittori interessava soprattutto la pittura. E sarà proprio Picasso a dichiarare: «Si è cercato di spiegare il cubismo con la matematica, la trigonometria, la chimica, la psicoanalisi, la musica e non so cos'altro ancora. Tutto questo è stato solo letteratura, per non dire che sono state sciocchezze, che non hanno fatto altro che annoiare la gente».

Corriere 20.9.12
Il macabro valzer delle sue donne
Una lunga sequenza di relazioni scandita dal sadismo dell'artista
di FRrancesca Bonazzoli


«Morirò senza avere mai amato», dichiarò un furioso Picasso a Françoise Gilot, l'unica che si sottrasse al massacro psicologico cui l'artista sottoponeva tutte le sue conquiste femminili. Donne che pure furono fonte di ispirazione, legate, ognuna, ai successivi cambiamenti di stile, come rimarcò anche il mercante Kahnweiler: «Non ho mai visto un'arte così fanaticamente autobiografica. Non c'è figura femminile che non sia il ritratto dell'amata di quel momento».
Persino una personalità forte come Dora Maar (1907-1997), stimata fotografa, ben introdotta nella cerchia dei Surrealisti, colta, spregiudicata, indipendente, si lascia a poco a poco sopraffare dalla sadica personalità di Picasso. Il quale prima la induce ad abbandonare la fotografia per la pittura (dobbiamo a Dora tutta la documentazione fotografica delle fasi di realizzazione di Guernica) e poi la deride con critiche distruttive: «Tanti segni per non dire niente...». Cominciò addirittura a picchiarla scatenando il lato fragile e masochista di lei che, da rabdomante, Picasso aveva subito colto: «Dora, per me, è sempre stata la donna che piange... Era l'incarnazione stessa del dolore... Un giorno, finalmente, sono riuscito a ritrarla così». Quel quadro, celeberrimo, è diventato uno dei più pagati di Picasso. Dopo sette anni condivisi con altre amanti, Dora viene lasciata e cade in una depressione dalla quale si riprende a stento dopo gli elettrochoc e la psicanalisi cui la sottopone Lacan.
«Non sono stata l'amante di Picasso. Era solo il mio padrone», dirà poi nei lunghi anni trascorsi in totale solitudine, da autoreclusa. «Solo io so quello che lui è ...è uno strumento di morte ...non è un uomo, è una malattia».
In realtà lo sapeva bene anche Fernande Olivier (1881-1966), il primo folle amore di Picasso a Parigi. Trascorsero insieme sette anni, dal 1904 al 1912, quelli della miseria nell'abitazione studio al Bateau-Lavoir, a Montmartre. Lui era gelosissimo e la teneva chiusa in casa al punto da andare sempre a fare la spesa di persona. Lei riuscì lo stesso a tradirlo, ma anche Picasso la tradiva con l'amica di lei, Eva Gouel. Alla fine Fernande se ne andò con Ubaldo Oppi, conosciuto attraverso il futurista Gino Severini. Picasso scrisse a Braque: «Fernande se n'è andata. Come farò per il cane?». Uscì di casa con undici franchi in tasca e rimase sempre povera. Nel 1956, sorda e malata, ottenne da Picasso una piccola pensione in cambio della promessa di non pubblicare le sue memorie finché l'artista fosse rimasto in vita. Lei morì sette anni prima di lui e nemmeno da quel libro, uscito nel 1988, ricavò una lira. Eva e Picasso, intanto, si trasferirono in boulevard Raspail, in un quartiere più borghese, ma la loro relazione durò solo tre anni perché Eva morì di cancro, e tuttavia durante la malattia, lui non si fece mai mancare la compagnia.
La svolta arriva nel 1916 con Olga Kokhlova, modesta danzatrice nei balletti russi di Diaghilev. Picasso la sposa nel 1918 e quando la presenta alla madre, questa dice: «Oh mia povera piccola, non sai a che cosa vai incontro. Nessuna donna potrà essere felice con mio figlio, perché lui è già sposato con la pittura».
