domenica 9 febbraio 2014

Corriere 9.2.14
Grazie all’Italicum concordato con Matteo Renzi
Berlusconi carica i Club: si può vincere da soli
Intervento a sorpresa a Milano: o la va o la spacca
L’euro è una moneta straniera
di Maurizio Giannattasio


L’unica interruzione arriva dal neoconsigliere politico, Giovanni Toti. «Presidente si sieda pure». La risposta è bruciante: «Ma per chi mi avete preso? Per un vecchietto di 78 anni?». Per il resto, Silvio Berlusconi, anche se provato dalla caduta sulla pallina di Dudù («un volo di quattro metri»), è un fiume in piena, inarrestabile. Prima due collegamenti telefonici, uno con la Sardegna e l’altro con Aquileia, poi il blitz a sorpresa al Primo incontro dei Club lombardi di Forza Silvio in pieno centro a Milano dove non molla il microfono per oltre due ore. Sul palco ci sono Mariastella Gelmini, Marcello Fiori, Iva Zanicchi e Toti. In platea, in prima fila, Francesca Pascale, oltre a un centinaio di aficionados. Il Cavaliere sente odore di elezioni e si scatena. Incita, sprona: «O la va o la spacca». Chiede a tutti di mettersi pancia a terra: «Avverto lo spirito del ‘94. Il nostro appello sarà accolto da milioni di italiani». Annuncia che ha appena scritto l’ultima pagina del suo instant book contro una certa magistratura che sarà distribuito nei prossimi giorni in rete: «Spiego qual è la magistratura con cui abbiamo a che fare, l’unica tra i Paesi democratici che sia incontrollabile e incontrollata, formata da giudici impuniti che godono di un privilegio medioevale per cui si giudicano da soli». Entra anche nei processi: «Nel processo “Ruby ter” ci sono due testimoni completamente plagiate». Prende le distanze dall’euro: «L’euro per noi è una moneta straniera perché abbiamo rinunciato alla nostra sovranità monetaria». E lancia le sue candidature per le Europee: Toti e Licia Ronzulli, «la nostra europarlamentare più famosa al mondo». Ma c’è anche spazio per l’autocritica: «Avevamo perso il rapporto con le persone e in Parlamento c’erano i nominati. I parlamentari non dovevano tornare a casa e occuparsi dei problemi locali e degli amici che dovevano votarli la prossima volta. E questo ha fatto perdere il contatto con i cittadini». 
Un lungo viaggio di due ore che ricostruisce, dal versante berlusconiano, gli ultimi venti anni in Italia. Per arrivare al punto. Non le Europee, non le amministrative, ma le possibili elezioni politiche. E qui, sarà perché bisogna incitare il proprio popolo, sarà per la foga del momento, Berlusconi fa un’affermazione che fa rizzare i capelli in testa a molti dei presenti: «Solo se siamo in grado di svolgere un’azione capillare delle nostre idee e dei nostri progetti riusciremo a vincere da soli con Forza Italia, conquistando la maggioranza per fare quelle riforme che possono rilanciare il Paese». Le elenca anche: la riforma della burocrazia, del lavoro, delle pensioni, della giustizia, del Fisco. Ancora più esplicito: «Ci sono riforme da fare e che non siamo riusciti a fare per questo limite delle coalizioni. Con un solo partito al governo, che abbia chiare le idee si potrà arrivare a farle». Come dire, niente alleanze con gli altri partiti del centrodestra, un partito solo al comando. Peccato che però questo contraddica tutti i ragionamenti fatti fino a oggi. A partire da quello — forte dei sondaggi — che dà il centrodestra unito anche con Ncd e Casini sopra la soglia del 37 per cento. In molti, tra i maggiorenti di Forza Italia, hanno preso l’uscita dell’ex premier cum grano salis , ovvero come uno sprone per chi sta lavorando nei Club di Forza Silvio. 
E arriviamo ai Club, l’ultima invenzione del Cavaliere. Di cui spiega la strategia: per controllare le 62 mila sezioni in cui è divisa l’Italia servono 12 mila Club. Per ora ne sono stati aperti 5366. Ogni Club controllerà 5 sezioni. Ci sarà un presidente del Club mentre tutti gli altri godranno della carica di vicepresidenti («Perché a ognuno fa piacere uno status») e assicura di aver ideato un «giuramento segreto» che ogni iscritto dovrà formulare solennemente davanti al proprio presidente. «È una mia idea, è fantastica, resterete tutti con la bocca aperta». 


Repubblica 9.2.14
Il Partito democratico
Italicum, minoranza pd all’attacco per conquistare preferenze o collegi
Cuperlo: ma non spezziamo la corda
Emendamento vieta l’uso della riforma se resta il bicameralismo
di Giovanna Casadio


ROMA — «L’Italicum va cambiato ». Nell’incertezza che accompagna la situazione politica, la sinistra del Pd non arretra sulla legge elettorale, né nella richiesta di un nuovo governo. Domani Gianni Cuperlo, il leader della minoranza, ha convocato una riunione del “correntino” nel primo pomeriggio in vista dell’assemblea serale del gruppo parlamentare democratico. Ci dovrebbe essere anche il segretario Matteo Renzi. Alla vigilia del ritorno dell’Italicum in aula, martedì, si parlerà di emendamenti, di riforme e di governo. A legare infatti le cose c’è una considerazione semplice che il “correntino” continua a ripetere: «Serve un governoforte capace di dare prospettiva alle riforme istituzionali». Nico Stumpo insiste sul punto.
E a Renzi sarà posto un aut aut: chiarire una volta per tutte che l’Italicum non entra in vigore fino a quando non è passata la riforma del Senato. La formulazione dell’emendamento è di Giuseppe Lauricella, ma lo condividono in molti, inclusa Rosy Bindi. «Diversamente — ha spiegato Lauricella — non si tiene più nulla: l’Italicum sarebbe peggiore del Porcellum». Stumpo rincara: «Deve essere chiaro che la nuova legge elettorale vale soltanto per la Camera perché il Senato sarà diventato Camera delle autonomie».
Se il premier Letta non vuolefarsi cuocere a fuoco lento da Renzi e accelera sulla verifica di governo, ugualmente per il segretario dem la navigazione della legge elettorale in Parlamento è la prova del nove della sua leadership. La sinistra del Pd tira la corda, pur garantendo — come ha detto Cuperlo — di non volerla spezzare. Tuttavia sul tavolo domani sera saranno riproposti tre gruppi di emendamenti: “no” alle liste bloccate (con le preferenze, i collegi uninominali o le primarie obbligatorie per legge); ristabilire la parità di genere vera (alternanza dei capilista); e appunto legare l’Italicum alle riforme istituzionali. Quest’ultima è una clausola di salvaguardia. Alfredo D’Attorre, bersaniano, ironizza: «Ottima notizia l’autocritica di Berlusconi sul Parlamento di nominati grazie al Porcellum... «. Riproporrà nell’assemblea dei deputati dem la questione delle preferenze. In aula i trabocchetti all’Italicum pattuito tra Renzi e Berlusconi sono molti proprio perché si salda un fronte trasversale. Sulla soglia più bassa per i piccoli partiti ad esempio, il fronte va da Vendola ad Alfano. Il leader di Sel ha detto al presidente Napolitano nei giorni scorsi i dubbi di costituzionalità sul nuovo modello elettorale.
Ma la minoranza dem ha preparato anche un documento di programma per il nuovo governo (pubblicato sull’HuffingtonPost)con alcune ricette economiche soprattutto su lavoro, politiche industriali e di bilancio. «Una ripartenza del governo è indispensabile», afferma Cuperlo ricordando la difficoltà di rapporto tra il paese e il governo e il dramma sociale che una grossa parte del paese sta vivendo. Aggiunge: «Mi sono permesso di dire che serve chiarezza. Letta vuole essere la guida della ripartenza? Indichi gli obiettivi e noi lo seguiremo. C’è un’alternativa? Discutiamone apertamente. Quello che non possiamo permetterci è un governo con i nostri ministri ma che non sosteniamo in maniera convinta. Il paese con le sue difficoltà può rimanere ai margini della nostra discussione? No, non è possibile».
I renziani dal canto loro oscillano tra chi teme che la staffetta del segretario a Palazzo Chigi sia solo un trappolone e chi è convinto si possa fare. Dario Nardella, ex vice sindaco di Firenze, invita alla cautela: «Mi aspetto che Letta dia nuovo vigore al governo, eviterei operazioni di Palazzo».

