giovedì 6 febbraio 2014

l’Unità 6.2.14
Il caso pedofilia
Preti pedofili, l’Onu accusa «Il Vaticano coprì gli abusi»
La Commissione per la difesa dell’infanzia delle Nazioni Unite condanna la strategia della Santa Sede
«La Chiesa apra gli archivi sollevi dagli incarichi e consegni alla polizia tutti i colpevoli di abuso»
La reazione d’Oltrevere, sorpresa e irritazione: «Sorprende siano entrati in temi come l’aborto che interferisce con la dottrina cattolica»
di Roberto Monteforte


Accuse pesanti dell’Onu al Vaticano: ha permesso i casi di pedofilia nella Chiesa. Chiesta la rimozione dei responsabili. La reazione: valuteremo il rapporto con il massimo impegno ma no a interferenze. Intervista a Marazzita: svolta grazie a Papa Francesco.
Sulla pedofilia l’Onu condanna il Vaticano. «Ha violato la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti per l’infanzia. Dovrebbe sollevare dai loro incarichi e consegnare alla polizia tutti coloro che sono colpevoli di abusi sessuali su minori », ha dichiarato ieri il presidente della Commissione Onu sui diritti dei minori Kirsten Sandberg presentando le Osservazioni conclusive della 65ma sessione. «La Santa Sede non ha fatto quello avrebbe dovuto fare, non ha preso le misure necessarie per proteggere i bambini e ha lasciato impuniti i colpevoli », ha aggiunto. «La gerarchia, con gli spostamenti da una parrocchia all’altra, ha coperto i preti responsabili di abusi sessuali su minori» si legge, infatti, nel rapporto conclusivo della 65 sessione dell’organismo che ha sede a Ginevra. Sarebbe stata insufficiente quella «tolleranza zero» verso gli abusi, perseguita da Benedetto XVI e confermata dal suo successore, Papa Francesco.
Non sono stati sufficienti i chiarimenti forniti alla commissione Onu nel gennaio scorso dalla delegazione della Santa Sede guidata dall’Osservatore permanente monsignor Silvano Tomasi sulle novità introdotte dopo gli scandali che hanno macchiato la Chiesa negli Stati Uniti e in Messico, nella cattolica Irlanda di fatto «commissariata» da Benedetto XVI, quindi in Austria, in Germania, in Belgio e in Polonia. Sarebbero state inadeguate le risposte date dal Vaticano e dalle singole Conferenze episcopali. I responsabili di abuso sarebbero tollerati e coperti dalle gerarchie cattoliche.
Per questo la Commissione Onu per i diritti dei minori, della quale fa parte anche la Santa Sede, ha sollecitato misure nette, come «l’apertura degli archivi del Vaticano per garantire alla giustizia quanti si sono macchiati di abusi sessuali contro i minori e hanno nascosto i loro crimini». Nel rapporto si chiede che la specifica Commissione contro gli abusi creata nel dicembre 2013 da Papa Bergoglio «indaghi in condizioni di indipendenza su tutti i casi di abusi sessuali sui minori così come sul comportamento tenuto dalla gerarchia cattolica chiamata ad affrontarli». L’organismo Onu sollecita una collaborazione dei rappresentanti della società civile e delle organizzazioni delle vittime con questa Commissione voluta da Bergoglio e auspica che «gli organismi internazionali per i diritti umani sostengano il suo lavoro». Si chiede che l’esito di tali indagini sia «reso pubblico e serva a scongiurare il ripetersi di abusi sessuali sui minori all’interno della Chiesa cattolica».
SORPRESA OLTRETEVERE
Non solo, alla Santa Sede si è chiesto pure di rivedere la propria posizione su aborto e contraccezione.
Una presa di posizione dura e inattesa Oltretevere. La reazione vaticana non si è fatta attendere. «Questo rapporto bisogna studiarlo. La Santa Sede si riserva di rispondere, dopo aver preso conoscenza e aver approfondito i rilievi fatti dal comitato» ha commentato il segretario di Stato, monsignor Pietro Parolin. Ha assicurato che «una risposta ci sarà e sarà una risposta articolata ». «Da parte nostra - ha aggiunto - non possiamo che ribadire la nostra volontà di adempiere a quelle che sono le esigenze della Commissione e della Convenzione. Il fatto che la Santa Sede abbia aderito significa la sua volontà di adempiere a tutte le indicazioni della convenzione». Parolin non ha nascosto la sua sorpresa per il fatto che si sia voluto entrare in «temi che interferiscono con la dottrina cattolica», come quello dell’aborto. «Toccano punti che sono fondamentali dell’insegnamento della Chiesa». Il rammarico «per le interferenze » è contenuto anche in una nota formale della Santa Sede. «Sorpreso » per il rapporto si è dichiarato anche il nunzio all’Onu monsignor Silvano Tomasi. «L’aspetto negativo del documento - osserva - è che pare sia stato preparato prima dell’incontro con la delegazione della Santa Sede, le cui risposte - continua - non sono state riportate o almeno non sembrano essere state prese in seria considerazione». Si rammarica perché il Rapporto «non terrebbero conto di quello che in questi ultimi anni è stato fatto a livello di Santa Sede, con le misure prese direttamente dall’autorità dello Stato della Città del Vaticano e poi nei vari Paesi dalle singole Conferenze episcopali». Un impegno che per Tomasi sarebbe superiore a quanto hanno fatto da altre istituzioni o Stati. Il diplomatico vaticano avanza un sospetto: «Probabilmente delle Organizzazioni non governative - che hanno interessi sull’omosessualità, sul matrimonio gay e su altre questioni - hanno certamente avuto le loro osservazioni da presentare e in qualche modo hanno rafforzato una linea ideologica». La conclusione del nunzio all’Onu è che «questo Comitato non ha fatto un buon servizio alle Nazioni Unite ».
NUOVE CAUSE
Il documento della Commissione Onu un effetto immediato lo ha avuto. La più importante associazione a difesa delle vittime degli abusi commessi nelle istituzioni cattoliche (Snap), ha deciso di avviare un’azione legale contro il Vaticano. «I magistrati devono investigare gli abusi cattolici e le coperture e perseguire i responsabile della Chiesa che stanno ancora proteggendo gli stupratori e mettendo in pericolo i bambini » ha scritto in un comunicato la presidente dell’associazione Barbara Blaine. «Il modo più veloce per prevenire le violenze sessuali da parte dei preti cattolici - ha aggiunto - è che Papa Francesco rimuova pubblicamente tutti i colpevoli dai loro incarichi e punisca severamente i loro colleghi e supervisori che hanno reso possibili questi crimini. Ma come il suo predecessore - ha concluso - finora si è rifiutato di fare qualsiasi passo in questa direzione».

l’Unità 6.2.14
Nino Marazzita:
«Ci attendiamo dal Papa quello che ha già promesso»
intervista di Umberto De Giovannangeli


«La denuncia delle Nazioni Unite è di straordinaria importanza, e apre uno spiraglio di speranza. Semmai sarebbe dovuta venire prima. Ma se oggi è stata possibile, credo che molto sia dipeso anche dalle aperture coraggiose dell’attuale Pontefice. Ora chiediamo che la Chiesa di Papa Francesco prosegua su questa strada, con atti concreti, che contemplino il risarcimento per le vittime di abusi sessuali perpetrati da prelati. Un riconoscimento contemplato da tante sentenze». A parlare è Nino Marazzita, avvocato penalista, presidente onorario de La Caramella Buona Onlus, l’associazione in prima fila in Italia nella battaglia contro la pedofilia in Italia».
Professor Marazzita, come valuta il pesante atto d’accusa della commissione Onu per i diritti dei minori nei confronti del Vaticano a proposito dei preti pedofili?
«Si è trattato di una presa di posizione importante, che dà forza e speranza a quanti nel mondo, e qui in Italia, si battono contro la pedofilia e gli abusi sessuali perpetrati da prelati. Mi lasci aggiungere che se questa presa di posizione è avvenuta oggi, probabilmente è anche grazie al carattere nuovo, più aperto e coraggioso su questo scottante tema, avuto da Papa Francesco rispetto ai suo predecessori ».
Come associazione, cosa vi attendete ora dalla Santa Sede?
«Ci attendiamo quello che Papa Bergoglio ha promesso e siamo convinti che questa sia la volta buona. In passato ci sono state molte dichiarazioni di principio, molte lacrime ma nessun fatto concreto ».
Fatti concreti, può farci un esempio in merito?
«Come associazione, chiediamo riparazioni economiche per le vittime; riparazioni che sono presenti nelle sentenze di condanna. Penso, ad esempio, a quella di don Ruggero Conti, che è stato condannato in appello a 14 anni di reclusione. In questa, come in tante altre sentenze, è contemplato l’obbligo della Chiesa di risarcire le vittime. Un obbligo giuridico, oltre che morale. Fino ad oggi le nostre richieste sono rimaste nell’oblio. In questa chiave, come presidente onorario de La Caramella Buona Onlus, la prima associazione riconosciuta come parte civile in processi di pedofilia, ho anche intenzione, se non dovesse accadere nulla nel frattempo, di chiedere udienza a Papa Francesco, non solo per chiedergli di sollecitare il risarcimento ma anche per mettergli a disposizione tutto il materiale in nostro possesso. Abbiamo una ricca documentazione sulla pedofilia in Italia, e di tutti i casi che si sono risolti con una condanna. Mi sento di dire che su questa materia possiamo offrire “consigli” al Santo Padre più preziosi e fondati di quelli che gli vengono dati in Vaticano».
Anche qui: può farci un esempio del materiale utile per Papa Francesco?
«Abbiamo svolto una inchiesta da cui emerge un dato preoccupante per la Chiesa: su 100 persone che in Italia vengono condannate per pedofilia, 6 sono prelati. Questo non è solo un dato statistico. E la Chiesa non può rispondere, come incredibilmente ha fatto, che ci sono anche magistrati o altre categorie... Questi riscontri sono un campanello d’allarme per la Chiesa, almeno per la Chiesa aperta, coraggiosa, che Papa Francesco intende edificare».
Fin qui le considerazioni di Marazzita. L’intervista concessa a l’Unità serve anche per pubblicizzare la meritoria attività della Caramella Buona Onlus. L’associazione, nota importante, valuta, a insindacabile giudizio, i casi che giungono all’Onlus e attiva i propri consulenti una volta applicato un collaudato Protocollo procedurale interno.
«Questo permette - spiega la nota- alla nostra organizzazione di ottimizzare le energie, le risorse e il tempo propriocon l’obiettivo di mantenere lo standard qualitativo riconosciuto e consolidato in anni di attività.La prima risposta dei nostri esperti è gratuita ed è gradita l’iscrizione alla Onlus come “amico sostenitore”...».
E di amici sostenitori ce n’è bisogno ancor più oggi. Per portare avanti con ancora maggiore determinazione la battaglia contro la piaga della pedofilia. Una battaglia di civiltà, che la denuncia delle Nazioni Unite rilancia, e che la Chiesa di Papa Francesco deve saper far sua.

il Fatto 6.2.14
Il sistema pedofilo vaticano
Rapporto dell’Onu processa la Santa Sede: rimuovete e fate processare tutti i preti colpevoli
di Giampiero Gramaglia


Nel giorno in cui 25.000 persone ascoltano l’esortazione di Papa Francesco nell’udienza generale, “che i bambini si preparino bene alla Prima Comunione e che tutti la facciano”, ultima versione dell’evangelico “lasciate che i bambini vengano a me”, le Nazioni Unite pubblicano un atto d’accusa durissimo contro il Vaticano per i preti pedofili e per le posizioni sull’omosessualità (e pure per l’aborto e la contraccezione). L’attacco frontale è in un rapporto del Comitato dell’Onu sui diritti dell'infanzia diffuso a Ginevra.
Non è la prima volta che il fiume carsico della pedofilia, che ha traversato invisibile e silente quasi cinque secoli di storia della Chiesa, prima di emergere alla superficie con violenza negli ultimi tre papati, crea tensioni tra la gerarchia cattolica e la società civile. Ma forse mai in passato l’atto d’accusa era stato così radicale. Kirsten Sandberg, norvegese, presidente del Comitato, afferma che il Vaticano ha violato, e tuttora viola, la Convenzione dell'Onu sui diritti dell'infanzia: “La Chiesa viola la Convenzione perché non ha fatto tutte le cose che doveva fare”.
IL RAPPORTO non ha riguardi per la Santa Sede, trattata alla stregua d’uno Stato qualsiasi (senza distinguo e senza favori). La reazione del Vaticano è pronta. Ma monsignor Silvano Tomasi, capo delegazione della Santa Sede presso il Comitato, peggiora – se possibile situazione, denunciando a Radio Vaticana l’ingerenza nella stesura del rapporto di lobbies omosessuali.
L’arcivescovo è sorpreso: “Pare che il testo fosse già stato preparato prima dell'incontro tra il Comitato e la nostra delegazione”, il mese scorso. “Abbiamo dato risposte precise su vari punti, che non sono state né riportate né prese in considerazione... Il documento muove da tesi ideologiche”.
Il rapporto chiede che vengano “immediatamente rimossi” e consegnati alle autorità civili i prelati coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo; e pretende che la Santa Sede renda accessibili i propri archivi in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia. Fra le richieste, quelle di scoprire quanti siano “i figli di sacerdoti”. “Il Comitato – si legge nel rapporto – è gravemente preoccupato dal fatto che la Santa Sede non abbia riconosciuto l'ampiezza dei crimini commessi, non abbia preso le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali e per proteggere i bambini e abbia anzi adottato politiche e pratiche che hanno portato a una continuazione degli abusi e all'impunità dei responsabili”.
IL VATICANO è tra i firmatari della Convenzione dell’Onu sui diritti dell'infanzia, approvata dall'Assemblea generale nel 1989. Il testo definisce i diritti fondamentali da riconoscere e garantire ai minori e prevede un controllo sull'operato degli Stati, che devono stilare un rapporto periodico sul rispetto dei diritti dei bambini nel proprio ambito. La Santa Sede ratificò la convenzione nel ’94, ma fino al 2012 non ha consegnato nessun rapporto, neanche dopo le rivelazioni sui casi di abusi, le migliaia di denunce e l’allontanamento dal sacerdozio di centinaia di preti.
Il documento dell’Onu esorta, inoltre, il Vaticano a rivedere le posizioni su aborto, contraccezione e omosessualità. Sull’aborto, quando “è a rischio la vita e la salute delle donne incinte, modificando il canone 1398 in materia” – il rapporto cita un caso del 2009 in Brasile, in cui madre e medico fecero abortire una bambina di 9 anni rimasta incinta dopo la violenza del patrigno –. Sulla contraccezione, per tutelare le adolescenti e prevenire l'Aids. Per l'omosessualità, il Comitato dell’Onu sollecita la Chiesa a sostenere gli sforzi per depenalizzarla e “fare pieno uso della sua autorità morale per condannare tutte le forme di molestie, discriminazione e violenza contro i minori sulla base del loro orientamento sessuale e/o di quello dei loro genitori”. Nel rapporto, infine, il Comitato esprime “preoccupazione”
per “la sorte degli adolescenti reclutati dalla Legione di Cristo e da altre istituzioni cattoliche, separandoli dalle loro famiglie e isolandoli dal mondo esterno”. E chiede di assicurare “canali accessibili, confidenziali ed efficaci” ai bambini “vittime o testimoni di abusi”, assistendo le famiglie e prevenendo qualsiasi altra forma successiva di violenza.

il Fatto 6.2.14
Una catena di comando ha occultato tutto
di Marco Politi


Città del Vaticano La folgore dell’Onu cade sul Vaticano e illumina violentemente colpe, omissioni, ritardi nel contrastare gli abusi sessuali del clero. Al tempo stesso costringe la Santa Sede a rendere conto di quanto ancora non sta facendo per portare alla luce i crimini commessi e assicurare alla giustizia i preti delinquenti. Ci sono passaggi nel rapporto del Comitato per i diritti dell’infanzia, che sembrano scritti prima del 2010 quando Benedetto XVI fece pubblicamente mea culpa (nella sua lettera ai cattolici d’Irlanda) per i silenzi della Chiesa, il mancato ascolto delle vittime, la disapplicazione delle norme canoniche che punivano il crimine, l’assenza di intervento dei vescovi e – testualmente – la “preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali”. Allora e in seguito Benedetto XVI ribadì più volte che i preti colpevoli dovevano sottoporsi alla giustizia civile. Sia Ratzinger che Bergoglio hanno inasprito la normativa del codice canonico e – a differenza della giustizia civile – i delitti cadono ora in prescrizione solo vent’anni dopo il raggiungimento della maggiore età della vittima. C’è quindi un prima e un dopo.
DELLA STAGIONE precedente fa parte una catena di comando che non ha funzionato. La gran massa dei vescovi ha trattato il problema proteggendo generalmente i colpevoli. Esemplare il caso del cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston, trasferito a Roma alla basilica di Santa Maria Maggiore da Giovanni Paolo II per evitargli disavventure con la giustizia americana. Non ha funzionato il controllo della Congregazione del Clero. Vergognosa la lettera che il prefetto della congregazione, cardinale Castrillon Hoyos, scrive nel 2001 al vescovo francese Pican per complimentarsi di non aver denunciato alla magistratura un prete, poi condannato per abuso di undici minori. Non ha funzionato, negli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, la Congregazione per la dottrina della fede guidata dall’allora cardinale Ratzinger: congregazione troppo lenta, troppo legalistica nel reagire ad una serie di casi gravissimi venuti poi alla luce sulla stampa internazionale, troppo silenziosa sui crimini del fondatore dei Legionari di Cristo. Non ha funzionato la segreteria di Stato, retta dal cardinale Sodano, proprio nel caso eclatante di Marcial Maciel Degollado: il governo centrale della Chiesa non ha dato nessun seguito a lettere ufficiali pervenute tramite i nunzi e a denunce pubbliche sulla stampa. Papa Francesco nel suo primo incontro con l’attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ha ribadito l’impegno della Chiesa a combattere la pedofilia nelle proprie file. Il rapporto Onu, rifacendo tutta la storia, mette però in luce tutto ciò che oggi ancora non funziona. Vale poco l’obiezione di parte ecclesiastica che la Chiesa non è una multinazionale e il Vaticano non ne sarebbe il quartiere generale. Perchè certo il pontefice non può sapere cosa fa cosa fa un prete in Amazzonia, tocca al vescovo vigilare. Ma spetta ai papi e al loro governo vigilare che tutto l’organismo rispetti e applichi le leggi, che la Chiesa stessa si è data. Tanto più che il cattolicesimo gode – unico fra le religioni – di una fisionomia statuale. E allora il centro deve rendere conto del funzionamento delle sue norme in periferia. C’è da fare moltissimo. Benedetto XVI incaricò le conferenze episcopali di dotarsi di Linee-guida per contrastare il fenomeno. Ci sono conferenze episcopali, che si sono dotate di strutture nazionali e diocesane serie, e ci sono conferenze episcopali – fra cui brilla la Cei – che finora si sono rifiutate in tutti i modi di assumersi responsabilità nel fare applicare le norme ecclesiastiche. È un atteggiamento di fuga, che non può continuare. Dopo il rapporto del comitato Onu per i diritti dell’infanzia è evidente che dal Vaticano devono arrivare indicazioni cogenti per tutti – con la creazione di strutture ecclesiali locali e nazionali per scoprire i crimini – se la Santa Sede non vorrà trovarsi di nuovo fra tre anni sul banco degli accusati.
INOLTRE non è tollerabile restare a metà del guado rispetto al dovere di denuncia alla magistratura. In coerenza con gli auspici di Benedetto XVI, il Vaticano la deve dichiarare obbligatoria. Se la pedofilia è un crimine, come ha ricordato papa Francesco ai giornalisti tornando dal Brasile, l’omertà di un vescovo non è sostenibile. Dire ad esempio, come fa la Cei, che in Italia il vescovo non è un pubblico ufficiale, è ridicolo. Perché? Se io privato cittadino vedo che per strada massacrano una vecchietta, che faccio? Tiro avanti zitto perché non sono un pubblico ufficiale? Il lavoro del comitato di Ginevra si sta rivelando prezioso. Grazie alle audizioni, cui sono stati chiamati i rappresentanti vaticani, è emerso che Benedetto XVI in due anni ha espulso 384 preti indegni. Bene. Il rispetto delle vittime esige che siano aperte inchieste in tutti i Paesi perché vengano alla luce i crimini nascosti e avvolti nel silenzio. Papa Francesco lo sa dall’esperienza che hanno fatto i suoi connazionali in Argentina. Quando è in gioco la violazione dei diritti umani non esiste una trasparenza a metà. Non si fa pace con il passato, se prima non si porta alla luce tutta la verità. Chiarendo chi è stato colpevole e chi complice. Il comitato ha toccato anche un punto delicato, che finora era stato sempre rimosso: il destino dei figli dei preti. Non c’è dubbio che tutto ciò rappresenti una sfida per il pontificato di Francesco. Ma la Chiesa non può eluderla.

il Fatto 6.2.14
Periferia morale
Don Ruggero, predatore protetto
di Angela Camuso


È stato tra i processi più clamorosi mai celebrati in Italia, sia per il numero elevato delle vittime che per la caratura del sacerdote imputato, il quale, come emerso nel dibattimento che si è concluso con una condanna in secondo grado, ha perpetrato le sue turpitudini, per oltre trent’anni, ai danni di maschi adolescenti coperto dal silenzio complice dei vescovi e dalla paura delle famiglie delle stesse vittime, che di fronte al rischio di vedere i propri figli messi alla gogna hanno preferito tacere invece che informare le forze dell’ordine. Si tratta del caso di don Ruggero Conti, arrestato nel 2008 a Roma per il reato di violenza sessuale nei confronti di 7 allora minorenni che frequentavano l’oratorio. Pastore moderno e carismatico, a capo di una popolosa parrocchia alla periferia della capitale, don Conti godeva di altissima considerazione nei palazzi del potere essendo anche stato nominato economo della Curia, grazie alle sua capacità manageriali e all’innato carisma, che ne faceva un formidabile collettore di donazioni da parte dei fedeli più danarosi. Non a caso, il sacerdote era stato nominato dall’allora futuro sindaco di Roma Alemanno come suo delegato per le Politiche della famiglia. E il Campidoglio, con una decisione che suscitò polemiche, rinunciò a costituirsi parte civile nel processo al sacerdote.
DON RUGGERO È STATO CONDANNATO dalla Corte d’appello di Roma a 14 anni di carcere per aver violentato 7 ragazzini che avevano tra i 14 e i 16 anni. Vittime scelte per la loro fragilità, visto che don Conti non ha mai usato la forza fisica e ciò nonostante tutte le sue prede, adescate in virtù del ruolo di Padre che queste gli avevano riconosciuto, sono tornate da lui dopo il primo approccio. Agnelli, spesso figli di genitori assenti. Sedotti e abbandonati da quella parvenza d’amore che lo scaltro sacerdote offriva loro, colmando il vuoto di una dolorosa solitudine affettiva. Tra gli aspetti inquietanti di questa vicenda c’è che le indagini su don Conti sono iniziate grazie alla denuncia di un sacerdote, suo vice. Cacciato, per tanto ardire dalla parrocchia, su disposizione del vescovo.
Quest’ultimo, monsignor Gino Reali, è stato chiamato a testimoniare al processo, fatto mai accaduto prima d’ora nel nostro Paese. Indagato e poi prosciolto per il reato di violenza sessuale in concorso con il prete, il monsignore non è mai sottoposto ad alcuna azione disciplinare. Don Ruggero invece ha goduto, per tutta la durata del processo, di una folla di sostenitori devoti, che non hanno mai smesso di credere alla sua innocenza e di gridare al complotto.
Peraltro, la vicenda giudiziaria di don Conti non è ancora conclusa. Si attende il pronunciamento della Cassazione e, soprattutto, le sette vittime riconosciute dalla Corte aspettano di ricevere un risarcimento. Don Conti, essendo nullatenente, ha già fatto sapere tramite i suoi avvocati che non potrà pagare e a breve i legali di parte civile, quando la sentenza sarà definitiva, dovranno decidere quali mosse intraprendere. Alcuni hanno già fatto causa alla Santa Sede e alla Diocesi. Altri hanno scelto una via alternativa, chiedendo in via informale, con una lettera privata indirizzata la scorsa estate al cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa, un’azione benevola da parte della Chiesa a beneficio del loro assistito che vive in uno stato di indigenza, per un risarcimento elargito sotto forma di opera di carità.
Il Cardinal Vallini ha risposto alla richiesta sostenendo di non essere nel merito competente e invitando gli avvocati a rivolgersi al vescovo della Diocesi di Porto Santa Rufina di cui faceva parte la parrocchia diretta da don Ruggero: cioè, paradossalmente, proprio lo stesso monsignor Reali, che tuttora è a capo della medesima Curia. Reali fu informato più volte degli abusi commessi dal prete, anche con una lettera autografa di un ragazzino. Nonostante questo non intervenne, ma anzi riconfermò don Conti parroco per altri 9 anni. Don Ruggero ha così continuato indisturbato a insidiare minorenni, di cui si circondava promuovendo eventi che attiravano i giovani in parrocchia e che coinvolgevano pure i loro genitori, che al prete affidavano i loro figli sperando di proteggerli dai pericoli dalla strada.

La Stampa 6.2.14
Burocrati e moralisti a Palazzo di Vetro
di Gianni Riotta

qui

Repubblica 6.2.14
La denuncia e l’ingerenza
di Enzo Bianchi

Priore della comunità monastica di Bose

SOLO un anno fa, alla vigilia delle inattese dimissioni di Benedetto XVI, la chiesa cattolica era nel mezzo della bufera a causa da un lato della progressiva e sempre più drammatica emersione dello scandalo degli abusi su minori commessida suoi membri.
E,d’altro lato, dell’intrecciarsi di questa piaga con vicende finanziarie e intrighi curiali tutt’altro che cristallini quando non penalmente rilevanti. Attendersi che un cambio di pontefice — per quanto sorprendente per diversità di stile e di approccio pastorale — fosse sufficiente per completare l’opera di risanamento avviata da Benedetto XVI e per rendere giustizia di decenni di silenzi e sottovalutazione della gravità dei comportamenti era sintomo perlomeno di ingenuità se non di volontà di rimozione affrettata della questione. Su questo tema, occorre riconoscerlo, gli ultimi decenni hanno visto un profondo cambio culturale nel quale la soggettività e i diritti dei minori sono emersi con forza, generando un giudizio morale di grave deprecazione per determinati comportamenti: per tutta la società occidentale, chiese comprese, i delitti di pedofilia sono diventati delicta graviora, reati tra i più gravi, e la condanna li colpisce con una forza sconosciuta in precedenza.
Ora il documento della Commissione Onu per i diritti dei minori riaccende doverosamente l’attenzione sugli abusi verso i minori da parte di persone — preti, religiosi, educatori — con responsabilità all’interno della chiesa cattolica. Non andrebbe tuttavia dimenticato che i dati attestano come la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosti da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione per i minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra questi e gli educatori. Anche la diffusione della patologia pedofila nella società in generale è indipendente dalla prevalenza o meno della cultura, delle tradizioni e delle istituzioni cattoliche in un determinato paese.
In questa incalzante attenzione verso i misfatti di tanti educatori cattolici, è motivo di rammarico constatare che sovente si privilegiano accenti scandalistici e si ignorano o sminuiscono dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga. Quasi mai, per esempio, ci si interroga su quanto abbiano fatto — o non fatto — anche le istituzioni diverse dalla chiesa cattolica per offrire adeguata riparazione non solo economica alle vittime, per intervenire a prevenire il ripetersi di tali misfatti, per analizzare in modo documentato e interpretare il fenomeno, per prendersi cura anche dei colpevoli, così sovente vittime anch’essi di simili abusi durante la loro infanzia. Come si è visto in questi anni, non basta invocare e attuare una “tolleranza zero” verso determinati comportamenti: occorre far precedere e accompagnare la dovuta repressione da un’opera quotidiana di educazione e di elaborazione di una cultura del rispetto della dignità di ogni essere umano, a cominciare dai più piccoli e indifesi, ma compresi anche i colpevoli di efferati delitti.
In questo senso il rapporto della Commissione Onu sul comportamento del Vaticano in merito agli abusi sui minori non sembra aiutare l’assunzione di responsabilità e consapevolezze, né sembra riconoscere quanto fatto in questi ultimi anni — e non solo negli ultimi dieci mesi — dalla chiesa cattolica per sanare una ferita che resta insanabile per le vittime ma che deve essere medicata, come doverosa prevenzione affinché non si ripetano abomini simili.
Il documento non aiuta perché sembra assimilare in toto Vaticano e chiese locali, singoli preti, vescovi e intere conferenze episcopali, comportamenti di istituzioni religiose risalenti a decenni addietro ed eventi di attualità; non aiuta perché pare ignorare gli sforzi compiuti e attenersi solo ai disastri causati; non aiuta perché inserisce nella doverosa stigmatizzazione della piaga della pedofilia altre questioni etiche che attinenti non sono, dall’aborto all’omosessualità. Come si può, parlando di difesa dei minori, passare a rimproverare alla chiesa cattolica la sua posizione fermamente contraria all’aborto? E cosa ha a che fare il tipo di approccio teologico o pastorale all’omosessualità con la depravazione della pedofilia? E a quale altro stato membro od osservatore presso l’Onu si chiede esplicitamente di cambiare la propria costituzione o il codice civile o penale, come si fa con la Santa Sede pretendendo che modifichi il Codice di diritto canonico?
L’impressione che emerge dalla lettura degli stralci del documento affidati ai media è che si sia voluto affrontare un male certamente detestabile e tenace non confrontandosi con l’istanza ecclesiale in modo franco e costruttivo in vista di una comune battaglia per estirparlo, ma reiterando condanne già espresse, ignorando cambiamenti avvenuti e considerando più o meno esplicitamente l’interlocutore cattolico come una controparte che non collabora alla soluzione del problema ma lo accresce a causa del suo stesso approccio etico. Purtroppo da alcuni anni si può constatare che da parte di alcune istituzioni politiche occidentali sta crescendo un’ostilità anticristiana che — non accogliendo il messaggio etico, soprattutto della chiesa cattolica — finisce per accusarla di comportamenti che, se han fatto parte del passato, oggi sono condannati e, per quanto possibile, prevenuti e impediti. Sorge allora una domanda: perché l’etica cristiana anziché essere ascoltata e poi, eventualmente, contestata o rifiutata, diventa una ragione per attaccare in modo pregiudiziale la chiesa cattolica e la sua ricerca di cammini di umanizzazione e di relazioni interpersonali autentiche, a difesa della vita e della dignità di ciascuno?
Francamente ci saremmo aspettati da organismi internazionali una più attenta ricerca della verità e un’intelligente lotta contro il mancato riconoscimento dei diritti dei minori. Non giova a nessuno procedere con schemi ideologici su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole.

