martedì 9 luglio 2013

il Fatto 9.7.13
La moglie del dissidente
Trame kazake, l’ombra di B. dietro il sequestro del dissidente
Il vero passaporto kazako mette nei guai Alfano e B.
di Fabrizio d’Esposito e Davide Vecchi


Cancellieri infuriata perché era all’oscuro della rocambolesca espulsione di Alma Shalabeyeva, moglie del dissidente. Il premier promette “un’indagine interna”

Si allunga l’ombra di Silvio Berlusconi sullo scandalo di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa in modo rocambolesco dall’Italia insieme con la figlioletta di sei anni alla fine di maggio. Per il momento è solamente un sospetto che fa capolino nelle analisi riservate tra Farnesina, Palazzo Chigi e ambienti dei Servizi segreti su questo incredibile caso che rischia di provocare guai seri al-l’esecutivo di Enrico Letta. Nel governo, l’imputato numero uno è il ministro dell’Interno Angelino Alfano, berlusconiano. Contro di lui, per esempio, convergono gli sfoghi privati della collega degli Esteri, Emma Bonino, che ha appreso dell’insolita e frettolosa espulsione tre giorni dopo il blitz nella villa romana dove alloggiavano Alma Shalabayeva e la figlia. Di qui il filo che legherebbe Alfano a B. e infine al dittatore kazako Nazarbayev, depositario di misteri e contratti italiani (Eni) su gas e petrolio nonché amico carissimo del Cavaliere. Perché la domanda chiave è proprio questa: chi aveva interesse a fare questo favore a Nazarbayev? In ogni caso, trovare una risposta non sarà facile. Racconta una fonte molto informata: “È una storia molto brutta e con troppi attori. La polizia, la magistratura, la politica”. Lo stesso premier ha promesso “un’indagine interna” e questa settimana in Parlamento approderanno interrogazioni e iniziative di varia provenienza.
LA PRIMA è firmata da quattro deputati del Pd (Fiano, Amen-dola, Manciulli, Picierno) e parte dal “rapimento” operato da una cinquantina di agenti della Digos il 29 maggio scorso: “L’irruzione sarebbe avvenuta in assenza di mandato, da parte di uomini armati, senza uniforme, che avrebbero perquisito la casa e picchiato uno dei familiari; l’operazione sarebbe peraltro avvenuta in assenza di interpreti o di legali, al punto che in un primo momento i familiari di Mukhtar Ablyazov avrebbero addirittura pensato ad una rapina”. Poi c’è la controversa questione dei documenti per l’espulsione: “Nonostante le ripetute richieste di asilo che sarebbero state avanzate dalla signora Alma Salabayeva, nel giro di pochissime ore un giudice di pace, in un’udienza lampo, convalidava il suo arresto e la signora veniva immediatamente imbarcata assieme alla figlia Alua su un aereo privato, noleggiato dall’ambasciata del Kazakistan, e diretto alla città di Almaty”.
Cruciale il passaggio del passaporto: Alfano ha inizialmente motivato il rimpatrio sostenendo che il documento della donna fosse falso. Invece ne è stata accertata la piena autenticità. Non a caso sia il premier Letta sia il ministro Cancellieri hanno espresso dubbi sulla gestione del rimpatrio del quale lamentano di non essere stati in alcun modo messi al corrente.
Facile immaginare le possibili ripercussioni diplomatiche della vicenda. Alma, con il marito Mukhtar Ablyazov, ha lo status di rifugiata in Gran Bretagna dove Mukhtar è riuscito a sfuggire alle torture perpetrate dalle forze di polizia e di sicurezza del Kazakistan, come più volte denunciato da Amnesty International. Di fatto l’Italia potrebbe aver violato il testo unico immigrazione - secondo il quale nessuno può essere in alcun caso rimandato in uno Stato in cui rischia di subire persecuzioni - e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
IL CONSIGLIO italiano per i Rifugiati (Cir) ha sin da subito espresso perplessità per il rimpatrio dei familiari di Ablyazov, una delle voci di opposizione più influenti in Kazakistan e cofondatore del movimento Democratic Choice, in esilio da numerosi anni. “Se la procedura sorprende per la modalità con cui si è realizzata, cosa ci preoccupa in maniera fortissima è la possibilità che la signora Shalabayeva possa subire nel suo paese trattamenti disumani o violazioni dei suoi diritti umani. Questo è secondo noi un rischio, purtroppo molto concreto”, ha dichiarato il direttore del Cir, Christopher Hein. “Non ci sembra che le autorità italiane abbiano pienamente valutato le conseguenze che tale rimpatrio forzato potrebbe avere”.
Oggi alle 13 la Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato sentirà una delegazione della Open Dialog Foundation sulla situazione dei diritti umani in Kazakistan e subito dopo è stata indetta una conferenza stampa, alle 14.30, cui parteciperà Lugi Manconi, presidente della commissione diritti umani: “Che fine ha fatto Alma Shalabayeva? Madre e figlia kazake espulse dall'Italia: un caso di violazione dei diritti umani? ”. E nel pomeriggio la delegazione della Ong farà il punto con i legali e i rappresentanti del Cir. L'unica certezza dell’intera vicenda la esprime Manconi: “Ci sono moltissimi, troppi elementi non chiari”.
Domande al governo arrivano anche dal Movimento 5 Stelle. Sullo sfondo, il quesito iniziale. A chi giova questa rendition che ricorda il casu Abu Omar? Indizi e analisi vanno in una sola direzione.

La Stampa 9.7.13
Il M5S: «Sembra una procedura di sequestro». Il Pd: «Verificare e chiarire»
“Gravi responsabilità” Scontro in Parlamento sul caso Ablyazov
L’impegno del governo: “Riferiremo al più presto”
di Francesco Grignetti


Il Parlamento ha scoperto la vicenda della signora Alma Sahalabayeva e di sua figlia Alua, 6 anni, espulse dall’Italia su due piedi e consegnate al Kazakhstan nonostante lei fosse la moglie di Mukhtar Ablyazov, un oligarca esule dal 2009, principale oppositore del padre-padrone di quel Paese asiatico nonchè ricercato numero uno. Il Senato ha discusso ieri con indignazione del caso Ablyazov. E il governo si è impegnato a riferire presto.
Un coro di proteste tra i capigruppo del Senato. Si comincia con Nicola Morra, M5S: «Qui si parla di una gravissima responsabilità dell’Esecutivo, che ha avallato e appoggiato una vera e propria procedura di sequestro di persona per conto terzi». Parla poi Luigi Zanda, Pd: «Considero anche io gravi i fatti, se corrispondono a quanto è stato detto». Si associa Andrea Olivero, Scelta civica: «Credo sia importante per la dignità del nostro Paese che al più presto si faccia chiarezza completa». E così Giuseppe Esposito, Pdl, e Enrico Buemi, Psi. Alla Camera, intanto, si fa avanti Emanuele Fiano, Pd, con una pepata interrogazione.
Nel frattempo va avanti l’inchiesta interna ordinata da Enrico Letta. L’incarico è di evidenziare le «criticità» di quanto accaduto tra il 29 e 30 maggio, quando la signora Alma Sahalabayeva è stata fermata dalla polizia nel corso di un’irruzione nella villetta di Casal Palocco alla ricerca del marito, ufficialmente latitante internazionale. Lui non c’è. Trovano la moglie, che viene trattata come una ordinaria immigrata clandestina perché in possesso di un passaporto emesso dalla Repubblica del Centroafrica (secondo la polizia, si sarebbe trattato di un passaporto taroccato, invece era valido), rinchiusa nel Cie di Ponte Galeria, espulsa dall’Italia, e messa a forza, assieme alla bambina, su un jet noleggiato dall’ambasciata kazaka alle ore 13 del giorno seguente.
Il jet privato era austriaco. E per quel volo della vergogna, la procura della Repubblica di Vienna ha aperto, e chiuso, un fascicolo per sequestro di persona. Il pilota è stato interrogato dal magistrato austriaco. Si è difeso, convincendo, che il suo intervento ha seguito le regole. La signora Sahalabayeva e sua figlia erano state imbarcate sulla base di un ordine della polizia italiana; a bordo le aveva prese in consegna il console del Kazakhstan.
Fanno impressione gli orari, però. Alle 11 di quel mattino, il pilota viene informato di dover volare su Ciampino per portare alcune persone in Kazakhstan. A quell’ora non è ancora nemmeno iniziata l’udienza di convalida del trattenimento al Cie da parte di un giudice di pace. Finiscono alle 12. Alle 15, poi, gli avvocati avrebbero appuntamento per conferire con la signora, che però da due ore è all’aeroporto. In quella fase la polizia ha già ricevuto dall’ambasciata del Kazakhstan l’indispensabile riconoscimento della signora Alma Sahalabayeva. Documento che invece non viene mostrato al giudice di pace, che quindi continua a giudicare una sedicente Alma Ayan, presunta immigrata clandestina. Una donna senza diritti.

il Fatto 9.7.13
Sacre finanze. Parla Nunzio Scarano, arrestato per corruzione
Monsignor “500 euro” ora accusa il Vaticano
“Così schermiamo i capitali”
La società che detiene il patrimonio della sede apostolica, opererebbe su conti esteri per miliardi
di Marco Lillo


Altro che Ior: nell’interrogatorio svela le operazioni sospette dell’Apsa (la Banca centrale della Santa Sede) e tira in ballo Nattino, finanziere vicino a Caltagirone
Nattino, è questo il nome più importante fatto, a sorpresa, ieri, davanti ai pm da monsignor Scarano nel suo interrogatorio in carcere.

Nattino e Mennini, sono questi i due nomi fatti, a sorpresa, ieri davanti ai pm da monsignor Nunzio Scarano durante il suo interrogatorio in carcere. Due nomi pesanti con due famiglie importanti alle spalle. Don 500 euro, come è ormai soprannominato da tutti il prelato con i conti allo IOR e la passione per le banconote di grande taglio, ha sorpreso gli investigatori invitandoli a puntare il faro non solo sul vituperato IOR, nel mirino dei pm romani da tre anni e della stampa da tre decenni, ma sulla più oscura APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica che finora è passata come una sorta di “Vaticano Real estate” contrapposto al “Vaticano Spa” dello IOR.
L’APSA è presieduta dal cardinale Domenico Calcagno, vicino al segretario di Stato Tarcisio Bertone. Ma è sul direttore Paolo Mennini che Scarano ha parlato diffusamente ai pm ieri. L’APSA non amministra solo gli sconfinati possedimenti della Santa Sede ma fornisce anche i fondi necessari al funzionamento della Curia romana. É la vera banca centrale della Santa Sede e dal 2002 emette euro.
La novità svelata da Scarano ieri è che l’APSA si comporta dal punto di vista delle banche italiane esattamente come lo IOR, schermando i reali intestatari dei fondi giacenti sui suoi conti. Anche la relazione dell’autorità antiriciclaggio Moneyval del luglio scorso si è occupata dei conti in Apsa. In totale sono 23 conti, di cui 15 riconducibili a vescovi e cardinali, altri 8 riconducibili a laici che “hanno conti all’APSA poiché hanno donato beni mobili o immobili alla Santa Sede e in cambio ricevono una rendita che viene accreditata sul proprio conto APSA”. Moneyval storce il naso sul punto ma annota che dei conti laici, tre a luglio scorso erano già stati chiusi, altri due erano in procinto di esserlo, mentre “le attività dei tre conti restanti diventeranno proprietà di APSA dopo la morte dei rispettivi beneficiari”.
ANCHE IN APSA, allo stesso modo dello Ior, ci sono i cosiddetti “conti di passaggio”, di cui nessuno dei due istituti finanziari tiene contabilità, i conti di corrispondenza, un servizio svolto per pochi selezionatissimi clienti. E proprio di questi ha parlato ieri Scarano che si è rappresentato ai pm come una sorta di moralizzatore dell’APSA messo all’angolo dal direttore generale Paolo Mennini. Il monsignore salernitano ha raccontato di avere ‘denunciato’ ai superiori alcune operazioni sospette e di fronte all’insistenza dei magistrati romani che gli chedevano un esempio, almeno uno, alla fine ha fatto il nome di Nattino.
A un certo punto i pm hanno chiesto a Scarano perché volesse incontrare il Papa. Proprio così. Il monsignore salernitano con la passione del lusso ha detto che voleva denunciare a papa Bergoglio le operazioni sospette al-l’APSA. Scarano ha sostenuto di essere stato poi rimosso dal direttore generale Paolo Mennini, figlio di Luigi, ex direttore dello IOR coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano, imparentato con l’arcivescovo Antonio Mennini, Nunzio a Londra. E, per ironia della sorte, proprio alle banche della City, sui conti dell’APSA, sono finiti 220 milioni trasferiti in soli tre anni dall’Italia. Finora i pm romani avevano contestato l’uso dello IOR per far sparire la fonte di alcuni soldi illeciti. Scarano ha raccontato che, a un livello più alto, lo stesso servizio sarebbe offerto dall’APSA. Ricchi imprenditori laici italiani - secondo il monsignore - avrebbero usato l’ente religioso per il quale Scarano ha lavorato a lungo per schermare i loro fondi segreti. In questo quadro il contabile del-l’APSA ha fatto il nome di Nattino. Per capire l’importanza di questo nome è d’obbligo la citazione di un verbale del caso Antonveneta del 2007. Quando il finanziere Stefano Ricucci si sentì chiedere dai pm che lo interrogavano: ‘Che fa questo Nattino? ’, Ricucci rispose: “Ma lei vuole che a me mi uccidono stasera qui dentro. Lei forse non si rende conto di chi sta a toccare lei. Mi faccia la cortesia, lei lasci perdere questo dottore... io lo dico per me poi, se lei vuole andare avanti, lo faccia. Lei fa quello che gli pare, ci ha 600 persone che la proteggono, ma a me chi mi protegge? Nessuno, su questa roba”.
I Nattino sono una famiglia legatissima al Vaticano. Il gruppo Finnat vanta una società fiduciaria che scherma la titolarità delle quote azionarie dei suoi clienti. In passato era socio della Borsa di Milano e ora lo è di quella di Londra. La sede del gruppo Finnat per un caso del destino è Palazzo Altieri, residenza dell’omonima famiglia che nel 1670 diede al Vaticano un papa: Clemente X. In quel palazzo, ricco di affreschi a settembre del 2012 la Banca Finnat Euramerica, quotata in borsa a Milano, ha presentato i risultati della società che vanta 7 miliardi e 691 milioni di euro di masse gestite. L’amministratore delegato è Arturo Nattino, figlio di Gianpietro Nattino che, su invito del cardinale Sergio Sebastiani, allora presidente dell’APSA, dal 2000 è consultore della prefettura degli affari economici della Santa Sede. Quando gli chiesero della Banca Finnat, Riccuci disse al pm: “senta, dotto', secondo me, la Finatt è una banca molto vicina a... al mondo della massoneria”. Poi non aggiunse molti particolari sulla famiglia così temuta. Ieri monsignor Scarano è stato più loquace e ha raccontato di avere saputo che sui conti dell’APSA sarebbero transitati i guadagni di un’operazione realizzata dai Nattino: una manovra finanziaria tesa a lucrare un guadagno grazie all’altalena del valore di alcuni titoli in borsa. La plusvalenza realizzata comprando nel momento di ribasso e rivendendo sul rialzo, sarebbe transitata sul conto dell’Apsa. Accuse tutte da verificare anche perché effettuate ‘de relato’ da un indagato per vicende diverse che ha tutto l’interesse a spostare l’attenzione degli investigatori.