Repubblica 9.2.14
Fassina: per completare le riforme necessari 24 mesi, può riuscirci solo un governo forte
“Ci vuole un esecutivo di svolta se Letta non ce la fa tocca a Matteo”
intervista di G. C.


ROMA — «Se si va avanti così, si logora il governo e si logora il Pd. Per questo ci vuole discontinuità nell’esecutivo ». Stefano Fassina, ex vice ministro dell’economia, bersaniano, giudica il rilancio del governo Letta la via maestra da seguire. Ma la subordinata — spiega — è una staffetta con Renzi a Palazzo Chigi.
Fassina, è la mossa giusta l’offensiva annunciata da Letta?
«Si, il premier affronta il punto principale e cioè che il programma del governo va rivisto in modo significativo per quanto riguarda la politica economica. E poi c’è la questione del rapporto tra Pd e governo. L’iniziativa di Letta porta a un chiarimento ».
Ma se non si cambia, si va al voto?
«È inevitabile. Spero che l’iniziativa di Letta consenta di superare la fase di incertezza, proprio per evitare lo scivolamento dell’attività di governo nell’ordinaria amministrazione e verso un logoramento del Pd».
Il Pd affonda con il galleggiamento dell’esecutivo Letta: sta dicendo questo?
«Durante il governo Monti abbiamo visto che agli occhi dei cittadini non vale la distinzione tra chi sta al governo e chi vota per i provvedimenti proposti dal governo. Noi Democratici abbiamo già pagato gli errori del governo Monti. Adesso possiamo continuare a sostenere un governo Letta solo dopo avere rivisto programma e squadra. Ci vuole discontinuità».
Cosa intende per discontinuità?
«Innanzitutto discontinuità di programma. Faccio alcuni esempi che sono nel programma preparato come minoranza del Pd. Sulla politica di bilancio, la linea dettata da Bruxelles porta alla stagnazione, mentre servono investimenti per l’economia. Data l’emergenza lavoro sul fronte giovanile, proponiamo la creazione di un “Servizio civile per il lavoro”. Vanno potenziati gli incentivi fiscali per i contratti di solidarietà (da finanziare mediante i risparmi di spesa per le indennità di disoccupazione e la Cassa Integrazione). Il programma di vendita di quote delle aziende pubbliche (le Poste) va rivisto e subordinato a specifici piani industriali. I proventi devono andare a finanziare il “Servizio civile per il lavoro”, invece che a una irrilevante riduzione di debito pubblico».
Ma ci vuole un governo Renzi o basta una verifica dell’esecutivo Letta e un rimpasto?
«La via maestra è creare le condizioni perché ci sia un governo Letta di svolta a partire dalle questioni di programma. Ma se intorno a questa soluzione non si raccogliesse tutta la forza del Pd, allora dobbiamo prevede anche che Renzi diventi premier».
Il sospetto è che voi anti renziani vogliate in questo modo bruciare Renzi.
«Il segretario si brucia anche se resta fuori da un esecutivo che non riesce a dare le risposte di cui il paese ha bisogno. Per completare le riforme istituzionali con la trasformazione del Senato ci vogliono 24 mesi, occorre un governo forte».

il Fatto 9.2.14
Verso le europee Barbara Spinelli
Salviamo l’Europa dai conservatori e dagli euroscettici
di Stefano Feltri


Ci sarà un momento per parlare di candidature, per discutere di quanto coinvolgere i partiti, per capire se la rinascita della sinistra italiana passa da Atene. Ma per ora Barbara Spinelli, editorialista di Repubblica , scrittrice, sempre europeista e sempre più critica, vuole parlare delle ragioni che hanno spinto lei e un gruppo di intellettuali a lanciare una lista italiana a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, capo del partito greco Syriza, alla commissione europea in vista delle elezioni di maggio.

Barbara Spinelli, lei ha contribuito a portare nella politica italiana un leader greco, Alexis Tsipras. Qual è il primo bilancio dopo la sua visita a Roma?

Ha riempito un vuoto. Sono rimasta stupita perché i grandi giornali hanno coperto pochissimo l’iniziativa, ma quando Tsipras era al Teatro Valle c’era la strada piena di gente che non riusciva a entrare. Per ora è un successo, ma è un’iniziativa molto difficile. La cosa più complessa sembra inserirsi tra euro-scettici e forze moderate. In Italia c’è una maggioranza molto critica dell’Europa ma che non la vuole sacrificare: i sondaggi parlano chiaro. Ed è così anche in Grecia. Tsipras è cambiato molto dalla campagna elettorale del 2012: ha fatto una vera evoluzione europeista, anche per tenere conto della volontà popolare. C’è una parte settaria della sinistra greca che è molto anti-euro, ma lui ha deciso di imporre una linea europeista.

Questo però sembra il momento degli euroscettici.

La crisi è stata un colpo durissimo all’economia europea, al welfare, ma anche un rivelatore della perdita di sovranità degli Stati nazionali congiunta con la crisi delle democrazie. Ha mostrato che siamo a un bivio: bisogna capire dove vengono dislocati i poteri persi dagli Stati. Ci sono due grandi linee politiche in Europa. La prima: abbiamo fatto l’Europa, grosso modo va bene, bisogna migliorarla con piccole riforme. La seconda linea è quella di chi considera questa Europa una micidiale minaccia alle sovranità nazionali, da recuperare. Alla destra estrema che dice queste cose da anni si è aggiunta durante la crisi una buona porzione della sinistra e parte del M5S. Due linee apparentemente antagoniste ma complici nella difesa dello status quo.