Repubblica 6.2.14
Nunzio Galantino: dal 30 dicembre è il nuovo segretario della Cei
“I vescovi ora sono a fianco delle vittime, ma non chiedeteci di difendere l’aborto”
Il segretario Cei Galantino: le Nazioni Unite interferiscono sui temi etici
intervista di Paolo Rodari


CITTÀ DEL VATICANO — «Le anticipazioni circa alcune osservazioni del Comitato per i diritti del fanciullo dell’Onu suscitano sorpresa e qualche preoccupazione. Non tengono conto del forte impegno profuso dalla Chiesa negli ultimi anni a difesa e protezione dei diritti del fanciullo, sia a livello centrale sia a livello di singole conferenze episcopali. In questo senso condivido in pieno la presa di posizione di monsignor Silvano Maria Tomasi che esprime perplessità per il fatto che queste stesse posizioni sembrano non tenere conto degli ultimi anni. E questo non mi sembra assolutamente corretto, sotto ogni profilo».
Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Ionio, dal 30 dicembre scorso è segretario generale della Cei. L’Onu chiede al Vaticano anche di considerare l’ipotesi di aborto in casi eccezionali, quando è a rischio la vita e la salute delle donne incinte, e identificare circostanze in cui l’accesso ai servizi di aborto possa essere ammesso. Come risponde?
«Preoccupa questo passaggio perché rivela un pregiudizio ideologico che si risolve in indebita interferenza su aspetti qualificanti ed eticamente sensibili dell’insegnamento della Chiesa; ad esempio, in materia di aborto e famiglia. D’altra parte, questa richiesta mi pare in contraddizione con gli obiettivi fondamentali della Convenzione che sono quelli di proteggere i bambini. Credo che la Chiesa cattolica non possa accettare in merito interferenze. Da alcuni, la natura degli interventi di papa Francesco è stata travisata: non evocare in continuazione i cosiddetti “princìpi non negoziabili” non significa assolutamente nérinunciarvi né tantomeno svilirli. Anzi, dandoli per acquisiti, il Pontefice vuole contribuire ad aprire la strada per un’azione pastorale che, oltre a fare dei princìpi oggetto di riflessione condivisa, s’impegni anche a creare le condizioni perché possano costituire di fatto una comune e condivisa rete comportamentale».
La Chiesa italiana come si sta muovendo in merito agli abusi?
«Nell’ultimo consiglio permanente è stato presentato il testo delle linee-guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. In esse si ribadisce che il soggetto abilitato ad intervenire è il vescovo locale, il quale, occorre ricordarlo, non è un pubblico ministero o un pubblico ufficiale, ma ha un ruolo molto più importante: è padre, sia della vittima sia di chi ha presumibilmente commesso il reato. Al vescovo non viene chiesto di difende i preti né soltanto la vittima. Egli deve impegnarsi a fare emergere sempre la verità. La Cei, com’è sua natura, offre al vescovo il supporto giuridico o relativo alla comunicazione perché possa assolvere correttamente al suo compito».
Lei ha studiato Antonio Rosmini, filosofo e teologo che un secolo e mezzo fa denunciò «le piaghe» della Chiesa. Una figura oggi attuale?
«Non è un caso io abbia dedicato attenzione al prete di Rovereto e alleCinque Piaghe della Chiesa;opera messa all’Indice e sdoganata solo nel 1966. L’amore di Rosmini per la Chiesa, l’ha portato a non fare il “medico pietoso” e quindi a non chiudere gli occhi di fronte alle piaghe della Chiesa stessa. Non si è mai messo di fronte, ma dentro la Chiesa, che considerava sua madre».
Come valuta le pagine di Rosmini scritte a proposito dei vescovi, il carrierismo e altri peccati?
«Liberate da riferimenti storici molto precisi, conservano tutta la loro attualità e possono ancora oggi aiutare noi vescovi a “stare nella Chiesa”, servendo la Chiesa senza servircene. Mi ha sempre colpito l’amore di Rosmini per la Chiesa. E i primi a doverla vedere e servire come si vede e si serve una madre dobbiamo essere noi vescovi. Il nostro stile di vita può contribuire in maniera straordinaria a rendere sempre più credibile la testimonianza della Chiesa».
Come si trova nei panni di un vescovo chiamato a ricoprire un ruolo delicato in Cei?
«Cerco di vivere così come vivevo da prete e da parroco in una parrocchia di una città del Sud Italia, a Cerignola, e anche di guida dell’Associazione Volontari Emmanuel. Mi sono dedicato a forme di dipendenza, all’accoglienza degli immigrati, alla cura per la formazione umana e culturale, soprattutto di quanti non potevano contare su famiglie attente e partecipi. Ho lavorato, grazie all’amicizia con don Luigi Ciotti, a favore della legalità e per la cura di qualche bene confiscato».
Com’è stato accolto in Cei?
«Mi sono sentito davvero incoraggiato dalle parole di stima dei confratelli vescovi. Fra queste, quelle del cardinale Bagnasco con il quale mi sento e mi incontro continuamente. Collaborare con lui è anche un modo per dirgli il mio grazie per aver invocato su di me lo Spirito e per avermi, assieme a tanti altri confratelli, imposto le mani nel giorno della mia ordinazione episcopale, il 25 febbraio 2012. Qualche minuto prima che venisse resa pubblica la mia nomina, inoltre, mi sono sentito con Mariano Crociata. Spero di avere la stessa intelligenza e la mitezza con la quale Crociata ha reso il suo servizio!».

La Stampa 6.2.14
Il rappresentante vaticano a Ginevra: «Sorpresi per le accuse»
La Santa Sede: «in azione le Ong pro gay»

qui

Repubblica 6.2.14
Il colloquio
Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e unica italiana nella commissione che ha messo sotto accusa le istituzioni ecclesiastiche
“Ma quali pressioni omosex, le violenze sono provate”
“Non abbiamo preso decisioni alla leggera E gli atti sono tutti sul sito ufficiale, in quattro lingue...”
intervista di Fabio Tonacci


ROMA — «Pressioni delle lobby gay sul nostro Comitato? Non esiste proprio. Noi ci siamo concentrati solo sui diritti dei minori, stabiliti da una Convenzione a cui hanno aderito 193 paesi. Del resto non ci interessa». Così risponde la psicoterapeuta e scrittrice Maria Rita Parsi — l’unica italiana a far parte (da un anno circa) del Comitato Onu sui diritti dell’infanzia — alle parole di monsignor Silvano Tomasi, secondo il quale la relazione sul Vaticano è stata viziata da «tesi già scritte» e da un atteggiamento «ideologico».
Il vostro giudizio è stato comunque molto duro. Perché?
«Il nostro è più che altro un invito perché la Santa Sede aderisca in pieno a tutti i 54 articoli della Convenzione a tutela dei diritti di bambini, preadolescenti e adolescenti, e perché armonizzi ancora di più le sue visioni a quelle dell’Onu, che condanna tutte le forme di discriminazione possibili a danno deiminori».
Su quali punti il Vaticano dovrebbe fare dei passi avanti?
«Dovrebbe ad esempio sensibilizzarsi di più sui problemi connessi alla contraccezione e all’educazione sessuale, per la tutela della salute dei minori. E anche sulla questione dei preti accusati di pedofilia: raccomandiamo che vengano denunciati e consegnati alla giustizia dei paesi dove gli abusi sono stati commessi».
Quali prove avete che ciò non avvenga già?
«Durante i nostri lavori istruttori, abbiamo raccolto come prevede la procedura informazioni delle Ong interessate, tra le quali ce n’è una che raggruppa ex vittime, e documenti ufficiali dello Stato del Vaticano. Il Comitato non ha preso certo determinate posizioni così alla leggera, senza prove. Sul sito ufficiale ohchr. org abbiamo pubblicato tutti gli atti, in quattro lingue. Purtroppo non in italiano. Ma non è l’unica discriminazione che abbiamo rilevato».
Cos’altro?
«Raccomandiamo alla Santa Sede di prevenire gli abusi, curare e reintegrare socialmente le vittime, condannare tutte le forme di discriminazione nei confronti dei minori, anche relativamente al loro orientamento sessuale e alle famiglie da cui provengono».
Da cosa nasce la presa di posizione del Comitato sull’aborto?
«Anche in questo caso dal concetto di discriminazione. La nostra raccomandazione alla Santa Sede di rispettare gli articoli della Convenzione, quindi di fare uno sforzo per valutare caso per caso. Ci sono situazioni in cui l’aborto si rende necessario, ad esempio quando la gravidanza mette a rischio la salute fisica e mentale delle minorenni. Così come sono importanti l’educazione sessuale e la contraccezione. Il nostro approccio a questi temi e dunque la valutazione finale che abbiamo stilato sono state del tutto laiche».

Repubblica 6.2.14
Gli esperti dell’Onu che vigilano sui diritti dell’infanzia negli Stati

Il comitato sui diritti dell’infanzia monitora i progressi degli Stati nell’applicazione della Convenzione Onu approvata nel 1989. Creato due anni dopo, è costituito da 18 esperti indipendenti in possesso di due requisiti: alta moralità e competenza riconosciuta nel settore. Il Comitato, che si riunisce a Ginevra, analizza i rapporti periodici che i Paesi sono obbligati a presentare, inizialmente a due anni dalla ratifica, poi ogni cinque. Il presidente è la norvegese Kirsten Sandberg e fino al 28 febbraio 2017 ne farà parte Maria Rita Parsi.

Corriere 6.2.14
«Il patto sull’Italicum un regalo al Cavaliere»
Monti: Renzi rischia di far diventare un condannato padre di una nuova patria
di Marco Galluzzo


ROMA — L’ironia tagliente non gli è mai mancata, nei confronti del Cavaliere rafforzata da come andarono le cose: Berlusconi che gli toglie la fiducia, due anni fa, decretando la fine del suo governo. Mario Monti ieri mattina ha rinnovato l’attitudine: «Renzi farà la riforma della legge elettorale, ma per farla ha preso come interlocutore qualcuno che rispetto molto ma che è un autore di frodi fiscali condannato all’ultimo grado». E così anche chi è stato «invitato a non sedere in Parlamento può essere padre di una nuova patria». 
Una botta a Renzi e una, appunto, al leader di Forza Italia. L’ex premier torna a parlare di politica italiana in un’intervista a Rainews24. Ne è stato piuttosto distaccato; nel suo profilo Twitter, poco tempo fa, informava di un incontro con il primo ministro cinese; oggi invece torna a dire la sua suscitando la reazione del partito del Cavaliere; su tutti, Maurizio Gasparri, offre questa sintesi: «L’insuccesso gli ha dato alla testa». 
Cosa dice Monti, che pure si proclama distante dal partito che ha creato, Scelta Civica? Innanzitutto che serve uno «sprint con un programma di governo» che arrivi «in tempi di cronaca e non di storia». Non c’è motivo di attendere, come vorrebbe Renzi, la riforma elettorale. Da parte di Letta e Renzi «sarebbe un regalo storico alla destra di Berlusconi. Un pochino lo stanno facendo». Non che l’ex premier esprima un giudizio negativo sul leader del momento: Renzi gli piace più di Bersani, le idee sul lavoro del segretario del Pd «riprendono quelle sulla flex-security che hanno caratterizzato la proposta di Ichino, che ha lasciato il Pd ed è passato a Sc perché quella proposta non era condivisa. È il completamento di quello che il mio governo ha iniziato a fare ed è gradito anche alla destra». Detto questo, almeno per Monti, Letta è in una botte di ferro: «In un recente colloquio gli ho detto che è in una situazione comunque vincente. Se nel programma di rilancio del governo c’è il lavoro significa che Renzi riesce a conseguire un risultato dando prova di grande leadership e ne trae beneficio anche il governo Letta oppure non riesce e allora è male per il Paese, ma Letta avrà mostrato che non tutto quello che esce dalle labbra di Renzi è oro colato». 
Renzi e Letta, comunque, al di là della competizione, «sono i due ragazzi più solidi e promettenti della politica. Sarebbe un disastro per loro e per gli italiani se dessero luogo a quello che nel ciclismo si chiama il surplus. I due hanno qualità che sommate sono notevoli. A Letta che stimo moltissimo e che è un pacato affidabile e a Renzi che ha una irruenza promettente, consiglierei dunque di sfruttare le sinergie che già oggi possono essere utili al Paese e di mettere mano al patto di coalizione con all’interno le misure per il lavoro». 
Ma è il giudizio su Berlusconi a far discutere di più. In Forza Italia scatta immediatamente una gara alla replica più azzeccata: «Tramortito dall’ultimo sondaggio che quota il partito da lui fondato all’uno per cento, Mario Monti con la sua tipica supponenza accademica sparge veleno contro Berlusconi e il centrodestra», dice Gasparri. 
«Il linguaggio di Mario Monti è vecchio; e stupisce che, dopo il coma irreversibile in cui ha messo il Paese, egli non sia stato indotto a ricorrere a un provvidenziale rimedio: il silenzio. Noi siamo già molto più avanti. Evidentemente, il neo-pragmatismo maturato sull’asse Berlusconi-Renzi, oltre a fare impazzire l’antipolitica grillina, ha mietuto un’altra vittima, che disperatamente, cerca di allontanare da sé lo spettro del suo fallimento», aggiunge Francesco Paolo Sisto. 
«La batteria di dichiarazioni di esponenti di Forza Italia in reazione alle parole del senatore Monti dimostrano che ha colpito nel segno», è la nota a difesa di Benedetto Della Vedova, portavoce di Scelta Civica. «Ma non chiamatelo più il mio partito, per favore», dice ancora il Professore.

l’Unità 6.2.14
La legge elettorale garantisca una vera democrazia paritaria
di Roberta Agostini


NELLE SCORSE SETTIMANE LA DISCUSSIONE SULLA RIFORMA ELETTORALE È ENTRATA NEL VIVO: i tempi rapidi a cui stiamo sottoponendo la nostra discussione sono forse necessari, ma altrettanto essenziale è approvare un testo che rispetti il dettato di una sentenza storica della Corte Costituzionale e che risponda ad alcuni rilievi politici di fondo. La posta in gioco è la possibilità di ricostruire un rapporto di fiducia tra eletti ed elettori, invertendo una tendenza progressiva in atto verso il populismo e l'antipolitica ed assicurando un giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità. La nostra battaglia per la democrazia paritaria sta qui: non si tratta di una rivendicazione di tutele corporative a difesa dei più deboli, ma un'idea inclusiva e più forte della cittadinanza, in cui uomini e donne condividono insieme lo spazio pubblico ed il governo delle istituzioni, per una politica capace di assumere il punto di vista delle donne italiane cambiando l'economia, il lavoro, la società.
Sotto questi aspetti la proposta di riforma elettorale è deludente e chiediamo che sia cambiata nella discussione parlamentare.
Il fatto che le liste debbano essere formate in modo tale che nessun genere debba essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento rischia di essere una pura affermazione di principio, dal momento che uno dei due sessi potrebbe, in teoria, essere collocato sistematicamente in fondo alle liste e l’effetto sarebbe un parlamento con una scarsissima presenza femminile, inferiore a quella attuale. Sarebbe un danno per la capacità rappresentativa delle istituzioni.
Sia che prevalga la scelta dei collegi, sia che prevalgano le preferenze, sia che si scelgano le liste bloccate, possono essere sempre individuate regole per la parità, come ci indicano le oltre 50 associazioni che hanno sottoscritto l'accordo per la democrazia paritaria. Il testo che verrà discusso in Assemblea prevede di fatto liste corte e bloccate ed i nostri emendamenti sottoscritti da un fronte vastissimo di parlamentari, appartenenti a quasi tutti i gruppi (Pd, Ncd, Sel, Ppi, Sc, Fi, Misto-psi, tranne Movimento 5 stelle e Fratelli d'italia), sono concentrati sostanzialmente su due richieste: alternanza nelle liste e norme antidiscriminatorie nella scelta dei capilista.
Per quanto ci riguarda, la nostra posizione è rafforzata anche da un ordine del giorno votato in direzione nazionale del Pd che chiede l'inserimento di norme antidiscriminatorie nella legge elettorale. Ora lavoreremo affinché su questi emendamenti si possa discutere e poi votare in modo palese: vorremmo che chi è contrario lo dichiarasse a viso aperto, per poterci confrontare con ragioni ed argomenti in modo pubblico. Abbiamo visto in questi giorni convulsi e caotici di aggressione alle nostre istituzioni, quanto sia forte il nesso tra arretratezza della concezione democratica ed insulti sessisti, rivolti alle parlamentari e alla Presidente della Camera in quanto donne. Abbiamo visto con quanta facilità emerga una concezione della presenza femminile nelle istituzioni come in fondo non legittimata, abusiva: «Siete li solo perché avete fatto servizi sessuali». È la negazione in radice del fatto che una donna possa compiere un percorso politico basato sul merito e sulla competenza, riguarda e svalorizza tutte, cancella la possibilità di ciascuna di poter svolgere con capacità ed onore il proprio incarico. La nostra battaglia per la democrazia paritaria è una scelta chiara a favore della rappresentanza di tutti, cittadini e cittadine. Il Parlamento, come sempre, sarà chiamato a trovare un punto di equilibrio tra diverse idee e diversi interessi. L'arretratezza del paese è legata anche, come ci dicono molti indicatori, all'esclusione delle donne dallo spazio pubblico, dall'economia, al lavoro, alle istituzioni. Rimuovere le cause di una tale marginalizzazione significa rispondere ad una domanda di qualità della democrazia e di sviluppo civile, sociale ed economico del paese, nel segno dell'articolo 3 della nostra costituzione e dell'articolo 51, laddove afferma che compito della Repubblica è promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità. Non possiamo davvero mancare l'occasione della nuova legge elettorale e mi auguro che questo Parlamento, quello con la più alta percentuale di elette nella storia della Repubblica, saprà davvero fare la differenza.

l’Unità 6.2.14
Il Senato contro Berlusconi
La scelta di Grasso: parte civile nel processo sulla compravendita dei senatori. «È un dovere morale»
«Atto istituzionale non politico». E poi Pd, M5S, Sel sono maggioranza
L’ufficio di presidenza aveva espresso parere negativo
Il Cav furioso minaccia di far saltare le riforme
di Claudia Fusani


«È un dovere morale»: così il presidente Piero Grasso motiva la decisione di far costituire il Senato come parte civile contro Silvio Berlusconi nell’ambito del processo sulla compravendita dei senatori. L’ufficio di presidenza aveva espresso parere negativo con i voti dei rappresentanti di Fi, Ncd e centristi. Furibonda reazione di Forza Italia col solito repertorio su giudici e sinistra.
Ha deciso in scienza e coscienza. Anche se contro la maggioranza dei pareri dei senatori. Con coraggio e consapevole che la sua potrebbe essere una scelta che fa saltare il banco della politica e il delicato equilibrio raggiunto sulle riforme. Ma la ragion di stato non può soffocare la dignità delle istituzioni e del mandato degli elettori. Il comunicato dello staff del presidente del Senato Pietro Grasso arriva alle 19 e 30: il Senato sarà parte civile nel processo sulla compravendita dei senatori che comincia martedì (11) a Napoli. Lo aveva chiesto il gip mesi fa quando ha notificato a palazzo Madama la citazione come parte offesa nel dibattimento che vede imputati il faccendiere ex giornalista Valter Lavitola e Silvio Berlusconi. Un terzo imputato, reo confesso, l’ex senatore Sergio De Gregorio ha già patteggiato la pena di 20 mesi. L’accusa per tutti è corruzione: nel biennio 2007-2008 il Cavaliere pianificò l’operazione Libertà e dette mandato a De Gregorio, eletto nell’Idv di Antonio Di Pietro (anche loro parte offesa e parte civile) di passare in Forza Italia e di convincere altri senatori indecisi. De Gregorio fu pagato tre milioni di euro. Altre offerte economiche (il senatore Caforio, Idv) furono respinte. Ma in un modo o nell’altro il governo Prodi cadde a fine gennaio 2008.
«Dopo aver ascoltato i diversi orientamenti espressi dai componenti del Consiglio di presidenza - si legge nel comunicato diffuso da palazzo Madama - il presidente Grasso ha dato incarico all'avvocatura dello Stato di rappresentare il Senato della Repubblica quale parte civile nel processo sulla cosiddetta compravendita di senatori». Il presidente, continua il comunicato, «ha ritenuto che l'identificazione, prima da parte del pm dell’accusa poi del giudice delle indagini preliminari, del Senato della Repubblica quale persona offesa di fatti asseritamente avvenuti all'interno del Senato, e comunque relativi alla dignità dell'Istituzione, ponga un ineludibile dovere morale di partecipazione all'accertamento della verità, in base alle regole processuali e seguendo il naturale andamento del dibattimento ».
Una decisione che è dunque un atto «istituzionale e non politico». Che muove dalla necessità «ineludibile», si spiega a palazzo Madama, di «seguire l’iter processuale del dibattimento per capire quanto sia coinvolto ed eventualmente quanto sia stata danneggiata l’istituzione dal mercimonio di incarichi pubblici di cui parla l’inchiesta». Nessun pregiudizio. Una serie di prove, invece, che hanno già superato l’esame di un giudice e sono già state fondamento di una sentenza.
Il tempo di battere la notizia e scoppia il delirio nelle file del centro destra che accusa Grasso di aver deciso contro il volere della maggioranza dei senatori. «Una decisione gravissima» grida Gasparri. «Ci ha calpestati» rincara Capezzone. Berlusconi affila la rabbia. E medita vendette. Il suo pensiero sul caso era stato veicolato nei giorni scorsi: «Se questa cosa va avanti, se ancora una volta il Pd mi vuole umiliare dando credito all’accusa falsa che io avrei dato soldi a De Gregorio per reclutare senatori della parte avversa e far cadere il governo Prodi; beh, se tutto questo accade io faccio saltare accordi, patti, riforme, tutti a votare e chissenefrega». Merita solo ricordare, per dirne una, come l’11 febbraio sia non solo il giorno dell’avvio del processo ma anche quello in cui l’aula della Camera comincerà le votazioni sulla legge elettorale. Un tavolo che adesso può saltare da un momento all’altro. «Se solo la Boldrini (presidente della Camera, ndr) non avesse ritardato la discussione di una settimana adesso non saremmo nel mezzo di questo intreccio».
Il Tribunale di Napoli aveva notificato prima di Natale la citazione a palazzo Madama come parte offesa nel processo. Di Pietro e l’Idv lo hanno già fatto nell’udienza preliminare. Il Senato aveva rinviato: quella sì sarebbe stata una scelta politica. Il tempo scade nella prima udienza. Ieri Grasso ha riunito l’Ufficio di presidenza confidando in un mandato chiarificatore da parte delle forze politiche, 18 senatori, sulla carta 11 favorevoli (5 Pd, 2 Scelta civica, 1 Sel, 3 M5S), 7 contrari (Fi, Ncd, Gal, Lega). Magli schieramenti sono saltati e ben 10 senatori hanno spiegato di essere contrari alla richiesta. A quelli previsti si sono infatti aggiunti Linda Lanzillotta, montiana osservatrice attenta delle mosse di Renzi e già decisiva ai tempi della richiesta di voto segreto per la decadenza di Berlusconi da senatore; il senatore-questore Antonio De Poli, Udc e fedelissimo di Casini che proprio tre giorni fa è tornato da Silvio - che lo aveva mollato nel 2008 - mettendo da parte idee, umiliazioni e tanti paroloni. Quella di De Poli è stata, si può dire, la prima prova d’amore tra Silvio e Pierferdy.
Solo otto sono stati quelli favorevoli: Sel, M5S e il Pd compatto convinto della «gravità della accuse» e del «danno di funzionalità» (Di Giorgi), subito dall’istituzione. Grasso non ha messo la decisione in votazione, ha chiesto «un orientamento ». Nulla di vincolante, quindi. Solo un gesto di cortesia. E comunque, se fosse stato un voto, si ragiona negli uffici della presidenza, «Pd, Sel e M5S rappresentano la maggioranza dell’assemblea ».

Repubblica 6.2.14
La difesa delle istituzioni
di Gianluigi Pellegrino


LA PRIMA cosa da tenere ben presente è che la ributtante compravendita di senatori per fare cadere un legittimo governo repubblicano, è stata persino confessata da uno dei diretti protagonisti. Quindi tutto si può dire, fuorché che il processo a Berlusconi non sia assolutamente dovuto per l’accertamento definitivo della verità nel giusto contraddittorio tra le parti.
Già solo per questo la scelta compiuta ieri da Pietro Grasso era doverosa. Come tale non meno apprezzabile, ma sicuramente doverosa. Il Presidente del Senato si è semplicemente comportato come un buon padre di famiglia. Chiunque a capo di un’associazione, di un’azienda, in generale di un corpo sociale avrebbe fatto lo stesso. Se la magistratura che su quel confessato verminaio ha dovuto aprire il processo, ha indicato nel Senato l’istituzione offesa, notificando al Presidente il rinvio a giudizio di Berlusconi per la costituzione entro la prossima udienza come poteva Grasso fare scelta diversa? Non decideva per sé ma per l’istituzione che rappresenta. A quale titolo Grasso poteva rifiutare di tutelarla? Peraltro mentre il rifiuto sarebbe stato definitivo, ora sarà il prosieguo del giudizio a stabilire nel pieno contraddittorio la sussistenza effettiva a carico del Senato di un pregiudizio quanto meno di immagine e di decoro. Che per la verità appare scontato a qualsiasi persona di buon senso. Giusto anche l’aver disatteso il parere tutto politico degli esponenti dei partiti che compongono l’ufficio di presidenza e che per fortuna le norme qualificano come non vincolante. Davvero singolare che i voti decisivi sul punto fossero venuti da una forza che pur nel simbolo si qualifica come “civica”.
L’atto dovuto infatti si salda con l’imperativo morale che lo stesso Grasso ha voluto sottolineare. Al di là persino dei presupposti giuridici e dell’esito che avrà il processo, il Senato svolta dal vergognoso quanto grottesco voto per la “nipote di Mubarack” ad un scatto di pur elementare orgoglio civico e istituzionale, necessario in un paese sempre fragile e poroso su questo fronte. E qui salutiamo finalmente un respiro, appunto, di senso civico, un messaggio educativo forte e chiaro che da tempo si attendeva.
Certo adesso l’ineludibile resa dei conti del cavaliere non solo con la giustizia ma con le istituzioni e il loro decoro che ha in questi anni ripetutamente calpestato, rendono plastico anche quanto alta e rischiosa sia la scommessa intrapresa da Matteo Renzi, che pur in una stretta obbligata, con Berlusconi ha aperto il tavolo delle riforme. Al di là ora della facile ironia che attribuirà al cavaliere un motivo in più proprio per abolire il Senato, è evidente come si viaggi su un sentiero strettissimo tanto coraggioso quanto in costante pericolo di frana. Una ragione in più per dire quanto diventi essenziale non solo percorrerlo, ma anche avere come unica bussola di merito l’inequivoco interesse del paese.

Corriere 6.2.14
Gli ostacoli nascosti sulla via delle riforme
di Massimo Franco


Può apparire un episodio slegato dal dialogo sulla riforma elettorale. Ma quando il presidente Pietro Grasso decide che il Senato sarà parte civile nel processo contro Berlusconi per la compravendita di parlamentari, il conflitto è inevitabile.
La sua iniziativa presa nonostante l’orientamento contrario della maggioranza del Consiglio di presidenza del Senato, promette di avere riflessi sulla tenuta dell’asse tra Matteo Renzi e il Cavaliere. Il segretario del Pd si è speso fino a sfiorare la rottura del partito per stipulare una tregua con il leader di Forza Italia. Legge elettorale e riforma del Senato: le priorità che si sono dati sono queste. La scelta di Grasso rischia come minimo di rimetterle in discussione. Si tratta di uno strappo da parte del vertice di una Camera destinata, nelle intenzioni delle «larghe intese istituzionali», all’irrilevanza. Le reazioni berlusconiane, naturalmente furiose, puntano il dito sul «partito dei giudici». 
Si arriva a parlare di «teppismo istituzionale» e di «richiamo della foresta», perché il presidente del Senato faceva il magistrato. In realtà, si rivendicano motivazioni solo istituzionali, legate alla «dignità» di palazzo Madama. Se a questo si aggiunge l’apprezzamento esplicito a Enrico Letta e alla continuità del governo, contenuto in una nota del Quirinale, si intuiscono le difficoltà crescenti che il tandem Renzi-Berlusconi potrebbe incontrare: almeno, se lo scenario inconfessato della loro intesa è una crisi, e magari il voto anticipato. Sarà interessante misurare il livello di comprensione tra Letta e il «suo» segretario alla Direzione del Pd di oggi. Il presidente del Consiglio parteciperà, e parlerà per appoggiare le riforme impostate da Renzi. 
La domanda è se anche quest’ultimo sosterrà il governo, oppure continuerà solo a premere sul «cambio di passo» di Palazzo Chigi, facendo balenare l’ipotesi di uno smarcamento. Il paradosso è che Letta si presenterà cercando di valorizzare gli investimenti esteri raccolti nel suo viaggio negli Emirati Arabi Uniti; e Renzi con una riforma che, se approvata, è in grado di riempire un vuoto pluriennale. Ma dietro il leader eletto alle primarie, negli ultimi giorni si è avvertita una spinta crescente dei suoi a sostituire il premier. 
Il segretario del Pd, in realtà, ha sempre respinto questa ipotesi. Ma il solo fatto che continui a circolare provoca un cortocircuito con la coalizione governativa. Il tema è se Renzi voglia davvero puntellare Letta; o se invece sia tentato di prenderne il posto, puntando a elezioni a primavera, insidiose per la sinistra. L’esito di questa incertezza è che il rilancio della maggioranza viene rinviato aspettando l’approvazione con Berlusconi del nuovo sistema di voto. Ma lo stallo, invece di fermare il logoramento, finisce per apparire una delle sue cause. Per questo anche da alcuni settori del Pd si chiede a Renzi di decidere: o appoggia Letta, o chiede le elezioni. Non è così facile. La decisione di ieri sera è in grado di sparigliare i giochi. 
L’ex premier Mario Monti accusa Renzi di trasformare «un autore di frodi fiscali condannato all’ultimo grado» in «padre di una nuova patria». E Pier Ferdinando Casini, tornato nell’orbita del centrodestra, replica a chi lo accusa di essere subalterno a Berlusconi: «Ci parla Renzi, perché non ci posso parlare io?». Insomma, lo sfondo della tregua rischia di frantumarsi. E la marcia della legge elettorale verso un accordo sull’asse Pd-FI, di subire come minimo qualche complicazione. Letta marca la volontà di andare avanti, confortato dal Quirinale e in attesa del sostegno di Renzi. Ma deve fare i conti con un partito che, in attesa di trovare il baricentro tra stabilità e voglia di crisi, trasmette più incertezza e meno forza di quanto vorrebbe.

