venerdì 31 maggio 2013

l’Unità 31.5.13
Settis con Left presenta il suo manifesto
Tutto esaurito all’Eliseo di Roma per il convegno sulla crisi della democrazia
15 tesi per riattivare la politica partendo dai movimenti e dalla Costituzione, con Fabrizio Barca
di Rachele Gonnelli


ROMA Posti in piedi, anzi neanche in piedi, con porte chiuse e fila fuori, ieri al ridotto del teatro Eliseo in via Nazionale a Roma, per il convegno sulla crisi della democrazia e di presentazione del manifesto di Salvatore Settis, 15 tesi «non inchiodate al portone di una chiesa», come ha detto lui, ma affidate alla rivista left che le ha pubblicate e ha organizzato il convegno, al quale hanno partecipato esponenti del Pd come Fabrizio Barca e Renato Soru, di Sel e dei Cinque Stelle, del Teatro Valle Occupato e giornalisti tra cui il nuovo direttore di Left Maurizio Torrealta.
L’archeologo, già direttore per oltre un decennio della Scuola Normale Superiore di Pisa, ora Accademico dei Lincei, editorialista di grandi quotidiani nazionali, è nel direttivo del Louvre di Parigi, dopo aver anche diretto il Getty Research Institute di Los Angeles e presieduto il Consiglio Superiore dei Beni Culturali. È, senza tema di smentite, uno dei più importanti intellettuali italiani. Ma l’approccio con cui si è posto con le sue 15 tesi e nel discorso di ieri è tutto politico. Lui che, come ha ricordato, non ha mai avuto tessere ma ha «sempre votato a sinistra, per un’istanza di giustizia che magari avrei voluto più radicale ma mi sembrava comunque rappresentata come direzione». Un tempo, rimprovera negli ultimi anni «in particolare al Pd» di aver smarrito la bussola, in particolare adesso con il governo delle larghe intese ma anche prima, «avendo aperto la strada a progetti della destra» come la svendita del patrimonio monumentale e culturale. Da professore dopo il suo ritorno dagli Usa ha scritto alcuni libri sull’argomento, poi ha deciso di scendere in campo, «senza però avere alcuna ambizione a fare l’assessore o il deputato», e invece per rivitalizzare il dibattito politico. Considerando l’Italia come il caso limite di un processo che investe anche l’Europa di «democrazia senza popolo», che può evolvere in una riscossa dei cittadini o avvilupparsi in qualcosa di peggiore e pericoloso. In ogni caso che sarebbe sbagliato pensare di lasciare al «pilota automatico» di cui parla Mario Draghi, perché significa abbandonarla alla dominanza dei mercati, alle oligarchie e tecnocrazie, o a apparati di partito che si autoperpetrano inducendo fenomeni di sfiducia, astensionismo, gesti estremi di protesta fino al suicidio o movimenti di protesta come quello di Beppe Grillo.
Il faro per Settis, applaudito per alcuni minuti al termine del suo lungo intervento da una platea attenta composta in gran parte da persone non giovanissime, è «l’associazionismo diffuso». Un tessuto stimato da lui in 5-8 milioni di cittadini, inclusi i sindacati, poco ascoltato dalle istituzioni, cittadini che «guadando fuori dalla propria finestra cercano di capire più in là» e difendere quelli che considerano beni comuni, dall’acqua pubblica al paesaggio, dai diritti ai servizi sociali. Settis richiama il diritto «alla resistenza del singolo contro lo Stato in nome del bene pubblico e dello Stato», in inglese si chiama spiega adversary democracy o controllo pubblico, lui prende il concetto dalla Repubblica partenopea di Eleonora de Fonseca Pimentel, ma spiega che l’elaborazione dossettiana non fu esplicitata nella Costituzione perché «ritenuta implicita». Per altro la Carta del ’48 va bene così, non va emendata né considerata come «litania di articoli staccati», ma solo attuata. Contrarissimo a Convenzioni o progetti di presidenzialismo.
Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione sociale, ha aggiunto a queste «due gambe» movimenti e Costituzione l’idea di una terza, un partito in grado di fare da cassa di risonanza. Sapendo che il vero male, seme del liberismo ma non solo, è l’idea di una governance semplice, di pochi che decidono perchè il sapere si pensa che sia di pochi, «dall’asse Torino-Lione ai termovalorizzatori». «Il limite anche del governo al quale ho partecipato».

Il 2 giugno a Bologna l’incontro a titolo: «Non è Cosa Vostra»
l’Unità 31.5.13
La Costituzione va anzitutto difesa
di Silvana Amati
Senatrice Pd


LA NOSTRA COSTITUZIONE, APPROVATA OLTRE SESSANTA ANNI FA DALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE A LARGHISSIMA MAGGIORANZA, è ancora oggi forte nella coscienza dei cittadini, come ha dimostrato la conferma referendaria del giugno 2006. Nell’ultimo quindicennio si è indebolita non l’adesione della comunità italiana alla Carta fondamentale, ma la garanzia della sua rigidità. In altre parole, è diventato troppo facile cambiare le norme costituzionali da quando è stato abbandonato il sistema elettorale che aveva retto la nostra vita politica durante quarantasette anni e da quando si è attenuata nelle forze politiche la convinzione che in ogni caso alle riforme costituzionali si dovesse procedere solo sulla base di larghe convergenze. Le nuove leggi per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, sia quelle a prevalenza maggioritaria approvate dopo il referendum del 1993 sia quelle proporzionali con premio di maggioranza adottate nel 2005, consentono a maggioranze relative di elettori di diventare maggioranze assolute dei deputati e dei senatori.
Come è noto, il carattere rigido della Carta costituzionale rappresenta, insieme all’indipendenza degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte costituzionale), il presidio più robusto della democrazia. Le Costituzioni democratiche, infatti, riconoscono ed enunciano i principi e i valori condivisi da tutta la comunità nazionale. Esse rappresentano l’elemento fondamentale di identità e di unità di una nazione, che non può essere scalfito né dalla diversità delle culture e delle opinioni politiche, né dalle estemporanee tentazioni assolutistiche delle assemblee, anche di quelle elettive. In una democrazia nessuno, neppure il legislatore, può sentirsi o, peggio, essere legibus solutus. Le Costituzioni democratiche riconoscono e sanciscono, nel loro contenuto essenziale, i fondamentali diritti civili, economici e sociali che spettano ad ogni persona umana e gli inderogabili doveri di solidarietà che da ciascuno devono essere osservati. Esse definiscono, inoltre, le regole generali della competizione democratica. Esse danno la certezza che la dignità umana e i diritti e le libertà che ne sono strumenti imprescindibili non dipendono dalle alterne vicende della competizione politica.
Penso sia evidente a chiunque che sia la storia costituzionale italiana (che indica proprio nella flessibilità dello Statuto Albertino il presupposto giuridico dell’ agevole ascesa del fascismo) sia l’esame delle soluzioni adottate da altri Paesi di democrazia matura consigliano di garantire la rigidità delle procedure di revisione costituzionale. Si può ricordare per esempio la legge fondamentale tedesca (che richiede il voto favorevole dei due terzi del Bundestag e del Bundesrat); o la Costituzione della Norvegia (che richiede, similmente, il voto favorevole dei due terzi dei membri dello Storting); ma soprattutto la procedura di revisione della Costituzione statunitense che può partire su iniziativa o proposta di emendamento approvata dai due terzi dei membri di ciascuna Camera del Congresso, ovvero dal voto della maggioranza di un’apposita convenzione convocata dal Congresso su proposta dei due terzi delle Assemblee legislative statali; mentre la ratifica dell’emendamento richiede il voto favorevole delle Assemblee legislative di almeno tre quarti degli Stati membri ovvero di apposite convenzioni formate su base statale e consenzienti in almeno tre quarti degli Stati membri.
Anche partendo da queste considerazioni e soffermandomi solo alla valutazione sul metodo ho deciso di non approvare la mozione sull’avvio del percorso delle riforme costituzionali. Rispetto alla centralità costituzionale del Parlamento, non convince infatti la procedura di revisione scelta dalle forze di maggioranza. L’approvazione di una mozione indirizzata al governo al quale si dà il compito «di presentare alle Camere entro il mese di Giugno 2013 un Disegno di legge costituzionale che preveda per l’approvazione della riforma costituzionale costituisce una procedura straordinaria rispetto a quella di cui all’articolo 138 della Costituzione. Supera evidentemente l’iniziativa parlamentare e il lavoro ordinario delle commissioni Affari Costituzionali.
Continua ad essere mia convinzione che la procedura ordinaria e garantista dell’articolo 138 non dovrebbe essere derogata, ma rafforzata. Nella passata legislatura ho collaborato con il Senatore Oscar Luigi Scalfaro ad un Ddl costituzionale, che tendeva a rafforzare l’incidenza dell’articolo 138 indebolito nel tempo dalle maggioranze artefatte determinate dalle successive leggi elettorali. Infine, non mi è indifferente l’identica contrarietà espressa da numerosi emeriti costituzionalisti ed importanti associazioni democratiche tra le quali voglio ricordare i comitati Dossetti per la Costituzione, Libertà e Giustizia, Se non ora quando e l’Anpi.
Per questo peraltro il 2 giugno a Bologna è stato organizzato un incontro a titolo: «Non è Cosa Vostra», incontro al quale ho aderito convintamente.

il Fatto 31.5.13
Fermate subito il mago Giachetti
risponde Furio Colombo


CARO FURIO COLOMBO, secondo me – e, credo, secondo tanti – la mozione del deputato Roberto Giachetti era sensata: eliminare subito il Porcellum e tornare per prudenza alla legge elettorale precedente detta “Mattarellum”. Perché lo hanno bloccato con tanto furore?
Lorenzo

LA PAROLA “furore” mi sembra appropriata. Infatti il consorzio di maggioranza stabile Letta-Alfano è corso a bloccare l’iniziativa di Giachetti e di cento deputati Pd, come se il vicepresidente della Camera avesse proposto il ritorno della monarchia. La senatrice di maggioranza stabile Finocchiaro ha guidato l’attacco con queste parole. “È un’iniziativa intempestiva. Non possiamo mettere a repentaglio il percorso delle riforme con atti di prepotenza”. La frase svela, come avviene a volte nelle scenate in cui qualcuno perde il lume della ragione, il vero motivo (diciamo il motivo ideale) di una simile rivolta contro una proposta di puro buon senso: “Eh no, carino. Se mi sciogli subito, sia pure in modo provvisorio, un nodo che, se Dio ci aiuta, potrebbe non sciogliersi mai, la nostra intoccabilità è finita, e il governo stabile Letta-Alfano potrebbe non apparire più (sia pure ai creduloni), così disperatamente indispensabile”. Notare la seconda parte della fatwa della presidente Finocchiaro (Affari costituzionali ) contro il miscredente Giachetti: “Non possiamo mettere a repentaglio il percorso delle riforme con atti di prepotenza”. E così, d’improvviso, una iniziativa parlamentare che, nel linguaggio ebraico sarebbe decisamente “kasher”, cioè non in contrasto con i precetti più rigorosi, diventa “prepotenza”. Pensate al seguente copione tragicomico. Primo, d’ora in poi non ti azzardare a pensare senza Quagliariello al fianco. Secondo, è prepotenza ogni proposta Pd, perché contrasta con il legame a vita. Terzo, il Porcellum sta dove sta e nessuno si sogni di toccarlo. Quarto, fra poco entra in funzione la misteriosa “commissione dei 40” e dobbiamo renderci conto che, per grazia di Dio e volontà dei subalterni, ci consegnerà una Costituzione così nuova e moderna che quella della Resistenza susciterà sorrisi e compatimenti. Per capire, ricordiamo chi è Quagliariello. È il senatore Pdl che ha dichiarato ogni italiano, che non sia cattolico e Pdl (dunque, purtroppo, anche una parte del Pd, insieme ai blasfemi Radicali) mandante o assassino di Eluana Englaro. Cercate di capire la sen. Finocchiaro. Poi chi è Giachetti – per quanto vicepresidente della Camera – è un ex Radicale, per forza ha sbagliato.

il Fatto 31.5.13
Enrico Letta va dai terremotati e viene contestato


L’HANNO ACCOLTO preparati e pronti a spiegare le loro ragione, a Mirandola, in Emilia, sono stati molto duri con il presidente del Consiglio, Enrico Letta, in visita nelle zone colpite dal sisma poco più di un anno fa: “Più soldi ai terremotati, meno politici in passerella”. Tra le cose oggetto di critica veemente, il meccanismo di garanzia per la concessione dei contributi alla ricostruzione, la fiscalità, i rapporti con le banche con una richiesta di moratoria dei mutui, la richiesta di sospensione degli studi di settore per i commercianti. “C'è rabbia presidente!”, ha urlato un manifestante a Letta che gli ha risposto: “Noi siamo venuti qui apposta. Si sta facendo tutto quello che si può fare”. Ansa

il Fatto 31.5.13
È meglio l’astensione che il voto
di Carlo Stevan


Dopo quest’ultima consultazione elettorale non mi sento di criticare chi è rimasto a casa. Cosa è successo infatti alle politiche di febbraio? Il popolo si è espresso per un forte cambiamento confidando in un accordo Pd-M5S ed è sceso in piazza per sostenere l’elezione di Rodotà a Presidente della Repubblica. Risultato? Il ritorno del Governo precedente e l’anomala rielezione di Napolitano. Cosa andiamo a votare a fare se l’oligarchia imperante e inamovibile se ne frega chiaramente dei risultati? Veniamo presi in giro con lo slogan ripetuto alla nausea che “il popolo è sovrano”. Mi viene in mente una grande battuta di Nino Manfredi nel film “In nome del Papa Re” (parlando del Potere): “Il mazzo lo facciamo noi, abbiamo tutti gli assi, e se il gioco ci viene male bariamo pure”

l’Unità 31.5.13
L’odio di Grillo per la sinistra
Dal Colle alla gogna: «Rodotà ottantenne miracolato dal web»
Movimento spaccato, pronta la scissione
di Natalia Lombardo


Fuori due: dopo Milena Gabanelli, adesso Beppe Grillo scomunica Stefano Rodotà, sostenuto dal Movimento Cinque Stelle come candidato per il Quirinale, e ora diventato un «ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra». L’ex comico è allergico alle critiche, e la «colpa» del giurista sarebbe quella di aver detto, in un’intervista di ieri al Corriere della Sera, che Grillo «sbaglia» ad affidarsi solo alla rete, che «non bastano più le loro indicazioni», del leader e di Casaleggio, o che è un errore «dire ai parlamentari: non dovete elaborare strategie».
Il nome dell’ex Garante della Privacy era stato scandito in aula dai parlamentari grillini nel coro «Ro-do-tà, Ro-do-tà», il capogruppo Crimi lo riteneva «il miglior candidato possibile» poco più di un mese fa. Assunto alle (cinque) stelle per avere ottenuto dalle Quirinarie on line 4.677 voti (su 28.518 votanti) è ora buttato nella stalla. Il nome non è scritto ma il riferimento è chiaro, al «maestrino dalla penna rossa» (Rodotà nell’intervista afferma «non voglio fare quello con la penna rossa») che si permette di esaminare il risultato negativo del M5S alle amministrative. Rodotà sarebbe il primo ma Grillo se la prende altri «maestrini usciti dai freezer dopo vent’anni di batoste e di vergogne infinite» del Pd e pure di Sel. Dopo il giurista tocca a Vendola, definito il «supercazzolaro che non sa nulla né di Ilva, né degli inceneritori concessi alla Marcegaglia» che è «come le vecchie di “Bocca di Rosa” troppo vecchie per «dare il buon esempio» (e si spera che non ci sia malizia). L’età avanzata, come la morte, sono l’ossessivo leit motiv degli anatemi di Grillo, per altro 65enne. Poi passa a Bersani, «lo smacchiatore di Bettola», che spiega come «la colpa del governo delle Larghe Intese è del M5S quando il pdmenoelle ha fatto l’impossibile per fottere prima Marini e poi Prodi e non ha neppure preso in considerazione Ro-
dotà» (qui rivalutato). Insomma, la sinistra sarebbe piena di «maestrini» che «mentono agli elettori» e fanno «inciuci» (e Lilli Gruber diventa «compiacente cortigiana», nel linguaggio maschilista del leader stellato). Matteo Renzi è «Renzie» destituito da sindaco a «venditore di se stesso»; e poi «Topo Gigio» Veltroni «riesumato», Anna Finocchiaro retrocessa al rango di «claque» che «vuole fuorilegge il M5S», il giovane Pippo Civati viene descritto come una sorta di canino da «adottare o, in alternativa, lanciargli un bastone da riporto».
Nessuno osi criticare il Capo, insomma. Con Milena Gabanelli, vincitrice delle Quirinarie con 5.796 voti on line, finirà in tribunale perché si è permessa di porre domande scomode sulle entrate di chi fa della trasparenza una bandiera. Qualcosa si è rotto però col popolo dei grillini, a giudicare dai commenti più votati sul blog. Nicolas W. trova il post«IMBARAZZANTE!»perché «si conferma il modus operandi di Beppe: se mi dai ragione sei un genio, se mi dai torto sei un corrotto, un vecchio rincoglionito, etc..» (più di 200 persone approvano). Terzo Nick è preoccupato: «Se il progetto è il suicidio politico, basta che Grillo lo annunci». C’è chi definisce «vergognosa» la «scomunica» di Rodotà per aver espresso critiche «legittime e sensate», dice Simone P. che vede il movimento sbattuto contro un muro. Maurizio F. pizzica uno svarione di Grillo: «Riposati, sei stanco... hai confuso il Duca di Wellington, della battaglia di Waterloo, con l’ammiraglio Nelson di Trafalgar». Perché nella prima versione del post il leader 5 Stelle ha detto che Bersani «ci viene venduto da Floris come Nelson a Trafalgar», dove il comandante inglese è stato ucciso.
Una pioggia di critiche anche su Twitter e molti si chiedono con ironia: quando tocca a Gino Strada? o a Zagrebelsky?. Difende il leader invece il prossimo capogruppo alla Camera, Nuti: «Grillo ha criticato Rodotà con il linguaggio di Grillo», il giurista avrebbe peccato nell’«associarsi alla disinformazione di come veniamo rappresentati all’esterno». Rodotà non risponde, Vendola è «disgustato» e ricorda «due ottantenni meravigliosi» come Don Gallo e Franca Rame, Renzi prevede una spaccatura in Parlamento e Civati chiede un confronto aperto.

l’Unità 31.5.13
Grillini sconcertati e in fuga Dalla Sicilia parte la scissione
Sul web: «Se il progetto è il suicidio politico, basta che Grillo lo annunci chiaramente»
Le bordate di Grillo allarmano i 5 Stelle L’«epurato» Venturino annuncia una nuova formazione, Zaccagnini punta a un intergruppo
di Claudia Fusani


