mercoledì 5 febbraio 2014

l’Unità 5.2.14
L’offensiva di Berlusconi e i rebus delle alleanze
Con il 20% dei suffragi Forza Italia potrebbe finire per intascare il 53 per cento dei seggi
di Michele Prospero


Quale è la specifica logica competitiva innescata dalla nuova legge elettorale? Sarebbe un errore, dai pesanti risvolti pratici, interpretare il congegno in via di approvazione come fosse un vero doppio turno. Nulla c’è di più deviante che prepararsi alla battaglia avendo in mente una strategia di conquista misurata sui tempi rassicuranti del secondo turno.
Il ballottaggio previsto è solo un corollario, un dettaglio che non definisce la sostanza del meccanismo. Per la soglia assai bassa per aggiudicarsi il premio, la contesa continua ad essere quella che si perpetua ormai dal 2006. E cioè un maggioritario di lista o di coalizione (con una solo apparente base proporzionale) che mette al sicuro chi arriva primo. Tolto il 25-30 per cento dei voti raccolti da forze non coinvolgibili nel gioco bipolare, resta comunque un bacino consistente del 70 per cento dei consensi entro cui si può scatenare la battaglia per intascare subito il cospicuo premio in seggi.
È evidente che la destra giocherà tutte le sue carte per finire la partita al primo turno. Troppo rischioso prolungare la contesa con un altro passaggio agli elettori. E quindi la capacità di tessere delle alleanze plurali in grado di chiudere le offensive diventa cruciale per non soccombere. L’offerta politica che la destra sta confezionando è già intuibile nel suo profilo: un’eterogenea coalizione che agglomera forze culturalmente distanti accomunate solo dalla prospettiva di vincere. La scomposizione dei tentativi terzisti costringe i soggetti moderati e le formazioni ribelli al Cavaliere ad ordinare alle truppe un ripiegamento rapido sotto il suo comando. Quello che Berlusconi perde ogni volta in aula, per via di una leadership minata dal conflitto di interesse e dalle eccessive venature impolitiche, lo riconquista sul terreno della campagna elettorale permanente, in cui eccelle nel raccattare supporter utili alla causa.
Anche adesso che pare un’armata acefala, la destra conferma una grande potenzialità concorrenziale come area stabile cui si aggrappa una fetta consistente di opinione. Che a guidarla sia un signor X ancora da estrarre dal cilindro del marketing (la figlia di Berlusconi o, perché no, Alfano), la destra punta le sue chance affinando il plusvalore coalizionale. Se gli riesce il colpo, Forza Italia con il 20% cento dei suffragi può intascare il 53% dei seggi e non dipendere più dai condizionamenti di alleati sempre capricciosi. È probabile però che il Cavaliere qualcosa dovrà cedere, nella riformulazione delle soglie di sbarramento, perché è arduo impiantare una coalizione di volontari che aspirano solo al suicidio assistito.
A un Berlusconi che assapora inopinati sogni di vittoria, e coltiva ancora il piano proibito di accasarsi al Quirinale prima del diluvio della interdizione perpetua, la sinistra risponde con la riesumazione della vocazione maggioritaria. Il suo calcolo strategico è quello di raccogliere il frutto di un’accentuazione dell’effetto traino della leadership nuova e del suo shopping elettorale a venatura post-ideologica, di lucrare nell’immediato gli esiti del risveglio del voto utile, pronto a riaccendersi al cospetto della drammatizzazione della posta in gioco. Il problema che rischia di complicare i piani è però che elezioni di smottamento, con una mobilità accentuata e con la rottura degli argini sistemici, si sono già celebrate nel 2013. Il prossimo voto potrebbe perciò essere solo un turno di assestamento, con variazioni contenute e con una volatilità di schieramento assai limitata.
Il progetto di sfondare nell’elettorato centrale con una spregiudicata campagna orientata sulla trasversalità della suggestione della persona sola al comando, e non più sulla divisività dei grandi programmi, comporta sempre il rischio di un offuscamento delle ragioni dell’identità, che collegano a un elettorato di appartenenza. Mentre si coltivano le velleità di un’espansione illimitata in ogni spazio politico disponibile, si presenta l’incognita di uno smarrimento di senso nel proprio ambito tradizionale per una carenza di quel riconoscimento simbolico che è sempre alla base della mobilitazione e partecipazione.
Nel sistema politico odierno si notano due distinte aree di frizione. La prima è quella della rappresentanza, che pare a configurazione centrifuga, con forze molto agguerrite e dai toni populisti e antisistema. La seconda zona è a trazione centripeta. E in questa dimensione della governabilità, la distanza ideologica tra un centro destra che ha in Casini, Alfano, Lupi i suoi principali punti di riferimento e un centro sinistra ruotante su Renzi, Letta e Franceschini si accorcia sensibilmente. Nel vuoto di rassicurazione identitaria, già ora si sta insinuando non a caso Grillo, pronto a incursioni corsare per colpire sul fronte sinistro il Pd. In questo senso la vocazione maggioritaria, se declinata come un’offerta politica sbiadita, destinata ad un arco di forze culturalmente troppo omogeneo, lascia incustodito un ampio spazio di sinistra consegnato all’attrattiva del radicalismo della protesta. La cura dell’identità e la politica delle alleanze plurali non possono essere trascurate, se si intende scongiurare il già visto.

Il Fatto 5.2.14
Prodi: Occhio al Caimano
Il professore e i pericoli del sistema elettorale che rimette in pista l’ex premier
di Wanda Marra


Si rischia non solo di resuscitare Berlusconi, ma di farlo vincere. E Matteo può fare la fine di Veltroni”. Le parole attribuite dal Secolo XIX a Romano Prodi sono la più classica delle bombe: da giorni i sondaggi registrano un testa a testa tra centrosinistra e centrodestra, grazie al meccanismo dell’Italicum (e al ritorno a casa di Casini) e da giorni nel Pd si registra il più classico clima da manovre e anti manovre. Alle 18 e 45, dopo che per tutto il giorno i siti hanno rilanciato le dichiarazioni del padre del Pd (lo stesso che domenica aveva invitato Letta “a non aver paura” e a “passare al contrattacco” in un’intervista al Corriere della Sera) arriva la smentita ufficiale: “Smentisco nel modo più radicale quanto a me attribuito dal Secolo XIX a firma di Marco Marozzi. Da mesi non vedo Marco Marozzi, da mesi non lo incontro e non parlo con lui. Quandanche lo avessi incontrato mi sarei guardato dall’avere con lui conversazioni su temi politici. Questo suo presunto scoop mi indigna profondamente”. Parole forti, fortissime. Ma a ben guardare, il Professore (che ieri è stato anche contestato dagli anarchici a Trento) non nega il contenuto delle dichiarazioni a lui attribuite, quanto il fatto di averle dette al giornalista in questione (che peraltro l’ha seguito per decenni).
COMUNQUE sia andata, il tema esiste e l’Italicum ancora ben lontano dal vedere l’alba suscita preoccupazioni evidenti, contrattacchi e avversità palesi. Basta leggere i Tweet di prima mattina di Dario Parrini, candidato unico alla segreteria della Toscana, vicinissimo a Renzi: “Più simboli su scheda = più voti? No. Nel 2008 centrodx 46,8% e 3 simboli (Pdl, Ln, Mpa). Nel 2013 9 simboli e 29,2%. Abbasso l'alleanzismo”. Perché poi la questione vera è che Berlusconi una coalizione ce l’ha, Renzi no. Anzi, fatica a tenere insieme i pezzi di quella potenziale, con Sel (invitata cordialmente a fondersi nel Pd l’altra sera a Porta a Porta da Dario Nardella) che recalcitra, visto che sarebbe la prima vittima sacrificale di questo sistema elettorale e Scelta Civica che alza il prezzo per il suo sostegno. Il segretario informato del pensiero del Professore pare non abbia battuto ciglio, tanto più ormai si sarebbe convinto che alle primarie abbia votato per Civati. Il quale commenta: “Non so se abbia votato per me o meno, ma è certo che il sistema elettorale in discussione favorisce Berlusconi che col proporzionale è sempre andato meglio”.
La minoranza dem sul piede di guerra esulta. Commenta Alfredo D’Attorre con un sorriso a 360 gradi: “Mi paiono evidenti le analogie con le elezioni del 2008”. Quelle che Veltroni perse, appunto. E Danilo Leva: “Una rivoluzione che ci riporta al ‘94 non è certo tale”. Gelido Gianni Cuperlo: “Spero sia una previsione sbagliata”. Chi alla legge ha lavorato in commissione Affari costituzionali, come Bressa, commenta: “Sono tutte valutazioni premature. Non sappiamo come si vota e quando si vota. E i sondaggi hanno sempre sbagliato”. Dice il renziano David Ermini: “Berlusconi non è candidato, i sondaggi stanno sottovalutando questo aspetto. E poi con Renzi si vince”. Rincara Matteo Richetti: “Si sottovaluta la capacità attrattiva di Renzi”. Ma al di là delle prese di posizione ufficiale la situazione è come si dice in movimento. È già partito da parte di alcuni renziani più “di governo” il piano per portare il segretario a Palazzo Chigi, una volta approvata la legge elettorale, senza passare per il voto. Piano che prevede anche di staccare una parte dei Cinque Stelle da Grillo. Lui per ora non si lascia troppo irretire da questa manovra, ma neanche esclude tale possibilità. Non a caso ieri sera è andato da Angelino Alfano: visto che il rimpasto continua a non piacergli, il Renzi uno diventa uno degli scenari più probabili. La Boschi ieri sera a Otto e mezzo non è arrivata a dire che Renzi premier senza elezioni è una cosa che “non accadrà mai”. Intanto Letta domani sarà alla direzione Pd: a Palazzo Chigi sottolineano che per lui è stata una settimana molto positiva e dunque la sua è una partecipazione senza ansia. Visto che di patto di governo il segretario non vuole parlare, non ci dovrebbe essere un ultimatum. Forse un mezzo ultimatum?

Il Fatto 5.2.14
Altro che servizi sociali con l’Italicum rivince B.
L’incubo: Il Cav al ballottaggio imbarca da CasaPound a Maroni, arriva al 37%, Casini gli fa incassare il premio di maggioranza
di Pino Corrias


Il telefono squilla di notte. Il mio amico che fabbrica sondaggi ha avuto un incubo, appena rispondo, abbaia: “E se vince lui?”.
“Stavo dormendo. Lui chi?”. “Come chi? Lui, Berlusconi!”. “Vince cosa?”.
“Le prossime elezioni”.
“Rilassati – gli dico – durante le prossime elezioni starà preparando il ragù nel retro cucina di Don Mazzi. Circondato da ex tossici. Con un braccialetto elettronico alla caviglia, il grembiule sporco di sugo, un filo di barba, Dudù tra i piedi”.
“E allora?”.
“Allora cosa? Starà scontando l’affidamento ai Servizi sociali, altro che Palazzo Chigi”.
“Lui non ci va proprio a Palazzo Chigi, lo abolisce. Nel mio incubo, lui resta in grembiule, prima sparecchia il tavolone, poi fa accomodare i ministri, suona la campanella, e si mette a cucinare le leggi da lì”. “Nella casa famiglia?”. “Bravo”. “Hai mangiato pesante”. “Ho controllato i numeri cento volte: può vincere di nuovo”. “Con l’Italicum?”. “L’ha voluto lui o sbaglio?”. “Lui e Renzi”. “Bravo, quel genio di Renzi”. “E allora?” “Pensaci. Arriva secondo. Va al ballottaggio, imbarca tutti, da CasaPound a casa Pannella, passando per casa Maroni e casa Don Mazzi, arriva al 37 per cento, Casini gli aggiunge il suo zero virgola qualcosa, lui incassa il premio di maggioranza. Bye bye Renzi. È fatta”.
SARÀ CHE in piena notte i fantasmi danzano a loro agio. Ma ecco che dal buio delle predizioni elettorali, arrivano pattinando gli ultimi numeri dei sondaggi, quelli di una sera fa, raccontati da Enrico Mentana, su La7. E poi da Nando Pagnoncelli sul Corriere. Come diceva il titolo? “Con l’Udc Berlusconi e centrodestra avanti. M5S sale, Pd giù”. Lapidario. Al netto dei vent’anni trascorsi sulla linea isoipsa del baratro, immemori di corna e figuracce planetarie, delle mignotte e dello spread, della fregatura Alitalia e incidentalmente di una condanna definitiva, per frode fiscale, che dovrebbe essere delitto di massimo allarme sociale, ma che nel suo caso fa allegria, fa curriculum.
Dunque secondo quei numeri
– e secondo il mio amico in paranoia – la bilancia delle monete elettorali ha accumulato quello spicciolo in più che di nuovo piega il destino verso la sua vittoria. Che poi sarebbe la nostra sconfitta. Svelando, dentro al cilindro dove si allevano tutti i conigli politici, il volto sorridente e qualche volta inconsapevole, ma indubitabilmente democratico cristiano, di Pier Ferdinando Casini, il redivivo. S’avanza nella sua nuvola di borotalco e polvere di voti, appena sbarbato dalla sua Azzurra che è pur sempre una Caltagirone, con rotative e palazzi incorporati, diseducata anche lei a stare ai margini del giro. Chi se ne frega dei calci presi negli stinchi e degli insulti quando Silvio lo annoverava nel “trio sciagura”, con i desaparecidos Fini e Monti. Di quando lo battezzava “l’orridissimo Casini” e in privato ancora peggio. Basta il suo foulard sulla bilancia elettorale ed ecco che il fondotinta berlusconiano ritorna a dilagare e forse a sommergerci, non di tragedia, ma di ridicolo. Sarà interessante scoprire quale consesso di costituzionalisti verrà convocato al Quirinale per stabilire d’urgenza se sia possibile oppure no, indossando il grembiule dei Servizi sociali , guidare un governo nell’Occidente della signora Merkel e del dottor Draghi, fare contemporaneamente frittate coi carciofi e leggi di stabilità, “ripulire i cessi per imparare l’umiltà”, come auspicò don Mazzi, e “ripulire i tribunali da certi magistrati rossi”, come promette da due decenni l’umile Unto del Signore.
UN’AUSPICABILE Authority stabilirà in quali ore d’aria si varerà la nuova legge sui decoder e le frequenze. A quanti colloqui avrà diritto. Quante telefonate (intercettabili?) potrà fare. Quanti incontri con lo psicologo e con il tetro Paolo Romani, il suo capogruppo. Quanti con le bimbe a tassametro, gli oligarchi ex sovietici, il povero Lavitola, eternocarcerato. Servirà un decalogo? Oppure si varerà una nuova Bicamerale per riscrivere un po’ di Codice penale e un po’ di Galateo istituzionale? E anche stavolta si renderà disponibile, quella vecchia volpe di Max D’Alema?
Dopo le revisioni della Costituzione e del Buon Senso si dovrà affrontare la spinosa questione dei nuovi processi – il Ruby Ter a Milano, la compravendita dei lombi di De Gregorio a Napoli, la tarantella di Tarantini a Bari – che potrebbero accrescere d’altri impedimenti la giornata già piena di detersivi e lavatrici del nostro (quasi) carcerato leader. Implementando la sua carriera criminale, il suo eterno debito con la giustizia. Che si fa, aboliamo i processi, aboliamo i reati, aumentiamo i suoi buoni pasto? O più prudentemente ci affideremo alla saggezza del Colle per una grazia a tre gusti, formato (casa) famiglia?
“Ahò, ti sei addormentato o ci sei ancora?” mi chiede il mio amico sondaggista. “No, niente pensavo. I vostri numeri sbagliano e tu sei troppo pessimista”. “Non conosci il Paese”. “Ho sonno”. “E soprattutto non conosci gli italiani. Buonanotte”.

il Fatto 5.2.14
A Destra prove di grande ammucchiata
Alla commemorazione di Tatarella si ritrova la nuova Falange berlusconiana
Da Alfano a La Russa
di Sara Nicoli


Nel nome di Pinuccio. Dalla morte di Tatarella, colonna del Movimento Sociale Italiano e poi di An (fu l'artefice nel 1987 della vittoria al congresso di Sorrento che portò Gianfranco Fini al vertice del partito), nel suo ricordo se ne sono dette e fatte di tutti i colori. Ogni anno, d’altra parte, la Fondazione Tatarella organizza una commemorazione per tenere viva quella “fiamma” che fu il filo conduttore della vita del politico, caro a Fini quanto a Berlusconi; riunire tutti i moderati italiani in una coalizione che andasse “Oltre il Polo” . Una fiamma che per anni Berlusconi ha cercato di raccogliere etenere viva, ma che ora è davvero a un passo dall’avverarsi. Complice l’Italicum e la volontà del Cavaliere di avere la meglio su Renzi raggiungendo, già al primo turno della nuova tornata elettorale, il 37% attraverso una sommatoria di percentuali raggranellate dai piccoli partiti, quella “grande ammucchiata”, come la chiamano nel Pd, che Tatarella aveva però immaginato un po’ diversa potrebbe palesarsi come per incanto. Oggi stesso. Teatro dell’evento, piazza di Pietra in Roma. Sotto lo sguardo bonario di una gigantografia di Tatarella, nel quindicesimo anniversario della scomparsa, saranno tutti lì gli attori di questa nuova partita a parlare, non a caso, del “centrodestra della terza Repubblica”. Scorrono gli anni, ma i “sogni” restano e, soprattutto le facce non cambiano, ma si adattano al nuovo che avanza (sotto forma di legge elettorale) per non perdere la poltrona oppure, in qualche caso, per riconquistare quella perduta.
SACERDOTE d’eccezione di questo battesimo sarà il Cavaliere. Manderà un saluto ai convitati che verrà letto, dal palco, da Italo Bocchino, moderatore del dibattito con Giuseppe Tatarella figlio. In platea, tutti quelli che sono destinati a comporre la falange berlusconiana alle prossime Politiche: Angelino Alfano, leader Ncd, Maurizio Gasparri, per tenere alta la bandiera di Forza Italia ma anche di An, Ignazio La Russa, per Fratelli d'Italia, Roberto Maroni, il governatore leghista che nel Carroccio detta ancora più legge del segretario Matteo Salvini e, infine, il ministro Mario Mauro, in rappresentanza di quella parte di Scelta Civica che, quasi certamente, sceglierà la destra e non la sinistra. All’appello mancherà Pier Ferdinando Casini, che di Tatarella tuttavia fu amico, perché il leader centrista il suo passo di ritorno a casa l’ha già fatto. La fotografia sarà da incorniciare: il centrodestra dei (supposti) moderati tutti insieme nel nome di “Pinuccio”.