Corriere 6.2.14
L’eterno rito della Prima Repubblica
di  Aldo Cazzullo


La parola è oscura, ma il significato è certo: quando si comincia a parlare di «verifica», vuol dire che un governo è messo male, se non malissimo. 
Sommo «verificatore» fu considerato Andreotti, che si esibì nel rito per l’ultima volta nel 1991, alla vigilia del crollo finale. La liturgia in effetti rimanda alla Prima Repubblica, quando l’usanza si concludeva con un riequilibrio di sottosegretariati e con la pronuncia dell’immortale formula coniata da Rumor: «Molto è stato fatto, molto resta da fare». Ma anche la cosiddetta Seconda ebbe le sue verifiche, che di solito coincidevano con i momenti peggiori. Tanto che di volta in volta si cercarono sinonimi, tipo «nuovo inizio», «fase 2» o anche «cabina di regia», inventata da Fini e Follini per far fuori Tremonti nel 2004. 
In realtà, l’esigenza della verifica indica che non solo la coesione tra i partiti, ma soprattutto il legame tra l’opinione pubblica e l’esecutivo è ridotto al minimo. La maggioranza vacilla, le poltrone traballano, i ministri barcollano, e si cerca di tenere tutto insieme «aprendo un tavolo», «cercando convergenze», «ritrovando unità programmatica». Formule esoteriche per indicare che nel rapporto con gli elettori qualcosa non va. A maggior ragione la regola vale per un governo privo di un diretto mandato popolare, come quello presieduto sia pure dignitosamente da Enrico Letta. Nato per giunta in circostanze politiche del tutto diverse, nei giorni in cui c’erano ancora la segreteria Bersani e il Pdl. Ora i bersaniani sono all’opposizione interna, il Pdl si è scisso, Berlusconi è uscito dalla maggioranza ma è rientrato nel gioco grazie all’accordo con Renzi. Forse, più che conciliaboli nelle segrete stanze, occorrerebbe fare chiarezza in pubblico, a cominciare dalle aule parlamentari. Anche perché finora le «verifiche» non hanno portato fortuna. 
Il Natale 1999 fu funestato da quella che i giornali definirono «la verifica del panettone»: per giorni si scrutarono i segni celesti, ci si interrogò su un’improvvisa visita di Cossiga ad Hammamet da Craxi (cui restava da vivere meno di un mese), Pisanu allora capogruppo alla Camera di Forza Italia parlò ermeticamente di «calendario politico iugulatorio»; alla fine il governo D’Alema imbarcò qualche nuovo ministro, e andò allegramente incontro alla catastrofe delle regionali di primavera. Nel 2003, dopo la sconfitta alle provinciali di Roma, An chiese la fatale verifica. Oltre a Tremonti, finirono sotto accusa il ministro delle Infrastrutture Lunardi, che si difese vantando «il gran lavoro fatto per la Salerno-Reggio Calabria», e il ministro della Salute Sirchia, che fece filtrare un argomento definitivo: «Cosa vuole Storace? Abbiamo fatto regolarmente avere alla Regione Lazio tutte le dentiere richieste!». Nella verifica della notte dell’11 luglio 2004, si rividero al tavolo di Palazzo Chigi l’ex presidente delle Ferrovie Necci, il repubblicano Del Pennino, il socialdemocratico Vizzini; in tutto i convitati erano 37, più del doppio dei cardinali dell’interminabile conclave di Viterbo (che erano 18, di cui tre però morirono durante i lavori, iniziati nel 1268 e conclusi nel 1271 con l’elezione di Gregorio X); esasperato, a notte fonda Berlusconi — che alla sola parola «verifica» si innervosiva — minacciò di far togliere le sedie. Non invitato, il vescovo Velasio De Paolis, segretario del supremo tribunale della Segnatura Apostolica, ammonì in un’intervista: «Verifica sì, crisi no». Letta oggi sottoscriverebbe. 
Il secondo governo Prodi, quello nato dalla vittoria striminzita del 2006, fu tutto una verifica. Già a giugno, dopo poche settimane, si rese necessario un primo ritiro in un resort di lusso a San Martino al Campo, che rimase nelle cronache per il sontuoso menu: molto esecrato in rete il «riso delicato con piccione e tartufo». Incurante dell’avvertimento, nel gennaio 2007 Prodi portò i ministri a verificare la salute dell’esecutivo alla reggia borbonica di Caserta. In una visita notturna, i ministri credettero di riconoscere negli affreschi i sosia di Mastella e di Di Pietro. D’Alema non apprezzò: «Sembra di essere in gita scolastica». 
L’ultima verifica della Prima Repubblica si tenne il 9 marzo 1991. Il presidente del Consiglio Andreotti pose agli alleati di governo tre questioni: la disoccupazione giovanile; i poteri delle Regioni; il bicameralismo perfetto. «Non possiamo continuare con due Camere che fanno le stesse cose, in questo modo si perde troppo tempo» fu il suo ragionamento. Il segretario del Psi Craxi ricordò di aver posto per primo la questione, ai tempi del suo ingresso a Palazzo Chigi. Era il 1983. Oggi i punti della verifica chiesta dalla maggioranza al governo Letta sono esattamente gli stessi.

l’Unità 6.2.14
Maggioranza in pressing: «Renzi a Palazzo Chigi»
Si moltiplicano gli appelli al segretario Pd perché assuma l’incarico di capo dell’esecutivo. Ma lui si schermisce: «Chiacchiericcio»
Oggi il leader Pd illustrerà alla direzione del partito la proposta sulle riforme istituzionali
Cuperlo: «Serve una ripartenza, eventualmente ancora con Letta»
di Vladimiro Frulletti


«Lo sappiamo benissimo che il destino del Pd è legato al quello del governo». Così il fidatissimo renziano Dario Nardella riassume, davanti ai microfoni del Tg3, la questione dei rapporti fra partito e Palazzo Chigi. Una mutua, inevitabile dipendenza. «Se va bene il governo, va bene anche il Pd» riassume l’ex vicesindaco di Firenze.
Il che spiega bene quello che è il punto vero della discussione che s’è aperta fra i democratici: provare una ri-partenza con Letta o scommettere tutto su Renzi. Soluzione quest’ultima che sta prendendo sempre più campo.
Oggi pomeriggio il segretario ufficialmente non dovrebbe parlare del governo. Davanti a Letta, che ha confermato la propria presenza ma non ha ancora deciso se intervenire, Renzi tornerà sulla legge elettorale e soprattutto spiegherà come arrivare in tempi brevi ad avviare anche la riforma costituzionale delle Regioni e del Senato. Una bozza («aperta, non un prendere o lasciare » precisano dal Pd) che ieri sera hanno illustrato ai senatori la responsabile riforme Maria Elena Boschi e il portavoce della segreteria Lorenzo Guerini. Temi su cui Renzi s’è confrontato anche con Casini prima di rientrare in treno a Firenze.
Poi, forse, il segretario tornerà anche sul jobs-act di cui ieri ha parlato direttamente col leader Fiom Maurizio Landini (colloquio mal digerito da Susanna Camusso). Del governo e quindi della sua agenda di lavoro se ne riparlerà più avanti. Infatti la prossima settimana la direzione dovrebbe certificare la richiesta del Pd di aderire al Pse e per il 20 febbraio è prevista la riunione sul patto per il lavoro. Cioè si comincerà a parlare di Impegno 2014 nel momento in cui è previsto che Renzi abbia in tasca il sì della Camera alla legge elettorale e l’avvio del pacchetto di riforme costituzionali. Un sì che, dopo la decisione del Senato di costituirsi parte civile contro Berlusconi per la compra-vendita di senatori, non appare scontato, almeno da parte di Forza Italia.
Comunque il problema resta se il governo Letta potrà stare a “bagno maria” ancora a lungo. I segnali non sono tranquillizzanti. Perché diventano sempre più diffuse e dure le critiche dall’esterno: dopo Confindustria col presidente Squinzi, anche la leader Cgil Camusso va all’attacco spiegando che o il governo cambia passo o è meglio che lasci: «nessuno può permettersi un perenne rinvio e una perenne attesa ». E perché aumentano le fibrillazioni interne alla maggioranza coi capigruppo che, riscoprendo una terminologia da Prima Repubblica, davanti a Letta e Franceschini (che poi è andato da Renzi al Nazareno) hanno iniziato a chiedere un’immediata «verifica». Insomma è vero che ufficialmente il tema governo non è all’ordine del giorno della direzione. Ma è difficile pensare che Renzi oggi pomeriggio possa fare finta di nulla. Perché l’oggettiva dipendenza delle sorti del Pd dall’azione di governo è questione che investirà (da vedere se direttamente o indirettamente) comunque Renzi.
L’ipotesi di un suo ingresso a Palazzo Chigi «è un chiacchiericcio di cui non vuole nemmeno sentire parlare» garantiscono i renziani. Come certifica Marianna Madia al termine della segreteria l’ipotesi di un ticket di governo Letta-Renzi «non è all’ordine del giorno perché in questo momento l’Italia ha un governo, è il governo Letta». Non proprio un no secco e indiscutibile (molti hanno sottolineato quell’«al momento »). Opinioni che con parole più o meno simili si registrano anche dalle parti della minoranza. Il leader dei Giovani Turchi, Matteo Orfini, ad esempio spiega che «il punto non è chi sta a Palazzo Chigi, ma cosa fa il governo» specificando però che «per un salto di qualità serve un radicale ripensamento della strategia sulla crisi». Alfredo D’Attorre (non certo un fan del segretario) un esecutivo a guida Renzi «dal punto di vista della legittimazione sarebbe pienamente titolato». E se Gianni Cuperlo (dopo un incontro con Renzi) puntualizza come non esista al momento il tema di un Renzi premier, aggiunge però quanto sia necessaria «una ripartenza, eventualmente con un governo ancora presieduto da Letta». Eventualmente, per l’appunto.
Cambio di passo, svolta, ri-partenza. Tutti termini che indicano la necessità non di piccoli cambiamenti (anche a Cuperlo come a Renzi fa «ribrezzo» la parola rimpasto), ma di un vero e proprio nuovo inizio. Il punto però per il Pd è capire quanto Letta sia in grado di svoltare. Adesempio non basterà la disponibilità a cambiare 2 o 3 ministri facendo entrare dei renziani. «Il rimpasto non ci riguarda, se la veda Letta, è suo compito. Noi chiediamo che dia una scossa al Paese in grado di agganciare la ripresa. Il nostro sostegno è leale, ma esigente. Non ci interessa galleggiare» dicono dal Pd. E il segretario-sindaco non ha potuto fare a meno di notare che il pressing nei suoi confronti si sta intensificando, soprattutto degli alleati di governo. «Se l’assunzione di responsabilità del Pd passa per Renzi alla guida del governo, ben venga Renzi a Palazzo Chigi» dice esplicitamente il capogruppo di Scelta Civica alla Camera, Andrea Romano. Stessa richiesta arriva dal Nuovo centrodestra. I renziani continuano a ripetere che il segretario-sindaco non farà l’errore di D’Alema del ’98, che arriverà a Palazzo Chigi solo col voto degli italiani. Già, ma il Pd e Renzi potranno aspettare le urne stando appesi a un governo di cui non sono per niente entusiasti?

La Stampa 6.2.14
Il Pd apre: subito Renzi premier
Favorevoli pure i bersaniani
I lettiani avvertono: farebbe gli errori di Veltroni e D’Alema
di Carlo Bertini

qui

Repubblica 6.2.14
Il giovane turco Pd: “Proposi Matteo a Palazzo Chigi già un anno fa. L’importante è che ci sia un nuovo governo per cambiare passo”
Orfini: “Una sostituzione ora non è uno scandalo”
“Non ha alcun senso fare un rimpasto, i problemi sono seri e non si risolvono con gli aggiustamenti“
Se poi si fanno le cose per l’Italia non c’è il rischio di bruciarsi come D’Alema nel ‘98
intervista di G. C.


ROMA — «A me non scandalizza una staffetta tra Letta e Renzi a Palazzo Chigi. La cosa fondamentale comunque è che ci sia un nuovo governo». Matteo Orfini, leader dei “giovani turchi”, fa pressing per un cambiamento.
Orfini, serve un nuovo governo?
«Sicuramente ci vuole un cambio di passo: un nuovo governo lo garantisce. Siamo a un tornante decisivo. C’è chi esplicitamente scommette sul fallimento del paese, come dimostra l’atteggiamento di Grillo in questi giorni. Occorre una inversione di rotta, una diversa direzione di marcia rispetto alle scelte sbagliate di questi ultimi vent’anni. È chiaro che quanto il governo ha fatto fin qua, pur con elementi positivi, è percepito come insufficiente dal paese. Il rancore degli italiani nei confronti della politica e delle istituzioni, è figlio dell’insofferenza verso gli equilibri di potere e la ricchezza, che sono sempre più oligarchici e di cui il governo appare spesso garante, invece di lavorare per cambiare quelle oligarchie».
Cosa ne pensa di una staffetta tra Letta e Renzi alla guida del governo?
«A me non scandalizza questa ipotesi, che Renzi cioè possa arrivare a Palazzo Chigi. Lo proposi a marzo dell’anno scorso, quando doveva nascere il governo delle larghe intese. Però penso che non si debba partire da una discussione su chi guida il governo. Così indeboliamo Letta e non discutiamo dell’inversione di marcia necessaria all’esecutivo».
Sarebbe sufficiente un rimpasto?
«L’unica cosa che non ha senso è fare un rimpasto. I problemi sono più seri. Non è con qualche aggiustamento che si risolvono. Noi abbiamo la necessità di rivendicare quello che di buono è stato fatto - penso per ultimo al decreto sulla Terra dei fuochi - e però dobbiamo anche vedere tutti i limiti e i difetti».
Qualche esempio?
«Sono state annunciate le privatizzazioni tra l’altro delle Poste. Mi chiedo quale è il senso di destinare i proventi di quella privatizzazione ad abbattere il debito pubblico. Sono 10 miliardi che, utilizzati così, sarebbero una goccia nel mare. Se invece quelle risorse le mettiamo a stimolo della crescita, sotto forma di investimenti pubblici in settori strategici, produrremmo quello choc positivo che farebbe ripartire il Pil».
Renzi si brucerebbe come
D’Alema se andasse a Palazzo Chigi senza passare dalle urne?
«I limiti dei governi degli anni Novanta non sono nel modo in cui si è arrivati a Palazzo Chigi, ma nelle misure che quei governi hanno messo in campo».
Voi “turchi” pensate di entrare in segreteria e sostenere Renzi?
«No, non abbiamo interesse ad assumere incarichi. Però pensiamo che il congresso sia finito».
Ma la minoranza dem non è favorevole piuttosto a un Lettabis?
«Tutti gli elettori democratici sono interessati a che il partito di maggioranza, il Pd, non appaia come il principale partito di opposizione al governo che sostiene e presiede».
(g.c.)

l’Unità 6.2.14
Braccio di ferro in Cgil tra Camusso e Landini
Nuove tensioni sulla rappresentanza, incontro ieri al Nuovo Pignone
E il leader Fiom vede ancora Renzi
Smentite azioni disciplinari
di Massimo Franchi


Nel giorno in cui riesplode la polemica su possibili procedimenti disciplinari, i duellanti - Susanna Camusso e Maurizio Landini - sono seduti allo stesso tavolo e si confrontano davanti ai delegati Cgil della Nuovo Pignone di Firenze. Claudio Giardi, 60 anni, detto il Pennello per la sua stazza imponente, laccetto e “passi” della Fiom al collo, è seduto in mezzo a loro. È lui che ha proposto questo incontro. «Dopo aver tenuto il nostro congresso - spiega - abbiamo pensato che la situazione fosse drammatica. Vedere questa tensione fra Cgil e Fiom fa male soprattutto ai lavoratori: così abbiamo deciso di organizzare un confronto». Con l’aiuto del segretario regionale Cgil Alessio Gramolati tutto era stato organizzato alla perfezione e senza farlo sapere a nessuno: la saletta delle Rsu dello stabilimento General Eletric (4mila dipendenti di cui 1.180 iscritti Cgil) è prenotata dalla prima mattina. Succede però che Maurizio Landini - reduce da una forte bronchite - venga convocato da Matteo Renzi a Roma «per discutere di legge sulla rappresentanza, riforma del mercato del lavoro, ripresa degli investimenti, politica industriale e nuove forme di sostegno del reddito» (Camusso fa notare che «sarebbe meglio cambiare metodo di discussione, ammortizzatori e Cig non riguardano solo la Fiom») e allora i tempi slittano e la notizia dell’incontro diventa pubblica. Il confronto si fa lo stesso: a porte chiuse e alla presenza dei soli 21 delegati Fiom Cgil della fabbrica fiorentina. Landini arriva mentre Camusso sta fumando assieme ad alcuni delegati, lui è al telefono: si salutano e inizia il confronto.
«PENNELLO» CERCA LA MEDIAZIONE
Si parte con Giardi che legge un documento degli Rsu:«A noi il Testo unico sulla rappresentanza (quello contestato dalla Fiom, ndr) ci va bene al 90 per cento, contestiamo però il metodo con cui si è arrivati alla firma da parte della Cgil, la parte sulle sanzioni per gli Rsu e la commissione di arbitrato che si sostituisce alle categorie», spiega.
Poi tocca a Landini dire la sua. Il segretario della Fiom ribadisce le sue posizioni, le critiche all’accordo e a come ci si è arrivati. Il punto dirimente è quello della consultazione dei lavoratori. «Per l’accordo del 28 giugno (la Fiom era contraria e perse, ndr) i lavoratori votarono e votarono solo quelli coinvolti dall’accordo, quelli delle categorie di Confindustria, e non tutti gli iscritti. Ora invece nelle assemblee congressuali al massimo la questione viene discussa da tutti gli iscritti in dieci minuti. L’emendamento non può sostituire la consultazione dei soli lavoratori coinvolti - contesta Landini - se non c’è il voto, la Fiom non si sente vincolata all’accordo perché quello sì è in violazione dello statuto Cgil».
Tocca a Susanna Camusso replicare. Questa la sintesi :«Non si può far finta che il voto del Comitato direttivo non conti e lì (il 17 gennaio, quando Landini anticipò la sua posizione, ndr) si è previsto che nelle assemblee congressuali si condivida l’accordo con un voto. Se la valenza del Testo è così grande come dite, a maggior ragione devono votare tutti gli iscritti. Detto che il congresso va avanti perché non si può ridurne il valore ad un dibattito interno, la Confederazione a congresso concluso è disponibile ad aprire un confronto nei luoghi di lavoro».
PARERE DA COMMISSIONE STATUTO Landini però non accetta l’apertura e ribadisce la sua posizione. Arriva anche la frecciata: «Apprendo ancora una volta a mezzo stampa che hai scritto una lettera di tuo pugno per chiedere sanzioni». Camusso controbatte: «No, ho solo chiesto un pronunciamento interpretativo dalla commissione Statuto sulle conseguenze di un mancato rispetto del Testo unico a cui dite di non sentirvi vincolati». In realtà di questo si tratta: il Consiglio nazionale statutario ha risposto alla segnalazione del segretario generale ricordando «le norme statutarie che vincolano l’organizzazione ». Vengono citati l’articolo 6 sulla democrazia interna e l’unicità dell’organizzazione e l’articolo 26 che prevede le sanzioni (che non vengono però elencate). Tutta la missiva è totalmente impersonale e non cita il segretario della Fiom. In più questo passaggio non prevede alcuna conseguenza e sanzione: senza una nuova richiesta alla Commissione di garanzia - l’unica titolata a definire le sanzioni, con due livelli di giudizio, prima interregionale e poi nazionale – nessun provvedimento verrà emesso. E la Cgil ieri ha nuovamente smentito «il ricorso ad azioni disciplinari nei confronti di qualsivoglia categoria o gruppo dirigente».
PUNTO DI CONTATTO Nella recente assemblea congressuale, i lavoratori del Nuovo Pignone avevano dimostrato di essere “landiniani” di ferro: maggioranza bulgara (di schede) alla mozione quasi unitaria “Il lavoro decide il futuro” e maggioranza quasi bulgara (per alzata di mano) all’emendamento Fiom che chiede il ritiro della firma sul Testo unico e la discussione sul tema nel congresso. «Noi abbiamo le nostre idee - conclude Giardi - e questa assemblea, anche se non si è chiusa senza la ricomposizione che auspicavamo, è stata molto importante: discutere e confrontarsi è il sale della democrazia e del sindacato». Un punto di contatto comunque c’è: la legge sulla rappresentanza chiesta a gran voce da Landini - e appoggiata da Renzi. «La Cgil, non la Fiom, chiede da 25 anni che ci sia una legge sulla rappresentanza - sottolinea Camusso - una legge è importante perché bisogna mettere fine ad una serie di operazioni fatte negli anni scorsi che hanno violato la contrattazione».

La Stampa 6.2.14
Scontro Camusso-Landini
La Cgil rischia la “guerra civile”
La leader del sindacato: la Fiom si deve allineare ai vertici
Landini: «Non applicheremo un accordo che equivale alla nostra morte»
di Roberto Giovannini

qui

il Fatto 6.2.14
Processo alla Fiom, Cgil nel caos abbandonata dal Pd
Camusso nega il provvedimento disciplinare, ma ha già fatto il primo passo per sanzionare il leader dei metalmeccanici.
Che però ha Renzi dalla sua parte
di Salvatore Cannavò


Per capire l’ampiezza del caos interno alla Cgil basta fotografare quanto avvenuto ieri mattina. Minacciato di un procedimento disciplinare da parte del segretario generale della Cgil, notizia resa pubblica dal Fatto ieri, il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha incontrato di primo mattino il segretario del Pd, Matteo Renzi. Incontro definito positivo e utile a discutere di Jobs Act ma, allo stesso tempo, dal forte valore simbolico. Da quando è segretario del partito “erede” della sinistra italiana, che nel sindacato ha ancora una roccaforte, Renzi si è incontrato più volte con il leader dei metalmeccanici e mai, che si sappia, con il segretario generale della Cgil. Una figura che, ai tempi di Berlinguer, partecipava direttamente alla segreteria nazionale del partito e oggi, con Susanna Camus-so, sostanzialmente ignorata. La Cgil ieri ha cercato di smentire quanto rivelato dal Fatto bollandolo come “falsità” e “notizia già smentita”. In realtà, nel suo “Mattinale” quotidiano (la rassegna stampa a uso interno) non ha potuto negare la lettera inviata da Ca-musso al Collegio statutario (pubblicata integralmente dal nostro giornale) per chiedere come “sanzionare” l’eventuale violazione dello Statuto da parte di Landini. Ma ha precisato che non si tratta di una “procedura di commissariamento della Fiom-Cgil né alcun procedimento disciplinare nei confronti di qualsivoglia suo dirigente”. Il Collegio statutario, continua la Cgil, “è l’equivalente di una suprema corte a cui chiedere l'interpretazione autentica delle norme statutarie, non un organo giudicante”.
CHI CONOSCE la Cgil da trent’anni, però, spiega al Fatto un particolare: “È vero che la Commissione non fa sanzioni ma interpreta lo Statuto. Ora, la commissione di garanzia deve applicare lo stesso statuto e dopo la delibera interpretativa, che ha ammesso l’ipotesi di sanzioni, basterà che uno qualsiasi dei 6 milioni di iscritti faccia la denuncia e Landini, non appena si svincolerà dalla decisione assunta, potrà essere ‘condannato’ ”.
La crisi della Cgil si evince anche da quanto rileva lo stesso Mattinale e cioè l’esistenza di analoghi ricorsi allo stesso Collegio da parte di Maurizio Landini e di Giorgio Cremaschi. Un sindacato in cui ci si confronta a colpi di ricorsi statutari qualche problema deve averlo.
Ieri da Corso Italia è stata diramata una nota in cui si invita a concentrarsi su “lavoro e diritti”. Il nodo dell’accordo sulla rappresentanza parla del tipo di sindacato che si ha in mente per il futuro. Semplificando, si potrebbe dire che Susanna Camusso lavora per un sindacato “responsabile”, che si fa carico dei problemi del Paese, che firma accordi incaricandosi di farli rispettare. Un sindacato più vicino alla Cisl e con alle spalle, sul piano generale, il “modello Napolitano”.
MAURIZIO LANDINI, invece, vuole un sindacato con le mani libere. Capace di scontrarsi per anni con la Fiat, e con Cisl e Uil, ma anche di tornare a sedersi al tavolo, un sindacato più di movimento. Approccio vicino a quello che Matteo Renzi ha per il Pd. Per questo non stupisce la relazione speciale tra i due leader che si sono riconosciuti politicamente sul tema del rinnovamento e della “rottamazione” anche del sindacato. “Il tema del rinnovamento è posto” dice un autorevole dirigente nazionale e il malumore che si registra, anche nella maggioranza, ne è la dimostrazione”.
Il rapporto privilegiato tra Renzi e Landini spiazza sempre di più la Cgil. Camusso lo ha fatto presente ieri dicendo che quando si discute “di cassa integrazione e ammortizzatori sociali, il tema non riguarda solo la Fiom ma tutte le categorie” lasciando trapelare la propria irritazione per le trattative tra Renzi e Landini. “Quando mi incontrerò io con Renzi? - ha aggiunto - Certamente, quando accadrà lo saprete”. In altri tempi, lo scontro nel sindacato sarebbe stato interpretato come uno scontro tra maggioranza riformista e sinistra radicale. Ora, invece, l’esponente “radicale”, Landini è vicino al “blairiano” Renzi mentre la “socialdemocratica” Camusso sembra aver perso “la copertura del partito”. In queste condizioni, sembra più utile leggere lo scontro come una dialettica tra “continuità” e “rinnovamento”.
LANDINI È UN LEADER sindacale molto amato dalla base e che ha saputo dialogare anche con il mondo grillino. Il suo nome viene costantemente agitato nell’agone politico dove, se si impegnasse, potrebbe mutare alcuni equilibri. È spesso evocato come possibile leader di una formazione di sinistra radicale affiancata al Pd di Renzi (che sarebbe preziosa con la nuova legge elettorale renziana). Camusso, invece, rappresenta il sindacato-istituzione, poco empatico e concentrato a regolare i conti interni. Ma, allo stesso tempo, desideroso di mantenere alcune posizioni classiche non fidandosi delle innovazioni renziane che sembrano un cedimento alla finanza e alle imprese.
Lo scontro è quindi ampio e riguarda profilo e destini della sinistra italiana. I sindacati concorrenti, Cisl e Uil, si sono limitati a commentare dall’esterno. “Se Renzi pensa che Landini sia un buon consulente del lavoro, mi verrebbe da dire ‘auguri’”, dice il cislino Raffaele Bonanni.

il Fatto 6.2.14
Ispirazioni divine
A Repubblica si sentono solo le voci


Sostiene Repubblica.it   che ci sarebbe stato “un braccio di ferro procedurale tra Cgil e Fiom”. Sostiene Re  pubblica.it   che “secondo quanto è trapelato in Corso d’Italia, il Collegio avrebbe confermato che per approvare l’intesa è valido il voto del direttivo e che quel voto vincola, nei comportamenti, anche le categorie come la Fiom che dissentono”. Sostiene Repubblica.it  che “nelle ultime ore sono circolate voci sull'intenzione della Camusso di denunciare Landini agli organismi di garanzia per le affermazioni fatte nel direttivo “. Sostiene Repub blica.it  , infine, che “circolano anche indiscrezioni sull’intenzione della Fiom di portare in tribunale l’accordo sulla rappresentanza”. Repubblica.it  ieri mattina sosteneva molte cose, tutte giuste, tutte esatte. Lo ha fatto di mattina presto, subito dopo aver letto il Fatto Quotidiano che tutte quelle cose le ha pubblicate in esclusiva. Ma la correttezza di una citazione, doverosa tra colleghi, Repubblica.it   non se l’è sentita di sostenerla. Forse perché in quella redazione “si sentono le voci”. Così, almeno, sostiene Repubblica.it  

il Fatto 6.2.14
A Maggio
Verso lo scontro frontale al congresso
di Sal. Can.