Quando un giorno qualcuno scriverà la storia del Movimento Cinque stelle dovrà dedicare un capitolo al 30 maggio 2013. Il giorno si spiegherà a partire dal quale nulla è stato più come prima in quel movimento nato dalla Rete e che con la Rete voleva conquistare il mondo realizzando la profezia di Gaia per cui «uno vale uno».
Non è ancora possibile oggi dire se è in corso un’implosione senza ritorno, distruttiva e basta. Oppure se dal caos di queste ore evolverà un nuovo progetto politico o nuove forze per diverse aggregazioni. Di certo possiamo dire che ieri è finito il M5s per come l’abbiamo sin qui conosciuto. Che le scissioni sono ormai evidenti e che seguono più direttrici. Così schematizzabili: un’anima più siciliana che dovrebbe avere i propri pilastri nel vicepresidente dell’assemblea regionale Antonio Venturino e nell’eurodeputata Sonia Alfano; un’anima che guarda più a Pd e Sel e che ha fatto il suo timido outing presentandosi ieri pomeriggio all’incontro organizzato dal settimanale Left e dove gli ospiti d’onore erano Fabrizio Barca, l’ex rettore della Normale Salvatore Settis, Gennaro Migliore e Pippo Civati. Nomi che raccontano di precisi percorsi all’interno della sinistra.
Fino alle tredici di ieri la botta delle amministrative (un 10 per cento in meno) era confinata negli attacchi di Grillo («colpa dell’Italia peggiore») e nelle sue antiche scuse («la solita stampa vi dà i numeri sbagliati») e nelle ormai consuete intemperanze della portavoce Lombardi. Fino a quell’ora un dirigente come Roberto Fico ancora incassava il brutto colpo dell’intervista di Stefano Rodotà al Corriere della Sera («Grillo ha perso e la sue dichiarazioni non bastano più») con non chalance: «Voi sbagliate perché siete convinti che i Cinque stelle siano un’alternativa a sinistra».
La prima scossa di terremoto arriva, appunto, intorno alle tredici. Dalla Sicilia il vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino, cacciato dai Cinque stelle perché, per motivi personali, è venuto meno all’obbligo di restituire mezzo stipendio, lancia un nuovo partito. Lo chiama «L’Italia migliore» ed è una piattaforma nazionale, «un approdo per tutti quei colleghi che in questi quattro mesi di governo degli altri non hanno avuto la possibilità di esercitare liberamente il proprio mandato parlamentare e che, mi risulta ancora oggi, danno segnali di quel malpancismo che all’interno dell’Italia migliore potrebbe trovare una giusta soluzione». Importante notare tre cose: Venturino si rivolge ai colleghi parlamentari nazionali e non a quelli siciliani; sono stati i deputati e senatori siciliani, in questi mesi, i più restii all’obbedienza totale e assoluta (fin dai tempi dell’elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato); è siciliana l’eurodeputata eletta con l’Idv Sonia Alfano con cui un gruppo di loro s’incontra spesso.
A questo punto del giorno la deputata Carla Rocco può ancora permettersi di dire mentre cammina in Transatlantico: «Qualcuno di noi se ne andrà? Pazienza, l’umanità è fatta così, perde pezzi, li ritrova. Semplicemente, si cambia».
Dopo pochi minuti l’evento che cambierà per sempre il corso degli eventi: il post di Grillo sui «Maestrini dalla penna rossa» che risponde all’intervista di Rodotà e alle dichiarazioni di vari leader del centrosinistra. È una black list senza appello dove il leader pentastellare descrive Civati, Veltroni, Bersani, Vendola, Rodotà, «come maestrini usciti dalle cantine e dai freezer dopo vent’anni di batoste e di vergogne infinite del loro partito, che si chiami pdmenoelle o Sel non c’è differenza». Grillo stronca tutti, persino, nonostante il suo «sincero stupore», «un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi».
Dopo le frustate alla Gabanelli (che aveva dedicato al M5s una puntata di Report sugli affari della Casaleggio), le offese al professor Rodotà. In nome del quale, e della sua candidatura al Quirinale, i Cinque stelle hanno sollevato le piazze e sacrificato il nome di Prodi. Mai nella storia pur varia dei populismi, l’innamoramento di un popolo per il suo leader era stato così breve.
Quel post assomiglia tanto al punto di non ritorno. In poche ore succede che la base si ribella via web e posta commenti di fuoco al suo leader. Si legge di tutto, da «Grazie Beppe, ma ora hai rotto i c...» a un più argomentato: «Vabbè, allora ditelo. Prima si sfanculizza la Gabanelli, ora si dà dell'ottuagenario miracolato dalla Rete a Stefano Rodotà. Se il progetto è il suicidio politico, basta che Grillo lo annunci chiaramente». Qualche deputato (Aris Prodani) esce allo scoperto: «Grillo sbaglia».
Intanto Adriano Zaccagnini e altri cinque deputati convergono alla iniziativa di Left al teatro Eliseo. L’ipotesi che emerge è quella di un intergruppo che guarda a sinistra, a Sel e a quella parte del Pd rappresentata da Civati.
È il terremoto. Salta la riunione congiunta dei gruppi parlamentari prevista alle 17 e 30: riunioni separate. I telefoni scottano. Le comunicazioni anche. Si contano: in partenza verso sinistra ci sarebbero una trentina di parlamentari. La domanda è se i tempi sono quelli giusti per provare a creare maggioranze diverse da quelle attuali. Di certo si attende, si spiega, il casus belli, un voto su qualcosa di dirimente come giustizia e riforme che possa dividere Pd e Pdl e a cui si possono sommare i Cinque stelle stanchi di Grillo e quelli che non vogliono andare a casa.
Si fa notare, anche, come la disgregazione dei Cinque stelle possa interessare anche la destra. Al meeting di Left era presente Fabio Granata (Fli). E ieri a Montecitorio hanno parlato a lungo La Russa e Crosetto, Bocchino e Lo Presti, Fratelli d’Italia e quel che resta di Fli.

il Fatto 31.5.13
Venturino, l’ex 5 Stelle fonda un nuovo partito


NASCE “L’Italia Migliore”, nuovo partito politico fondato da Antonio Venturino, ultimo fuoriuscito in ordine di tempo dal Movimento Cinque Stelle e vicepresidente dell’Assemblea regionale siciliana. Obiettivo: non disperdere l’esperienza politica degli attivisti cinque stelle. “Bisogna raccogliere il meglio dell’esperienza del Movimento”, spiega l’ex grillino, epurato dal Movimento con l’accusa di aver trattenuto l’intero stipendio da parlamentare. Un nuovo soggetto politico, dichiara Venturino, che mira ad aggregare persone che in questo momento “hanno visto svanire la possibilità di cambiamento che aveva portato il Movimento al successo del 25 febbraio”. Un partito aperto ai grillini malpancisti, conclude, che mira ad accogliere “l’esperienza di chi oggi vive con un certo disagio il fenomeno 5 Stelle e che non ha avuto la possibilità di esercitare liberamente il proprio mandato parlamentare”.

il Fatto 31.5.13
Il videomaker M5S Salvo Mandarà
“Urne flop Mi ero illuso me ne vado”


Due giorni fa ha annunciato in video la sua partenza: via dall’Italia, deluso da questo “paese di merda” che ha già voltato le spalle a Beppe Grillo. Salvo Mandarà, già telecamera vivente dello Tsunami Tour, è stato travolto dai messaggi: 400 mail, 15 mila visualizzazioni del filmato d’addio e tanti titoli di giornale: “Tutti scrivono che lascio il Movimento. Ma non è così”.
Ci racconti come è andata.
Ero pieno di rabbia e frustrazione: con gli insegnanti di mio figlio, che non mi hanno avvisato che da 12 giorni non andava a scuola; con i carabinieri, dove ho sporto denuncia per un furto e mi hanno detto che era pericoloso... Poi sono arrivati i risultati elettorali...
La goccia finale..
Ho capito che la speranza che le cose cambiassero era un’illusione, il processo è lento.
Deluso?
Avevo scommesso che avremmo preso 40 Comuni. Invece probabilmente non ne avremo neanche uno. Mi sono fatto prendere dal panico, sono un sognatore.
E questo sembra un incubo.
Qualcuno ci sperava di prendere il Friuli... siamo stati vittime della trappola dell’informazione. Come me del resto: sono stato stupido, ho prestato il fianco agli attacchi. Tutti a dire che ho litigato con Beppe. Ma io non potrei mai, per me è come un papà.
L’ha sentito?
Mi ha chiamato subito, l’altra mattina.. appena si è svegliato: “Salvo, che è successo? ”.
Ma ormai ha deciso: se ne va.
Voglio dare ai miei figli un futuro diverso.. io spero che il governo cada presto, ma se si vota nel 2014 magari riesco a tornare... almeno d’estate, di nuovo sui palchi.

il Fatto 31.5.13
Orgoglioso disastro, arrivederci Lombardi
di Andrea Scanzi


Una pasionaria che sembrava un fake. Un troll forse inoculato nel sistema M5S dai detrattori. Roberta Lombardi, la Biancofiore di se stessa, abdica. Come previsto, dopo novanta giorni orgogliosamente disastrosi. Instancabile costruttrice di gaffes. Refrattaria alla simpatia come Scilipoti all’avvenenza. Lei era il poliziotto cattivo, Vito Crimi quello buono. La voce robotica, i modi scontrosi, la nettezza dialettica di chi scudiscia alleanze e mediazioni col trasporto della virago sorda a qualsivoglia pietà. Roberta Lombardi doveva contribuire ad aprire il Parlamento con una scatoletta di tonno, ma ha finito col togliere l’appetito a molti elettori. Niente pesce, ma pure niente apriscatole. La Sciagurata Egista della politica 2.0. Avviluppata in un’arroganza rancorosa, quasi come la Laura Betti di Tutta colpa del paradiso. Il pubblico l’ha eternata per quel “Bersani, noi non siamo a Ballarò”, ma in quello streaming disse una cosa ancora più emblematica: “Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali”. Roberta credeva, e forse ancora crede, di essere la società civile. Di rappresentarla tutta. Lei e solo lei. Il biondo crine, i lineamenti duri, lo sguardo cattivo perché le giustiziere non possono concedere sconti. Un avvocato romano, Luigi Piccarozzi, l’ha denunciata per aggressione: “A Roma la Lombardi è più potente di Grillo”, sostenne a L’aria che tira. Era stata appena eletta capogruppo alla Camera, e i giornalisti scovarono le sue tesi sul fascismo buono (“Prima che degenerasse, aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia”).
La politica si scannava su temi altissimi, e lei raccontava nella sua pagina Facebook di avere subito l’oltraggio indicibile del portafogli rubato: “Poichè è mia intenzione trattenere dalle voci di rimborso che compongono il mio stipendio solo quelle effettivamente sostenute e documentate e restituire il resto, cosa faccio? Aspetto vostri consigli". Era il 13 aprile. Due giorni dopo, sostenne: “Che un presidente della Repubblica debba avere una certa età anagrafica non c'è scritto da nessuna parte” (invece c’è scritto. Nella Costituzione, soglia minima 50 anni). Grillina ma non troppo, almeno nel settembre 2009 (“Il metodo con cui si sta muovendo Grillo mi fa decisamente schifo”). Ambientalista (“Sono bicchieri di plastica, inquinano, non li uso. Da domani mi porto un bicchiere di quelli da pic nic”), mistress sadomaso con lo slave Bersani (“Non dirò sì a Bersani neanche se si butta ai miei piedi e mi implora di dargli un lavoro”), appena confusa sull'intervento per i pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione (“È una porcata di fine legislatura, parte dei soldi andrà alle banche! ”). Uscita dalle consultazioni con Napolitano, si fece fotografare con pose commoventemente civettuole accanto a Grillo. Poi dette del “nonno” al presidente della Repubblica (“Era stato lui a dire che vista l'età ora voleva godersi i nipotini”). Lanciata a bomba contro il suo stesso Movimento, due giorni fa ha donato l’ultima perla: “Siamo sotto assedio e tu, deputato che fai la spia con i giornalisti, sei una merda”. I suoi esegeti le riconoscono la capacità di rifuggire le dichiarazioni puntualmente democristiane dei politici di professione. Vero. Ma forse, per una rivoluzionaria che ha contribuito in prima persona alla restaurazione, è un po’ poco.

La Stampa 31.5.13
I nuovi arrivati già pronti a una scissione in Parlamento
di Marcello Sorgi


Chi si aspettava una svolta di Grillo dopo la sconfitta subita nel primo turno di amministrative domenica scorsa, chi pensava che in fondo il leader del Movimento 5 Stelle, solo per fare un esempio, si sarebbe pronunciato sul ballottaggio di Roma, senza mettere sullo stesso piano Marino e Alemanno e cercando di interpretare quella parte della sua base che lo spinge verso sinistra, bene: chi si era fatto illusioni del genere dovrà proprio ricredersi.
Dopo aver distinto tra un’Italia di serie A e un’altra di serie B, che non è stata in grado di dare un «vaffa» definitivo ai partiti, l’ex comico è tornato alla carica con una serie di insulti mirati anche contro chi, come Stefano Rodotà, era diventato un’icona del Movimento, oltre ad essere stato candidato alla Presidenza della Repubblica. Com’era già accaduto per la Gabanelli, Rodotà, che non ha voluto replicare, è diventato un «ottuagenario» che, dopo aver scongelato, Grillo è pronto a rimettere nel freezer. Ma c’è n’è per tutti: i «maestrini dalla penna rossa» Bersani e Vendola, «Topo Gigio» Veltroni, la «claque» di Finocchiaro e Civati. I gruppi parlamentari un po’ sbalestrati, dopo il crollo dal quaranta al sessanta per cento dei consensi raccolti nelle urne, ne dovranno necessariamente tener conto. E se non fosse chiaro, la capogruppo alla Camera Lombardi, in vista dell’assemblea dei deputati, li ha avvertiti: chi passa indiscrezioni o documenti ai giornalisti (altri nemici giurati del M5s) è semplicemente una «m... ».
Al di là del linguaggio usato dal leader o dai dirigenti, l’uno-due di martedì e ieri segnala che la scelta di Grillo è compiuta: forse proprio perché non è sicuro di riuscire a controllare al cento per cento i parlamentari, il leader si arrocca sulla Rete, anche a costo di contestare i suoi stessi eletti, che i blog non a caso avevano definito a caldo, dopo i primi risultati elettorali, «dementi», e a cui avevano cercato di addossare la maggior parte di colpa per la sconfitta. Grillo insomma mette in conto che, grande o piccola che sarà, è ormai possibile la scissione di un gruppo di deputati e senatori proprio nella direzione indicata da Rodotà nell’intervista al «Corriere della Sera» che gli è valsa la scomunica: entrare nel gioco politico invece di stare ai margini, lavorare in Parlamento, cercare intese con quelle parti di Pd (soprattutto) e Pdl che intendono impegnarsi al sabotaggio delle larghe intese. Per chi sceglierà questa strategia, dopo l’accusa di demenza, è pronta la squalifica di Grillo che dalla Rete gli cucirà addosso l’abito del rinnegato.

L’articolo che segue cita l’incontro dell’Eliseo voluto da Left
Repubblica 31.5.13
I ribelli pronti alla svolta anti-Beppe “Ora un intergruppo con Pd e Sel”
Scontro sui prescelti per il corso di comunicazione con Casaleggio
di Annalisa Cuzzocrea


ROMA — È una manovra a tenaglia. Vito Crimi e Roberta Lombardi, insieme ai talebani di Camera e Senato, hanno il compito di intimidire le “spie”, parola che risuona sempre più spesso nelle riunioni a 5 stelle (Quelle che dovevano essere mandate in streaming, quelle che i cittadini avrebbero potuto seguire comodamente dal loro computer). Beppe Grillo fa di più. Abbatte i ponti, cerca di allontanare la sua pattuglia parlamentare dalle sirene di una parte del centrosinistra: quella che non si riconosce nel governo di larghe intese, quella che cerca mondi da cui ripartire. La demolizione di Stefano Rodotà attraverso il blog è l’abbattimento di un simbolo che stava diventando scomodo. L’attacco a Pippo Civati va nella stessa direzione.
Perché Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e lo staff sanno bene che qualcosa si sta muovendo, tra i parlamentari scontenti del dirigismo e dalla scarsa democrazia del Movimento. Sanno che l’inevitabile approdo di tutta questa agitazione è una scissione. Per questo puntano a screditare chi andrà via e chi offre intese. I “dissidenti” parlano con Civati, con Sonia Alfano, con Luigi De Magistris, con Corradino Mineo. Guardano con interesse alle iniziative della rivista Left. Stanno pensando a un “intergruppo” con cui lavorare su determinati temi. Tavoli tematici insieme a Pd e Sel su anticorruzione, incandidabilità di Berlusconi, costi della politica, Europa. Un pretesto per guardarsi in faccia, sondare le possibilità, cominciare un percorso. «I tempi non sono maturi per andare oltre », dicono alcuni, ma c’è chi come Adriano Zaccagnini - corre più veloce. Perché va bene aspetpre: il momento giusto, va bene non farsi cacciare per una questione di soldi (tre giorni fa è arrivato il secondo lauto stipendio e il fondo dove versare l’eccedente ancora non c’è), ma l’approdo va costruito. Strutturato. Altrimenti sarebbe come buttarsi senza paracadute.
«Qui non ci sono spie e non ci sono sabotatori - dice Civati - se qualcuno cerca un’interlocuzione io ci sono. Tutto qui». A cercarlo sono in molti. Quelli della cena dei “congiurati” della settimana scorsa, ma non solo. Perché tanto più il pugno degli ortodossi si fa duro, tanto più gli scontenti aumentano. Girolamo Pisano, in un Transatlantico deserto, commenta l’uscita di Grillo con un desolato: «Ormai si capisce solo lui». E ammette: «Tutto questo mi sta cominciando a nauseare. Un’intervista non la faccio perché mi sono stancato di appiccicarmi (litigare, ndr) con le persone. A che serve? Pensare che da noi a Salerno il gruppo funziona così bene, stiamo facendo cose fantastiche. Qui invece... ». Lì invece si convoca una riunione congiunta Camera e Senato per parlare dei risultati delle elezioni, e poi la si annulla perché a Palazzo Madama dicono di avere altri impegni. Si fa un ordine del giorno che comprende l’ennesima discussione sul “trattamento economico”, e poi lo si straccia perché gli altri «non sono venuti». Si litiga sulla comunicazione, con le domande di chi ha scelto quelli che oggi saranno con Grillo e Casaleggio a farsi insegnare cosa dire in tv, e come dirlo? Chi ha tirato fuori i nomi di Roberto Fico, Alessandro Di Battista, Vito Crimi, Laura Castelli, Luigi Di Maio, Riccardo Nuti, Nicola Morra, Paola Taverna? ». Soprattutto: «Perché dobbiamo scoprirlo dalla stampa? ». È giovedì, i trolley sono pronti, alcuni sono già andati via. Di risposte non ne arrivano, a parte le rassicurazioni: «Ci hanno detto che non si tratta solo di andare in tv. Alcuni di noi saranno addestrati per parlare sui palchi», dice uscendo a prendere aria Daniele Del Grosso. Che di Grillo pensa: «Lui è così, si arrabbia, ma sono sicuro che domani chiederà scusa a Rodotà». Non la pensano allo stesso modo l’avvocato veneto Tancredi Turco («Ha un tantino esagerato, non mi riconosco in quelle parole. Io Beppe non lo vedo come capo»), né il senatore Francesco Campanella: «Le rispondo con una frase soltanto: non mi piace». Tommaso Currò, che ai giornalisti in cortile ha detto solo un no comment a denti stretti, in riunione lo ha chiesto: «Parliamo di Rodotà». Bocciato. Non c’è tempo. Un’altra volta. La museruola non basterà. Adriano Zaccagnini non parla a caso di «macchina del fango». Nel pomeriggio era al teatro Eliseo all’incontro di Left con Salvatore Settis. Ha preso la parola, ha lanciato semi di dialogo. Non era l’unico 5 stelle presente. Lui ci crede. Per altri, come Giulia Sarti, è tutto inutile: «Sono nel Movimento da 5 anni - dice mentre mangia al volo un muffin alla buvette - sapevo cosa sarebbe successo, ma ho deciso di non curarmene. Chi vuole andare via, vada. Io penso solo a lavorare. E non mi importa dei post di Grillo. Non c’è solo Beppe».