La vita matrimoniale in effetti non fa per lui e ben presto fa irruzione Marie-Thérèse Walter (1909-1977), una minorenne vista per strada, all'uscita della Galerie La Fayettes. Picasso la sistemò in una casa di fronte alla sua così da imporre un supplizio quotidiano a Olga che alla fine chiederà il divorzio e lo porterà in tribunale imponendogli la cosa più temuta: la divisione del patrimonio. Olga morirà vent'anni dopo, ormai pazza, mentre la diafana Marie-Thérèse, bionda e occhi azzurri, si suiciderà impiccandosi quattro anni dopo la morte di Picasso. Nonostante gli avesse dato un'altra figlia, Maya, anche lei, cui Picasso vietava di ridere «Mi diceva sempre: sii seria!», fu sostituita dalla bruna e formosa Dora Maar alla quale seguì Françoise Gilot, l'allieva ventiduenne di un suo amico pittore. Picasso aveva 63 anni e all'inizio della loro relazione le aveva detto indicandole la polvere sulle scale: «Per me tu conti come quella polvere». Non andò esattamente così. Contrariamente al solito, Françoise dopo dieci anni e due figli, Claude e Paloma, lasciò Picasso. Lui minacciò il suicidio, ma lei si mise a scrivere le memorie della sua vita che l'artista cercò in tutti i modi di non far pubblicare e poiché non ci riuscì, si vendicò ripudiando i due figli.
Le conquiste continuarono e quando ormai erano scoccati i settant'anni, nel 1952, Picasso si innamora di Jacqueline Roque (1927-1986) che sposerà in segreto alle soglie degli ottant'anni (lei ne aveva 35). Anche Jacqueline si suiciderà, con un colpo di pistola alla tempia, nel 1986, dopo aver sbrogliato i complicati problemi dell'eredità del pittore ed essere diventata miliardaria.

Repubblica 20.9.12
Pablo Picasso
Il cannibale della pittura, maestro di tutti gli stili
di Lea Mattarella


«La pittura è più forte di me, mi fa fare ciò che vuole», diceva Picasso. Ed era davvero così: il più grande artista del Novecento sembrava posseduto dal suo stesso talento, dalla sua passione, da una vitalità esplosiva e una specie di bulimia creativa che lo portava a sperimentare materiali e linguaggi senza fermarsi mai. Una mostra di Picasso, come quella aperta a Palazzo Reale dove torna dopo quasi 60 anni, curata da Anne Baldassari, che raccoglie 250 tra dipinti, disegni, sculture e fotografie, è un viaggio attraverso invenzioni e suggestioni sempre diverse e affascinanti. È vero, insieme a Braque ha avuto l’intuizione del cubismo, e basterebbe questo per consacrarlo tra i grandi. Ma lui era molto di più, un vero monumento alla storia dell’arte e non era qui, sulla strada cubista, che poteva fermarsi. La sua è una vicenda leggendaria dai molti capitoli che a volte, per sua precisa volontà, si accavallano tra loro.
Le opere esposte in questa occasione ripercorrono le tappe di un cammino che lo ha visto non soltanto inventare ma anche guardare, attraversare, amare, possedere e trasformare gran parte delle immagini che lo circondavano. Sempre in modo originale, frugando tra le pieghe dell’arte. Tutta. Dalla scultura iberica all’arte africana, dal classicismo al surrealismo, ma non solo. Diceva: «A me la pittura piace tutta, guardo sempre i quadri buoni o cattivi che siano, dal barbiere, nei negozi di mobili, negli alberghi di provincia. Sono come un bevitore che ha bisogno di vino. Purché sia vino non importa che vino». Guardare per lui significava afferrare. E trasfigurare tutto in qualcosa di personale. Non a caso lo hanno definito il Gran Cannibale della pittura. «Io dipingo esattamente come altri scriverebbero la loro autobiografia. Le tele, finite o non finite, sono come le pagine del mio diario». E quelle che si sfogliano a Palazzo Reale sono davvero le più intime: si tratta infatti di opere che arrivano dal Musée Picasso di Parigi, nato dopo la sua morte con i materiali conservati nei suoi diversi studi. Quadri, sculture, disegni che lo hanno accompagnato per tutta la vita. E se si crede alla sua dichiarazione «sono il più grande collezionista di Picasso di tutto il mondo», si può essere certi della qualità e dell’importanza della raccolta che viene presentata qui.
Folgoranti gli esordi. Picasso, che è nato a Malaga nel 1881, compie il suo primo viaggio a Parigi nel 1900 e inizialmente è attratto dall’universo di Toulouse-Lautrec, com’è evidente dall’atmosfera di questo Café Concerto.