Repubblica 5.2.14
Senato parte civile sulla compravendita i centristi possono salvare il Cavaliere
Decisivi De Poli e Lanzillotta. Pd: schierarsi è un atto dovuto
di Goffredo de Marchis


ROMA — Persa la battaglia della decadenza, l’ex senatore Berlusconi potrebbe vincere quella del processo che comincia lunedì a Napoli per la compravendita dei senatori nel 2006-2008. Oggi l’ufficio di presidenza decide se il Senato si costituirà parte civile nel dibattimento. Ovvero se sposa in pieno la tesi dell’accusa, se chiede i danni al Cavaliere per l’immagine deturpata del Parlamento. E la bilancia pende verso il no.
Il Pd è sulle barricate, nonostante la minaccia di Berlusconi sia quella, sottintesa, di boicottare il patto sulla legge elettorale. «Abbiamo ricevuto dal tribunale di Napoli un documento molto chiaro — racconta il capogruppo Luigi Zanda — . Dice chiaramente che il Senato è parte lesa e ha subito un gravissimo danno. La costituzione di parte civile un atto quasi dovuto». Non sul piano giuridico, però. «Un obbligo formale non c’è. C’è semmai un obbligo morale — spiega Felice Casson — . Per il Senato è doveroso essere presente al processo. L’accusa è molto pesante ». Ma i numeri disegnano un quadro molto diverso.
Nell’ufficio di presidenza siedono 18 senatori più il presidente Piero Grasso. Sulla carta c’è una parità tra centrodestra e centrosinistra (più il Movimento 5stelle). Il voto decisivo è quello del senatore Udc Antonio De Poli, molto vicino a Pier Ferdinando Casini. Lo stesso Casini che sta tornando accanto al Cavaliere. Ma ieri è crollato un altro tassello nel fronte favorevole al processo. Linda Lanzillotta infatti ha molti dubbi. Anzi, le sue parole indicano una preferenza netta per il no. «Trovo la richiesta di costituzione di parte civile un po’ singolare. Non esistono precedenti — dice la senatrice di Scelta civica — . Anche se io non ho ancora letto bene le carte. Valuterò, ma non condivido l’idea di trasformare tutto quello che avviene nelle aule della politica in una vicenda giudiziaria».
In questo quadro, la scelta di De Poli appare scontata. «Difficilmente si troverà più a sinistra della Lanzillotta», osservano dalsuo partito. Il senatore Udc si è preso la notte per riflettere. Però la sua rotta sembra già chiara. Messa così, non c’è partita: i no alla partecipazione del Senato al processo sono 10 (2 Lega, 4 Forza Italia, 1 Gruppo autonomie, 1 Ncd, 1 Udc, 1 Sc), i sì 8 (5 Pd, 1M5s, 1 Sel, 1 Svp in forse). Berlusconi verrebbe salvato da De Poli e Lanzillotta ed eviterebbe lo schiaffo di un Senato che lo considera a priori colpevole e vuole i danni. Si allontanerebbe anche l’ipotesi del pareggio che avrebbe consegnato a Grasso il potere dell’ultima parola.
Grasso, nei suoi colloqui privati, non ha nascosto di essere favorevole ad andare in giudizio. Per questo Zanda, visti i numeri contrari, spera che sia il presidente a prendere in mano il pallino e a decidere senza mettere ai voti la scelta. Ma Grasso sa che l’atto non è «giuridicamente dovuto », che l’automatismo non esiste. Quindi la questione è politica e vanno coinvolte tutte le forze presenti a Palazzo Madama. Matteo Renzi ha sentito il capogruppo del Pd al Senato. «Dovete andare avanti e chiedere di essere parte civile nel processo », è stato il consiglio del segretario. E il rischio di far saltare l’accordo delle riforme? Non è quello il problema, ripete Zanda d’intesa con il sindaco. Ma forse l’Italicum non corre rischi grazie a Lanzillotta, la montiana che da qualche giorno tifa Renzi per sostituire in corsa Enrico Letta a Palazzo Chigi e guarda al centrosinistra per il futuro. «Io penso che Grasso non possa decidere da solo e penso che non tutto può essere ridotto a una vertenza giudiziaria», insiste la senatrice montiana.
Nelle riunioni di ieri, si sono sondati gli umori dei membri dell’ufficio di presidenza. I sostenitori del processo confidano in una battuta lanciata dalla Lanzillotta. «Potrei anche non partecipare alla riunione», ha detto a qualcuno. Ma oggi la bilancia pende a favore di Berlusconi. Imputato al processo per aver “comprato” il senatore De Gregorio, ma senza il Senato contro, probabilmente.


l’Unità 5.2.14
Lombardia
Parla il cardinale Scola per protesta i consiglieri grillini lasciano l’aula

I consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno lasciato l’aula del Consiglio regionale lombardo in segno di protesta contro la presenza di Angelo Scola. Non appena l’arcivescovo di Milano ha fatto ingresso nella sala del Pirellone, accompagnato dal governatore Roberto Maroni e dal presidente del Consiglio, Raffaele Cattaneo, i consiglieri M5S hanno abbandonato l’aula. Gli esponenti Cinquestelle avevano un «bavaglio» bianco al braccio, in segno di protesta perché gli era stato negato di intervenire per criticare la scelta di far partecipare il cardinale in una sede laica.
I consiglieri hanno seguito il discorso del cardinale in una sala attigua. Al termine del suo intervento, sono rientrati in aula, si sono avvicinati all’arcivescovo di Milano e gli hanno spiegato le ragioni della loro protesta.

il Fatto 5.2.14
Paolo Maddalena Ex presidente della Consulta
“Sulle banche hanno ragione, ma devono rispettare la Camera”
di Davide Vecchi

Milano Siamo come i capponi di Renzo: si beccano tra loro ma sono destinati alla pentola. Vince chi parla più forte alla pancia. La causa del disagio è la crisi del nostro sistema economico, i lavoratori resi poveri e la ricchezza in mano a pochi: il progetto della P2 di Gelli si sta compiendo”. A parlare è Paolo Maddalena. Giurista, magistrato, ex presidente della Corte Costituzionale. Partendo dal commentare lo scontro degli ultimi giorni tra M5S e Boldrini, critica l’operato del governo Letta, boccia il decreto Imu e la legge elettorale (“incostituzionale”) e si rammarica: “Il Paese che lascio è peggiore di quello che ho ricevuto”.
Siamo messi così male?
Basterebbe seguire la Costituzione italiana per salvare tutto, invece fanno l’esatto contrario.
Scusi?
Da dove è nato lo scontro tra i deputati del M5s e il presidente della Camera? Dal decreto Imu in cui hanno nascosto il regalo alle banche. Ora viene meno il ruolo della Banca d’Italia che è quello di salvaguardare la valuta. Questa è una cosa gravissima. A Roma si sono venduti la zecca agli americani, casina Valadier a uno sceicco, ora che Alitalia è di nuovo in stato di prefallimento servono gli arabi per risollevarci nonostante abbiamo pagato 5 miliardi regalandoli a Colaninno e co.
Lo scontro tra i deputati M5s e Boldrini dipende dalla crisi complessiva della società causata dalle scelte scellerate dei governi che si sono susseguiti in questi anni?
Sì, una crisi profonda dovuta a un arricchimento di pochi a scapito di tutti, i lavoratori sono diventati poveri e la finanza non è più rappresentata da imprenditori che producono ma da manager che speculato acquistando i debiti.
Lei è apocalittico
Io? Io traduco quello che vedo. Mettere da parte 50 miliardi l’anno per 20 anni, come hanno deciso di fare, significa solo una cosa: suicidarsi, è semplice. Se non aumenta la produzione non si diminuisce il debito pubblico. O vogliamo parlare delle privatizzazioni? E la Fiat... Marchionne sposta tutto in Olanda e in Inghilterra? Ma stiamo scherzando: deve lasciare sul territorio italiano o restituire ciò che ha ricevuto in questi anni.
Soluzioni?
Stanno svendendo il demanio e si arricchiscono le banche, si ricordi che le banche non possono fallire gli Stati sì, quindi falliremo anche noi. Abbiamo demandato il potere alla Germania, forse dovremo uscire dall’Europa e crearne un’altra con Spagna, Portogallo, Grecia, forse la Francia.
Mi sembra doveroso chiederle che opinione ha del Movimento 5 Stelle.
Sulla questione della banca d’Italia sono stati lodevolissimi. Hanno sbagliato i modi, il metodo, perché l’aula e il presidente della Camera devono essere rispettate, ma la sostanza era condivisibile. Ho visto parlamentari in gamba tra di loro, ragazzi molto per bene. A loro rimprovero il non dare sostegno costruttivo alla discussione e alle leggi. Se la linea è dobbiamo stravincere allora no, non funziona e non mi piace. Io temo altre maggioranze, questo ritorno del becero centrodestra. Renzi secondo me sbaglia i conti.
Si spieghi.
Le sembra il caso di andare a discutere con il maggiore responsabile della disperazione sociale ed economica di questo Paese? Siamo in questa situazione a causa di un solo uomo che ha ridotto la politica alla compravendita dei parlamentari, cioè degli uomini. Non c’è più alcun valore, tutto si compra, tutto si vende. Perché Renzi ha parlato con lui di legge elettorale? Fra l’altro la loro bozza è assolutamente incostituzionale.

Il Fatto 5.2.14
Il parroco di Renzi “Già da bimbo era un leader”

Il settimanale di casa Berlusconi, “Chi”, pubblica foto e testimonianze del segretario Pd in versione piccolo lupetto.
Cioè di quando Matteo Renzi frequentava l’oratorio vicino casa e partecipava alle attività dei boy scout.
“Ho conosciuto Matteo Renzi quando aveva sette anni e fin da allora aveva la stoffa del capo” d i ce in un’intervista in edicola da oggi, don Giovanni Sassolini, vicario di Fiesole e parroco di Figline Valdarno, che per anno è stato parroco a Rignano sull’Arno, dove abita la famiglia Renzi. Don Sassolini ha visto crescere il futuro segretario fin da piccolo. E ora ricorda, intervistato dal giornale patinato: “Matteo era svelto di lingua e non si arrendeva mai, lottava per portare avanti le sue idee. Ha sempre avuto la fissazione delle regole”. Un difetto? Era disordinato, come suo padre”, racconta don Giovanni.

l’Unità 5.2.14
Renzi vede Alfano. Pronto al confronto con il premier
Alla direzione domani il premier insisterà su risultati e obiettivi dell’esecutivo
I renziani: «Non c’è la ripresa del Paese reale»
di Vladimiro Frulletti


Nessuna sfida, ma domani alla direzione Pd andrà in onda un vero confronto fra il segretario e il premier. Un passaggio delicato visto che lì si incroceranno i destini del governo e delle riforme. Ieri il segretario Pd è andato al Viminale a discuterne con il leader del Nuovo centrodestra e vicepremier Angelino Alfano e stamani si confronterà con la segreteria. È vero che all’ordine del giorno della direzione non è stato messa la questione governo, ma le riforme, in particolare quella del Senato (stasera Renzi vedrà i senatori), e il jobs act per cui Pippo Civati presenterà un proprio documento («Contro la disuguaglianza: abbiamo un piano» il titolo).Mala questione sarà posta dalla stessa presenza di Letta che interverrà. Il «cambio di passo» nell’azione di governo infatti è ritenuto necessario sia dal segretario che dal premier. Ma è sul come e il quando che le idee non coincidono. Renzi non vuole sentire parlare di rimpasto e prima di affrontare la riscrittura dell’agenda di governo vuole incassare il sì (almeno della Camera) all’Italicum. Un rinvio però che dipende anche dalla scarsa convinzione che questo governo, anche con innesti renziani, possa davvero cambiare passo. Per cui legare ad esso i destini propri e del Pd sarebbe un grande rischio.
Si spiegano anche così le frecciate (dirette e indirette) che quotidianamente arrivano dalla maggioranza renziana del Pd verso il governo. Come i deputati Bobba, Gelli, Magorno e Lorenza Bonaccorsi che lodando le parole anti austerity di Napolitano davanti al Parlamento Ue si domandano come mai quel discorso non l’abbia ancora sentito da Letta e Saccomanni a cui chiedono uno scatto per fari rimettere in discussione «il vincolo oramai anacronistico del 3% nel rapporto deficit- pil». Che non a caso è uno dei cavalli di battaglia più noti di Renzi. E anche il deputato Dario Nardella, di solito molto cauto, avvisa che «non possiamo accontentarci di una ripresa macro-economica che non si traduce nella ripresa del paese reale». Per l’ex vicesindaco di Renzi a Palazzo Vecchio la soluzione poi non starà nel mettere «ministri renziani» (sa di «vecchia politica» avverte), ma nel seguire il metodo Renzi che sulla legge elettorale in un mese è arrivato a trovare la soluzione. «La stessa concretezza dobbiamo usarla sui provvedimenti economici» è l’invito che Nardella manda a Palazzo Chigi.
Insomma nella maggioranza del Pd si pensa che il governo Letta sia eccessivamente titubante a fare scelte nette e che possa essere prigioniero della sindrome del tirare a campare. Almeno in politica interna, visto che su quella estera è lo stesso Renzi a riconoscere all’amico Enrico un protagonismo positivo. Giudizi che dalle parti del premier sono considerati ingenerosi se non infondati. E ieri è stato lo stesso Letta a sottolineare non solo che il disfattismo non aiuta, ma che aver convinto il Kuwait a investire 500 milioni di euro in Italia è «politica interna, economica, industriale perché il nostro Paese oggi è il mondo, non si ferma ai confini nazionali». Un messaggio diretto a Renzi. Che infatti viene ripreso e rilanciato da parlamentari Pd che stanno dalla parte di Letta. «In Kuwait evidentemente non danno retta alle cassandre nostrane» annota Antonio Misiani, mentre Davide Zoggia parla di «successo del Governo» che vale come «straordinaria spinta a continuare nel lavoro intrapreso», «l’inversione di tendenza è sotto gli occhi di tutti» aggiunge Dario Ginefra, e il sottosegretario Maurizio Martina vi vede «un passaggio decisivo per l’Italia ». Insomma una buona dose anche di enfasi per rintuzzare gli attacchi renziani che qualche crepa nella tenuta del governo la stanno producendo.

l’Unità 5.2.14
Va alla Direzione
Governo, Letta sfida Renzi davanti al Pd
Sarà sfida sul governo
di Ninni Andriolo