In che senso?

Abbiamo perso sovranità nazionale e i poteri sono passati a entità superiori su cui non c’è controllo: le forze del mercato, gli Usa. Si determina una strana complicità tra i difensori del mercato che si aggiusta con le proprie forze e chi più violentemente critica questo approccio. L’iniziativa Tsipras serve a far capire che è possibile una linea fortemente europeista che denuncia questa complicità tra i no e i sì, una linea che io chiamo degli “europeisti insubordinati”. I poteri non devono “evaporare”, per usare un’espressione di Giuliano Amato, ma essere trasferiti all’Europa, alle sue istituzioni politiche che vanno radicalmente cambiate perché oggi non sono in grado di rappresentare un punto di riferimento politico forte alternativo alle forze del mercato.

Ma le istituzioni europee sembrano bloccate.

Siamo in una situazione simile a quella in cui Alexander Hamilton, ministro del Tesoro americano, usò la crisi del debito dopo la guerra d’indipendenza per passare da una confederazione molto lasca di Stati a una federazione, con poteri più forti, anche impositivi. In Europa il rischio è il ritorno alla situazione di prima della Seconda guerra mondiale: balance of power tra Stati in cui conta la volontà del Paese più forte. É naturale che la Germania diventi il Paese egemone anche se non lo vuole. Tutto quello che conta viene deciso dal Consiglio europeo, cioè dagli Stati, sulla base di un metodo assurdo, che porta alla distruzione delle istituzioni: l’unanimità.

L’unico motore rimasto pare la Bce.

La Bce è un’istituzione federale, ma non ha legittimazione democratica. É come se Hamilton invece di usare la crisi del debito per arrivare alla Costituzione federale avesse cominciato dalla banca centrale. La Bce ci ha salvato più volte. Il problema è la politica che lascia alla banca centrale un compito che non sarebbe suo. La creazione di un’Europa politica permetterebbe infine alla Bce di divenire una Banca prestatrice di ultima istanza. E dopo il momento hamiltoniano servirebbe quello rooseveltiano.

Cioè un piano per uscire dalla recessione.

Non ci si può limitare alla battaglia contro l’austerità. Il momento rooseveltiano è l’idea del New Deal, o del Piano Marshall, come dice Tsipras: gli Stati devono stare attenti all’indebitamento, quindi spetta all’Europa occuparsi della crescita per tutta l’Unione.

E chi paga un New Deal europeo?

L’Europa deve cominciare a imporre tasse. Non c’è tassazione senza rappresentanza, ma è vero anche il contrario. Penso alla tassa sulle transazioni finanziarie e sulle emissioni di anidride carbonica. Secondo le stime valgono 40 miliardi ciascuna. La tassa sulle transazioni finanziarie è stata già approvata, in teoria.

Sì, ma poi le risorse della Tobin Tax sono rimaste a livello nazionale.

Dobbiamo renderla davvero europea.

Quando si è negoziato il bilancio europeo dei prossimi sette anni, pochi mesi fa, tutti i Paesi dell’Unione hanno lavorato per ridurlo, tanto che poi il Parlamento europeo lo ha bocciato.

Prima c’è stata una bocciatura, poi il compromesso sull’impegno di rivederlo nel 2016. Questa vicenda dimostra che i Consigli europei andrebbero proprio eliminati: i governi, con scelte come quella di ridurre al minimo il bilancio comunitario, vanno contro gli interessi dei loro stessi cittadini.

In questi anni l’Europa è cambiata tantissimo, c’è il fondo Salva Stati, l’inizio di un’Unione bancaria, un coordinamento di politica economica. Non basta?

Abbiamo ottenuto alcune cose necessarie, le autorità di Bruxelles considerano superata la fase acuta della crisi del debito. Se non vengono accompagnate da un cambiamento radicale delle istituzioni e da un New Deal europeo, questi piccoli passi rischiano di essere distruttivi perché confermano la vulgata secondo cui si sono salvate soltanto le banche. Mentre una gran parte dell’economia reale europea resta in uno stato di sofferenza acuta. L’operazione è riuscita ma il malato è morto.

L’idea di uscire dall’euro ha parecchi seguaci.

É un’illusione pensare che lo Stato nazione torni com’era. Abbandonare la moneta unica per recuperare sovranità servirebbe solo a rendere la lira più dipendente dal marco e dal dollaro, il Paese diventerebbe un orpello di poteri su cui meno che mai avrebbe un controllo.

il Fatto 9.2.14
Al voto al voto
Europa e Italia, la speranza parla greco
di Furio Colombo



Roma, ai giorni nostri. Siamo in un teatro (il Valle occupato) affollato all’inverosimile. C’è folla anche in strada, al punto da bloccare il traffico. In uno dei  palchetti in cui ho trovato uno spazio, forzando un po’ fra il gruppo che era già entrato, una signora mi dice, indicando la folla, sopra e sotto di noi: “Ma le pare che alla nostra età dobbiamo ricominciare a cercare casa?”. Si vede al primo colpo d’occhio che, con l’eccezione di un dieci per cento di figli e di giovani occupanti del teatro, che fanno da “maschere” e da servizio d’ordine, l’intero spazio è occupato da persone decisamente sopra i cinquanta. Non sto per dirvi che adesso i giovani fanno politica da soli, in silenzio davanti allo schermo del computer. Ma devo ricordare i messaggini che ogni due o tre minuti arrivavano, via telefonino, dalle fonti a cui sei collegato.

Ore 15: “Il Quirinale per il rilancio di Letta”. Ore 16,15: “Renzi preme per la staffetta”. Ore 17: “Il segretario: Enrico ci dia risposte”. Ore 17,39: “Nel caso di Renzi capo del Governo, scatterà una crisi formale, ma non al buio”. E anche: “Enrico: Matteo ci porta al voto, Alfano sei avvertito”. Ore 18: “Toti non si sbilancia. Renzi al governo? Facciano loro. Berlusconi mantiene i patti”. Alla stessa ora, nel teatro stracolmo, arriva il deputato greco Alexis Tsipras, 42 anni, leader di un partito chiamato Syriza, che i commentatori definiscono “di sinistra radicale” e che, nel suo Paese è in testa a tutti i sondaggi. Resta in piedi, ai bordi del palco, e accanto a lui ci sono alcuni di coloro che lo hanno chiamato (Spinelli, Flores d’Arcais, Luciano Gallino). Lo hanno fatto perchè, come dice la vignetta sulla prima pagina del Manifesto, “La politica è uno di quei mestieri che gli italiani non vogliono più fare”.

TSIPRAS SALUTA col pugno chiuso. E bisogna dire subito che in tutta quella folla non c’è ovazione o tripudio, c’è molta attesa, una grande attenzione. E silenzio, come se Tsipras – pur ben tradotto – non parlasse greco. Perché ciò che ha da dire è qualcosa che non si sente da tempo in questo Paese affamato di buon senso. Sta parlando non di sé ma di politica. Sta parlando di Europa non come se fosse imminente il giudizio universale o la rivoluzione di Ottobre.