Ma nel giro di poco tutto cambia: il suo amico, il poeta Carlos Casagemas che era arrivato con lui da Barcellona dove avevano studiato, si uccide per amore. E il giovane Pablo, dopo averlo raffigurato con il buco della pallottola bene in vista sulla tempia e una lampada che emana irradiazioni colorate alla Van Gogh, mette a lutto la sua tavolozza per varcare la soglia di mondi notturni e oscuri abitati da mendicanti, derelitti, emarginati. Come l’intensa Célestine dall’occhio cieco, uno dei capolavori di questa stagione dominata dalla compassione, nota come il suo “periodo blu”. Dopo, eccolo abbandonare i toni freddi e mettere in scena la rivincita del rosa, degli ocra, di un colore caldo che veste ogni cosa.
Les deux frères del 1906 e l’Autoportrait che pare di pietra, sono un esempio straordinario della malinconia picassiana di questi anni in cui compaiono le prime figure di saltimbanchi e l’Arlecchino che diventerà uno dei suoi tanti alter ego sulla tela. La sterzata dell’anno successivo non riguarda soltanto Picasso, ma investe tutta la pittura occidentale. Dal 1907 in poi la parola bellezza rivestirà davvero un nuovo significato. Nascono le Démoiselle d’Avignon, precedute dagli studi qui esposti che lo mostrano alle prese con modelle e muse scovate – e non cercate – al museo etnografico del Trocadero. Lui lo racconta così: «Era disgustoso, quando vi sono andato, un mercato delle pulci. Puzzava. Ero solo. Volevo andarmene.
Non me ne andavo. Restavo. Ho capito che era molto importante: mi stava accadendo qualcosa. Le maschere non erano sculture come le altre. Per niente. Erano oggetti magici... Contro tutto: contro spiriti sconosciuti, minacciosi. Continuavo a guardare i feticci. Ho capito: anch’io sono contro tutto... Ho capito perché ero pittore... Les Demoiselles d’Avignon mi devono essere nate quel giorno: non per via delle forme, ma perché era la mia prima tela di esorcismo». Da lì al Cubismo il passo è breve e così, tra spigoli e scomposizioni, si arriva a un rigore che ha bisogno del monocromo dell’Homme à la guitare e dell’Homme à la mandoline.
Ma non basta. Per conquistare la realtà, questa deve penetrare l’arte: legni, carte, chiodi, carte da gioco occupano lo spazio del dipinto, latte tagliate, piegate e colorate diventano sculture. C’è anche una sella di bici con un manubrio a fingere la testa di un toro o uno scolapasta che è quella di una donna. Ma per Picasso è impossibile fermarsi: nel 1914 dipinge, ritrovando una volumetria classica, Il pittore a la modella.
Una parentesi? Niente affatto. Nel 1917, mentre il cubismo si diffonde come un’epidemia diventando quasi un’accademia, lui che fa? Un viaggio in Italia dove collabora con i Balletti russi e si innamora di Olga, una ballerina, che subito ritrae strizzando l’occhio ad Ingres. Ed è lui stesso a raccontare di averlo fatto perché «non si è stregoni a tempo pieno. Come si potrebbe vivere? ». Nascono così, da suggestioni mediterranee e rivolte all’antico, le sue gigantesse che corrono in riva al mare, monumentali anche nella piccola dimensione. E Paul en Arlequin, un capolavoro nella sua risolta incompiutezza. Ma Picasso non la smette di infilarsi in nuove avventure: deforma surrealisticamente strane figure che giocano a palla sulla spiaggia o si accoppiano in maniera bizzarra. L’eros ha un ruolo fondamentale nella sua vita e dunque nella sua arte. La sua amante Marie Thèrese è la protagonista di immagini neocubiste dalla forte componente sensuale, mentre l’altra sua compagna, la fotografa Dora Maar, è spesso ritratta che piange. Succede nel 1937 quando Picasso sta immaginando Guernica, la sua opera “politica”, insieme al Massacro in Corea qui esposto. Dopo è un fiorire di bagnanti, donne che si pettinano o leggono, nudi distesi, rivisitazioni dei grandi maestri del passato che anticipano il postmoderno. Fino a quell’ultimo Le jeune peintre dipinto nel 1972 che sembra voler schiacciare il pulsante sul rewind. Per ricominciare ancora.