Il premier illustrerà il lavoro su Impegno 2014
Stesso timing con Renzi: prima la legge elettoralepoi il patto di coalizione. E il conflitto d’interessi
Dal Kuwait bacchetta Confindustria: disfattisti legge elettorale, riforma del Senato, titolo V della Costituzione, Jobs act. Nella sua relazione Renzi parlerà del governo ovviamente, ma la partecipazione del presidente del Consiglio alla direzione di domani, e l’annuncio che Letta interverrà per porre l’accento sul patto di maggioranza, non muta l’ordine del giorno messo a punto dal segretario Pd per riconfermare la precedenza al cammino delle riforme. Dal Nazareno escludono «un bilaterale» con documenti diversi da mettere ai voti. Letta potrebbe parlare per primo, dopo il segretario; l’intervento sarà importante perché a pronunciarlo sarà il capo del governo. Ma sarà - appunto - un intervento come altri. Per il premier, al contrario, la direzione Pd di domani costituirà «una tappa decisiva del nuovo inizio». Nuovo inizio per il governo, per i rapporti tra questo e il Partito democratico e tra esecutivo e maggioranza, «per il Paese». Renzi prende tempo, rinviando l’annunciata direzione Pd sul «patto »? Il premier ritiene utile utilizzare la riunione di domani, invece, per far conoscere al suo partito - architrave della coalizione - il lavoro fatto fin qui su Impegno2014, e punta su un primo confronto che acceleri l’intesa con tutta la maggioranza. Una sfida? Così appare quella di Letta anche se dalle parti di Palazzo Chigi smentiscono intenti polemici e sottolineano che «aprire una discussione sulle priorità per il 2015 non significa mettere bastoni tra le ruote di Renzi». Letta «com’è nel suo stile» non mancherà - spiegano - di concordare con il segretario Pd le modalità del «contributo» alla direzione. In modo che si possa evitare «il solito ritornello sul dualismo tra Enrico e Matteo».
L’ITER DELLA LEGGE ELETTORALE
E per sgombrare il campo da equivoci il premier dovrebbe condividere l’itinerario che intende seguire Renzi: prima il voto sulla riforma elettorale alla Camera, solo dopo l’ufficializzazione del Patto di maggioranza. Questo scadenzario non dovrebbe impedire però che il Pd e la maggioranza discutano «il progetto» fino alla primavera 2015 su cui Letta lavora da mesi per dare sostanza «al nuovo inizio». Due convogli che possono marciare parallelamente, quello del governo e quello delle riforme? «Un successo della legge elettorale fa bene a tutti », spiegava in un’intervista la lettiana Paola De Micheli, vice presidente dei deputati Pd. «Teniamo separati i due percorsi - esortava - l’esecutivo e le riforme, che hanno peraltro maggioranze diverse».
AFFIDABILI GRAZIE A STABILITÀ
Letta proporrà al suo partito alcune priorità: sostegno all’occupazione e alle imprese, semplificazioni, giustizia civile, conflitti d’interesse, ecc. E ne approfitterà per ricostruire i risultati ottenuti dal governo. Ieri, da Kuwait City, ha bacchettato i «disfattisti » facendo un riferimento esplicito a Confindustria. «A dimostrazione che l’Italia è un Paese affidabile il Kuwait ha creduto nella stabilità e ha deciso di investire 500 milioni nel nostro Paese», ha annunciato. I risultati ottenuti nel Golfo costituiscono per il premier «la migliore risposta al disfattismo imperante in Italia». L’investimento in Italia, ha sottolineato Letta, «è la dimostrazione che il nostro sistema funziona e che se lavoriamo con un gioco di squadra i risultati arrivano». La frecciata a Renzi, poi. «Ho letto molti ragionamenti sulla distinzione tra la politica interna e quella estera - ha affermato il premier - Questa è politica interna, la politica industriale è politica interna». Una risposta al leader Pd che, durante una puntata di Le invasioni barbariche, aveva esaltato il ruolo del premier all’estero, contrapponendolo nei fatti alle sue capacità d’iniziativa in Italia. «Quando Enrico si occupa di politica estera è il più grande in assoluto - affermò il leader Pd - Io lo stimo moltissimo». «Il nostro Paese non si limita ai confini nazionali - così, ieri, la replica di Letta - - Sono contento che i paesi de Golfo abbiano deciso di fare investimenti in Italia, daranno più fiducia al nostro paese, realizzeranno posti di lavoro e aiuteranno la crescita»
IL GOVERNO NON RIMANE FERMO
Gioco di squadra, quindi. È questo che il premier chiede al Pd e al suo segretario, dando atto a Renzi - tra l’altro - dell’accelerazione positiva imposta al cammino delle riforme. «Il governo c’è ed è tutt’altro che fermo », commentano dalle parti di Palazzo Chigi. Il premier, domani, dovrebbe mettere in fila alcuni dei risultati «macro e microeconomici» raggiunti in questi mesi. E i suoi collaboratori ricordano il calo dello spread, la riduzione del debito pubblico, e assieme ventimila posti di lavoro «salvati» e quarantacinquemila nuovi assunti grazie alle iniziative contro la disoccupazione giovanile. «Una goccia nel mare», naturalmente. Così come i numeri delle vertenze risolte (circa 220 al momento del voto di fiducia, 160 adesso). Per i lettiani fino alla legge di stabilità il governo è stato costretto a mettere in campo «una politica difensiva» frutto anche dei patti con l’Europa e del lascito dei governi precedenti. Adesso - confidano i suoi - «è possibile andare oltre, anche nei rapporti con l’Unione europea utilizzando per bene il semestre di presidenza italiana ».

Repubblica 5.2.14
Il fronte trasversale a favore di Matteo
“Se Enrico non cambia passo tocca a te”
Il no del segretario: “Vada avanti lui”. L’ipotesi del voto
di Claudi Tito


EPPURE nella maggioranza e tra i leader della futura coalizione di centrosinistra il tam tam è già partito. Negli incontri riservati un po’ tutti danno per scontata l’opzione del leader democratico. Anche se tutti sanno che l’operazione è contaminata da un livello di rischio molto alto. Il precedente del 1998, quello di Massimo D’Alema aleggia come un fantasma. Ne sono consapevoli Renzi e tutti gli interlocutori che negli ultimi giorni gli hanno ripetutamente chiesto di fare un passo avanti.
Il loro ragionamento è questo: se Letta non fosse in grado di compiere l’auspicato cambio di passo, sarebbe indispensabile correre ai ripari. Il rischio è che la legislatura vada avanti senza un vero segno di cambiamento. E che si arrivi al 2015 con un centrosinistra consumato e con una leadership logorata. Sia dentro il Partito Democratico sia tra gli alleati, si mettono in evidenza i richiami dell’Unione europea ad accelerare sulle riforme, a porre l’attenzione sul riassetto della Pubblica amministrazione e sulla riduzione dei tempi della giustizia. Questioni che marcherebbero un’inversione di tendenza.
Anche a Palazzo Chigi, poi, sono rimasti colpiti dagli attacchi sistematici mossi dalla Confindustria. L’associazione di Viale dell’Astronomia ormai quasi quotidianamente spara bordate contro il governo. Un clima che agita i sonni del presidente del consiglio. Senza contare che il prossimo 18 febbraio si terrà pure la manifestazione nazionale di ReteItalia (l’organizzazione che riunisce tutte le associazioni di imprenditori dalla Confindustria alla Confcommercio).
L’allarme, però, coinvolge tutte le forze che sostengono l’esecutivo. «Dovete anche capire - sono ad esempio le parole del leader Ncd, Angelino Alfano, ai suoi alleati - che voi così mi rispingete tra le braccia del Cavaliere ». Il vicepresidente del consiglio chiede ancora tempo. L’idea di varare la legge elettorale e poi sostanzialmente andare alle urne non lo convince. Quindi - è la sua valutazione - per dare sostegno alla legislatura «serve un impegno del segretario del Pd».
Eccola dunque la “staffetta”. I “montiani” di Scelta civica sono da tempo convinti che sia quella la carta da giocare. E nonostante le scaramucce di questi giorni anche il capo di Sel, Nichi Vendola, ha ammesso che «questa può essere una possibilità». Persino il “nemico” del Sindaco e capo della minoranza pd, Gianni Cuperlo, è ormai orientato in questa direzione. Per un motivo molto semplice: gli ex dalemiani pensano di riprendersi così il partito.
La road map immaginata in queste ore è quindi questa: verificare domani nella riunione della direzione democratica se il premier è in grado di organizzare un «rilancio». Aspettare il voto sulla riforma elettorale e subito dopo stabilire, davanti al bivio, quale strada imboccare. È chiaro che tutti considerano fondamentale il via libera all’Italicum. Qualsiasi mossa ha infatti un solo paracadute: la possibilità di tornare in ogni momento al voto con la riforma già varata. Anzi, proprio l’Italicum sarebbe la giustificazione per un nuovo governo che si configurerebbe come “costituente”: uno strumento per accompagnare le riforme. Certo, tra due settimane mancherebbe ancora il sì del Senato alla legge elettorale ma a quel punto nessuno - nemmeno Silvio Berlusconi - sarebbe interessato a far saltare un sistema che garantisce il bipolarismo e quindi la centralità di Forza Italia.
Non solo. A breve proprio il segretario pd dovrebbe schierarsi a favore di una modifica alla riforma che introduca, insieme alla norma “salva-Lega” anche una “salva-Sel”, che prevede il recupero del “miglior perdente” all’interno di una coalizione, ossia il primo partito che non supera lo sbarramento al 4,5% (e che probabilmente verrà abbassato al 4). Questo emendamento sarebbe una sorta diwild card a disposizione di Vendola per ricomporre il dissidio con i democratici e, nel caso, per rientrare nella maggioranza appoggiando un eventuale gabinetto Renzi. Si tratterebbe di una decina di voti in più al Senato in grado di irrobustire la maggioranza. Una pattuglia che per molti potrebbe ulteriormente infoltirsi con l’approdo di quei grillini dissidenti pronti a manifestarsi in occasione del voto sulla riforma elettorale.
Eppure, in tutti i colloqui si valutano anche i tanti ”contro” che sconsigliano la “staffetta”. In primo luogo è proprio Renzi a non volerne sapere. «Per me non esiste. Deve andare avanti Letta - ripete ad ogni piè sospinto - Deve essere lui a cambiare passo. Io resisto. E rimango dove sto».
Il secondo ostacolo riguarda il Quirinale. Un nuovo governo deve superare il check in del Colle. E fino ad ora Napolitano non ha mai nascosto la sua preferenza a favore della continuità lettiana. Le controindicazioni, però, non sono solo queste. L’”effetto-D’Alema” potrebbe avvolgere l’intero disegno. Arrivare a Palazzo Chigi dalla porta di servizioe dopo aver fatto traslocare un esponente del proprio partito, può trasformarsi in un colpo letale. Bruciando l’ennesima leadership del centrosinistra. Senza contare che nessuno è in grado di prevedere la reazione di Silvio Berlusconi. «È chiaro - ragionava proprio nel week end il Cavaliere - che se nasce il governo Renzi, noi chiederemo di entrare». Un’ipotesi che fa letteralmente inorridire il sindaco. Il capo di Forza Italia però se fosse respinto, avrebbe le mani libere per far saltare il patto per abolire il Senato e rivedere il Titolo V della costituzione. In quel caso lo show down non farebbe altro che portare al voto anticipato. Un azzardo se non si modifica il ruolo del Senato. Anche con l’Italicum, infatti, restano altissime le probabilità di dover fare i conti con aula di Palazzo Madama di nuovo ingestibile ed esposta alla rinascita delle larghe intese.
Sta di fatto che il bivio resta. Domani il premier proverà a sfidare Renzi chiedendo in direzione subito l’impegno a formare un nuovo governo. Se Letta non convince il suo partito, dinanzi a Largo del Nazareno e a Piazza del Quirinale si ripresenterà la medesima biforcazione: voto o incarico a Renzi. E come dice il prodiano Sandro Gozi, ex funzionario della Commissione europea, «nulla impedisce di aprire le urne durante il semestre di presidenza dell’Ue. Da quando c’è il presidente permanente del Consiglio europeo, quello di turno è una sorta di assistente. E comunque è accaduto anche nel 1996». Quando nella corsa a Palazzo Chigi vinse Romano Prodi.

l’Unità 5.2.14
Napolitano: «Il risultato delle Europee non avrà ripercussioni sul governo»
di Marcella Ciarnielli


«Nulla può farci tornare indietro». L’europeista convinto Giorgio Napolitano ha scelto il Parlamento di Strasburgo per dare una risposta ferma, decisa ma anche appassionata a quanti propongono operazioni impossibili per cambiare faccia all’Unione mentre «la costruzione europea ha ormai delle fondamenta talmente profonde, che si è creata un’interconnessione e compenetrazione radicata tra le nostre società, tra le nostre istituzioni, tra le forze sociali, i cittadini e i giovani dei nostri Paesi».
Il presidente della Repubblica, nel suo discorso davanti al Parlamento europeo che si avvia al rinnovo, ha parlato di quella consultazione come del «momento della verità». In un clima certo reso difficile da una crisi che ha certamente alimentato l’onda dell’antieuropeismo, ha stigmatizzato «la vacua propaganda e la scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi, dall’Europa dei sei a quella dei 28. Come si può parlare di “fine del sogno europeo”, sostenendo magari che quella fine si potrebbe scongiurarla abbandonando l’Euro per salvare l’Unione? La fattibilità e le conseguenze traumatiche di quell’abbandono vengono considerate da qualcuno con disarmante semplicismo. Né vedo quale dovrebbe essere il luogo e quali i garanti di un così improbabile scambio». «ILMOMENTODELLAVERITÀ» L’antieuropeismo, la battaglia all’Euro, stanno caratterizzando anche la politica di alcuni partiti italiani. È la realtà con cui deve misurarsi chi sta lavorando per la stabilità e la crescita. A margine della celebrazione del trentesimo anniversario dell’approvazione del progetto di Trattato costituzionale europeo di Altiero Spinelli, il presidente ha ricordato come anche in Italia «taluni partiti faranno opposizione» nei confronti delle istanze europeistiche, Movimento5Stelle e Lega in testa, «ma proprio per questo gli altri hanno il dovere di impegnarsi sui temi europei». E poi sia chiaro: qualsiasi risultato scaturirà dalle urne, «non c’è una ricaduta meccanica sugli equilibri nazionali». In altre parole, sulla tenuta del governo. Se la maggioranza tenesse, non si vedrebbe il motivo di aprire alcun gioco. Se invece ci fosse «un trauma tra i partiti della maggioranza », allora «non si sa con quale obiettivo questi possano volersi sottrarre alle loro responsabilità». Insomma, il governo non deve essere messo in discussione sulla base del dato elettorale. Nel suo discorso al Parlamento, pur nella consapevolezza che la Lega non avrebbe mancato di farsi sentire con la «tradizionale» contestazione che c’è stata anche se «modesta e marginale» Napolitano ha difeso l’Europa unita e l’Euro. «Nonostante il moltiplicarsi, in questi anni, delle previsioni catastrofiche sull’imminente crollo dell’Euro, le istituzioni dell’Unione e le più avvedute leadership politiche nazionali hanno compreso che per salvaguardare l’intero progetto europeo era essenziale difendere l’Euro. Ma è stato necessario fare i conti con gli errori compiuti».
La crisi c’è. Ed è sotto gli occhi di tutti. Innanzitutto nel cuore, nel cervello, nelle mani e nelle tasche di quei giovani alla ricerca disperata di un lavoro, di quanti lo hanno perso o temono di restare senza un reddito. Senza la dignità di una occupazione. Su questo Napolitano ha chiamato ad una profonda riflessione. «Appare dunque naturale che nel dibattito pubblico e nel confronto politico abbia assunto una netta priorità il tema di una svolta capace di condurre a quell’effettivo rilancio della crescita e dell’occupazione da ogni parte considerato indispensabile e auspicato. Si ritiene cioè che non regga più una politica di austerità ad ogni costo. Quest’ultima ha costituito la risposta prevalente alla crisi del debito sovrano nell’area dell’Euro e ha privilegiato drastiche misure per il contenimento del rapporto deficit-Pil, per il riequilibrio, a tappe forzate, della finanza pubblica in ciascun paese dell’area». Però «la svolta che oggi si auspica da parte di molti non può certamente andare nel senso dell’irresponsabilità demagogica e del ripiegamento su situazioni di deficit e di debiti eccessivi. Essa deve riflettere la consapevolezza di un circolo vizioso ormai insorto tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee, giunte oggi al bivio tra primi segni di ripresa e rischi, se non di deflazione, di sostanziale stagnazione. Rompere quello che per diversi aspetti è diventato, appunto, un circolo vizioso - è ormai essenziale» guardando innanzitutto ai giovani.
Napolitano ha rivendicato che «l’Italia, in particolare, ha compiuto rilevanti sforzi e sacrifici, essendo bersaglio sui mercati finanziari per il livello degli interessi sull’ingente debito pubblico accumulato nei decenni precedenti». E che «nemmeno il netto miglioramento, sotto questo profilo, raggiunto nel corso del 2013, può spingerci a desistere dall’impegno di progressiva sostanziale riduzione del debito, un pesante fardello che non può essere caricato sulle spalle delle giovani generazioni».