Corriere 31.5.13
Cinque consigli (non richiesti) per andare in Tv
di Aldo Grasso


Vecchia, cara tv generalista. Dopo la sbronza internettiana, dopo aver disprezzato il piccolo schermo Grillo e Casaleggio mandano gli eletti in Parlamento a scuola di tv. Niente talk show, naturalmente, ma tutto il resto sì. Da oggi prendono lezioni alcuni deputati e senatori inequivocabilmente ortodossi, accuratamente selezionati. Ecco cinque consigli non richiesti.
1) Il nemico numero uno della tv è l'astrattezza, di cui i grillini sono campioni assoluti: frasi fatte, ragionamenti astrusi, parolone usate il più delle volte a sproposito, nessun contatto diretto con la realtà. Il modo più semplice per attirare l'attenzione degli spettatori è quello di fornire loro delle immagini, creare quasi degli oggetti mentali. Dimenticare subito la retorica pasticciona di Vito Crimi. Dimenticare le ossessioni «pistarole» di Beppe Grillo, la sua visione complottistica della storia, le sue paranoie.
2) I grillini provengono da esperienze sociali diverse ma sembrano aver trovato un collante nella gergalità. Che è solo un'arma di difesa: quando si subisce lo stress del parlare in pubblico, la mente perde lucidità, la memoria si impoverisce, le labbra vanno in automatico. Per irridere la gergalità dei grillini lo scrittore Paolo Nori ha proposto un esempio dell'ufficio stampa del comune di Parma: «Il Comune e Infomobility hanno messo in piedi ed organizzato un servizio dandone sempre il massimo risalto ma soprattutto ampliando l'offerta in termini temporali, di quella che fu sempre stata nel passato. La chiusura del periodo di ferragosto risulta il tempo minimo che veniva attuato anche nel passato ed il momento particolare non aiuta certo a disporre di maggiori finanziamenti per fare diversamente, anche se tutti gli sforzi verranno riposti per i prossimi mesi nelle pieghe del bilancio comunale». Sia di lezione!
3) La monotonia. Il più interessante discorso può essere rovinato dalla cattiva esposizione. Un'esposizione senza coloritura, senza accensioni, pause, sottolineature gestuali è un pugno nello stomaco, una sfida alla buona volontà. Incoraggiata dalla piattezza, la noia si mangia tutto: idee, progetti, finalità.
Se le domande del giornalista sono noiose, può succedere, conviene giocare in contropiede per alzare il tono dell'intervento. I grillini sono tendenzialmente monocordi, nelle apparizioni in streaming hanno trasformato il messaggio di chiusura a possibili alleanze in una forma di monotona impunità. La monotonia porta al monologo, la forma dominante con cui i grillini finora si sono espressi: il giornalista è considerato solo un avversario. E se mostra desiderio di approfondire, di insinuare dubbi, di interrompere il monologo, viene respinto in malo modo.
4) La memoria del pubblico televisivo è tanto fragile quanto selettiva. Meglio mettere in conto che molto di ciò che si sta per dire andranno disperse: si eviterà così di dire troppe cose e ci si ingegnerà invece a ripetere con parole diverse i concetti che ci stanno particolarmente a cuore. Il vero segreto di chi va in tv non è di dire tante cose ma di dire, sempre in maniera diversa, poche cose.
Non bisogna essere, o almeno dimostrare di non essere, indifferenti alle sollecitazioni degli interlocutori. Le contestazioni, le puntualizzazioni, le manifestazioni di diversità vanno accettate di buon grado. È nel farle nostre che si dimostra superiorità. Cosa che i grillini non hanno ancora capito, opponendo sempre un muro di ostilità.
5) Si dovrebbe andare in tv soltanto quando si ha qualcosa da dire; altrimenti meglio starsene a casa. Questa è la regina delle regole. Non sapere non è una colpa. Molti grillini hanno dimostrato inconsapevolezza su molti argomenti, fingendo però il contrario. Certo, l'ignoranza è comoda perché giustifica la faciloneria, anzi la rende necessaria e ricercata: è la madre dell'impudenza.
Se si vuole andare in tv e non fare brutte figure bisogna smettere di considerare l'ignoranza come un punto di vista. Quando Crimi sostiene che «Noi non dobbiamo ragionare di strategia politica, di alleanze. Chi dice questo non ha capito niente. Tu, parlamentare, devi dire: sei d'accordo sulla mozione Ogm? Sei d'accordo sul singolo tema?», significa semplicemente che è lui a non aver capito niente. Di politica. E di televisione.

La Stampa 31.5.13
La fiammata dei Cinque Stelle
di Luca Ricolfi


Quando votano in pochi, come è successo alle recenti amministrative, c’è sempre il rischio di sovrainterpretare, di vedere nel voto più di quello che contiene. A me i segnali chiari sembrano solo due: gli elettori di sinistra che avevano votato Grillo stanno cominciando a tornare a casa, il movimento di Grillo ha subito un tracollo d’immagine. Gli italiani saranno pure ingovernabili, come pensava Mussolini e ora ripete il commissario europeo Günther Oettinger, ma non sono ciechi. Se per qualche motivo le cose precipitano, come è successo in vari passaggi della storia nazionale, può succedere che una parte dell’elettorato improvvisamente divenga pronta a votare una forza politica nuova, che promette un cambiamento radicale, o anche semplicemente rappresenta un modo d’essere diverso, una qualche rottura con il passato o con il presente. Ma altrettanto improvvisamente i medesimi elettori che hanno scommesso sul nuovo o sul diverso sono pronti a ritirare il loro consenso. Nella storia elettorale italiana degli ultimi 70 anni è già successo due volte, con il movimento dell’Uomo Qualunque (fra il 1946 e il 1948) e con la mai veramente nata Alleanza democratica, che subito prima della discesa in campo di Berlusconi era arrivata (nei sondaggi) a sfiorare il 20% dei consensi. Vedremo presto se il caso del Movimento Cinque Stelle somiglierà più a quello dei movimenti-fiammata (come Uomo Qualunque e Alleanza democratica), o a quello dei movimenti-incendio, che nascono all’improvviso ma durano nel tempo, come sono stati la Lega e Forza Italia.
Personalmente propendo più per la prima ipotesi, quella di un raffreddamento del consenso al Movimento di Grillo, e questo non tanto per la batosta elettorale dei giorni scorsi, quanto per i comportamenti e gli equivoci che l’hanno preceduta e per molti versi preparata.
Primo equivoco. Beppe Grillo pare non aver capito che la maggior parte degli elettori non sono né fanatici, né militanti. Sono sì disgustati dalla politica, vorrebbero sì mandare a casa una classe dirigente che li ha profondamente delusi, ma al tempo stesso vorrebbero che un governo ci fosse. E che fosse un governo decente. Non è evidente, o almeno non lo è ancora, o non lo è alla maggioranza dei cittadini, che il governo Letta-Alfano sia un governo indecente. Mentre è del tutto evidente che il Movimento Cinque Stelle ha ostacolato in ogni modo la nascita di un governo compatibile con il risultato elettorale.
Secondo equivoco. Il Movimento Cinque Stelle pare non aver capito che molti elettori danno una notevole importanza a due virtù: la competenza e lo stile. Molti elettori (la maggioranza, a mio parere) non si accontentano affatto di essere governati da gente «semplice e onesta», ma vorrebbero anche che i politici che li rappresentano fossero competenti, esperti, e persino educati. Soprattutto quest’ultima cosa. Gli elettori possono anche perdonare la volgarità del capo, che può mascherarsi dietro l’alibi della satira, ma apprezzano molto di meno la volgarità dei sottoposti, sia quando si manifesta come amore per il vil denaro (vedi il surreale dibattito sugli scontrini e gli emolumenti dei parlamentari) sia quando si manifesta con le offese e il turpiloquio (giusto ieri le parole «merda» e «stronzo» erano al centro delle profonde riflessioni politiche di due grillini molto in vista, la capogruppo alla Camera Roberta Lombardi e l’uomostreaming del movimento Salvo Mandarà; per non parlare delle offese di Grillo a Stefano Rodotà).
Terzo (e fatale) equivoco. Il Movimento Cinque Stelle pare non aver compreso né la natura della Rete né la natura della democrazia. La Rete, che qui scrivo in maiuscolo perché qualcuno la considera una divinità, è uno strumento comodissimo e utilissimo (posta elettronica, Wikipedia, migliaia di servizi gratuiti, velocizzazione delle comunicazioni, ecc. ecc.), ma è anche fonte di innumerevoli effetti collaterali negativi. Grazie alla Rete può risultare più facile violare la privacy, umiliare le persone, indurre al suicidio un ragazzo o una ragazza, mettere in circolazione informazioni false o pericolose, truffare il prossimo, dare voce agli incompetenti, permettere l’espressione dei peggiori sentimenti, o anche semplicemente sottrarre tempo a chi potrebbe usarlo assai meglio. Il Movimento Cinque Stelle non solo deifica la Rete, ma sogna un mondo in cui tutti possano partecipare a un innumerevole insieme di decisioni grazie al voto elettronico. Un mondo in cui la democrazia diretta, che qualche volta ha funzionato in piccole comunità, trionfa sulla democrazia rappresentativa, inventata per governare comunità grandi e complesse.
E’ una sciocchezza, se non altro perché la maggior parte di noi non vuole affatto mettere becco nell’innumerevole giungla di leggi e norme che vengono emanate ogni giorno da ogni sorta di consesso, ma preferirebbe potersi dedicare alle cose che ama con la serenità che deriva dal fatto di avere dei decenti rappresentanti in parlamento e nelle istituzioni. E’ a questo che serve la democrazia rappresentativa. Ed è questo il motivo per cui, nelle democrazie che funzionano, a votare vanno in pochi, non in molti: perché sanno che, chiunque vinca, non sarà una catastrofe.

Repubblica 31.5.13
Salvate il soldato Beppe (ma da se stesso)
Da attaccabrighe a teppista il cupio dissolvi di Grillo leader in tilt alla prima sconfitta
di Francesco Merlo


GRILLO, nonostante le tue canagliate, io vorrei che tu, Renzi ed io…”. Ancora potrebbe, questa prima sconfitta di Beppe Grillo, mutarsi in valore civile. E forse solo un Epifani dantesco potrebbe aiutare Grillo a salvarsi dal Grillo impazzito che sproloquia persino contro Rodotà, che pure è stato il suo fiore di purezza, il suo Garibaldi o meglio il suo Mazzini, il suo alibi di nobiltà.
HA AVUTO la fortuna, Beppe Grillo, di subire un imperioso alt degli elettori quando ancora non tutto è perduto. Ha infatti il tempo di rivedere, correggere e ripensare anche il se stesso tramutato in canaglia. E il segretario del Pd, ora che non ne ha bisogno per sopravvivere, dovrebbe chiamare il furioso attaccabrighe al confronto diretto, senza il corteggiamento trafelato e penoso ai gregari che umiliò Bersani, ma lanciando un ponte di sinistra, un osservatorio, un blog a due piazze, una cosa (“ah, cosa sarà?, che fa muovere il vento”) che sia fatta di dibattiti serrati e anche di quegli sbeffeggiamenti (reciproci, però) che Grillo ha trasformato in scienza della politica.
Si sa che negli animi nobili la sconfitta migliora il carattere, lo ingentilisce. Ma se l’animo è ignobile, lo inacidisce. E le sgangherate reazioni di Grillo, chiuso nel suo blog virtuale trasformato in bunker reale, esprimono appunto quell’umore che gli inglesi chiamano ‘sour grapes’, uva acida. Con insolenze da teppista, che raccontano meglio dei numeri elettorali, il malessere mentale dello sconfitto che non si rassegna, Grillo malmena dunque Stefano Rodotà che era il suo candidato al Quirinale contro la sinistra. Ora che si è permesso di criticarlo con un’intervista al Corriere, dandogli dei consigli generosi e sensati, Rodotà non è più «un ragazzo di ottanta anni» ma «un ottuagenario sbrinato di fresco» e «miracolato dal web». E qui c’è per due volte, sia nel plauso giovanilista sia nel disprezzo antisenile, la stessa (rovesciata) volgarità fascistoide di ‘giovinezza giovinezza’ accanto al vaneggiamento del ‘chi non è con me è contro di me’. Era già successo alla Gabanelli, succederà ancora. Oltre la lista delle Quirinarie ci saranno altri amanti strapazzati, anche perché, come dicono in Sicilia, «cu di mulu fa cavaddu, u primu cauciu è u so», chi tratta un mulo come un cavallo, si becca il primo calcio.
«Abbiamo vinto», dice Grillo negando l’evidenza e aggredendo Renzi (anzi Renzie, come Fonzie, eh eh) e poi Civati, Bersani, Veltroni… E intanto Lombardi e Crimi vanno «a caccia di pezzi di merda» con un linguaggio che, in bocca loro, diventa agghiacciante. I parlamentari si rubano le mail a vicenda, il gruppo sembra destinato a sgretolarsi ma la Lombardi trova la parola giusta da sillabare: «Confermo, sono delle merde. Mer-de!». Nel delirio della sconfitta, gli amici, che hanno la faccia dei nemici e viceversa, inchiodano Grillo al suo blog-bunker, sempre più sfigurato nell’acidità. E l’impolitica diventa impotenza. Solo un fissato può davvero credere di avere perduto per colpa degli altri, del dominio padronale sui mass media, della pochezza degli italiani. Certo, non deve essere facile per lui. Ma per sua fortuna nessuno può chiedergli di dimettersi. Solo di rimettersi.
Per recuperare il suo fascino seduttivo (non su di noi, ovviamente) il perdente deve sempre diventare leggero. E non è un problema di eleganza, ma di sostanza. Solo ammettendo la sconfitta Grillo potrebbe guarire dalla spocchia e capire che non basta più essere il divertimento intellettuale di alcuni vip dello spettacolo e lo sfogatoio plebeo della rabbia italiana. Potrebbe valorizzare le intelligenze dei suoi parlamentari, spronandoli a studiare almeno un po’, smetterla di punire, espellere e controllare, potrebbe consegnarsi finalmente alla politica che è una delle più nobili attività dell’uomo, e proprio per questo degenera in vizio e corruzione. Non lo fa, ma ancora potrebbe.
Più che denunziare, Grillo ha irriso il potere degenerato, ha spernacchiato il Palazzo tronfio e sordo. Non è stato il primo a sbeffeggiare la politica, ma è stato il primo a fare dello sbeffeggiamento una politica. Ed è senza precedenti nella storia d’Italia, salvo forse Giovannino Guareschi, che solo alla fine, come Grillo, se la prese con gli italiani: «Popolo bue, li hai votati? Adesso pedala» (e speriamo che per questo paragone non si offenda, la buonanima). E però solo con Grillo la tradizione dello spernacchiamento,
che va da Marziale a Pasquino, da Totò a Dario Fo, ai Guzzanti e, nel suo modo supercilioso di mezzo Landini e mezzo Montanelli, a Marco Travaglio, ha cessato di essere il cibo dell’intrattenimento più o meno intelligente ed è diventato il manifesto di un partito che alla Camera è ancora maggioranza relativa. Ebbene, da questo sbeffeggiamento la politica non tornerà più indietro.
E bisogna riconoscere che in Italia la comicità e la satira hanno una funzione unica al mondo. E basta guardare come Crozza riesce a tirare fuori la parte più vera dei politici, sia pure capovolta. L’altra sera anche la Carfagna, confrontandosi con le battute di Crozza, è stata simpatica e intelligente. E si può discutere se si tratta di un altro segnale della decadenza italiana, se è una fuga o una medicina, ma non si può negare che è questa l’essenza del grillismo e, proprio quando comincia il suo declino, si capisce che non si potrà più fare a meno della forma che lo sberleffo ha dato alla politica.
Dunque è ora di provarci davvero a salvare Grillo da Grillo, magari evitando di esibirsi nella pratica diffusa di bastonare il cane che annega. E non solo perché non è elegante né generosa l’idea, troppo sbrigativa, di potergli dare presto il colpo di grazia, con una spietatezza un po’ ridicola. Ma anche perché è il cane da guardia del legittimo, giustificato malumore italiano e perciò almeno il Pd dovrebbe evitare di cantare una vittoria che potrebbe essere quella di Pirro, o, se preferite, quella di Sansone che morì con tutti i filistei.
Inoltre qui si rischia di buttare via, con l’acqua sporca del livore tribunizio e del vaffa, quel radicalismo sociale che è la giusta punizione della politica diventata affarismo, clientelismo e guadagno illecito, la deriva finale della partitocrazia denunziata da Pannella quarant’anni fa.
Sicuramente gli elettori hanno punito il moralismo di Grillo che è ideologismo eccessivo e grottesco, ma è pur sempre alla morale che il moralismo attiene. Certo è morale andata a male, ma guai a liberarci anche dal bisogno di morale che Grillo aveva intercettato e al quale non riesce a dare un orizzonte diverso da quello drammaticamente perdente del «resterò solo io», «non abbiamo fretta», «morirete tutti», «pezzi di merda», « traditori», «venduti».
Anche la critica alla televisione aveva un suo fondamento. Gli elettori si sono accorti che, non andando Grillo, in tv è arrivato un serraglio di grillologi: giovani giornalisti con l’insulto creativo e zero titoli, professori senza alunni e, al posto dei portavoce e dei portaborse, i portarancore, i professionisti del livore. La critica alla cattiva tv ha prodotto una pessima tv. Ma rimane vero che Grillo aveva intercettato un giustificato «ne abbiamo abbastanza» della pulp tv fatta di sbranamento e calci in bocca, e di un giornalismo politico fondato sull’eccitazione con il forcone del divo e del mezzodivo.
Forse solo il Pd può fermare questo ‘cupio dissolvi’ e aiutare Grillo a salvarsi e innanzitutto perché non è detto che la sinistra radicale che lo votò torni davvero a casa e che non si prepari invece un postgrillismo che sostituisca alla pratica astiosa dello sbeffeggiamento quella delle maniere spicce nelle fabbriche, nelle strade, nel conflitto sociale, nell’estremismo ambientalista. Non che sia davvero immaginabile un ritorno al terrorismo, come dice il solito Grillo che pensa di compendiare in sé tutto il vissuto e tutto il vivibile, ma può accadere che esplodano, come attorno alla spazzatura e alla Tav, i plebeismi, il luddismo o nuove forme di criminal sindacalismo nel nome (usurpabile) della nuova povertà italiana, contro l’euro, contro l’Europa e contro lo stesso Grillo, visto che la campana del crescente astensionismo suona forte anche per lui.
Epifani, che capisce questo mondo e ha forse la stoffa per governarlo, potrebbe davvero provare a salvare Grillo da Grillo. E senza patti, lontano dal mercato delle commissioni e delle maggioranze, preparare il dopo Letta e il superamento definitivo del berlusconismo, convincendo Grillo, come cantano Dalla e De Gregori ‘a lasciare la bicicletta sul muro e parlar del futuro’ dentro una passione italiana e, con l’animo dei forti, persino una vaghezza di amicizia: “Grillo, io vorrei che tu Renzi ed io / fossimo presi per incantamento. Nonostante le tue canagliate”.

l’Unità 31.5.13
Rischio occupazione per i dipendenti Pd
di Maria Zegarelli


«Il nostro tesoriere ha convocato una riunione stamattina per fare il punto sul finanziamento ai partiti. Non è un fatto che ci coglie di sorpresa, stiamo cercando di affrontare questa novità assoluta, ma non è vero che siamo nel panico...». Un dipendente del Nazareno cerca di smorzare l’incendio che rischia di esplodere in casa democratica sull’allarme occupazione per i 200 dipendenti del partito. Non c’è panico, c’è rabbia e quando Antonio Misiani, detentore delle casse Pd, incontra i dipendenti per spiegare che con l’abolizione del finanziamento ai partiti sarà inevitabile ridimensionare le spese, tutte, compresa la voce «costo del lavoro», esplode. «Avete ceduto al grillismo», accusa qualcuno, mentre qualcun altro ricorda che gli ex dipendenti oggi parlamentari sono i più convinti sostenitori dell’abolizione. C’è anche chi chiede che i parlamentari si tassino di ulteriori mille euro al mese e chi lamenta le spese sostenute negli anni scorsi senza troppo badare al futuro. L’Huffington Post spara sul sito «Pd: 180 dipendenti in cassa integrazione. Colpa del taglio al finanziamento ai partiti» mentre Misiani al telefono cerca di riportare le cose nella giusta dimensione: «La situazione è difficile ma non va drammatizzata oltre misura. È chiaro che l’abrogazione del finanziamento pubblico porterà a un ridimensionamento di tutte le strutture del partito, ma decideremo insieme ai dipendenti le misure da adottare. Dovremo essere pronti perché nessuno oggi può prevedere con certezza di quanto varieranno le entrate». Un salto nel buio, soprattutto in tempi di antipolitica.
Attualmente i dipendenti del Nazareno a Roma sono 200, 45 dei quali già ricollocati negli staff di ministri e sottosegretari anche in vista del taglio dei fondi, e il costo del personale è di 12,7 milioni di euro l’anno, a fronte dei 24 milioni finanziati nel 2013 (che sono salvi e arriveranno entro luglio). «Io sono tra coloro che pensa con convinzione che l’attuale sistema non può andare avanti, che è necessario cambiare, ma bisogna tenere conto di molte cose, compreso il fatto che la legge dovrà prevedere un tetto massimo per le erogazioni liberali perché altrimenti solo i milionari potranno permettersi di fare partiti e politica», avverte Misiani proprio alla vigilia della discussione in Cdm del Ddl sul finanziamento ai partiti. Enrico Letta vuole andare fino in fondo, abolizione totale, e vuole farlo adesso. «Fa bene dice Misiani ma è necessario prevedere anche ammortizzatori sociali che oggi per i partiti non ci sono. Come partiti possiamo usare soltanto la cassa integrazione in deroga, mi chiedo perché non prevedere anche per noi la solidarietà. Questo è un tema che riguarda centinaia di persone in tutta Italia, quindi è bene che si affronti e si trovino soluzioni». Anche perché al Nazareno di prepensionamenti se ne potrebbero fare ben pochi. Analoga preoccupazione nel Pdl: anche qui 200 posti di lavoro a rischio. Il tesoriere Maurizio Bianconi è furioso: «La verità è che questo governo vuole uccidere i partiti. Nelle prime bozze il disegno di legge non prevedeva neanche i segretari amministrativi e metteva limiti all’organizzazione interna. Io non ci sto».