il Fatto 9.7.13
Almeno 20mila morti in mare
Ciò che i governi hanno taciuto
di Furio Colombo


Ha gettato fiori sul mare per ricordare i morti fantasma”, hanno scritto molti giornali per parlare della visita di papa Francesco a Lampedusa. Nessuno ha voluto dire senza ipocrisia che nel Mediterraneo non si muore per la violenza della natura o per la crudeltà del destino, ma a causa di un accurato piano elaborato con coscienza di causa (pena di morte) di un governo italiano. Lo ha detto il Papa dall’altare costruito alla buona, con legno di barche affondate, rivolto a chi comanda, a qualunque grado di responsabilità: “Per favore, non fatelo più”. Non c’era aria da cerimonia o l’astuzia di dire cose buone. C’era verità e dolore del primo Papa che ha scelto di accorgersi che i profughi, i rifugiati, i migranti morti in mare non sono le dolorose vittime di una disgrazia. Sono morti ammazzati.
Ricordate? C’erano, in base a un trattato, veloci e armate motovedette italiane, con marinai italiani e ufficiali o poliziotti libici con il compito di “respingere”, negando non solo le leggi umanitarie, ma i doveri del mare. Finalmente si è saputo con chiarezza il numero: “almeno” 20 mila morti. Che vuol dire uomini e donne giovani, mamme incinte, adolescenti, bambini, che stavano fuggendo da guerre, persecuzioni e fame credendo che l’Italia fosse un Paese civile. Ma l’Italia era un Paese governato da Maroni e da Berlusconi, firmatari del tragico patto con la Libia. Sapevamo, prima del Papa, che gli annegati a causa del nostro governo leghista, affarista, indifferente, crudele e stupido, erano “almeno” 20 mila? Lo sapevamo. Lo aveva detto Laura Boldrini, allora coraggiosa portavoce dell’Onu, al Comitato per i diritti umani della Camera dei deputati che io presiedevo. Lo aveva detto e testimoniato il solo deputato del Pd che era venuto con me a Lampedusa, Andrea Sarubbi (prontamente non più ricandidato). Lo avevano detto i sei deputati Radicali che non avevano smesso mai di denunciare con allarme ciò che stava accadendo.
Purtroppo i media hanno taciuto temendo il potere vendicativo Maroni-Berlusconi. Per questo dobbiamo dire grazie al Papa. Con un calice e una croce di legno e un timone ripescato dal mare accanto, ha detto, lui capo di un altro Stato, ciò che nessun italiano, inclusi i presunti buoni, aveva mai detto: “Per favore, per favore, non fatelo più”.

il Fatto 9.7.13
Taglio Canadair, interrogazione di M5S in Senato


“NON DIMEZZATE il numero dei Canadair”. Dopo aver letto sul Fatto Quotidiano di ieri del taglio da 30 a 15 degli aerei antincendio, deciso dal governo Monti e controfirmato dal nuovo premier Letta, il Movimento 5 Stelle annuncia un’interrogazione urgente in Senato sul caso. “Il governo è chiamato a rispondere con urgenza. Non è possibile che si sia costretti a operare, o meglio non operare in queste situazioni, mentre dall’altra parte si spendono miliardi di euro per gli F-35 – afferma il senatore Roberto Cotti – Non si possono dimezzare i Canadair anti-incendio e poi sperperare denaro negli aerei da guerra”. Interviene anche Loredana De Petris, presidente dei senatori di Sel e del Gruppo misto: “Il governo chiarisca subito. I soldi che mancano sempre per il necessario a quanto pare ci sono per il superfluo. È inconcepibile che un governo preferisca buttare miliardi dalla finestra per comprare gli F-35, gli aerei da guerra, che oltretutto si spaccano in volo, e rinunci a mezzi indispensabili per difendere l’ambiente e dunque la vera ricchezza del nostro Paese".

l’Unità 9.7.13
Le primarie saranno aperte. Distinti segretario e premier
Epifani riunisce la commissione congressuale: «Cerco ampia condivisione». Ma restano molti nodi
Si parte dalle sfide territoriali. Non c’è intesa su quando presentare le candidature nazionali
di Simone Collini


ROMA Primarie aperte, ma a dicembre non si sceglierà il candidato premier. Guglielmo Epifani ha riunito la commissione congressuale del Pd e anche se dovrà esserci giovedì un nuovo incontro per siglare l’intesa tra tutte le anime del partito, alcuni punti fermi sono stati individuati. A cominciare dal fatto che si partirà dai congressi di circolo e di federazione, a cui potranno partecipare soltanto gli iscritti, per finire con la conferma che la scelta del segretario nazionale si farà attraverso primarie aperte da svolgere entro dicembre.
Tre nodi di non poco conto sono però ancora da sciogliere, e cioè se le candidature nazionali siano da presentare prima che parta l’iter congressuale (posizione dei renziani, che vogliono collegare sfide di base e sfida per la leadership) oppure dopo che sia chiusa la prima fase, e cioè dopo l’elezione dei vertici territoriali. Quest’ultima, stando alla discussione che si è sviluppata ieri, è la posizione prevalente all’interno dell’organismo e che dovrebbe essere ratificata dopo che Epifani avrà incontrato gli attuali segretari regionali.
C’è poi da decidere se i prossimi segretari regionali debbano essere eletti dagli iscritti o con primarie aperte: i bersaniani difendono le prerogative dei primi mentre i renziani spingono per la seconda ipotesi: «Si è sempre fatto così ed è rischioso creare un partito a velocità e magari anche con maggioranze diverse», ha fatto notare il vicecapogruppo dei senatori del Pd Stefano Lepri. Una decisione verrà presa dopo che Epifani avrà ascoltato la posizione di tutti i segretari regionali, ma una possibile mediazione su cui sta ragionando fin d’ora il leader democratico è quella di far votare sì tutti quelli che si dichiarano elettori del Pd, ma di allestire le urne elettorali nei soli circoli del partito, allestendo i gazebo nelle piazze soltanto per la scelta del segretario nazionale. Sarebbe un modo per garantire la massima apertura, evitando però il rischio di un inquinamento del voto da parte di militanti o sostenitori di altre forze politiche interessate a condizionare l’esito della consultazione (rischio più limitato nella più ristretta dimensione dei circoli e delle province).
Ma soprattutto resta ancora un nodo da sciogliere formalmente, anche se ormai l’orientamento prevalente è decisamente chiaro. Dopodomani la commissione congressuale dovrà cioè dire una parola definitiva sulla questione su cui si dibatte da settimane, e cioè se il segretario che verrà eletto a dicembre (come ipotetiche date si fanno quelle dell’8 e del 15) sarà automaticamente anche il candidato premier del Pd.
Matteo Renzi su questo punto ha dato battaglia, ma il suo rappresentante all’interno dell’organismo, Lorenzo Guerini, si è trovato piuttosto isolato nel difenderla. L’ex sindaco di Lodi si è detto disponibile alla sospensione del comma 8 dell’articolo 18 dello statuto del Pd (quello che ha consentito la candidatura di Renzi alle primarie dello scorso autunno) ma non dell’articolo 3, che prevede che «il segretario è il premier che il partito propone».
Epifani vuole incassare il massimo dei consensi da parte di tutte le anime del partito quando la prossima settimana si dovrà dare il via libera alle regole congressuali, ma sul fatto che sia inopportuno votare a dicembre per scegliere il candidato premier del Pd, quando a capo del governo c’è Enrico Letta e non ci sono elezioni in vista, l’opinione è pressoché unanime e difficilmente qualcuno si intesterà un potere di veto. I renziani hanno incassato il via libera alle primarie aperte e la rassicurazione che il congresso si chiuderà entro dicembre, e sono soddisfatti. È complicato dunque che si mettano di traverso quando, alla prossima riunione, Epifani chiederà di chiudere la discussione e licenziare un documento, frutto del lavoro della commissione, da sottoporre poi al voto della direzione che verrà convocata a fine mese e che dovrà stabilire anche la data del congresso (con l’Assemblea nazionale chiamata poi a ratificare l’intero pacchetto all’inizio di settembre, per dare il via alla partita nei circoli per ottobre).
«Cercheremo la massima condivisione e se ci fossero elementi su cui non c’è accordo, toccherà alla direzione decidere», ha messo in chiaro Epifani, ma sulla possibilità che non ci siano conte laceranti all’interno degli organismi dirigenti il leader del Pd è piuttosto ottimista. «Per quanto riguarda i tempi del congresso il nostro intendimento unanime è di tenerlo entro fine anno. Io mantengo un mio ottimismo di fondo che alla fine verremo a capo di una questione molto complessa».
Posizione unanime è stata registrata anche sulla necessità, avanzata nel corso della riunione da Epifani, di dar vita a un organismo intermedio tra la segreteria e la direzione. Una sorta di esecutivo di venti o al massimo trenta personalità di tutte le anime del partito che si possano riunire per discutere insieme al segretario delle principali questioni politiche del momento.
Entro luglio regole e tempistica del congresso dovrebbero dunque essere chiare, ma bisognerà aspettare che passi l’estate per sapere chi saranno i candidati in campo. Renzi ha fatto sapere che scioglierà la riserva a settembre, ma se passasse la norma che le candidature nazionali saranno da formalizzare soltanto dopo che si saranno svolti i congressi regionali (opinione prevalente) il sindaco avrebbe ancora tempo per riflettere per tutto il messe di ottobre. Tra i suoi sostenitori il pressing perché si faccia avanti è forte e sui territori continuano a nascere associazioni «Adesso» e a fiorire iniziative sul «Pd che vorrei». Come quella che si è svolta ieri a Torino alla presenza di diversi consiglieri regionali e a cui ha partecipato anche il deputato Pd Paolo Gentiloni, che ha criticato la riunione promossa la scorsa settimana dagli autori del documento «Fare il Pd», «organizzata al solo scopo di attaccare Renzi». Amaro anche il commento di Walter Veltroni, che parlando a In Onda su La7 dice: «Draghi parla della crisi e noi stiamo a discutere delle regole del congresso...».

il Fatto 9.7.13
I 120 mila euro per l’affitto di Ponte Vecchio? Spariti
Renzi lo ha dato in noleggio alla Ferrari, ma il ricavato ufficiale è di soli 2.489 euro
Il sindaco aveva detto di aver recuperato soldi per i bambini disabili
di Tommaso Montanari