l’Unità 5.2.14
Fassina: «O guidiamo il rilancio dell’esecutivo o meglio il voto»
«Spero che la presenza di Letta permetta di mettere all’ordine del giorno della direzione il patto 2014
Il Paese non può permettersi altri rinvii»
«Pretendere di incassare la legge elettorale prima di fare altro è un rituale da Prima Repubblica»
«Italicum? Via le liste bloccate, parità di genere e farlo entrare in vigore solo dopo le riforme»
di Maria Zegarelli


l’Unità 5.2.14
Fassina: «O guidiamo il rilancio dell’esecutivo o meglio il voto»
«Spero che la presenza di Letta permetta di mettere all’ordine del giorno della direzione il patto 2014
Il Paese non può permettersi altri rinvii»
«Pretendere di incassare la legge elettorale prima di fare altro è un rituale da Prima Repubblica»
«Italicum? Via le liste bloccate, parità di genere e farlo entrare in vigore solo dopo le riforme»
di Maria Zegarelli
«O il Pd sostiene questo governo e diventa protagonista dello scatto in avanti di cui c’è bisogno oppure è meglio tornare al voto». Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia arriva dritto al punto in vista della direzione dem di domani. «Spero che con la presenza di Enrico Letta e il suo intervento diventi un punto all’ordine del giorno il patto 2104. Non possiamo rimandare». Il premier torna in Italia con il sorriso sulle labbra, dice, perché il governo con grandi sforzi ha fatto molto. E polemizza coni “disfattisti”. Critiche esagerate quelle di Confindustria all’esecutivo?
«A me sembra che da parte di Confidustria ci sia una sottovalutazione degli spazi ristrettissimi in cui opera il governo, tanto più con un debito pubblico come il nostro. I risultati ottenuti da Letta con questo suo viaggio sono molti importanti, soprattutto per Alitalia, ma non c’è dubbio che i problemi economici e sociali necessitano di una svolta che passa però innanzitutto per Bruxelles».
Ma anche secondo il segretario Pd la svolta è da Palazzo Chigi che deve passare prima di tutto. Non è d’accordo?
«Il governo ha consumato tantissime energie nella prima fase per superare lo scoglio della vicenda giudiziaria di Berlusconi che ha pesato moltissimo sull’azione politica. Adesso il governo ha bisogno di ritrovare le energie necessarie ad affrontare problemi che rimangono profondi e gravi».
Renzi è stato chiaro: prima la legge elettorale e poi il patto di maggioranza.
«Ritengo che come il Paese non possa aspettare oltre le riforme istituzionali e la legge elettorale, non possa neanche permettersi rinvii sul fronte dell’azione di governo. Incassare prima la legge elettorale e poi passare ad altro mi sembra un rituale da prima Repubblica. È necessario il chiarimento politico per prendere di petto i problemi che riguardano un intero Paese, i suoi lavoratori e, soprattutto i disocuppati. Le risposte possono arrivare soltanto se il Pd assume fino in fondo la responsabilità di governo ».
Un errore dunque non aver previsto all’ordine del giorno della direzione il rapporto Pd-governo?
«Spero che, vista la presenza del premier, sia possibile affrontare questo nodo perché la situazione di incertezza indebolisce la capacità di risposta del governo. Così non può andare avanti: o riconosciamo che ci sono le condizioni in questa legislatura per un governo che affronti le emergenze del Paese oppure dobbiamo trarne le conseguenze ». Ma è esattamente quello che ha detto Squinzi.
«Sì, ma le motivazioni addotte a sostegno di questa affermazione da parte di Squinzi non sono fondate dal mio punto di vista. Letta ha portato avanti il governo in condizioni difficilissime eppure è riuscito a continuare la navigazione ». A proposito di elezioni. I sondaggi raccontano di un centrodestra in vantaggio con l’Italicum.
Come direbbe Renzi, “abbiamo un problema Houston?”.
«Non c’è dubbio che il protagonismo di Berlusconi nell’accordo con il segretario del Pd e le caratteristiche della proposta di legge elettorale conferiscono a Berlusconi una capacità coalizionale di gran lunga maggiore alla nostra».
E il Pd come si muove? Di là si organizzano in vista del voto, voi punterete, come dice Renzi, tutto sugli italiani e poco o niente sui leader di partito?
«Nel centrosinistra il quadro mi sembra più complesso, anche per come è l’elettorato, che si muove in modo meno disinvolto. L’Italicum ci impone di fare un’alleanza attorno al Pd e spero che il congresso di Sel consenta a quel partito di ritrovare una capacità attrattiva di risorse che nella sinistra rischiano altrimenti di muoversi in modo sparso ». L’Italicum la prossima settimana torna in Aula. Quali sono i punti su cui per lei è assolutamente necessario intervenire?
«Ci sono tre questioni che vanno affrontate e risolte, senza toccare l’impianto generale dell’accordo. Punto primo: dobbiamo superare le liste bloccate, ci sono molti emendamenti che presentano alternative diverse, scegliamone una con una larga convergenza ma risolviamo questo punto senza il quale sarà difficile ricostruire un rapporto tra elettori ed eletti. Punto secondo: la parità di genere. Se non interveniamo il rischio concreto è che il prossimo parlamento vedrà un crollo verticale della presenza delle donne. Infine, bisogna inserire una clausola di salvaguardia: la legge entra in vigore soltanto con il superamento del bicameralismo perfetto ».
Fassina, quello che continuate a rimproverare a Renzi è di aver siglato il patto con Berlusconi? È questo il punto? «A me non preoccupa il fatto che si sia siglato il patto con Berlusconi, quello che mi preoccupa è che dopo aver rotto il monopolio berlusconiano sul centrodestra e la fermezza con la quale il Pd ha contribuito a questo risultato, ci si ritrovi con una leadership nel centrodestra ancora una volta lontana dai conservatori europei. Rimango dell’idea che il Pd avrebbe dovuto iniziare il confronto sulle riforme prima all’interno della maggioranza e poi con Fi, forse così avremmo evitato di restituire questa centralità a Berlusconi».

Il Fatto 5.2.14
Spinelli con Tsipras
“Una rivoluzione che parla al M5S”
Presentata ieri a roma la lista per le Europee promossa dalla giornalista e da altri intellettuali
Non solo un tentativo di riunire la sinistra, ma qualcosa di più
di Salvatore Cannavò

L’Europa ha bisogno di un cambiamento rivoluzionario”. La frase non è pronunciata da un militante dei centri sociali, ma da un autorevole esponente del pensiero progressista come Barbara Spinelli, editorialista di Repubblica, promotrice, insieme ad Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Re-velli, Guido Viale dell’ipotesi di una “lista Tsipras” alle prossime elezioni europee. Lista che non vuole riunire solo “le braci accese delle ceneri della sinistra” ma guardare avanti. Anche verso l’elettorato Cinque Stelle o i delusi del Pd.
Il progetto è stato presentato ieri a Roma dai promotori che, finora, hanno evitato una trattativa di vertice tra le forze politiche e quindi di correre il rischio che ha contribuito ad affossare Rivoluzione civile di Antonio Ingroia. Nella presentazione di ieri, questo aspetto è stato ben sottolineato. Ma a occupare lo spazio centrale è stata la proposta politica espressa con molta convinzione da Barbara Spinelli: “Abbiamo scelto di ispirarci ad Alexis Tsipras anche perché il Der Spiegel lo ha indicato come nemico numero 1 dell’Europa dell’austerity”. “Tsipras invece – spiega la figlia di Altiero Spinelli – è l’emblema del No a questa Europa, il simbolo di un’altra Europa”. Il suo programma in dieci punti, letto da Guido Viale, si muove all’insegna di un “New Deal europeo”, della “ristrutturazione del debito pubblico”, dell’ecologia e del no all’austerity e al Fiscal compact. Il simbolo di “un cambiamento rivoluzionario” che, con familiarità, Spinelli riconduce al “Manifesto di Ventotene”, costruito in mezzo alla guerra e con un “linguaggio rivoluzionario”. Lo stesso che serve oggi. In fondo, spiega la giornalista, “la crisi è una guerra, come quella esige un comportamento rivoluzionario”.
DI RIVOLUZIONARIO, la proposta di lista ha il metodo. Come illustrato da Marco Revelli, e come verrà spiegato in una lettera inviata ai 16 mila aderenti, le regole della lista stavolta saranno rigide. I partiti fanno un passo a lato e si costituirà un “forum” nazionale sull’esempio dei comitati per il Referendum sull’acqua. Le candidature saranno avanzate dai comitati appositamente costituiti o da tutti gli organismi che “superano i 50 iscritti”. Il comitato operativo nazionale “cercherà di rispecchiare” tutte le posizioni. “Non potranno essere candidati consiglieri regionali e parlamentari nazionali o europei dal 2004 a oggi e chi ha avuto incarichi di governo nazionale e regionale”. Questa la principale norma “anti-casta” che salva, invece, i sindaci e gli assessori o i consiglieri comunali. Il tutto, infine, garantito dai sei promotori che dicono di non essere disponibili a candidarsi (per quanto siano molte le pressioni soprattutto sui nomi di Andrea Camilleri e Luciano Gallino, ma in particolare su Barbara Spinelli).
La fretta, dicevamo, è imposta dal metodo scelto per presentare la lista. “Nessuna scorciatoia rispetto alla raccolta delle firme” che però sono quasi proibitive: 150 mila in tutta Italia, 30 mila a circoscrizione di cui almeno 3000 in ciascuna regione. Quindi anche in Val d’Aosta. Per poter andare in giro con i banchetti le candidature dovranno essere pronte entro il 20 febbraio. Tempi ultra-rapidi che giustificano i contatti già presi con i partiti, Sel e Prc, nei confronti dei quali aiuta la decisione di permettere la candidatura di sindaci o di amministratori comunali. Sel, ad esempio, sta pensando di chiedere un impegno al sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, o a quello di Rieti, Simone Petrangeli. Difficile che possa impegnarsi quello di Genova, Marco Doria, impossibile la scesa in pista di Giuliano Pisapia.
LA QUESTIONE della collocazione nel gruppo europeo della sinistra europea (il Gue), ribadito ieri da Viale, non dovrebbe provocare fratture. La questione dirimente sarà, invece, quella delle candidature, visto che il nome di Tsipras in Italia è sconosciuto. Lui sarà a Roma venerdì prossimo con un’iniziativa pubblica al Teatro Valle occupato e poi con incontri separati sia con Paolo Ferrero, segretario del Prc, che con Nichi Vendola. Il leader greco, comunque, dovrebbe figurare sul simbolo: “Con Tsipras per un cambio in Europa” è il nome più gettonato ma si deciderà con una consultazione online.
Ma la politica non si ridurrà solo a quanto resta della sinistra radicale. “Nel metodo, diceva ieri Spinelli, Syriza ricorda il Movimento 5 Stelle, nella sua capacità di riunire gruppi molto diversi. E la nostra iniziativa è molto ampia, si rivolge a tutti, a partire dagli elettori del M5S”. In sala, presente anche Adriano Zaccagnini, uno dei primi deputati “grillini” ad aver abbandonato Grillo e che oggi dice di sperare molto in questa iniziativa. “E non sono il solo di quel mondo”.

Repubblica 5.2.14
I sottosuoli del Caos
di Barbara Spinelli
SON molti a turbarsi, e con ragione, per le offese del Movimento 5 Stelle ai rappresentanti dello Stato. Per la misoginia che colpisce il Presidente della Camera, per il «boia» gridato al Capo dello Stato. Per i libri bruciati in immagine di Corrado Augias, accusato di troppa e incongrua violenza critica. Ma forse è venuto il momento di analizzare quel che sta sotto la pentola di tanto caos.
Di capire la fiamma che la surriscalda. Grillo infatti non è la
Causa del caos. Ne è il prodromo, il sintomo.
Se non esaminiamo questi sottosuoli resteremo coi nostri sentimenti: di tristezza, di nudità politica. Alla ferita non sapremo dare un nome, continueremo a pescare solo nel passato. Sintomo, ricordiamolo, significa anche caduta, e comunque la segnala.
Di che cosa, di quale caduta Grillo è sintomo? Di un immane dislocamento tellurico nelle democrazie odierne, che sposta i poteri dagli Stati verso entità incontrollate. Non solo verso l’Europa ancora flebile, ma verso la finanza-mondo e mercati senza regole. La crisi scoppiata nel 2007 ha acuito questo sisma enormemente.
Le democrazie ne sono travolte: specie quelle guastate da corruzione, cleptocrazia, mafie con cui occultamente si patteggia. Proprio in questi giorni un rapporto della Commissione Ue ci accusa. Il costo della nostra corruzione è di 60 miliardi l’anno: 4% del pil, metà del costo della corruzione in Europa. Ma ovunque le democrazie degenerano, come spiega Guido Rossi sul Sole 24 Ore: l’effetto inevitabile delle disuguaglianze legate alla crisi «è la svalutazione del potere legislativo e la riduzione degli Stati a semplici mediatori.(...) La più evidente conclusione rivela l’impotenza di ogni singolo Stato di risolvere una crisi sregolata da un disordine di globalizzazione a mosaico, che porta le singole imprese o gli individui a operare un Jurisdiction Shopping».
È un fenomeno accertabile a occhio nudo. In alcuni paesi — Grecia, Portogallo, Cipro, Irlanda — chi oggi guida le scelte economiche è la trojka (Banca centrale europea, Commissione, Fondo monetario). Princìpi costituzionali decisivi sono ovunque scavalcati. La Germania riesce a custodirli, ma isolandosi senza splendore. Altri paesi, colpevolizzati, sacrificano costituzioni e parlamenti in omaggio diretto o indiretto alle
trojke. Nell’aprile 2013 la Corte costituzionale portoghese respinse quattro misure di austerità che violavano il principio di uguaglianza, e Bruxelles la tacitò. Le stesse elezioni son considerate un irritante. Scandalosa fu giudicata, nell’ottobre 2011, la volontà dell’ex premier greco Papandreou di indire un referendum sulle discipline della trojka.
Così in Italia. Scopo primario della nuova legge elettorale è la governabilità, ripetono Pd, Berlusconi, Letta. Ma la governabilità «mortifica gravemente la rappresentanza», ha ricordato domenica Eugenio Scalfari. In questo quadro si colloca la rivolta di 5 Stelle contro la ghigliottina cui è ricorsa Laura Boldrini. Anche se biecamente insultata, è lecito criticarla per aver decapitato il dibattito sul decreto Imu-Bankitalia. Il taglio operato dalla lama è un ennesimo segno del sisma: i parlamenti sono d’ingombro, e negati. Memorabili le parole di Mario Mauro (ministro della Difesa, destra di Alfano) giorni fa a Porta a Porta: «Questa legge elettorale non è contro i piccoli, ma contro un grande partito che oggi rappresenta l’impostazione tripolare del paese. È nata per far fuori Grillo», dunque l’opposizione.
Per questo è così importante che al caos risponda una politica non solo sentimentale, e non solo nazionale. L’alternativa è il predominio di interessi settoriali, anche se globali, radicalmente estranei alla nozione, cruciale in Europa, di bene pubblico. Il continente s’è unito nel dopoguerra proprio per creare uno spazio che consentisse agli Stati di salvare i loro patrimoni democratici, e anzi di potenziarli. Europa federale vuol dire assunzione di regole, stato di diritto. Il commercio, la finanza transnazionale, la moneta: impossibile governarli se l’Europa non ha una politica estera, e una democrazia piena. Altrimenti non è unione ma comitato d’affari e di lobby.
Che questa sia la posta in gioco è dimostrato dal negoziato euro-americano sul nuovo Trattato commerciale transatlantico (Ttip): discusso segretamente da ristrette cerchie di esperti della Commissione Ue e del Ministero del Commercio Usa, senza partecipazione democratica. Stupisce che il Movimento di Grillo, sensibile da anni alla globalizzazione, dedichi al tema poca energia. Anch’egli pare concentrarsi sui sintomi della crisi, più che sulla crisi.
Eppure, i pericoli del Trattato sono molteplici: quel che si cerca, è la completa libertà delle multinazionali di agire scavalcando le regole e gli standard di qualità che l’Europa impone al commercio di prodotti nocivi alla salute e al clima, e la cura di servizi pubblici come acqua o energia. Queste regole son viste come «generatrici di problemi», «irritanti commerciali» (trade irritants) dovuti a indebite interferenze del pubblico. Vanno aggirate da comitati e corti ad hoc (ecco lo shopping giuridico citato da Rossi). La tassa sulle transazioni finanziarie, esecrata da Usa e Fondo monetario, è tra i principali «irritanti». La minaccia che incombe è una sorta di Ilva globale, economica e democratica: prima viene la produttività, poi la salute dei cittadini; prima la governabilità, poi la rappresentatività e la dialettica governi-opposizioni. I fautori più settari del Trattato Europa-Usa vogliono imporre «l’eliminazione, la riduzione, la prevenzione di politiche nazionali superflue», scrive un loro documento. Superflue sono le leggi, le Costituzioni, la regolazione della finanza, la lotta per il clima. Tutto questo in nome di un Progresso che arricchisce pochi e impoverisce i più. Che polverizza norme nate da anni di buona politica comunitaria. Opporre l’Europa a tali sviluppi significa tuttavia cambiarla alle radici: rinvigorire la sua rappresentanza democratica, darle più risorse (un bilancio in crescita, dunque poteri impositivi) per vincere la depressione con un New Deal dell’Unione.
E significa rinvigorire la rappresentanza negli Stati, visto che tutti sono chiamati a trovare risposte: maggioranze, minoranze, governi, parlamenti. Tale dev’essere il nuovo patto costituzionale, non solo in Italia. Grillo lo sa. Nei suoi sette punti europei ci sono, oltre al referendum sull’uscita dall’euro, esigenze condivise da molti: no al pareggio di bilancio nella costituzione, sottrazione degli investimenti dal calcolo del debito pubblico, eurobond, finanziamento di agricolture biologiche, politiche comuni tra i paesi del Mediterraneo. Gli euroscettici inquietano, ma come non essere scettici di fronte a un’Unione che dovesse sacrificare le regole, il diritto, e i più poveri che quel diritto protegge!
Al momento dominano i conservatori, ma il futuro è in mano anche a chi chiede un Piano Marshall per l’Europa, come il leader della sinistra greca Alexis Tsipras. Nel 2012   definì eversore, ma per l’Unione è lievito. E di lievito abbiamo bisogno, perché riviva quel che disse Roosevelt nel ’32: «I nostri leader repubblicani ci parlano di leggi economiche — sacre, inviolabili, immutabili — che causano situazioni di panico che nessuno può prevenire. Ma mentre essi blaterano di leggi economiche, uomini e donne muoiono di fame. Dobbiamo essere coscienti del fatto che le leggi economiche non sono state fatte dalla natura. Sono state fatte da esseri umani. Quando — e non se — ne avremo la possibilità, il governo prenderà la guida per debellare la depressione». Se vogliamo «rompere il circolo vizioso» della sola
austeritye coinvolgere meglio i cittadini nelle scelte, come ha detto Napolitano ieri a Strasburgo, l’Europa dovrebbe
prendere la guida allo stesso modo.


il Fatto 5.2.14
Quel “distacco” di Spinelli dal Pci
di fd’e

A Strasburgo, Napolitano ha anche ricordato il trentennale del Trattato di Altiero Spinelli, nel nome del quale Eugenio Scalfari ha intimato alla figlia del grande europeista, Barbara, di tornare in sé e rinnegare le critiche a Re Giorgio. Il capo dello Stato ha rivendicato di essere stato la “testa di ponte” nel riavvicinamento di Spinelli al Pci e ha definito il suo impegno come “discesa in campo”, subito pentendosene: “È un’espressione malfamata”. Napolitano ha fatto fatica a dare un nome alle cose. Sull’espulsione di Spinelli dal Pci, nel ‘37, ha parlato di “distacco”.