La Stampa 31.5.13
Cassa integrazione Incubo per i 180 dipendenti democratici
di Paolo Festuccia


È bastata solo evocarla la cassa integrazione che l’assemblea del Partito democratico si è subito infuocata, accesa. Per via dei tagli «programmati» al finanziamento pubblico da parte del governo, ma anche per la posizione «supina» (dicono alcuni del Pd) del gruppo dirigente alle intenzioni legislative. E così sul banco degli imputati, stavolta, è finito l'intero vertice, il gruppo dirigente dei democrat: «Ma chi ha deciso questa linea... in campagna elettorale mai si è detto di tagliare il finanziamento ai partito? Quando è cambiata e chi ha cambiato la linea del partito»? ci si interroga nell’auditorio. «Loro», i vertici, «voteranno questa legge e ci condanneranno alla disoccupazione», ragiona una dipendente mentre il tesoriere Antonio Misiani spiega che il «Pd ha bisogno di un ridimensionamento di tutte le strutture». Nel pomeriggio è circolata la voce, poi smentita, che il taglio dei fondi pubblici potesse portare alla Cig o a contratti di solidarietà per 180 dipendenti.
Per ora il termine Cig «è una ipotesi», una delle tante, lasciano intendere i dirigenti del partito, insieme ad altri ammortizzatori sociali, i contratti di solidarietà, il ricollocamento, ma certamente nelle prossime settimane sull’«apparato» si lavorerà a «una profonda spending review» si lascia andare un parlamentare di lungo corso. Tagli necessari, indispensabili, improcrastinabili e che riguarderanno tutti i settori: dagli staff di segreteria alla riduzione delle manifestazioni, di feste, dibattiti e eventi.
E, poi, inevitabilmente anche il capitolo-personale. Forse il nodo più dolente, unitamente, al significativo buco (pare di oltre 8 milioni di euro) nei bilanci del partito. Per questo c’è già chi ragione al futuro. Immagina e prevede tagli lineari del 50% (addirittura) sui circa 190 impiegati, o spalmati nella ridefinizione e l’accorpamento delle aree tematiche dei dipartimenti. Certo è, si lascia andare una giovane dipendente, che «stavolta toccherà a noi», «sempre a noi», rilancia una collega più anziana.
Personale di partito, iscritto, fidelizzato con stipendi che oscillano dai mille 300 euro ai mille 500 euro, e che ora per la prima volta sentono dentro il «partito, che abbiamo contribuito a fondare» la parola cassa integrazione. Termine, che i lavoratori democratici vorrebbero quasi rifiutare di «contemplare» e per questo hanno già chiesto un tavolo negoziale con la tesoreria per porre mano al riassetto. Un riassetto che passerà, con molta probabilità, nelle more della nuova legge sul finanziamento pubblico e che il governo è pronto a varare. «Ma il due per mille» e le contribuzioni volontarie - ha fatto intendere Misiani - difficilmente riusciranno a colmare il vuoto dei soldi pubblici. Per ora l’unica certezza resta la rata di luglio che arriverà regolarmente nelle casse dei partiti, che in meno di due anni si sono già visti tagliare il 50% dei fondi, a cui si aggiunge la rata del luglio 2012 quando tutti i partiti rinunciarono in favore delle popolazioni colpite dal sisma in Emilia.in mano ai privati

Corriere Sette 31.5.13
Finanzieranno solo la Destra
Per questo Letta e Renzi sbagliano a mettere il partiti
(senza far risparmiare davvero lo Stato)
di Aldo Cazzullo

qui

Corriere 31.5.13
Quando passare da un estremo all'altro porta al paradosso
di Aldo Rizzo


P assare da un estremo al suo opposto: tipica specialità italiana. Non poteva perciò fare eccezione il finanziamento pubblico dei partiti, fino a poco fa il più generoso dell'Occidente, e per il quale tutti ora vogliono recitare il de profundis. A vent'anni, peraltro, dal referendum del 1993 che ne avrebbe dovuto abolire una fetta consistente ma al cui risultato, e ai 34 milioni di italiani che avevano scritto «sì» sulla scheda, i partiti avevano fatto un sonoro marameo. Avevano tirato troppo la corda, costoro, innescando una micidiale corsa al riarmo finanziario a spese dei contribuenti: mentre il Paese si impoveriva progressivamente, con un Pil reale procapite che scendeva dal 2001 al 2010 del 4 per cento, i rimborsi elettorali crescevano invece del 182 per cento. In un clima via via sempre più pesante. Prima gli scandali dei fondi pubblici destinati a Margherita e Lega Nord, poi il tentativo di mettere una toppa alla situazione che stava precipitando, approvando una legge che dimezzava i famigerati rimborsi elettorali. Infine una campagna elettorale furibonda, durante la quale si è sentito non soltanto Beppe Grillo, ma perfino Silvio Berlusconi invocare l'abolizione del finanziamento ai partiti: come se il Cavaliere non fosse stato protagonista di una stagione politica durante la quale i contributi pubblici erano letteralmente esplosi e il suo partito non fosse stato quello che dopo le elezioni del 2008 ne aveva intascati più di chiunque altro. Capita così che pure per chi vive di politica ora si materializzi lo spauracchio della crisi. Che colpisce pesantemente i partiti con apparati più vistosi: primo fra tutti il Pd. Il quale, primo paradosso, imbocca la triste via degli ammortizzatori sociali per i dipendenti proprio nel giorno in cui l'abolizione del finanziamento pubblico, ovvero la fonte dei loro stipendi, è confermata dal premier Enrico Letta. Non un passante, ma l'ex vicesegretario del partito, il cui attuale segretario, secondo paradosso, è nientemeno che l'ex capo della Cgil. Ma in una situazione nella quale, come dimostrano i dati messi nero su bianco dai politologi Piero Ignazi ed Eugenio Pizzimenti, l'89,3 per cento delle risorse del partito arriva dallo Stato, nel momento in cui quel rubinetto già inaridito dal dimezzamento dei rimborsi dovesse chiudersi di colpo non c'è alternativa. E se forse è inevitabile che quando arriva la mazzata i primi a essere colpiti siano le fasce più deboli, cioè i lavoratori, la prospettiva di essere trasformati in cassintegrati per loro è già un miracolo. Per inciso, si tratta della cosiddetta cassa in deroga, quella introdotta nel 2009 per far fronte alla crisi industriale, e di cui (terzo paradosso) possono beneficiare pure i partiti politici. C'è già stato un precedente singolo, nel 2010, che ha riguardato un dipendente di Rifondazione comunista. Paracadute provvidenziale, sia per i dipendenti del Partito democratico sia per quelli delle altre formazioni politiche. Perché loro, al pari del personale in forza ai sindacati, non hanno lo schermo protettivo dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: ciò significa (quarto paradosso) che possono essere licenziati anche senza giusta causa. Rischio che per il momento non sembrano invece correre altri dipendenti del partito, quelli dei gruppi parlamentari (quinto paradosso) finanziati da Camera e Senato. E siamo certi che non sia proprio qui la spiegazione della mossa di ieri? Escluso che Letta, dopo essersi esposto tanto apertamente, faccia una clamorosa marcia indietro. Ma si può escludere al tempo stesso che lo spettro della cassa integrazione e dei licenziamenti possa indurre il governo a prevedere quantomeno un atterraggio morbido, se non addirittura una scialuppa di salvataggio?

Corriere 31.5.13
L’ira di Sposetti: l'esecutivo sbaglia

intervista di Fabrizio Roncone

ROMA — (L'intervista va avanti ormai da dieci minuti. Il senatore del Pd Ugo Sposetti — 66 anni, potente ex tesoriere dei Ds, conoscitore di un bel mucchio di segreti della sinistra italiana, un politico astutissimo, ruvido, leale — ha misurato con saggezza, fino a questo momento, ogni parola, ogni aggettivo).
Sì, va bene, d'accordo. Il punto però è che...
«Uff!... Guardi, è molto semplice, glielo spiego io qual è il punto. Sono settimane che il Paese aspetta di conoscere il destino di migliaia di giovani disoccupati, che invoca proposte di sviluppo economico, che ogni giorno spera di avere notizie sull'apertura di nuovi cantieri... Ma niente, niente di niente. La politica non riesce a dare risposte. E allora cosa fa la politica quando non riesce a dare risposte?».
Cosa fa?
«Occupa le prime pagine dei giornali in modo alternativo. Avvia il dibattito sui matrimoni gay e se la prende con i partiti. In questo caso, annunciando il taglio dei loro finanziamenti».
Converrà che qualche sforbiciata all'opulenza di questa politica, male, comunque non fa.
«Lo vede? Continuate a dire sciocchezze, voi giornalisti!».
Ci spieghi lei la verità.
«Allora, mi ascolti, ora le dirò un po' di cosette che non riguardano solo i 180 dipendenti del Pd che rischiano il posto di lavoro... nel luglio scorso, infatti, il Parlamento ha già approvato una norma che dimezza le risorse destinate ai partiti, che sono così passate da 182 milioni di euro a 91. Cosa è accaduto quindi da luglio ad oggi? Beh, semplice: i partiti, pensando di poter contare su quei denari, hanno sottoscritto contratti per forniture varie, dalla luce delle sedi alla carta igienica, e hanno firmato e rinnovato contratti di lavoro o collaborazione... Mi segue?».
La seguo, continui.
«Bene. Adesso che fa il governo? Dice: io non riesco a dare risposte ai temi drammatici del lavoro, no, proprio non ci riesco... in compenso però taglio altri soldi ai partiti, e così decine di persone se ne vanno a casa. E lei lo sa chi è che se ne va a casa? Ha voglia di scriverlo sul suo giornale? Non se ne vanno a casa quelli che girano con l'auto blu... a restare senza lavoro è gente che guadagna tra i mille e i 1.500 euro al mese... quelli che fanno le pulizie alle 5 del mattino, quelli che rispondono al telefono, quelli che scrivono i comunicati al computer...».
Capito. Pagano le colpe della grande politica...
«Non è esattamente così. Diciamo che loro sono le vittime di una battaglia che i gruppi dirigenti non vogliono o non riescono a condurre... la battaglia contro la demagogia e il populismo».
È demagogia e populismo dire che in questo Paese la politica ha costi troppo alti?
«Vorrei mettermi a urlare, giuro... ma resto calmo e le rispondo con dati precisi. In Italia, lo Stato destina ai partiti una somma pari a 1 euro e 52 centesimi di denaro pubblico per abitante. Lo sa a che cifra siamo in Francia? A 2,45 euro. E in Spagna? A 2,84. E lasciamo stare la Germania, dove ciascun abitante devolve alla politica 5,64 euro...».
Forse è possibile sostenere che altrove i soldi vengono spesi meglio.
«E no! Non possiamo dirlo con tanta leggerezza... Perché in Italia la politica non è rappresentata solo dai partiti. Dentro la politica ci sono anche i costi enormi della burocrazia, ci sono gli enti che si sovrappongo per qualsiasi decisione, ci sono le risorse che in tutti questi anni sono state destinate ai mezzi di informazione... Sto sbagliando? O preferisce che mi metta a parlare dell'associazione dei maggiori imprenditori italiani?».
Lei perciò dice che...
«Mi faccia finire. Io adoro la democrazia e difendo i partiti: se gli togliamo i soldi, a poter fare politica saranno solo i ricchi e quelli che già posseggono tv e giornali».
Quando segnaleranno a Enrico Letta questa intervista, non sarà contento.
«E allora non la pubblichi!».
Ormai...
«Io non voglio fare del male a nessuno! E tantomeno al premier, al quale sono legato da stima e affetto. Ma se dico queste cose, è perché penso al futuro democratico di tutti, di mia figlia e anche dei figli di Enrico».

Repubblica 31.5.13
Maxxi, un'altra bufera sulla Melandri
"Regole cambiate per avere lo stipendio"
La presidente: "Il mio impegno era per un anno gratis". A sollevare il caso, il sito Dagospia. La replica: "Vendetta per il mancato invito a un evento"
di Francesca Giuliani

qui

Repubblica 31.5.13
Rodotà: "Marino è la scelta giusta
Una persona capace di dire dei no"
L'endorsemente del giurista al candidato sindaco di Roma del centrosinistra. "Il fatto che non abbia votato il governo Letta, mi fa dire che il suo comportamento è trasparente e ha dato prova di indipendenza. E gli elettori cinque stelle che non l'hanno votato al primo turno, dovrebbero farlo al ballottagio"
di Giovanna Vitale

qui

Repubblica 31.5.13
La politica dell’assurdo
di Claudio Tito


L’ULTIMA tornata amministrativa ha fornito dei risultati piuttosto chiari: la rivincita del Pd, la stasi del Pdl e la netta sconfitta del Movimento 5Stelle. Eppure quegli stessi dati stanno provocando un vero e proprio sconquasso non solo in chi ha perso, ma anche in chi ha vinto. Lo scontro che prima si consumava sotto traccia tra Matteo Renzi ed Enrico Letta, si sta infatti ormai disvelando in pubblico.
Le loro prospettive già distinte alla nascita del nuovo governo, stanno mostrando tutti i segni di una inevitabile divaricazione. «Io non voglio fare niente contro Enrico, mi tengo lontano dallo schema che mi dovrebbe portare a far cadere l’esecutivo», ripete da giorni il sindaco di Firenze. Ma gli obiettivi dei due “soci di maggioranza” del centrosinistra non possono che essere opposti. Il presidente del Consiglio sta edificando il suo programma sui mattoni del “lungo-periodo”. Deve durare e produrre risultati per dimostrare che l’investimento sulle larghe intese non è stato un semplice cedimento ad un’alleanza contro natura. Deve durare per provare a giocarsi una ricandidatura. «Io penso a lavorare e mi tengo lontano dalle polemiche », è il suo mantra. Renzi, appunto, si muove sui binari opposti. Ha bisogno di stringere i tempi per far maturare subito la sua leadership e andare rapidamente al voto. Sa che gli esiti elettorali di domenica scorsa sono stati da tutti letti come un avallo alla politica delle larghe intese. Esattamente quello che il capo dei rottamatori non può permettersi.
Esigenze dunque troppo contrapposte per non far esplodere il conflitto. E infatti la deflagrazione è già avvenuta. Il duello di mercoledì sulla riforma del Porcellum ne è stata una scheggia. L’accelerazione dei renziani contro la solidarietà di maggioranza dei lettiani. In un certo senso si conferma la storia del centrosinistra degli ultimi venti anni: come Crono divorava i suoi figli, così è stata impossibile la “coabitazione” tra i leader del partito principale e i premier provenienti dalle stesse file. Con ogni probabilità, però, la sfida decisiva ci sarà al congresso del prossimo autunno (a meno di uno slittamento). Lì si definiranno i ruoli dei due veri plenipotenziari del campo progressista.
Ma se il voto amministrativo ha acceso la disputa nel Pd, dentro il Movimento 5Stelle ha provocato una baraonda. Trasformando il confronto politico in una sorta di teatro dell’assurdo. Con un attore, Beppe Grillo, capace di impersonare i migliori protagonisti di Ionesco. Nel giro di pochi giorni i grillini sono riusciti a cestinare due dei loro candidati alla presidenza della Repubblica. Prima se la sono presa con Milena Gabanelli, rea di aver fatto un servizio giornalistico sulle risorse finanziarie dei grillini. Poi con Stefano Rodotà, accusato addirittura di aver criticato le parole del “lider maximo”. Un testacoda
incredibile. Che mette in evidenza tutti i limiti di una formazione verticista, senza democrazia interna, opaca nei meccanismi decisionali rimessi completamente nelle mani di Grillo e Casaleggio. E ora anche con un consenso popolare dimezzato rispetto alle politiche di febbraio scorso.
L’ex comico ha quindi certificato ieri la sua allergia verso chiunque esprima un grado di autonomia politica o intellettuale. Una deriva integralista che però sta causando per la prima volta una rivolta nei suoi gruppi parlamentari e sul web. Se nel giro di tre mesi, prende forma nel corpaccione grillino il fantasma della scissione, allora forse il populismo demagogico del capo grillino inizia a perdere i suoi effetti. Soprattutto si mette il timbro sullo stato confusionale che vive il terzo partito italiano attraverso contorsionismi impressionanti. Con una capogruppo, la Roberta Lombardi, che dopo aver bacchettato durante le consultazioni Pierluigi Bersani per un deficit di trasparenza nelle riunioni politiche, ora definisce «merda» chi riferisce i contenuti del confronto all’interno del Movimento.
Ma anche il Pdl non è esente dal tumulto post-amministrative. Ha perso ovunque, ha dovuto rinunciare a molte delle sue roccheforti. Il nervosismo è salito ai massimi livelli. E poiché Silvio Berlusconi è il leader indiscusso e indiscutibile, l’obiettivo dello scontro interno è soprattutto Angelino Alfano. I cosiddetti “falchi” – quelli che vorrebbero far cadere Palazzo Chigi il più rapidamente possibile in nome del Cavaliere – lo rimproverano di aver accumulato troppe cariche: segretario del partito, vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno. Con il risultato, appunto, di aver perso – dopo le politiche di febbraio – anche la tornata delle comunali. Ma l’illogicità scatenata dall’ultimo voto avvolge anche il centrodestra. Perché il Berlusconi non ne vuole sapere di mettere in crisi il governo Letta. Troppe al momento le convenienze che ne sta traendo. A meno che non arrivi la bufera dei suoi processi. E in questo gioco di incastri, un ruolo di primo piano è stato affidato alla Corte Costituzionale. La prossima settimana dovrà pronunciarsi sul legittimo impedimento nel processo Mediaset. E in seguito sull’ammissibilità del ricorso contro la legge elettorale, il Porcellum. Due passaggi che potranno segnare il destino di questa legislatura.