I famosi 120 mila euro che la Ferrari avrebbe corrisposto al Comune di Firenze per il noleggio a ore di Ponte Vecchio, rischiano di fare la fine del Leonardo fantasma che Renzi giurava di aver trovato dietro gli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio: desaparecidos, evaporati, smarriti. L'unica vera opposizione al supersindaco (quella, di sinistra, di Ornella De Zordo e Tommaso Grassi) ha presentato ieri due interrogazioni in Consiglio comunale per conoscere i dettagli finanziari della festicciola di Montezemolo su suolo pubblico: e la risposta della vicesindaco, Stefania Saccardi, è stata davvero spiazzante.
LE UNICHE entrate che (almeno per ora) risultano ufficialmente sono 13.000 euro per il restauro di un'opera d'arte e circa 17.000 per l'occupazione di suolo pubblico: cioè 2.489 euro per l'occupazione di Ponte Vecchio (un vero affare!), 11.295 euro per piazza Ognissanti e 2.719 euro per il Lungarno Vespucci. Non solo. La settimana scorsa, un Renzi in visibile difficoltà aveva difeso la svendita del cuore della sua città tirando in ballo i più indifesi dei suoi cittadini, scrivendo nella sua newsletter telematica: “E abbiamo fatto una scommessa di comunicazione sulla città. En passant, abbiamo anche recuperato circa 120 mila euro, l'equivalente del taglio che abbiamo ricevuto sul capitolo delle vacanze per i bambini disabili. Io credo che chiudere tre ore Ponte Vecchio per questi motivi sia doveroso per un sindaco. Lo rifarei, nonostante le polemiche. Voi che ne pensate? ”. Ebbene, De Zordo e Grassi hanno anche chiesto quale ente terzo avesse tagliato quella sensibilissima voce del bilancio comunale: e la risposta di un’ imbarazzatissima Saccardi è stata che, in verità, non c'era stato alcun taglio, e che Renzi aveva solo voluto dare l'idea del valore sociale del canone che sarebbe stato pattuito (il condizionale è a questo punto d'obbligo) con la Ferrari. Ancora. Un accesso agli atti degli stessi consiglieri ha accertato che l'atto di concessione dell'occupazione del suolo pubblico per l'area di Ponte Vecchio della Direzione Sviluppo Economico risulta datato al primo luglio, ovvero al giorno dopo la cena su Ponte Vecchio. Difficile, in effetti, negare un permesso per qualcosa che è già avvenuto. Più difficile ancora non concordare con De Zordo e Grassi: “Sulla vicenda, il sindaco Renzi ha fatto una pessima figura e ha utilizzato mezzucci della peggior politica per coprire il suo operato, come annunciare
120.000 euro per coprire un buco di bilancio sulle vacanze per i ragazzi disabili quando non c’erano né i soldi, né il taglio, utilizzando la Città e i suoi monumenti, sfruttando il proprio potere discrezionale per accaparrarsi nuovi supporter e facendo favori a soggetti economici forti che magari potrebbero nel momento giusto restituire il favore”. C'è da giurare che appena Matteo Renzi riprenderà il controllo mediatico della città che di fatto non amministra, i 120.000 euro compariranno, come per magia, in qualche capitolo di spesa: ora per allora, proprio come la concessione del suolo pubblico.
MA ANCHE chi fosse d'accordo con lo sfruttamento economico intensivo di un patrimonio artistico che, per Costituzione, non dovrebbe essere al servizio del lusso ma dell'eguaglianza, dovrebbe cominciare a nutrire qualche dubbio su un politicante capace di strumentalizzare i bambini disabili e di noleggiare Ponte Vecchio come se fosse il proprio salotto. Perché se davvero non si è trattato di uno spot elettorale, o di uno scambio di favori con Montezemolo, se davvero quel noleggio va iscritto in una qualche forma di iperliberista imprenditoria della città: bè, almeno i conti dell'operazione dovrebbero essere trasparenti, accessibili, puntuali.

il Fatto 9.7.13
La “Speranza” di B: un Pd garantista
Il capogruppo democratico a Montecitorio contro l’ineleggibilità e il giustizialismo
di Wanda Marra


Speranza di nome. E “Speranza” di fatto. Per Berlusconi e i suoi. Il capogruppo del Pd a Montecitorio (che si chiama, appunto, Roberto Speranza) con le sue ultime dichiarazioni anti-giustizialiste si guadagna applausi, incensi, encomi e aspettative da una delle fedelissime del Cavaliere. “È vero, come dicevano i latini, che il nome può essere un presagio. È il caso del giovane capogruppo del Pd, Roberto Speranza che in un’intervista conferma il detto ‘nomen omen’”. Parola di Michaela Biancofiore, sottosegretario alla Funzione Pubblica. “È infatti davvero una speranza il capogruppo alla Camera del Pd che con inattesa onestà intellettuale ammette che il Pd in passato ha inneggiato ai processi (in particolare contro Berlusconi), dando il là ad un’ondata di giustizialismo che ha ammanettato la politica”. Tanta gloria arriva al presidente dei deputati Democratici da una serie di dichiarazioni regalate al Foglio sabato: “Un nostro limite è stato aver seguito per troppo tempo un carrozzone giustizialista che, complice un anti berlusconismo sfrenato che ha fatto il gioco dello stesso Berlusconi, spesso ci ha costretto a curvare la nostra identità sul nostro essere contro qualcuno”. Di più: “Dal punto di vista politico, ovvio, io e il Pd condanniamo il Cavaliere per quello che ha fatto e non ha fatto in tutti questi anni. Ma non per questo possiamo restare immobili come delle sfingi: dobbiamo avere il coraggio di far diventare garantismo una parola di sinistra”.
PROPRIO giovedì nella Giunta del Senato inizia la discussione sull’ineleggibilità di Berlusconi. Diceva Speranza (La Stampa il 20 giugno): “Le norme vanno rispettate. Se fin qui B. è stato giudicato eleggibile, non vedo come possa essere cambiato rispetto alla norma esistente”. E il Pd - di governo e di larghe intese - a parte qualche “dissidente” non ci pensa proprio a votare contro. Speranza non è certo uno qualsiasi. Ex segretario della Basilicata, portavoce di Bersani alle primarie, è la “longa manus” dell’ex segretario. È lui che l’ha voluto fortemente come capogruppo, è lui che lo sognava “reggente” al posto di Epifani, è lui che si riserva di spenderlo come carta di riserva alla segreteria. Il giovane Roberto in Aula è seduto vicino a Pier Luigi. Che ne accompagna i discorsi con pacche sulle spalle. Al giovane Roberto viene affidato il lavoro più difficile: è lui che riunisce il gruppo per fargli ingoiare le cose più indigeste (dal voto contro la mozione Giachetti sulla legge elettorale, alla mediazione sugli F35, alla gestione del voto sulla Santanchè). È lui che firma le mozioni unitarie con Brunetta, capogruppo Pdl. Era lui che nella stessa intervista alla Stampa chiariva una volta per tutte: “Il governo andrà avanti. Non faremo un altro esecutivo con i 5 Stelle” (dopo che si era fantasticato su un nuovo governo di minoranza targato Bersani ). Era lui che al-l’Unità chiariva (il 1 luglio): “Un premier del Pd lo abbiamo già. Il congresso non danneggi il paese”. Quello che nelle ultime settimane è stato il portavoce numero uno dell’asse Bersani-Epifani al Foglio ipotizza di mettere mano al “sistema delle intercettazioni” e al sistema carcerario. Berlusconi può dormire sonni tranquilli. Nel nome del governo. Non a caso proprio ieri Bersani in un Tweet riscrive la storia: “Mica che io volevo fare l’alleanza con Grillo, son mica matto. Io facevo una proposta che era su 8 punti di cambiamento. Non mi rivolgevo mica solo a loro ma a tutti quanti”. Grillo replica: “Smentisce se stesso”. Le larghe intese non si discutono. Ieri Alfredo D’Attorre, bersaniano doc, ci tiene a dire che quello che esprime Speranza è “un concetto condivisibile di garantismo”. E Stumpo ribadisce che bisogna eleggere un segretario e non un candidato premier. “Il premier c’è già”. Speranza dixit.

Corriere 9.7.13
Intervista a Roberto Speranza
«No alle paure sul presidenzialismo E la giustizia va cambiata a fondo»
di Monica Guerzoni


ROMA — Le riforme si fanno pensando alle generazioni future e non al destino di un singolo. Parte da qui il ragionamento con cui Roberto Speranza, 34 anni, capogruppo del Pd alla Camera, rompe due consolidati tabù del centrosinistra: il giustizialismo antiberlusconiano e l’ostilità al modello presidenziale.
Napolitano incalza sulle riforme. C’è il rischio che si torni a votare con il Porcellum?
«Non abbiamo alternative. Cambiarlo è una strada obbligata, un impegno che dobbiamo agli italiani. Sarebbe disastroso immaginare un altro voto con questo sistema elettorale».
Il problema è trovare un accordo tra Pd e Pdl...
«Non dividerei il campo tra Pd e Pdl. Il tema è delicato e c’è una riflessione aperta, anche con i nostri elettori. La mia posizione è che non bisogna avere paura».
L’accordo sul semipresidenzialismo alla francese sarebbe a portata di mano, se solo il Pd riuscisse a superare le resistenze interne.
«Alcune resistenze, non solo nel Pd, derivano dal famoso complesso del tiranno che c’è nei Paesi che, purtroppo, hanno vissuto sulla propria pelle governi autoritari. Ma io penso che, con i giusti contrappesi, non dobbiamo avere paura di dire che l’elezione diretta del capo dello Stato è una strada assolutamente percorribile».
Quali contrappesi?
«Conflitto di interessi, rafforzamento della Corte costituzionale e creazione di un Parlamento più snello e incisivo. Accompagnato dal doppio turno di collegio, il sistema semipresidenziale può assicurare funzionalità, efficienza e stabilità ai governi».
Al momento l’accordo è una chimera.
«Una posizione unitaria è possibile e dobbiamo sforzarci. Io rispetto chi pensa che il presidenzialismo sia sbagliato, ma ricordo che in passato personalità come Calamandrei espressero opinioni critiche rispetto a un parlamentarismo che è stato incapace, in alcuni passaggi, di produrre stabilità e governi forti. In Francia anche personalità progressiste come Delors e Mitterrand hanno sostenuto il semipresidenzialismo».
Pensa che il suo partito sia pronto per l’elezione diretta del capo dello Stato? È un modello che è sempre piaciuto molto a Berlusconi...
«Non si può guardare alla riforma di un grande Paese come l’Italia a partire dalle questioni e dal peso di una persona sola. Berlusconi ha occupato la scena pubblica per sin troppi anni, ora dobbiamo pensare con la nostra testa. Lui c’è oggi, però non sappiamo cosa farà domani. Le riforme si approvano per le prossime generazioni e non avendo nella testa Berlusconi».
Per molti anni il suo partito ha messo le vicende giudiziarie dell’ex premier al centro del dibattito politico. Non è ora di voltare pagina?
«Dobbiamo affrontare le grandi questioni della giustizia liberi dal peso di un personaggio che è stato molto presente dentro la nostra vicenda politica. Il nostro giudizio su di lui resta molto negativo, ma il sistema giudiziario richiede una riforma profonda. La lentezza, ad esempio, è un elemento di debolezza per la competitività delle nostre aziende. Ecco, i problemi sono questi e non Berlusconi. Dobbiamo trovare la forza e il coraggio di affrontarli senza restare intrappolati in una lettura che non serve a nulla».
La pacificazione passa anche attraverso amnistie o salvacondotti?
«No, i processi sono in corso e la politica deve rispettarli, senza mai tifare. Sbaglia chi pensa che i processi siano di ispirazione politica. È una posizione inaccettabile e sgangherata quella di chi parla di giustizia a orologeria, ma allo stesso modo sbaglia chi tifa perché i processi risolvano il problema politico».
Nel Pd c’è chi la vedrebbe bene come sfidante di Renzi...
«Cosa c’entra Renzi? Dobbiamo parlare meno di nomi e più di problemi, il congresso serve a rilanciare l’identità del Pd ed elaborare una cultura politica più moderna».
Se Renzi diventa segretario del Pd cade il governo?
«Sarebbe irresponsabile immaginare di mettere in difficoltà un governo che serve all’Italia per questioni interne al Pd. Dobbiamo eleggere un segretario che si prenda cura del partito, quando poi ci saranno le primarie aperte ci sarà tutto il tempo per scegliere il leader della coalizione».

l’Unità 9.7.13
Ora Grillo ribalta i fatti sull’«alleanza» con il Pd
di Toni Jop


È stato gentile, Grillo, a premurarsi di spiegare come all'inizio della legislatura una qualche intesa col Pd non si sia concretizzata non per colpa sua. La domanda, semmai, è questa: cosa gliene frega di spiegare? Non era già tutto molto chiaro, dal suo punto di vista? Che bisogno ha di precisare che sarebbe stato Bersani a negare concretezza a quel piccolo sogno? Grillo, in genere, non spiega nulla, lui è abituato ad affermare, rigorosamente al di fuori di ogni contraddittorio. Come ogni leader posticcio che si rispetti, ha il terrore del confronto diretto; del resto, si è costruito un mondo Cinque Stelle in cui chi decide è lui e nessuno può decidere né per lui né su di lui. Almeno finché Casaleggio non si stanca di un ruolo così in ombra. E tutti avevano capito tutto: Bersani aveva provato a trovare una strada che non smentisse il presupposto grillino della bella solitudine del movimento anche dentro le mura del Parlamento. Quella proposta di lavoro per punti definiti che pure non prevedeva alleanze formali, si era conquistata risposte molto limpide: il Paese sta ancora riflettendo sullo stile gaglioffo con cui un paio di mediocri capigruppo grillini aveva scaricato Bersani e la sua proposta nella busta dell'organico, con un certo senso di manifesto disgusto, molto televisivo.
Adesso, invece, il padrone del Movimento ci tiene a vendere un'altra pista: sarebbe stato Bersani per primo a silurare una ipotesi di lavoro prima che nascesse. Non è strano? Non è strano che ora stia cercando di sfilarsi dalla solitudine di una decisione fino a ieri rivendicata a colpi di mento volitivo? Sì che lo è: è in difficoltà. Grillo ha fallito l'occasione della sua vita, ha perso il treno, non ha saputo fare politica, buona politica e non ci sono altri responsabili di questa politica sterilità. Ecco perché ora ci invita a riascoltare all'inverso, come si faceva con un vecchio brano dei Beatles, le parole di Bersani pur di estrarne sensi fin qui trascurati; ha bisogno di poter dire: lo vedete, è stato lui, non io, io sono come voi upper class, c'ho il conto che canta in Costa Smeralda.
Un consiglio: faccia come Berlusconi, il suo Berlusconi con Ruby, metta ai voti in Parlamento la tesi che non è stato lui a sabotare un governo di cambiamento, ma il perfido Bersani. Rischia di passare: a occhio e croce trova un centinaio di voti anche dentro il Pd. Ma ha fallito, il suo urlo era spazzatour.

l’Unità 9.7.13
Fori, alt al traffico il 30 luglio «Era il sogno di Cederna»
Il sindaco di Roma conferma la scelta della pedonalizzazione della via fino al Colosseo «Il mio metodo: dialogo e ascolto, poi si va avanti»
di Gioia Salvatori