L’accordo sulla rappresentanza, siglato a sorpresa il 10 gennaio e oggetto dello scontro tra Susanna Camusso e Maurizio Landini, è precipitato come un masso dentro il congresso nazionale della Cgil che, in questi giorni, vede lo svolgimento dei congressi di base. Si tratta di circa 50 mila riunioni, forse la consultazione congressuale più ampia e capillare che esista ancora in Italia e in cui, formalmente si confrontano due posizioni: quella di maggioranza, difesa sia da Camusso che da Landini e quella della minoranza di Giorgio Cremaschi (intorno al 3 per cento dei voti).
NEL CONGRESSO i due contendenti sono alleati anche se Landini e Gianni Rinaldini, suo predecessore in Fiom, sono i promotori di alcuni emendamenti al documento nazionale che puntano a tutelare quanto finora fatto dalla Fiom. L’alleanza è stata il frutto di un lento lavoro di riavvicinamento proseguito nell’ultimo anno e mezzo dopo gli scontri sul caso Fiat. Ne è derivato un patto congressuale in cui sono stati definiti anche gli assetti interni con garanzie formali alla Fiom e alla vecchia opposizione della “Cgil che vogliamo” sul piano degli organismi interni (si parla di una percentuale garantita del 17 per cento). L’avvio del congresso, a dicembre, quindi si è annunciato all’insegna della pacificazione e di una dialettica interna tutto sommato serena a eccezione della dura opposizione che ha invece deciso di proseguire Giorgio Cremaschi e l’area della Rete 28 aprile. Da questo documento, che nei giorni scorsi ha perso due suoi rappresentanti, Maurizio Scarpa e Franca Peroni, usciti dalla Cgil per andare nell’Usb (che a sua volta denuncerà l’accordo in Tribunale) è venuta una critica serrata sia all’accordo sulla rappresentanza che al modo di svolgimento del congresso. Si è parlato di “brogli”, di ricorso alle competenti commissioni di garanzia e del rischio di non riconoscere l'esito del congresso.
IL 10 GENNAIO CAMBIA TUTTO. La Cgil definisce con Cisl, Uil e Confindustria le ultime regole per perfezionare gli accordi sulla rappresentanza già siglati il 28 giugno 2011 e il 31 maggio 2013. Sia il sito della Fiom che quello della Cgil hanno pubblicato uno schema sinottico dei differenti testi evidenziando chiaramente le novità. I punti maggiormente controversi sono due: le eventuali sanzioni per “comportamenti di tutte le parti contraenti” (quindi anche le imprese, ed è la prima volta), “anche con effetti pecuniari” o “che comportino la temporanea sospensione di diritti sindacali di fonte contrattuale”. Queste norme non erano presenti nei patti precedenti. Il secondo motivo di contrasto riguarda la costituzione di un “collegio di conciliazione e arbitrato” composto, pariteticamente, da sindacati e imprenditori. La Cgil sottolinea che tale commissione è solo “transitoria e in attesa che i contratti nazionali definiscano la materia”. La Fiom, però, rileva che il rimando ai contratti nazionali, siglati da tutti, anche da Cisl e Uil, non garantisce tale transitorietà. Il documento di approvazione dell’accordo, discusso al direttivo del 17 gennaio, quello in cui Landini ha annunciato di “non sentirsi vincolato” a tale decisione, è stato inviato alla discussione dei congressi. Ma non sarà votato formalmente. Anche per questo Landini ha deciso di presentare, all’ultimo minuto, un nuovo emendamento aggiuntivo in cui si chiamano gli iscritti a “esprimere un giudizio negativo sull'accordo del 10 gennaio”.
SULLA CARTA, Camusso ha una maggioranza schiacciante e l’emendamento Landini sarà votato solo nei congressi della Fiom. Un punto di scontro interno sarà anche la verifica dei congressi. Cremaschi, ad esempio, sostiene che “se i votanti finali, su quasi 6 milioni di iscritti, fossero superiori a 900 mila non avrei esitazione a parlare di brogli”. Nell'ultimo congresso del 2010 i votanti furono 1,8 milioni. Difficilmente si discosteranno da quella cifra. La minoranza sostiene di poter arrivare a circa il 5-6 per cento “ma solo se non si gonfieranno i partecipanti”, il resto dei consensi andrà attribuito alle tante anime compresa quella di Landini. Che certamente vincerà il congresso della Fiom e, secondo tradizione, dovrà vedersi proposto alla segreteria generale proprio da Susanna Camusso.

Repubblica 6.2.14
Il segretario della Fiom: lo statuto della Confederazione è chiaro e stabilisce che l’ultima parola spetta ai lavoratori
Landini: “Iniziativa senza precedenti è una grave regressione democratica”
intervista di Roberto Mania


ROMA — Landini, si aspettava l’iniziativa della Camusso?
«No perché il compito di un segretario generale è quello di far applicare i principi dello statuto. In più di cento anni di vita, nella Cgil hanno sempre vissuto in maniera dialettica posizioni diverse. Il dissenso non si è mai risolto a colpi di ricorsi. Questa, invece, è una grave regressione democratica. Del resto, io nella riunione del Direttivo della Cgil l’avevo detto: l’accordo sulla rappresentanza deve essere sottoposto al voto dei lavoratori. E visto che Cisl e Uil non erano disponibili alla consultazione, ho chiesto di far votare gli iscritti alla Cgil, come stabilisce lo statuto della Cgil. Senza questo voto — l’ho detto e lo ripeto — non mi sento vincolato a rispettare quell’accordo».
Ma è la Fiom che si mette fuori dal momento che il Direttivo della Cgil ha approvato l’intesa sulla rappresentanza a larghissima maggioranza.
«Non è così. Il nostro statuto stabilisce che si consultino i lavoratori interessati. Lo statuto è chiaro e non ha bisogno di interpretazioni.È la nostra politica».
Eppure, sostiene la Camusso, gli iscritti alla Cgil che partecipano alle assemblee congressuali si esprimono anche sull’accordo. Non è una consultazione?
«Il congresso ha le sue regole. Il discussione congressuale riguarda la strategia della Cgil per i prossimi quattro anni. La consultazione su un accordo è un’altra cosa, tanto che la Fiom aveva proposto di sospendere il congresso per far votare i lavoratori sull’intesa. In più alle assemblee congressuali partecipano i lavoratori di tutti i settori, dalla scuola al commercio, mentre l’accordo sulla rappresentanza interessa i lavoratori delle imprese industriali aderenti a Confindustria».
Lei pensa che questo sia un accordo per imbrigliare la Fiom?
«Io penso che sia un accordo contro la contrattazione. Questo è un accordo che introduce per la prima volta le sanzioni a carico dei delegati e delle organizzazioni sindacali; che limita i diritti e introduce forme di arbitrato interconfederale che si sostituisce al ruolo delle categorie».
Però il Direttivo, che è l’organo più rappresentativo della Cgil, ha detto sì all’intesa. Perché la Fiom non rispetta la posizione della maggioranza?
«Prendo atto del voto del Direttivo. Ma insisto: lo statuto prevede la consultazione. Solo il voto dei lavoratori è vincolante altrimenti cambia la natura della Cgil».
Oggi (ieri per chi legge, ndr) ha incontrato la Camusso all’assemblea del Nuovo Pignone. Cosa vi siete detti?
«Ciascuno è rimasto delle proprie opinioni».
Anche la Fiom si rivolgerà al Collegio statutario per chiedere se il Direttivo ha violato lo statuto?
«No. Conosciamo lo statuto e non abbiamo bisogno di interpretazioni. Ma possibile che con quello che sta accadendo nel nostro sistema industriale il segretario della Cgil non trovi di meglio che chiedere sanzioni per il segretario della Fiom?».
La Camusso ha precisato che non intende chiedere sanzioni nei suoi confronti.
«Lo ha chiesto esplicitamente, domandando se in caso di violazione dello statuto sono previste le sanzioni. E poi non è un iscritto qualsiasi: è il segretario generale della Cgil!».
Si aspetta di essere punito?
«Non mi aspetto niente. Ma penso che in un’organizzazione democratica le teste, per evitare che si rompano, vadano contate».
Sta pensando a una scissione?
«No, nel modo più assoluto. La Cgil siamo noi».
Oggi (sempre ieri per chi legge, ndr) ha anche incontrato Renzi. Si sta alleando con il segretario Pd per indebolire la Camusso?
«Ma no! La Fiom ha chiesto a tutti i partiti di potersi confrontare sulle politiche industriali e per il lavoro. Tutto qua».

Repubblica 6.2.14
Sul clamoroso scontro Camusso-Landini è intervenuto anche l’ex segretario generale della Cgil

Sergio Cofferati, oggi parlamentare europeo e iscritto, tra i pensionati, al sindacato. «Il dissenso - ha detto - non si risolve impugnando gli statuti. Io non l’ho mai fatto. Se ci sono opinioni diverse tra Confederazione e categorie bisogna cercare di ricomporle attraverso il confronto. E quando il dissenso rimane è una contraddizione che si deve vivere con serenità».

il Fatto 6.2.14
Il segretario della Fiom non si fa illusioni
Landini: “Contro di noi la Cgil non si fermerà”
“Stanno aprendo una crisi democratica. Non ci sono mediazioni e noi non ci arrendiamo”
intervista di Salvatore Cannavò


Per capire l’ampiezza del caos interno alla Cgil basta fotografare quanto avvenuto ieri mattina. Minacciato di un procedimento disciplinare da parte del segretario generale della Cgil, notizia resa pubblica dal Fatto ieri, il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha incontrato di primo mattino il segretario del Pd, Matteo Renzi. Incontro definito positivo e utile a discutere di Jobs Act ma, allo stesso tempo, dal forte valore simbolico. Da quando è segretario del partito “erede” della sinistra italiana, che nel sindacato ha ancora una roccaforte, Renzi si è incontrato più volte con il leader dei metalmeccanici e mai, che si sappia, con il segretario generale della Cgil. Una figura che, ai tempi di Berlinguer, partecipava direttamente alla segreteria nazionale del partito e oggi, con Susanna Camus-so, sostanzialmente ignorata. La Cgil ieri ha cercato di smentire quanto rivelato dal Fatto bollandolo come “falsità” e “notizia già smentita”. In realtà, nel suo “Mattinale” quotidiano (la rassegna stampa a uso interno) non ha potuto negare la lettera inviata da Ca-musso al Collegio statutario (pubblicata integralmente dal nostro giornale) per chiedere come “sanzionare” l’eventuale violazione dello Statuto da parte di Landini. Ma ha precisato che non si tratta di una “procedura di commissariamento della Fiom-Cgil né alcun procedimento disciplinare nei confronti di qualsivoglia suo dirigente”. Il Collegio statutario, continua la Cgil, “è l’equivalente di una suprema corte a cui chiedere l'interpretazione autentica delle norme statutarie, non un organo giudicante”.
CHI CONOSCE la Cgil da trent’anni, però, spiega al Fatto un particolare: “È vero che la Commissione non fa sanzioni ma interpreta lo Statuto. Ora, la commissione di garanzia deve applicare lo stesso statuto e dopo la delibera interpretativa, che ha ammesso l’ipotesi di sanzioni, basterà che uno qualsiasi dei 6 milioni di iscritti faccia la denuncia e Landini, non appena si svincolerà dalla decisione assunta, potrà essere ‘condannato’ ”.
La crisi della Cgil si evince anche da quanto rileva lo stesso Mattinale e cioè l’esistenza di analoghi ricorsi allo stesso Collegio da parte di Maurizio Landini e di Giorgio Cremaschi. Un sindacato in cui ci si confronta a colpi di ricorsi statutari qualche problema deve averlo.
Ieri da Corso Italia è stata diramata una nota in cui si invita a concentrarsi su “lavoro e diritti”. Il nodo dell’accordo sulla rappresentanza parla del tipo di sindacato che si ha in mente per il futuro. Semplificando, si potrebbe dire che Susanna Camusso lavora per un sindacato “responsabile”, che si fa carico dei problemi del Paese, che firma accordi incaricandosi di farli rispettare. Un sindacato più vicino alla Cisl e con alle spalle, sul piano generale, il “modello Napolitano”.
MAURIZIO LANDINI, invece, vuole un sindacato con le mani libere. Capace di scontrarsi per anni con la Fiat, e con Cisl e Uil, ma anche di tornare a sedersi al tavolo, un sindacato più di movimento. Approccio vicino a quello che Matteo Renzi ha per il Pd. Per questo non stupisce la relazione speciale tra i due leader che si sono riconosciuti politicamente sul tema del rinnovamento e della “rottamazione” anche del sindacato. “Il tema del rinnovamento è posto” dice un autorevole dirigente nazionale e il malumore che si registra, anche nella maggioranza, ne è la dimostrazione”.
Il rapporto privilegiato tra Renzi e Landini spiazza sempre di più la Cgil. Camusso lo ha fatto presente ieri dicendo che quando si discute “di cassa integrazione e ammortizzatori sociali, il tema non riguarda solo la Fiom ma tutte le categorie” lasciando trapelare la propria irritazione per le trattative tra Renzi e Landini. “Quando mi incontrerò io con Renzi? - ha aggiunto - Certamente, quando accadrà lo saprete”. In altri tempi, lo scontro nel sindacato sarebbe stato interpretato come uno scontro tra maggioranza riformista e sinistra radicale. Ora, invece, l’esponente “radicale”, Landini è vicino al “blairiano” Renzi mentre la “socialdemocratica” Camusso sembra aver perso “la copertura del partito”. In queste condizioni, sembra più utile leggere lo scontro come una dialettica tra “continuità” e “rinnovamento”.
LANDINI È UN LEADER sindacale molto amato dalla base e che ha saputo dialogare anche con il mondo grillino. Il suo nome viene costantemente agitato nell’agone politico dove, se si impegnasse, potrebbe mutare alcuni equilibri. È spesso evocato come possibile leader di una formazione di sinistra radicale affiancata al Pd di Renzi (che sarebbe preziosa con la nuova legge elettorale renziana). Camusso, invece, rappresenta il sindacato-istituzione, poco empatico e concentrato a regolare i conti interni. Ma, allo stesso tempo, desideroso di mantenere alcune posizioni classiche non fidandosi delle innovazioni renziane che sembrano un cedimento alla finanza e alle imprese.
Lo scontro è quindi ampio e riguarda profilo e destini della sinistra italiana. I sindacati concorrenti, Cisl e Uil, si sono limitati a commentare dall’esterno. “Se Renzi pensa che Landini sia un buon consulente del lavoro, mi verrebbe da dire ‘auguri’”, dice il cislino Raffaele Bonanni.

Corriere 6.2.14
L’ultimo sciopero al porto di Genova, i Camalli feriti dal mercato globale
di Francesco Cevasco


Hanno fatto due scioperi in 114 anni. Uno nel 1900. I giornali dell’epoca lo chiamarono «lo sciopero nero». Nero perché i lavoratori erano genovesi neri — neri sporchi di nero — come il carbone che tiravano su dalle stive delle navi in porto. Il nero lo toglievano dalle navi, ma restava loro in faccia, nella pelle, nei polmoni. Ma almeno la paga, datecela giusta, dicevano. Allora qualcosa hanno ottenuto. Un po’ più di paga e i polmoni marci lo stesso. Ma la famiglia campava. 
Erano i lavoratori della Compagnia Pietro Chiesa. Camalli-carbonai lavoratori del porto di Genova. Aristocrazia operaia. Soltanto loro sapevano fare certi lavori di precisione, perfezione, organizzazione. Andavano nel Wisconsin, a Liverpool, in Australia a insegnare e a imparare. Poi, trent’anni fa, un altro scioperetto contro il ministro Giovanni Prandini che voleva privatizzare tutto: anche l’acqua del mare. Ma lì è stato facile per quei furboni della Compagnia dei carbonai dimostrare che l’acqua del mare — e dei porti — la conoscevano molto meglio del ministro nato a Calvisano, quindi in provincia di Brescia. E averla vinta. Ora, di scioperi ne hanno fatto un altro. Gli vogliono — semplicemente — togliere una fetta di lavoro per darlo a chi costa meno. Questa volta tutto è più difficile. È la contingenza, bellezza. 
Si stanno rendendo conto, i carbonai, che lavorare bene non serve più. Tanto c’è uno, sulla punta del molo — e adesso di moli ce ne sono tanti — che per meno euro fa il tuo stesso lavoro. E chi se ne importa se tu sei più bravo. È la globalizzazione, amico. E chi se ne importa se a voi — lavoratori specializzati della Compagnia Pietro Chiesa — un tipo intellettuale come Luigi Squarzina vi ha costruito addosso uno spettacolo teatral-cinematografico per dire: avete anche un significato storico, non siete solo degli insetti parassiti, siete un pezzo della spina dorsale di una città che campa di ricordi gloriosi. Adesso arriva un nuovo padrone del Terminal. Nel 1900 i Carbonai del porto di Genova erano 3.500. Oggi sono una cinquantina. Lo sciopero — è logico — ora è finito. Ma, come dice Tirreno Bianchi, il capo degli illusi: «Non finisce qui…».

Repubblica 6.2.14
Il declino del ceto medio e la deriva populista
di Piero Ignazi


In otto anni il ceto medio si è ristretto: come scriveva Ilvo Diamanti lunedì, nel 2006 si ritenevano appartenenti a quella fascia sociale il 60% degli italiani, mentre oggi sono al 40%; e coloro i quali si considerano in fondo alla scala sociale sono passati dal 28% al 52%. La contrazione del ceto medio investe la “tenuta” delle istituzioni democratiche. Una robusta classe media non solo consente alla democrazia di affermarsi ma garantisce la sua stabilità nel tempo. La caduta verso il basso di questi ceti destabilizza il sistema perché lo spaesamento per la perdita di una condizione spesso acquisita a fatica e con sacrifici, e i sentimenti di frustrazione e rabbia che ne derivano, spingono verso posizioni politiche estreme. In tutta Europa i partiti populisti hanno catturato il consenso dei cittadini colpiti dalla crisi, di coloro che hanno perso il lavoro o di chi un lavoro degno di questo nome non riesce mai a trovarlo. Il nazionalpopulismo di destra, incarnato oggi in maniera molto efficace dalla leader del Front National francese Marine Le Pen, si presenta come l’alternativa di sistema capace di cambiare il corso delle cose e ridare dignità a tutti coloro che l’hanno perduta per colpa degli immigrati che rubano il lavoro ai nativi, delle banche e del fisco che spolpano gli onesti lavoratori, dei politici corrotti e incapaci che pensano solo ai loro interessi. E infine, come velenosa ciliegina sulla torta dell’odio politico, fa capolino, ormai senza vergogna, il carpo espiatorio per eccellenza, la finanza ebraica. Negli anni passati la Lega aveva interpretato sentimenti irosi e scomposti di un ceto medio in ascesa, desideroso di trovare il proprio posto al sole e di ottenere il riconoscimento sociale che gli spettava. Il declino leghista, e in subordine del Pdl, deriva proprio dall’assottigliarsi di questa fascia sociale, cruciale per il loro successo. Il ceto medio dei piccoli imprenditori, dei commercianti e della vasta platea delle partite Iva, non è più rilevante né numericamente (pensiamo solo al crollo dei commercianti “italiani”) né politicamente sensibile ai vecchi interpreti. La sua contrazione coincide con un mutamento “rivoluzionario” dei referenti politici: dalla destra forzaleghista ai cinquestelle. Beppe Grillo si è alimentato, oltre che di un diffuso clima antipolitico, dei sentimenti di mortificazione e paura che attraversano i ceti medi. Le analisi postelettorali concordano infatti su un punto: i lavoratori autonomi, e soprattutto chi il lavoro non c’è l’ha più o non ce l’ha ancora, si sono diretti verso il Movimento 5 Stelle. Chi sta perdendo sicurezza economica o dubita di trovarla, difficilmente affida le proprie speranze a partiti e leader tradizionali. Men che meno a chi ha tradito le sue aspettative (e questa è una ulteriore ragione per cui Forza Italia, al di là del grande serbatoio di casalinghe e pensionati che continua a monopolizzare, ben difficilmente può recuperare i consensi perduti). Sono alla ricerca di una voce ribelle che lenisca le loro ansie. Non è un caso che gli elettori pentastellati siano di gran lunga i più giovani e rappresentino buona parte dei figli del ceto medio declinante. Se teniamo conto di questi elementi strutturali dell’elettorato non può stupire l’aggressività antisistemica che periodicamente esplode nelle file grilline: il M5S rappresenta la versione italica di quella protesta che altrove si indirizza verso l’estrema destra. Ora, al di là delle intemperanze ed aggressioni verbali di questi giorni su cui già si è detto tutto, il M5S non è assimilabile, per storia e cultura politica, al nazionalpopulismo di destra. Comunque, canalizza un magma scomposto e iracondo che scorre nella società italiana (e francamente non si capisce lo stupore scandalizzato per le porcate scritte sui blog grillini: se ne leggono di cotte e di crude dovunque nella rete, anche se è tuttora difficile eguagliare quelle leghiste d’un tempo). Questo magma può essere lasciato a se stesso, in una spirale di radicalizzazione di cui nessuno sente il bisogno. Oppure, con la saggezza di chi ha maggiore esperienza e responsabilità, si può tentare di incanalarlo nell’ambito istituzionale. Ovvio che i grillini recalcitrino e si rifiutino perché la  strategia dell’opposizione a 360 gradi sembra vincente in termini elettorali. Ma bisogna superare il muro del rifiuto perché isolarli e sospingerli in un ghetto, nel quale molti di loro vorrebbero ben volentieri rinchiudersi, non fa bene alla democrazia. Più li si marginalizza, più la conflittualità anti-sistemica prende piede, con il rischio di torcere l’“ideologia” grillina verso un populismo senza freni. E alla fine, possibile e probabile, c’è l’incontro con l’altro leader populista di questi vent’anni. A Berlusconi basta un nanosecondo per aprire le braccia a Grillo in nome dell’opposizione all’Europa e ai poteri forti. E il guru genovese, in odio al Pd, potrebbe esservi tentato.

Corriere 6.2.14
Se la legge supera la vita
di Isabella Bossi Fedrigotti


Entra domani in vigore la legge che riforma il diritto di famiglia, vecchio di quasi quarant’anni, un lasso di tempo nemmeno così lungo se non fosse che la società — quella italiana come quasi tutte le altre — si è modificata in modo che si potrebbe definire precipitoso. La vita è andata correndo ben più in fretta del legislatore: basti pensare al numero dei figli naturali che ormai rappresentano quasi il 20 per cento di tutti i nati ma che, rispetto a quelli cosiddetti legittimi, continuavano a essere figli di un Dio abbastanza minore. 
Non a caso il nuovo diritto si occupa in primo luogo di bambini che d’ora in poi saranno uguali di fronte alla legge. Non si potranno più «liquidare» i figli un tempo «illegittimi» con donazioni varie a loro o alla madre: dovrebbe così diminuire sia il numero dei padri assenti (e magari con la coscienza a posto per aver pagato), sia quello delle eventuali madri ricattatrici. Molto benvenuta è anche l’abolizione del termine «potestà» sostituto da «responsabilità genitoriale condivisa»: nella speranza che la correzione non si limiti ai termini. 
Un altro aspetto che reclamava di venir sanato è il ruolo dei nonni, ai quali finora non era riconosciuto il diritto di frequentare e, quindi, in un certo senso di amare attivamente i nipotini se non con l’accordo di padre e madre: d’ora in poi i loro diritti di visita, di accudimento, di amore sono sanciti dalla legge. 
Ben rispondente alle necessità di questo tempo di pesante crisi è poi l’obbligo, indicato dal codice, del mantenimento dei figli da parte di entrambi i genitori oltre la maggiore età, fino al raggiungimento dell’indipendenza economica. Come sappiamo, la regola è già applicata per forza maggiore, visto che il formidabile diciottenne italiano in grado di cavarsela in perfetta autonomia costituisce una rara, se non rarissima avis . 
C’è infine una grande perplessità, che è correlata al diritto di famiglia. Dall’ufficio tecnico del ministero dell’Istruzione è partita l’indicazione a sostituire nei documenti scolastici la dicitura di «padre» e «madre» con «genitore» e «genitore». E non poche città, tra le quali Milano dal 14 febbraio, hanno deciso di seguire la stessa linea nei moduli dei nidi e delle materne comunali. La perplessità nasce dal fatto che forse non siamo ancora pronti a vedere cancellati da una norma il tratto maschile e quello femminile, di uomini e donne, di padri e madri. Né si può pensare che di un atto soltanto burocratico si tratti, che conterà nei documenti e non nella vita: sappiamo che le parole — a maggior ragione se stampate — hanno il potere di incidere nella società. 
Niente più «papà» e «mamma», allora? Non è forse un caso se proprio in questi giorni il governo francese ha rinviato, di fronte a una diffusa protesta di piazza, un disegno di legge che si propone di riscrivere la cultura tradizionale della famiglia. Come dire che non va bene se la vita sopravanza il legislatore, ma non va tanto bene nemmeno il contrario.

Corriere 6.2.14
Le selezioni approfondite dei professori (in 27 Secondi)
Giudici con meno titoli dei candidati per decidere chi sarà Professore
Solo 184 commissioni per il mega concorso di abilitazione
di Gian Antonio Stella


Luigi Cobellis è insieme un somaro e un genio. Così l’ha valutato la commissione di abilitazione universitaria. Che l’ha trombato (troppo scarso) come «associato» ma promosso (con lode) come ordinario di ostetricia e ginecologia. Un prodigio prodigioso. Pari alla rapidità supersonica di altri commissari, capaci di stilare 323 giudizi «ampi e approfonditi» in 27 secondi l’uno. Wow! C’è un diluvio, online, contro il nuovo sistema di selezione dei professori voluto dall’allora ministro Mariastella Gelmini.
E l’allora ministro Gelmini, tentando di uscire dal pantano di concorsi troppo spesso viziati dal familismo, decise di mettere un filtro iniziale. Un mega concorso che selezionasse i docenti ricavandone due elenchi. Uno per la I fascia (ordinari) e uno per la II fascia (associati). Dopo di che, gli atenei avrebbero potuto prendere i professori solo da quegli elenchi già passati al setaccio, limitando la possibilità che un rettore o un preside potessero tirar dentro un figlio, una moglie, un cugino dalla preparazione scadente. 
Che i conti fossero sbagliati (e certi bandi che stanno uscendo sembrano mostrare che poco è cambiato) si è capito subito. Quando, composte con gran fatica le 184 commissioni (quattro «giudici» italiani e uno straniero) delegate a valutare entro il 2011 gli aspiranti docenti che successivamente si sarebbero contesi le cattedre messe in palio dagli atenei, iniziò il tormentone dei rinvii. Fino a sfondare, di proroga in proroga, tutto il 2012 e tutto il 2013 con qualche strascico nel 2014. 
Ovvio. Troppi concorrenti, troppi lavori da leggere, troppo pochi i commissari. 
Proprio al Corriere Marco Santagata, presidente della cinquina selezionatrice di Letteratura italiana, spiegò che in teoria avrebbe dovuto leggere «1.610 pagine al giorno». Sabati, domeniche, Pasqua e Ferragosto inclusi. Non bastasse, si aggiunsero le polemiche sulle 12.865 «riviste scientifiche» (c’era perfino il bollettino Alta Padovana del Comune di Vigonza) e sul profilo dei commissari. A volte accusati perfino d’avere presentato un curriculum gonfiato con lavori inesistenti. 
Nata storta, nonostante gli obiettivi giusti e le intenzioni generose, l’Abilitazione scientifica nazionale è andata così a impantanarsi in una fanghiglia di ricorsi al Tar che minacciano di moltiplicarsi via via che escono storie paradossali. Come quelle raccontate sul sito Roars dove, ad esempio, il professore veronese Guido Avezzù, in un articolo titolato «Mission impossible», ironizza sulla tenuta dei commissari di Storia contemporanea capaci di resistere indefessamente per ore e ore, stando ai verbali, «senza richiami dallo stomaco o dalla vescica». 
Risultato finale? Fatti i conti, «la commissione dedica mediamente 2 minuti e 10 secondi all’“ampia” discussione di ognuno dei 425 candidati» della seconda fascia e ben «4 minuti e 55 secondi» alla scelta di ciascun ordinario. Ma dai! «Scartata a priori l’ipotesi che qualcuno abbia potuto valutare “curricula, profili e produzione scientifica” senza nemmeno averli esaminati, si potrebbe ricevere l’impressione che tutto si regga perché nelle varie riunioni in cui si è discusso dei candidati la commissione si è costantemente avvalsa “del lavoro istruttorio condotto dai singoli commissari”. (…) Per divertirci un po’, immaginiamo l’“ampia discussione del curriculum, del profilo e della produzione scientifica del candidato XY alla II fascia”: la commissione dispone di 2 minuti e 12 secondi; ognuno dei 5 singoli commissari esprime in estrema sintesi il risultato della sua istruttoria — gli sono assegnati 26 secondi e mezzo…». 
Il caso del ricercatore «C», non è meno sconcertante: come hanno potuto bocciarlo, si chiede il professore Gianfranco Scorrano sul blog della Società chimica italiana, se aveva «147 lavori pubblicati tutti su ottime riviste» e la valutazione unanime era «eccellente, il massimo tra i 5 livelli di giudizio»? E come hanno potuto giudicarlo se quel candidato trombato «ha un “fattore h” superiore a quello di almeno tre dei commissari» che lo esaminavano? 
E non si tratta di un caso isolato. Anzi. A proposito di Lingua e letteratura latina, Loriano Zurli dell’Università di Perugia denuncia che ogni commissario, rinunciando ai pasti, al sonno e a ogni altra attività umana, avrebbe dovuto leggere «65 pubblicazioni al giorno» degli aspiranti professori e che uno dei «giudici» era così sprovvisto di titoli che tra «i bocciati per la I fascia (50%) non c’era un solo candidato che avesse meno pubblicazioni di lui “coerenti con il settore”». 
Bocciature eccellenti, anche di studiosi universalmente stimati. Promozioni sbalorditive, come quelle elencate in un’interrogazione dal senatore Paolo Corsini dove spicca il caso di un «candidato che ha superato una sola mediana, che ha presentato una sola monografia, che non ha raggiunto i requisiti aggiuntivi, che ha dichiarato di aver fatto parte del comitato di una rivista di cui in realtà non faceva parte» eppure «viene incredibilmente ed eccezionalmente abilitato». Alla pari di un altro che «ha superato una sola mediana su 3, ha presentato una sola monografia e ha ottenuto un giudizio positivo di soli 2 commissari su 5». 
Strabiliante. Così come, lo dicevamo all’inizio, risultano strabilianti i tempi impiegati da alcune commissioni per stendere i loro giudizi, che la legge pretende essere meticolosi. «Dopo ampia e approfondita disamina», si legge in un verbale, «la commissione constata la sostanziale convergenza delle valutazioni individuali». Ma come «ampia e approfondita» se poi scopri che 323 giudizi sono stati dati «utilizzando complessivamente poco meno di 14 ore pari a circa 27 secondi per ogni giudizio» e se la «valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche» pretesa dal ministero viene qua e là liquidata in «un parere pro veritate di 250 caratteri, spazi compresi» e cioè un terzo di questo capoverso che avete appena letto? 
Nulla eguaglia, però, la schizofrenia su Cobellis. Primo timbro: asino. «La Commissione all’unanimità non riconosce una posizione del Candidato nel panorama almeno nazionale di ricerca e non ne attesta la maturità scientifica ai fini dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla seconda fascia dei professori universitari». Secondo timbro: fuoriclasse. «La Commissione riconosce una posizione rilevante del Candidato nel panorama nazionale e internazionale di ricerca e ne attesta all’unanimità la piena maturità scientifica ai fini dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso alla prima fascia dei professori universitari». Evviva. Quella contraddizione, però, andate a spiegarla a chi ha affrontato le prove di abilitazione pensando fosse una cosa seria…

Repubblica 6.2.14
“Troppi dottori senza lavoro”
La scure sui test di medicina tagliato un posto su quattro “Rischiamo troppi disoccupati”
Le prove ad aprile. Addio a duemila futuri dottori
di Salvo Intravaia


SALTA a sorpresa, un quarto dei posti per l’accesso a Medicina. Perché negli uffici di viale Trastevere “temono che un numero maggiore possa creare medici disoccupati”. Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha pubblicato ieri il decreto che fissa modalità e posti per il testdel prossimo 8 aprile.
CON una sgradita sorpresa.
Per l’anno accademico 2014/2015 i posti sono stati tagliati del 23 per cento: ben 2.239 in meno rispetto a 12 mesi fa. Stesso discorso per Veterinaria — 632 accessi contro gli 825 del 2013 — e Odontoiatria il cui taglio si riduce al 20 per cento: 787 posti in luogo dei 984 del 2013. Per iscriversi ci sarà un mese di tempo: dal 12 febbraio fino alle ore 15 dell’11 marzo prossimo, con domande esclusivamente online sul sito www.universitaly. it. Ma i 7.918 posti — più 351 per gli studenti non comunitari non soggiornanti in Italia — renderanno ancora più impervia la strada agli 80-90mila aspiranti studenti della facoltà di Medicina (l’anno scorso furono 85mila). E difficoltà analoghe attendono i candidati alle altre facoltà a numero programmato nazionale: Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e Professioni sanitarie.
La speranza è che quanto prima intervenga una cospicua integrazione dei posti, «da ritenersi provvisori — si legge nella nota di viale Trastevere — in attesa della definizione del fabbisogno nazionale comunicato annualmente dal ministero della Salute». Una procedura irrituale che metterà in apprensione le migliaia di studenti alle prese con la preparazione al test. Tato più che sono in molti a temere che la riduzione dei posti di quest’anno possa essere definitiva a causa dei 3.500 studenti in più entrati l’anno scorso rispetto alle previsioni grazie ai ricorsi contro il bonus-maturità. Nel 2013, i posti messi a concorso per Medicina furono 10.157, più 591 per gli studenti stranieri. E se dal ministero della Sanità dovesse arrivare l’ok per il contingente appena comunicato le chance perle migliaia di aspiranti camici bianchi si ridurrebbero drasticamente.
Anche per il 2014 la graduatoria sarà nazionale. Il test consisterà ancora una volta in 60 quesiti a risposta multipla da svolgere in 100 minuti, ma la ripartizione delle «domande per ciascun argomento è stata modificata in favore dei quesiti delle materie disciplinari», spiegano dagli uffici di viale Trastevere. Meno domande, dunque, di Cultura generale e Logica e più quesiti di Biologia, Chimica, Matematica e Fisica. Dopo il pasticcio dello scorso anno, il bonus-maturità è stato invece definitivamente cancellato.
Il test per l’accesso a Veterinaria si svolgerà il 9 aprile e il giorno dopo sarà la volta degli aspiranti architetti che avranno a disposizione un numero di posti pari all’80 per cento di quelli banditi dai singoli atenei lo scorso anno, «in cui — precisano dal ministero — si è registrato in molte sedi un numero di immatricolazioni inferiore ai posti disponibili». Martedì 29 aprile il test riguarderà Medicina in lingua inglese. Mentre i test per le Professioni sanitarie — infermiere, logopedista, ostetrica, eccetera — si svolgeranno il 3 settembre.
La ripartizione dei posti definitiva sarà pubblicata il prossimo 11 marzo. Mentre i risultati dei test verranno resi noti il 22 aprile 2014 per Medicina e Odontoiatria, il 23 aprile per Veterinaria e il 24 aprile per Architettura. La graduatoria di merito nazionale sarà invece pubblicata il 12 maggio 2014. E l’immatricolazione dovrà essere perfezionata, a pena di decadenza, entro il 6 ottobre 2014.