Repubblica 31.5.13
La disuguaglianza uccide la crescita ecco la dimostrazione di Stiglitz
di Roberto Pietrini


ROMA — E’ la diseguaglianza il vero killer del Pil. Nei paesi dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri il Prodotto interno lordo segna il passo e, a volte precipita. Nelle nazioni dove si estende una grande middle class si affaccia invece la prosperità. Il premio Nobel Joseph Stiglitz rompe gli indugi e formalizza in un vero e proprio teorema, come egli stesso lo definisce, la sintesi degli studi che conduce da anni.
Il teorema di Stiglitz dal fronte keynesiano getta una bomba oltre le trincee liberiste. Si fonda sul meccanismo di quella che gli economisti chiamano «propensione al consumo»: i ricchi ce l’hanno più bassa del ceto medio, dunque se la distribuzione del reddito li favorisce lo shopping, contrariamente a quanto si potrebbe pensare intuitivamente, si deprime. E’ invece il ceto medio a consumare quasi tutto quello che ha in tasca e a spingere Pil ed economia, quando la distribuzione del reddito lo favorisce.
La prova? Il grafico di Stiglitz è inattaccabile: quando i ricchi (ovvero l’1 per cento più ricco della popolazione) si è appropriano del 25 per cento del reddito scoppia la «bomba atomica economica». E’ successo con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo. Altro che teorie liberiste che hanno segnato gli ultimi trent’anni: «Gli apologeti della diseguaglianza sostengono che dare più soldi ai più ricchi – scrive Stiglitz nella sua relazione – sarà un vantaggio per tutti, perché porterebbe ad una maggiore crescita. Si tratta di una idea chiamata “trickle-down economics” (economia dell’effetto a cascata). Essa ha un lungo pedigree e da tempo è stata screditata».
L’occasione per presentare gli straordinari risultati delle ricerche di Stiglitz in una sorta di anteprima mondiale, è il convegno organizzato a Roma dalla Sieds (la Società italiana di economia, demografia e statistica), cominciato ieri, dove il premio Nobel invierà le considerazioni conclusive, scritte a quattro mani, con il suo più stretto collaboratore italiano dell’Università Politecnica delle Marche, Mauro Gallegati.
Così il mainstream va nell’angolo. Il teorema è chiaro e lucido come una formula chimica o una relazione fisica: se l’indice di Gini (ovvero l’indicatore di diseguaglianza inventato da un economista italiano, appunto Corrado Gini) aumenta, dunque aumenta la diseguaglianza, il «moltiplicatore» degli investimenti diminuisce e dunque il Pil frena.
L’equazione di Stiglitz rischia di essere il terzo colpo agli assunti della teoria economica dominante ormai vacillanti. Il primo è stato nei mesi scorsi quello che ha messo in crisi il «dogma» dell’austerità: l’Fmi ha infatti calcolato che il taglio del deficit di 1 può ridurre il Pil di 2 e non solo – come si credeva fino ad oggi – di mezzo punto. L’altro colpo mancino è stato quello che ha smontato, smascherando un errore «Excel», la teoria del debito di Rogoff e Reinhard secondo la quale oltre il 90 per cento nel rapporto con il Pil porta inevitabilmente alla recessione.
Ma il nuovo assalto di Stiglitz rischia di essere ancora più pericoloso rispetto alle tesi dello status quo economico. La diseguaglianza infatti per il premio Nobel, fiacca fino ad uccidere il Pil, non solo per via della caduta dei consumi ma anche perché il sistema è «inefficiente» se prevalgono rendite e monopoli. «Spesso la caccia alla rendita - concludono Stiglitz e Gallegati - comporta un vero spreco di risorse che riduce la produttività e il benessere del paese».

Repubblica 31.5.13
“La Repubblica delle idee” a Firenze
Da Scalfari a Napolitano fino a Letta e Renzi “Così cambierà l’Italia”
di Massimo Giannini


«Ricominciare» o «vivacchiare». La scelta da compiere, per la politica italiana smarrita nel suo labirinto, sta in questa alternativa.
Far ripartire l’Italia, ricostruendo su basi credibili e leadership affidabili il rapporto con un’opinione pubblica sempre più impoverita e disincantata. Oppure galleggiare sulle piccole e grandi miserie del Paese, rinunciando al cambiamento del sistema politico-istituzionale e del paradigma socio-economico. Non c’è momento più propizio, per ragionare di questo tempo sospeso dal quale possiamo uscire trasformati o condannati per sempre. Dalle elezioni di febbraio è uscita un’Italia paralizzata e frammentata in tre “minoranze di blocco”, senza i numeri per governare e persino per eleggere un presidente della Repubblica.
Questo “stato d’emergenza” ha prodotto uno “stato d’eccezione”.
La conferma di un Capo dello Stato uscente, per la prima volta nella storia repubblicana. E la nascita di un governo di larghe intese tra Pd e Pdl, per la prima volta dopo quasi vent’anni di conflitto permanente tra i due poli. Cosa può nascere, dal combinato disposto di queste due “anomalie” necessarie e necessitate? Nei quattro giorni di Firenze, a Repubblica delle Idee, proviamo a cercare una risposta.
Cerchiamo una risposta parlando con l’uomo-simbolo dell’unica istituzione che in questi anni difficili non ha mai smarrito la rotta dei valori civici e dei principi repubblicani, cementati dalla nostra Costituzione. Giorgio Napolitano, intervistato in un video da Eugenio Scalfari, ripercorrerà gli eventi di questa eterna transizione italiana. Fino ad arrivare alla svolta drammatica di questi ultimi mesi, in cui ha dovuto accettare la proposta che, per età anagrafica e per opportunità politica, non avrebbe mai voluto ricevere: il secondo mandato alla presidenza della Repubblica. Un compito gravoso, che ha deciso di adempiere a una sola condizione: che il suo «sacrificio» serva ad accompagnare la stagione costituente delle grandi riforme.
Cerchiamo una risposta parlando con l’uomo-simbolo di un’inedita e «stranissima maggioranza», che quelle grandi riforme dovrebbe pensarle e proporle al Parlamento. Enrico Letta, intervistato da Ezio Mauro, racconterà gli obiettivi e gli ostacoli del suo «governo di servizio», che mette insieme per la prima volta centrosinistra e centrodestra. Forze riformiste e forze populiste (di cui traccerà una delle sue «mappe» Ilvo Diamanti, nella tavola rotonda insieme a Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky). Culture diverse e nomenclature alternative, costrette dalla fase a collaborare e a cercare un minimo comune denominatore, sulle riforme della politica e della legge elettorale, sulle misure per lo sviluppo e per il lavoro.
Cerchiamo una risposta parlando con l’uomo-simbolo di questa «missione impossibile», in cui si devono far convivere il rigore finanziario e lo sviluppo economico. Fabrizio Saccomanni, ministro del Tesoro, spiegherà quali margini ha oggi l’Italia, appena uscita dalla procedura d’infrazione inflitta della Ue, per allentare la morsa fiscale e indirizzare risorse sul lavoro.
Cerchiamo una risposta, infine, parlando con l’uomo-simbolo di un’istanza profonda di cambiamento, che taglia trasversalmente il Palazzo e il Paese. Con il sindaco di Firenze Matteo Renzi (insieme a Claudio Tito) proveremo a declinare la sua «fase due». Che lo porta alla costruzione di una futura premiership destinata a collidere qui ed ora con il governo Letta, cui chiede proprio di «non vivacchiare». Ma che gli impone fatalmente di andare «oltre la rottamazione» e di riempire di contenuti la sua proposta politica, per un Pd progressista e finalmente autosufficiente. Capace di intercettare e rappresentare quella «Italia in movimento» di cui parleranno, in un Dialogo della domenica, Enrico Deaglio e Michele Serra. Capace di parlare un linguaggio nuovo, semplice e diretto (non più quello dei politici «di professione», sul quale ragioneranno Francesco Bei e Filippo Ceccarelli, nella «Officina» del sabato dedicata al tema «Sopra e sotto la politica»). Senza cedere alla “Rassegnazione” di cui parlerà Francesco Merlo. Non sappiamo se le risposte arriveranno. Ma mai come oggi siamo convinti che sia doveroso cercarle.

Repubblica 31.5.13
Le licenze sono raddoppiate
Italia, dieci milioni di pistole
di Paolo Berizzi


BRESCIA Nel nostro Paese ci sono dieci milioni di pistole e le richieste per avere una licenza dal 2000 sono raddoppiate. Benvenuti dove crescono i grilletti

«Cane-carrello- grilletto... Canec arrello grilletto... ». L’addetto in camice nero sgrana una specie di litania mentre le braccia meccaniche assemblano i pezzi del ferro sparandoli a raffica l’uno nel corpo dell’altro. «Eccola qua, calda e fumante». Il parto della mitica 92, gioiellino di casa Beretta, la pistola semiautomatica più conosciuta e utilizzata nel mondo. Impressione ora che è saldata: caricatore a tamburo da 8 colpi, bombo-letta di CO2 da 12 grammi. Chi la impugnerà? E quando il grilletto arretrerà, che succederà? La 92 — una delle 10 milioni di armi legali che girano in Italia, senza tenere conto del mercato clandestino e delle matricole abrase, provenienza molto Est europeo — si materializza insieme alle sorelline di fuoco. Pistole. Carabine. Fucili. Da caccia, da tiro, da difesa, da offesa. Da strage o da borsetta. Beretta, a Gardone Val Trompia: 1.500 pezzi al giorno, 550mila l’anno. 62 all’ora. Ogni pezzo, un destino. Che a volte sfugge. Va storto. Assistere alla nascita di una pistola non è come vedere sbocciare una vita, un’auto, una mozzarella. L’unica speranza che puoi riporre in questa genesi è pura retorica. Che l’attrezzo resti disoccupato. Il più a lungo possibile. O, in caso, che si limiti a fungere da deterrente. Incutere timore, e basta.

Non come la Glockdel poliziotto che a Padova ha piantato un proiettile in testa alla moglie e poi si è suicidato (temeva la fine del matrimonio). Non come la semiautomatica del 25enne romeno che è entrato ubriaco in una pizzeria di Thiene e ha esploso due colpi e solo per caso non ha preso nessuno. O la Stoeger-Cougardi Andrea Zampi, imprenditore di Perugia: la compra il 6 marzo grazie a una licenza per uso sportivo. Il giorno dopo falcia (prima di uccidersi) due impiegate negli uffici della Regione Umbria (che gli aveva negato un finanziamento).
E poi la calibro 7,65 di Luigi Preiti, il cowboy di Palazzo Chigi. Beretta anche la sua, e non c’è da stupirsi perché, oltre ad armare le polizie italiane, americane, francesi, spagnole, turche, canadesi, a mettere il sigillo su medaglie olimpiche e fare divertire schiere di Rambo della domenica, la prima e più antica azienda di armi e munizioni d’Italia (dal 1526) è avvezza alla regola non scritta del mercato: pistole e fucili finiscono pure e molto nelle mani sbagliate. Ed è in quelle mani che fanno più notizia, più disastri. Secondo i dati dell’Anpam (Associazione nazionale dei produttori di armi e munizioni sportive e civili) i porto d’armi sportivi (fucili e pistole) sono aumentati: dai 178mila censiti dall’Eurispes nel Rapporto Italia 2008, agli oltre 200 mila attuali. Tiratori solo per sport? Tutta gente che preme il grilletto solo in campi e poligoni? «Negli ultimi anni c’è stata una restrizione dei controlli per il rilascio del porto d’armi per difesa — ragiona Maurizio Marinelli, direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica —. Questo ha fatto sì che chi vuole armarsi opti a volte per il porto d’arma sportivo, più accessibile. Purtroppo in alcuni casi si scopre che chi ha usato l’arma per usi “altri”, aveva, appunto, la licenza per uso sportivo. In generale — aggiunge Marinelli — per dominare la paura e l’insicurezza, legata all’aumento della violenza, alle rapine e agli assalti in casa, gli italiani ricorrono all’arma come deterrente. Avercela in casa li fa stare più tranquilli».
La fabbrica delle armi è una striscia di terra che attraversa il dorso della Val Trompia. Negli anni Settanta la chiamavano Valle d’Oro perché aveva più industrie di qualsiasi altra provincia italiana. Valle dell’oro uguale valle del piombo. Qui la crisi non morde perché sotto il fiume Mella, in mezzo alle Prealpi bresciane, scorrono le benedette vene minerali che dall’antichità pompano l’attività estrattiva. Gran parte del ferro cavato finisce nella produzione di armi. 50 chilometri per 120 aziende. Il distretto che riempie le fondine di Italia e di mezzo mondo. Gardone Val Trompia, la “Stalingrado delle Alpi”, è amministrata da un sindaco Pd, Michele Gussago. «Qui andiamo fieri del nostro lavoro e della nostra tradizione operaia. Resistiamo alla crisi e le armi danno da vivere. Non importa cosa faccia la gente con le armi». C’è la capostipite Beretta, quindicesima generazione, 480 milioni di fatturato nel 2011. E poi gli altri big: Tanfoglio, Benelli. La Val Trompia del piombo coi suoi 20 comuni macina 7 miliardi di euro di indotto. Il Pil della Basilicata. Capisci perché nella provincia di Brescia due famiglie su sei possiedono pistole o fucili (la media nazionale è di una famiglia su sei) ; capisci perché la fetta più larga dei 5 miliardi di fatturato del settore è movimentata dalle zampe operose della Leonessa armata (il 90% delle aziende produttrici è qui, fanno il 60% della fabbricazione dell’Ue). Capisci, infine, perché degli oltre 11mila addetti (le imprese in Italia sono 2.264, con le aziende collegate si arriva a un totale complessivo di 94mila impiegati), moltissimi lavorano nel territorio che pure ospita, ogni anno ad aprile, Exa, il salone dell’arma sportiva a uso civile, una media di 45mila visitatori.
Quante armi circolano in Italia? Quante se ne stanno in casa in un cassetto? Il tema è delicato, il sommerso enorme, e la confusione anche. Gli ultimi dati cristallizzati sono quelli del rapporto Eurispes del 2008: le armi legali nel nostro Paese sono oltre 10 milioni. Quattro milioni (una su sei) le famiglie armate, con prevalenza in Lombardia e Piemonte, seguite dal Lazio. Quattro milioni e 800mila (certifica nel 2007 il Dipartimento Armi ed esplosivi del ministero dell’Interno) le persone in possesso di un’arma da fuoco. L’8,4% della popolazione. Almeno tre milioni — sempre secondo Eurispes — gli italiani che hanno denunciato la presenza di armi in casa: ereditate o inservibili.
Il dibattito si pone. I produttori dicono che le nuove norme restrittive e la crisi economica hanno diminuito la quota di armi in possesso dei cittadini e delle licenze concesse («l’Italia può vantare una legislazione tra le più avanzate e serie», dice il presidente dell’Anpam Nicola Perrotti). Sulle licenze non ci piove: ma soltanto su quelle per difesa personale (da 34mila a 27mila). Sono invece aumentati i porto d’armi sportivi (da 178mila a oltre 200mila). Capita con frequenza — dicono i fatti di cronaca — che le armi sportive diventino molto poco sportive. E che un’arma regolarmente detenuta in casa “esca” di casa e non per prendere aria. In mano a impiegati licenziati, amanti frustrati, fidanzati e mariti traditi. Lucca: 23 luglio 2010. Paolo Iacconi fa secchi i suoi ex datori di lavoro e poi si suicida. Aveva il nulla osta per detenere armi, ma solo in casa. Stesso mese: nel Cremasco Riccardo Regazzetti usa il porto d’armi sportivo per comprare una calibro 9 con cui ammazza l’ex fidanzata. Si potrebbero riempire libri interi. «I controlli sono ancora insufficienti — dice Marilena Adamo, già senatrice Pd, oggi presidente delle scuole civiche milanesi — . Nel 2010 è stato approvato il decreto legislativo che ha equiparato di fatto la semplice detenzione al porto d’armi in relazione ai requisiti legali e psicofisici. Ma la diffusione delle armi è un problema crescente, all’origine di molti casi di violenza». Negli Stati Uniti il commercio di armi da fuoco è libero e in ogni famiglia c’è un arma. Le stragi della porta accanto si moltiplicano. Modello da imitare? Da Milano a Torino a Roma le richieste di licenza, in media, sono più che raddoppiate rispetto alla prima metà del 2000. Moltissime vengono rimbalzate. Oltre alla maggiore età servono la fedina penale intonsa e, per inoltrare la domanda al prefetto, una certificazione di idoneità psicofisica e un via libera rilasciato da un poligono di tiro. È che a volte il poligono si trasforma in una strada.