il Fatto 5.2.14
Camusso scomunica Landini
“La Cgil deve processarlo”
Esposto senza precedenti della segretaria nazionale (“ma come semplice iscritta”) al collegio statutario del sindacato
L’accusa al leader della Fiom: non accetta le decisioni dei vertici
Adesso i metalmeccanici rischiano il commissariamento
Lo scontro riguarda l’intesa con Confindustria sulla rappresentanza che mette fuori gioco le sigle che non firmano gli accordi di categoria. E ora il “ribelle” rischia la sospensione e addirittura l’espulsione
di Salvatore Cannavò

Se la domanda che Maurizio Landini aveva posto a Susanna Camusso nel corso dell'ultimo direttivo nazionale della Cgil era: “Che fai mi cacci?”, la risposta è di marmo: “Sì, ci provo”. Questo è il senso del documento che pubblichiamo in questa pagina e che dimostra il tentativo del segretario della Cgil di sanzionare sul piano disciplinare quello che ormai è il suo nemico numero uno in Cgil, Maurizio Landini. Camusso, infatti, in qualità di iscritta alla Cgil “con tessera n° 718519” ha inviato una lettera al Collegio Statutario della Cgil per sapere se il segretario della Fiom possa ritenersi non vincolato alle decisioni del Comitato direttivo della Cgil e quale rimedio o sanzione possa essergli comminato. La lettera è del 22 gennaio 2014 con la firma in calce del segretario generale della più grande organizzazione sindacale in Italia. La quale, nel vivo della crisi sociale e dello stesso congresso della sua organizzazione, si espone in prima persona nel tentativo di sanzionare uno degli esponenti più in vista del suo stesso sindacato, segretario della categoria più rappresentativa e storica della Cgil: i metalmeccanici.
LANDINI POTREBBE vedersi comminata una sanzione che va dal “biasimo scritto” fino “all’espulsione” passando per la “sospensione della carica” da 3 a 12 mesi o per “la sospensione delle facoltà di iscritto”. Il Collegio statutario nazionale della Cgil, formato da Wilma Casavecchia, Enza Severino e Michele Gentile, ha risposto due giorni fa ai due quesiti della Camusso. Nella Cgil, scrivono, è previsto il diritto al dissenso e “la salvaguardia della pari dignità delle opinioni a confronto prima della decisione”, ma secondo l'articolo 6 lo Statuto prescrive “l’unicità dell’organizzazione”. Quindi, “prima delle decisioni” si può discutere liberamente in nome del diritto al dissenso, ma “dopo le decisioni degli organismi dirigenti competenti” scatta il principio della “unicità dell’Organizzazione” che, a quel punto, è rappresentata dalle decisioni assunte dall'organismo stesso. “Ne consegue - si legge nel testo del Collegio - che comportamenti difformi o assunti in violazione di detti valori rappresentano, una volta accertati, inadempienza statutaria”. Si fa riferimento, quindi, allo Statuto della Cgil, Titolo V, articolo 26 là dove si prescrivono le “sanzioni disciplinari” possibili per l'iscritto. Che, come abbiamo visto, sono di quattro gradi. In quel caso a esprimersi sono i Comitati di garanzia interregionali (quello del centro per Landini) e, nel caso di ricorso avverso, il Comitato di Garanzia nazionale.
IL PERCORSO È LUNGO e affonda nelle tecniche di funzionamento di un’organizzazione complessa come la Cgil. Ma il passo di Camusso è un segnale fortissimo sul piano dei rapporti interni. Un passo “tipico del personaggio” dice chi la conosce bene e che Camusso fece già quando, da segretaria regionale in Lombardia, mosse una procedura contro la segretaria milanese della Fiom, Maria Sciancati, poi ritirata.
 Il caso attuale, invece, nasce dall'accordo sulla Rappresentanza che la Cgil ha firmato insieme a Cisl, Uil e Confindustria. Un accordo che, sostanzialmente, stabilisce dei criteri nuovi per sancire la rappresentatività di un sindacato (il 5 per cento tra consensi e iscritti); la presenza del 51 per cento dei mandati, a livello aziendale o nazionale, perché un accordo sia valido; la sanzionabilità di scioperi da parte di strutture sindacali o di Rsu contro gli accordi siglati e, infine, l’istituzione di commissioni arbitrali formate, pariteticamente, dai sindacati confederali e dagli imprenditori, nel caso di divergenze.
Landini ha tuonato contro questo testo giudicandolo lesivo dell’autonomia della categoria e dei diritti costituzionalmente definiti di quei lavoratori. In quell’occasione terminò il proprio intervento con queste parole: “Se si pensa che qui decidiamo tutto a me e alla Fiom non mi avete vincolato e discuterò con la Fiom e i delegati su quello che c’è da fare. Sappiatelo con precisione”. Nelle sue conclusioni Camusso non si tirò indietro: “Sono state fatte una serie di affermazioni (...) su alcune di queste la parola spetterà ai nostri organismi di garanzia”. Detto, fatto.


il Fatto 5.2.14
Vigili, politici e Fiamme Gialle Roma “la grande mazzetta”
A Roma 219 indagati per corruzione
Si facevano addirittura pagare per l’assegnazione delle baracche
di Valeria Pacelli


IN UN ANNO, NELLA CAPITALE SONO STATI 219 GLI INDAGATI PER CORRUZIONE. LE INCHIESTE RACCONTANO COME I FUNZIONARI PUBBLICI SI FACEVANO ADDIRITTURA PAGARE PER L’ASSEGNAZIONE DELLE BARACCHE

Dai vigili urbani a chi vive nei palazzi del potere; dagli agenti in divisa ai funzionari pubblici. La comunicazione che avviene tramite mazzette, che sostituiscono le parole con il denaro. Quelle tangenti che rendono Roma una grande fattoria degli animali in stile Orwell, dove alcuni “sono più uguali degli altri”. I numeri che raccontano il sistema corruttivo romano non sono esorbitanti, anche perché i fascicoli che riempiono le scrivanie dei giudici del Tribunale di Roma sono sicuramente inferiori a quanto avviene realmente in città. E questo perché, essendo la corruzione un accordo tra parti, quasi nessuno ha voglia di auto-denunciarsi. Qualche cifra è presente nella relazione dell’anno giudiziario 2014: in meno di un anno – ossia da luglio 2012 al giugno 2014 – ci sono stati a Roma 143 indagati per corruzione, anche se di vario tipo. Non bisogna dimenticare però che il sistema corruttivo si esplica anche tramite altri reati, come l’abuso d’ufficio, il peculato e la turbativa d’asta. Nel caso del peculato – commesso da chi in veste di pubblico ufficiale si appropria di cosa altrui – ad esempio, gli indagati sono stati 219. Sono invece una quindicina i magistrati che nel palazzo di giustizia – che sta cercando di scrollarsi di dosso il soprannome degli anni 80 di “porto delle nebbie” – si occupano di pubblica amministrazione.
I vigili “furbetti” del quartierino
E se per la Commisione Europea 60 miliardi di mazzette su 120 in totale girano solo in Italia, anche per i pm romani “scoprire quella bustarella” rappresenta una gran mole di lavoro soprattutto perché nella Capitale hanno sede i palazzi del potere, i bar, i ristoranti e i club più rinomati che si fanno garanti di segreti e di mazzette. Ma ci sono anche i casi dei vigili che cedono alla tentazione. Un’inchiesta del pm Laura Condemi racconta quel sistema consolidato nel Palazzone di via Ostiense per cancellare le multe ai privilegiati. Prima finiscono ai domiciliari per falso due funzionari dell’Ufficio contravvenzioni. Poi l’inchiesta si allarga con nuove iscrizioni nel registro degli indagati: secondo l’accusa dietro il rapido gesto della multa strappata, si nascondono episodi di corruzione.
E sempre la figura del vigile è protagonista di un’altra indagine che riguarda una coppia di vigili che pretendeva denaro (tra i mille e i due mila euro) per l’assegnazione di baracche in via di Salone, a ridosso della Casilina. In questo caso ai vigili veniva contestata la concussione. Ma non si tratta degli unici agenti delle forze dell’ordine finiti in inchieste giudiziarie.
Quegli agenti che stanno dalla parte dei delinquenti
Anche negli uffici delle fiamme gialle qualcuno ha ceduto alla tentazione. Solo pochi giorni fa, è finito ai domiciliari un imprenditore, Massimiliano Santucci. Avrebbe dato soldi a due finanzieri per ottenere informazioni sullo stato di una verifica e sugli espedienti per eludere le conseguenze legate ad alcune anomalie.
Gli accertamenti costituiscono lo stralcio di una delle inchieste su Tommaso Di Lernia, il grande accusatore del caso Enav. E lo stesso Tommaso Di Lernia è anche stato vittima di una concussione messa in atto da alcuni truffatori che fingendosi funzionari del Fisco, inscenavano false verifiche fiscali.
Nei piani alti dei palazzi del potere
Ma il reato di corruzione era anche quello contestato a Vincenzo Morichini, amico da vent’anni di Massimo D’Alema. Dopo una lunga indagine, Morichini ha patteggiato con i pm 18 mesi di reclusione per corruzione e frode fiscale, con sospensione della pena, più la restituzione di 20 mila euro. Secondo l’accusa avrebbe fatto da tramite nel passaggio di denaro tra alcuni imprenditori e una serie di politici e funzionari. La vicenda riguarda Viscardo Paganelli e il figlio Riccardo, titolari della Rotkopf Aviation, accusati di avere corrotto con 40 mila euro (metà per Morichini) l’ex consigliere di amministrazione dell’Enac, Franco Pronzato. E da Morichini si sale verso piani ancora più alti. Ha fatto scandalo il caso di corruzione internazionale contestata a Giuseppe Orsi, ex presidente di Finmeccanica, e Bruno Spagnolini, manager di Agusta-Westland. Una tangente di 51 milioni su un appalto di 560 milioni sarebbe stata pagata a funzionari indiani per ottenere la fornitura di 12 elicotteri Agusta-Westland. E poi c’è il caso di Francesco La Motta, ex numero due dell’Aisi, arrestato a giugno, ma ora il libertà. La Motta è accusato di peculato e falsità ideologica per aver autorizzato lo spostamento di 10 milioni di euro del Fondo edifici di culto, di cui era l’ex responsabile, nella banca svizzera Hottinger.
L’alto rischio di prescrizione
La Cifra nera, la chiama Paolo Ielo, magistrato che ha iniziato nel pool di Mani Pulite, per poi approdare a Roma dove si occupa di pubblica amministrazione. “Il vero problema della corruzione è il concetto di cifra nera – spiega Ielo – ossia la differenza tra i reati commessi e quelli denunciati. Siccome la corruzione prevede un accordo tra due o più, difficilmente si sono casi di auto-denuncia. Di solito arriviamo a scoprire casi di corruzione tramite altri mezzi, come le intercettazioni”.
È alto il rischio di prescrizione?
“Proprio a causa dell’elemento della cifra nera, i reati vengono scoperti a distanza di tempo da quando vengono commessi. Tutto ciò incide sulla possibilità di fare i processi”.
Quanti sono i detenuti per corruzione?
“Fino a qualche mese fa erano 61 tra definitivi e custodia cautelare.”

La Stampa 5.2.14
Caso-marò
Il filmato che manca
di Ferdinando Camon


Di una cosa sentiamo la mancanza, nella vicenda dei due marò: un video, una foto, una registrazione sonora. Sono andati, hanno sparato, si apprestavano a tornare, e come doveva finire? Con i soldati che riferiscono in un rapporto la loro versione? Senza prove? Senza testimonianze? Senza allegati sonori o visivi? Ci sono due morti di mezzo. Sarebbe logico che, anche in assenza di qualsiasi intervento da parte dell’India, il Paese che ha inviato i soldati esaminasse sui documenti che cosa è successo e se ci sono delle colpe. I marines americani in missioni pericolose hanno in tasca (non tutti, bastano i capisquadra) l’iPhone.
Con quello mostrano ai comandi in tempo reale quel che vedono. È come se i comandanti vedessero con i propri occhi. Emma Bonino ha usato un’espressione neutrale ma drammatica: «Non sappiamo se sono innocenti, non sappiamo se sono colpevoli: i processi servono a questo». Il nostro dramma sta lì: non sappiamo.
I fucilieri dicono di aver visto l’imbarcazione puntare dritta sulla nostra nave mercantile, e di aver lanciato i primi segnali che invitano ad allontanarsi quand’era a 800 metri. Sarebbe stato uno dei due marò, Salvatore Girone, a scorgere col binocolo sulla barca uomini armati, col fucile a tracolla. Se potessimo vedere sui giornali la sagoma di quegli uomini con quei fucili «lunghi»! Credo che, come popolo che ha mandato i fucilieri in missione protettiva, sarebbe nostro diritto vedere quelle sagome armate, e sarebbe dovere dei nostri soldati mostrarcele. I fucilieri dicono di aver sparato in acqua. È un erroraccio. So che la regola dice a chi è di guardia: «Spara un colpo a terra e uno in aria, prima di sparare addosso». Ma ogni capo-guardia corregge: «Spara due colpi in aria, col fucile verticale». I colpi orizzontali non sai mai dove finiscono. Sparare a vuoto è necessario, perché a un controllo deve risultare che dal tuo caricatore mancano più colpi di quelli andati a segno, e sono i colpi sparati per avvertimento. I fucilieri dicono che prima di sparare hanno azionato i segnali di allontanamento, sonori e luminosi. Cioè: fari e sirene antinebbia. Come sarebbe prezioso un video o una registrazione sonora! Perché i pescatori sostengono che gli è piovuta addosso una gragnuola di colpi senza preavviso. Il comandante della barca s’è svegliato per gli spari e ha visto due suoi marinai morenti e sanguinanti. In Internet c’è una dichiarazione del nostro sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, che a una tv indiana avrebbe dichiarato: «I nostri hanno sparato in acqua, ma purtroppo alcuni colpi sono andati nella direzione sbagliata». Nella direzione sbagliata? Col fucile in verticale, dovevano sparare, verso le nuvole, non col fucile orizzontale. Noi oggi dovremmo vedere, qui sul giornale, una foto o uno spezzone di filmato con uno o due fucilieri che «sparano in su», non in avanti. Immagino che questi soldati siano addestratissimi, per andare in queste missioni, sempre pericolose. Ma se li addestrano così, sono addestramenti sbagliati. Addestriamoli meglio. E attrezziamoli meglio. Una videocamera costa sui 200 euro. Ma risparmierebbe a tutti noi l’angoscia di questi giorni. (fercamon@alice.it)

l’Unità 5.2.14
Il caso francese
«Hollande? Troppo debole»
Parla Marcelle Padovani: presidente senza carattere decisionista solo nel privato
intervista di Umberto De Giovannangeli


«Francois si è mostrato decisionista solo nella sua vita privata». Parola della scrittrice e saggista, Marcelle Padovani che incalza: «La sua non è una presidenza facile, la crisi colpisce duro anche in Francia con il 12% dei disoccupati e le tasse che sono aumentate».
«Il problema principale per Francois Hollande non è la piazza tradizionalista, comunque folcloristica e minoritaria. Il problema più grave è la piazza che unisce le componenti dell’estrema destra con i gruppi antieuropeisti e antisemiti ».
A sostenerlo è Marcelle Padovani, scrittrice, saggista, corrispondente in Italia del Nouvel Observateur. C’è chi ha parlato e scritto di una piazza tradizionalista che ha imposto la marcia indietro del governo socialista sulla riforma del diritto di famiglia.
«Si tratta di una lettura forzata. Non c’è stata una “marcia indietro” sulla riforma del diritto di famiglia. Il punto in discussione era relativo alla procreazione medicalmente assistita per le coppie gay e l’utero in affitto. L’opposizione dei tradizionalisti riguardava poi l’esperimento in corso in 600 scuole, il cosiddetto “Abcd”, che consiste nell’insegnare ai bambini a superare gli stereotipi di genere tra maschi e femmine. Uno era un esperimento in corso, l’altro una discussione aperta...». E su questo che il governo e l’Eliseo hanno fatto marcia indietro?
«Non erano dei progetti di legge compiuti, ma si trattava, e non è una differenza di poco conto, di un dibattito aperto su eventuali modifiche della legge che completa quella sui matrimoni gay approvata dall’Assemblea nazionale un anno fa. La seconda cosa da dire riguarda la manifestazione che avrebbe imposto il dietro front ad Hollande. Anche questa è una forzatura...».
Perché una forzatura?
«Quella manifestazione non poteva indurre ad una “marcia indietro” perché si è trattato di una iniziativa totalmente folcloristica, il raduno di elementi residuali del mondo cattolico; una manifestazione alla quale nessun dirigente della destra, nessuno dell’Ump (il partito gollista) e nemmeno Marine Le Pen (la leader del Front National ) hanno dato al loro adesione. Questo già può dare la misura del carattere marginale, iper tradizionalista di questa iniziativa che non è minimamente paragonabile al Tea party. Sono altri i campanelli d’allarme che provengono dalla società civile, altre piazze che devono preoccupare non solo Hollande ma chiunque in Francia sposa ideali e politiche progressiste».
Qual è questa piazza inquietante?
«Mi riferisco alla manifestazione di una settimana fa; una manifestazione molto pericolosa, dove si sono ritrovate tutte le componenti di estrema destra, alcuni gruppi anti-europeisti e antisemiti. Questa è stata la cosa gravissima: gli amici di Dieudonné (il comico antisemita, ndr) erano lì, in piazza. Quella manifestazione aveva un senso politico molto preoccupante che ricorda sinistramente gli anni Trenta».
Piazze che segnalano le difficoltà di Hollande.
«Non c’è dubbio che quella di Francois Hollande non è una presidenza facile. In primo luogo perché la crisi colpisce forte anche in Francia. Con quasi il 12% dei disoccupati, con le tasse che sono aumentate, con segmenti sempre più corporativi della società che tendono a manifestare il loro disagio in modo violento. A questo si aggiungono i problemi caratteriali di Hollande...».
Acosa si riferisce?
«Vede, io l’ho conosciuto molto bene quando era consigliere di Mitterrand. Hollande era una persona vivace, simpatica, con un grande senso dell’umorismo. Ma...».
Ma?
«La cosa di cui già allora ci rendevamo conto era la sua difficoltà a prendere una decisione. Da quando è presidente, sembra che si sia paralizzato. Lo sa come lo chiamano i francesi?».
No, come lo chiamano?
«Camembert premier, che è il formaggio francese più molle. Sembra un paradosso, ma l’unico momento in cui Francois Hollande ha manifestato un po’ di carattere è stato quando ha annunciato che si separava da Valérie Trierweiler, la sua compagna. E non a caso i sondaggi hanno segnalato un leggero miglioramento della sua popolarità, che comunque resta bassa, dopo l’annuncio della separazione, seguito dalle foto di Hollande con il casco che andava a trovare Julie Gayet... Per una volta, anche se in una sfera pubblico-privata, si è manifestato un presidente “decisionista”».
Ed è questo il profilo che Hollande deve rafforzare per avere un meno accidentato futuro presidenziale?
«Direi proprio di sì. Naturalmente non può essere un decisionismo fine a se stesso, o manifestato in ambiti tutto sommato marginali. Se Hollande vuole puntare ad un secondo mandato presidenziale deve dimostrare carattere nel realizzare ciò che ha promesso: un programma economico più aperto, innovativo, intelligentemente “liberale”, meno ancorato ad un socialismo ortodosso. Insomma, un presidente innovatore».