Arriva con mezz’ora di ritardo, lo accompagnano due assessori «tecnici», è reduce da una conferenza di servizio con ventotto parti e da una riunione congiunta della giunta regionale del Lazio con quella comunale. Il sindaco di Roma Ignazio Marino si siede nella sala delle conferenze stampa importanti, aggiusta la cravatta e racconta un progetto ambizioso che guarda sotto le finestre del Campidoglio ma anche fuori dai confini nazionali: la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali a Roma, al debutto il 30 luglio. Ieri in Campidoglio sono stati illustrati i termini, coi dettagli della nuova viabilità.
Un «sogno», una «rivoluzione» con l’ambizione di far nascere il parco archeologico più grande d’Europa pensato da Antonio Cederna. «Mai avrei creduto che sarebbe toccato a me realizzarlo», dice a margine il primo cittadino, cifra civica, riferimenti alla ex professione di chirurgo: «Non chiedetemi quando sarà finito prima che incida la cute». Marino ci tiene che passi un concetto: piena disponibilità da parte dell’amministrazione all’ascolto dei cittadini, ma poi s’ha da fare, in ballo c’è un nuovo modello di sviluppo economico e culturale della città.
«Immaginiamo i ragazzini che giocano vicino al Colosseo», «tutta la città dovrà ripensare la viabilità, car sharing, sosta tariffaria, serve una soluzione di sistema», spiegano rispettivamente gli assessori Flavia Barca (Cultura) e Guido Improta (Mobilità). Poche storie inutili, discutere della sostanza è il sottotesto indirizzato a chi storce il naso.
È la prima conferenza stampa che illustra decisioni operative e arrivano due notizie importanti: tra dieci giorni inizia il restauro del Colosseo finanziato da Tod’s (Roma Capitale ieri ha ceduto le aree intorno al Colosseo alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma per snellire la burocrazia) e dal 30 luglio via dei Fori Imperiali sarà chiusa al traffico privato da largo Corrado Ricci al Colosseo. Passeranno solo autobus, ncc, taxi e bici con un limite di 30 chilometri l’ora; per chi viene da piazza Venezia obbligo di svolta verso via Cavour. Via le auto blu del Comune, via pure gli autobus turistici; più controlli contro l’abusivismo commerciale perché la via non diventi un suk: un punto, quest’ultimo, su cui il sindaco pretende fermezza e filtra la notizia che l’ex comandante della polizia municipale si sia dimesso perché il primo cittadino gli ha chiesto troppo sulla lotta all’abusivismo.
La pedonalizzazione sarà in due fasi: fino a dicembre sperimentazione, a gennaio 2014 il marciapiede direzione Colosseo si allargherà da 3 a 6 metri, via dei Fori sarà di due corsie anziché tre e ci sarà una pista ciclabile fino al parco del Colle Oppio. Dei cambiamenti alla viabilità ne risentirà via Merulana, dove infatti i pullman turistici potranno viaggiare, dal 30 luglio, solo verso piazza San Giovanni: sono i riflessi sull’arteria del Pasticciaccio brutto, quelli che più preoccupano i tecnici del traffico.
La viabilità cambierà e nel frattempo si chiederanno fondi all’Unione Europea e si coinvolgeranno archeologi e studiosi di tutto il mondo per scavare ancora «non dimentichiamo che oltre ai Fori Imperiali ci sono i Fori di Cesare e di Nerva», dice Marino, Roma è patrimonio del mondo, l’idea è di bussare a ogni porta per realizzare il parco archeologico più grande d'Europa: dal Colosseo all’Appia Antica, con le terme di Caracalla e il Circo Massimo nel mezzo. Proprio come diceva Cederna, ormai qualche decennio fa.

La Stampa 9.7.13
Roma, torna il sogno del grande Parco
Via dei Fori Imperiali chiusa al traffico: nascerà l’area archeologica più grande del mondo?
di Raffaello Masci


Colosseo Tra dieci giorni partiranno lavori di restauro del Colosseo: l’annuncio ieri a Roma Palatino È uno dei sette colli, tra il Foro Romano il Circo Massimo: si visita a pagamento Foro Romano Il Forum fu il centro religioso, politico e commerciale della Roma repubblicana Fori Imperiali Sono le piazze monumentali edificate tra il 46 avanti Cristo e il 113 dagli imperatori Via dei Fori Imperiali È la via (allora dell’Impero) inaugurata nel ’32 da Mussolini, dal Colosseo a piazza Venezia Vittoriano Il monumento a Vittorio Emanuele II, del 191, è adiacente al Campidoglio
La notizia, nella sua essenzialità, è che da agosto in avanti a via dei Fori imperiali, a Roma, non si potrà più circolare con mezzi privati. La stessa notizia, contestualizzata, è che prende il via un sogno antico, lungimirante, ambizioso e per questo enormemente osteggiato: quello di un grande parco archeologico romano che dal Campidoglio arrivi fino alla via Appia antica, il più grande del mondo per dimensioni, e il più importante (o tra i più importanti) per contenuti e reperti.
Eppure il sindaco dell’Urbe, Ignazio Marino, ne parla in tono dimesso durante la conferenza stampa in cui annuncia la chiusura al traffico dei Fori: «Quando facevo il chirurgo mi chiamavano spesso al telefono per chiedermi a che ora pensassi di finire l’intervento. La mia risposta era sempre identica: fatemi prima incidere al cute. Ecco: io non voglio fare politiche degli annunci. Parlo con i fatti e posso dire che questa nostra decisione di oggi è il primo passo concreto verso la realizzazione del Parco archeologico, che se non ci fosse questo passo non slo non potrebbero esserci i successivi, ma noi non avremmo neppure titolo per chiedere risorse su questo obiettivo».
E l’obiettivo cui faceva riferimento il professor Marino è quello di restituire l’area dei Fori (quello romano e quelli imperiali) alla loro configurazione originale, prima cioè che il fascismo ne modificasse l’impianto con la realizzazione celebrativa di via dell’Impero (l’attuale via dei Fori Imperiali).
La prima idea di una pedonalizzazione dell’area archeologica risale all’urbanista e architetto Leonardo Benevolo, che trovò una sponda nel soprintendente archeologico di Roma Adriano la Regina il quale, nel 1978, lanciò l’allarme sulla «malattia mortale che ha contagiato i marmi di Roma». Il dibattito si fece subito molto intenso ed ebbe il suo vessillifero in una personalità lungimirante, colta e inascoltata come Antonio Cederna: «È assolutamente necessario eliminare il traffico dal centro archeologico di Roma, e costruire una “spina verde” che dal Colosseo e dall’Arco di Costantino si spinga fin verso piazza Venezia, restituendo al silenzio e alla contemplazione la zona dei Fori, che la via dell’Impero ha tagliato in due e ridotta a semplice fondale scenografico di smisurate correnti veicolari».
Benevolo, come La Regina e Cederna, aveva come interlocutore istituzionale lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, sindaco di Roma dal 1976 al ’79, e quell’istanza che sembrava peregrina trovò in lui una sponda e un supporto. Ma fu il successore di Argan, Luigi Petroselli, a passare alle vie di fatto, scavando la via della Consolazione che tagliava trasversalmente l’area del foro romano e liberando il piazzale del Colosseo dal traffico.
Petroselli, però, morì prematuramente del 1981 e contro quell’idea di parco archeologico si alzò il coro dei «diritti degli automobilisti» oltre a quello di chi vedeva nella rimozione della via dell’Impero un affronto politico insopportabile. Nel 2001 venne addirittura posto un vincolo ministeriale sull’ arteria. Il taglio dei fondi alla cultura, via via più severo, ha fatto il resto e indotto al naufragio la prospettiva di poter tornare a rivivere quei luoghi diruti e suggestivi con gli occhi dei viaggiatori del Gran Tour.
Ma a pagina 47 del programma elettorale di Ignazio Marino, l’idea ritorna. La chiusura al traffico di via dei Fori imperiali e il via formale ai restauri del Colosseo, superando le barriere burocratiche del caso, sono il primo indispensabile passo verso l’adempimento di quel punto programmatico. Se ci saranno i successivi lo diranno i fatti.

il Fatto 9.7.13
Dimissioni e inchieste Da Marino rosso ai Vigili
Sullo sfondo i casi giudiziari che pesano sui “pizardoni” della Capitale
di Luca De Carolis e Rita Di Giovacchino


SFIDUCIATO, SI DIMETTE IL CAPO DELLA MUNICIPALE. SULLO SFONDO, I CASI GIUDIZIARI CHE PESANO SUI “PIZZARDONI” DELLA CAPITALE

È la prima testa importante a cadere durante la gestione Marino. Con gran rumore, perché in riva al Tevere i 7mila vigili urbani contano: e non amano i cambiamenti, specialmente se imposti. Dopo meno di un anno da capo della Polizia municipale, domenica Carlo Buttarelli si è dimesso con una lettera al sindaco di Roma, ufficialmente “per motivi personali”. Era arrivato il 1° agosto 2012 al posto di Angelo Giuliani, rimosso da Alemanno. Doveva rimettere ordine, Buttarelli: ma ora potrebbe persino lasciare il corpo, dopo lo scontro con Marino di giovedì scorso. Giorni prima, il nuovo inquilino del Campidoglio gli aveva chiesto di attivare controlli contro i commercianti abusivi in cinque piazze del centro. Giovedì mattina, girando come sempre in bicicletta, il sindaco si aspettava di vedere nugoli di agenti negli angoli più eleganti di Roma. Ma non ha trovato nessuno. Così ha chiesto lumi per telefono a Buttarelli, che avrebbe replicato lamentando personale insufficiente per far partire subito il piano (dal costo di un milione e 200 mila euro mensili), e chiedendo almeno un paio di giorni in più.
INFURIATO, Marino l’ha convocato in Comune, per sfiduciarlo di persona. E allora Buttarelli ha lasciato. L’ormai ex capo ha scritto la lettera di dimissioni, poi si è preso un mese di ferie. Nel frattempo, ha disseminato il suo profilo di Facebook di immagini di un teschio, contornato da carte da gioco. Sul sito intranet dei vigili ha pubblicato una lettera di ringraziamento ai colleghi. Come da regolamento, per ora a guidare il corpo sarà Donatella Scafati, il vicecomandante più anziano. Un interim che durerà poco. Marino dovrebbe nominare un reggente, in attesa di trovare un capo. “Il nuovo comandante arriverà in tempi brevi”, assicurano dal Campidoglio. Mentre il sindaco sostiene: “Il comandante della Municipale sarà scelto attraverso il metodo utilizzato per ogni percorso, la valorizzazione dei curricula”. La linea pare chiara: si cerca un esterno al corpo. Nel totonomi, è forte quello di Luca Odevaine, ex vicapo di gabinetto di Veltroni. Si parla anche del prefetto Mario Morcone, ex commissario straordinario del Campidoglio, candidato dal Pd a Napoli nelle Comunali 2011. E c’è chi indica Baldassare Favara, generale di Corpo d’armata dei carabinieri, eletto in Regione nel listino di Zingaretti. Sullo sfondo, le inchieste sulla Municipale romana. Tra i nomi già iscritti sul registro degli indagati, personaggi di primo piano, a partire dall’ex comandante Giuliani. L’estate scorsa fu travolto dallo scandalo delle “sponsorizzazioni” d’oro al circolo sportivo dei vigili di Lungotevere Dante, teatro degli strani furti che avevano provveduto a far sparire computer e cd con i bilanci del centro sportivo.
MA GIULIANI non si dimise: anzi, puntò i piedi ed ottenne il comando della Scuola di Cinecittà, da cui peraltro dipende la gestione del circolo di cui è tuttora presidente. Prima di passare al nuovo incarico, ebbe il tempo di indire un concorso per l’assunzione di 300 ispettori della Municipale. Poco dopo la procura di Roma ha iscritto sul mregistro degli indagati quattro funzionari dei vigili, per aver sostanzialmente documentato il falso e poter far diventare presidente della Commissione giudicante proprio Giuliani. L’ex numero uno dei vigili urbani è indagato, assieme alla Scafati, l’attuale comandante ad interim, e a Fanelli, suo braccio destro nella gestione del Gruppo intervento traffico, nonché vice presidente del circolo sportivo. L’inchiesta sul concorso è alle ultime battute, mentre per gli episodi di estorsione ai danni dei Berna-bei il 18 luglio è fissata l’udienza del Gup, che dovrà decidere il rinvio a giudizio per quattro vigili e un architetto in servizio al Comune.
Fu proprio la denuncia dei vinai trasteverini a far saltare il tappo sulla corruzione all’interno dei vigili. A seguire, una valanga di esposti da parte dei commercianti del centro storico: taglieggiati o alle prese con intoppi burocratici che ostacolavano il rilascio delle licenze, se non ci si affidava alle mani “giuste”. Ultima in ordine di tempo è l’inchiesta sulle multe ai vip. In carcere c’è ancora il comandante Angelo Vitali: domiciliari invece per Tiziana Diamanti, la funzionaria che “distrattamente” ha buttato via pacchi di verbali prima della perquisizione. Intanto per la reggenza dei vigili si parla di Antonio Di Maggio: ex braccio destro di Giuliani.