Repubblica 20.9.12
Farsi il ritratto e scoprire un Minotauro
Quando l’artista mette la propria immagine al centro della tela
di Stefano Malatesta


L’autoritratto è un genere pittorico intrinsecamente umano, strettamente legato alla personalità dell’artista, che risponde a una quantità di motivi e che racchiude il meglio e il peggio dell’arte. Può essere un esercizio di pura futilità, di fastidioso narcisismo e di falsa ricerca dell’avanguardia come sono i lavori di Dalí. Ma anche una straordinaria topografia del mondo boreale afflitto, secondo il luogo comune, da alienazione galoppante e cupezza endemica che gli autoritratti di Munch rendono quasi tattili e colorati.
Può essere un tentativo – è il caso di Andy Warhol – di diventare famoso come i personaggi che dipingeva: Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Elvis Presley. La sua figura con la parrucca bionda è stata una icona degli anni Sessanta, così come la figura di Beuys che portava sempre il cappello Fedora e il fisherman jacket è stata una icona degli anni successivi. Warhol aveva capito, prima di ogni altro, che la sola riconoscibilità dell’opera non era più sufficiente. Per dare addio alla pazza folla era necessaria anche la riconoscibilità dell’artista, che doveva diventare a qualsiasi costo un personaggio di moda, di cui tutti parlavano.
In molti casi gli autoritratti sono stati il prodotto della banale vanità, un difetto connaturato a molti artisti. Anche i grandi sono stati esenti da vanità: in un capolavoro assoluto come Las Meninas, il grandissimo Velázquez si è ritratto come un gentiluomo che imita i grandi di Spagna, tutto compreso nella gloria di essere diventato il pittore di corte. Questo tuttavia non gli ha impedito di dipingere in maniera spietata una classe regnante bolsa e in piena decadenza.
Nei secoli passati, i pittori della Scuola italiana, servendosi di un accurato finissage, hanno cercato di trasformarsi tutti in adoni. Nel nord Europa gli artisti cercavano invece di essere più nobili, in qualche modo simili alla classe aristocratica. Un grande della pittura di tutti i tempi, consapevole della propria bravura, Dürer, si è tratteggiato in un atteggiamento altezzoso, come se fosse il margravio della Sassonia. Ma via via che ci avviciniamo alla nostra epoca, il ritratto diventa sempre meno rappresentazione e sempre più ricerca di verità. Probabilmente il più grande pittore di autoritratti è stato Rembrandt. Questo grande artista olandese, autentico genio del reale, si è servito della propria immagine, per raccontare con impareggiabile bravura, la vita non solo sua, ma di tutto un mondo di gente comune, che mano a mano vediamo atterrito e schiacciato dalle crudeltà della vita. Rembrandt aveva una visione della vita simile a quella di Shakespeare nel Macbeth: «The Life is a tale told by un idiot, full of fury and sound, signifing nothing». I suoi autoritratti stanno a dimostrare a quale altezza sono arrivate le sue pitture attraverso la capacità e il coraggio di dire la verità che tutti rifiutavano. A Milano ci sono molti autoritratti di Picasso, anche se il Gran Cannibale non amava troppo il genere: forse perché come suggerisce Anne Baldassarri nel catalogo, odiava gli specchi. «Jaime Sabartés – scrive – dice che non poteva sopportare l’immagine che gli rimandano quando per caso si ritrova davanti a uno di essi e afferma: “Se ha orrore della lucente levigatezza di quelle superfici lisce, è a causa del loro sguardo fisso, identico peraltro a quello che lui rivolge su ciò che attrae la sua attenzione”».
E però in ogni momento cruciale della sua esistenza egli è tornato a rappresentarsi, come se avesse bisogno di vedersi e di riconoscersi di nuovo: cambiava stile ogni volta che cambiava donna e partiva con una serie di autoritratti molto diversi l’uno dall’altro, ma che hanno in comune la “mirada fuerte”, quello sguardo penetrante che adoperavano quando passava una bella donna i senioritos di Siviglia.
Ma forse il suo più grande autoritratto è stato il Minotauro: una grande opera in divenire, un alter ego costante che lo ha accompagnato a lungo nella sua esplosione creativa. La Minotauromachia è forse l’opera più intima e commovente di Picasso, quella in cui l’autore deposita i suoi tormenti, confessa le sue colpe, mette a nudo la sua fragilità insieme alla sua dirompente e feroce energia. Negli anni Sessanta dirà: «Se si segnassero su un foglio di carta tutti i punti per i quali sono passato e li si collegasse con un tratto, forse si otterrebbe un Minotauro». Per dipingere se stesso, Picasso ha dovuto deporre il suo volto, indossando una maschera più vera della sua faccia.