Corriere 5.1.14
Piano europeo anti-omofobia Ulrike vince la sua battaglia
Dal parlamento di Strasburgo una tabella di marcia per combattere tutte le discriminazioni sessuali
Ivo Caizzi


Il caso precedente. Il 10 dicembre 2013 il Parlamento europeo ha bocciato definitivamente la «risoluzione Estrela» (dal nome della socialista portoghese che l’ha elaborata). La mozione si occupava di tutela della salute, aborto, contraccezione, «lotta contro la violenza in relazione ai diritti sessuali e riproduttivi» ma per i conservatori accreditava una concezione della «salute sessuale e riproduttiva» nella quale aborto e fecondazione per le coppie lesbiche diventavano diritti umani. Lo stesso giorno è stata approvata un’altra risoluzione, presentata dal Ppe e sostenuta dalla destra, in cui si dice che di questi temi l’Europa non deve occuparsi, perché spettano agli Stati membri. La risoluzione, che fa cadere la Estrela, è stata approvata a sorpresa: 334 voti a favore e 327 contrari. Decisivi i 35 astenuti, tra i quali sei italiani.
DAL NOSTRO INVIATO STRASBURGO — L’Europarlamento promuove la tutela dei diritti delle persone Lgbti, termine usato per comprendere lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex. Gli eurodeputati hanno approvato a Strasburgo la richiesta alla Commissione europea e ai 28 governi della Ue di stabilire una specifica tabella di marcia. L’obiettivo è introdurre una politica globale contro l’omofobia e le discriminazioni basate sugli orientamenti sessuali in «tutte le attività e in tutti i settori» dove è in corso l’elaborazione di politiche future o il monitoraggio dell’attuazione del diritto europeo. Spiccano le sollecitazioni ad intervenire sul bullismo nelle scuole e ad applicare la libera circolazione dei cittadini all’interno della Ue, consentendo di convalidare le unioni tra persone dello stesso sesso quando si trasferiscono da uno Stato membro all’altro. 
L’Europarlamento considera la condizione delle persone Lgbti ancora molto difficile in Europa, richiamando un sondaggio condotto nel 2013 dall’Agenzia Ue dei diritti fondamentali. Indica nel 47% i gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersex che affermano di sentirsi discriminati o di essere stati molestati. Il 26% ha denunciato di essere stato «aggredito fisicamente». Il rapporto, curato dall’eurodeputata austriaca Ulrike Lunacek dei Verdi, è passato a larga maggioranza con 394 voti a favore, 176 contrari e 72 astensioni. 
«L’omofobia non deve più essere tollerata in Europa — ha commentato Lunacek —. Molti di noi, lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali hanno vissuto, per troppo tempo, la propria vita nella paura. Paura di tenersi per mano in strada, paura di essere insultati, paura di essere buttati fuori dalle nostre case, scuole o posti di lavoro. Nella mia relazione si evidenzia che l’Unione Europea deve agire in tal senso, in modo che anche noi si possa godere dei diritti garantiti a tutti nella Ue». 
Gli eurodeputati hanno segnalato una serie di obiettivi precisi da raggiungere con la tabella di marcia, sempre rispettando le competenze degli Stati membri. Riguardano la tutela nel diritto di famiglia e della libertà di circolazione, le discriminazioni sul lavoro, l’istruzione, la sanità, la libertà di espressione, i beni e i servizi, i crimini d’odio e l’asilo. Particolarmente diffuso sarebbe l’atteggiamento persecutorio nelle scuole contro alunni Lgbti da parte di compagni. La relazione Lunacek chiede alla Commissione europea di «promuovere l’uguaglianza e la lotta alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere in tutti i suoi programmi dedicati all’istruzione e ai giovani». I Paesi membri dovrebbero coordinare interventi contro il bullismo anche con materiali didattici. Parità di trattamento e pari opportunità andrebbero attuate e monitorate nelle attività lavorative, sensibilizzando le organizzazioni di datori di lavoro e i sindacati sui diritti delle persone Lgbti. 
Un settore molto delicato viene considerato quello della sanità, sia per le carenze nelle politiche strategiche della Ue, sia relativamente alla formazione del personale medico. Viene chiesto alla Commissione europea di collaborare con l’Organizzazione mondiale della sanità per depennare i disturbi dell’identità di genere dalle malattie mentali. Il diritto all’integrità fisica dovrebbe imporre di vietare la sterilizzazione forzata, dove è prevista per consentire i cambiamenti di sesso. Fondamentale appare il problema dell’indicazione del sesso sui documenti di identità e nelle patiche amministrative. La normativa penale contro il razzismo e la xenofobia dovrebbe essere estesa ai «crimini di odio» collegabili all’orientamento sessuale. L’Europarlamento considera necessario anche un monitoraggio continuo nei Paesi extraeuropei per favorire le richieste di asilo alle persone Lgbti discriminate e perseguitate nei luoghi d’origine.

Corriere 5.2.14
Tunisi, ucciso l’assassino del dissidente laico Belaid


TUNISI — Un anno dopo l’omicidio del celebre politico laico Chokry Belaid (nella foto Ansa) le autorità tunisine hanno annunciato ieri di aver ucciso il presunto autore nel corso di un’operazione antiterrorismo alla periferia di Tunisi. «La Guardia nazionale ha eliminato sette terroristi pesantemente armati — ha dichiarato il ministro degli Interni Lofti Ben Jeddou — e tra quelli identificati è risultato esserci Kamel Gadhgadhi, assassino del martire Belaid». Il 6 febbraio 2013 la morte del politico e avvocato marxista, figura di spicco dell’opposizione alla dittatura di Ben Ali e poi al governo del partito islamico moderato Ennahda, scatenò una gravissima crisi politica nel Paese culminata nelle recenti dimissioni del governo e nella nomina di un esecutivo tecnico ad interim fino alle prossime elezioni. Il partito islamico era stato accusato di lassismo nei confronti dei gruppi integralisti armati, autori di quello e altri omicidi.

Repubblica 5.2.14
Parla il ministro degli Esteri Nabil Fahmi, in visita in Italia: “Non torniamo indietro, ma la transizione è complessa e richiede tempo”
“La rivoluzione non è morta, così nasce il nuovo Egitto”
di Alix van Buren


ROMA — «Voi europei vi dite perplessi per quel che accade in Egitto? Forse iniziate a percepire l’enorme complessità della transizione nel mio Paese. Tutti vorremmo che filasse alla perfezione, in un battibaleno, ma neppure da voi storicamente è andata così». Nabil Fahmi, il ministro degli Esteri egiziano, ha l’accento di chi è vissuto in America per un ventennio e l’abitudine a frequentare la dialettica democratica.
Signor ministro, la rivolta del 2011 prometteva la dissoluzione dell’apparato militare, e invece le forze armate restano al di sopra dello Stato?
«Niente affatto: la nuova Costituzione ne limita il ruolo a due tornate elettorali. L’intervento è avvenuto a furor di popolo e in circostanze straordinarie per impedire il caos: prima con Mubarak, poi con Morsi. Non è la normalità, e la carta fondamentaleè chiara».
Già, ma si profila una candidatura delFeldmaresciallo Al Sisi alla presidenza. L’Egitto appunta di nuovo le sue speranze su un solo salvatore, un altro Nasser?
«Non si riscrive la storia. Però, è vero: all’euforia del 2011 è subentrata l’esasperazione verso un sistema politico incapace del cambiamento. Tanto entusiasmo era irragionevole in un Paese privo da 60 anni di partiti democratici. In più, in Egitto è in corso un cambiamento epocale: l’intera società sta cercando di definire la propria identità nel XXI secolo, e in cui tutti siano rappresentati. Abbiamo commesso errori, altri ne faremo».
Quali, ad esempio?
«Avremmo dovuto partire dalla Costituzione, dal ruolo della fede e dei militari, da quel che unisce il Paese anziché spaccarlo come fa la politica elettorale, e s’è visto nella rivolta del 2013. Ora abbiamo fissato almeno i pilastri: uno Stato civile, la parità di diritti di uomo e donna, etnie, fedi, la libertà d’espressione. Già so che lei obietterà...».
Infatti, come spiega l’arresto di Ahmed
Maher e altri attivisti, simboli dellarivolta del 25 gennaio?
«Le leggi vanno riesaminate alla luce della Costituzione, alcune vecchie di 5 generazioni. Nell’attesa i gruppi d’interesse premono ciascuno per i propri fini: è naturale, fa parte del percorso. Alcuni sfidano i divieti di manifestare senza autorizzazione, la polizia applica comunque le leggi, che vanno riviste».
Il presidente deposto Morsi rischia la pena capitale, il suo partito è fuorilegge. Come reagiranno i Fratelli musulmani?
«Per 5 mesi abbiamo offerto loro un dialogo politico, la partecipazione al governo, un comitato di riconciliazione. Per tutta risposta hanno scelto la violenza. Il governo non poteva condonarla. La riconciliazione politica avverrà, ma col tempo: prima dovrà stemperarsi l’ira popolare, infatti di quella si tratta, non di governo ».
Signor ministro, cosa s’aspetta dal suo viaggio in Europa?
«Io vorrei semplicemente ricordare agli europei la loro storia, quanto siano state difficili le vostre trasformazioni, quale peso i traumi del passato abbiano tuttora nelle vostre leggi — la proibizione di certe attività o partiti dopo la Seconda guerra mondiale. Vorrei presentare la nostraroad map, tanto più all’Italia, un importante partner storico. Procederemo verso un Egitto moderno. Gli egiziani l’hanno ripetuto nel 2011 e nel 2013: vogliono partecipare al proprio futuro. Non si torna più indietro».

Repubblica 5.2.14
Dopo avere dichiarato guerra alla corruzione Xi Jinping se la prende persino con i maestri del Feng Shui e gli esperti di esoterismo: “Sono ciarlatani”
Cina
Indovini, maghi e chiromanti Pechino vieta pure la scaramanzia
di Giampaolo Visetti


Chiuso per iella. Lo storico salone Silian, due passi da piazza Tienanmen, ha mandato i suoi barbieri in vacanza. Fosse aperto, sarebbe vuoto. Nemmeno i più alti funzionari del partito, clienti dal 1956, sfiderebbero la tradizione: chi taglia i capelli nel primo mese dopo il capodanno lunare, chiama sventura per la famiglia della madre. Abbassare la saracinesca fino al giorno del «drago che alza la testa», ricorrenza di fortuna estrema per una cotonatura, non risponde al senso speciale dell’Oriente per gli affari. Oggi in Cina è semplicemente un atto sovversivo, che viola l’ultima legge del presidente Xi Jinping. Il nuovo leader, prima ha dichiarato guerra alla corruzione, poi a «eccessi e stravaganze». Passi.
Ora però l’azzardo è massimo e al bando di Stato finisce nientemeno che la superstizione, millenario patrimonio di massa. All’indice, oltre agli indovini di strada, anche i riveriti maestri del Feng Shui, le sale dei chiromanti, gli editori specializzati in manuali profetici, i botti anti-demoni della festa di primavera e perfino i costruttori più sensibili ai numeri del malaugurio, rei di saltare i piani aborriti dai clienti. «Ciarlatani», ha tuonato Xi Jinping, e Pechino ha ri-annusato quel certo profumo della repressione maoista.
Erano gli anni della rivoluzione culturale. Le dicerie popolari, eredità imperiale, furono definite «residui feudali». Maghi e geomanti, rispettati come dei, si scoprirono «nemici del popolo». Finirono alla gogna: al collo il cartello dell’infamia, come i controrivoluzionari. Per quasi 40 anni, fino a qualche giorno fa, la libertà di scongiuro ha sancito poi il volto più intimo del silenzioso commiato dei cinesi dal Grande Timoniere. Si è potuto professare impunemente la “tetrafobìa”, l’orrore per il numero quattro, il cui ideogramma mandarino richiama quello della morte. Il ritorno della numerologia ha sedotto anche la nomenclatura dei tecnocrati: le Olimpiadi di Pechino furono inaugurate alle 8 e 8 della sera dell’8 dell’8 del 2008, tributo devoto degli ex proletari alla cifra della ricchezza.
Troppo, per l’”americano” Xi Jinping, ideologo del “sogno cinese”fondato su nazionalismo e nostalgia dei valori rossi. Assieme al dissenso, nella stretta finisce così anche la scaramanzia. Un paradosso, presentarla in Cina come «deriva occidentale » e «deviazione dai comandamenti patriottici».
I divieti però, al di qua della Grande Muraglia, non sono consigli. Sono bastate poche ore edalla nazione, pur chiusa per ferie, sono scomparsi ibest sellerdelle predizioni, i volumi di bioarchitettura e le meravigliose agende della smorfia cinese. Vie-tate le allusioni iettatorie sulla tivù di Stato. Una direttiva del governo intima ai tycoon delle costruzioni di ripristinare i piani 4, 13 e 14 nei nuovi grattacieli, astenendosi poi dallo svenderli. I funzionari pubblici non potranno più intascare mazzette per saltare i civici iellati e le «false teorie numerologiche» costeranno il licenziamento agli impiegati dei colossi pubblici. Al giornale del partito, improvvisamente, è tornata la memoria. Ad Hangzhou una targa per l’auto, con cinque numeri 8 di fila, è stata assegnata per l’equivalente di 140mila euro. A Chengdu, un neo-abbonato iPhone ha investito 217mila euro per un numero composto di soli 8. Le scarpe di Jimmy Choo, impreziosite dai cristalli custodi del “qi”, l’energia della vita, valgono fino a tre mesi di stipendio. L’effetto della nuova repressione anti-superstizione è quanto di più pragmatico si possa immaginare: boom di copie- pirata di libri sul Feng Shui, contrabbandate da Seul, affari d’oro per i volumi elettronici di profezie, offerti clandestinamente dai negozi online, ed esodo di veggenti cinesi a Singapore, Macao e Bangkok, prese d’assalto dai connazionali turisti della futurologia. A Nanchino rischia di chiudere il solo corso universitario autorizzato in «dottrina del vento e dell’acqua», mentre i giornali di Hong Kong parlano di «corsa all’accaparramento di testi sulla chiromanzia», da rivendere tra gli operai di Shenzhen.
Obbedienza attiva alla censura del partito e disobbedienza passiva al divieto di superstizione, che sarebbe come ordinare ad un cinese di smettere di essere se stesso. Solo su un fronte Xi Jinping è stato preso alla lettera.
Per celebrare l’anno del cavallo, meno petardi anti-spiriti cattivi e stop ai banchetti a base di cane. I primi inquinano, va bene. I secondi, pare, di notte tornano per vendicarsi di chi li ha mangiati. Anche l’ultimo “principe rosso” questa volta potrebbe alzare la sua prima bandiera bianca.