Repubblica 31.5.13
L’autore del romanzo rivelazione “A viso coperto” racconta la sua esperienza
Quella micidiale Beretta che non porto più con me
di Riccardo Gazzaniga


Ricordo bene la prima volta che mi consegnarono la pistola d’ordinanza, alla fine del primo corso in Polizia.
Aveva un suo strano fascino. Pesante, scura, un insieme di congegni perfetti, efficaci, micidiali.
Era una Beretta, ovviamente, perché mezzo mondo usa pistole italiane, come la storica 92, nelle sue molteplici sigle e derivazioni. Armi che rappresentano un’eccellenza tutta nostra, perché non fanno quasi mai cilecca, risentono poco delle condizioni atmosferiche, non necessitano di grandi cure.
I primi giorni la pulivo sempre, la mia Beretta.
La osservavo con riverenza, perché per mesi ci avevano insegnato come maneggiarla e, soprattutto, quanto temerla. Gli istruttori ci avevano fatto il lavaggio del cervello: i controlli di sicurezza sempre doppi, per non sbagliare. L’arma mai rivolta contro qualcuno, nemmeno scarica, nemmeno per scherzo. Mai.
Più di un mese a fare operazioni «in bianco » senza caricatori e pallottole, prima di andare in poligono. E, una volta lì, concentrati, in silenzio, qualsiasi movimento con la pistola rivolta al bersaglio.
Ricordo che quando la guardavo, mi trasmetteva un oscuro senso di forza, invulnerabilità. Qualsiasi cosa mi fosse capitata, qualsiasi situazione mi si fosse presentata davanti, io avevo una pistola.
La tenevo con me in servizio e fuori, complicata da nascondere sotto i vestiti, impossibile da mettere in uno zaino per il rischio folle di perderla, farsela rubare, dimenticarla nel bagno di qualche bar.
L’ho portata con me per qualche mese, giusto il tempo di rifletterci su.
Oggi la prendo solo per lavorare o in situazioni particolari, ma non vedo l’ora di riporla in una cassetta di sicurezza.
Ma se fuori servizio vedi un reato grave e non hai la pistola dietro?
Prendo il telefono — grande arma — chiamo i miei colleghi, che hanno armi e dotazioni adeguate a intervenire. Poi uso un’altra arma, la penna, e segno le informazioni utili. Basta una targa o un dato fisico, per arrivare a una persona, senza travestirsi da Ispettore Callaghan.
Ma se entri in banca e c’è una rapina a mano armata?
La pistola non mi servirebbe a nulla. Non potrei mai ingaggiare una sparatoria al chiuso, con il rischio di coinvolgere persone inermi. E poi non avete idea di quanti rimbalzi può fare un proiettile prima di fermarsi da qualche parte.
Ma se vengono i ladri a casa?
In qualsiasi abitazione puoi trovare oggetti per difenderti, senza utilizzare un’arma letale, magari di notte, magari al buio. Con il rischio di colpire un parente o uno disarmato o uno che scappa: per la legge italiana un uomo che fugge, anche armato, non rappresenta più una minaccia. Sparandogli, si risponde di omicidio.
Ma potresti mirare alle gambe!
Nelle gambe ci sono punti vitali e poi certe imprese le fanno solo gli attori. Già può essere complicato centrare una sagoma in qualsiasi punto a dieci metri di distanza, a quindici diventa arduo. Figurarsi colpire lo spazio ristretto di una gamba. Per non parlare di tiro in corsa o da una macchina, pura fantascienza.
Insomma, nella grande maggioranza dei casi utilizzare una pistola contro una persona è l’anticamera di enormi problemi, errori, tragedie.
Una ricerca del 2007 stimava che in Italia 12 persone su 100 fossero in possesso di armi: molto meno che in Svizzera, Francia, Germania, Inghilterra. Enormemente meno che negli Stati Uniti, dove 88 persone su 100 possedevano un’arma da fuoco.
L’inchiesta di Repubblica ci rappresenta il quadro di una «corsa all’armamento privato» che nasce da una percezione di insicurezza nella cittadinanza.
Ma non è con i cittadini armati né con le ronde di cui si è parlato a vanvera per anni, che si garantisce sicurezza. La soluzione non è la corsa alle armi, ma agli investimenti da destinare alle forze dell’ordine e a chi, per dare sicurezza, lavora ogni giorno. Un lavoro che si fa poco con le pistole e molto con la prevenzione, il controllo del territorio, le attività investigative, l’impegno quotidiano nonostante i tagli di risorse.
«Se nella prima scena del dramma, c’è un fucile appeso alla parete, questo dovrà sparare nell’ultimo atto» diceva Cechov.
Per questo, nel mondo reale, fucili e pistole lasciamoli agli attori della sicurezza, lontano dagli spettatori.
L’autore, poliziotto, delegato di base Silp per la Cgil, ha scritto “A viso coperto”, pubblicato da Einaudi Stile Libero

Repubblica 31.5.13
La strage delle donne e i negazionisti di buona volontà
di Adriano Sofri


C’È UNA vera ragione di allarme sulle donne uccise, o c’è un allarmismo colposo o doloso? Si è andata ampliando la reazione negatrice, fino a diventare una campagna. Lo scandalo sul femminicidio è montato lentamente e tardissimo. Ha da subito eccitato dissensi troppo aspri e ottusi per non essere rivelatori. C’è stato anche chi ammoniva che gli uomini uccisi sono più numerosi delle donne uccise: vero, salvo che il confronto va fatto fra le donne uccise da uomini e gli uomini uccisi da donne, e allora diventa irrisorio. Strada facendo, le obiezioni si sono irrobustite, valendosi anche di una (effettiva) carenza di statistiche esatte. All’ingrosso, si è negato che le uccisioni di donne siano cresciute in numeri assoluti, e si è sottolineato che la crescita – impressionante – nella loro quota relativa rispetto al totale degli omicidi è dovuta solo alla riduzione degli altri omicidi, soprattutto quelli di mafia. Prima di motivare i dubbi sulla prima affermazione — il numero di femminicidi che resta sostanzialmente stabile nel tempo e nei luoghi — sbrighiamo la seconda: se nel complesso degli omicidi c’è una rilevante riduzione, e quelli contro donne restano inalterati, vuol dire che la nostra convivenza migliora tranne che nei rapporti fra uomini e donne. A questa allarmante constatazione si aggiunge l’altra.
Abbiamo alle spalle (recenti) un mondo patriarcale e un codice penale che giudicavano con sfrenata indulgenza, o con malcelata simpatia, gli uomini che ammazzavano le “loro” donne; e ora ci illudiamo di vivere in un mondo più affrancato dai pregiudizi e più libero per tutti. Anzi, un altro dato, secondo cui le uccisioni di donne sono molto più frequenti al nord che al sud, segnala una relazione complicata se non inversa fra liberazione dei costumi e insofferenza maschile. Rinvio, per una replica generale, al blog di Loredana Lipperini (“Il fact-screwing dei negazionisti”, 27 maggio). Per parte mia, faccio alcune obiezioni peculiari. Nella discussione “specialista” al neologismo “femminicidio” si è aggiunto da tempo l’altro “femicidio” (sono latinismi passati attraverso aggiustamenti anglofoni): il primo alludendo alle vessazioni che le donne subiscono da parte di uomini, il secondo all’assassinio. Il binomio mi sembra privo di senso e comunque di utilità, e tengo fermo il solo termine di femminicidio come, alla lettera, uccisione di donne. Gli obiettori all’esistenza di una “emergenza di femminicidi” hanno capito che la categoria riguardi le donne uccise da loro mariti e amanti e fidanzati o exmariti, ex-amanti, ex-fidanzati (e padri e fratelli…), dunque “dal loro partner”. Questa delimitazione è frutto di un significativo fraintendimento. È vero, e raccapricciante, che la gran parte delle violenze e delle stesse uccisioni di donne è perpetrata dentro le mura domestiche, dove i panni andavano lavati, cioè sporcati, al riparo da sguardi estranei. Ma questa selezione statistica toglie altre circostanze in cui donne vengono uccise “perché donne”. Addito le prostitute assassinate. Piuttosto: non “le prostitute”, ma le donne che si prostituiscono; correzione essenziale, se appena riflettiate alla differenza, di spazio e di emozione, fra i titoli che dicono “donna uccisa” o “prostituta uccisa”. Gli assassinii di prostitute sono molti e orrendi. Gran parte dei detenuti per omicidio di un carcere non speciale hanno ammazzato la “loro” donna, o una, o più, prostitute. Non è femminicidio? Per bassezza di rango? O perché le prostitute non hanno padre, coniuge, fidanzato, e gli assassini non sono i loro “partner”? Ma lo sono senz’altro. Nel caso delle prostitute, l’assassino è “il loro partner”. Basta a renderlo tale la cifra che sborsa o promette per il prossimo quarto d’ora, o il loro stare su un marciapiede a disposizione di chi le voglia e prenda a nolo. La nudità esposta delle prostitute da strada – le più allo sbaraglio – è per loro un modo di aderire, per la durata della loro fatica, all’alienazione di sé, di sospendere la propria identità salvo rientrarvi a nottata passata; per gli uomini, è la manifestazione denudata dunque resa astratta e universale – come la moneta, corpo che sta per tutti i corpi – del piacere che può loro venire, della loro questua di badanti sessuali. La gelosia maschile è così diversa da quella femminile (come attesta la sproporzione di botte e coltellate, salvo che la
si riduca alla differente musco-latura) perché noi uomini intuiamo e temiamo una superiorità sessuale femminile, una disposizione al piacere che nessuna
presunzione amorosa può del tutto addomesticare. Lo sapevano gli antichi, e ne avevano confidato al mito la memoria anche dopo aver ridotto le donne in cattività, prime fra gli animali domestici. Ne hanno ereditato la nozione, pur non sapendo più spiegarla né spiegarsela, e dandola falsamente come una prescrizione religiosa, le società che si dedicano scrupolosamente a mutilare le bambine degli organi sessuali, mutando in strumenti di dolore e anche di morte una fonte di piacere renitente al comando. (Ricordiamo il catalogo: “Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie di lui, né il suo schiavo e la sua schiava, né il suo bue né il suo asino…”). Alle donne che fanno le prostitute gli uomini prendono a basso costo e basso rischio un surrogato alla violenza casalinga e amorosa: come le bambole sulle quali i medici cinesi visitavano le loro pazienti vestite, le prostitute sono le fidanzate momentanee e traditrici su cui infierire. “Non era che una puttana”. Romena, russa, bielorussa, nigeriana: “Uccisa una nigeriana”.
Titoli in corpo piccolo (si chiama così la statura delle lettere a stampa, corpo), al di sotto del femminicidio consacrato. Vuoi mettere, si dirà, una nigeriana uccisa con la ragazza quindicenne che ci ha spezzato il cuore? Certo che no. Eppure sì.
È affare di noi uomini. Le donne che fanno le prostitute e partono ogni sera per la più asimmetrica delle guerre civili la sanno lunga, su noi, che esitiamo a seguire il filo dei pensieri fino al punto in cui fa il nodo. È seccante rileggere i più bei frutti della nostra creatività letteraria e artistica per scorgervi la rovina del Grande Delinquente che ha ucciso la puttana perché l’amava e la voleva solo per sé.
I volontari della campagna anti-scandalismo sul femminicidio protestano che una morte vale un’altra: la ragazza massacrata vale il pensionato rapinato (qualcuno si spinge a confrontare le uccisioni di donne con le vittime degli incidenti stradali!). Che si distingua chi perseguiti o uccida qualcuna o qualcuno perché è donna – o perché è gay, o perché è ebreo, o nero – sembra loro un’insensibilità costituzionale. Il paragone con le minoranze è improprio: le donne sono la sola maggioranza brutalizzata. Le leggi, dicono, valgono per tutti. È vero, e riconoscono aggravanti particolari. Come spiegano Lipperini e Murgia – e tante altre – occorre a un capo l’impegno culturale e all’altro capo il sostegno materiale ai centri antiviolenza. Aggravare le pene è il riflesso condizionato di legislatori di testa leggera e mano pesante. Di una sola misura c’è bisogno, più efficace a impedire di nuocere a chi ha minacciato, picchiato e molestato abbastanza da annunciare l’esito assassino. Qui è il punto penale: solo in apparenza preventivo, perché quelle minacce e molestie e violenze, quando siano accertate, sono già sufficienti alla repressione che il femminicidio attuato renderà postuma.
La minimizzazione del femminicidio si presenta come un’obiezione al sensazionalismo. Si potrà dire almeno che ha avuto una gran fretta. Si sono ammazzate donne per qualche migliaio di anni, per avidità amorosa e per futili motivi: da qualche anno si protesta ad alta voce, e già non se ne può più?

il Fatto 31.5.13
“Gli squadroni di Assad danno la caccia ai medici”
Il presidente di MSF denuncia: sparizioni e raid sugli ospedali
di Roberta Zunini


Mentre l'Europa mai unita, anche in politica estera, a Bruxelles è riuscita comunque a dividersi sull'estensione dell'embargo di armi ai ribelli del composito panorama ribelle siriano, sul terreno i civili continuano a morire ogni giorno nell'isolamento più cinico finora visto in un teatro di guerra. Nella Siria martoriata dalla guerra civile, non è presente alcuna organizzazione umanitaria internazionale dato che non ci sono garanzie di sicurezza e perché il presidente Bashar Al Assad ha proibito l'apertura di un corridoio sanitario.
MANCANO TUTTI, tranne Medecins sans frontieres. I cui medici e personale tecnico sono riusciti a valicare il confine con la Turchia clandestinamente. A piedi, caricandosi sulle spalle lettini operatori e strumentazioni per raggi ed ecografie smontate, il personale dell'organizzazione umanitaria francese, è riuscito a costruire cinque centri sanitari in tutte le regioni a nord della Siria. “La situazione è ormai tragica. Èsaltata completamente la catena del freddo perché nella maggior parte del paese non c'è più elettricità. Questo significa per esempio che non possiamo più vaccinare i bambini perché le fiale vanno refrigerate. Non ci sono medicine, ma il fatto ancora più grave è la mancanza di acqua potabile”, spiega Loris de Filippi, presidente di Medici senza frontiere Italia, appena tornato dalla zona di Idlib, al confine con la Turchia dove l'Ong - premio Nobel per la Pace nel 1999 - ha allestito una delle strutture in un centro abbandonato di allevamento industriale di polli. I bombardamenti quotidiani hanno distrutto la maggior parte degli acquedotti e non c'è più acqua potabile. Per questo da qualche tempo lo staff logistico dell'organizzazione deve affrontare anche i rischi insiti nella ricerca sul terreno delle sorgenti per decontaminarle a monte e consentire così l'arrivo di acqua bevibile. La gente, soprattutto i bambini, soffre per la mancanza di cibo ma è la carenza d'acqua pulita a farli morire di dissenteria e gastroenterite. “A questo problema enorme si aggiunge anche il collasso del sistema sanitario locale perché le bombe sono state volutamente lanciate dai soldati di Assad anche sugli ospedali e da mesi è in atto una vera e propria caccia ai medici siriani.
“MOLTI SONO scomparsi e di loro non si sa più nulla”, racconta de Filippi, infermiere specializzato in medicina d'urgenza. Il sistema fognario è del tutto compromesso. “Unito all'arrivo del caldo estivo, questo ambiente malsano potrebbe far scoppiare vere e proprie epidemie”. L'organizzazione che si finanzia solo attraverso donazioni private, cura chiunque ne abbia bisogno. “Con le varie katibe (brigate) di ribelli, da quelle più laiche alle più integraliste islamiche come Jabat al Nusra, non abbiamo mai avuto problemi perché sanno che noi siamo neutrali e siamo lì solo per curare i feriti, civili e soldati di entrambi gli schieramenti”. Intanto in Turchia son stati arrestati 12 miliziani, non siriani, di Al Nusra con 2 chili di micidiale gas Sarin. Ma a impensierire la comunità internazionale e soprattutto Israele, è l’annuncio di Assad: “La Russia ci ha già trasferito il sistema antiaereo S-300”.

Corriere 31.5.13
Anticolonialismi a confronto, l’India e la Palestina
Sergio Romano risponde a Fabio Della Pergola


Mi riferisco a una sua risposta sul Gran Muftì di Gerusalemme e i suoi rapporti con la Germania nazista, in chiave anti-britannica e antisionista. Mi chiedo però che cosa avesse l'anticolonialismo palestinese di diverso da quello indiano che mi sembra, ma potrei sbagliare per ignoranza, non percorse la stessa strada di cercare alleanze con i nemici della potenza coloniale occupante. Ovviamente in India il progetto sionista di insediamenti non esisteva, ma questo è davvero sufficiente a spiegare il filonazismo arabo (e, prima ancora, il suo filofascismo quando di insediamenti ebraici in Palestina ce n'erano veramente pochi) o non c'era forse nel mondo islamico una contiguità ideologica con il nazismo, come ipotizzò anni fa Victor Farìas con il suo L'eredità di Heidegger nel neonazismo, nel neofascismo e nel fondamentalismo islamico?
Fabio Della Pergola

Caro Della Pergola,
Fra le scelte del nazionalismo arabo-palestinese e quelle del nazionalismo indiano durante la Seconda guerra mondiale esistono, pur con molte differenze, alcune analogie. In Transgiordania (un regno che comprendeva la riva sinistra del Giordano) esisteva allora una Legione Araba, creata nel 1921 e comandata con grande maestria, fra il 1939 e il 1956, da un ufficiale britannico, John Bagot Glubb, meglio noto come Glubb Pascià. Combatté con la forze britanniche e partecipò brillantemente, tra l'altro, alle operazioni contro l'Iraq quando un colpo di Stato a Bagdad nel 1941 fece di quel Paese, temporaneamente, un alleato dell'Asse italo-tedesco. Contemporaneamente, come lei sa, la divisione bosniaca delle SS musulmane, costituita con l'aiuto del Gran Mufti di Gerusalemme, combatteva in Jugoslavia contro i partigiani del maresciallo Tito.
Anche in India i nazionalisti combatterono in campi diversi. Gandhi approvò la partecipazione dei volontari indiani con le forze del Commonwealth al Secondo conflitto mondiale nella convinzione che la lealtà all'Impero, in quel momento, avrebbe favorito la causa dell'indipendenza dopo la fine della guerra. L'Indian Army comprendeva due milioni e mezzo di uomini e combatté in Nord Africa, a El Alamein, in Italia. Ma il grande avversario di Gandhi, Chandra Bose, scelse il campo anti-britannico e creò una piccola Indian National Army (circa 80.000 uomini) che combatté a fianco dei giapponesi lungo la frontiera birmana. Gli ebrei, invece, non potevano avere altro nemico, in quel momento, al di fuori della Germania. Lei certamente sa, caro Della Pergola, che nel novembre del 1944 sbarcò a Taranto una Brigata ebraica, composta prevalentemente da ebrei della Palestina. Erano stati addestrati ad Alessandria e presero parte alle operazioni militari in Emilia-Romagna tra i primi di marzo e la fine di aprile del 1945. Quanto a Victor Farìas, ricordo ai lettori che è uno storico cileno educato in Germania, autore di un libro sul nazismo del filosofo Heidegger e di altri saggi in cui accusò Salvador Allende di avere scritto una tesi universitaria antisemita in cui si dichiarava favorevole al programma di sterilizzazione dei malati mentali. Continuò a pensare che tra il nazismo e l'Islam non vi siano rapporti di parentela e che tutte le scelte fatte dai popoli coloniali durante la Seconda guerra mondiale siano state dettate da calcoli prevalentemente politici.

Corriere 31.5.13
Una Cia analitica per Barack Obama


«I presidenti uccidono» disse uno dei grandi protagonisti della politica estera americana che stava esaminando il giovane senatore per capire se aveva la stoffa (e la pelle abbastanza dura) per candidarsi alla Casa Bianca. «Lo so», fu la secca risposta di Barack Obama. Era il 2007.
In questi anni il leader democratico non si è certo tirato indietro: ha posto fine alla guerra in Iraq e avviato il ritiro dall'Afghanistan, ma ha anche fatto un uso massiccio dei droni killer per colpire gruppi e singoli terroristi altrimenti impossibili da raggiungere senza un attacco da terra. Una settimana fa Obama ha annunciato un cambio di rotta: fine della war on terror intesa come guerra globale e permanente, minor uso dei «droni» e un nuovo tentativo di chiudere il carcere di Guantanamo.
Non sarà facile tradurre questi propositi in fatti concreti. Il primo ostacolo è la stessa ambivalenza della posizione del presidente che considera la psicologia di un'America blindata, in guerra ormai da 12 anni, un tarlo per la democrazia, ma deve anche tenere alta la guardia esercitando il suo ruolo di capo supremo delle Forze armate. Obama cerca di introdurre regole e limiti nell'uso dei droni prima che questo potere di vita e di morte che lui stesso si è assunto venga trasferito a un altro presidente e venga condiviso dai leader di altri Paesi che stanno sviluppando la tecnologia degli aerei-robot. Ma, al tempo stesso, non vuole privarsi di quest'arma micidiale.
L'altro grosso ostacolo viene dalla Cia: la «normalizzazione» dell'uso dei droni passa anche per una riforma ampia e complessa dell'agenzia federale di intelligence che, dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 ha acquistato capacità di attacco militare con la gestione diretta degli aerei-robot usati nelle missioni segrete per eliminate terroristi in Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia.
Ora la Cia dovrebbe essere demilitarizzata: un lavoro imponente che comporta un cambio di mentalità radicale, il secondo in pochi anni. Un cambiamento che dovrà essere culturale e anche generazionale, dicono gli analisti. Dodici anni fa, quando l'America fu attaccata da Al Qaeda, la Central Intelligence Agency si scoprì impreparata: piena di esperti di guerra fredda e di cremlinologi mentre quasi nessuno sapeva parlare l'arabo.
Da allora l'intelligence ha cambiato pelle: metà degli attuali dipendenti della Cia sono stati assunti dopo l'11 settembre 2001. Molti sono diventati esperti di campi di battaglia, hanno imparato a vivere isolati nei deserti dell'Asia centrale, nelle basi afghane e irachene.
Sanno come riconoscere un bersaglio dal cielo, magari riescono a convincere un capotribù a mollare i talebani, ma probabilmente non saprebbero come mimetizzarsi per svolgere una delicata missione di intelligence nelle strade di Mosca o Shanghai. E, invece, sia pure con qualche margine di ambiguità (la Cia continuerà a gestire fino al 2014 i droni delle operazioni in Afghanistan e Pakistan), è in questa direzione che viene spinta la Cia: il ritorno all'intelligence — analisi strategica e spionaggio sul campo — dopo che alla sua guida il generale David Petraeus è stato sostituito da John Brennan, un suo ex analista.