Repubblica 6.2.14
Italia. Quanto vale la bellezza
La ricchezza prodotta dalla filiera culturale, con gli incassi di monumenti e musei e le entrate dell’indotto, supera i 214 miliardi
Più che una realtà, un potenziale perché manca una politica di sviluppo
Ma che sarebbe successo se Standard & Poor’s avesse tenuto conto del patrimonio materiale e non?
di Francesco Erbani e Luisa Grion


Siamo poveri, ma “belli”. Talmente belli e ricchi di cultura che nel valutare la solidità finanziaria dell’Italia varrebbe la pena di tenerne conto: non di sola industria, infatti, vive un Paese, ma anche della ricchezza che può produrre la sua arte, la sua storia, il paesaggio. Fonti di reddito che le agenzie di rating si guardano bene dal considerare, e sulle quali invece la Corte dei conti non intende più tacere. Tanto che ha aperto un’istruttoria nei confronti di Standard & Poor’s e dell’«incauto» declassamento che l’agenzia ci ha propinato nel 2011. Un crollo che ci ha fatto versare lacrime e sangue in termini di spread, pressione fiscale, fiato sul collo da parte di mezza Europa. Cosa sarebbe successo invece se l’agenzia avesse tenuto conto del valore, materiale e non, del nostro patrimonio artistico e culturale? Voci non confermate dalla Corte dei conti stimano in 234 miliardi il danno subito.
Ma si può ridurre la cultura, nelle sue molteplici fonti, ad un numero da inserire in bilancio? Ci ha provato uno studio realizzato dalla Fondazione Symbola e dall’Unioncamere (“Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”) che mettendo assieme gli incassi di mostre, musei, monumenti con le entrate garantite dall’indotto — dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione — stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. Il 15,3 per cento del Pil, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura. Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio.
A sentire Federculture, l’associazione delle aziende pubbliche e private che operano nel settore, più che di una realtà si tratta però di un potenziale. «Siamo il Paese con la più alta densità e qualità di siti culturali e la Corte dei conti fa bene a chiedere che di questo patrimonio si tenga conto valutando il rating — precisa il presidente Roberto Grossi — ma essere belli non basta. Al di là dei tagli negli investimenti alla cultura, manca una politica di sviluppo e la capacità gestionale nel fornire offerta. Ancora non ci rendiamo conto che senza la tecnologia non si vada nessuna parte: dei 3.800 musei presenti sul territorio solo il 3 per cento ha una applicazione per lo smartphone, solo il 6 è dotato di audioguide o dispositivi digitali. La convivenza fra pubblico e privato non è scandalosa: è necessaria».
Essere belli, appunto, non basta. E di fatto negli indici di attrattività del Paese (Country brand index) se siamo stabili al primo posto per la voce cultura, tenendo conto della qualità della vita offerta, della sicurezza, delle infrastrutture scivoliamo, nell’indice globale, alla quindicesimo gradino.
Un dato rilevante, nell’iniziativa della Corte dei conti, lo scorge Paolo Leon, fra i padri fondatori delle discipline economiche che indagano le vicende culturali, direttore della rivistaEconomia della cultura (il Mulino): «È la prima volta che un organo pubblico di quel rango considera il patrimonio storico-artistico e di paesaggio come parte del capitale collettivo della nazione. In fondo lo Stato ha protetto, come ha potuto, i nostri beni, ma non ha mai riconosciuto il loro valore». Valore: ma qual è il valore di un palazzo cinquecentesco o di una torre medievale? È possibile attribuirgliene uno? Annalisa Cicerchia, anche lei economista della cultura, la prende alla lontana: «Il valore non è fra le proprietà intrinseche di un bene. È legato alla capacità di soddisfare bisogni. Qual è il valore del paesaggio toscano, paesaggio simbolo del nostro paese? Da quando i primi inglesi hanno scoperto i casali abbandonati e li hanno comprati, sono arrivati tanti altri inglesi e i valori immobiliari sono cresciuti. È cresciuto con loro il valore del paesaggio? Indirettamente sì. Anche se è possibile quantificare solo l’incremento medio del costo a metro quadrato di un immobile». Leon è affezionato all’idea che un bene culturale, conservato, tutelato e fruibile, assicuri effetti positivi a una comunità nel suo complesso e non solo alle sue tasche. In linea teorica valutazioni monetarie si possono compiere. «Quantificare il valore del Colosseo è facilissimo, lo hanno già fatto. Più difficile è quantificare Dante Alighieri». Ma ha senso la quantificazione, se nessuno può comprarlo l’Anfiteatro Flavio? «Il problema è proprio questo», prosegue Leon. «È che alle agenzie di rating non interessa tanto il contributo della cultura al valore del patrimonio collettivo quanto il valore di mercato della fruibilità del bene». Leon di valutazioni monetarie ne ha compiute nella sua carriera. È capitato con le mura di Ferrara disegnate da Biagio Rossetti fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento: «Abbiamo calcolato quanto spazio quelle mura hanno sottratto a una potenziale espansione della città proprio in quel luogo: il mancato guadagno in termini, diciamo, di speculazione edilizia è il valore di quelle mura». Ma si tratta di un valore ipotetico che, indicizzato nei secoli, serve ai cittadini di Ferrara, insieme alla sua bellezza intrinseca, per capire che importanza ha la cinta muraria e quanto conviene tutelarla al meglio. Non essendoci compratori possibili, quel valore serve ad aumentare la consapevolezza civica. E se quel bene, per assurdo, fosse rimuovibile, esportabile? «Tutto ciò che è esportabile ha valore», replica Leon, «ma ricordo il dibattito di alcuni anni fa quando qualcuno disse: perché non vendiamo i tanti cocci che abbiamo nei depositi, che nessuno vede, che farebbero felici i musei americani e che ci farebbero incassare tanti soldi? Si scoprì che avremmo guadagnato pochissimo e qualcuno si rese conto che se si fosse aperta una breccia con i pezzi dei depositi, poi si sarebbe passati a vendere ben altro».
Il Colosseo non è vendibile, come non è vendibile l’area archeologica pompeiana. Non avendo mercato, non hanno un valore monetario. Ma spunta un altro problema. «In Italia abbiamo elenchi di musei e di aree archeologiche, ma non abbiamo un elenco del patrimonio immobiliare storico-artistico», insiste Cicerchia. «Lo rilevava anni fa l’economista Giacomo Vaciago, ci avevano provato a stilarne uno Franco Modigliani e Fiorella Kostoris, ma da allora nulla è cambiato: l’ultimo censimento risale alla Carta del rischio del 1996».
Senza un elenco non si può fare una stima complessiva. E non si può fissare un prezzo, sostengono all’unisono gli economisti che si occupano di cultura. Più percorribili sono altre strade di ricerca. Una la indica Leon: «Non è possibile escludere la cultura, o l’ambiente, dagli indicatori di benessere di una comunità». Cicerchia invita a seguire le linee fissate da economisti come Jean-Paul Fitoussi che spingeva ad andare “oltre il Pil”, una direzione intrapresa anche dall’Ocse, che ha sollecitato a includere il paesaggio e la partecipazione ad attività culturali fra i fattori che segnalano il benessere. Leon: «Ne parlavamo molti anni fa con Renato Nicolini, allora assessore romano alla Cultura: non sarebbe meglio, dicevamo, se si smettesse di scaraventare ragazzini demotivati in giro per le città d’arte e invece si inserisse la visita a un museo come parte integrante del curriculum, intrecciandola con lo studio della storia, della geografia e della scienza e non abbandonandola al genere gita scolastica? Ne guadagneremmo tanto, in termini economici come paese, perché formeremmo cittadini migliori e più profondi. Ecco qual è il valore dei beni culturali».

Repubblica 6.2.14
I nostri beni immateriali non sono merce in vendita
di Salvatore Settis


Ci siamo allenati fin troppo, in questi anni devastati e feroci, a monetizzare ogni valore, ad attaccare il cartellino del prezzo al collo di tutte le statue, alla croce di tutte le chiese, a ripetere come una giaculatoria la stupida formula dei “giacimenti di petrolio”, degradando il nostro patrimonio a serbatoio da svuotarsi per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future. Ma il patrimonio culturale non è petrolio, è l’aria che respiriamo, il sangue nelle vene, la carne di cui siamo fatti. È per la comunità dei cittadini (quella che l’art.9 della Costituzione chiama Nazione) ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi. Non c’è prezzo che tenga, i 234 miliardi chiesti a Standard & Poor’s non bastano per un verso di Dante (o di Omero, o di Shakespeare).
Alle effimere improvvisazioni dei prezzatori nostrani contrapponiamo la riflessione ben più seria di chi ha mostrato di saper riflettere sui valori del patrimonio culturale. Basta varcare le Alpi, e appena giunti in Francia ci coglie un moto d’invidia. Il rapporto “L’économie de l’immateriel” considera i valori immateriali (non prezzabili) come il fondamento della crescita di domani: «C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini», si legge nella prima pagina. Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale. Il rapporto, firmato da Maurice Lévi e Jean-Pierre Jouyet, è stato commissionato dal ministero dell’Economia, e giunge alla conclusione che i valori immateriali «nascondono un enorme potenziale di crescita, che può stimolare l’economia della Francia generando centinaia di migliaia di posti di lavoro, e conservandone altrettanti che sarebbero altrimenti in pericolo». Un ministro dell’Economia italiano che si ponga questo problema non si è mai visto. Ma possiamo almeno sperare che i nostri ministri dell’Economia, dei Beni culturali, dell’Istruzione, dell’Ambiente, si mettano intorno a un tavolo col presidente del Consiglio, e magari qualche esperto della Corte dei conti, a studiare collegialmente il rapporto dei cugini d’Oltralpe? Imparerebbero, per esempio, che la confusione tutta italiana fra il “mecenatismo”, la “sponsorizzazione” e l’invasione di imprese for profit nei musei svanisce tra Ventimiglia e Mentone. E che, eliminata questa confusione, l’eterno dibattito su pubblico e privato avrebbe l’unica possibile svolta virtuosa, adottando il principio della commissione Lévi-Jouyet: «Condurre azioni di interesse generale con il concorso di finanziamenti privati», ma distinguendo fra il privato che intende donare (come la Fondazione Packard a Ercolano) e l’impresa che guadagna sulla biglietteria (secondo la sezione Lazio della Corte dei conti, nell’area archeologica di Roma il 69,8% degli incassi finisce al Gruppo Mondadori, alla Soprintendenza resta il 30,2%; a Palazzo Venezia, Civita prende il 70,75%, la Soprintendenza il 20,25%).
È possibile normare l’immateriale anche in Italia, senza i vaneggiamenti sui “giacimenti culturali” che ci appestano da decenni? È possibile distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti? Sarebbe più facile rispondere “sì”, se il Parlamento si decidesse a dare al governo la delega per l’aggiornamento del Codice dei beni culturali (è in programma da giugno, senza nulla di fatto). Se si leggesse con attenzione, prima del rapporto francese, la Costituzione italiana.

il Fatto 6.2.14
Acea, Marino prepara lo scontro con Caltagirone
In vista dell’assemblea di aprile, il fronte Pd-Lanzillotta cerca di costringere il Comune a vendere quote della società
di Daniele Martini


Acea 2-La rivincita è in programma per la metà di aprile. In quei giorni si terrà l’assemblea dei soci della grande municipalizzata romana della luce e dell’acqua e il sindaco Ignazio Marino, azionista di maggioranza con il 51 per cento, intende cogliere la palla al balzo per ribaltare l’esito dell’assemblea del 2013, quando fu preso a pesci in faccia. Mancavano un paio di settimane alle elezioni comunali e Marino, candidato del centrosinistra con i sondaggi in poppa, si presentò all’assemblea Acea per rivolgere ai consiglieri una raccomandazione tutta politica, di politica gestionale per la precisione. Li pregò di aspettare le elezioni prima di assumere decisioni importanti per il vertice societario. Se avesse chiesto a quei signori di ballare sulle punte forse gli avrebbero dato più retta e infatti seduta stante si rinnovarono gli incarichi per tre anni. Di lì a poco Marino divenne sindaco e da allora è costretto a sopportare l’anomala condizione di chi non può fare il padrone in casa propria perché altri si sono accomodati in salotto. L’Acea è un bancomat con i fiocchi. Nei primi 9 mesi del 2013 ha macinato un utile di quasi 105 milioni di euro grazie soprattutto alle bollette dell’acqua, mentre all’orizzonte si profila un nuovo Eldorado: i rifiuti, come spiega in un report il centro di analisi Intermonte. Ma all’Acea il comune di Roma conta poco: con appena il 16 per cento del capitale comanda il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone. Dei 9 consiglieri in carica, tranne i due indicati dai francesi di Suez (l’altro azionista privato), gli altri 7, a cominciare da Francesco Caltagirone junior, orbitano tutti intorno all’imprenditore capitolino. Compreso il dalemiano Andrea Peruzy, designato sulla carta dalla ex minoranza di centrosinistra in Campidoglio, ma di fatto agente di complemento di Caltagirone.
NONOSTANTE gli inviti del sindaco alla prudenza, negli ultimi mesi i manager pro Caltagirone hanno rafforzato la presa sulla prima linea aziendale scegliendo 7 nuovi dirigenti e oggi nelle posizioni di comando è difficile scovare qualcuno estraneo al clan. Di frequente ci si imbatte in nomi noti, come Paolo Zangrillo, per esempio, capo del personale e fratello minore di Alberto, il medico di Berlusconi. O Salvo Buzzanca, responsabile dei rapporti con i giornali, fratello di Lando, il bravo attore che non ha mai nascosto predilezioni per la destra. Il presidente del collegio sindacale è addirittura il commercialista di Caltagirone, Enrico Laghi. Maurizio Sandri, invece, a lungo responsabile delle relazioni esterne, è stato addirittura licenziato perché ritenuto di una parrocchia non gradita, così come risulta dalla sentenza che qualche settimana fa lo ha reintegrato al suo posto e nella quale un testimone spiega come i capi Acea volessero cambiare in fretta per ripulire l’azienda da “froci, ebrei e comunisti”. Proprio mentre Marino fa capire di voler aprire il dossier della municipalizzata, si precipita a sostegno di Caltagirone il soccorso rosso. Nel giro di pochi giorni, sono stati presentati in Senato tre emendamenti per indurre il comune di Roma a vendere quote di Acea. Da ultimo è toccato a tre senatori Pd guidati da Giorgio Santini e prima era stata la volta di Linda Lanzillotta, vice presidente del Senato, ora di Scelta Civica ma in passato eletta tra i piddini e per sei anni assessore a Roma.
LANZILLOTTA aveva elaborato due testi per agevolare la cessione fino al 21 per cento di Acea. Con lei c’è un bel pezzo di ex rutelliani, ora renziani romani del Pd, dall’ex ministro Paolo Gentiloni a Roberto Giachetti a Lorenza Bonaccorsi. Stando alla Borsa dove è quotata, Acea vale 1 miliardo e 800 milioni di euro e a spanne il 21 per cento sono 360 milioni. Tanti in assoluto, pochi per uno come Caltagirone che vanta 8 miliardi in banca (e che ha detto spesso di non voler comprare direttamente dal Comune). In quegli emendamenti c’è una foglia di fico: il controllo deve restare pubblico. Ma vallo a spiegare ad uno come Caltagirone che potrebbe salire fino al 37 per cento (con il Comune che scende al 30), che non deve comandare quando già spadroneggia con appena il 16.

Innocenti? Però non dicono di non essere stati loro ad ammazzare due pescatori indiani...
La Stampa 6.2.14
India, i marò: “Siamo innocenti. L’accusa di terrorismo fa male”
Salvatore Girone: “Ci dispiace per la perdita di due vite umane, ma non ci sentiamo assolutamente responsabili”
Emma Bonino: i due marò italiani "non sono né terroristi né dei pirati"
di Giovanni Cerruti

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il Fatto 6.2.14
La barzelletta chimica: scomparse le armi di Assad
Nessuna data per l’arrivo a Gioia Tauro
di G. G.


SCADUTO IERI IL TEMPO PER LA CONSEGNA DI TUTTO L’ARSENALE, MA GRAN PARTE RIMANE FUORI DAL CONTROLLO ONU. NESSUNA DATA PER L’ARRIVO A GIOIA TAURO
La Siria non sta mantenendo gli impegni sottoscritti per la distruzione del suo arsenale chimico e non ha rispettato la data – ieri, mercoledì 5 febbraio – entro cui 1.200 tonnellate d’agenti chimici dovevano essere evacuate dal suo territorio. La tensione sta crescendo, anche se Mosca garantisce per Damasco. In questa storia, filava tutto troppo liscio: l’accordo tra Usa e Russia; il consenso di Assad; la rapidità delle operazioni di individuazione e recupero degli arsenali chimici siriani; persino il Nobel all’organizzazione Onu per l’interdizione delle armi chimiche (Opac). L’unico granello di sabbia nell’ingranaggio internazionale pareva essere l’opposizione della gente di Calabria a che le operazioni di trasbordo degli agenti avvengano nel porto di Gioia Tauro, dove funzionari dell’Opac hanno effettuato un primo sopralluogo.
Invece ecco l’intoppo. L’Opac dall’Aja conferma e dà il quadro: 700 tonnellate di agenti chimici, i più pericolosi, quelli che servono a produrre yprite e sarin, dovevano lasciare la Siria entro dicembre, 500 tonnellate di agenti chimici “di 2° categoria” dovevano partire ieri.
FINORA, neppure 30 tonnellate sono state trasferite, con due carichi, il 7 e il 27 gennaio. E restano da distruggere circa 120 tonnellate di isopropanolo, queste sul territorio siriano, entro il 31 marzo. Gli agenti chimici vengono evacuati dalle navi danese Ark Futura e norvegese Taiko, che ora fanno la spola da Cipro e caricano uno o due container la volta. A Gioia Tauro, avverrà il trasbordo: l’unità Usa Cape Ray, attrezzata per procedere alla distruzione in alto mare, incrocia già nel Mediterraneo. In visita a Beirut, il ministro degli Esteri Bonino giudica “inaccettabili” i ritardi di Damasco e conferma il ruolo di Gioia Tauro, “per operazioni che si svolgeranno in 36/48 ore”. Quando? Dipende dall’arrivo del carico. “C’è irritazione – dice la Bonino - anche perché i ritardi costano”. Il piano di disarmo chimico approvato dall’Onu, prevede che tutto l’arsenale sia distrutto entro il 30 giugno. L’intesa permise d’evitare un raid Usa, dopo che l’uso dei gas in estate aveva fatto centinaia di vittime. In caso di inadempienza della Siria, possono scattare sanzioni e pure l’uso della forza. Per giustificare i ritardi, Damasco evoca problemi di sicurezza legati al conflitto: il trasferimento via terra da Homs al porto di Latakia avviene a rilento. La Siria chiede equipaggiamenti che l’Opac giudica “eccessivi”. Nelle ultime 24 ore, il conflitto, che va avanti dal marzo 2011, ha fatto 60 vittime. L’Onu denuncia casi di bambini soggetti a torture e violenze “raccapriccianti” e calcola in oltre 3 milioni i rifugiati, 7 milioni le persone private di aiuti umanitari.

l’Unità 6.2.14
Austerity, dov’è finita la sinistra europea?
di Massimio D’Antoni


QUELLO DEL PRESIDENTE NAPOLITANO AL PARLAMENTO EUROPEO È STATO UN GRIDO IN CUI È IMPOSSIBILE NON RICONOSCERSI. Almeno per chi ancora crede al significato storico del progetto europeo, e quindi vede concreto il rischio della sua dissoluzione, sotto i colpi pesanti della crisi economica e del crescere di forze che su tale disgregazione scommettono. Erano soltanto due anni fa quando una parte importante dei politici, dei commentatori più influenti e degli addetti ai lavori insisteva sui nostri «compiti a casa».
Sostenendo che rassicurando i mercati finanziari con tagli alla spesa e privatizzazioni l’economia sarebbe ripartita e i rischi per l’euro sarebbero svaniti.
In questo inizio di 2014 prevale la consapevolezza che la strada dell’austerità - o, nelle parole del Presidente, «dell’austerità ad ogni costo» - non è la soluzione, ma può anzi innescare un vero e proprio circolo vizioso «tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee». Sulle pagine di questo giornale in molti lo abbiamo detto e ripetuto fin dall’aggravarsi della crisi nel 2011. Non tanto la capacità di persuasione dei nostri argomenti, quanto il protrarsi e l’acuirsi della crisi sociale ed economica, ha consolidato la convinzione, ormai trasversale alle forze politiche, che su questa strada non si possa continuare a lungo.
Occorre tuttavia evitare l’illusione che tale consapevolezza sia ugualmente diffusa in tutto il continente; peccheremmo di ottimismo se pensassimo che le affermazioni del presidente Napolitano, applaudite dalla platea dei parlamentari europei, possono trovare facilmente riscontro nell'azione politica della cancellerie europee.
Purtroppo, mai come in questo momento il sentimento degli europei è diviso in base alla geografia. Se i populismi crescono un po’ ovunque, essi assumono per lo più la forma di un ripiegamento nazionalistico. Nei Paesi dell’area tedesca, in cui la crisi si è manifestata in modo molto meno acuto che da noi, il ritardo nella ripresa è attribuito non già alla mancanza di una risposta politica adeguata a livello di eurozona, ma alla scarsa determinazione con cui i Paesi della periferia stanno attuando le politiche di riforma strutturale. La crisi del 2008 non è interpretata per quello che è, cioè l’esito di squilibri dovuti in larga parte ad un difetto nell’architettura dell’euro ma, contro ogni evidenza, come una conseguenza della dissipatezza dei Paesi più colpiti. Né mancano, tra i sostenitori della linea di austerità, coloro che ritengono che quegli squilibri si stiano riassorbendo in modo autonomo, e che quindi le politiche adottate stiano infine funzionando.
Il presidente Napolitano invoca un rilancio e una svolta nel segno della solidarietà. Ma gli stessi dirigenti della Spd e degli altri partiti socialisti dei Paesi dell’area tedesca, anche quelli più accorti, se messi alle strette vi spiegheranno che chiedere ai loro elettori di farsi carico della crisi di italiani e spagnoli comporterebbe un prezzo politico elevato. Forte è la sensazione che non solo manchino le basi di quella solidarietà che sola può sostenere il progetto di completamento dell’Unione, ma che sia debole anche la consapevolezza della profonda interdipendenza tra i Paesi europei, del fatto che ormai si sopravvive o si cade insieme.
È per queste ragioni che è particolarmente importante il passaggio che ci attende. È per questo, in particolare, che è necessario incoraggiare il rafforzamento dei legami tra partiti appartenenti alla famiglia socialista e democratica. Lo è nonostante le evidenti difficoltà: nonostante il fatto che la ricerca di un consenso ampio tra le diverse sensibilità dei partiti socialisti nazionali stia determinando, nella piattaforma del candidato Martin Schulz, posizioni obiettivamente poco incisive sul versante economico; nonostante la sconcertante scelta del presidente Hollande, di puntare all’interno sulle politiche di offerta, tradizionale cavallo di battaglia dei conservatori, e all’esterno sul rafforzamento dell’asse privilegiato tra Parigi e Berlino, rinunciando a farsi alfiere di un cambio di rotta nelle politiche europee. In questo contesto diventa cruciale infatti il ruolo della sinistra italiana nel farsi interprete presso i partner del disagio di una parte così importante dell’Europa e nel sollecitare un cambiamento.
Il Pd non può permettersi di mancare a questo appuntamento, ed è importante che in vista del semestre europeo il governo abbia il pieno sostegno del principale partito della maggioranza. Il presidente Napolitano ha dato un segnale chiaro e incisivo. Sta al presidente Letta per un verso e al segretario Renzi per l’altro essere all’altezza delle attese.

l’Unità 6.2.14
L’adozione folle di Woody Allen e Mia Farrow
risponde Luigi Cancrini

psichiatra e psicoterapeuta

La vicenda dei bambini adottati da Woody Allen e Mia Farrow è oggetto, in questi giorni, di molto (troppo) gossip. Quella che manca, invece, è una discussione seria sulle situazioni in cui la celebrità delle persone sembra sufficiente per garantire le loro competenze genitoriali. La favola è quella del bambino infelice che ha accesso improvvisamente ad una situazione impensabile di benessere e di ricchezza. Per una scelta legata alla bontà o alla generosità degli adottivi. Con un finale da favola in cui si vive tutti «felici e contenti» che spesso, tuttavia, non ha nulla a che vedere con la realtà. L’adozione è fatica, dovremmo pensare tutti, sforzo difficile e contrastato fra esigenze e dolori contrapposti. Fra il bisogno dei bambini traumatizzati dalla violenza e dall’abbandono e il bisogno di adulti traumatizzati dall’impossibilità di realizzare il sogno di una famiglia loro. Annusarsi e ascoltarsi, nel momento dell’incontro e negli anni successivi, è possibile solo al termine di uno sforzo paziente di genitori capaci di dedicare al bambino tutto il tempo di cui ha bisogno per raccontare una storia per cui si deve avere un grande rispetto. Sapendo che il bambino, nato prima di arrivare dai suoi nuovi genitori, ha una sua storia e una sua identità di cui quella storia è parte integrante. Ma sapendo soprattutto che il benessere e la ricchezza non bastano a riparare le ferite del bambino e che l’adozione tutto è tranne che uno shopping. Da reclamizzare sui giornali e sulle Tv.

Repubblica 6.2.14
Un altro figlio difende Allen dalle accuse
Moses Farrow: papà non ha molestato Dylan


NEW YORK — «Woody non ha mai molestato mia sorella». A difendere Woody Allen dall’accusa di aver molestato la figlia adottiva di Mia Farrow, Dylan, è Moses Farrow, un altro dei figli adottati dal regista con l’attrice. «Mia madre mi ha spinto per anni a odiare mio padre dicendo che aveva spezzato la famiglia e molestato mia sorella», ha detto Moses, 36 anni, in un’intervista aPeople, «e io l’ho odiato a causa sua per anni. Capisco ora che è stata una vendetta perché si era innamorato di Soon-Yi». Moses afferma che il giorno in cui sarebbe avvenuta la molestia vi erano sei o sette persone in casa che si trovavano in spazi comuni. Né il padre, né la sorella erano da soli. «Ignoro se mia sorella creda veramente di essere stata molestata o cerchi di compiacere sua madre», ha detto Moses, che ora si è riavvicinato al padre. Sulle accuse di pedofilia a Allen, al centro di furiose polemiche, è intervenuto anche Stephen King: un tweet dello scrittore ha fatto molto scalpore in America. Diceva che nella lettera aperta di Dylan c’erano «evidenti segni dibitchery», cioè di «stronzaggine» o «malignità». Ma ieri King si è scusato pubblicamente sul suo sito.