Repubblica 9.7.13
Le disuguaglianze insostenibili
di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini


Mentre le ultime rilevazioni dell’Istat indicano un vero e proprio crollo dei consumi delle famiglie, uno studio commissionato dall’Unione Europea, Gini-Growing inequality impact, ha messo in evidenza che l’Italia è tra i paesi europei che registrano le maggiori diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, seconda solo al Regno Unito, e con livelli di disparità superiori alla media dei paesi Ocse. Non solo: da noi la favola di Cenerentola si avvera con sempre minor frequenza, nel senso che le unioni si verificano non tanto tra fasce di reddito diverse ma entro le stesse fasce frenando la mobilità sociale. Inoltre, appare che la ricchezza si sta spostando verso la popolazione più anziana accentuando il divario tra generazioni.
Il crollo dei consumi in Italia è dunque associato ad un divario nella distribuzione della ricchezza che si è accentuato durante la crisi: oggi circa la metà del reddito totale è in mano al 10% delle famiglie, mentre il 90% deve dividersi l’altra metà.
La domanda che si impone è: come siamo arrivati a questo punto?
La risposta non è difficile: questa situazione va ricondotta al pensiero dominante di ispirazione neoliberista, che si è affermato all’inizio degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Inghilterra e che poi ha influenzato la politica economica dell’Unione europea. La teoria economica neoliberista si fonda sull’assunto che la diseguaglianza non inficia in alcun modo la crescita. Anzi, detassare redditi e soprattutto patrimoni immobiliari e mobiliari dei più ricchi genererebbe un “effetto a cascata” che dai piani alti della società trasferirebbe la ricchezza fino ai piani bassi, portando ad un arricchimento generale e ad una maggiore crescita. Questa idea ha aperto la strada alle privatizzazioni e alla deregulation dei mercati finanziari (inclusa la proliferazione dei paradisi fiscali) per permettere agli “spiriti animali” di dispiegare liberamente tutta la loro forza propulsiva. Così lo Stato diventa un “disturbatore”, fonte di sprechi e di inefficienza, e pertanto deve essere ridotto ai minimi termini. “La società non esiste, ci sono solo individui e famiglie. E nessun governo può far nulla. La gente deve pensare a se stessa”: così Margaret Thatcher in una sentenza diventata tristemente famosa.
Dall’inizio degli anni ’80, il drastico ridimensionamento della capacità di intervento dello Stato nell’economia e il progressivo indebolimento dei lavoratori, che cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive, interrompono l’espansione della classe media che si era registrata nell’Età dell’Oro (1945-1973). Ma una crescita fondata su diseguaglianze crescenti può destabilizzare l’economia riportando indietro di anni il livello di benessere della popolazione. Joseph Stiglitz ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche in una formula che dimostra come diseguaglianza e sviluppo economico siano inversamente proporzionali.
Insomma, l’effetto a cascata auspicato dai liberisti non si è assolutamente verificato e sono risultati evidenti gli effetti nefasti della polarizzazione della ricchezza, così come era stato teorizzato da Karl Marx.
Dopo la crisi esplosa nel 2008 lo Stato è dovuto intervenire massicciamente per salvare il settore privato dal collasso, il che ha determinato un’espansione rapidissima del rapporto tra debito pubblico e Pil in tutti i paesi avanzati. E ora si è scatenata una nuova controffensiva del settore privato e dei mercati per tagliare i servizi sociali e più in generale la spesa pubblica aggravando la situazione delle fasce più deboli ed alimentando diseguaglianze sempre più marcate.
Il ceto medio è il vero motore dei consumi sia perché rappresenta la fascia più larga della popolazione, sia perché tende a convertire in consumi una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito. Se far ripartire i consumi è una delle principali chiavi per promuovere l’intera economia ecco allora l’importanza di politiche che favoriscano una più equa distribuzione della ricchezza ed il rafforzamento della middle class.
La politica dei redditi deve dunque tornare al centro della politica economica se vogliamo uscire dalla crisi che sta alimentando tensioni sociali destinate a diventare insostenibili.

l’Unità 9.7.13
L’esercito spara: Egitto sull’orlo della guerra civile
Soldati contro i filo-islamici: 51 morti e 435 feriti. Mansour ordina un’inchiesta indipendente
Stallo politico sul premier. Dopo aver bocciato Baradei i salafiti disponibili alla riconciliazione
di U.D.G.


Alba di sangue in Egitto. L’esercito apre il fuoco contro i manifestanti pro-Morsi che circondano il quartier generale della Guardia repubblicana al Cairo. Crepitano le mitraglie, dai tetti entrano in azione i cecchini. È una massacro. L’Egitto sta precipitando nel baratro della guerra civile. In serata, i militari lanciano l'ultimatum dopo gli scontri partiti all'alba: «L'esercito egiziano non permetterà a nessuno di minacciare la sicurezza nazionale», spiega il portavoce delle Forze armate, Ahmed Ali. L'esercito ha poi chiesto che «vengano smobilitati i sit-in» e promette che i «manifestanti non saranno arrestati». Nelle stesse ore, la più alta autorità musulmana d'Egitto, Ahmed al-Tayeb, grande imam della moschea di al-Azhar al Cairo, il più grande centro culturale sunnita. ha lanciato il suo monito al Paese sul rischio di guerra civile, aggiungendo che si ritirerà fino a quando le violenze non avranno fine. L'imam si è rivolto agli egiziani attraverso la tv di Stato e ha fatto appello alle autorità affinché la transizione iniziata la scorsa settimana con la deposizione del presidente Mohamed Morsi non vada oltre i sei mesi.
A UN PASSO DAL BARATRO
L’imam ha concluso il suo appello invocando «entro due giorni» l’istituzione di un comitato di riconciliazione nazionale e «un'inchiesta immediata» sugli scontri verificatisi all'alba di ieri tra sostenitori del presidente deposto Mohamed Morsi ed esercito davanti alla sede della Guardia Repubblicana, in cui hanno trovato la morte 51 persone secondo le autorità sanitarie (435 i feriti), 77 invece per i Fratelli musulmani, tra cui otto donne e sette bambini, di cui due piccolissimi. Un portavoce delle forze dell'ordine ha dichiarato che negli scontri hanno perso la vita due ufficiali della polizia e uno dell'esercito. Un portavoce del Consiglio supremo di difesa ha aggiunto:«L'esercito non permetterà a nessuno di minacciare la sicurezza nazionale». La presa di posizione dell'imam al-Tayeb contrasta apertamente con l’invito rivolto agli egiziani dalla Fratellanza perché si rivoltino contro l’esercito. Mohamed Badie, guida suprema del movimento, ha accusato il capo dell’esercito, generale Abdel-Fattah al-Sissi, di voler «condurre l’Egitto verso lo stesso destino della Siria». Per accertare la verità su questa pagina sanguinosa della crisi egiziana il presidente ad interim Adly Mansour ha ha ordinato l’apertura di un’inchiesta ufficiale sulla sparatoria, come chiesto anche da uno dei principali leader dell’opposizione, Mohamed El Baradei. Mansour ha espresso il suo profondo rammarico per la perdita di vite umane, ma ha anche chiesto ai manifestanti di non avvicinarsi più a strutture militari o ad altri obiettivi «vitali». Ma l'accaduto, aggiunge un portavoce della presidenza, non fermerà il processo di formazione di un governo ad interim.
La polizia e l'esercito sono intervenuti per disperdere la protesta, ma la situazione è degenerata in scontri. Uno dei membri della Fratellanza parla di cecchini in azione: «I soldati hanno lanciato gas lacrimogeni e successivamente alcuni cecchini hanno aperto il fuoco. I morti sono stati quasi tutti colpiti alla testa». I Fratelli musulmani si dicono in possesso di video e bossoli a riprova che l'esercito ha sparato sui manifestanti. L'esercito ha immediatamente ribattuto con una nota secondo cui «la sede della Guardia Repubblicana è stata assaltata all'alba da un gruppo di terroristi». In una conferenza stampa congiunta, l’esercito e la polizia hanno sostenuto che sono state le truppe a difendersi da un attacco con armi da fuoco dei manifestanti islamisti contro il quartier generale della Guardia repubblicana. Dopo il massacro, il partito Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli musulmani, ha incitato alla «rivolta del grande popolo d’Egitto contro coloro che vogliono rubargli la sua rivoluzione con i carri armati», esortando al tempo stesso «la comunità internazionale, i gruppi stranieri e tutti gli uomini liberi del mondo a intervenire per impedire altri massacri e la nascita di una nuova Siria nel mondo arabo». In serata, la Casa Bianca ha esortato i militari egiziani alla «massima moderazione» nella gestione dell’ordine pubblico, evitando rappreseglie, arresti di massa e la chiusura dei media. La Casa Bianca La Casa Bianca ha aggiunto che è ancora in corso la valutazione sulla natura della deposizione di Mohamed Morsi.
La strage ha avuto un'immediata ripercussione politica: Nour, secondo partito salafita egiziano, si è ritirato dai colloqui per la formazione del governo. Lo ha riferito un portavoce, Nader Bakar: «Abbiamo annunciato il ritiro da tutti i negoziati per la nascita del nuovo esecutivo, come prima risposta al massacro della Guardia repubblicana». Ma i colloqui per la formazione del governo continuano e dovrebbero portare alla nomina dell’economista Ziad Bahaa El-Din, 48 anni, a premier ad interim dell'Egitto. Lo ha affermato il portavoce presidenziale Ahmed al-Muslimani all'emittente privata OnTv. Il portavoce ha spiegato che il presidente Mansour ha scelto El-Din in quanto «tecnocrate» privo della forte caratterizzazione politica del primo nome circolato per la carica di premier, Mohamed el Baradei. E dopo aver bloccato con la loro intransigenza la candidatura del premio Nobel per la pace, i salafiti di Nour sono tornati a auspicare «un dialogo nazionale di riconciliazione sincero». L’ennesima giravolta nel caos egiziano.

La Stampa 9.7.13
“Gli islamici cercano la guerra Un governo con loro? Mai”
Il leader del fronte laico Sabahi: “Nessun golpe, Morsi cacciato dal popolo”
di Francesca Paci


Hamdeen Sabahi segue dal 19esimo piano del Marriot le notizie delle piazze rivali sempre più infuocate. Camicia azzurra, jeans, sigaretta incollata alla mano, il navigato politico nasseriano alla guida del Fronte di Salvezza Nazionale con Amr Moussa e Mohammed el Baradei, è il candidato che, se un anno fa l’opposizione avesse votato compatta, sarebbe diventato presidente al primo turno evitando il ballottaggio Morsi-Shafiq e le sue drammatiche conseguenze.
Si è addormentato convinto d’avere un premier e ha aperto gli occhi sui morti alla Guardia Repubblicana: cosa è successo?
«Devo controllare le emozioni perché il sangue versato appartiene a tutti gli egiziani. Ma da un punto di vista politico, chi si avvantaggia di questi morti? Quanto accaduto non serve alla rivoluzione né all’esercito ma solo ai Fratelli Musulmani, che così possono sabotare la transizione. Auspico un’indagine rapida che chiarisca se davvero i militari sono stati attaccati. Le nostre truppe hanno il dovere di difendere quell’edificio».
Il risultato politico, per ora, è lo sfilarsi dei salafiti dai negoziati per il governo. Come procederete?
«I salafiti restano importanti, per questo sebbene avessero boicottato il nostro candidato premier el Baradei abbiamo cercato un compromesso proponendo il nome qualificato di Ziad el Din. Domenica ci hanno dato la loro parola e poche ore dopo se la sono rimangiata. Spero che ci ripensino ma noi a questo punto andiamo avanti. È stato difficile far accettare ai giovani rivoluzionari un veto da parte di persone che non avevano partecipato né alla prima né alla seconda rivoluzione egiziana. Ho spiegato che non potevamo rinviare ancora il governo, adesso però basta: prepareremo le nuove elezioni anche senza i salafiti. Gli teniamo una sedia vuota in caso ci ripensassero».
Terrete una sedia anche per i Fratelli Musulmani?
«Per ora è impossibile. I Fratelli non sono psicologicamente e politicamente pronti. Quando cambieranno sarà diverso. Al momento sono una minaccia per il paese, temo soprattutto la vendetta che potrebbe arrivare dal Sinai».
Che cambiamento occorre?
«In futuro voglio includere i Fratelli Musulmani, tranne coloro che hanno fatto ricorso alla violenza o l’hanno incitata. Hanno preso una batosta politica perché non sono stati sconfitti da un partito bensì dal popolo egiziano. Quando ammetteranno che la gente aveva il diritto di cacciare Morsi come Morsi aveva cacciato Mubarak saranno benvenuti».
Morsi era stato democraticamente eletto, per questo si parla di golpe. Non è d’accordo?
«Non è un golpe ma una rivoluzione popolare, il seguito del 2011. Morsi ha avuto il trattamento di Mubarak ma non è un golpe perché a prendere l’iniziativa sono stati milioni di egiziani e non i militari».
È stato giusto chiudere le tv vicine agli islamisti, tra cui al Jazeera?
«È una misura eccezionale e temporanea. Chiedo che questi canali tornino a trasmettere ma anche che accettino un codice etico: basta diffondere odio utilizzando Dio e invitare alla violenza e alla discriminazione religiosa, musulmani contro musulmani, musulmani contro copti».
Non teme che i Fratelli recuperino terreno giocando alle vittime?
«Ho simpatia per loro, dopo 80 anni di lavoro dietro le quinte hanno perso in un solo anno il potere così duramente conquistato. Ma il ruolo di vittime in cui sono maestri non gli servirà più perché gli egiziani hanno scoperto che sono pessimi governanti. Tra un po’ poi sarà chiaro che i leader dei Fratelli non sono solo egoisti ma che, come provato venerdì notte, non si fanno scrupolo di versare il sangue degli egiziani».
In piazza oggi ci sono anche nostalgici del vecchio regime. Vi imbarazza?
«Durante la prima rivoluzione siamo stati raggiunti tardivamente dai Fratelli Musulmani, adesso dagli ex del regime. Per entrambi vale lo stesso discorso: ce l’abbiamo con i leader, le persone sono egiziani come noi. Non rispolvereremo Mubarak».
Dopo averlo accusato di abuso di potere nel 2012, vi fidate dell’esercito?
«Si, ha imparato la lezione. I militari oggi stanno col popolo e non usurperanno il controllo del Paese come lo Scaf».
L’Egitto passerà dalle braccia americane a quelle russe?
«Non abbiamo bisogno di muoverci da un polo all’altro, dobbiamo pensare a noi e tenere buone relazioni con entrambi. Però è un bene essere più liberi. Rispettiamo i cittadini americani, ma l’amministrazione ha sostenuto Morsi. Spero che in futuro, dopo la costituzione e le elezioni, faremo ricredere chi ci chiama golpisti».
Come conciliare l’agenda liberal con quella salafita?
«Abbiamo bisogno di uno stato democratico ma non possiamo creare un muro tra la politica e la religione che è parte della vita nazionale. Il secolarismo non fa per noi: non dobbiamo mettere la religione da parte né farne un’arma in politica. Come rispettare la religione in uno stato democratico? Creeremo un nostro modello giacché neppure quello turco funziona, ma non possiamo continuare a far parlare chi giustifica la violenza con la religione».
L’opposizione unita dietro Shabahi avrebbe il suo presidente già da un anno. Che errori avete fatto?
«Ormai sappiamo che un candidato rivoluzionario unitario vince. La lezione è chiara. Io sono pronto a presentarmi a patto di essere sostenuto da tutti. Altrimenti appoggerò chiunque abbia il consenso collettivo».