Sta parlando per coinvolgere, non per annunciare cose già decise altrove, da altri, e dare ordini. La gente qui dentro respira nonostante la folla che preme, perché, ascoltando quest’uomo normale, si sente liberata da due incubi: le esibizioni del duo Enrico-Matteo, che più si chiamano per nome e più si fanno scherzi che non ci riguardano. E la voce dalle alture della rete, sempre parecchio al di sopra dei toni umani, e come in preda a una ispirazione spaziale.

Le proposte che il giovane deputato greco vuole condividere con la sua folla di militanti anziani di tante sinistre italiane che non sanno più dove andare o per chi votare, sono di due tipi: una strategia di salvezza da una crisi che non è affatto finita e che può fare ancora molte vittime. E un assetto diverso dell’Europa. Dunque una cosa è chiara, e appare subito opposta alle due mortali visioni italiane: l’Europa non si rinnega anche se ha imposto un percorso di errori. Ma gli errori non si venerano come se fossero le tavole di una legge superiore. Le democrazie si cambiano o si correggono con le elezioni.

Il primo punto della intensa presentazione di Tsipras è il debito. Sotto il peso del debito, se l’Europa continua a esigerlo da implacabile esattore, come ai tempi di Dickens, ci sono Paesi destinati a morire. Come avevano detto e ripetuto, finora invano, i due Nobel per l’economia Stiglitz e Krugman, nessuna grande crisi, da quella del 1929 negli USA alla rinascita della Germania nell’ultimo dopoguerra, è mai avvenuta senza la remissione del debito.

Quando si dice “piano Marshall per l’Europa” è di qui che bisogna partire: affrontare con una visione chiara e realistica il problema del debito che attanaglia tutti i Paesi del Sud e che gli stessi generatori del debito (governi, banche, classi agiate) tendono ad attribuire alla esosità dei poveri. Qui si colloca il tema immenso del costo del lavoro che Tsipras propone così: “Come salvare l’Europa dall’Europa”, visto che la minaccia non è la povertà (a meno di farla crescere invece di affrontarla) e non è il costo del lavoro, poiché isolando e abbandonando chi lavora si blocca ogni ripresa e si resta a languire nella deflazione. Il problema è una politica del lavoro che non esiste. E un controllo attento, intelligente, delle grandi risorse economiche, affinché non svaniscano, senza tasse, in pura finanza apolide.

NELL’IMMAGINAZIONE realistica e concreta del deputato greco, il parlamento europeo dovrà avere un ruolo vero, vincolante, finora mai avuto. La attuale camera di consultazione che lascia libere le mani di tutti, e si espone alle decisioni di centri di potere extra-politici, legati a ben altri interessi, ci inchioda alla crisi. Tsipras introduce due concetti che non dovrebbero mancare nella campagna elettorale del maggio prossimo: il problema del debito, che non può essere abbandonato sulle spalle dei poveri, del lavoro e di una nuova vasta classe di esclusi. E i Paesi del Sud, che sono indispensabili all’Europa ma usati troppo facilmente come capri espiatori e colpevoli perenni, esposti a un giudizio e a una condanna senza fine.

A questo punto il lettore ha intravisto l’immensa distanza fra l’Italia di Matteo, di Enrico, del Mago virtuale e dei suoi associati dai fatti veri. E ha capito perché è necessaria in Italia una lista Tsipras di persone vere per le prossime elezioni europee.

Repubblica 9.2.14
L’incontro
A Palazzo Chigi il premier vede Tsipras “Giusta la visione eurocritica, non distruttiva”


ROMA — Dopo 45 minuti di chiacchierata sono più i punti di contatto che quelli di distanza: dal riconoscimento che l’Europa non può nutrirsi di sola austerità alla necessità di cambiarne le politiche fino alla lotta ai populismi che attraversano il Vecchio Continente. Il premier Enrico Letta incontra a Palazzo Chigi Alexis Tsipras, il leader del partito greco Syriza, in tour in Italia per presentare la sua lista in vista delle Europee. L’incontro, chiesto da Tsipras, era il primo in agenda per il presidente del Consiglio rientrato da Sochi. Un colloquio in cui Letta, alla vigilia del semestre italiano di presidenzadella Ue, ha ascoltato il leader dell’opposizione greca e le sue ricette contro l’austerità «che — ha detto Tsipras — è alla base della disoccupazione nell’Europa del Sud», per una nuova politica dell’immigrazione, e la proposta di una conferenza sul debito, «per sbloccare risorse per lo sviluppo». Letta, da parte sua, ha apprezzato il lavoro di Tsipras in Grecia «per arginare il populismo di Alba Dorata » e il suo sguardo «eurocritico ma non distruttivo». Restano le differenze sulle ricette economiche per uscire dalla crisi.
(m. fv.)

il Fatto 9.2.14
Letta super galleggiante
Il premier coperto dal Colle: noon si può cambiare governo ora, ci sono troppi decreti in scadenza
E martedì inizia la guerra “tutti contro tutti” sulla legge elettorale
di Wanda Marra



Io non ho nessuna intenzione di dimettermi. Il modo di procedere di Matteo è inaccettabile”. Durante la direzione del Pd di giovedì un “arrabbiatissimo” Enrico Letta avrebbe chiarito così la sua posizione ad alcuni renziani. Ed ecco, allora, che ieri è arrivato l’annuncio in conferenza stampa da Sochi: “Da lunedì prenderò l’iniziativa per sbloccare la situazione, dopo essermi consultato con Napolitano, con il nuovo patto di programma”.