l’Unità 31.5.13
Controllo delle armi, la California sorpassa Obama
di Roberto Arduini


La California non è gli Usa. Lo Stato più popoloso degli Stati Uniti, dove sono già in vigore tra le più dure leggi in materia di armi, ha passato alla Camera o in Senato diversi disegni di legge sul «gun control». A parlarne è il Los Angeles Times. La strage di Newtown, in cui a dicembre scorso sono morti 20 bambini e sette adulti oltre all’autore non è servita a convincere il Congresso di Washington ad agire, ma ha ispirato i parlamentari californiani. «Questi disegni di legge cercano di rispondere a molte tragedie ampiamente pubblicizzate, e a molte altre che non lo sono» ha detto il democratico Darrell Steinberg, presidente del Senato. Un militante della lobby delle armi
I californiani che vorranno acquistare munizioni dovranno fornire le proprie informazioni personali e pagare 50 dollari per un «background check», secondo un disegno di legge passato dal Senato con 22 voti a favore e 14 contrari (tra cui alcuni democratici, che hanno votato con l’opposizione repubblicana). Il dipartimento di Giustizia statale non fornirà il permesso se il richiedente ha commesso reati o in caso di malattie mentali. Il Senato ha approvato anche una norma che vieterebbe la vendita, l’acquisto e la produzione in California di fucili semiautomatici alimentati da caricatori rimovibili. La norma impone anche a chi già detiene tali armi, di registrarle.
La Camera ha invece votato a favore di una misura che impone al dipartimento di Giustizia statale di informare le forze dell’ordine locali quando qualcuno acquista più di 3.000 munizioni. Il disegno di legge vieterebbe anche i kit con cui è possibile modificare i caricatori in modo che possano contenere più di 10 proiettili. È stata poi votata l’estensione del divieto di possedere armi a chiunque dovesse rappresentare una serie minaccia secondo il proprio psicoterapeuta. Molti autori delle stragi più efferate «sono affetti da malattie mentali», ha dichiarato Nancy Skinner, deputata democratica, che ha proposto la norma. I disegni di legge approvati dal Senato passano ora alla Camera, e viceversa. I senatori hanno anche votato a favore dell’eliminazione dei privilegi fiscali per le no profit, inclusi i Boy Scouts of America, che negano la partecipazione in base alla religione o all’orientamento sessuale. Il senatore democratico Ricardo Lara si è detto felice che l’associazione dei boy scout abbia deciso, pochi giorni fa, di accettare i ragazzi omosessuali, ma ha ribadito che è inaccettabile che resti in vigore il divieto per gli adulti.
Nel resto del Paese, la potente lobby delle armi (la Nra, National Rifle Association) è riuscita a bloccare al Senato lo scorso 17 aprile gli emendamenti alla proposta di legge di Obama per introdurre proprio il «background check». L’altro obiettivo principale di Obama e delle associazioni per il controllo sulle armi di cui fanno parte molti familiari di vittime è quello di reintrodurre il bando sulla vendita di armi semiautomatiche, essenzialmente delle mitragliatrici.

La Stampa 31.5.13
Secondo la Commissione sono stati violati gli accordi comunitari
La Ue contro Londra “Non può negare il welfare agli stranieri”
Sono state introdotte limitazioni che hanno lasciato fuori molti immigrati regolari
Il governo Cameron resiste: regole valide
di Marco Zatterin


Londra brucia di foga euroscettica. La Commissione Ue ha deferito il Regno Unito alla Corte di giustizia europea con l’accusa di aver discriminato gli stranieri che vivono e lavorano sull’isola della Corona. Invece che verificare il loro diritto ai servizi del Welfare britannico secondo il modello comunitario del «test di abituale residenza», gli inglesi hanno usato una formula più restrittiva detta del «diritto di residenza». In tal modo avrebbero lasciato senza cure e sussidi 28 mila persone fra il 2009 e il 2011. Quisquilie per il governo Cameron «certo di essere in regola», e oltraggio alla sovranità per il possente fronte anti-Bruxelles che non attendeva davvero altro.
È una decisione soppesata a lungo, probabilmente giusta, ma certo arrivata nella congiuntura meno adatta. Non avevano scelta a Bruxelles perché la legge è la legge. La Commissione Ue ha negoziato con Downing Street prima di uscire alla scoperto, consapevole che l’onda del rifiuto dell’integrazione Ue è gonfia come mai. Dura è stata la risposta del ministro del Lavoro, Iain Duncan Smith: «Non me ne starò fermo mentre la Commissione prova ad annacquare meccanismi di protezione perfettamente validi».
La questione ha una portentosa valenza di politica interna, al punto che l’Ukip (il partito indipendentista euroscettico) la utilizza per accusare il premier Cameron «di parlare invano» in una battaglia in cui «noi semplicemente non possiamo vincere». Le vittime incolpevoli sono gli stranieri legali, che pagano contributi e tasse, ai quali vengono meno opportunità di cui i britannici godono se si recano all’estero.
Il caso, nella sua sostanza, è lineare. Il regolamento Ue, approvato all’unanimità e dunque anche dagli inglesi, stabilisce che i benefici del sistema sociale - come gli assegni per i figli e l’indennità di disoccupazione - siano dati a chi legalmente stabilisce la sua «residenza abituale» nel Regno Unito, verificata secondo uno schema comune fatto a Bruxelles. Londra, nel 2009, ha cambiato le regole. Le ha strette, lasciando a secco stranieri che, sulla carta, non avrebbero dovuto avere problemi. «Molte donne incinte, per esempio», ha detto alla Bbc, Adam Weiss, direttore della ong Advice on Individual Rights.
La Commissione ha l’obbligo di assicurare il rispetto delle leggi che i paesi si sono date. Ieri ha anche richiamato la Spagna per non aver accettato negli ospedali le tessere sanitarie di turisti comunitari. Nel Regno Unito il caso ha però scatenato l’ennesimo scontro totale. La crisi ha creato milioni di disoccupati e precari che vedono nell’Ue e nell’immigrazione la ragione di ogni male. I partiti tradizionali sono in difficoltà e l’Ukip ha preso in mano un quarto dell’elettorato cavalcando il rancore, violento per ora solo a parole. I giornali popolari si sono uniti nel sarcasmo contro Bruxelles, mentre una pioggia di improperi è caduta su Jonathan Todd, il portavoce che ha dato la notizia, un inglese tranquillo. «Impiccati», «ti venga un male», «dovrebbero fucilarti per tradimento», gli hanno scritto. La tensione anti-Ue, oltre la Manica, continua evidentemente a salire.

il Fatto 31.5.13
Londra. 81 dipendenti Bbc accusati di abusi sessuali


I tanti scandali sessuali che hanno colpito la Bbc si possono riassumere in un numero: sono 81 i dipendenti della emittente pubblica accusati di abusi sessuali dall’ottobre 2012, quando è scoppiato lo scandalo di Jimmy Savile, il dj che molestò decine di minori. LaPresse

il Fatto 31.5.13
Usa. Gli americani hanno perso la fede


Americani senza fede: per il 77% la religione sta perdendo importanza, secondo un sondaggio Gallup; è la percentuale più rilevante degli ultimi quarant’anni. Ma il 75% del campione afferma allo stesso tempo che l’America starebbe meglio se fosse più religiosa. LaPresse

il Fatto 31.5.13
Tunisia. Amina resta in carcere


Il giudice istruttore nel processo contro la blogger Amina ha deciso che la ragazza resti in carcere, avanzando nuove accuse di comportamento immorale e profanazione di un cimitero. Il giudice, mantenendo l’anonimato, ha annunciato che la ragazza sarà interrogata il 5 giugno. Ansa

Corriere 31.5.13
Difendo Amina e le Femen. Ma protestare a seno nudo non è libertà
Finché non impariamo, noi donne, a utilizzare le nostre voci e menti invece dei nostri corpi, non si potrà parlare di emancipazione. Nè nel mondo arabo, nè altrove
di Joumana Haddad

qui

La Stampa 31.5.13
I cinesi comprano cibo all’estero per far dimenticare gli scandali
I consumatori non si fidano dei controlli, chi può sceglie prodotti importati
di Ilaria Maria Sala


I consumatori cinesi hanno visto di tutto: cocomeri che letteralmente esplodono nei campi tanto sono pieni di pesticidi. Tofu con ingredienti irripetibili, carne di maiale fosforescente, e uova sintetiche, fatte mescolando polveri chimiche creando un’imitazione quasi perfetta – alla cottura, però, le uova finte diventano gommose.
La lista è infinita, ed ogni giorno porta una nuova inquietudine: acqua imbottigliata nella quale si agitano larve, per non parlare di quando, un pugno di settimane fa, Shanghai aveva maiali morti che galleggiavano nel fiume, gettati in acqua dagli allevatori che non sapevano cosa fare di animali malati. La carne e il latte sono i prodotti più rischiosi: ai maiali viene dato il Clembuterol, antiasmatico che ne rende le carni magre, ma che causa problemi cardiaci a chi li consuma. Polli gonfi di antibiotici, montone che in realtà è carne di topo, per non parlare del caso clamoroso del latte contaminato di melamina, che ne aumenta all’analisi il contenuto proteico, ma che si è rivelata fatale a diversi lattanti cinesi.
Il sospetto si accompagna ad ogni spesa, e a ogni pasto: oggi, molti ristoranti di «marmitta della Mongolia» o di fonduta alla Sichuanese (piatti che si cucinano al tavolo, in grandi pentole con un brodo speziato in ebollizione a cui si aggiungono fette di carne e verdure) portano ai clienti confezioni individuali di condimenti, e lasciano che ad aprirle e versarle siano i commensali stessi. Ma come assicurarsi che l’olio di scolo non sia finito nel wok, la padella tonda immancabile nelle cucine cinesi, o che lo zenzero non contenga livelli cancerogeni di pesticidi?
Il problema si intreccia a un sistema di controlli ancora troppo poco esteso ma già piagato da una corruzione capillare, e dal fatto che, nella Cina del miracolo economico, la scaltrezza si è fatta strada.
Il risultato sono milioni di consumatori che preferiscono affidarsi ai maggiori controlli internazionali, acquistando, quando possono permetterselo, prodotti importati, e che trovano che un hamburger di McDonald’s possa essere più sicuro e pulito che non un piccolo ristorante cinese.
Le aziende coinvolte spesso non sono rivelate al pubblico, e i media riportano la questione con infiniti non detti. In molti casi si tratta di operazioni piccole, a livello regionale o cittadino, che nella corsa alla produzione economica immettono nella catena alimentare prodotti scellerati.
Così, l’espansione all’estero è divenuta una soluzione di prestigio: lo ha fatto la Yashili, che ha acquistato per 210 milioni di dollari Usa un’azienda in Nuova Zelanda per produrre latte in polvere. Lo fa ora la Shuanghui con l’acquisto della Smithfield. Lo fa la Mengniu, già travolta dallo scandalo della melamina, ora in partnership con la Danone.
Ma visto che mangiare si deve, e che quello dell’abbondanza del cibo è uno dei piaceri della Cina delle riforme economiche, ogni pasto è accompagnato da un po’ di fatalismo, ma anche dal gusto ritrovato per una cucina ricca e variata. Magari, con ingredienti importati.

La Stampa 31.5.13
La Cina alleva maiali da 6 mila anni, ma ora li importa dagli Usa
di John Foley


In Cina si allevano maiali da almeno 6.000 anni. Oggi, tuttavia, il maggiore produttore di carne suina del Paese paga 4,7 miliardi di dollari per importarli dagli Stati Uniti. Come spiegare questa inversione di rotta? Non si tratta solo del fatto che in Cina consumatori più ricchi richiedono quantità maggiori di carne, quanto piuttosto delle cattive decisioni prese dai leader del colosso asiatico.
Attualmente, sulla base del prezzo di chiusura delle azioni dell’azienda americana al 28 maggio, Shuanghui sta pagando un premio di più di 1,1 miliardi di dollari per l’acquisto di Smithfield. E dal momento che l’acquisizione non promette di generare molti risultati sul fronte della riduzione dei costi, il maggiore produttore di carne suina della Cina spera di vendere più carne americana ai consumatori cinesi.
E questa è una prospettiva allettante per due peculiarità del mercato cinese. In primo luogo, la carne suina importata è meno costosa di quella prodotta in loco. La Cina, infatti, dipende dai mercati stranieri per il mangime destinato all’alimentazione dei maiali, come ad esempio i fagioli di soia che stanno diventando sempre più costosi. Ciò fa sì che il settore risulti strutturalmente più costoso di quella americano. Secondo Smithfield, l’azienda, tenendo conto dei cambiamenti nel mercato americano del granoturco, dovrebbe essere in grado di allevare maiali pagandoli 1,37 dollari al chilo. Cifra bassa se paragonata ai 2,10 dollari al chilo recentemente raggiunti dall’allevamento suino cinese.
In secondo luogo, gli animali allevati negli Stati Uniti saranno sicuramente molto ricercati dai consumatori cinesi, stanchi di preoccuparsi del pericolo derivante dal consumare carne suina cinese. Dunque, a quanto pare, saranno la poca trasparenza e le tonnellate di farmaci presenti nelle carni dei maiali allevati in Cina, e non la scarsità dell’offerta, ad aumentare la domanda di prodotti importati. Recentemente, Smithfield ha stimato che presto le importazioni raggiungeranno il 4% del totale della domanda cinese contro l’appena l’uno di oggi.

Corriere 31.5.13
La Cina mette le mani sul cibo made in Usa E l'America ha paura
Allarme per la sicurezza alimentare
di Alessandra Farkas


NEW YORK — Quando mercoledì scorso l'azienda Smithfield Foods, uno dei più antichi e grandi produttori di carne suina in America, ha annunciato la cessione dell'attività al colosso cinese Shuanghui International, il web è insorto. Anche se Smithfield ha assicurato che la vendita «mira a portare più carne di maiale sulle tavole dei cinesi e non viceversa», l'accordo da 4,7 miliardi di dollari (un record) ha gettato nel panico salutisti, ambientalisti e medici Usa.
«Le crescenti esportazioni di cibo dalla Cina agli Stati Uniti sono un potenziale rischio per la salute degli americani», lancia l'allarme il New York Times in un lungo articolo che cita i dati del dipartimento dell'Agricoltura secondo cui l'anno scorso gli Usa hanno importato quasi 2 milioni di tonnellate di prodotti alimentari cinesi.
Dal pesce ai mandarini, dai funghi al tonno e dal succo di mele all'aglio e alle spezie, ormai è quasi impossibile non ritrovarsi nel piatto uno dei tantissimi prodotti alimentari made in China. L'invasione è continuata nonostante gli scandali finiti sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, dal latte in polvere alla melamina, dal riso al cadmio al maiale al clenbuterolo: tutte sostanze altamente tossiche.
Dopo il caso delle carcasse di maiale che galleggiavano nel fiume Huangpu che fornisce acqua potabile a Shanghai, l'ultimo episodio ha riguardato la carne di topo, volpe e visone, miscelata con gelatina e nitrati e poi venduta come montone. «I cinesi meriterebbero un premio per la creatività nella sofisticazione dei cibi», ironizza Jeff Nelken, esperto di sicurezza alimentare.
Ma fino a oggi l'America dei profitti facili ha preferito chiudere un occhio. «Più la Cina è immersa negli scandali alimentari e più noi importiamo i suoi prodotti», ha puntato il dito Patty Lovera, vicedirettore del Food and Water Watch, durante un'udienza congressuale l'8 maggio. E la deputata repubblicana della California Dana Rohrabacher ha incalzato: «Testare questi alimenti è una sfida che i governi del pianeta non possono vincere, data l'ubiquità dei prodotti cinesi sul mercato». Le attuali leggi sull'importazione non aiutano. Anche se le norme Usa impongono ai prodotti alimentari venduti nei supermercati e nei negozi di avere l'etichetta con il Paese di origine, una grande parte di questi finisce nelle cucine dei ristoranti dove il consumatore non ha la minima idea della loro provenienza. Non solo. «Quando i cibi importanti vengono trattati», sottolinea il New York Times, «l'obbligo di etichettarli non è più richiesto». Così mentre un filetto di merluzzo cinese deve specificare il Paese d'origine, il bastoncino precotto ne è esente.
Il pessimismo di molti non è casuale. Da anni il governo di Pechino preme su Washington per esportare il suo pollame. Un'analoga richiesta riguardante la carne fresca di maiale e di manzo continua a incontrare le resistenze del governo Usa. Ma molti ora temono che il passaggio ai cinesi della Smithfield Foods possa non solo abbassare gli standard igienici della compagnia ma anche favorire in futuro l'immissione sul mercato Usa di salami e costolette di maiale avvelenati.

La Stampa 31.5.13
“L’anti-psichiatria fa ridere Però alla fine funziona”
Il figlio di Ronald Laing, guru delle cure alternative per la malattia mentale, ha scritto un romanzo che ambienta nel presente le tematiche paterne
L’incontro con Basaglia «Mio padre era molto interessato al suo lavoro, ma tra loro non scoccò mai la scintilla»
Basaglia e David Cooper «Credo che la loro idea di abolire tutto e lasciare i malati senza assistenza sia stata disastrosa»"
di Claudio Gallo


Lo psichiatra scozzese Ronald David Laing (1927-1989). Tra le sue opere più celebri, L’Io diviso (1959), Normalità e follia nella famiglia (’64), Mi ami (’76)

A volte le cose sembrano congiurare a un senso nascosto, come se sotto all’onnipotente caso, padrone delle nostre vite, ci fosse un significato. Jung chiamava questi momenti «sincronicità», l’ormai invecchiata filosofia della New Age vedeva queste coincidenze significative dappertutto. In Gran Bretagna Adrian Laing, figlio di Ronald, guru dell’antipsichiatria negli Anni 70, ha appena pubblicato un romanzo (da Gibson Square) dove, tra nostalgia e ironia, ambienta nel presente le tematiche paterne, proprio mentre l’associazione britannica degli psicologi attacca quella degli psichiatri, accusandola di ridurre la cura delle malattie mentali a una questione di pillole. Non succedeva da trent’anni: le scienze umane contro la chimica.
Incontriamo Adrian Laing, 55 anni, moglie e quattro figli, sulle cime boscose di Hampstead Heath, da cui si vede il profilo frastagliato di Londra. Adrian vive in questo piccolo paradiso e qui ha ambientato il suo romanzo, Rehab Blues, tradotto brutalmente: «Il blues della riabilitazione». Il vestito blu elegante segnala la sua professione di avvocato. «Ho dovuto adattarmi - dice - a una società in cui vali quello che guadagni». Prima di misurarsi con la scrittura creativa, Adrian ha pubblicato una biografia del padre, vivida e per nulla agiografica, in cui assieme al genio emergono anche le ombre dello psichiatra di Glasgow.
Mentre sorseggia un tè, i capelli scompigliati dal vento, sembra rassegnato a esprimersi attraverso il padre. Il colloquio è un incontro a tre, l’ingombrante genitore rivive nelle parole del figlio. Il romanzo parla di un centro alternativo di terapie psicologiche, «The Place», dove gli eroi del giorno d’oggi, calciatori, musicisti, attori, vanno a cercare di mettere insieme i cocci delle loro personalità infantili, mentre intorno ronzano i giornalisti dei tabloid a caccia di scoop. «La gente è ossessionata dalla celebrità e le celebrità sono ossessionate dalla terapia psicologica», dice Laing. Nonostante il boss della clinica si chiami David Cooper, come l’altro celebre guru inglese dell’antipsichiatria, è facile vedere in lui il volto di Ronald. L’ironia è impietosa, ma alla fine l’approccio psicologico alternativo ne esce intatto. «È vero - continua -, dopo la biografia volevo scrivere qualcosa di divertente. Le cure di The Place fanno ridere ma alla fine funzionano».
Adrian ricorda quando Franco Basaglia andava a trovare Ronald. «Visitò Kingsley Hall, che mio padre aveva trasformato in un centro per la cura dei malati mentali. Ronald era molto interessato al lavoro di Basaglia, ma tra i due non scoccò mai la scintilla. Basaglia aveva un’impostazione molto politica, era più vicino a David Cooper. Cooper era anti-qualsiasi-cosa, la durezza e la violenza delle sue critiche contrastavano curiosamente con la sua gentilezza e il tono di voce vellutato. Credo che la loro idea di abolire tutto e lasciare i malati senza assistenza sia stata disastrosa».
R. D. Laing, invece, non era affatto interessato alla politica, anche se negli Anni 70 era comune arruolarlo nell’estrema sinistra. «Mio padre da giovane aveva letto molto Marx e certo in quei tempi ne fu influenzato. Di fatto, la critica dello psichiatra come autorità assoluta di fonte al paziente senza diritti porta in sé qualcosa del concetto di alienazione marxiano. Alcuni suoi libri però, come La politica dell’esperienza, furono letti come manifesti politici di sinistra mentre l’autore non li aveva mai pensati in quei termini. Lo disse chiaramente e per questo fu molto criticato. Lui non voleva restare in una nicchia estremistica. Alla fine il prezzo che pagò fu che la sua divenne, all’opposto, una ideologia di moda».
Un libro difficile come l’ Io diviso ha creato intorno allo psichiatra scozzese alcuni cliché, come quello che la schizofrenia sia provocata dalla famiglia in quanto tale. «Ovviamente - interviene Adrian - non ha mai detto una cosa simile. Apparteneva alla scuola che sostiene come non si possa capire un individuo senza collocarlo nel suo contesto sociale e il primo contesto sociale è la famiglia. La rete complessa dei rapporti famigliari è il terreno dove spesso si sviluppa la malattia. Mi viene in mente la principessa Diana a cui era stato imposto di credere che non ci fosse nulla tra Carlo e Camilla. Devastante». È il messaggio che traspare anche dal romanzo: per vivere, per guarire abbiamo bisogno degli altri, di collocarci in una rete di rapporti sociali. Insomma un elogio di quell’umanità tanto disprezzata dall’individualismo estremo del nostro mondo.