La Stampa 6.2.14
Grecia da record: di miseria
Il 65% degli anziani soffre la fame. Tornano malattie scomparse come la tubercolosi e la malaria, i suicidi aumentano del 40%. La corruzione "percepita" è al 99% e oltre la metò dei giovani non ha lavoro
di Carla Reschia

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l’Unità 6.2.14
Le Pussy Riot agli Usa: «Dovete boicottare Sochi»
Nuove accuse al Cremlino dalle due cantanti punk liberate a dicembre
A New York in concerto con Madonna per «Amnesty International»
di Sonia Renzini


Lo avevano detto che la lotta per cacciare Putin dalla Russia non sarebbe finita con la loro liberazione. E infatti di certo non si sono cucite la bocca le due Pussy Riot rilasciate a dicembre in seguito a un’amnistia varata dal Parlamento russo, dopo aver trascorso due anni in carcere per avere cantato una preghiera blasfema anti-Putin nella cattedrale di Mosca.
Anche l’appello al boicottaggio dei Giochi di Sochi lo avevano lanciato subito dopo la loro scarcerazione. «Quello dei Giochi è il progetto politico preferito del presidente Putin, decidere se parteciparvi o no è un atto politico, significa decidere se avallare la politica russa e il suo leader», avevano detto Nadia Tolonnikova e Maria Alyokhina in un’affollatissima conferenza stampa. Lo stesso concetto è stato ripetuto proprio alla vigilia dell’inizio delle olimpiadi invernali (aprono domani) da New York prima di partecipare in serata al concerto, dal titolo esemplificativo “Bringing Human Righs Home”, organizzato da Amnesty International al Barclays Center di Brooklyn. A presentarle c’era la popstar Madonna che, detto per inciso, non ha mai fatto mancare il sostegno alle due attiviste, fin dall’arresto nel 2012. La cantante anche stavolta si è detta, sulla rivista Rolling Stones, «onorata di presentare le compagne combattenti per la libertà». «Ho ammirato il loro coraggio e sostenuto il loro impegno e i sacrifici che hanno fatto in nome della libertà di espressione e dei diritti umani», ha continuato. Non sono state le loro canzoni a scandalizzare perché il loro dissenso dalla politica di Putin non lo hanno cantato e urlato come fecero due anni fa a Mosca nell’esibizione che portò al loro arresto con l’accusa di «teppismo e istigazione all’odio religioso». Ma le loro parole sì, perché le due «ragazzacce del punk moscovita » non avevano nessuna intenzione di sorvolare sul tema dei diritti civili in terra russa e per il nemico di sempre Putin avevano pronta una lettera da leggere sul palco. Il contenuto non era un mistero per nessuno anche perché le dichiarazioni rilasciate appena poche ore prima in conferenza stampa non avevano lasciato dubbi: il Cremlino non rispetta i diritti umani e i giochi di Sochi non devono nascondere questa realtà, e questo anche se il loro rilascio, giunto giustappunto poco prima della scadenza delle loro condanne, è stato fin da subito letto dalle due Pussy Riot come il tentativo di Putin di placare le critiche sul rispetto dei diritti umani nel Paese proprio in vista dei Giochi. Strategia bocciata dalle due attiviste che per l’occasione hanno anche annunciato di voler agire per i diritti dei detenuti negli Stati Uniti (in programma la visita ad alcune prigioni).
ARRIVATA LA FIACCOLA
Mentre nella città di Sochi è appena giunta dopo 65mila chilometri la fiaccola olimpica e Putin, tra minacce terroristiche, diserzioni e proteste, assicura a tutto il mondo che «la Russia è pronta», da New York le due Pussy Riot rivolgono un invito esplicito ai cittadini statunitensi che si recheranno alle Olimpiadi a non farsi ingannare dall’apparenza. Di più, a vedere oltre alle strutture realizzate, a guardare alla Russia con occhio più critico, poiché «quegli edifici non hanno alcuna relazione con il Paese, sono oggetti stranieri». E per Maria Alekhina «l’unica cosa che collega quegli edifici alla Russia sono i soldi dei contribuenti che sono stati rubati per realizzarli ». Poi, a essere chiamato in causa è direttamente il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. «Non dovrà avere paura di dire quello che pensa stia accadendo in Russia, una volta che avrà compiuto la sua prossima visita nel Paese», dice Tolokonnikova. Mentre Alekhina lo sollecita ad aumentare la pressione sulla Russia in merito alle leggi antigay volute da Putin. Intanto ieri in 19 città, tra cui Londra e New York, si sono svolte manifestazioni di protesta per chiedere agli sponsor come Coca Cola e Samsung di «rompere il silenzio».

l’Unità 6.2.14
Riad al-Malki, il ministro degli Esteri dell’Anp:
«Stato smilitarizzato? Noi disponibili ma non Israele»
«Il presidente Abbas ha proposto un compromesso sulla sicurezza.  Gerusalemme è contraria»
intervista di Umberto De Giovannangeli


«Se Israele teme per la sua sicurezza dalla nascita di uno Stato palestinese, le proposte avanzate dal presidente Abbas dovrebbero essere rassicuranti: siamo pronti ad accettare per un tempo indefinito una forza internazionale ai confini dei due Stati, così come siamo disponibili a negoziare una smilitarizzazione dello Stato di Palestina. Può essere una forza Nato a guida americana, o prendere a modello l’esperienza di Unifil in Sud Libano. Le idee ci sono, quella che va verificata è la volontà politica di attuarle. E da parte israeliana questa volontà continua a mancare».
A sostenerlo è Riad al-Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). In una recente intervista al New York Times, il presidente Mahmud Abbas(Abu Mazen)ha dichiarato la disponibilità palestinese a uno Stato smilitarizzato e a una forza internazionale a garantire la sicurezza ai confini con Israele. Israele ribatte che questa uscita è solo un espediente tattico.
«La verità è un’altra. Le autorità israeliane sono spiazzate da ogni proposta di compromesso. Parlano di dialogo ma in realtà lo temono. Il presidente Abbas si è fatto carico di una questione che Israele pone ad ogni tornata negoziale: la sicurezza. Abbiamo avanzato proposte concrete, abbiamo anche dichiarato al nostra disponibilità a valutare soluzione transitorie, ma la risposta continua ad essere sempre la stessa: non basta, non basta...È così anche stavolta. Ma noi non molliamo la presa. Porteremo queste proposte al tavolo delle trattative e ne faremo oggetto di una campagna di sensibilizzazione internazionale. Se il negoziato non procede la responsabilità è di chi continua a lavorare contro una soluzione a due Stati».
Su cosa fonda le sue accuse?
«Sulla realtà dei fatti. Sulla politica di colonizzazione che Israele continua a portare avanti incurante degli appelli e delle critiche avanzate anche dagli stati Uniti e dall’Europa. I falchi israeliani accusano di essere “filo palestinese” anche il segretario di stato Usa, John Kerry. Ad ogni sua missione in Medio Oriente, Israele dà via liberà alla costruzione di centinaia, migliaia di unità abitative nei Territori e a Gerusalemme Est. In questo modo si rende impraticabile la soluzione a due Stati, perché dello Stato palestinese, come entità territoriale compatta, pienamente sovrana su tutto il territorio nazionale, resta poco o niente». Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, chiede all’Anp di riconoscere Israele come Stato ebraico, ricevendo sempre una risposta negativa. Perché?
«Perché è una richiesta strumentale, inaccettabile. Perché Israele non ha chiesto al stessa cosa a Egitto e Giordania quando ha sottoscritto accordi di pace con questi due Paesi arabi? Ma non è solo questo: l’accettazione di questa richiesta peserebbe negativamente anche sui due milioni di arabi con passaporto israeliano, il 20% della popolazione d’Israele. Già oggi sono cittadini d i seconda classe è una “giudeizzazione” dello Stato accrescerebbe ancora di più questa condizione di subalternità. Inoltre, se accettassimo quanto chiede Netanyahu, ciò finirebbe per vanificare ogni negoziato sul diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi ».
Ma se la via negoziale dovesse fallire, l’Anp imboccherebbe la strada della lotta armata?
«No, il presidente Abbas lo ha escluso con nettezza. Ma questo non vuol dire arrenderci. Abbiamo imparato molto dal passato. La carta diplomatica è molto importante e intendiamo giocarla con forza sia ampliando il numero, già oggi consistente, dei Paesi che riconoscono la Palestina come Stato in formazione, sulla scia del riconoscimento avuto dalle Nazioni Unite (il riconoscimento della Palestina come Stato osservatore, ndr). E poi c’è la disobbedienza civile, c’è la straordinaria creatività e la forza dei Comitati popolari per la resistenza non violenta palestinese, ci sono esperienza di lotta condivisa con quella parte della società israeliana che crede ancora che pace e giustizia siano tra loro indissolubilmente legate, e che la sicurezza d’Israele e la costituzione di uno Stato palestinese siano le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta, duratura. Una pace tra pari».

Repubblica 6.2.14
Arriva l’addestramento militare nei programmi di studio Hamas: “Educhiamo combattenti pronti al martirio”
Sussidiari e fucili i bambini di Gaza a scuola di guerra
di Fabio Scuto


GAZA Aspira nervosamente dalla sua sigaretta il comandante Abu Yusuf mentre, seduto su una sgangherata sedia di un chiosco sulla spiaggia di Khan Younis, guarda con un occhio le onde azzurre del Mediterraneo e con l’altro il viavai sulla strada costiera che percorre tutta la Striscia. L’atteggiamento teso e guardingo di chi sa di essere nel mirino perché i Droni degli israeliani raramente mancano un bersaglio di questo livello. Ma sorride quando parla della settimana di addestramento militare per i ragazzi delle scuole, dove i miliziani delle Brigate Ezzedin al Qassam — il braccio armato di Hamas — hanno vestito i panni degli istruttori. Hanno insegnato a 13.000 liceali della Striscia come si spara, con le pistole e con i kalashnikov, come si prepara una “Ied”, una trappola esplosiva sulla strada; hanno dato lezioni sui metodi di combattimento, di autodifesa e qualche nozione di medicina d’emergenza. «Ragazzi in gamba, volenterosi, decisi», dice senza emozioni, «ne faremo bravi combattenti, pronti al martirio se necessario, per difendere Gaza dagli attacchi futuri».
Hamas non perde il suo tempo e, insieme all’approfondimento della conoscenza dell’Islam e della Storia sui nuovi libri di testo introdotti lo scorso ottobre — che non riconoscono l’esistenza di Israele e che hanno cancellato gli accordi di pace di Oslo — sta introducendo nel programma anche la preparazione militare. È la generazione del missile, del contrabbando dai tunnel, educata nell’odio, a cui adesso vengono imposti i valori del jihad, del martirio che deve essere “plasmata” e asservita allo scopo. Giovani reclute che nell’infanzia hanno già vissuto tre guerre (2007, 2009, 2012) e da cui gli addestratori di Hamas sperano adesso di tirar fuori dei guerriglieri desiderosi di offrire se stessi nella lotta contro Israele.
La manipolazione dei giovani comincia sui nuovi libri redatti da una speciale Commissione, dove i ragazzini delle elementari imparano che la Palestina va dal Giordano al Mediterraneo. Gli adolescenti di Gaza imparano che il sionismo è un movimento razzista i cui obiettivi sono la guida degli Arabi, dal Nilo all’Eufrate. Un elenco delle città palestinesi include quelle israeliane di Haifa, Akko e Beersheva. Per la storia più recente c’è il racconto “onirico” dell’Operazione Colonne di nuvole del novembre 2012 dove i missili sparati da Hamas «hanno costretto 3 milioni di israeliani nei rifugi per otto giorni, e quelli sparati sulla Knesset (il Parlamento israeliano) hanno spinto Israele a mendicare un cessate il fuoco». Hamas ha fabbricato una sua “verità” e ora l’impone ai ragazzi nelle scuole. Anche sul fronte interno la storia palestinese è riscritta: lo sceicco Yassin (il fondatore di Hamas ucciso da un missile israeliano) e il padre della causa palestinese, Yasser Arafat, nel libro hanno lo stesso spazio. Scelte bastevoli per definirle non solo propaganda,ma anche di bassa lega.
Hamas tira dritto verso il suo jihad e finge di non vedere che la Striscia è allo stremo, sull’orlo di una gravissima crisi umanitaria. Oltre 1 milione di abitanti senza l’aiuto alimentare dell’Unrwa (l’agenzia Onu per i profughi) non riuscirebbe a mangiare due volte al giorno, le farmacie degli ospedali sono vuote e l’elettricità c’è solo 8 ore al giorno, la disoccupazione è appena sotto il 50% e l’economia basata sui tunnel del contrabbando è crollata per l’intervento dell’Esercito che ha sigillato il confine dopo gli attentati nel Sinai. Da quei tunnel Hamas ricavava 243 milioni di dollari al mese in tasse sui beni contrabbandati (dal frigo alle automobili), e alimentava la sua Santabarbara con importanti armamenti provenienti dall’arsenale libico.
Corano e fucile, questo il credo dei padroni della Striscia. Hamas ha già vietato l’alcol, alle donne di fumare in pubblico il narghilè, di andare in moto anche se con il marito (è sconveniente per una donna stare a cavalcioni di qualcosa), i tagli a caschetto dal parrucchiere, la passeggiata in strada se non accompagnata da un parente maschio; l’hijab è obbligatorio negli uffici pubblici, scuole e università, abolite le classi miste nelle scuole sopra i 9 anni. Per i ragazzi niente tagli di capelli strani, niente gel o pantaloni a vita bassa, «perché abbassano il tasso di mascolinità». La “special branch” della Polizia, “Comitato per la promozione della Virtù e la repressione del Vizio”, controlla con le pattuglie in borghese le Università per verificare che non ci sia fraternizzazione fra ragazzi e ragazze, che adesso hanno ingressi separati in tutti i campus. Hamas monitora anche il traffico Internet. Considerando che il 48% dei due milioni di palestinesi che abita nella Striscia ha meno di 18 anni, è una mole di lavoro impressionante.
Dopo l’islamizzazione forzata e i libri di testo “falsi”, per chiudere il cerchio sulla devastazione delle menti delle generazioni future è arrivato l’addestramento militare. La Striscia è la patria di 465.000 studenti, 250 scuole primarie sono gestite dall’Unrwa e altre 400 sono controllate dal governo di Hamas dove è stata introdotta la nuova “materia” di studio. Per i più giovani prove di ardimento, salti nel fuoco, corse a ostacoli e armi di legno. Per i più adulti pistole e Ak-47 veri, esplosivi e walkietalkie. «L’obiettivo è di formare la prossima generazione di combattenti», spiega il ministro dell’Educazione di Hamas, Osama al-Mazini. Il ministro degli Interni di Hamas, Fathi Hamad sgombra il campo alla sua maniera: «L’obiettivo del programma è di prepararsi alla prossima fase della liberazione di tutte le terre palestinesi occupate e liberare Gaza dall’assedio. Il posto dei giovani è sul fronte di guerra». La scuola “Amir Al Mansi” — intitolata dal premier Ismail Haniyeh a questo “martire” di Hamas — nel quartiere Yarmuk di Gaza City è uno dei 40 istituti dove è iniziato l’addestramento militare, i ragazzi fermi sul marciapiede all’uscita non sembrano d’accordo sui loro destini futuri. Ma non possono dirlo a voce alta: hanno paura.

Corriere 6.2.14
Violenza sulle donne Passo indietro a Kabul
di Cecilia Zecchinelli


L’Afghanistan rischia un tragico ritorno al passato, almeno per le sue donne. Per molte attiviste è già una certezza: lo prova la legge che vieta ai parenti degli imputati di violenze domestiche, matrimoni forzati o di minorenni di testimoniare contro di loro nei tribunali. La modifica del codice di procedura penale è già stata approvata dalle due Camere. Manca solo la firma del presidente Karzai perché sia applicata, privando così di un cruciale seppur parziale strumento moltissime donne (e bambine), vittime dei crimini più diffusi, mai davvero diminuiti in epoca post-Talebana. Le associazioni per i diritti umani locali e internazionali si appellano ora al presidente perché dica no. L’aveva fatto nel 2009, bocciando in extremis una legge che legalizzava lo stupro compiuto dal marito perché suo «diritto nuziale». Ma molto è cambiato da allora. Karzai da aprile non sarà più presidente. Ora ha altre priorità, a partire dai difficili negoziati con gli Usa sulla fase successiva al ritiro dei soldati stranieri a fine 2014. E in fondo sono alcuni anni che la società tradizionale e maschilista dell’Afghanistan ha capito che i diritti delle sue donne possono essere tranquillamente ignorati, che nemmeno l’Occidente può fare qualcosa. Nuove leggi antiviolenza femminile e sulle quota rosa sono state bocciate, la lapidazione in pubblico per gli adulteri è tornata in discussione. Dodici anni dopo la caduta del Mullah Omar, per le afghane non è cambiato molto.

Corriere 6.2.14
Così l’Est e il Sud del Mondo rilanciano la corsa alle armi
Le spese per la difesa in salita per la prima volta dal 2009
di Fabrizio Dragosei


La corsa agli armamenti è ripresa, nonostante gli anni di crisi economica che hanno ridotto le spese statali in quasi tutti i Paesi del mondo. Un po’ come ai tempi della Guerra fredda, quando la sicurezza, la difesa da possibili aggressioni, la battaglia per stabilire la supremazia del proprio sistema di valori aveva la precedenza su tutto. Solo che i protagonisti non sono più Unione Sovietica e Stati Uniti i quali si fronteggiavano con i loro arsenali nucleari che, comunque, erano già in grado di distruggere più volte l’intero globo. 
Oggi si spende quasi unicamente in armi convenzionali e i Paesi che si dissanguano in questo settore e che fanno registrare continui incrementi di spesa sono altri. Quelli che si trovano nelle aree più calde del mondo. La Russia, principale erede dell’Urss, che deve modernizzare l’armata ed è impegnatissima a rafforzare la sua egemonia regionale. Poi Cina, Corea del Sud, Giappone, Australia, Singapore, tutti Paesi interessati a varie dispute territoriali, come quella sulle isole che Pechino rivendica. 
La spesa militare cresce a Sud e ad Est, con il Medio Oriente sempre purtroppo protagonista. Sei dei dieci Paesi che hanno visto aumentare gli stanziamenti tra il 2012 e l’anno scorso, sono in questa regione. 
Il rapporto sui budget della difesa compilato da «IHS Jane’s», la più autorevole pubblicazione del settore, non lascia spazio a dubbi. Il voluminoso dossier sarà presentato ai clienti di «Jane’s» il 13 febbraio, ma una parte del suo contenuto è stata resa disponibile per il Corriere della Sera . L’anno prossimo la spesa per armi in tutto il mondo sarà di 1.547 miliardi di dollari, in crescita per la prima volta dal 2009. «I budget di molti Paesi Nato continueranno a contrarsi nei prossimi 12 mesi e quindi il centro di gravità delle spese di difesa si sposterà ancora di più a Sud e ad Est», ha spiegato Paul Burton, direttore di «IHS Jane’s». Nel 2021 poi, la spesa dei Paesi non-Nato supererà quella dell’intera Alleanza. 
Africa
È partita alla grande anche la corsa agli armamenti nella zona sub-sahariana dove nazioni poverissime sembrano aver deciso che la loro vera priorità sia quella delle armi, soprattutto nuovi aerei. In tutta la regione i quattrini «investiti» in questo settore sono cresciuti del 18%. L’Angola, da solo, ha aumentato le spese del 39%. 
Naturalmente questi andamenti globali preoccupano il quartier generale dell’Alleanza Atlantica. Il segretario generale Anders Fogh Rasmussen ha dichiarato alla Bbc : «Altre potenze investono sempre di più nella difesa e alla fine questo vorrà dire che noi avremo meno influenza sulla scena internazionale. Il vuoto sarà riempito da altri che non necessariamente condividono i nostri interessi e i nostri valori». 
Russia
Rasmussen non lo ha detto, ma certo le iniziative di Mosca non tranquillizzano. Missili Iskander nell’enclave di Kaliningrad nel cuore dell’Europa, nuova difesa antiaerea, grande attivismo in Armenia e nell’Asia Centrale, continue pressioni sull’Ucraina. E un progetto di modernizzazione rapida delle forze armate. 
Nonostante le difficoltà economiche e le spese colossali in altri settori (come per le Olimpiadi), la Russia incrementerà le sue uscite nel settore militare del 44% nei prossimi tre anni.È diventata il terzo Paese al mondo, superando la Gran Bretagna. 
Medio Oriente
Mentre Israele mantiene quasi stabile il suo livello di spesa attorno ai 13 miliardi di dollari, altri Paesi sono impegnatissimi a fare acquisti. L’Arabia Saudita in primo luogo, che attualmente è al nono posto e l’anno prossimo passerà all’ottavo, subito dopo l’India. Nel 2013 ha speso 42,8 miliardi, il 19% più dell’anno precedente. Quest’anno salirà ancora, a 44,1 miliardi. In dieci anni ha triplicato la spesa. L’Oman l’ha raddoppiata dal 2011, passando da 4,7 a 9,2 miliardi. In grande crescita anche Bahrein, gli Emirati, l’Iraq. 
Nato
Tutti i principali Paesi Nato tagliano la spesa militare o al massimo la mantengono stabile, prima di tutto gli Stati Uniti (che comunque restano al primo posto nella classifica mondiale): 664 miliardi nel 2012, 582 l’anno scorso e 575 previsti per il 2014. L’Italia scende dal dodicesimo al tredicesimo posto, superata dall’Australia. 
Cina
La crisi delle isole Senkaku (secondo i giapponesi) o Diaoyu (secondo i cinesi) sta facendo miracoli per i mercanti di strumenti bellici. Entro il 2015 la spesa della Cina supererà quella di Gran Bretagna, Francia e Germania messe assieme (159,6 miliardi di dollari). Pechino sta modernizzando tutto il suo arsenale e questo, naturalmente, causa apprensione fra i suoi vicini a Est e ad Ovest. 
Estremo Oriente
Salgono gli impegni militari del Giappone che è stabilmente al quinto posto nel mondo. Riarmano la Corea del Sud, l’Australia, l’Indonesia, l’India. Per non parlare della Corea del Nord che da un lato segue una strada tutta sua (atomica, missili intercontinentali), ma dall’altro guarda pure ai Paesi limitrofi. 
Notizie decisamente sconfortanti per la maggior parte di noi. I clienti di «Jane’s» invece si stanno probabilmente già fregando le mani. Per loro che «operano nel settore», come si suol dire, in tutte queste regioni del mondo si profilano occasioni da non perdere. 
Scrive uno degli analisti della rivista parlando della tragica situazione africana: «Anche se il mercato è in espansione, rappresenta ancora meno del 2% della spesa globale per la difesa. La crescita deve quindi continuare per far sì che nel lungo termine emergano nuove opportunità». 


Corriere 6.2.14
Le piccole multinazionali che vincono in Cina
di Dario Di Vico


Nel 2013 l’export italiano in Cina ha raggiunto i 17,5 miliardi di dollari con un incremento dell’8,13% rispetto all’anno precedente e ha così recuperato quasi interamente la flessione fatta registrare dopo un 2011 monstre . Se ne può dedurre che gli spazi di mercato esistono, che il sistema Italia mostra una buona capacità di movimento ma che nessuno ci regala niente. Anche nel Paese dei mandarini, che pure ha conosciuto una crescita impensabile, le quote si conquistano palmo a palmo. E lo si capisce ascoltando i racconti dei top manager delle multinazionali tascabili come è stato possibile ieri al convegno milanese della Fondazione Italia-Cina e Intesa Sanpaolo, dove sono state presentate le performance di Eldor (automotive), Coveme (fotovoltaico), Progetto Cmr (architettura) e Grandi Salumifici Italiani. La sorpresa è che assieme ai manifatturieri c’è una società di servizi di cui è presidente Massimo Roj. Nel 2014 la Progetto Cmr conta di fatturare in Cina 70 milioni di renmimbi e di avere alle dipendenze 70 professionisti negli studi di Tianjin, Pechino e Shanghai. La società si occupa di sostenibilità urbana e prima di sfondare ha dovuto «partecipare a due-tre concorsi di allenamento» e subire qualche gomitata. Con il tempo è riuscita però a conquistarsi le prime soddisfazioni vincendo numerosi appalti a cominciare dal rettorato della Tianjin University. E trainando a le vendite di made in Italy. 
Eldor ha sede nel comune di Orsenigo in Brianza e fabbrica bobine intelligenti per la combustione dei motori. Fattura 200 milioni, dà lavoro a 1.800 addetti e non ha conosciuto la Grande Crisi. Cresce dal 2002 e il trend degli ultimi anni è del 20%. Ha stabilimenti in 5 Paesi tra cui la Cina (a Dalian) e nella sostanza segue nel mondo i big dell’auto per servirli meglio. L’ostacolo maggiore che ha trovato in Oriente è stata «la difficile comprensione culturale» racconta il presidente Pasquale Forte, che mette in guardia «dal dilagare della contraffazione, là si trovano copie dei nostri prodotti quasi perfette». 
Pierluigi Minciano è invece il presidente della Coveme che realizza pellicole per il fotovoltaico e riesce a venderle (26,8 milioni di euro di ricavi previsti nel 2014) anche nel Paese incontrastato leader mondiale del settore. «Siamo gli unici occidentali del settore a produrre in Cina e comunque se stai nelle regole le autorità cinesi ti rispettano. Il problema, caso mai, è l’impossibilità di avere credito, noi finanziamo tutto con mezzi propri». Gli operai sono tutti asiatici mentre la ricerca e sviluppo è rimasta in Italia. 
I cinesi sono i primi consumatori di maiale al mondo e per questo motivo la Grandi Salumifici ha pensato che per crescere bisognava farseli amici. In joint venture con un operatore statale gli italiani, frutto dell’aggregazione dei gruppi Senfter e Unibon, sono andati a produrre in Asia e sono cresciuti a ritmi sostenuti dal ‘94 al 2002. Successivamente hanno cambiato strategia e posizionamento di mercato. Liquidata la joint venture hanno proseguito da soli e mirato a un consumatore più sofisticato. «Cresciamo meno ma i concorrenti faticano a competere con noi nel segmento premium» racconta il presidente Helmuth Senfter, che vanta un’anzianità di presenza personale in Cina di ben 15 anni.