l’Unità 9.7.13
Riscoperte. Gramsci nello zainetto
L’avventura del «suo» film che spopola in Brasile
La pellicola di Cecilia Mangini e Lino Del Fra è diventata in America Latina punto di riferimento di movimenti e studiosi del padre del Partito comunista italiano. E pensare che quasi è arrivata per caso
di Gabriella Gallozzi


STAVOLTA NON È IL GIALLO DEL «QUADERNO» SCOMPARSO. O L’ULTIMA DISPUTA INTERPRETATIVA TRA STORICI. STAVOLTA, ANZI, PIÙ CHE UNA «SCOMPARSA» È UN RITROVAMENTO. A distanza di quasi quarant’anni e dall’altra parte dell’oceano. Capita così che Antonio Gramsci, i giorni del carcere di Lino Del Fra e Cecilia Mangini, vincitore del Pardo d’oro a Locarno 1977 e affidato all’oblio in Italia, sia «ricomparso» in Brasile, risalendo poi l’intero continente latino americano, dove è diventato una sorta di bandiera, di testo sacro su cui si stanno formando accademici e nuovi movimenti. A cominciare dagli ormai storici Sem terra, proseguendo con gli studenti universitari, e i responsabili delle più diverse associazioni. Tanto da essere finito, il film, in diffusione straordinaria allegato a un quotidiano brasiliano.
Come è avvenuta l’insolita transoceanica? A dire il vero la storia è già diventata leggenda. E ci piace raccontarla come tale, consapevoli, però, del potere di «attrazione» che il pensiero di Gramsci gode da anni soprattutto a certe latitudini. Se pensate, del resto, che nel cuore del Bronx appena qualche settimana fa è comparso un murales con gli occhiali rotondi e i folti capelli a contorno... Figuratevi come è di casa in quell’America Latina diventata di fatto il vero laboratorio sociale di quella sinistra, così mal concia, invece, nel vecchio continente. Tutto parte da qui, infatti. Da quel grande seminario dedicato al fondatore del partito comunista che si è tenuto a San Paolo nel 2009. Una fiumana composta da delegazioni provenienti da tutti gli angoli del globo. Studiosi, militanti, professori universitari, esponenti di movimenti della lotta per la casa, per la terra, gli «intellettuali organici» insomma. Ed è proprio nello zainetto di uno dei rappresentanti della delegazione italiana che viene trasportato un dvd di Antonio Gramsci, i giorni del carcere. Uscito da lì, è un attimo: il film diventa subito uno dei materiali di studio della scuola di formazione quadri di San Paolo, per poi proseguire il viaggio ovunque di Gramsci si parli. Questa la leggenda, perché come ci riporta un testimone oculare, Aimone Spinola, esperto in comunicazione sul versante socio culturale con trascorsi e presente a San Paolo, consulente del consolato venezuelano -, in realtà gli organizzatori dello storico seminario, non solo avevano già la copia del Gramsci, ma addirittura l’avevano sottotitolata in spagnolo e portoghese!
Con Riccardo Cucciolla nei panni del grande pensatore sardo, il film di Lino Del Fra e Cecilia Mangini, esemplari autori di quel cinema militante centrato sull’analisi critica della realtà e del suo essere, non si limita al racconto della reclusione. Come l’altro loro straordinario lavoro, Allarmi siam fascisti, non si limita al Ventennio ma alla denuncia del fascismo che permea il nostro dna. Così questo film, travalicando il chiuso del carcere di Turi, porta fuori lo stesso pensiero gramsciano. Compiendo su esso una lucida analisi, di pari passo con la stesura dei Quaderni e la ricostruzione del suo impegno politico, stralci della vita privata e «verità rivoluzionare» come pugni in faccia. La critica all’involuzione autoritaria dell’Urss, le posizioni anti Stalin, il conflitto con Togliatti e quindi con gli stessi «compagni» reclusi con lui, la solitudine e l’isolamento. «Nel film c’è tutto aggiunge Spinola è un toccare con mano il pensiero di Gramsci. Si capisce quindi la sua enorme diffusione in un paese dove ormai sono gli ex alunni di Carlos Nelson Coutinho, il primo ad aver tradotto i Quaderni, ad essere diventati degli espertissimi ed autorevoli gramscisti. Qui non si tratta solo di studi, come in Italia, ma di vera e propria prassi grasciana. L’enorme egemonia del movimento contadino, diventato negli ultimi trent’anni la punta avanzata della resistenza alla globalizzazione, non sarebbe potuto essere senza Gramsci».
«Tutti i semi sono falliti eccettuato uno che non so ancora cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia» chiosa il film con le parole di Gramsci. Quel fiore, si vede, deve essere sbocciato dall’altra parte dell’Oceano. E che sia il cinema, proprio quello che di semi ha tentato di piantarne sempre, è un bel segnale di speranza. Nell’attesa che un giorno, ci sia anche il suo «ritorno come è stato per Cristoforo Colombo», dice Cecilia Mangini. E noi le crediamo.

il Fatto 9.7.13
Una lettera del medico oncologo Melania Rizzoli, a commento dell’articolo di Sandra Amurri sul caso del suicidio assistito del magistrato Pietro D’Amico

Quando si muore si muore soli
di Melania Rizzoli


Il suicidio assistito è un’auto-induzione della morte con assistenza medica. Una pratica legale in diversi Paesi europei, soprattutto in alcune cliniche svizzere dove circa dieci italiani al mese ricorrono con successo a questo metodo letale. I pazienti vengono valutati con seria professionalità in base alle loro condizioni cliniche e psicologiche di salute e viene ammessa alla procedura solo una parte di loro, in base a criteri specifici, soprattutto persone allo stadio terminale di malattia o soggetti depressi irreversibili con spiccato e manifesto mal di vivere. Dimenticate però quello che avete visto nei film, l’arrivo in una linda clinica del potenziale suicida ricoverato in una camera con vista sul laghetto dorato in un’atmosfera di musica soffusa e di sorrisi, adagiato su un letto inamidato, confortato e salutato dai parenti mentre i sanitari gli infilano una flebo medicata che lo farà addormentare e poi morire dolcemente nel sonno grazie al cocktail letale di veleno farmacologico infuso a goccia lenta, per dar loro il tempo delle ultime parole e degli ultimi desideri. Non funziona così. La selezione dei candidati alla morte è durissima e inflessibile; ai prescelti viene spiegata in dettaglio, con competenza e professionalità, la procedura, il suo esatto svolgimento e l’esito finale, compresi effetti collaterali, imprevisti e procedure post mortem.
SONO CENTRI in cui si aiuta a morire, non a vivere. Spesso per i pazienti quel colloquio è una dolorosa sorpresa e molti di loro rinunciano, tornando indietro sulle loro decisioni, ma alcuni ci ripensano e ritornano più volte finché non trovano il coraggio. Perché il coraggio? Perché lo devono fare da soli. Per questo si chiama suicidio. A ognuno di loro viene infatti spiegato che il medico specialista prepara il mix letale di barbiturici nella dose calcolata a provocare la loro morte, in base al loro peso e alle loro condizioni cliniche, ma il cocktail di farmaci mortali viene preparato in un bicchiere diluito in acqua, che viene posto sul comodino accanto al letto e che il paziente, cosciente e nel pieno delle sue facoltà mentali, quando riterrà di essere psicologicamente pronto, dovrà bere da solo, di sua spontanea volontà fino all’ultima goccia e senza l’aiuto di una mano amica, per poi attendere la perdita dei sensi, l’oblio della coscienza e il suo conseguente arresto cardiaco. L’assistenza sanitaria nel corso del suicidio assistito del paziente viene assicurata da una idratazione endovenosa senza farmaci specifici e da un monitoraggio continuo del sistema cardiovascolare, seguito e controllato fino al bip finale che conferma l’ultima contrazione cardiaca con l’arresto cardiocircolatorio e la morte.
In tutti i Paesi dove si pratica il suicidio assistito non è legalmente ammesso l’intervento materiale e attivo del medico alla somministrazione orale o endovenosa dei farmaci mortali, altrimenti si tratterebbe di quella che viene definita “eutanasia attiva”. Bisogna anche sottolineare, però, che non tutti i centri clinici seguono rigidamente le regole secondo la legge, tanto che in alcuni casi il farmaco mortale viene diluito in una flebo che viene montata in vena chiusa e che il paziente dovrà azionare da solo con le sue mani, per morire prima e più rapidamente.
Negli ultimi mesi sono stati resi noti alle cronache diversi suicidi assistiti di personaggi famosi che in silenzio e senza clamore si sono recati in Svizzera più volte per porre fine alle loro sofferenze, riuscendo, per i motivi su descritti, a esaudire il loro desiderio solo al secondo o terzo tentativo, e pur non essendo afflitti da malattie terminali hanno denunciato con l’ultimo gesto, l’irrefrenabile volontà di morire in modo assistito, senza azioni di autolesionismo violento e traumatico, ben consapevoli che nel loro Paese non avrebbero potuto realizzare legalmente questo proposito. Quando il paziente viene ammesso al protocollo “di cura” deve prima firmare le autorizzazioni per la sua morte programmata e viene girato un breve video in cui l’aspirante suicida dichiara di essere in piene facoltà mentali e di accettare volontariamente il trattamento. È doveroso aggiungere che tra i pazienti affetti da malattie inguaribili solo un numero irrilevante di loro desidera con forza porre fine alle proprie sofferenze, perché il desiderio di vita quando si è malati prevarica sulla morte pur se imminente.
MOLTI AUTOREVOLI personaggi italiani del mondo della scienza, della cultura, della politica e del giornalismo si sono espressi più volte pubblicamente su questi temi, con opinioni contrastanti, ma è bene ricordare che una cosa è discuterne da sani, seduti in un salotto televisivo, un’altra è affrontare concretamente l’argomento quando si è malati, distesi su un letto attaccati alle flebo e si avverte vicino il profumo della morte. Alleviare la sofferenza sempre, in ogni caso laddove sia possibile, rispettando la libera autodeterminazione della coscienza è il compito e il dovere di noi medici, che siamo addestrati e abilitati a custodire e proteggere la vita e non a sopprimerla a richiesta, anche se sappiamo bene che ogni caso è diverso e va valutato in scienza e coscienza. Posso solo aggiungere che ho lavorato per dieci anni in un dipartimento oncologico seguendo molti malati terminali e alleviando con ogni mezzo le loro sofferenze sempre fino alla fine. Non è mai successo che qualcuno di loro mi pregasse di aiutarlo a morire. Mai. Nemmeno quando erano divorati dal cancro e vicini alla fine. Anzi. In quei momenti, la cosa che mi colpiva di più era che da quei corpi devastati, piagati e piegati dalla malattia, si accendeva uno sguardo, usciva una flebile voce che manifestava un solo terribile desiderio: quello di vivere.
* Ex deputata Pdl

La Stampa 9.7.13
Le Carré prende di mira i laburisti inglesi
È uscito a Londra “A delicate truth”, un thriller in cui lo scrittore li mette sotto accusa per il sostegno a Bush