Repubblica 5.2.14
Quelle credenza millenarie seconda pelle del dragone
Di Marino Niola


Sì all’ideologia, no alla scaramanzia. Dopo il lusso e la corruzione adesso nel mirino del presidente Xi Jinping c’è la superstizione. Come dire la seconda pelle della Cina. Se non addirittura la prima. Visto che riti propiziatori, astrologia, numerologia, chiromanzia rappresentano la trama profonda della cultura, del pensiero e dell’immaginario di quel grande paese. Si tratta di una tradizione millenaria che neanche l’onda di piena della rivoluzione culturale era riuscita veramente a cancellare. In realtà la stessa scrittura cinese in qualche modo è figlia della divinazione e della lettura del futuro. I celebri “ossi oracolari” di Anyang, risalenti a 1300 anni prima di Cristo, al tempo della dinastia Shang, sono tra i primi documenti scritti nella lingua del Celeste Impero. E registravano proprio le previsioni fatte dagli indovini per conto degli imperatori. Sui temi più vari. Malattie, guerre, meteorologia, giorni fasti e nefasti, esorcismi, guerre, carestie, interpretazione dei movimenti astrali.
E quanto l’attenzione ai cosiddetti segnali soprannaturali sia tuttora radicata nel paese che ha inventato ilFengShuie l’IChing, lo prova il recentissimo boom delle vendite di testi profetici. Che ha letteralmente svuotato gli scaffali delle librerie di Hong Kong e di altri paesi dell’Estremo Oriente. Stesso discorso per libri, amuleti e talismani digitali. Un vero sussulto antiproibizionista che ha fatto fremere la schiena del Dragone. Del resto lo stesso presidente, dopo aver dato un colpo al cerchio razionalista, ne ha dato uno alla botte superstiziosa andando dal barbiere in occasione del Capodanno lunare, come comanda la tradizione. Per tenere lontani dalla consorte gli influssi negativi. E così per non far dispetto a sua moglie si è tagliato i capelli.
Evidentemente Xi Jinping ha adottato un compromesso tra il non è vero ma ci credo e il non ci credo ma è vero. Che vanta precedenti illustri e insospettabili. Come quello del grande fisico Niels Bohr, padre della meccanica quantistica, che teneva un ferro di cavallo sulla porta della sua casa di campagna. E a un collega che gli domandava come potesse credere a certe superstizioni, rispose: il bello dei ferri di cavallo è che portano fortuna anche se non ci credi.

Corriere 5.2.14
Spot multilingue, protesta dell’America conservatrice
di Viviana Mazza


Gli ingredienti fondamentali sono quelli «classici»: uno degli inni patriottici più popolari del Paese, «America the Beautiful», suona di sottofondo, mentre scorrono le immagini di famiglie unite da cose semplici come un sorriso, un abbraccio, e ovviamente una Coca-Cola. La pubblicità andata in onda domenica scorsa negli Stati Uniti durante il Super Bowl, la finale di football americano guardata da 111 milioni di spettatori, aveva però anche un sapore un po’ diverso: la canzone veniva cantata in otto diverse lingue, incluse spagnolo e arabo, da americani con il cappello da cowboy ma anche con l’hijab. Questi 60 secondi di plurilinguismo sono bastati a irritare un certo numero di spettatori, che hanno riversato le proprie proteste sui social network. «Non ci posso credere! Un inno cristiano e americano cantato nella lingua dei terroristi», ha twittato qualcuno. In breve tempo è nato l’hashtag #speakamerican e c’è stato chi ha ipotizzato un boicottaggio della Coca-Cola. Commentatori conservatori come Glenn Beck alla radio e Todd Starnes su Fox News hanno accusato l’azienda di «dividere l’America» tirando in ballo questioni quali la riforma dell’immigrazione e l’inglese come lingua primaria. «Se lo spot non ti piace e ti senti offeso allora ti dicono che sei razzista. E se ti piace, invece sei progressista e favorevole all’immigrazione. È un modo per dividerci», ha sostenuto Beck. «Non ho capito le parole — ha osservato Starnes, provocatorio —. Parlo solo inglese».
La Coca-Cola ha replicato di sperare che la pubblicità aiuti a far discutere e riflettere. Molti altri spettatori hanno fatto notare che in questo Paese, da sempre costruito sull’immigrazione, degli americani che guardavano il Super Bowl domenica uno su 5 parla altre lingue. 
Quello che era inizialmente passato inosservato è che lo spot mostra anche la prima coppia gay nella storia del Super Bowl: pattinano insieme alla figlia. L’organizzazione di monitoraggio dei media sui diritti dei gay «Glaad» lo ha definito un «ottimo passo», e ora esorta Coca-Cola, sponsor dei Giochi invernali di Sochi, a mostrare nella «Russia omofoba» quanto siano «belle le famiglie gay, lesbiche, bisessuali e transgender». E pare che anche lì andrà in onda una versione dello spot.

Repubblica 5.2.14
La tenda di Picasso a rischio di sfratto
Il ristorante Four Seasons di New York vuole rimuovere l’opera
Di Alberto Flores D’Arcais


NEW YORK - Il “Four Seasons” è da oltre mezzo secolo il ristorante più famoso di Manhattan, nelle sue sale hanno mangiato diverse generazioni di magnati, artisti, scrittori, uomini d’affari, stelle del cinema e dello sport. Non tutti sapevano (e sanno) che quella grande tela/tenda appesa nel corridoio d’ingresso, spesso degnata di poco meno di uno sguardo, era stata dipinta da uno dei più grandi pittori del secolo scorso, Pablo Picasso. Il 9 febbraio Le Tricorne verrà rimosso e qualcuno teme che possa essere irrimediabilmente rovinato. Il Four Seasons e l’arte sono un binomio che va avanti di pari passo dal lontano 1959, quando il ristorante venne aperto nel Seagram Building, il grattacielo di 38 piani a pochi passi da Park Avenue (99 East 52esima strada) disegnato da Mies van der Rohe e i cui interni furono disegnati dall’altrettanto celebre Philip Johnson. Per affrescare le pareti del ristorante venne chiamato Mark Rothko, ma la missione non andò a buon fine. L’artista, come lui stesso rivelò, voleva disegnare qualcosa che «rovinasse l’appetito di tutti i figli di puttana che avessero mangiato lì» e il suo lavoro finì poi alla Tate Gallery di Londra e alla National Gallery di Washington. La grande tela/tenda di Picasso, dipinta nel 1919 per i Balletti Russi e acquistata da Phyllis Lambert (figlia del proprietario del Seagram) venne invece sistemata nel corridoio tra la Grill Room e la Pool Room. E lì rimase per 55 anni.
La decisione della RFR Holding (la società immobiliare che possiede oggi il Seagram) di rimuovere Le Tricorne ha messo in allarme la New York Landmarks Conservancy, oggi proprietaria dell’opera. Allarme che il New York Times ha rilanciato al grande pubblico con un lungo articolo in prima pagina. Secondo la RFR rimuovere il grande arazzo di Picasso è assolutamente necessario. Secondo gli ingegneri che hanno controllato la struttura, la parete calcarea in cui la tela è bloccata rischia infatti di crollare ed ha bisogno di immediate riparazioni. Secondo Peg Breen, presidente della Conservancy, il vero pericolo per l’opera di Picasso arriva invece proprio dai possibili lavori di rimozione: «Uno degli stessi addetti alla rimozione mi ha rivelato che per quanto prudenti e attenti possano essere, l’opera è così fragile che potrebbe spaccarsi come una patatina fritta». La Breen sospetta anche che uno dei proprietari di RFR Holding non ami molto Picasso – «una persona che discuteva con lui si è sentito rispondere che l’opera è uno schmatte, una parola yiddish per “tappetaccio”» – e che voglia cogliere l’occasione per liberarsi per sempre dell’opera.
Il dirigente sotto accusa è Aby Rosen, uno dei collezionisti d’arte più importanti di New York, nonché presidente del New York State Council on the Arts. Noto anche per essere grande ammiratore di artisti come Damien Hirst e Jeff Koons, avrebbe rivelato ad alcuni amici che nel corridoio dove per oltre mezzo secolo c’è stato Le Tricorne, gli piacerebbe mettere opere contemporanee. L’ultima parola spetta comunque a lui. Le Tricorne non è considerato uno dei capolavori di Picasso, la sua grandezza ne riduce anche il prezzo. Nel 2008 quando la Conservancy lo fece stimare per questioni di assicurazione Christie’s lo ha valutato 1,6 milioni di dollari. Per Paul Goldberger, critico d’arte che scrive per Vanity Fair,la tela/tenda non può però essere considerata «alla stregua di qualsiasi altra tela appesa al muro, certamente non è interscambiabile. Il fatto che sia stata per decenni lì la rende parte dell’architettura del Four Seasons, anche se in senso strettamente tecnico non lo è».

Corriere 5.2.14
Il filosofo Habermas richiama la sinistra: «Cambiamo rotta»
Di Paolo Lepri


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BERLINO — «Siete i continuatori del precedente governo, non state facendo niente, per l’Europa, di quello che avevate promesso», è stato il succo del suo impietoso ragionamento, accolto da applausi e da qualche segno di imbarazzo. Gli intellettuali più prestigiosi non sono facilmente addomesticabili, anche quando sono dei «compagni di strada», ma i dirigenti della Spd, freschi di importanti incarichi ministeriali, forse non si aspettavano di ricevere una così determinata lezione di europeismo attivo dal filosofo Jürgen Habermas, l’ospite d’onore del seminario a porte chiuse svoltosi domenica a Potsdam. Merkelismo prima, insomma, e merkelismo adesso. Bisognerebbe invece, ha detto, invertire la rotta. La «cura drastica» prescritta dalla donna più potente del mondo ha prodotto solo effetti collaterali negativi. E, nel frattempo, di eurobond e di condivisione del debito non parla più nessuno, nemmeno a sinistra. Un vero atto di accusa. 
L’ottantaquattrenne «grande vecchio», da sempre sostenitore della necessità di «ridemocratizzare l’Europa», non ha dubbi: la grosse Koalition di cui fa parte la Spd, dopo le elezioni di settembre, sta soltanto proseguendo la linea dell’esecutivo «nero-giallo», con i liberali, che era guidato sempre dalla inaffondabile Cancelliera. Tanto allora quanto adesso si sfrutta una posizione «semi egemonica» all’interno della Ue per imporre «un’austerità a senso unico» che non va alle radici dei problemi da risolvere. Sono i mercati che devono essere regolamentati e tenuti a freno. La responsabilità della crisi appartiene a loro, non alle politiche economiche dei Paesi indicati come meno virtuosi, è ancora il messaggio lanciato dall’esponente della seconda generazione della scuola di Francoforte. E su tutto, ha aggiunto, c’è sempre il rischio di «un’Europa tedesca». Il vicecancelliere Sigmar Gabriel ascoltava attento. «Una sinfonia per le mie orecchie», ha poi commentato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. L’uomo definito «un kapò» da Silvio Berlusconi vuole infatti «cambiare tutto» se diventerà presidente della Commissione Europea. Ma il rischio è che anche lui si scontri con le necessità della Realpolitik in un’Europa troppo attenta a mediare tra interessi diversi. E che Habermas gli faccia ricordare, un giorno, le tante illusioni perdute, come è accaduto domenica, nell’Inselhotel, il tranquillo resort affacciato sul Templiner See, a poche decine di chilometri da Berlino, dove la Spd aveva deciso di riunirsi in «clausura». 
Habermas non pensa soltanto, in termini normali anche se oggi già un po’ sovversivi, a un rafforzamento dell’unione politica con l’armonizzazione delle politiche fiscali, come si direbbe a Bruxelles. Il suo obiettivo è un «governo economico comune», realizzato con ulteriori e decisivi trasferimenti di sovranità che intervenga sulle condizioni di vita della popolazione. Ma niente si può cambiare davvero senza mettere contemporaneamente le basi di un forte controllo democratico e senza promuovere una nuova legittimazione delle istituzioni europee per superare quel «metodo intergovernativo», diventato la regola nell’Unione, di cui la stessa Germania, ha osservato, è una delle maggiori responsabili, se non la principale. Gli altri Paesi e i cittadini europei, sono stati trattati da Berlino, secondo Habermas, «come bambini sottosviluppati». Solo questa rifondazione, ha continuato l’autore di «Storia e critica dell’opinione pubblica», può battere le tendenze antieuropee dominanti, provocate anche e soprattutto dall’imposizione di miopi politiche dei sacrifici. I socialdemocratici non possono dire di non essere stati avvertiti, qualche mese prima delle elezioni europee. Un uomo illustre chiede loro di riempire di contenuti la voglia di governare.

Repubblica 5.2.14
Il caso Sinjavskij
Il processo assurdo che mise in crisi l’impero sovietico
Ripubblicati i “Pensieri improvvisi” dello scrittore perseguitato dal regime comunista. Condannato incarcerato e poi espulso dall’Urss con le sue vicende inizia il fenomeno del dissenso
di Giuseppe Dierna


Il processo che si aprì il 10 febbraio 1966, al Tribunale di Mosca, contro lo scrittore e critico letterario Andrej Sinjavskij e l’amico, poeta e traduttore Julij Daniel, rappresenta per la cultura sovietica un punto di non ritorno. Per varie ragioni. Anche se, dopo la pubblicazione nel ’62 di Una giornata di Ivan Denisovicdi Aleksandr Solgenitsyn, sembrava davvero impensabile che si potessero processare ancora degli scrittori per i contenuti delle loro opere, il processo fu il primo segnale dell’imminente giro di vite nei confronti degli intellettuali da parte della nuova dirigenza brezneviana. Allo stesso tempo, però, la reazione orgogliosa dei due imputati nell’aula giudiziaria riuscì a trasformarlo in una sfida per la giovane generazione di artisti e scrittori. Che subito la raccolse.
Sinjavskij viene arrestato l’8 settembre del ’65, dopo che ha appena fatto in tempo a spedire in Occidente il manoscritto da poco completato dei Pensieri improvvisi. Stessa sorte toccherà a Daniel pochi giorni più tardi. L’accusa ci va giù duro parlando di «diffusione di invenzioni calunniose» atte a denigrare lo Stato. Dopo faticose indagini le autorità avevano infatti scoperto che i due aveva-no pubblicato in Occidente varie opere letterarie (secondo un furioso critico delle Izvestija:«sporchi libelli antisovietici»), occultando i propri misfatti dietro uno pseudonimo. Daniel aveva optato per Nikolaj Arzak. Sinjavskij, alquanto sfrontato, si era invece scelto Abram Terz, rubandolo a un noto malfattore di Odessa cantato dalle ballate popolari: pur con tutta la serietà che ci metteva, la letteratura per lui era pur sempre un gioco.
L’arresto fu la miccia che fece scattare, per la prima volta in Urss, pubbliche manifestazione di dissenso. Il 5 dicembre 1965, Giornata della Costituzione, si svolge infatti a Mosca, a Piazza Puskin, un “meeting della trasparenza” organizzato da Aleksandr Esenin-Volpin (figlio del poeta Sergej Esenin), che – in anticipo di vent’anni sull’era gorbacioviana – chiede trasparenza (cioè glasnost) sul caso dei due scrittori arrestati, e un processo a porte aperte.
Già nel suo svolgimento, il processo mette in scena – per un pubblico a inviti – la sua anomalia rispetto a un’assestata tradizione almeno ventennale. Con un’audacia inusitata, Sinjavskij e Daniel non solo rifiutano il previsto ruolo di colpevoli (in fondo c’era già stato il precedente del ventiquattrenne Iosif Brodskij che – accusato, due anni prima, di “parassitismo” sociale – aveva orgogliosamente rivendicato la propria professione di “Poeta. Poeta traduttore”), ma vanno anche oltre: intavolano con la pubblica accusa dotte disquisizioni sul carattere artificioso dell’opera d’arte e sulla banalizzante identificazione del pensiero dell’autore con quanto messo in bocca ai cartacei personaggi. Afferma Sinjavskij in aula: «le parole non sono realtà, […] l’immagine artistica è pura convenzione, l’autore non si identifica col personaggio. Si tratta di verità elementari…». Certo, ne aveva anche tutto il diritto: il loro è infatti il primo processo nel quale, accanto al Procuratore, siedono come accusatori due critici letterari forniti direttamente dall’Unione degli scrittori (e uno dei due potrà anche permettersi di rovesciare su Sinjavskij e Daniel le parole con cui il critico Sinjavskij aveva descritto pochi anni prima i personaggi di Gorkij: «Su di essi è impresso il marchio della degradazione morale e spirituale, la discordanza fra parole e fatti…»).
Ma continuano le anomalie. Per rispondere alla prevista pubblicazione ufficiale del resoconto del dibattimento (con una prassi che risaliva ai grandi processi politici degli anni Trenta), Aleksandr Ginzburg – caporedattore dell’almanacco poetico (insamizdat) Sintaksis– pubblica nel ’67 (ovviamente all’estero, ma senza pseudonimi) il Libro bianco sul caso Sinjavskij-Daniel, dove sono raccolti anche gli stenogrammi delle udienze ad opera delle impavide mogli dei due imputati. Il dissenso ha acquistato coraggio. Nulla, però, aveva potuto impedire che i due fossero ugualmente condannati: il primo a sette, il secondo a cinque anni di reclusione nei campi di lavoro. Sinjavskij ne sconterà cinque. Espulso nel ’73, emigrerà in Francia dove insegnerà Letteratura russa alla Sorbona.
Ma vediamoli un po’ quei “libelli”. In quelle belle prose risalenti alla seconda metà degli anni Cinquanta (Entra la corte, I grafomani, La gelata, Coinquilini), il trentenne Sinjavskij si mostrava già un maestro del fantastico, realizzatore di «un’arte fantasmagorica […] in cui il grottesco rimpiazzi la descrizione realistica della vita quotidiana», come scriveva nell’eretico saggio Che cos’è il realismo socialista?, su cui ugualmente si era accanita la Procura. Prendiamo ad esempio Entra la corte, racconto perfetto in cui si respira l’atmosfera che era inNoi di Zamjatin: Sinjavskij vi disegna – con attento dosaggio di deformazione e realtà – un apologo su come le grandi mete da raggiungere inesorabilmente sfumano, lasciando solo la crudele autosufficienza dei mezzi che avrebbero dovuto servire la Causa (e Sinjavskij non fa certo distinzioni fra regime sovietico, prassi cattolica o bassi desideri sessuali di qualche personaggio). Nella distopia Ljubimov (1963) si racconta invece di una città abbindolata dalla capacità ipnotica di un meccanico di biciclette che ne diventa il tiranno, portandola alla distruzione. Trappole ideali per letture semplificanti.
Perché c’era sempre un nocciolo di moralitas in quelle baraonde narrative. Ma con la metà degli anni Sessanta Sinjavskij abbandona la finzione. I Pensieri improvvisi, oggi ripubblicati da Jaca Book con ulteriori aggiunte (Pensieri improvvisi con ultimi pensieri, a cura di Sergio Rapetti, che di Sinjavskij è uno dei maggiori conoscitori), questi «appunti occasionali poi riuniti insieme », tentativo di «definire i punti estremi della mia coscienza, quasi le sue coordinate », sono nel loro nucleo originario come una preparazione all’arresto che sente prossimo. In una sorta di inventario dell’anima, Sinjavskij affastella considerazioni sullo spirito russo, sulla sessualità («Il piacere assomiglia a un banchetto in una fogna e predispone alla fuga dalla fonte inquinata»), sull’arroganza umana («Depositiamo i nostri escrementi in tazze igieniche e crediamo di essere salvi»), sulla morte e sulla scomparsa della fede in Dio, in un’atmosfera da ultime cose dell’uomo. Ondeggiando tra l’amato Vasilij Ròzanov delle Foglie cadute e il tagliente Jerzy Lec dei Pensieri spettinati, che certo gli aveva suggerito il titolo, Sinjavskij lascia un’istantanea di quei giorni, dalla quale riesce però a cancellare l’ingombrante (minacciosa) quotidianità che li avvolgeva.
Se si escludono i bei saggi degli ultimi anni (le Passeggiate con Puskin e Nell’ombra di Gogol), d’ora in avanti sarà l’aforisma, il frammento, la misura della sua scrittura. Una voce dal coro(1973), anomala testimonianza dei cinque anni passati nei campi di lavoro, è un montaggio polifonico costruito sulla base delle lettere che Sinjavskij spediva alla moglie due volte al mese (come da regolamento). Anche qui Sinjavskij assembla alla rinfusa annotazioni diaristiche, secche registrazioni della vita nel campo, meditazioni su Swift o Defoe, riflessioni storiche, ricordi di Anna Achmatova, ma soprattutto la voce dei compagni di prigionia, i loro modi di dire, lo slang dei malavitosi perché – in quell’inferno che però mai Sinjavskij descrive come tale, e da dove si torna con stupore alla vita normale «dopo essere già stati seppelliti una volta» – «i pensieri non sono assimilati dai libri, spuntano dalle ossa».