La Stampa 6.2.14
Botte, minacce e ricatti
Ecco gli schiavi di Hong Kong
Cameriere indonesiane delle famiglie «bene» brutalizzate e picchiate
Gli attivisti per i diritti civili: un lavoratore su cinque viene aggredito
di Monica Perosino

qui

l’Unità 6.2.14
La nostra storia
Comunello e Proletino
Quando i giornalini per bambini erano comunisti
Il volume «Falce e Fumetto» ricostruisce le vicende della stampa periodica per l’infanzia in Italia prima e dopo il Ventennio, voluta e pubblicata dai partiti di sinistra
di Renato Pallavicini


QUALCUNO, OGGI, POTREBBE FACILMENTE IRONIZZARE SULLE «OPPOSTE RETORICHE» IN RIME OTTONARIE CHE,SUI«GIORNALINI» SOCIALISTI E COMUNISTI, FACEVANO A GARA CON QUELLE DEGLI ANALOGHI FOGLI BORGHESI, CATTOLICI E POI FASCISTI. Su quegli ottonari in stile Corriere dei Piccoli che introdussero, timidamente e con mille circospezioni, le «fiabe a quadretti», non ancora fumetti, anche sulla stampa di sinistra. E certo c’è un po’ da sorridere a leggere e guardare le zuffe tra Comunello, Proletino e Fasciolino, a suon di calci, ceffoni e manganelli, grezzamente illustrate e cantate con una mini epica del tipo: «Forte e ardito è Comunello / ed affronta il manganello /del gradasso Fasciolino / per difender Proletino». Siamo nel settembre del 1922, a poco più di un mese dalla Marcia su Roma, e siamo sulle pagine de Il Fanciullo Proletario, un giornale per ragazzi pubblicato su iniziativa del neonato Partito Comunista d’Italia. Dalle pagine alle piazze, dove il «santo manganello» faceva le sue poco mistiche apparizioni, il passo era breve. E dunque, davvero, c’è poco da scherzare e quelle ingenue propagande a fumetti sono da prendere molto sul serio. Tanto che da lì a pochi mesi, quei giornalini cesseranno le pubblicazioni, verranno chiusi dal regime e - a parte una minima diffusione clandestina de Il Fanciullo Proletario fino al 1930 - a sopravvivere saranno soltanto i giornalini di regime come Il Balilla o quelli storici, come Il Corriere dei Piccoli, progressivamente fascistizzati.
Prima e dopo il Ventennio la «storia della stampa periodica socialista e comunista per l’infanzia in Italia» è una storia complessa e rivelatrice di interessanti questioni (anche per l’oggi) che il volume Falce e Fumetto che raccoglie una serie di ricerche e contributi relativi al periodo 1893-1965 - ricostruisce con scrupolo. Un lavoro, questo di Meda e del gruppo di altri studiosi, che, tra l’altro, ha dato vita a una preziosa collana, «Nerbiniana», interamente dedicata alla storia della stampa per l’infanzia e la gioventù. Un lavoro che affronta il tema con il rigore del metodo storico, che raccoglie, ordina ed espone scrupolosamente fatti, fonti e documenti. Con un di più: uno sguardo anche pedagogico e un’attenzione ai valori educativi e formativi di quella stampa.
Il periodo esaminato nel libro va dunque dai primi fogli e strenne socialiste tra Ottocento e Novecento (La Parola dei Poveri, Figli del Popolo) ai giornalini socialisti e comunisti editi fino al Ventennio (Primavera, Il Germoglio, Cuore, Il Fanciullo
Proletario); giunge al rifiorire delle testate, anche di sinistra, nel dopoguerra (Falco Rosso, Il Pioniere, Pattuglia); ed arriva a gettare uno sguardo su quanto succedeva in altri paesi (ad esempio, nella Repubblica Democratica Tedesca). Lungo tutto il percorso, il sentiero spesso è stretto, e il confine tra educazione, formazione, propaganda e indottrinamento è labile. Nei racconti, nelle novelle, nei piccoli giochi, nelle vignette e nei fumetti - secondo quel mix tracciato da Il Corriere dei Piccoli e da Il Giornalino della Domenica che diventerà un modello per tutti i giornalini dell’epoca - si alternano, infatti, precetti di buona educazione e veritieri scorci sulla realtà, apologhi moraleggianti e corrosive denunce. I periodici socialisti esortano alla presa di coscienza dei propri diritti e assumono via via un tono da socialismo umanitario alla De Amicis, mentre quelli comunisti spingono con più decisione sulla militanza e sul richiamo ideologico. Gli uni e gli altri sembrano privilegiare, però, il precetto dell’«istruirsi faticando », piuttosto che quello dell’«istruirsi divertendo ». Anzi, il richiamo, rivolto ai ragazzi, sulla durezza della realtà di contro la leggerezza della fantasia, nella Strenna Minima Socialista (1897), non poteva essere più esplicito: «a voi che avete ancora in mano i giocattoli, ma che pure molto spesso siete costretti a provare che la vita non è un giuoco, ma una faccenda molto seria».
Il «dualismo» pedagogico tra educazione e divertimento sembra moltiplicarsi, in molti dei casi esaminati nel libro, in altri dualismi: quello tra avventura e realtà, quello tra forma e contenuto e, sul piano più strettamente «fumettologico», in quello tra parola e disegno. Il borghese Il Corriere dei Piccoli, in questo senso, aveva fatto scuola, aprendo coraggiosamente al fumetto ma, per così dire, un po’ vergognandosene e sostituendo i ballon (le classiche nuvolette) con le più letterarie filastrocche in versi messe ai piedi delle vignette.
Faranno così anche i giornalini di sinistra, abbastanza recalcitranti, se non avversi, nei confronti del fumetto; con qualche eccezione, come quella del socialista Primavera (1911-1914). Il giornale, diretto da Vittorio Podrecca, avrà tra i suoi illustratori Bruno Angoletta, Filiberto Scarpelli, Sergio Tofano e Antonio Rubino, colonne grafiche anche de Il Corriere dei Piccoli. E aprirà a una «concezione dell’immagine non subordinata al testo, ma organica a esso e corresponsabile della corretta diffusione del suo messaggio».
La buia parentesi del Fascismo e della guerra, assieme ai giornalini in questione, azzererà qualsiasi «dilemma» pedagogico e formale. Ma alcune questioni torneranno anche nel dopoguerra - di cui si occupa la seconda metà di Falce e Fumetto -. Le idee tornano a circolare ma resteranno scorie e rigidezze ideologiche, accentuate ora dalla guerra fredda. Perfino l’importante esperienza de Il Pioniere, il giornalino comunista diretto da Gianni Rodari e Dina Rinaldi, sarà segnata da una dura polemica anti-fumetti che avrà il suo culmine in una serie di interventi su Rinascita, a firma Nilde Jotti e Palmiro Togliatti. Faticherà non poco, Rodari, a difendere valore e importanza, anche pedagogiche del fumetto. Una polemica che, per l’occasione si ammantò prevalentemente di antiamericanismo (dietro questo scudo, si erano trincerati, in precedenza, sia cattolici che fascisti); e che vedrà persino foschi episodi, come quello di alcuni processi contro i fumetti, organizzati in piazza dall’allora Fgci, con tanto di pubblica condanna. Del resto, persino nei democraticissimi Stati Uniti, i fumetti, «seduttori degli innocenti», finiranno, in quegli stessi anni, a processo (se ne occuperà un’apposita commissione del Senato Usa) e in piazza, questa volta, verranno addirittura bruciati in pubblici roghi.

l’Unità 6.2.14
Lunga vita grazie al limite
Da Serge Latouche un’altra parola chiave per la sua teoria
di Giacomo Battistoni


INTERPRETE DEI MAESTRI «LIBERTARI» DEL SECONDO NOVECENTO COME IVAN ILLICH, ANDRÉG ORZ, CORNELIUS CASTORIADIS E JACQUES ELLUL, critico radicale dell’«impostura dello sviluppo», Serge Latouche è il principale sostenitore della decrescita. Usato come ariete concettuale per demolire il muro di certezze che protegge la fede nell’economia, il rituale del consumo e il culto del denaro, quello di decrescita è un termine che anche Latouche, professore emerito di Economia all’Università di Parigi-sud, sembra ormai voler abbandonare. Sostituito con «abbondanza frugale», rimane comunque fondamentale per comprendere l’elemento centrale della sua proposta teorica e politica: il limite. Un limite che va opposto alla hybris consumistica, al mito dell’abbondanza materiale, alla tecnica prometeica, e che deve orientare la decolonizzazione di un immaginario viziato da economicismo, tecnicismo ed espansionismo. La decolonizzazione dell’immaginario, spiega nel suo ultimo libro tradotto in italiano, Incontri di un «obiettore di crescita» (trad. di Stefano Salpietro, pp. 144, euro 12, Jaca Book), «è un processo di terapia collettiva lenta e graduale». Abbiamo intervistato Latouche alla vigilia dell’incontro veneziano su «Cambiare strada. Per una riconversione sociale ed ecologica».
Professor Latouche, lei ha scritto che tutto il suo lavoro mira a contestare l’invenzione dell’economia, un’invenzione insieme teorica, storica e semantica. La crisi che stiamo attraversando può favorire quell’ «uscita dall’economia» da lei auspicata?
«La crisi non solo favorisce l’uscita dall’economia, ma la rende l’unica vera soluzione a lungo termine. Stiamo vivendo una crisi che non è solo economico-finanziaria, ma ecologica, sociale, culturale. È la crisi della stessa civiltà occidentale. Siamo di fronte all’«ora della verità» per il sistema economico capitalista mondializzato. Non possiamo prevedere l’apice della crisi, ma sappiamo che se restassimo sulla strada percorsa finora non andremmo oltre il 2030, come d’altronde prevedono il quinto rapporto dell’Ipcc (il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ndr) e il terzo rapporto del Club di Roma.
In Incontri di un «obiettore di crescita» lei ricorda che nella medicina ippocratica la «krisis» è la svolta decisiva nell’evoluzione della malattia. Eppure, nelle terapie proposte non sembra esserci una svolta simile. Come si fa a evitare ciò che definisce come «falsa alternativa» tra austerità deflazionista e rilancio scriteriato dei consumi?
«Lo si può fare con la decrescita, costruendo un’alternativa che equivale ad uscire dalla società dei consumi, dal capitalismo e da un paradigma forse ancora più vecchio del capitalismo, quello dell’illimitatezza. Il paradigma della dismisura ha fondato l’Occidente: tutte le civiltà hanno cercato di limitare la dismisura, di controllarla (senza riuscirci, ma provandoci), mentre quella occidentale è l’unica ad aver incoraggiato la dismisura. Anche oggi che sappiamo che il pianeta è allo stremo facciamo di tutto per continuare a crescere, sfruttando perfino le ultime gocce di petrolio». Al paradigma dell’illimitatezza lei contrappone il paradigma del limite, a cui ha dedicato anche un libro, «Limite» e la proposta della decrescita… «Quella del limite è una questione molto concreta, legata anche alle questioni di cui parleremo a Venezia, come quella delle grandi navi. Dopo l’incidente dell’isola del Giglio, si è capito bene come sia folle e pericoloso costruire e far navigare delle navi mastodontiche, con 5.000 passeggeri, vere e proprie città ambulanti. Eppure continuiamo a produrle. In Francia in questi giorni c’è un clima trionfale perché una grande azienda di Saint-Nazaire (la Chantiers de l’Atlantique, ndr) si è aggiudicata la commessa per una nave di dimensioni enormi. Le navi sempre più grandi, come i grattacieli sempre più alti, esemplificano bene la tendenza dell’uomo occidentale ad andare sempre oltre, spinto dalla ricerca del profitto e dall’ideologia del “sempre di più”».
Il sociologo e ambientalista Wolfgang Sachs adopera spesso una metafora per indicare la necessità del limite e del passaggio all’economia post- fossile: dal modello della petroliera a quello della barca a vela… «È una metafora che funziona. Ci dice che bisogna programmare una riconversione ecologica, soprattutto per il settore energetico. Probabilmente abbiamo già superato il picco di Hubbert, quel punto della produzione massima del petrolio dopo il quale la produzione non può che diminuire. La strada più ragionevole è risparmiare energia, favorire la riconversione ecologica, sviluppare le energie rinnovabili. Invece si fa il contrario: in questi giorni in Francia c’è un acceso dibattito perché un ministro vuole autorizzare - contro la legge - l’estrazione del gas di scisto, una tecnica altamente inquinante». Nel 1990, nella sua «Lettera a San Cristoforo», Alexander - pioniere dell’ecologismo politico in Itala –scriveva che «il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” a una del “può bastare” o del “forse è già troppo”».
Si direbbe un precursore della decrescita… «Langer aveva identificato benissimo i problemi da affrontare e le vie per risolverli. Quel che è incredibile è che il suo pensiero sia stato totalmente dimenticato, perfino in Italia, dove in pochi oggi parlano ancora di lui. Anche per questo mi sono impegnato nella direzione di una collana editoriale per Jaca Book dedicata ai precursori della decrescita. Ci saranno volumi su Enrico Berlinguer, che parlava di austerità, su Alexander Langer e su molto altro». Di limiti però nessuno vuol sentir parlare, neanche tra gli economisti meno ortodossi. Lei ha definito Joseph Stiglitz un’anima bella, sostenendo che la vecchia ricetta keynesiana del rilancio dei consumi e degli investimenti non è auspicabile. Perché?
«In Francia i “produttivisti” più accaniti sono di sinistra. Vogliono rilanciare a tutti i costi la crescita. A destra si invoca la crescita speculativa, a sinistra quella più “industriale”, ma sempre di crescita si tratta. La terapia keynesiana, all’origine dei “trenta gloriosi”, funzionava bene negli anni ’60, oggi non più, anche perché appena c’è un minimo di ripresa i prezzi delle materie prime salgono e le imprese rimangono strangolate. Non nego che si debba uscire dalla crisi, puntando alla piena occupazione, ma non lo si può fare con l’illusione della crescita infinita».
A sinistra lo «sviluppismo» ha fatto pendant con l’idea che la crescita economica portasse di per sé maggiore giustizia sociale, che potesse risolvere le disuguaglianze. Un’altra idea da archiviare?
«È un’illusione che va avanti da molto tempo. Eppure già il giovane Marx riteneva che si producesse abbastanza, perlomeno nei paesi occidentali, e che il problema fosse di condividere meglio, diversamente. Per evitare le difficoltà sociali della ripartizione, si è però preferito fare una sorta di compromesso storico con i capitalisti, per produrre di più. Alla base, c’è il mito della torta: si pensava che ingrandirla avrebbe garantito a tutti delle fette sufficientemente grandi. Ma mentre la torta si ingrandiva, diventava sempre più inquinata. Oggi è avvelenata».
Usciredall’economiaperleisignificacriticarelarazionalitàeconomica, in favore di quella ragionevolezza mediterranea di cui parla ne «Il mondo ridotto a mercato e poi ne «La Sfida di Minerva». Di cosa si tratta?
«Sin dall’inizio, da Adam Smith e David Ricardo, gli economisti hanno costruito una macchina economica sull’immagine della fisica newtoniana, che è razionale, matematica, meccanica, reversibile. La vita però non si svolge nella sfera matematica, e obbedisce alle leggi della termodinamica, in particolare a quella dell’entropia: la storia non è reversibile, la società non è una macchina di natura meccanica. Ecco perché è necessario recuperare ciò che i greci chiamavano phronesis, un concetto che Cicerone traduce come prudenza e che ame piace definire ragionevolezza ». La razionalità economica ha modificato il modo in cui intendiamo la natura, facendone un «dato o stile di cui bisogna appropriarsi» e sui cui esercitare le armi «della tecno-scienza prometeica, cieca e senza anima». Rispetto alla «hybris» tecnoscientifica lei suggerisce di iniziare il «tecnodigiuno» di cui parlava Ivan Illich. Come farlo? «Il paradigma prometeico della razionalità cartesiana e baconiana sfrutta e distrugge la natura, e per definizione non ha limiti. Il suo opposto è il “tecnodigiuno”, difficile da esercitare. Ognuno può provarci per conto suo, ma al livello sistemico lo faremo soltanto per necessità, quando le risorse saranno terminate. Intanto, ci vuole un cambiamento radicale dell’immaginario, che è già iniziato, come dimostrano le esperienze di alcuni paesi dell’America Latina, con il recupero della tradizione amerindiana. Tutte le civiltà hanno un tesoro di saggezza da recuperare, costruito intorno al limite. È un tesoro che va recuperato ».

Corriere 6.2.14
Chouchani, il santo rabbino che un giorno sparì nel nulla
Baharier rievoca la vita del mitico «clochard lunare»
di Aldo Grasso


«Qualcuno in quei tempi lontani, di Chouchani trattenne l’eccezionalità, il suo essere il meglio, e in essa si consolò. Chouchani accecava ogni individuo che incontrava. Solo collettivamente, insieme, quei reduci facevano schermo e riuscivano al di là delle scintille, e per mezzo di queste scintille, a coglierne l’essenza: la claudicanza». Chi è questo monsieur Chouchani (si pronuncia Sciuscianì)? È una figura gigantesca, e profondamente enigmatica, giusto per accrescerne il carisma. L’aspetto trasandato, quasi repellente, da clochard, i pochi che l’hanno conosciuto lo descrivono come un genio talmudico: sapeva tutto, di ogni materia. Di lui Emmanuel Lévinas ha detto: «Incontrarlo era come entrare in contatto con un genio nel senso assoluto della parola; era un uomo che poteva tenere insieme un numero molto vasto di idee senza essere soggetto alla costrizione di condurle a un esito conclusivo. Era come se il Talmud fosse presente dentro di lui, incorporato, vivente». 
Dopo appena poche pagine de La valigia quasi vuota di Haim Baharier (Garzanti), abbiamo la certezza di trovarci di fronte a un essere indistruttibile, vocato a eterne interpretazioni (come vuole il Talmud), a torsioni di significato, uno di quei rari personaggi che camminano sul crinale fra storia e leggenda. Nello sconvolgimento che suscita, Chouchani è una grande occasione per sfuggire all’opprimente banalità della ragione. 
La sua figura di zoppo senza età e senza patria, un apolide più etico che metafisico, sempre avvolto in uno sdrucito paletot, il terrore che suscitava, specie nei bambini, il disgusto che accompagnava il suo aspetto ci ricordano la parabola trasparente e misteriosa de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth, ma la figura di Chouchani, il «clochard lunare», come lo definisce il suo autore, non si idealizza nella letteratura: dura come un diamante, ci ricorda che il limite di ogni conoscenza è una conoscenza più grande, il limite di ogni dolore è un dolore più grande. 
La valigia quasi vuota è un libro singolare e profondo, procura un senso di vertigine perché è anche il confronto fra due grandi personalità, è il coraggio teologico di affrontare non un rischio ma il Rischio. 
Nato a Parigi (cresciuto nella «Parigi dei primi anni Cinquanta… Ebrei da ogni dove, Polonia, Lituania, Germania. Tra questi i miei genitori, entrambi scampati ad Auschwitz. E poi noi, io e mio fratello… La nostra lingua madre era una lingua straniera»), Haim Baharier, matematico, psicoanalista, ma anche commerciante di preziosi e consulente aziendale, è tra i principali studiosi di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico. E Chouchani visse a Parigi, fra quei reduci, poi scomparve, svaporò, lasciando in eredità la sua leggenda. Baharier, da adolescente, è stato il primo a scriverne, prima ancora dei libri inchiesta e della enorme fioritura aneddotica. Adesso, a distanza di molti anni, quel fantasma «stropicciato» ritorna, prepotentemente, come un conto mai chiuso. 
Prima i ricordi: quando arrivava a casa loro, il piccolo Haim non era contentissimo. Abitavano in una «reggia» di 35 metri quadri e all’arrivo di Chouchani doveva cedergli il letto. Anche sua madre mostrava segni di nervosismo, ma per suo padre quel clochard era un uomo da rispettare e con cui discutere per ore. Erano colloqui che non finivano mai, impenetrabili: «Si elevano preghiere ai cieli, parole, per incontrare l’incomprensibile. Chouchani fu dissacratore per eccellenza perché con lui funzionava l’inverso: si usava l’incomprensibile per incontrarlo». Parlava moltissime lingue, un poliglotta alla Émile Benveniste. Avrebbe potuto sostituire docenti all’università in qualsiasi materia. Lévinas diceva: «Tutto quello che io so, lo sa anche Chouchani. Quel che sa lui io non lo so». Poteva parlare di Bagdad o di Mosca come se in quelle città fosse sempre vissuto. L’accattone, lo scroccone, lo «schnorrer» mendicava accoglienza in cambio di sapienza. 
Ma a Baharier non interessa alimentare la favola del santo bevitore; mette persino in dubbio l’autenticità della tomba del clochard sapiente a Montevideo, su cui Elie Wiesel avrebbe fatto scrivere questo epitaffio: «Il savio maestro Chouchani di benedetta memoria. La sua nascita e la sua vita sono chiuse in un enigma».
Il centro della riflessione de La valigia quasi vuota è la claudicanza di Chouchani, non un difetto fisico ma l’essenziale della conoscenza: «La claudicanza la considero una condizione comune a tutto il genere umano; a imitazione non dell’imperfezione ma della perfettibilità, intesa come percorso. Ce lo suggerisce la Torà. È nella Genesi. Quando vennero creati luna e sole, essi furono all’inizio ugualmente grandi, ci dice il testo, i due grandi luminari del cielo. Ma la luna protestò: due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona. Hai ragione, rispose il Creatore, vai e rimpicciolisci! Diventa claudicante. La claudicanza di cui parlo è una fiera menomazione, perché grandezza e precarietà non sono in alternativa, ma costituiscono il modus vivendi dell’uomo responsabile». Per questo Baharier chiama Chouchani «un clochard lunare» (il calendario ebraico segue le fasi della luna). 
La claudicanza è la capacità di rimpicciolirsi senza per questo diminuirsi, è la capacità di fare un passo indietro, avvicinarsi alle sorgenti inviolate della vita in precario equilibrio. E si può accogliere l’altro, dargli parte del proprio spazio, senza per questo sentirsi impoveriti. Questa la grande lezione biblica di Chouchani: «Cosa rese Chouchani il geniale claudicante che tutti conobbero? Sappiamo che il giovane Giacobbe, non ancora patriarca, comprò con un piatto di lenticchie la primogenitura dal fratello Esaù. E anni dopo, quando Esaù furente lo cercherà per vendicarsi, Giacobbe, alla vigilia dell’incontro, lotta con l’angelo protettore del fratello e lo sconfigge. L’angelo, riconoscendolo degno avversario, lo tocca sull’anca e lo lascia zoppo. Da quel momento in poi l’essere claudicante costituirà la sua integrità. L’essere zoppo non gli farà abbassare lo sguardo». 
Persino l’umorismo è una concausa della claudicanza. Il verbo «ridere» in ebraico non è transitivo, ma riflessivo: non si ride dell’altro ma di sé, il riso nasce da un propria contraddizione, da una propria inadeguatezza. 
Nella valigia quasi vuota lasciata in eredità da Chouchani, più simile a un povero scatolone, c’è anche racchiuso l’arcano della scrittura, che si muove come le onde del mare, indietreggia e avanza, sparisce e riappare fra ritrosia ed emergenza, sempre tesa verso l’assoluto, anche quando si fa claudicante.

Corriere 6.2.14
Rifiuto di iscrivermi al partito invisibile
Su Facebook a mia insaputa. Non ci sto
di Claudio Magris


L’articolo 20, comma 2, della nostra Costituzione sancisce il diritto di non partecipare, di far parte ma anche di non far parte di alcuna associazione. Certamente esso nasce, all’indomani della caduta della dittatura, dalla preoccupazione di tutelare il cittadino dai regimi totalitari che lo obbligano ad iscriversi a tutte le organizzazioni possibili del Partito-Stato, a cominciare naturalmente da quest’ultimo; Figli della Lupa, Balilla, Komsomol sovietico, Hitlerjugend e via dicendo.
Oggi quel tipo di coercizione non sussiste più, tranne che in pochissimi Paesi; non è obbligatorio iscriversi ai circoli di partito né si paga una penale se non ci si iscrive, penale che comunque, ove fosse prevista, varrebbe la pena di pagare. 
Ma quell’articolo della Costituzione è oggi più che mai valido, per tutt’altre ragioni; è uno scudo che protegge da pericoli e aggressioni diverse. Viviamo in una eclatante contraddizione. Da un lato si rivendica, in ogni campo, il valore della diversità, si riconoscono diritti e pari dignità a categorie e a culture prima ignote o conculcate. Dall’altro si impongono, esplicitamente o subliminalmente, comportamenti, gusti, abitudini eguali per tutti e obbligatori per tutti. 
Siamo incalzati da un bombardamento incessante che chiede di aderire a tutte le sigle e sette possibili: Acat, Lapet, Aiesec, Fipe, Arci, Fib, Uisp, iscriviti all’Anepla, associati all’Acosma, aderisci alla Fidapa, per ogni sigla c’è un numero di telefono, un email, una richiesta imperiosa R.S.V.P. e se non vi piace rispondete lo stesso, non siamo più nel paradiso terrestre e la vita non è un divertimento bensì un tetro dovere. In tal modo la società contemporanea — che ha creato grandi libertà politiche, economiche e sociali, impensabili in passato — elabora sofisticatissime tagliole che le ledono. 
Tutti devono leggere gli stessi libri, discutere gli stessi problemi, partecipare agli stessi eventi. Chi non lo fa, è un asociale che va ricondotto alla norma anche contro la sua volontà, un clochard che viene obbligato a indossare lo smoking. Ne ho avuta esperienza diretta scoprendo di essermi iscritto a Facebook, cosa che non ho fatto né mai avuto intenzione di fare, anche perché non so usare gli strumenti dell’universo digitale, le mie dita sono in tal senso atrofizzate come quelle di un esploratore polare assiderato. Pure quella notizia, cui da solo non avrei potuto accedere, mi è stata comunicata da qualcuno che invece fa parte di quel mondo. 
Non ho nulla di cui lamentarmi; non c’è stato alcun uso scorretto di quella falsificazione, nessun cattivo scherzo. Forse chi l’ha fatto pensava di farmi un regalo, come si regala un abbonamento alla stagione lirica. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe bene informarsi se il beneficiario è un amante dell’opera o del rap. Ma credo si sia trattato di un richiamo all’ordine, di un’iscrizione d’ufficio di qualcuno colpevolmente riluttante al dovere di prendere la tessera. Rivendico il diritto alla mia disabilità digitale; i problemi che essa può crearmi nel mio lavoro sono fatti miei, e non ho bisogno di generosi soccorritori simili a quei boyscout della barzelletta che aiutano una vecchietta ad attraversare la strada, anche se la vecchietta non aveva alcuna intenzione di attraversarla. 
Bisognerebbe distribuire copie di quell’articolo della Costituzione a tutti, proclamarlo alla tv; ricordare il diritto di non partecipare a convegni, cortei, mozioni, assemblee, iniziative, comitati, gruppi di lavoro, associazioni. Alcune di queste iniziative sono generose e chi vi sacrifica il tempo della sua vita — andare a spasso, chiacchierare, fare l’amore, andare al mare, passeggiare — va ammirato, ma nessuno può essere obbligato a seguire il suo esempio, così come chi ammira la castità di San Luigi Gonzaga non è perciò obbligato a imitarlo. Rispetto i filatelici, ma rivendico il diritto di infischiarmi dei francobolli; è lodevole lo studente che partecipa alle assemblee, ma chi ne approfitta per andare invece a zonzo non può essere criticato né tantomeno costretto a prendervi parte. C’è un Partito Invisibile che vorrebbe far indossare a tutti la stessa camicia, come un tempo la camicia nera, e lo fa in modo subdolo e insidioso. Forse il meccanismo del mondo è essenzialmente un congegno escogitato per impedire alla gente di andare a spasso, così, senza meta, come i cani per le strade di Parigi nel vecchio film di Tati, Mon oncle — un cammino più dignitoso e più libero di ogni marcia.

Corriere 6.2.14
Cancellate le detrazioni sui libri, dopo gli annunci arriva la beffa
di Paolo Di Stefano


Sembrava più che una buona intenzione, si è trasformata in una beffa. In dicembre l’annuncio del governo: detrazione fiscale del 19%, fino a un tetto di 2.000 euro, per l’acquisto di libri. Un evento storico, si era detto, capace davvero di dare una scossa a un Paese che legge pochissimo, anzi a un Paese in cui solo il 46% ha letto almeno un libro l’anno. Incrementare la lettura: questo è da decenni l’appello di editori, librai, bibliotecari, insegnanti, intellettuali. E il proposito dei pochi politici che guardano oltre il loro naso, cioè oltre l’orizzonte minimo della (a)normale amministrazione. 
Invece le cose sono andate diversamente, al punto da trasformare una buona intenzione, appunto, in un pugno di mosche. Macchinetta calcolatrice alla mano, dopo l’annuncio, il ministero dello Sviluppo economico si è accorto che i conti non tornavano. Non c’era la copertura. Dunque: fatta la legge, trovato l’emendamento che la annulla, o quasi. Dopo «un’ampia discussione» in Commissione, lo sconto si riduce a un buono di 19 euro al massimo (su una spesa di 100 euro) per i soli studenti delle scuole superiori da presentare al libraio (previo iter burocratico: ticket numerato e timbrato dal preside dell’istituto). Per i negozi il «buono sconto» equivale a un credito fiscale deducibile dalle imposte. 
Insomma, ha ragione il presidente dei librai italiani, Alberto Galla, quando afferma che «questo governo approva i decreti legge, poi si accorge che non ha i fondi per sostenerli, e a quel punto corre ai ripari con gli emendamenti». L’ennesima figuraccia, nonostante quel che sostiene, contro ogni evidenza, il sottosegretario Claudio De Vicenti: «La natura di sostegno alla diffusione della lettura non è cambiata». Fatto sta che quello che sembrava il risultato di una nuova consapevolezza sulla situazione culturale italiana si avvia a essere archiviato nell’antico catalogo delle bufale.

Repubblica 6.2.14
L’amaca
di Michele Serra


Il pasticcetto triste dello sgravio fiscale sull’acquisto di libri, promesso e non mantenuto, esprime, nel suo piccolo, la vera malattia della nostra politica. C’è uno squilibrio spaventoso, davvero patologico, tra la produzione di parole e la produzione di fatti. Questa sproporzione è benefica solo in un caso: se alla violenza verbale corrispondesse una prassi conseguente, ci sarebbero montagne di morti per le strade. In tutti gli altri casi la vanità delle parole è devastante, perché ci abitua a considerarle solo fumo negli occhi, pretesto, inganno. Come si fa ad annunciare un provvedimento così lieto e così specifico (la detraibilità fiscale dell’acquisto di libri fino a duemila euro annui) senza essere certi che esiste una copertura finanziaria? La famosa “politica degli annunci”, che in una botta sola riesce a illudere e poi a deludere, dovrebbe essere malvista e deprecata tanto quanto le grida offensive: chi per esempio posa la prima pietra (ricordate la farsa del Ponte sullo Stretto?) di un’opera che non si farà; o chi annuncia una legge puramente virtuale senza alcuna certezza di poterla poi mettere in pratica; fa uguali danni al cosiddetto “prestigio delle istituzioni” dell’ultimo dei deputati maneschi e vocianti.

La Stampa 6.2.14
Se questo è Carlo Magno
L’annuncio di un gruppo di scienziati tedeschi, dopo uno studio di 26 anni
Le ossa conservate ad Aquisgrana sono davvero quelle dell’imperatore
Ma la tentazione di acquistare notorietà grazie ai resti regali dura da un millennio, con scene da film horror
di Alessandro Barbero

qui

Repubblica 6.2.14
Il fatturato dei prodotti farmaceutici è balzato a 2 miliardi di dollari nel 2012
Ma gli esperti avvertono: “Invece dei sintomi curate le cause: perdete peso”
Testosterone, la nuova mania Usa contro il calo del desiderio maschile
di Federico Rampini


NEW YORK Pur di non accettare l’invecchiamento preferiamo schiantarci con un infarto. Dopo il Viagra arriva l’effetto “T”, la nuova farmaco-mania che ingrassa i profitti dell’industria e distrugge la salute di molti uomini. L’allarme viene dagli Stati Uniti, dove la Food and Drug Administration (l’authority federale che controlla anche i medicinali) ha deciso di aprire un’inchiesta. Sotto accusa: i trattamenti ormonali, sotto forma di farmaci o “integratori alimentari”, a base di testosterone. La campagna per venderli è martellante, basta accendere la tv a qualsiasi ora del giorno per essere bombardati dalle pubblicità. Gli spot mettono in scena uomini di mezza età che hanno segnali di affaticamento, perdono energia, e soprattutto sentono affievolirsi il desiderio sessuale. «Non accettate passivamente, reagite». Gli spot si concludono invariabilmente con l’invito ad assumere un “boost” (una poderosa spinta) a base di testosterone. “Low T”, basso testosterone, sembra essere l’ossessione del maschio americano di quest’era. I risultati sono evidenti: le ricette per medicinali a base di quest’ormone si sono triplicate in un decennio, il fatturato dei prodotti è balzato a 2 miliardi di dollari nel 2012 e si prevede che sfonderà i 5 miliardi in un triennio. Il marchio leader del settore, Androgel prodotto dalla AbbVie, vende tre milioni di confezioni all’anno.
Ma è davvero una malattia, il calo di testosterone? Sul New York Times interviene a fare chiarezza un esperto della materia, il medico internista e dietologo John La Puma del Policlinico di Santa Barbara, California. Conferma che il calo del testosterone è una sorta di epidemia di massa: «il livello medio nei maschi americani è sceso dell’1% all’anno, da diversi decenni, come dimostra uno studio pubblicato da The Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism». Una percentuale anomala della popolazione maschile è «al di sotto dei livelli normali, stimati fra 220 e 350 nanogrammi di testosterone per ogni decilitro di sangue». Un certo declino è naturale con l’invecchiamento, ma questa diminuzione viene accelerata da altre patologie. Il primo imputato è l’obesità, e malattie a essa sovente collegate come il diabete. Altri coimputati sono i farmaci a base di steroidi, e oppiacei. Deprimono il testosterone anche additivi e materiali chimici come il Bisfenolo-A usato negli imballaggi di plastica per alimenti.Che la diminuzione di testosterone sia un problema serio, non si discute: «oltre agli effetti sul desiderio sessuale, genera stanchezza, e indebolisce la densità delle ossa».
L’allarme nasce però dalla cura: è peggiore del male. Un editoriale delNew York Times riprende l’avvertimento contenuto in uno studio della University of California, Los Angeles, e patrocinato dal National Institutes of Health. I farmaci a base di testosterone, dimostra questa ricerca compiuta su un campione di 48.000 uomini di mezza età, raddoppiano i rischi di malattie cardiovascolari. Nel caso di individui già predisposti, la probabilità d’infarto viene triplicata con l’assunzione del “fattore T”. Un’altra ricerca uscita sulla rivista scientifica
PloS One dimostra che bastano soli tre mesi di cure a base dell’ormone, per raddoppiare la frequenza di attacchi cardiaci tra gli uomini over-65, e anche tra i più giovani che abbiano qualche predisposizione.
Il dottor La Puma si scaglia contro Big Pharma, le campagne pubblicitarie che «stanno creando un problema sanitario di massa, analogo a quello di cui soffrirono le donne negli anni Novanta col boom degli estrogeni anti-menopausa». La conclusione degli esperti è chiara. Gli uomini di mezza età la smettano di inseguire la chimera della “virilità chimica”, e invece dei sintomi curino le cause: con la dieta giusta, la perdita di peso, l’attività fisica. Fermo restando che l’elisir dell’eterna giovinezza esiste solo nelle leggende letterarie su Faust-Mefistofele, o sulla mitica Shangri-La.