FELPETTA della Nazionale olimpica, mentre ricorda che “lo sport è un gioco di squadra”, Enrico passa al contrattacco. Di certo, non può aspettare che Renzi detti i tempi, arrivando indisturbato al 20 febbraio, data fissata per decidere vita o morte del governo. E soprattutto Napolitano ha fatto sapere in questi giorni che per lui l’essenziale è la “continuità” e dunque Renzi 1 ed elezioni non sono all’ordine del giorno. E poi, c’è la legge elettorale e 8 decreti in scadenza, tra febbraio e marzo. Asse rinsaldato, cappello protettivo di nuovo garantito. Martedì arriva in Aula l’Italicum, la legge elettorale che il segretario dem considera un test su se stesso. Il voto in Aula è un’incognita: reggerà l’accordo con Forza Italia? La Camera licenzierà la legge, consegnando a Renzi le chiavi per andare al voto, oppure l’affosserà, rischiando che questi dia corso alla sua minaccia di porre fine alla legislatura? E fino a che punto minoranza Pd e Ncd affosseranno o stravolgeranno la legge in base a calcoli sul loro futuro? Trappole multiple. Se Letta si mette la felpa,Renzi si dedica al tour elettorale in Sardegna. Camicia bianca, jeans, bagni di folla. E in mattinata controbbatte gelido al premier: vuole ridare slancio all’azione del governo? “Era ora”. L’annuncio ha l’effetto di una dichiarazione di guerra. Non si capisce bene quando deve avvenire: siti e tv rimandano la notizia che Letta salirà al Colle lunedì, ma da Palazzo Chigi smentiscono: ci andrà “dopo l’Italicum”. Una scelta dei tempi per non dare alibi al segretario e nello stesso tempo aumentare la pressione su di lui. Letta andrà a ribadire la sua posizione: intende andare avanti. Per farlo, è disposto a un “rimpastino”, inserendo nella lista dei ministri tutti i renziani del caso. Maria Elena Boschi alle Riforme, Yoran Gutgeld vice dell’Economia. Dario Nardella e Lorenzo Guerini. Oltre alla promozione di Graziano Delrio al posto di Alfano. Mettere suoi uomini al governo è la situazione che il sindaco di Firenze gradisce meno: ma l’altro proverà a inchiodarlo, magari nominandoli autonomamente. Loro dovrebbero dire di no. Ma a Renzi toccherà motivare il rifiuto generale. Sul piatto non c’è un Letta bis, che implicherebbe una crisi e delle consultazioni con esito dubbio. Toni e posizioni forti quelle che trapelano: “Non è che siccome qualche giovanotto con troppo testosterone vuole fare il sottosegretario, allora si fa il Renzi 1”, dice un lettiano doc. Chiarisce dal canto suo, il ministro Delrio: “Non c’è in nessun modo una volontà di Matteo di andare a Palazzo Chigi”. Lo stesso Matteo ai fedelissimi ribadisce: “Io non chiedo niente, sono oggetto di molte pressioni, sono tranquillissimo”. Ma, spiegano i renziani, il quadro così non si tiene, con un governo fermo e le parti sociali che lo sfiduciano. Dunque, comunque vada dopo il semestre europeo l’avventura di Letta è finita. A questo punto gli scenari sono tre: altri otto mesi di governo Letta, elezioni, governo di legislatura. E nel borsino quotidiano, sale la prima ipotesi, crolla la terza, resta la seconda.

IN MEZZO a questa guerra di nervi arriva martedì in Aula l’Italicum. Più di 400 emendamenti, tempi contingentati (22 ore). Si inizia martedì, si arriverà a giovedì o venerdì per l’approvazione. Poi tocca al Senato. Prima di tutto c’è da capire se la legge effettivamente passerà. E poi ci sono le trappole, nascoste negli emendamenti. Prima di tutto, quello Lauricella, dal nome di un deputato Pd, secondo il quale la legge deve applicarsi solo alla Camera, e non al Senato. Un modo per renderla inservibile, almeno per un anno, legandola all’abolizione della Camera alta. Garanzia di durata, la vogliono i piccoli e la minoranza Pd. Poi le preferenze chieste sempre da minoranza Dem e Ncd. Non le vogliono Renzi e Berlusconi. Soglie. I piccoli tutti sono pronti ad una battaglia per abbassare la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, che ora in coalizione è del 4,5%, e potrebbe condannare molti di loro ad essere semplici portatori d’acqua del vincitore. Stessa filosofia ispira il Salva Lega e una norma per il miglior perdente. E davvero reggerà l’asticella del 37% per il premio di maggioranza, con Fi che gioca al ribasso e gli altri al rialzo? Non senza enfasi ieri Renzi diceva alle folle della Sardegna: “Siete fortunati potete votare domenica”.

l’Unità 9.2.14
Decreti e Italicum, ora è alto il rischio trappole
Tutti i trabocchetti delle prossime due settimane. Scadenza il 28 febbraio per quattro provvedimenti chiave
Al Senato la maggioranza è appesa a tre voti, dopo la fuga di Casini e la diaspora dei centristi
di Claudia Fusani



Se fosse un gioco, e non lo è, lo potremmo chiamare Trappole & trabocchetti (al governo).Nel tabellone di gioco sono raffigurati i giorni di quel che resta del mese di febbraio, l’emiciclo del Senato e quello della Camera. L’obiettivo è traghettare a marzo legislatura e governo in ogni sua declinazione possibile - rimpasto, Letta bis, Renzi uno - cercando di fargli evitare tutte le caselle cerchiate di rosso con la scritta «Crisi/pericolo» disseminate qua e là lungo il calendario dei giorni. Fuor di metafora, la situazione politica nei prossimi giorni è un intreccio diabolico tra decreti legge in scadenza (quattro entro fine febbraio), riposizionamento delle singole forze politiche in funzione di quella che sarà la nuova legge elettorale e, di conseguenza, una frammentazione di voti che rende il voto, soprattutto di palazzo Madama, consistente come quello di una lotteria. Cioè appeso più al caso che a variabili prevedibili. Una palude piena di insidie. Le scadenze dei decreti al Senato - tra il 21 e il 28febbraio – su cui il governo Letta misurerà la sua stabilità, incrociano infatti il voto in prima lettura alla Camera della nuova legge elettorale. Martedì pomeriggio cominciano alla Camera le votazioni sull’Italicum. Che è arrivato in aula con la tagliola in Commissione (ostaggio dei Cinque stelle) che ha impedito anche l’adozione dei cinque punti già concordati tra Pd, Ncd e Fi: lo sbarramento per il premio di maggioranza salito dal 35 al 37 per cento; l’abbassamento della soglia per i partiti in coalizione (dal 5 al 4,5%); multicandidature; norma salva Lega (entrano in Parlamento i partiti che raggiungono il 9% in almeno tre regioni); delega al governo di 45 giorni. Sull’Italicum pesano però circa 300 emendamenti. Qualcuno particolarmente indisioso come la norma salva- Sel (entra in Parlamento anche il miglior perdente di ogni coalizione) decisiva soprattutto per il centrosinistra (Renzi teme giustamente una scissione a sinistra). E l’emendamento sul conflitto di interessi presentato da M5S e Sel. Che farà il Pd sapendo che Forza non lo puòcerto votare?