Un paio di settimane fa è arrivato nelle librerie inglesi A Delicate Truth, il nuovo romanzo di John le Carré. E subito è balzato in testa alla classifica delle vendite. Ai primi posti probabilmente ci resterà a lungo: il passaparola dei lettori, più ancora delle recensioni favorevoli, ne è la garanzia. È da cinquant’anni ( La spia che venne dal freddo è del 1963) che i lettori decretano il successo di le Carré. I critici sono venuti dopo.
Fino al 1989 lo sfondo dei suoi libri era la guerra fredda. Mentre la caldissima guerra delle spie, del blocco sovietico da un lato e dell’Occidente dall’altro, ne era la sostanza. Dopo la caduta del muro e la fine dell’Unione Sovietica l’attenzione di le Carré si è spostata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, delle multinazionali (che magari coltivano, come nel recente Il nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).
Anche prima, in realtà, le Carré si preoccupava dei valori (del non rispetto dei valori) dell’Occidente. Ma una volta scomparsa la necessità di osservarli alla luce della contrapposizione tra i due blocchi e attraverso le imprese dei rispettivi agenti segreti, come liberato dal dovere di stare «dalla nostra parte» le Carré ha mantenuto schemi e forma del genere spionistico per applicarli a quel tipo di invenzione narrativa che è propria del grande romanzo. Ha messo la suspense al servizio della rappresentazione del mondo di fine Novecento e di inizio del terzo millennio, cogliendone trasformazioni e infamie.
Non poteva quindi non recepire le conseguenze dell’undici settembre, l’evento che ha segnato tragicamente la realtà di questi anni. E’ risaputo che i Servizi segreti, quelle americani, ma a ruota anche quelli inglesi, hanno adottato sistemi inconfessabili per fare fronte alla minaccia terroristica. Questa trasformazione è al centro di Amici assoluti e di Yssa il buono, da cui è stato tratto il film che in inverno giungerà nelle nostre sale.
E la ritroviamo, almeno in parte, anche in quest’ultimo romanzo, A Delicate Truth, che tuttavia è soprattutto concentrato sul mondo inglese. Sono inglesi quasi tutti i personaggi della vicenda, è inglese il teatro dell’azione (il «protettorato» di Gibilterra, Londra, la Cornovaglia), è inglese la rete di corruzione che avvolge buona parte della classe dirigente (a partire dal ministro Fergus Quinn), è inglese l’obiettivo dell’atto di accusa di le Carré, cioè il New Labour, colpevole di avere seguito servilmente le scelte di Bush in Iraq.
La vicenda ha inizio nel 2008, a Gibilterra, dove è in corso un’operazione di anti-terrorismo diretta a catturare un pezzo grosso della Jihad. All’operazione partecipa un’immaginaria organizzazione privata americana, Ethical Outcomes (Executive Outcomes è quella sudafricana davvero esistente), perché ormai anche per quanto riguarda l’anti-terrorismo la strada seguita è quella dell’outsourcing.
Un funzionario del ministero degli Esteri, Kit Probyn, viene mandato a Gibilterra per redigere un rapporto sull’operazione. Poi scoprirà di non aver capito cosa era davvero accaduto. Tre anni dopo il vecchio Probyn vive felicemente nel suo buen retiro in Cornovaglia. Ma Toby Bell, segretario del deputato laburista Fergus Quinn, ora ministro, che era stato in stretto rapporto con Ethical Outcomes per l’operazione di Gibilterra, si mette alla ricerca della verità.
Il giovane Toby sta scrivendo un romanzo (come le Carré poco prima di lasciare i Servizi) ed è un po’ troppo idealista: vuole scoprire la «vera nuova identità» del suo Paese dopo la fine dell’Impero e la fine della guerra fredda, ritiene che la guerra in Iraq sia stata «illegale e immorale» e pensa che sia ingiusto spargere sangue innocente in nome del superiore interesse della nazione. Quella volta a Gibilterra, vuol farsi dire da Probyn, è stato così? È lo stesso apparato dello stato che ha nascosto la verità? Un simile interrogativo, per vicende di casa nostra, circola da tempo anche in Italia. Per sapere quale risposta avrà in Inghilterra, almeno nel romanzo di le Carré, il lettore italiano dovrà aspettare l’uscita della traduzione di A Delicate Truth.
Che è un romanzo scritto magistralmente, con un intrigante spostamento dei punti di vista e dei tempi stessi della narrazione, con uno stile avaro di ornamenti e prodigo di sottintesi. Un romanzo che, come quelli che le Carrè ha scritto negli ultimi vent’anni, fornisce un formidabile ritratto dei mutamenti che hanno travolto il mondo contemporaneo, dipingendolo con i colori di un’indignazione morale che è stata definita dickensiana. «È ora di smetterla di considerare le Carré uno scrittore di storie di spionaggio, perché è probabilmente il più rilevante romanziere inglese del secondo Novecento». Parola di Ian McEwan.

Repubblica 9.7.13
Libri divulgativi, pamphlet, romanzi. Così le ultime generazioni occupano la scena da protagoniste nel dibattito delle idee
Giovani filosofi crescono
Se il nuovo pensiero diventa bestseller
di Maurizio Ferraris


Ogni filosofo è stato giovane, ma il giovane filosofo è una cosa diversa, una regione dello spirito che evoca immagini romantiche come il mito del genio, e dunque, del tutto ovviamente, una categoria ideologicamente opaca («non sempre giovinezza è verità», ammoniva Fortini). Evoca anche una categoria merceologica, come “giovane scrittore”, potenzialmente inserito nel ciclo vitale descritto da Arbasino (e che ha dato il titolo a un memorabile libro di Edmondo Berselli): «In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro». Avendo da lunghissimo tempo superato la prima fase (oltretutto in un’epoca in cui andavano di moda filosofi vecchissimi, come Gadamer), e attraversando la seconda senza concrete aspettative sulla terza, leggo i giovani filosofi per ragioni terapeutiche (o, se vogliamo, vampiristiche), nella convinzione che quanti meno anni si sono passati nel Novecento tanto è più facile capire quanto ormai ce ne siamo allontanati e quanto sia necessario rinnovare.
Anzitutto, chi è un giovane filosofo? Mi sembra ragionevole fissare la soglia dei 35 anni, “nel mezzo del cammin di nostra vita”, anche perché dopo i giochi sono fatti: senza dimenticare che Schelling ha pubblicato il Sistema dell’idealismo trascendentale a 25 anni e Wittgenstein il Tractatus a 32, è difficile considerare “giovani filosofi” Hegel che a 37 anni pubblica laFenomenologia dello spirito o Heidegger che a 38 pubblica Essere e tempo. Fatta questa premessa, la prima buona notizia è che anche in Italia ci sono giovani filosofi. Alcuni di questi sono presenti, come Cristina Amoretti, 34 anni, insieme ad altri poco più anziani, inFilosofia contemporanea. Uno sguardo globale, da poco uscito da Carocci a cura di Tiziana Andi- Ma ci sono anche Diego Fusaro, che a 30 anni appena compiuti ha all’attivo dieci libri tra cui un best seller assoluto come
Bentornato Marx! (Bompiani 2009), o Leonardo Caffo, che di anni ne ha solo 24 ma ha già pubblicato due libri, tra cui il recentissimo Il maiale non fa la rivoluzione (Edizioni Sonda) in cui combina il Peter Singer di Liberazione animale con il Derrida di L’animale che, dunque, sono.E a ben vedere il tratto metodologico caratteristico di molti giovani filosofi è una fusione creativa della linea analitica e di quella continentale, superando barriere che sono ancora dei vincoli per le generazioni precedenti, e che soprattutto si erano rivelate dei limiti oggettivi per il progresso della filosofia.
Si prenda il caso di Markus Gabriel, 33 anni, il più giovane ordinario di filosofia tedesco, direttore a Bonn di un centro internazionale per la filosofia e visiting professor a Berkeley dopo studi a Heidelberg, a New York e a Lisbona. Ha appena pubblicato da Ullstein un libro, Perché non c’è il mondo che è alla terza ristampa a due settimane dall’uscita, è uno SpiegelBestseller (l’equivalente tedesco del New York Times Bestseller) ma, sia pure con un linguaggio chiaro, pieno di humour e lontanissimo dalla gergalità che spesso si associa alla tradizione tedesca, si propone come un vero e proprio trattato di ontologia realistica, che mira a superare i limiti del costruttivismo postmoderno così come della metafisica tradizionale attraverso una combinazione creativa di Hegel, Schelling e Wittgenstein, e, tra i contemporanei, di Putnam e di Hogrebe. Se Quine sosteneva che «Essere è essere il valore di una variabile vincolata» (cioè ogni ontologia è relativa al linguaggio che adotta), Gabriel sostiene che«Esistere è apparire in un campo di senso». Per cui, ad esempio, Harry Potter esiste nel campo di senso della letteratura fantastica e gli atomi in quello della fisica. Sembra una versione iper-tollerante ma non è così, visto che i postmoderni avevano la tendenza a confondere gli atomi con Harry Potter, e i vecchi metafisici (così come i materialisti) dovevano concludere, del tutto controintuitivamente, che Harry Potter non esiste in nessun senso del termine “esistere”. La sola cosa che non esiste, per Gabriel, è il mondo, da considerarsi non come il solo universo fisico, ma come la somma di tutti i campi di senso: non esiste il campo di senso dei campi di senso, quanto dire che, con buona pace di Hegel, l’assoluto non esiste.
Ce ne faremo una ragione, cercando, intanto, di risolvere delle questioni aperte, a cominciare (secondo me) da quella degli esseri non umani, per esempio dei maiali di Caffo, per i quali è arduo postulare che esista il campo di senso in cui si dà la rivoluzione, ma è problematico, anche moralmente, escludere che esista la morte in mattatoio, che tuttavia difficilmente si inserisce (per un maiale ma dopotutto anche per un umano) all’interno di un “campo di senso”, presentandosi come una insensatezza opaca e resistente. È per esempio un tema presente nel romanzo Memorie della giungla, dove l’io narrante è uno scimpanzé. L’autore è un filosofo francese di 32 anni, Tristan Garcia, già allievo dell’Ecole Normale Supérieure, professore nell’Università della Piccardia, autore di cinque romanzi, tra cui La parte migliore degli uomini (Premio Flore 2008, tradotto in italiano da Guanda), oltre che di quattro libri tra cui spicca il monumentale Forma e oggetto, 486 pagine nella collana di metafisica delle Presses Universitaires de France, nella quale ontologia analitica e ontologia continentale si ritrovano sotto il segno del “realismo speculativo” di Quentin Meillassoux e di Graham Harmann.
Garcia muove dall’assunto, a mio parere perfettamente fondato, che la filosofia del Novecento si è occupata troppo poco di oggetti, e troppo invece del modo in cui li conosciamo (magari per arrivare alla conclusione che non li conosciamo). Ora, come Gabriel scrive che non esiste il campo di senso universale, così Garcia esclude che esista una totalità che comprenda tutti gli oggetti, con argomenti che si ritrovano in un altro giovane filosofo, questa volta di Cambridge, Tim Button (I limiti del realismo, in uscita da Oxford University Press). Questo, a ben vedere, è un importante retaggio novecentesco: il sapere assoluto non si dà. Ma non possiamo neppure rassegnarci al frammento (Garcia conduce analisi meticolose che ricordano Meinong), ecco a mio avviso il filo conduttore, questa volta non metodologico ma concettuale, che unisce questi filosofi anche diversissimi tra loro, e che potrebbe essere compendiato da due versi di Eliot: «Oh, do not ask, “What is it?”/ Let us go and make our visit».

Repubblica 9.7.13
Psicoanalisi e politica da Renzi a Grillo
“Patria senza padri” di Massimo Recalcati a cura di Christian Raimo
di Luciana Sica


Massimo Recalcati è un analista che ha legato il suo nome (e il suo successo) a una singolare capacità di utilizzare alcune categorie del lacanismo come una possibile interpretazione della contemporaneità, uscendo dai recinti soffocanti di un sapere autoreferenziale e di un linguaggio a dir poco iniziatico. La sua riflessione si è concentrata negli anni sulla 'questione paterna', sulla confusione nei rapporti generazionali, sull’attesa da parte delle nuove generazioni di modelli tutt’altro che titanici ma almeno credibili, sulla fiducia in un cambiamento di rotta che non sia segnato né dal sentimento della nostalgia né da una condizione d’inerzia. Intrecciando stanza dell’analisi e teatro sociale, Recalcati ha abituato un pubblico ampio di lettori - dei suoi saggi e degli articoli su questo giornale - a un j’accuse radicale di un’epoca caratterizzata dalla spinta compulsiva al godimento immediato e la soppressione conformistica del desiderio: un delitto perfetto per l’eros inteso come legame fondamentale tra gli esseri umani.
Ora, con questo libro-intervista dal titoloPatria senza padri,Recalcati mette più vistosamente in gioco una passione politica che affonda le radici negli anni Settanta, una stagione che ha segnato la sua cifra professionale, quel ruolo controverso di battitore libero della psicoanalisi. Senz’altro curioso del percorso biografico dell’analista è Christian Raimo, il curatore del volume, editor per la saggistica di minimum fax, traduttore e scrittore non ancoraquarantenne. È lui a scriverlo nella prefazione: con Recalcati, che di anni ne ha poco più di cinquanta, si pone nella condizione filiale di un 'novello Telemaco', sceglie 'la parte di un Teeteto', dichiara un’ammirazione che sconfina nell’invidia ('girardianamente', però).
Il 'dialogo platonico', comunque più colto che celebrativo, ruota intorno all’idea di una desolante evaporazione della politica,all’assenza di punti di riferimento nella sfera pubblica, al pericolo di una deriva non solo esistenziale nel segno dello spaesamento e del caos, allo smarrimento etico che accompagna un tempo segnato dall’eccesso e dalla violenza, dal narcisismo e dall’odio per gli 'altri'. A più riprese Recalcati difende una concezione pluralista della politica, denunciando i rischi diun’oscillazione nefasta tra la perversa onnipotenza berlusconiana - «una forma di tirannide egoica» - e una protesta grillina di natura ancora adolescenziale, cavalcata da un leader insofferente alle regole della democrazia interna, deciso a ripartire da zero come nei peggiori sogni totalitari, «animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti».
A risultare molto deludente, fiacchissima, è anche l’immagine della sinistra. Per molte buone ragioni, ma soprattutto per la sua incapacità di assolvere a un compito fondamentale, di natura anche etica: non sembra assolutamente in grado di rappresentare un’alternativa al trionfo dell’iperedonismo. Neppure convince l’ideologia della rottamazione, non solo perché posta ingenuamente in termini di età («Non è che essere giovani anagraficamente qualifica ed essere vecchi anagraficamente squalifica»). È che in questa 'sciocchezza' si annida il pericolo di rifiutare in blocco la propria provenienza, la continuità storica, 'il debito' che si ha verso i padri: «Niente di buono, almeno dal punto di vista della psicoanalisi».
Lo slogan sarà stato infelice, ma il problema del ricambio generazionale esiste davvero, e Matteo Renzi - già oltre la rottamazione - ha il consenso di Recalcati: «Il fatto che il sindaco di Firenze abbia cercato di impugnare con vigore il testimone della responsabilità io lo vedo come un fatto assolutamente positivo. Non si può stare ad aspettare sempre».