l’Unità 5.2.14
Tra gli spettri di Auschwitz
La lettera di Charlotte Delbo lucida analisi dell’orrore
Una lunga missiva che l’autrice progettò di inviare a Louis Jouvet e che mai terminò per la sopraggiunta morte dell’attore nel 1951
di Giacomo Verri


«CHE COSA RESTAVA AD AUSCHWITZ DI QUESTA SOCIETÀ, DI QUESTA GERARCHIA? Oh, c’erano gradi e ranghi - nel senso ignobile. Le condizioni erano tali che sussisteva, in un certo senso, un simulacro di società, con le sue prostitute e i suoi criminali alla guida di un macchinario organizzato in modo tale che la morte fosse il solo esito».
Così Charlotte Delbo nella lucida perizia intorno all’universo concentrazionario che si legge in Spettri, miei compagni (ora tradotto da Andrea Pioselli, introd. di Elisabetta Ruffini, Il filo di Arianna, pp. 78, €10), lunga missiva che l’autrice progettò di inviare a Louis Jouvet e che mai terminò per la sopraggiunta morte dell’attore nel 1951. Ma nonostante la dichiarata incompiutezza, Spettriè tra le meglio delineate e disarmanti riflessioni sull’esperienza della deportazione e dell’internamento, non perché narra i gesti, i luoghi orrendi, le cose fuori pietà che laggiù si provarono, ma poiché indaga come e quanto (al perché non v’è chiosa) la barbarie nazista seppe asportare tutto ciò che alimenta la vita psichica dell’individuo. Delbo, classe 1913, famiglia di origine italiana, è oggi tra le donne simbolo della Resistenza nel padiglione francese del Museo di Auschwitz. Assistente di Henri Lefebvre, segretaria di Jouvet, sposa nel 1936 Georges Dudach, allora tra le guide della Jeunesse communiste.
Proprio sui Cahiers de la Jeunesse, firma le prime recensioni letterarie e teatrali che la condurranno a quei profondi e laceranti percorsi nell’immaginario, alla base anche di questa «lettera filosofica ». Il 2 marzo 1942 è arrestata col marito (frattanto divenuto il braccio destro del leader comunista Pierre Villon), nel quadro dell’affaire Pican. Dudach è di lì a poco fucilato, mentre la Delbo, schedata nella rubrica «Notte e Nebbia» tra i prigionieri politici, sale su un treno diretto al campo di Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione proprio il 27 gennaio 1943. Con lei, tra le altre donne, c’è Viva, Vittoria Nenni, figlia di Pietro.
La lettera, come un bisturi, incide inesorabilmente l’umanità di chi legge per chiamare in superficie non tanto la cognizione del dolore provato, ma l’atroce estinzione della paura e del senso del mistero. Prima di Auschwitz, la Delbo è detenuta a Romainville. Lì inizia la deriva, lì il viaggio della coscienza guadagna il deserto dove l’umana «sensibilità è ridotta allo stato di ricordo».
Lungo la rotta dell’annullamento, mentre la compagnia delle persone vere si perde, resta quella degli amati personaggi di teatro (la cui essenza giunge attraverso «il comportamento nell’azione») e di romanzo (che, scrutati fin nelle crepe ultime del cuore, guadagnano «l’universalità umana»). Essi sopravventano quello «sforzo della coscienza per afferrare la propria esistenza che Proust chiama la ricerca del tempo perduto ». Appaiono allora Fabrizio del Dongo, l’eroe della Certosa, e altri spettri, ognuno dei quali educa in qualcosa Charlotte. «Il personaggio raggiunge, a seconda dell’ambiente in cui lo si cala, un grado di esistenza più o meno alto. In prigione », e chi poteva starci meglio di Fabrizio?, «si anima con una vivacità particolare». Del Dongo le insegna ad annoiarsi, ché in cella, nonostante il tempo a disposizione per pensare, il futuro decade «a causa del tribunale che decreta solo condanne a morte».
Il sentimento dell’ineluttabile estingue la paura, «la conoscenza esatta del pericolo paralizza l’immaginazione». Ma come vivere senza paura, senza il mistero della paura? È Ondine, l’eroina della pièce di Giraudoux, a offrire la risposta: lei, ninfa vaga dell’umano Hans che la tradisce, destinata a sprofondare nel buio, è metafora della franante oblivione di Charlotte, della propria dimenticanza terribile eppure necessaria. Sopravvivenza significa oblio, «quella facoltà della memoria di rigettare nell’insensibile il ricordo di una sensazione calda e viva». Charlotte impara dunque a dimenticare («poiché mangiavo, dimenticavo, poiché respiravo, dimenticavo, poiché pensavo a ciò che sarebbe stato domani, dimenticavo»).
Sul «vagone oscuro dove le forme erano ancora più fantastiche che quelle dei sogni», compare il misantropo Alceste, a lei germano per la sete d’assoluto. Non c’è Don Giovanni (che arriva più tardi), nonostante le belle ragazze «che scuotevano i capelli per far cadere le pagliuzze che ci si erano attaccate»; non Amleto, troppo filosofo, troppo «poco dotato di esistenza»; non Ermione, non Rodrigo. C’è l’Elettra di Giraudoux, che s’erge infine tra le paludi di Auschwitz: «che la verità divampi», dice.
E la verità è la gemma della rimembranza, il ricordo dell’amore: «valeva la pena tutto soffrire per riportare la memoria dell’amore assoluto che si era vissuto». Ma anche il ritorno è disgregante. Il 23 giugno 1945 Delbo sbarca all’aeroporto di Bourget. «Tutti, tra la folla di cui sentivo il fluire intorno a me, tutti erano pronti ad aiutarmi, erano lì per aiutarmi, masi proponevano coi loro propri mezzi, senza relazione con ciò di cui avevo bisogno».
E scopriamo allora che il bisogno di chi ha fatto quella esperienza è di avere tempo per risalire la superficie, tornare a illudersi che non tutto è così «a lato dell’essenziale», riconquistare tra le lacrime il senso della nostalgia: quanto «mi circondava non erano che spigoli taglienti e brucianti di oggetti, di colori, di reminiscenze, di associazioni, di evocazioni che testimoniavano che G. aveva vissuto, mi aveva amato, che l’avevo amato».

l’Unità 5.2.14
Ritorna Santa Muerte culto meticcio
per 10 milioni di fedeli
Francesco Lorusso
ne racconta la storia in un libro. Per lei nessun confine: dal Messico al Giappone
di Simone Scaffidi


«SANTA MUERTE PATRONA DELL'UMANITÀ» DI FRANCESCO LORUSSO(Stampa Alternativa) è un libro meticcio come il culto che indaga. Un'opera impregnata di sincretismo nei contenuti e nelle forme. Racconta la violenza dell'amplesso inferto dai santi cristiani contro Mictecacíhuatl, regina dell'inframundo azteco, e dell'orgia che ne seguì a cui presero parte madonne cristiane e divinità africane yoruba. Con la croce e con la spada s'impose dall'alto la con-fusione dei corpi e degli spiriti, ma ben presto con il meticciato e l'autonomia dei quilombos si reinterpretarono, in chiave resistenziale e dal basso, le violenze subite. Il culto della Santa Muerte si inserisce a pieno titolo nella babylon di credenze nate in territorio americano a seguito di tali violenze. Per secoli relegata sulle montagne e tra le mura domestiche, la devozione alla Santa, è riemersa come un fiume carsico in piena agli inizi degli anni duemila. Il 31 ottobre 2001 segna la definitiva uscita dalla clandestinità del culto, quando tra le bancarelle del barrio mercato di Tepito (Città del Messico), una donna di cinquantasei anni espone pubblicamente una statua a dimensioni naturali della Santa Muerte. Si chiama Enriqueta Romero Romero, ma tutti la conoscono come Doña Queta, guardiana dell'altare e inconsapevole autrice di un gesto rivoluzionario che ha fatto uscire dall'ombra migliaia di devoti.
Si stima ci siano dai tre ai dieci milioni di fedeli sparsi per il mondo tra Messico, Stati Uniti, Salvador, Guatemala, Honduras, Colombia, Argentina e Giappone. È risaputo infatti che la Santa Muerte non conosce confini, o meglio: non li riconosce. Se ammettesse la loro esistenza, tollerasse le dogane, i metal detector e i visti sul passaporto, la sua libertà verrebbe continuamente condizionata dalle interminabili file per il permesso di soggiorno, dalle ore d'attesa nei gate degli aeroporti e dalle perquisizioni. Che di certo bloccherebbero l'imbarco di quella sacca da hockey, dal contenuto registrato come attrezzo sportivo, in cui si nasconde la fedelissima falce. Pensate poi cosa dovrebbe inventarsi se, dopo aver fatto visita a un anti-castrista cubano di Miami, volesse recarsi in tutta fretta dal cugino, rimasto a Cuba e fedele al regime. I voli per l'isola dal suolo a stelle e strisce sono vietati e il giro della morte a cui sarebbe costretta la porterebbe a far scalo in Centro America o in Canada prima di approdare nel paese della Revolución. Una volta atterrata, esausta dalla tanta fatica non ci penserebbe due volte a godersi un puro in compagnia di sua cugina Yemayá, la regina dei mari e degli dei. Tutto ciò contribuirebbe a minare la sua maniera di lavorare che si fonda su principi democratici e libertari che non contemplano distinzioni di classe, genere o nazionalità. La clandestinità per la Santa rappresenta infatti una scelta politica che garantisce l'abolizione del privilegio e l'orizzontalità della decisione. Per i suoi devoti invece è una costrizione imposta dall'alto. Molti di loro, alcune migliaia di messicani, hanno varcato frontiere illegalmente e esportato il culto negli Stati Uniti. Altri sono caduti sotto i colpi di fucile dei pistoleros texani. Altri ancora sono stati costretti per secoli dalle autorità statali ed ecclesiastiche a mantenere il culto segreto e a non praticare pubblicamente la propria devozione. Sempre per necessità e non per scelta. Fabrizio Lorusso racconta questo e molto altro con uno stile semplice e un linguaggio orizzontale che abbraccia più voci: la sua, quella dei devoti, quella dei media che manipolano la realtà in modo sensazionalistico e quella sotterranea della Santa, che si può solo credere d'intuire tra le righe del testo. Ma il grande merito dell'autore sta nel forzare la mano del genere, ibridare la scrittura e creare quel sincretismo letterario che dà profondità all'opera e allo stesso tempo la rende perfettamente fruibile. Santa Muerte Patrona dell'Umanità è infatti un saggio, perché rappresenta uno degli studi sul campo più approfonditi sul culto messicano della Santa Muerte; ma anche un diario di viaggio, perché l'autore è abile a dare testimonianza orale e visiva del percorso che lo ha portato ad avvicinarsi al barrio bravo di Tepito, alla sua gente e alla santa; ed è ancora un testo di denuncia sociale dal basso, perché prende posizione contro l'autoritarismo e la smania centralizzatrice di Chiesa Cattolica e governo messicano, sintesi estreme del dogma religioso e della cultura istituzionalizzata. Non c'è dubbio che il culto della Santa Muerte, che si fonda su pratiche democratiche e libertarie abbia trovato nella scrittura critica di Fabrizio Lorusso una voce complice per raccontare la sua storia.

il Sole 5.2.14
Perché sarebbe un disastro uscire dall'area euro
di Davide Colombo


Un'uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico. Scatenerebbe un'inflazione a doppia cifra con un'esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli paesi.
Evidentemente dodici anni di circolazione di una moneta buona non sono ancora bastati per scacciare la moneta cattiva della polemica populista. Tant'è vero che ogni giorno dai bastioni anti-euro arriva una bordata contro la valuta che è diventata unica il 28 febbraio del 2002 per 11 paesi europei per poi, negli anni successivi, entrare nei portafogli di altri sette. Colpi bassi, sostenuti anche da economisti isolati, fautori della tesi della "liberazione" dell'economia dalle catene di una moneta giudicata troppo forte per i paesi della periferia mediterranea e, quindi, per l'Italia.
Le reazioni solite a questa vulgata, quelle che propongono i fatti più duri e che sono sostenute non solo dalla maggioranza assoluta di economisti ma pure dai banchieri centrali, partono dagli effetti di breve termine e ovviamente insostenibili dell'eventuale break-up: l'immediato disallineamento degli spread, il default almeno parziale del nostro debito pubblico (che rifinanziamo sui mercati, in euro, al ritmo di circa 1 miliardo al giorno), il congelamento dei crediti alle aziende più indebitate e internazionalizzate, l'esplosione dei costi energetici e, infine, il ritorno di un'inflazione a doppia cifra.
Uno scenario drammatico al quale i sostenitori dell'uscita dall'euro contrappongono, come giustificazione della loro tesi, il vecchio arnese della svalutazione del tasso di cambio, magico strumento capace, a loro dire, di rilanciare l'export e la crescita del Pil.
Qualche mese fa a mettere in fila almeno quattro fattori che hanno definitivamente affossato l'equazione uscita dall'euro = svalutazione = rilancio di export e Pil è stato il centro studi di Confindustria. Rileggiamoli insieme.
Primo: la diffusione delle filiere globali riducono i vantaggi competitivi di una svalutazione. Non si vive più in un mondo in cui le imprese delle economie avanzate producono interamente in casa i loro beni e servizi importando solo materie prime. Ora si produce importando anche i semi-lavorati che servono a produrre i beni finali da esportare (in Italia, Spagna e Portogallo l'import di commodity e beni semi-lavorati è pari al 60% del totale). In questo nuovo contesto di "supply-chain globale" la svalutazione del cambio renderebbe queste importazioni assai più costose annullando l'eventuale guadagno di competitività.
Secondo: i sistemi bancari in crisi renderebbero difficile ottenere nuovo credito. In pieno credit crunch diventerebbe un'impresa impossibile per le aziende dei paesi più indebitati chiedere finanziamenti per sostenere l'aumento di produzione e soddisfare gli ordini derivanti dalla svalutazione.
Terzo: la più lenta risposta dell'export in un contesto concorrenziale nel quale i paesi più avanzati possono giocare sulla qualità dei loro beni e servizi piuttosto che sul prezzo. La spiegazione è semplice: serve tempo (e nuovi investimenti) per sostituire i semi-lavorati importati con produzioni proprie e mentre questa "sostituzione" si determina la concorrenza degli altri paesi avanza con la qualità (a parità di prezzo) dei loro prodotti.
Quarto: se tutti svalutano nessuno ci guadagna. Il caso citato è quello dell'Argentina del 2002 che ebbe successo abbandonando la parità fissa con il dollaro perchè i paesi vicini che importavano i suoi beni (Brasile e Messico) lasciarono immutati i tassi di cambio. Nel caso dei paesi deboli dell'eurozona la svalutazione sarebbe contemporanea e a guadagnarci di più sarebbero quelli con le maggiori quote di export destinate all'area euro, quindi l'Italia vedrebbe diluiti di molto gli eventuali vantaggi.
C'è un ultimo argomento proposto dagli analisti del Centro studi di Confindustria: per esportare di più (dopo aver svalutato) occorre poter contare su un'ampia base industriale capace di produrre beni commerciabili internazionalmente. E purtroppo quella base (che l'Italia ha) è stata fortemente indebolita dalla doppia recessione che ci ha colpito negli ultimi sei anni.