161 VOTI CERTI Così mentre la prossima settimana l’Italicum avvierà il suo periglioso viaggio a Montecitorio, sarà possibile intravedere il posizionamento dei piccoli partiti dell’ex centro che hanno iniziato da giorni una inevitabile polverizzazione con relativo posizionamento a destra o a sinistra. Edè chiaro che il tavolo della trattativa per ottenere qualcosa di più o di meno sulla legge elettorale saranno proprio i decreti in scadenza soprattutto al Senato. Dove la maggioranza è appesa attualmente, al netto della doppia scissione dei centristi (Scelta civica e Popolari; e ora anche Casini e Popolari) a soli tre voti. La torta dei voti di palazzo Madama può contare su 161 voti certi (la maggioranza è 158, compresi i senatori a vita), cioè la somma di Pd (108), Ncd (31), Psi/ Maie/Autonomie (12), Scelta civica (12), due senatori a vita (Renzo Piano e Carlo Azeglio Ciampi; gli altri due, Cattaneo e Rubbia sono nel gruppo Autonomie). Sono passati alle opposizioni infatti Casini e De Poli (Udc) mentre i 10 Popolari di Mario Mauro (che ieri hanno presentato il simbolo) sono ancora tra quelli che son sospesi. In questo momento posizione altamente strategica e redditizia. Incerti anche i 4 senatori cacciati da Grillo e soci. Centosessantuno voti è stato il numero incubo del governo Prodi. E lo sarà anche nei prossimi giorni quando andranno in aula i primi quattro decreti (di un gruppo di otto) in scadenza entro febbraio e la cui bocciatura equivarrebbe a un voto di sfiducia. Entro venerdì 21 devono essere convertiti «Destinazione Italia » e «Svuotacarceri». Il primo contiene le norme per il rilancio economico del paese e per attrarre capitali stranieri. È ancora in aula alla Camera che da martedì, come abbiamo visto, avrà a che fare con la legge elettorale (con i tempi contingentati, cioè massimo 22 ore). Lo «Svuota-carceri» ha già mostrato la sua vulnerabilità nell’approvazione alla Camera (dove però la maggioranza ha numeri sicuri) e al Senato potrebbe aggregare alleanze trasversali e alternative. Che già potrebbero mostrarsi, sempre a palazzo Madama, sul decreto che taglia il finanziamento pubblico ai partiti in maniera graduale entro il 2017 ed è in scadenza il 26 febbraio. Su questo testo nella maggioranza ha alzato la testa Ncd («tagliamo subito tutto adesso») che ha mandato così i suoi segnali a Letta e al Pd. Gli otto senatori di Scelta civica presenteranno il conto al governo e al Pd sull’ex salva-Roma (da convertire entro il 28 febbraio). Un tabellone di gioco molto impegnativo. Sempre che la salita al Colle del premier Letta annunciata per i prossimi giorni (nuova squadra e Impegno 2014) e la direzione del Pd del 20 non facciano saltare tutto prima. In un senso o nell’altro.

l’Unità 9.2.14
Corsa contro il tempo: venti giorni per il sì a otto decreti
di C. Fus.



Venti giorni di fuoco per il governo Letta. Sono otto i decreti in scadenza tra febbraio e marzo e che devono fare la spola tra Camera e Senato. Ognuno di loro pretende file serrate e idee chiare in sostegno dell’esecutivo. Sono quattro le trappole più insidiose.

1)DESTINAZIONE ITALIA Va convertito entro il 21 febbraio. È il fiore all’occhiello del governo Letta, contiene la ricetta per rilanciare l’Italia. È andato in aula alla Camera venerdì scorso in prima lettura. Significa che deve poi andare al Senato in seconda lettura.

2)FINANZIAMENTODEI PARTITI Nato come disegno di legge, rimasto impantanato al Senato, il 13 dicembre è diventato un decreto del governo. Andrà in aula al Senato martedì per la seconda lettura. È gravato da 170 emendamenti, e dovrà tornare alla Camera per il via libera definitivo. Scade il 26 febbraio.

3)SVUOTACARCERI È una delle quattro mosse che governo e Parlamento hanno messo in campo per evitare di far pagare all’Italia decine e decine di milioni di euro di multa a Bruxelles che ci ha condannato per le condizioni disumane delle nostre carceri. È stato approvato alla Camera, è ora al Senato e deve essere convertito entro il 21 febbraio.

4)SALVA-ROMA È uno dei testi più a rischio. Ha già rischiato di suicidare il governo prima di Natale: nato come testo per aiutare gli enti locali in difficoltà - ad esempio Roma - era stato imbottito di mance e prebende le più svariate per il territorio e i suoi parlamentari. Palazzo Chigi lo ritirò e presentò un nuovo testo il 28 dicembre. Scade il 28 febbraio e deve passare ancora in prima lettura. Ancora adesso c’è dentro di tutto: web-tax, affitti d’oro, blocco degli sfratti, tassa di sbarco sulle isole minori.

il Fatto 9.2.14
Dialogo con B.
Violante: “Bisogna capire l’altro”


“Solo la sinistra al cachemire è contraria al dialogo con Berlusconi”. Lui, invece, è sempre stato fra i più disponibili. L’ex presidente della Camera, Luciano Violante, si racconta su Il Giornale di ieri. L’intervistatore lo descrive come un “una persona diversa”, “il capo del partito dei giudici” che ora frequenta meeting religiosi. Ma il nocciolo della conversazione è la politica: legge elettorale e dialogo Renzi-Berlusconi. In merito all’Italicum: “Spero che Renzi ci riesca”. Ma ammette: “Berlusconi beneficerebbe di una proposta che oggi avvantaggia notevolmente il centrodestra”. Poi la giustificazione per inciuci vecchi e nuovi: “È semplice aggredire l’altro invece che provare a capirlo, c’è una rendita politica nella divisione, i pigri aggrediscono invece di sforzarsi di capire”. Infine, un riconoscimento a Silvio Berlusconi: “A volte ha saputo distinguere le sue vicende personali dall’azione di governo”. E un timido consiglio: “So che è difficile, mi permetta di dire che se riuscisse a farlo più spesso ne guadagnerebbero lui e il Paese.”

l’Unità 9.2.14
Chi non vuole i finanziamenti (spesso) non vuole i partiti
di Mario Tronti



Ci sono persone in buona fede. E c’è oggi un umore di massa con qualche Ci sono delle eccezioni singole, di persone in buona fede. E c’è oggi un umore di massa con qualche giustificato motivo. Ma ho imparato, per esperienza, che in genere chi vuole abolire il finanziamento pubblico dei partiti, in realtà vorrebbe abolire i partiti.

Per cui guardo al decreto-legge «recante abolizione del finanziamento pubblico diretto», con diffidente preoccupazione. Si fosse detto riformulazione, si dicesse riforma, come si dice per altre materie, sarei più tranquillo. Ma è entrata, prepotente, nel linguaggio politico questa parola-ghigliottina - abolizione - applicata persino a forme istituzionali, che non è certo rassicurante. C’è in giro una voglia puramente distruttiva, nella storia del pensiero si chiama nichilismo, sicuramente non una bella cosa per dove ha portato nel passato, che non andrebbe accarezzata o addirittura esaltata. Si parla della repubblica costituzionale dei partiti come fosse stato un regime di oppressione da cui uscire con una lotta di liberazione. Si denuncia il rapporto tra lo Stato e le forze politiche organizzate come si fosse trattato di inquinamento con mafia e camorra. No, così non va bene. Va messo un punto fermo, va riscritto l’ordine del giorno che riguarda la crisi della politica, che la rimetta sui piedi e non a testa in giù, com’è oggi.

A testa in giù vuol dire che la malattia della politica viene curata con la medicina dell’antipolitica, per di più a dosi omeopatiche dopate di populismo e di demagogia, che, tutt’altro che guarire, aggravano il male. La polemica contro la casta è stato un veleno iniettato nelle vene dell’opinione pubblica, da cui ha avuto origine questa epidemia della demonizzazione di tutto ciò che è pubblico. A questo punto ci si aspetta sempre che si passi al riconoscimento delle ragioni oggettive di queste pulsioni di folla, corruzione di politici e di amministratori, privilegi immeritati, inefficienza e degrado dei partiti nell’esercizio della loro propria funzione. Non lo faccio, tanto lo fanno tutti. Non voglio indebolire la tesi che oggi la politica dovrebbe assumere per rialzarsi da terra dove è caduta: i rimedi approntati fin qui sono stati peggiori dei mali prima accaduti. Questo ventennio, partito dai referendum sulle leggi elettorali e sul finanziamento dei partiti, con tanto di maggioritario da legge truffa, con altrettanto di bipolarismo da talk show, è stato il punto di storia più basso dell’età repubblicana.