Repubblica 31.5.13
Asino o genio lo dice il Dna


ANCHE i voti scolastici sono scritti nel Dna, secondo uno studio condotto in Usa, Europa e Australia e pubblicato oggi su Science.
Analizzando il genoma di 125mila persone, e incrociandolo con i dati sul loro successo scolastico, i ricercatori hanno individuato almeno tre zone del Dna che potrebbero influenzare in positivo le capacità scolastiche di un ragazzo. Ora bisognerà affinare le ricerche su queste zone del genoma per identificare gli sfuggenti “geni del successo scolastico”. Che non sminuiscono comunque l’importanza della costanza e dell’impegno.

Corriere 31.5.13
Suicidi e depressione a causa del Web
emergenza cyberbullismo nel Lazio
La Polizia postale: denunce aumentate del 40%; ora c'è commissariato online. Foto denigratorie e notizie false, in regione il 42% dei giovani si ritiene «non perseguibile»
di Veronica Altimari

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il Fatto 31.5.13
“Un branco fascista coperto dall’Arma stuprò Franca Rame”
Il processo sul sequestro e la violenza di gruppo è prescritto, ma i responsabili sono stati individuati
Uomini dell’estremismo di destra legati alla Sam
di Davide Milosa


Milano Sera tarda a Milano. Via Marcora 4. Secondo piano del palazzo che ospita i carabinieri della divisione Pastrengo. Il generale Giovanni Battista Palumbo, ex repubblichino e futuro iscritto alla P2, ha appena ricevuto la notizia di una donna violentata in via Nirone. La vittima è stata sequestrata da cinque persone, caricata su un furgone e qui stuprata. Con lui ci sono altri ufficiali. Qualcuno dice: “Era ora”. Palumbo sorride. È il 9 marzo 1973. La donna picchiata, sfregiata e violentata è Franca Rame. Abbandonata vicino a un parco cittadino, camminerà fin davanti alla Questura, per poi tornare a casa. La storia inizia così.
ED È UNA STORIA ancora gonfia di misteri. Una storia di fascisti stipendiati dallo Stato, foraggiati di armi. Fascisti travestiti da intellettuali di sinistra. In giro per Milano a lanciare bombe. Sotto braccio l'Unità o Lotta Continua. Una storia che nasce con un sospetto: i camerati violentarono Franca Rame (morta due giorni fa all'età di 84 anni), ma lo fecero ispirati da importanti esponenti degli apparati militari. Un sospetto che sarà confermato anni dopo da un neofascista milanese, Biagio Pitarresi. Senza però innescare ulteriori indagini. Il 10 marzo 1973 la denuncia arriva in Procura.
Gli investigatori si concentrano sul gruppo La Fenice, versione milanese di Ordine Nuovo, movimento politico di estrema destra. A guidare La Fenice c'è Giancarlo Rognoni. Oggi vive in un appartamento della Bovisa. Il suo braccio destro, all’epoca, è Nico Azzi che tenterà di far saltare in aria il treno Tori-no-Roma utilizzando un chilo di tritolo. È il 7 aprile 1973. Azzi, però, sbaglia. Sarà arrestato e inizierà a collaborare. Il 12 aprile 1973 a Milano, durante il corteo del Msi contro “la violenza rossa”, una bomba a mano uccide l'agente di polizia Antonio Marino. Nico Azzi viene accusato di aver fornito la cassa di granate ai militanti del Movimento sociale. Questo l'ambiente dentro al quale i magistrati cercano i violentatori dell'attrice Rame. L'inchiesta però si avvita su se stessa. L'ipotesi è giusta, ma lo si saprà solo 25 anni dopo. Nel 1998 qualcuno parla. Si tratta di Biagio Pitarresi, malavitoso milanese ed ex picchiatore per conto della Fenice. Lo ascolta il giudice Guido Salvini che indaga sulla strage di piazza Fontana. A pagina 433 dell'ordinanza d'arresto del 3 febbraio 1998 si legge: “Pitarresi ha raccontato che l’azione contro Franca Rame era stata proposta a lui, ma si era rifiutato ed era subentrato Angelo Angeli il quale aveva materialmente agito con altri camerati”.
La notizia arriva fuori tempo massimo. Il reato è prescritto. Angelo Angeli alias il golosone - arrestato nel 1972 per alcuni attentati delle Sam e poi per omicidio colposo nel 1996 - non è perseguibile. Nel 1973 sta con le Squadra d'azione Mussolini (Sam). Ma più che un fascista, Angeli, come anche Pitarresi, è un malavitoso comune. Finirà coinvolto in diversi guai giudiziari. Nel 1992, in una cantina di via Maroncelli, sbaglia a versare gasolio liquefatto. C'è un'esplosione. Muore il diacono Damiano Achille. Angeli resterà l'unico identificato per lo stupro di Franca Rame. Pitarresi però non si ferma agli esecutori materiali. Scrive Salvini: “Conferma che l’azione era stata ispirata da alcuni carabinieri della Pastrengo, Comando dell’Arma con il quale sia Pitarresi sia Angeli erano in contatto per il supporto in attività di provocazione contro gli ambienti di sinistra”.
PAROLE che suonano come una conferma a quelle di Angelo Izzo, arrestato perché responsabile del “massacro del Circeo” (nel settembre 1975, insieme ad altri due uomini, Izzo sequestrò e violentò due ragazze, una delle quali morì). Nel 1987 l'estremista di destra “dichiara che l’azione era stata suggerita da ufficiali della Pastrengo, nel quadro (...) di cobelligeranza fra settori di tale divisione e gli estremisti di destra nella lotta contro il pericolo comunista”.
Torniamo, allora, alla notte del 9 marzo 1973, secondo piano del palazzo di via Marcora 4. Negli uffici del comando c'è un testimone. È il generale Nicolò Bozzo, già braccio destro di Carlo Alberto dalla Chiesa. All'epoca, Bozzo è capitano.
Racconta: “Quando arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame per me fu un colpo. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo opposto. Era tutto contento”. Chi era? “Era il più alto in grado: il comandante della Pastrengo, il generale Giovanni Battista Palumbo”. E del resto, ragiona il giudice Salvini, “il probabile coinvolgimento quali suggeritori di alcuni ufficiali della Pastrengo non deve certo stupire”. Un anno prima, il 3 maggio 1972 a Peteano (Gorizia), l'ordinovista Vincenzo Vinciguerra fa esplodere un'auto. Muoiono tre carabinieri. Vinciguerra riesce a fuggire grazie alla copertura degli apparati militari. Insomma, ciò che avvenne in via Nirone non fu solo un fatto di violenza, ma anche di potere. Occulto, deviato. Fatto d'incontri tra i generali della Pastrengo e rappresentanti di quella “maggioranza silenziosa” che a Milano mobilitava la borghesia contro il pericolo rosso. Un potere che innescò la violenza contro Franca Rame. E i cui mandanti, forse, vanno cercati nelle gerarchie superiori alla Divisione Pastrengo di via Marcora 4.

il Fatto 31.5.13
RAI, 1962
Quando la censura affondò Canzonissima
di Emiliano Liuzzi


È il 1962 quando il direttore generale della Rai, Ettore Bernabei, fanfaniano di ferro, già direttore del Popolo, organo ufficiale della Democrazia cristiana, decide di affidare Canzonissima, il varietà per eccellenza dell'allora Rai, abbinato alla Lotteria Italia, a Dario Fo e Franca Rame. Fo, in Rai, ha già messo piede dieci anni prima: è un attore, autore di testi, scrittore, insomma, è semplicemente Dario Fo, artista poliedrico e a tutto tondo. La coppia può funzionare, Bernabei comunque ai piani alti della direzione Rai possiede la matita rossa: ha una squadra di censori ufficiali, quelli che segnalano quello che si può e non si può dire. E il verbo di Bernabei in Rai è l'unico che funziona: controlla tutto e tutti.
Non ha ancora fatto i conti con Fo e Rame, però. Lui è incontrollabile, lei già tostissima. Il Sessantotto è ancora lontano, Sessantotto che per Dario, soprattutto, vuol dire Mistero Buffo e per Franca l'aria del movimento studentesco che le piace respirare a pieni polmoni. Sei anni di differenza che sembrano un'eternità: Fanfani capo del governo, Antonio Segni agli Esteri, Paolo Emilio Taviani agli Interni, Mariano Rumor è il potentissimo ministro dell'Agricoltura, Giulio Andreotti è alla Difesa. Questo è il governo. Cioè una certa Dc, non la Dc. E Bernabei, che è il figlioccio di Fanfani, sa quello che può disturbare. Così tutte le volte che gli arrivano sul tavolo i testi di Canzonissima rispedisce alla redazione i testi sottolineati e cancellati. Fino alla puntata nella quale Dario Fo e Franca Rame non aprono quello che è un dramma allora (un po' anche oggi) taciuto: quello delle morti bianche, gli incidenti sul lavoro. Fo lo tratta con ironia al limite della provocazione: impersona un impresario edile che, a ogni operaio che muore, regala all'amante un diamante.
Bernabei s'infuria e censura, questa volta Fo e Rame se ne vanno. Verranno sostituiti da Raffaella Carrà, Tino Buazzelli e Corrado. Bernabei, anni dopo, si difenderà: “C'erano appena stati scontri in piazza davanti alla prefettura di Roma dove gli edili protestavano per avere il 390 per cento di aumento salariale. Ci furono feriti”. Verissimo, tutto. Anche i feriti: ci furono, ma erano i manifestanti. Dettaglio. “E comunque”, proseguì, “la tivvù di quegli anni parlava a tutti, certo, ma anche alla società che la rappresentava”. Cioè la Dc dorotea.
Franca rispose anche per Dario, senza fioretto: “È vero. Gli operai cadevano dalle impalcature da dieci, venti metri, ma cinque o sei metri prima di arrivare a terra aprivano le ali e tornavano su. Mica si sfracellavano a terra. E comunque non ci cacciarono, ce ne andammo. Anche perché Bernabei ce la mise in maniera leggera, ci disse che rischiavamo l'arresto”. Così funzionava l'Italia. A proposito: quell’edizione la vinse Quando quando quando di Tony Renis.

Repubblica 31.5.13
Marte, fiumi di 2 miliardi d'anni fa.
Un robot trova la prova definitiva

qui

La Stampa 31.5.13
Roma, alla scoperta del genio di Archimede


Alla scoperta del genio di Archimede e della straordinaria civiltà fiorita a Siracusa nel III secolo a.C. attraverso meravigliosi reperti, modellini, ricostruzioni multimediali: è la grande mostra «Archimede. Arte e scienza dell’invenzione» che si apre oggi ai Musei Capitolini e dopo Roma toccherà diverse capitali per poi approdare a Siracusa, da dove proviene la maggior parte dei reperti. Esposti non solo gli scritti e le invenzioni del matematico, ingegnere, fisico, la cui fama attraversò Medioevo e Rinascimento, ma anche le testimonianze delle città mediterranee in cui visse.

La Stampa 31.5.13
Jeremy Irons, omaggio a Machiavelli


Un omaggio a Machiavelli, nella sua Firenze, nei 500 anni del Principe : ne sarà protagonista, con un reading dedicato ad alcune tra le più grandi pagine letterarie sulla politica, il premio Oscar Jeremy Irons (foto), insieme con Laura Morante. È uno degli eventi clou del Festival degli Scrittori, in programma a Firenze dal 12 al 14 giugno. La serata per Machiavelli sarà il 13 al Cinema Teatro Odeon. Si partirà dal Principe per dare via via la parola a diversi testi letterari, da Calvino a Kundera, a Bennett, a Nabokov, in cui si ritrova una certa declinazione romanzesca della politica.

Corriere 31.5.13
Una mostra a Predappio sul Mussolini socialista


«Noi cittadini di Predappio non abbiamo niente a che fare con il carnevale che va in scena dalle nostre parti nelle date cari ai nostalgici del fascismo», dichiara il sindaco del paese natale di Mussolini, Giorgio Frassineti, nel presentare la mostra che vuole segnare un distacco netto dalle immagini folkloristiche di gitanti in camicia nera. S'intitola «Il giovane Mussolini 1883-1914» e ripercorre la formazione e la militanza socialista del futuro dittatore. Sarà aperta a Predappio, nella casa natale di Mussolini, dal prossimo 29 settembre al 31 maggio 2014. Nel comitato scientifico figurano storici come Emilio Gentile, Maurizio Ridolfi e il sindaco di Forlì Roberto Balzani, nonché il direttore del «Giorno» Giancarlo Mazzuca. La mostra, che si basa in primo luogo sul materiale raccolto nella sterminata collezione privata di Franco Moschi, vuole fare luce «sul Mussolini non ancora Duce, meno conosciuto e meno studiato», spiega Ridolfi, nonché sulla Romagna «rossa» d'inizio Novecento, che fu, osserva Balzani, «un vero e proprio laboratorio per lo sviluppo di una vita politica fondata sui partiti di massa». (A. Car.)

l’Unità 31.5.13
Nagasawa. Forza e agilità
Nelle sue opere travi e strumenti di caccia


IL MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA DI ROMA (MACRO) SOTTO LA GUIDA DI BARTOLOMEO PIETROMARCHI, in questo momento molto atteso alla prova come curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, gioca abilmente sulla molteplicità di spazi a sua disposizione. Attualmente il piatto forte è da ricercare nell’enorme sacca laterale di cui il Macro dispone, utilmente separata in due per apprestare un volume non troppo dispersivo all’ospite numero uno, il manciuriano Nagasawa (1940), giunto da noi nel 1967 e subito inseritosi nella pattuglia dei nostri artisti che non hanno avuto bisogno di attendere l’avvento del Minimalismo statunitense per offrirne opere in piena sintonia.
A Milano, per esempio, in qualche modo lo attendeva Mauro Staccioli, a Roma erano attivi Nicola Carrino e Giuseppe Uncini. Motivo comune, il fare ricorso a forme in apparenza di un corretto geometrismo ma in realtà pronte a ostentare un peso tangibile, consistente, e dunque un radicamento terragno. Nagasawa, da buon asiatico, come dimostra il suo volto, quasi da pastore delle steppe nomadiche o da stregone di qualche tribù, sa unire abilmente l’ostensione di forza con doti di agilità, quasi in ricordo di ataviche attività venatorie e piscatorie che insegnano a montare trappole, o a collocare oscillanti passerelle su corsi d’acqua. Si vedano alcuni dei sette lavori in mostra, a cominciare da Ombra verde, eponima dell’esposizione, che, non fosse la mole delle singole travi, sembrerebbe presentare un gioco di pazienza volto a collocare degli agili bastoncini l’uno sull’altro in difficile equilibrio, basterebbe un nonnulla per far crollare quell’industriosa costruzione aerea, che infatti qualche volta viene issata davvero nell’aria, complice l’alta volumetria del salone espositivo, dove le solite e solide travi sembrano pronte a discendere di colpo per catturare un malaugurato animale incautamente andato a fermarsi sotto di loro, mentre delle specie di radici calano giù, per non recidere del tutto un ultimo legame col suolo. Nel patrimonio genetico di questo artista manciuriano, oltre al ricordo atavico di strumenti di caccia e di percorsi di fortuna nei boschi, c’è pure qualche traccia sommaria di rudimentali imbarcazioni, come succede in Selinunte-Dormiveglia, dove la solita trave si incurva a simulare un elementare battello molto simile a un guscio di noce, con conferma di quello che può essere considerato il tratto stilistico di Nagasawa, una convivenza tra espressioni di forza e di agilità coniugate assieme, come dimostrano anche i materiali, raramente di metallo, ma più spesso di legno e di ceramica, a conferma di un legame con uno spirito delle origini che però sa dialogare con corrette soluzioni da manuale geometrico.
Ma accanto alla proposta principale ogni volta il Macro ne offre anche altre alternative, tra queste ora ci sta l’omaggio a un artista assai poco noto presso di noi, lo statunitense Sam Durant (1961). Eppure, particolarmente nei lavori che presenta in questa occasione, egli si ispira quasi interamente a vicende e persone di casa nostra, infatti la sua attenzione è calamitata sulla memoria degli Anarchici che a fine Ottocento, e dalle parti di Carrara, meditavano imprese eversive, ma concepite a fin di bene, cioè per la nobile causa del riscatto degli oppressi e della giustizia sociale. Ma si sa che le scale dell’inferno, della dannazione quanto a valore estetico, sono lastricate di buone intenzioni di ordine social-politico, così credo che si debba sospendere il giudizio appunto sui nobili intenti di quanto patrocinato da Durant a livello ideologico, invece a livello estetico sorprende il fatto di ritrovare una situazione che ci ricorda il «citazionismo» nostrano dei primi ’70, quando dal seno stesso dell’Arte povera, e rispettando la consegna del bianco e nero, gessoso o fotografico, un Giulio Paolini, un giovanissimo Salvo, sentivano il bisogno di rispolverare vecchi busti, o di cimentarsi in austere scritture cimiteriali-epigrafiche. Infatti la galleria di mezzi busti dedicati da Durant ai lontani eroi della causa anarchica fa pensare a una sfilata di immagini degne di un Pincio, già logorate dalle intemperie, e solennizzate dai drappi neri, il vessillo dell’Anarchia, che l’artista pone sul loro sfondo.
E ci sono anche gli arredi, le casse con cui questi eroi trasportavano documenti, scritte propagandistiche, o addirittura sostanze esplosive per i loro attentati.