Repubblica 9.7.13
La polemica
“Gli stupri in Egitto? C’è l’Islam” E’ bufera su Joyce Carol Oates


NEW YORK — «Nel Paese in cui il 99,3 per cento delle donne dichiara di aver subìto aggressioni sessuali e dove gli stupri sono un’epidemia — vedi in Egitto — viene naturale chiedersi: qual è la religione predominante laggiù?». Così, nello scorso week-end, ha twittato la scrittrice americana Joyce Carol Oates — si riferiva a un sondaggio Onu dello scorso aprile — attirando una valanga di polemiche: «Razzista», «e in America? » sono solo alcuni dei commenti che ancora ieri molti utenti scandalizzati le rivolgevano su Twitter. Tra questi, anche diversi scrittori, incluso il connazionale Teju Cole, che le ha risposto per le rime: “Che cosa triste. La religione non c’entra niente. Sei scorretta». Successivamente, la Oates ha fatto retromarcia, twittando che cose così crudeli le commettono anche persone non religiose. Ma il danno oramai era fatto.

Repubblica Salute 9.7.13
Mindfulness
Si moltiplicano gli studi e le pubblicazioni
sulla tecnica che integra esercizi di meditazione di origine orientale con approcci cognitivo-comportamentali
Una ricerca sui teen ager sul controllo di stress e depressione sotto esami
La terapia della consapevolezza così cambiano pensare e sentire
di Francesco Cro


Spegnere il “pilota automatico” delle nostre vite o, in altre parole, focalizzare la nostra attenzione sul presente, allontanando i pensieri e le preoccupazioni automatiche che ci fanno vivere in un perenne stato di affanno. È l’obiettivo delle psicoterapie basate sulla mindfulness, termine inglese che traduce l’antica parola indiana sati e che può essere reso in italiano come “piena consapevolezza” o “attenzione consapevole”. L’auto-osservazione rilassata e consapevole delle nostre sensazioni corporee, psicologiche e spirituali può aiutarci a risvegliarci dall’inconsapevolezza e dagli automatismi. Difatti solo in pochi momenti siamo pienamente immersi in ciò che facciamo, per la maggior parte del tempo dirigiamo la nostra attenzione a qualcosa di diverso: preoccupazioni per il futuro o ruminazioni sul passato. Reagiamo alle situazioni senza essere consapevoli dei nostri condizionamenti e senza riflettere sulle diverse possibilità che abbiamo. La mindfulness sta collezionando studi su riviste internazionali facendo concorrenza alle terapie cognitivocomportamentali. Recente la ricerca delle università di Exeter, Oxford e Cambridge (British Journal of Psychiatry), su 522 teen ager (12-16 anni) metà dei quali utilizzati come gruppo di controllo e il restante coinvolto in 9 settimane di training di mindfulness. Ebbene, a 3 mesi, in estate, nel periodo più stressante per gli studenti, il gruppo che aveva seguito il training è risultato con minori sintomi depressivi, minore stress e maggiore benessere.
Le terapie basate sulla mindfulness integrano gli esercizi di meditazione, necessari al raggiungimento di questo stato mentale e in gran parte derivati dalla tradizione buddhista, per la quale la sati è uno degli elementi che può aiutare l’uomo a superare il dolore dell’esistenza, con letecniche cognitivo-comportamentali di riconoscimento di pensieri, emozioni e motivazioni. Imparare a osservare, descrivere e vivere consapevolmente i nostri stati emotivi e le corrispondenti risposte comportamentali, senza lasciare che ci travolgano,ci aiuta a perseguire traguardi funzionali al nostro benessere e a quello delle persone che amiamo. Molti concetti della tradizione buddhista si prestano a un’integrazione con le psicoterapie occidentali. Paul Gilbert, professore di psicologia clinica all’Università di Derby (Regno Unito), ha sviluppato una tecnica psicoterapeutica focalizzata sulla compassione (compassion-focused therapy, CFT), particolarmente indicata per le persone insicure, tendenti all’autocritica e ai sentimenti di vergogna, per lequali il classico atteggiamento distaccato degli psicoterapeuti può essere di ostacolo all’accettazione di sé e, quindi, alla guarigione.
* Psichiatra, Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, Viterbo

Repubblica 9.7.13
È meglio essere concepiti in estate che a maggio per non rischiare un deficit di peso
Uno studio Usa su un milione e mezzo di bambini indaga i fattori che influenzano la salute del bebè
Così la scienza adesso ci dice il mese migliore per nascere
di Elena Dusi


L’oroscopo non c’entra. Ma l’ingresso con il piede giusto nella vita dipende (in parte) anche dal mese in cui si nasce. Sfidare la cartomanzia sul suo stesso terreno è da sempre un pallino della scienza, che alla stagione in cui ci si affaccia al mondo ha legato di volta in volta successo scolastico, longevità, altezza, propensione alle vittorie sportive, malattie mentali, umore, deficit immunitari. Oggi, una ricerca pubblicata sulla rivista
Proceedings of the National Academy of Sciences spiega come il mese del concepimento possa influenzare la salute del bebè alla nascita.
I bambini concepiti a maggio hanno il 10 per cento di probabilità in più di nascere prima del termine, tendenzialmente dunque più gracili della media. Quelli frutto dell’amore estivo vengono invece al mondo con un “tesoretto” di grasso in eccesso, frutto delle normali fluttuazioni che il peso corporeo subisce nel corso dell’anno. La costituzione leggermente più gracile dei bambini concepiti in primavera, secondo i ricercatori americani di Princeton Janet Curie e Hannes Schwandt, dipende dal fatto che la fine della gravidanza coincide con il picco dell’influenza. «Tra gennaio e febbraio, quando i bambini giungono al termine della gestazione, si registra la massima diffusione di virus stagionali ». E febbre alta con brividi, continuano i ricercatori «sono notoriamente fattori che scatenano infiammazioni. Le quali a loro volta provocano una serie di eventi che culminano con l’induzione del travaglio». A dimostrazione della loro tesi, Curie e Schwandt citano la pandemia di influenza del 2009, che è arrivata prima del solito nel corso dell’inverno, ha colpito molte più persone e ha effettivamente provocato gravidanze mediamente più corte. Viceversa, le chance di concludere una gestazione alla scadenza naturale sono più alte se la madre era stata vaccinata contro i virus stagionali. Nessun rapporto sembra invece esserci fra data di concepimento e sesso delbambino.
Gli effetti notati dai ricercatori di Princeton sono abbastanza lievi: il guadagno di peso dei bimbi concepiti nei mesi estivi è di una decina di grammi. Ma sono stati misurati su un campione di madri assai vasto per studi di questo genere. Lo studio ha coinvolto 647mila donne delle aree di New York, New Jersey e Pennsylvania. Tutte le partecipanti scelte avevano avuto più di un figlio e tutti erano stati concepiti in periodi dell’anno diversi. In totale sono stati presi in considerazione icompleanni di quasi un milione e mezzo di bambini.
Trovare correlazioni fra stagione in cui ci si affaccia al mondo e futuro successo scolastico è sempre stato un pallino degli inglesi. Una ricerca condotta a febbraio di quest’anno dalla Bbc, che ha compulsato i dati degli studenti universitari britannici, ha osservato che chi vede la luce a ottobre approda più di frequente in università prestigiose come Oxford e Cambridge. Le probabilità minime di diventare uno studente di successo si registrano invece fra i nati di luglio. Lo scarto fra le chance dei due gruppi raggiungerebbe addirittura il 30 per cento.
Sono poi tanti gli studi che hanno legato malattie come la sclerosi multipla o altri disturbi di tipo immunitario al mese di nascita. Nell’emisfero nord il rischio di esserne colpiti è massimo fra i nati in primavera e minimo fra quelli nati in autunno. Il fatto che la discrepanza si noti solo nei paesi nordici, e che i risultati siano esattamente speculari nell’emisfero sud, fa pensare che poco sole e carenza di vitamina D durante la gestazione ne siano la causa. E proprio alla quantità di luce assorbita dai bebè appena venuti al mondo uno studio della Vanderbilt University, nel 2010, aveva associato effetti duraturi sull’umore: come se il Sole causasse una sorta di imprinting, allontanando ilrischio di depressione per tutta la durata della vita. Le ricerche di Roberto Natale, dell’università di Bologna, avevano invece dimostrato che i nati d’estate diventano facilmente gufi (non andrebbero a dormire mai), mentre i bimbi nati d’inverno spesso da grandi si trasformano in allodole.
Ma lo studio più ardito è forse quello in cui si sono lanciati nel 2001 i tedeschi del Max Planck Institute, che hanno preso un gruppo di individui in Austria e Danimarca e hanno legato la durata della loro vita al mese di nascita. Arrivando a sostenere che chi nasce fra ottobre e dicembre vive più a lungo (ma solo di pochissimi mesi) rispetto ai venuti al mondo fra aprile e giugno. In molti di questi casi sembra esserci lo zampino del Sole. L’unico astro che sembra davvero influenzare salute e umore nella nostra vita.

Repubblica 9.7.13
I dati Ads: 305 mila copie al giorno più 43 mila copie digitali
Repubblica anche a maggio al primo posto in edicola


ROMA — Al primo posto in edicola: anche nel mese di maggio il quotidiano “la Repubblica” si è confermato al vertice della classifica Ads (accertamento diffusione dati) che riguarda le vendite medie giornaliere. Il giornale diretto da Ezio Mauro ha raggiunto il risultato delle 305.161 copie, aumentando a quota 16.599 la distanza che lo separa dal suo principale concorrente, il “Corriere della Sera” (288.562 copie). La vetta massima del prodotto cartaceo si raggiunge quando “la Repubblica” è abbinata al suo storico settimanale, il “Venerdì”: l’accoppiata ha venduto una media 386. 472 copie.
In aumento anche le vendite delle copie digitale del quotidiano, che si confermano fra i primi posti della graduatoria dedicata: nel mese di maggio sono state vendute 43.328 copie visibili da computer, tablet o smartphone. Passando ai settimanali del gruppo: l’Espresso ha realizzato una vendita media in edicola di 68.084 copie, cui vanno aggiunte le 139.804 copie in abbonamento e le 5.701 copie digitali. Fra i quotidiani locali del gruppo, invece, il primato va al “Tirreno” con 57.295 copie, seguito da “La nuova Sardegna” a 43.144 copie medie vendute. Per quanto riguarda gli altri quotidiani nazionali d’informazione, al terzo posto della classifica c’è “la Stampa”, che ha venduto in media 181.139 copie, seguita dal quotidiano economico della Confindustria. “Il Sole 24 ore”, sempre a maggio, ha venduto in edicola 125.799 copie. Fra i giornali sportivi al primo posto c’è “la Gazzetta dello Sport” con 194.310 copie, che nel numero del lunedì salgono a 248.659, entrambi in aumento rispetto ai dati di aprile. Lo segue “il Corriere dello Sport-Stadio” con 121.791 copie (172.289 il lunedì)

Corriere 9.7.13
Il «Corriere» quotidiano più diffuso Con carta e digitale a 468 mila copie
di Giovanni Stringa


MILANO — E’ il Corriere della Sera è il quotidiano più diffuso in Italia, con una media di 407 mila copie cartacee giornaliere: lo spiegano i dati Ads sul mese di maggio basati sulle statistiche fornite dagli editori. Vanno poi aggiunte circa 61 mila copie digitali, registrate sempre da Ads, che portano il totale del Corriere intorno a quota 468 mila. Tornando al solo cartaceo, in seconda posizione con 350 mila copie c’è Repubblica , scesa del 2,1% rispetto ai dati di aprile, contro una sostanziale stabilità (-0,4%) del Corriere. Che, da aprile, ha aumentato il prezzo dei supplementi il venerdì e il sabato. Le statistiche, per le copie cartacee, proseguono con la Gazzetta dello Sport (275 mila copie il lunedì, +5,9%, e 230 mila copie gli altri giorni, +4%), la Stampa (226 mila copie, -1,1%), il Sole 24 Ore (224 mila, +0,1%), il Corriere dello Sport-Stadio (175 mila copie il lunedì, +12,6%, e 130 mila copie gli altri giorni, +8,3%), il Messaggero (145 mila copie, +0,3%) e QN-Il Resto del Carlino (128 mila copie, +0,2%). I numeri valgono come diffusione totale cartacea, includendo — per esempio — la distribuzione in edicola, gli abbonamenti e le copie omaggio, con dati per singolo canale diversi a seconda della testata.
La classifica dei primi 10 quotidiani digitali, invece, inizia con il Sole 24 Ore (75.895 copie medie giornaliere), il Corriere (61.545, a cui vanno aggiunte circa 40 mila copie — collegate ad abbonamenti con operatori telefonici o produttori di hardware — che Ads non riconosce) e Repubblica (49.208). Nella lista, che in questo caso riguarda il venduto, seguono la Gazzetta dello Sport (16.662 il lunedì e 15.857 gli altri giorni), il Fatto Quotidiano (11.358), la Stampa (7.753), l’Unione Sarda (7.709), Italia Oggi (5.032) e il Messaggero (3.418). Tornando alla diffusione cartacea, la sostanziale tenuta dei giornali tra aprile e maggio si trasforma invece in pronunciati segni negativi se il confronto è fatto con il maggio di un anno fa, con cali oltre il 10% per quasi tutti i grandi quotidiani.