È una tesi dura, lo so. Ma vera. E penso che spetta alla cultura politica della sinistra riprendersi oggi la parola per dire la verità. Tornare al come eravamo? Non sarebbe possibile nemmeno volendo. Manon essere come siamo stati nei tempi recenti, questo si può. Il cambiamento si fa cambiando strada, non cambiando verso sulla stessa strada. Per la crisi della politica, esplosa negli anni Ottanta dell’altro secolo, occorre approntare rimedi diversi da quelli venuti avanti dagli anni Novanta in poi. I partiti non vanno aboliti, vanno riformati. L’autoriforma della politica va messa dentro il processo delle riforme istituzionali, come sua parte organica. Vanno ricostruite le sedi di selezione del ceto politico e amministrativo. E non saranno le Camere dei territori a realizzare questa operazione. È la forma di Stato che va rivitalizzata, nel contesto della sovranazionalità europea. È la forma di governo che va aggiornata, nella nuova governance globale. La macchina che tiene in piedi Stato e governo va ri-professionalizzata, perché la caduta di professionalità, intervenuta nel ventennio, a livello di decisione e a livello di intendenza, è lì la causa di tanta inefficienza. Questo è stato il vero conflitto di interessi del berlusconismo.

Problemi enormi, che incrociano il dramma sociale delle persone e delle famiglie, e che, senza risposta, alla fine provocano più antipolitica della telenovela della casta. Queste, semmai, sono le ragioni da riconoscere. Qui bisogna incidere con la volontà politica. Lo si fa dal livello di governo. Ma non si può farlo senza la pratica dei partiti, che hanno il compito, non di inseguire la piazza ma di orientare l’opinione. La politica ridotta a campagna elettorale permanente, dove non conta il merito dei problemi, quale la soluzione nell’interesse del Paese, ma quanto consenso mi dà il solo sollevare questo problema, ecco la vera malattia da curare: di nuovo, berlusconismo. La questione IMU insegna. Ma analoga è la questione del finanziamento dei partiti. Come lì, quelle risorse si poteva dimostrare che andavano impiegate altrove, per il bene di tutti, così qui, i partiti gettati nel mercato delle donazioni private, si può dimostrare che non potranno più assolvere alla loro funzione pubblica.

Lo Stato ha il dovere di finanziare i partiti, perché i partiti sono un’articolazione di popolo dello Stato. E i cittadini solo così sono liberi soggetti, tutti eguali, della politica. Sta scritto in Costituzione. E sta nella storia delle grandi lotte e delle grandi conquiste dei lavoratori.


il Fatto 9.2.14
Pd, la scomparsa delle Primarie, ora c’è l’acclamazione
Il 16 febbraio il popolo dei gazebo si troverà a dover votare per le segreterie regionali un unico candidato sia in Toscana che in Veneto e in Puglia
di Emiliano Liuzzi



Sono scomparse le primarie. Curioso che, appena preso in mano il partito, Matteo Renzi, grande architetto delle consultazioni alla base, le abbia praticamente azzerate. Il 16 febbraio, il popolo che fu rosso, dovrebbe scegliere i futuri segretari regionali del partito e i futuri candidati a sindaco (si vota in 4601 comuni). Ma non ci sono nè gli uni nè gli altri. Nei posti dove erano più di uno, si sono persi per la strada attraverso gli accordi di corridoio. Dove invece si sono tenute le primarie (Padova) hanno votato in pochi, e dove ci saranno (Modena, per esempio) c’è un sovraffollamento di candidati e correnti. In alcuni posti (Livorno) trovare un candidato è stata una sofferenza.

Da Bari a Modena, tutti renziani

Un paradosso che nella città che ancora soffre di nostalgie da socialismo reale (alla livornese, ovvio) tra le ceneri del partitone si sia fatta molta fatica a trovare il successore dell’attuale sindaco, Alessandro Cosimi. Leggende dicono che fosse stata sondata anche la giornalista Concita De Gregorio e, negli ultimi giorni, si è fatta avanti anche l’ex simpatizzante grillina, Elisabetta Batini, un lavoro importante al Fondo monetario internazionale, figlia di Beppe, grande e democristianissimo avvocato. Dopo tante sofferenze Batini ha fatto un passo indietro, non era il caso mettersi contro la macchina del Pd. Un altro timido candidato c’era anche, Luca Bussotti, già assessore di un disastroso piano della circolazione. Cosi è rimasto il candidato d’apparato, Marco Ruggeri. Sicuramente sarà il candidato, quasi sicuramente finirà in un ballottaggio e per la rossa Livorno sarebbe la prima volta. Dunque niente fiato sospeso. Ogni epoca, probabilmente, ha un suo tempo. Colpa anche del plebiscito che Renzi ha avuto: ormai vallo a trovare uno che – in questa fase – non la pensa come il segretario. Ce ne sono in parlamento, ma quelli in lista d’attesa per occupare le poltrone, mai e poi mai si dichiarerebbero contro il segretario. Erano veltroniani, dalemiani, fassiniani, bersaniani. Dalle parti di Roma ci sono stati anche gli zingarettiani. Oggi sono tutti renziani. Stesse facce, aggettivi che cambiano. Idee sul futuro anche, inclusa la legge elettorale e i rapporti con Berlusconi. E a Firenze candidato unico, Matteo Renzi. Of course. Stessa situazione a Bari dove c’è Antonio Decaro a fare da scudiere della linea ufficiale. A Padova le primarie ci sono state e le ha vinte Ivo Rossi. Ma il flop di votanti è stato evidente: 7096 contro i 12 mila del 2009. Affollata la situazione a Modena dove i renziani hanno proposto un candidato in contrapposizione a Giancarlo Muzzarelli, assessore regionale fedele di Vasco Errani, che voleva un futuro da sindaco della sua città. Probabile che che si ritiri anzitempo, magari con promessa di altra collocazione.