Repubblica 6.2.14
L’urologo Giorgio Franco: “Il fenomeno arriverà pure qui”
“In Italia si usa solo per doping lo somministrano nelle palestre”


In Italia il testosterone è usato soprattutto per il doping, fuori dalle palestre ancora poche persone chiedono di assumerlo. «Ma ci aspettiamo che il numero cresca, visto che i fenomeni nati negli Usa poi arrivano da noi». A parlare è Giorgio Franco, associato di urologia all’Umberto I di Roma e presidente della Società italiana di andrologia.
Quando si prescrive il testosterone?
«Bisogna prima controllare i dosaggi dell’ormone nell’organismo del paziente. Se sono bassi va utilizzato. Ma non ha senso intervenire sul calo fisiologico dovuto all’età».
Il farmaco ha effetti collaterali?
«Non è certo da assumere a cuor leggero ma ci sono studi che indicano come nelle persone che ne producono poco può essere protettivo del sistema cardiovascolare. Al contrario può danneggiarlo se ad assumerlo è chi ha già abbastanza testosterone nell’organismo. Quindi l’uso appropriato fa bene e quello inappropriato può fare male».
A lei lo chiedono?
«Ancora no, ma mi aspetto che ci sia un aumento di domanda per la tendenza degli Usa, dove di certo le pubblicità hanno un ruolo importante. Chi lamenta stanchezza dal punto di vista sessuale, spesso dovuta alla riduzione dei rapporti, ma non ha deficit di testosterone può essere aiutato con integratori. Discorso diverso vale per le palestre, dove questo farmaco è usato per doping».
(mi. bo.)

Repubblica 6.2.14
La politica dell’insulto
Gli scontri in aula alla Camera, il dileggio virale sulla rete l’atteggiamento sessista.
Così l’aggressività verbale è diventata la modalità egemone di comunicazione pubblica
La voglia di annichilire l’avversario che mette a rischio la democrazia
di Roberto Esposito


L’ingiuria chiama il branco a raccolta, lo eccita lo lusinga, dandogli in pasto chi in quel momento non può difendersi e si sente circondato
In rete è possibile anche parlare con altri senza metterci la faccia e nemmeno il nome Ci si può esprimere senza contraddittorio

Chi l’avrebbe mai detto che il movimento che più si è proposto come innovativo sulla scena politica italiana avrebbe adottato l’atteggiamento più antico? E anzi letteralmente primitivo, come è sempre la parola quando rompe il ritmo del dialogo per farsi insulto. Entrati in campo attraverso il medium postmoderno della rete, i militanti del movimento 5stelle lo riempiono col gergo tribale dell’offesa. È il corto circuito tra quella che si presenta come postpolitica e atteggiamenti che precedono la politica deformandola in gesto intimidatorio. La politica, fin dalla sua genesi greca, nasce all’interno del discorso. Essa produce decisioni condivise solo dopo che più alternative sono state messe in campo. L’agorà è il luogo in cui discorsi diversi, o opposti, si confrontano per arrivare, attraverso il voto, a scelte che impegnano tutti.
Ma anche la politica moderna, costituita dalla dialettica tra partiti, prevede, sia all’interno di ciascuno di essi, sia nel loro confronto, anche polemico, la discussione. Il parlamento è la nuova “piazza” in cui essa si esprime tra tutte le forze democratiche. È questa logica che il movimento 5stelle ha deciso di far saltare con una scelta che riporta l’agire politico fuori dalle sue procedure consuete, per spingerlo in un orizzonte radicalmente impolitico. Ciò cui esso punta non è la prevalenza di una prospettiva su un’altra, ma la messa in mora dell’intero meccanismo della decisione politica a favore di un altro modo, appunto prepolitico, di procedere. La rottura del lessico politico, secondo questa strategia, consente di aggregare non una parte di opinione pubblica, ma l’intero fronte dell’antipolitica in uno scontro assoluto con tutto l’arco dei partiti in parlamento e con l’idea stessa di rappresentanza parlamentare. Ad essere insultato non è mai l’avversario, ma il Nemico, prima che si incrocino le armi.
Certo, l’insulto non nasce oggi e non viene solo da una parte. È vero che siamo tutti artefici di un impoverimento del linguaggio che a volte sembra assumere i tratti di una mutazione antropologica. Come è vero che forme taglienti di protesta hanno caratterizzato la vita politica italiana fin dagli anni Cinquanta. Ma ciò non candentro,cella il salto di qualità, la vorticosa corsa al ribasso, che sperimentiamo in questi giorni. Intanto bisogna distinguere. Una cosa è la protesta più intransigente, che può arrivare allo sciopero della fame, un’altra l’istigazione alla violenza. L’insulto aggressivo non è una modalità, anche estrema, di opposizione politica, ma ciò che la impedisce. Esso non divide tra punti di vista diversi. Chiama a raccolta il branco, lo lusinga, lo eccita, dandogli in pasto chi, almeno in quel momento, non può difendersi, si sente colpito, circondato, impietrito.
In questo senso l’insulto, anche quando ha un effetto politico, come quello di deviare l’attenzione da qualcos’altro che sta accadendo, non appartiene al linguaggio della politica. E’ sempre causa, ed effetto, di spoliticizzazione, nel senso che riporta la pratica politica ad una fase balbettante, se non all’afasia. Esso non inaugura mai una stagione nuova, porta solo allo sfinimento la vecchia. Non immette energia nell’azione, ma la blocca e la prosciuga. Chiude la parola in una gabbia e la sequestra. L’insulto, con la minaccia che sempre porta non è semplicemente esterno alla politica. È il suo contrario. Ciò che, quando dilaga, rompe il dialogo, la critica, la dialettica tra posizioni diverse e anche opposte.
Già lo strumento della rete, pur con tutte le sue risorse positive, tende a svuotare l’attività politica comune, fatta di incontri, manifestazioni, dibattiti. I visi di coloro che twittano sono invisibili, coperti da uno schermo che non consente di legare comunicazione e responsabilità. In rete si può parlare con altri senza metterci la faccia e neanche, volendo, il nome. Chiunque può esprimersi senza affrontare un reale contraddittorio. Ma l’insulto triviale, scurrile, che in questi giorni impazza nei net è ancora altro e peggio. Esso serve a zittire l’avversario di turno, a sottrargli la parola, a impedirgli la replica, inchiodandolo al disagio dell’umiliazione subita.
L’insulto segna sempre un fallimento – innanzitutto di chi lo fa. Non solo perché dimostra la sua incapacità di articolare un discorso. Ma anche, più a fondo, perché annienta la sfera pubblica, deprivandola dei suoi codici comunicativi. Gonfia la parola fino a farla scoppiare, rovesciandola nel suo opposto. Rivela l’incapacità di controllare gli impulsi, di dare parola a un’emozione, di costruire simboli. In questo modo coloro che sono entrati in politica con il giusto intento di restituire la voce a coloro che non l’hanno, scelgono di spegnere ogni voce. Con il calcolo che il silenzio, o il grido, può produrre più consenso della parola.
Già ridotta alla semplicità manichea di opposizioni binarie – tra buoni e cattivi, cittadini e casta, corrotti e innocenti – nel brodo degli insulti la politica rischia di affogare. Qui non si tratta solo della rappresentanza, giustamente criticata quando non riesce a svolgere la funzione cui è deputata. Ma della stessa possibilità di dare senso alle azioni collettive. Hannah Arendt ha sostenuto che azione e discorso sono legati da un vincolo insolubile da cui nasce la politica. Senza di esse si può certo sopravvivere individualmente, ma non insieme gli uni agli altri. «Una vita senza discorso e senza azione è letteralmente morta. Ha cessato di essere una vita umana perché non è più vissuta fra gli uomini».

Repubblica 6.2.14
Quando il “plebeismo” entra in Parlamento
Le istituzioni contaminate
di Nadia Urbinati


Tutto si svolge come in un combattimento al Colosseo.
Prevale il linguaggio volgare di chi “non fa prigionieri”.
Le manifestazioni dei Forconi non sono troppo diverse da quanto avviene nell’emiciclo di Montecitorio

Nella democrazia post-partitica il pubblico è una come un occhio senza corpo, informe e gestito da chi sa meglio attivare le emozioni, fare audience. L’arte del parlare in pubblico cambia di conseguenza, non solo nella sfera delle opinioni ma anche nelle istituzioni, intrappolandole nella logica teatrale. Lo stile che ha successo non è il dialogo tra cittadini sulle questioni di loro interesse, ma la dichiarazione ad effetto, l’espressione immediata e diretta del sentire soggettivo in reazione agli eventi esposti al pubblico occhio, non per informarlo ma per tenerlo dalla propria parte. Il pubblico come arte del nascondimento per mezzo delle immagini: un paradosso del nostro tempo di “democrazia in diretta”. È il giudizio estetico che governa la scena invece di quello politico: la centralità dei simboli sui programmi, della figura del leader sul collettivo del partito, delle qualità estetiche su quelle pratiche (la sessualità invece della prudenza, l’aspetto fisico invece della competenza). Il giudizio come questione di gusto intercetta e codifica luoghi comuni e pregiudizi diffusi, che entrato prepotenti nel linguaggio pubblico colonizzandolo e deturpandolo.
I programmi televisivi sono le aule scolastiche nelle quali si è formata questa politica plebea. Anche quando dovrebbero avere lo scopo di discutere dei problemi d’attualità, sono condotti come corride, più interessati a registrare largoascolto che a costruire opinione ragionata – anche perché hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare quel che gli propinano: lo scontro e la demolizione dell’avversario. Del resto, il giudizio veloce sulla persona fa più audience della discussione sulle idee (“Fassina, chi?” si è dimostrato uno schema di giudizio di grande efficacia). Uomini politici e dello spettacolo (spesso identificati concretamente come nel caso di Grillo) coltivano il loro pubblico grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare che non fa prigionieri. E così, l’avversario politico diventa un bersaglio di dileggio, mentre l’amico di partito o di blog un alleato gregario. La sfera pubblica come il Colosseo, dentro e fuori delle istituzioni. Le manifestazioni dei forconi non sono diverse nello stile dalle baruffe che animano l’emiciclo del Parlamento.
La politica plebea ha bisogno dell’audience per alimentarsi. Cerca negli spettatori il consenso complice e lo trova: perché l’offesa urlata sa di cadere in un terreno fertile, in un pubblico che la condivide e la ripete. Le offese alle donne e a Laura Boldrini gridate dai parlamentari del M5S sono rappresentative di luoghi comuni diffusi: non sono eccezioni e non sono casi isolati. Del resto se quei parlamentari hanno cercato la platea televisiva era perché sapevano di trovare approvazione. L’occhio televisivo ha fatto da mezzo scatenante, come a confermare quanta osmosi ci sia tra dentro e fuori le istituzioni, quanto unitario sia il clima e lo stile della sfera pubblica.
La politica plebea è una versione deturpata della sfera pubblica democratica, facile da attecchire quando i partiti fanno secessione dallo spazio sociale rinchiudendosi nelle istituzioni. Perché a metterli in comunicazione può a quel punto essere solo una serie eclatante di eventi: i parlamentari devono fare notizia per essere visibili al loro pubblico. È questa distanza che contribuisce a rendere il discorso politico un’arte privata che deve toccare le corde del gusto, essere di godimento come l’urlo, la risata, la baruffa. Il paradosso è che l’audience plebea è un pubblico passivo di uno spettacolo che non mette in scena, un occhio reattivo che non controlla nulla. Tutto avviene dietro le quinte; in diretta restano le parole violente e le offese.

Repubblica 6.2.14
Perché si prende di mira il corpo femminile
Se la donna è una ossessione
di Massimo Recalcati


Quando irrompe l’insulto ogni forma di dialogo diviene impossibile perché la condizione del dialogo – sulla quale si sostiene ogni democrazia – è il riconoscimento di eguale dignità dell’interlocutore. L’insulto è l’irruzione di uno stop, di una violenza che rende la parola stessa una sorta di oggetto contundente. Nei recenti episodi che hanno coinvolto il leader del M5S e i sui adepti esso si è però colorato di un riferimento forte alla sessualità che sarebbe opportuno non sottovalutare. Perché? L’insulto sessista scavalca il dibattito politico pretendendo di toccare direttamente l’essere dell’avversario. L’odio più puro non è infatti per le idee, ma per l’essere: negro, comunista, ebreo, gay, donna? Il politico regredisce qui alla dimensione ciecamente pulsionale del pre-politico. Il nemico non è qualcuno che ha idee diverse dalle mie, ma è un impuro, un essere profondamente corrotto, indegno, privo di etica, per definizione reietto. Una donna è per il leader del M5S questo? Perché altrimenti suggerire la fantasia di cosa si potrebbe fare alla Boldrini avendocela in auto? A chi verrebbe mai in mente di proporre un quesito del genere? Gli psicoanalisti sanno bene che le fantasie non sono mai innocenti perché traducono moti pulsionali inconsci. Che razza di rappresentazione inconscia il leader del M5S ha del femminile? Lo scatenamento delle fantasie sessuali sul web ha fornito unritratto inquietante della pancia del movimento che egli rappresenta. Di questo ritratto vorrei mettere in luce due aspetti particolari.
Il primo è la prossimità perturbante con quella cultura berlusconiana che ha fatto della degradazione del corpo femminile una sua tristissima insegna illuminando così la matrice inconscia di quel movimento che si propone come alternativa al berlusconismo. “Sei una puttana!” “Sai fare solo pompini!” non sono affatto insulti post-ideologici, da bar sport, ma riflettono una ideologia totalitaria in piena regola che riduce la donna a roba, oggetto, strumento di godimento, pezzo di carne da dare in pasto agli appetiti di maschi in calore.
Il secondo è un arcaismo di fondo: quello del padre totemico che gioca coi figli al gioco della rivoluzione senza rendersi conto di quale potenziale ad alto rischio maneggia. Ha allora ragione la Presidente Boldrini a ricordarci che in chi esercita questa violenza verbale si cela uno stupratore potenziale. Con l’aggravante che l’appartenenza ad un collettivo, ad un gruppo in assunto di base rigido direbbe Bion, guidato cioè da un forte ideale di purezza autorizza a ingiuriare le donne rendendo il pericolo dello stupro ancora più reale: i commenti osceni, lo scatenamento di fantasie sadico-aggressive, la regressione dell’umano all’animale disinibito è, come mostra bene Freud ne La psicologia delle masse, un effetto del fare e del sentirsi “massa”. Non c’è limite al Male per coloro che pretende di fare le veci assolute del Bene.
Gramsci sosteneva che il valore etico di una Civiltà dovesse avere come sua misura di fondo la condizione e il rispetto per le donne. Potremmo tradurre questo concetto affermando che la democrazia ha sempre un’essenza femminile. Essa si fonda sulla cura delle relazioni, sulla legge della parola, sull’unione delle differenze, sulla dimensione fatalmente precaria che sempre comporta la vita insieme. L’ingiuria e il disprezzo verso le donne e le istituzioni democratiche non sono l’opposizione legittima all’ingiustizia, ma sono solo l’altra faccia dell’uso perverso e corrotto delle donne e delle istituzioni democratiche che ha fatto nel nostro paese scempio della politica.

Repubblica 6.2.14
Una storia in crisi

La concorrenza di tv, fiction e social network, il rischio di provincialismo, il silenzio sugli ultimi decenni: una disciplina sotto assedio
Perché ci siamo fermati nello studio del passato
di Simonetta Fiori



L’ultima provocazione è stata il disegno di legge contro il negazionismo, ossia il principio di una verità storica accertata nei tribunali. Ma è solo una delle tante insidie che minacciano una categoria sull’orlo di una crisi di nervi. Lo storico di professione. Un mestiere considerato in via di estinzione, liquidato di recente da una senatrice del Partito democratico come eredità polverosa di una casta inutile, oggi reso fragile da crisi interne ed esterne al ceto accademico. E se la nuova vague sanzionatoria emersa dal Parlamento sembra al momento placata, restano aperte altre sfide. A cominciare dalla bulimia di discorsi storici che divora lo spazio mediatico. La storia ridonda ovunque, dagli sceneggiati televisivi alle vetrine dei bestseller. Ma a raccontarla non è più l’historien tradizionale. «Oggi le principali agenzie culturali che producono senso storico non sono né la scuola né l’accademia», sintetizza Marcello Verga, presidente della società dei modernisti. Con conseguenze non di poco conto nella consapevolezza di una comunità, che gioiosamente si affida alla “verità autoritaria” della fiction, mai esitante sull’esatto svolgersi dei fatti. E manda in soffitta la cassetta degli attrezzi storiografici, resi assai più farraginosi dall’obbligo del dubbio e della prova documentale.
Il nuovo senso comune trova ampia eco nella rete. «Quello che colpisce nei social network» interviene Franco Benigno, autore di Parole nel tempo. Un lessico per ripensare la storia (Viella), «è l’ossessione contro la “storia ufficiale”. Non viene più riconosciuta una storiografia professionale, capace di accertare il passato per poi comprendere il presente. Essa è stata sostituita nell’immaginario da una generica e screditata disciplina ufficiale, sospettata del peggiore dei mali: oscurare i ripetuti complotti orditi dal potere». Il complottismo, nuovo ottenebramento collettivo che getta un’ombra sulle ricostruzioni meno fantasiose. «Oggi proliferano antistorie e controstorie», continua Benigno. «Intendiamoci: è giusto che ci siano più storie. Però occorre mettere dei paletti, oltre i quali non si può andare. Non perché sia vietato, ma perché più semplicemente si entra in quella dimensione liquida in cui la frontiera tra vero e falso è diventata sempre più sfumata».
Il malumore serpeggia ovunque, ma difficilmente trova sfogo in una sede pubblica o istituzionale. Qualche convegno isolato, riflessioni in margine a libri dedicati ad altro come il saggio Antipartiti di Salvatore Lupo (Donzelli), il recente pamphlet di Giulia Martinat Tra storia efiction (Et al edizioni). Per lo più frammenti di un discorso che fatica a ricomporsi. Anche perché da un più profondo esame di coscienza la categoria non ne esce del tutto innocente. «Siamo stati sostanzialmente detronizzati», aggiunge Benigno. «Un tempo eravamo consiglieri del principe, oggi il principe si circonda prevalentemente di economisti e di scienziati sociali. Il distanziamento dal potere potrebbe rappresentare una grande liberazione per la disciplina, ma tra gli storici è mancata una discussione della stessa forza di quella che ha smosso gli antropologi sul ruolo esercitato rispetto al colonialismo. Non possiamo continuare a raccontarci che nell’Italia repubblicana sia esistita una grande storia razionale e oggi siamo in preda all’emotività del post-moderno. Elementi mitopoietici erano presenti anche allora, in funzione di un presente strettamente legato ai partiti e ai grandi movimenti sociali. Abbiamo riflettuto abbastanza? A me non sembra. Abbiamo scelto di dirlo in un modo troppo morbido».
A questi fattori di crisi se ne aggiungono altri, che oltrepassano i confini nazionali. Negli ultimi decenni anche in ambito storiografico s’è formato un “sovramondo” di lingua inglese a cui partecipano culture storiche lontane, dall’India alla Scandinavia. «L’Italia fatica a entrare in questa comunità sovranazionale», interviene Andrea Graziosi, ex presidente della società dei contemporaneisti. «L’università è cambiata, una parte è lentamente scivolata in una chiusura localistica, che ha accentuato l’isolamento di tanti studiosi seri, ritrovatisi soli. E anche il contesto culturale italiano dei primi anni Novanta, con l’esplodere del secessionismo leghista e delle tendenze particolaristiche, ha rafforzato il carattere nazionale degli studi storici, proprio nel momento in cui la storiografia occidentale prendeva atto della sua marginalità nella scena mondiale». Tramontava in quegli anni una prospettiva eurocentrica, ma noi eravamo ipnotizzati dall’emergenza italiana per accorgercene. E il successivo ventennio non ci avrebbe certo aiutato a guardare altrove. «La storiografia occidentale nazionale oggi è spinta ai margini», aggiunge Graziosi. «Ma noi ne stiamo prendendo atto con moltissimo ritardo».
Il peso della tradizione è ancora forte, anche se si sono spezzati i legami delle grandi scuole, avendo smesso la generazione di mezzo di fare allievi, come rileva un’autorità della storia moderna quale Giuseppe Giarrizzo. E alcune specificità italiane come la Controriforma o l’invenzione del fascismo sono temi troppo ingombranti per essere serenamente archiviati. «Ma nello studio del Cinquecento e del Seicento», interviene Verga, «sta crescendo una giovane leva molto attrezzata, capace di rapportarsi all’Italia spagnola in una prospettiva non più vincolata allo schema nazionale dei maestri». Più angusto appare invece lo sguardo della storia contemporanea, che poi spesso si traduce in storia del Novecento. Due anni fa, nella lettera di fine mandato, l’allora presidente della Sissco (la Società italiana per lo studio della storia contemporanea) Graziosi lamentava il rischio di una storia «italo/italiota». «Chi conosce una sola cosa in realtà non sa nemmeno quella. Vale a dire che chi studia la storia italiana guardando solo la storia italiana non può comprenderla, perché non ha nulla dentro di sé con cui compararla, e dunque per capirne originalità e scarti, affinità e ritmi». Graziosi, che è studioso dell’Unione Sovietica, fa notare come la massima parte della produzione scientifica sia concentrata su temi italiani, con un’ostinata insistenza su fascismo e totalitarismi, Resistenza e comunismo. «Mi sembra scarseggino i grandi protagonisti della storia mondiale, esempio India o Cina, trattati da piccoli gruppi di studiosi. Così per parlare con il mondo l’Italia — che riesce a parlare con l’Europa e gli Stati Uniti — è costretta a passare per Londra o per Parigi».
Un altro problema riguarda il rapporto con il tempo: la storiografia italiana fa fatica a stare al passo con la storia presente. «Se negli anni Sessanta», continua Graziosi, «studiosi come Renzo De Felice e Claudio Pavone lanciavano ambiziosi progetti di ricerca sul fascismo e la Resistenza — a meno di vent’anni dalla loro fine — oggi la ricerca storica è spesso ferma agli anni Cinquanta e Sessanta. E gli studi sugli anni Settanta sono affascinati dal terrorismo, certo un problema tragico ma forse sopravvalutato rispetto alla storia successiva del paese rispetto alle sue strutture profonde. Anche le ultime migliori sintesi storiche arrivano agli anni Novanta, dedicando al decennio successivo soltanto pagine veloci».
Quel che affiora è una generale afasia della storia accademica sugli ultimi decenni, indagati con maggior vigore da economisti e sociologi, demografi e scienziati della politica. Un silenzio quasi paradossale rispetto alla facondia della piazza mediatica. E se si ricominciasse proprio da qui, da una rigorosa storiografia capace di interpretare il nebuloso presente? Un modo, anche questo, per ritrovare l’identità perduta.

Repubblica 6.2.14
La seconda età delle macchine
Neoliberismo e rivoluzione digitale nel libro di Brynjolfsson e McAfee
di Enrico Franceschini


LONDRA Stiamo vivendo nella “seconda età delle macchine”. E sono loro a portarci via i posti di lavoro. Fino a non molto tempo fa c’era una risposta di prammatica alle domande sul perché in Occidente il gap ricchi-poveri sia paurosamente aumentato negli ultimi trent’anni, e la diseguaglianza tra l’1 per cento e il 99 per cento della popolazione in Europa e Stati Uniti sia sempre più evidente: tutta colpa di Reagan e della Thatcher. Ma se la ragione di questo profondo mutamento sociale fosse un’altra? È la tesi di un libro che fa molto discutere sulle due sponde dell’Atlantico: si intitola The Second Machine Age, gli autori sono due accademici, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, e la loro tesi è che la responsabilità di quanto è avvenuto sia da imputare più al progresso tecnologico, in particolare alla rivoluzione digitale, che a reaganismo e thatcherismo. È l’argomento del giorno nella pagina degli editoriali diFinancial Times e New York Times, firmato da commentatori autorevoli come Martin Wolf sul quotidiano britannico e David Brooks su quello americano, come sulle copertine dell’Economist e delNew Statesman.
Tra fine anni Settanta e inizio Ottanta il presidente repubblicano e la premier conservatrice, paladini del neoliberalismo, tagliarono le tasse, ridussero la spesa pubblica, avviarono la deregulation dei mercati finanziari, creando economie più dinamiche ma più diseguali. La spinta neoliberista, sostanzialmente proseguita da Clinton e Blair, può avere contribuito alla globalizzazione, che ha portato maggiore benessere a miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo, ma è indubbio che ha fatto indietreggiare la classe media occidentale. Tuttavia la politica del laissez-faire reaganiano o thatcheriano non è stata adottata in modo uniforme in tutto l’Occidente, notano gli autori del libro: eppure il gap ricchi- poveri è aumentato in maniera analoga pressoché ovunque. Negli ultimi tre decenni la diseguaglianza è cresciuta in Svezia, Finlandia e Germania più di quanto sia avvenuto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
La stagnazione del reddito dei ceti medi, sostengono i due economisti, in effetti non è cominciata nella Washington di Reagan o nella Londra della Thatcher, bensì in California, dove nel 1980 Bill Gates e Steve Jobs muovevano i primi passi della rivoluzione digitale. È stato questa svolta tecnologica a infliggere una botta senza precedenti alle masse, afferma il loro studio.
La gente ha sempre temuto che nuove tecnologie rendessero obsoleto il lavoro umano e riducessero l’occupazione, ma finora era sempre avvenuto il contrario: la rivoluzione commerciale del ’700 e quella industriale dell’800 hanno creato più lavoro, non meno, e diffuso più benessere. Ma la rivoluzione digitale è differente. Con essa i posti di lavoro diminuiscono, anziché aumentare. Il libro cita un caso tipico. La Kodak, fondata nel 1880, al suo apice aveva quasi 150mila dipendenti. Instagram, lanciato nel 2010, ne aveva in tutto quattro. Nel 2012 è stato venduto a Facebook per un miliardo di dollari, e Facebook, con un valore immensamente più grande di quanto la Kodak abbia mai avuto, impiega appena 5mila persone. Almeno una decina delle quali sono ricche dieci volte di più di George Eastman, fondatore della Kodak.
Ecco perché la “seconda età delle macchine” è anche un’era di crescente diseguaglianza. Bastano aziende di pochi programmatori o ingegneri elettronici per creare servizi utili a miliardi di persone e in grado di generare miliardi di utili. Tanti mestieri stanno scomparendo, rimpiazzati dalle macchine: si è cominciato con i lavori più umili, dalla cassiera di supermercato all’impiegato di banca, presto potrebbe essere il turno di avvocati e altri professionisti. Il libro dei due studiosi americani non offre una soluzione al problema: al momento non c’è molto, concludono gli autori, che i leader politici possano fare per invertire la tendenza. Una recente storia di copertina dell’Economist giunge alla stessa conclusione: “Cosa può fare la tecnologia ai lavori di domani”, s’intitolava, accompagnata dall’immagine di un tornado che sconvolge un ufficio di impiegati seduti alla scrivania.

IL LIBRO The Second Machine Age di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (Norton & Company)

l’Unità 6.2.14
Nasce il sito Rai dedicato alla classica
di Ri. Va.


HA POCHI GIORNI DI VITA IL PORTALE RAI (WWW.CLASSICA. RAI.ITI) DEDICATO ALLA MUSICA CLASSICA. Un unico luogo in cui saranno presenti tutte le informazioni e i contenuti relativi all`offerta di musica colta Rai. Appuntamenti televisivi, radiofonici e web con link ai siti relativi e alle dirette web, una guida programmi su misura per gli appassionati di musica classica, lirica, jazz e di danza con approfondimenti agli eventi proposti (programmi di sala, libretti d`opera, interviste ai protagonisti), nonché speciali curati dalla redazione di Rai Classica. Il portale diventerà presto anche un ricco archivio, dove gli appassionati avranno a disposizione molta della musica che Rai ha prodotto in oltre 60 anni. Questa sera alle 21 un concerto dal gusto «francese » dell`Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Pascal Rophé. In programma la Sinfonietta di Francis Poulenc e le Danses per arpa e archi di Claude Debussy, interpretate da Margherita Bassani, prima arpa dell'Orchestra Rai, e il poema sinfonico An American in Paris di George Gershwin. In chiusura una delle più celebri pagine della storia della musica: il Bolero di Ravel.