Niente corsa anche nelle Regioni

Senza primarie sono anche le regioni dove il Pd dovrebbe scegliere segretari. Possiamo partire dalla Toscana, terra dove il Pd (e Renzi) sono fortissimi. Il segretario regionale ha già un nome, visto che corre da solo: Dario Parrini, classe 1973, laureato all’università di Firenze con una tesi sul ruolo di Alcide De Gasperi nell’Italia degli anni Cinquanta. Già sindaco di Vinci, professione renziano. Stessa situazione in Puglia. Il futuro porta il nome di Michele Emiliano, sindaco di Bari. Aveva sulla carta un paio di avversari, che poi si sono ritirati. Verrà acclamato. Emiliano, dovrà abbandonare la magistratura (da sindaco ha goduto dell’aspettativa) e per questo ha bisogno di garanzie sul futuro. Che Renzi gli avrebbe già offerto: possibilissimo un suo ingresso in parlamento, in caso di elezioni vista la stima che gode dentro e fuori dal partito. L’elenco dei segretari votati per acclamazione si chiude col Veneto, Roger De Menech, unico aspirante. In Umbria formalmente ci sono due candidati, ma c’è aria di ritiro del contendente (Stefano Fancelli) per scarse possibilità di vittoria. Insomma, parlare di consultazione è impegnativo. Sarà un voto per acclamazione. E i motivi stanno tutti nella dirigenza del Pd. Anche quelli che si dichiaravano cuperliani o qualcosa di molto simile, sono passati sotto l’ala di Renzi. Perché Cuperlo si è dimesso e, quando è stato il momento, non avrebbe difeso i suoi all’interno del partito. Ha giocato una partita da perdente in partenza per poi sfilarsi. Le consultazioni restano congelate in Sardegna dove il problema è molto più complesso, visto che si vota il 16 febbraio per le Regionali, e in Emilia Romagna dove il candidato è quello uscente, Stefano Bonaccini, gran ciambelliere degli enti locali nel nuovo corso renziano. Ovvia la riconferma, ci mancherebbe che lui decida gli altri e non per sé. Caotica la situazione in Sicilia. Due candidati e una situazione assai complessa. Ieri, in una conferenza stampa, il segretario uscente Giuseppe Lupo ha strigliato i suoi: “Sono convinto che Renzi non sappia che in Sicilia alcuni suoi sostenitori appoggiano alle primarie per la scelta del segretario il candidato di Crisafulli e dopo quello che è stato detto proprio su Crisafulli alla Leopolda da Pif credo che Renzi debba fare chiarezza”.

il Fatto 9.2.14
Risvegli
Ciriaco De Mita è pronto: spera di entrare nel Pd
L’anziano dc di Nusco, oggi nell’Udc, non ha intenzione di seguire Casini da B.
di FD’E


Che nemesi. Molto più di Massimo D’Alema, che in questi giorni è il precedente più gettonato, è Ciriaco De Mita l’emblema del bivio cruciale che sta stritolando Matteo Renzi. De Mita, infatti, bruciò la sua parabola politica assommando, caso unico nel grande circo democristiano, le poltrone di premier e segretario politico. E proprio De Mita, che il 2 febbraio ha festeggiato 86 anni, sta preparando in questo ore il suo clamoroso ritorno nel Pd. Colpa di Casini e Berlusconi. Dopo la svolta a destra del capetto dell’Udc, l’ex presidente del Consiglio ha riunito i suoi fedelissimi e in una convention centrista a Napoli ha sparato a zero sulla mossa casiniana: “Tolta al Pdl la base popolare, resta il grillismo. Rimango sconcertato dal fatto che qualcuno possa pensare a un avvicinamento a Berlusconi, populista e antieuropeista. Stare con lui sarebbe irrazionale, è contro natura”.

IMPLACABILE, De Mita rottama anche il patto sull’Italicum: “Casini dice che è una buona legge elettorale. Ma come fa a dirlo? È incostituzionale, nata da un patto tra banditi”. Per De Mita questo è un fine settimana di incontri e riunioni a ripetizione. In Irpinia, il suo ritorno nel Pd, ne uscì quattro anni fa per finire nell’Udc, tiene banco da una settimana. Alcuni suoi amici, rimasti a sinistra, danno per scontato il ricongiungimento con il loro antico leader. Ecco dal sito Orticalab Rosanna Repole, sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi che fa parte dell’assemblea nazionale del Pd: “Noi che veniamo dalla storia della sinistra di base siamo quello che siamo grazie all’esempio di una classe dirigente di cui il presidente De Mita è sempre stato il massimo riferimento. Dovremmo sempre ricordarcelo. Io non ho mai paura dell’intelligenza. Qualora dovesse accadere quel di cui stiamo discutendo il Pd ne guadagnerebbe”. Ed ecco Alfredo Todisco del Pd di Avellino: “Qualora il ripensamento di De Mita dovesse trovare concretezza non potrei che accoglierlo con piacere perché farebbe bene al Pd, soprattutto a quello irpino. Un’evoluzione di questo genere consentirebbe a tanti di oltrepassare l’antidemitismo miope e strumentale, toglierebbe il terreno sotto i piedi ai servi emancipati che in questi anni nulla hanno fatto se non vivere dell’odio e del rancore nei confronti del vecchio padrone”.
NEL PD IRPINO LA SPACCATURA però è profonda. Non tutti ammazzerebbero il vitello grasso per il ritorno del patriarca prodigo. La polemica sfocia nell’analisi storica, vista l’età del personaggio. Andrea Forgione è un altro dirigente dei democratici avellinesi. Ancora dall’informazione locale: “Il demitismo è una cultura politica basata sulla gestione del potere fine a se stesso. Questo fenomeno politico è durato 50 anni e ha visto la sua massima espressione nel secolo scorso”. Conclusione: “Se il Pd dovesse accettare il ritorno fra le sue file del demitismo non aspetteremo un secondo a uscire dal Pd e a votare M5S”. Chissà Renzi come gestirà quest’altro spinoso caso proveniente dalla Campania, dopo la conversione al renzismo del sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca. Per De Mita, il ritorno nel Pd significherebbe però la rassegnazione a un sistema bipolare, abiurando per il momento la fede nel centro, inteso come luogo dello spirito e dell’elaborazione politica. È l’Italicum, bellezza. O da una parte, o dall’altra. 

 il Fatto 9.2.14
Risponde Furio Colombo
Le buche sulla strada di Letta

Chiedo aiuto. Vedo che Berlusconi trionfa nei sondaggi, al punto che Casini corre da lui. Vedo che il Senato si costituisce parte civile contro di lui. Vedo che Letta torna vincitore dal viaggio negli Emirati e il suo partito, freddo, lo invita a scostarsi. Vedo che abbiamo il peggio alle spalle, ma lo abbiamo anche davanti. C’è qualcosa che non va nel sistema delle informazioni o nelle nostre teste?
Claudio


IL CASO BERLUSCONI è il più clamoroso. Mai così in alto (vittoria sicura se si votasse adesso), mai così in basso. La decisione del presidente del Senato di accantonare il voto (consultivo) del Consiglio di presidenza per annunciare che il Senato sarà parte civile (parte offesa) al processo per la compravendita dei senatori, ha provocato stupore, bilanciato solo dalla quasi certezza che il processo cadrà in prescrizione prima di concludersi. L’indignazione e il furore di Berlusconi esplodono in tutte le forme e in tutti i giornali e telegiornali. Ma l’alleanza con Renzi tiene. Renzi è al colmo del suo successo. E, giorno per giorno, fa meno notizia. Letta è fragilissimo, ma tutta la Camera e tutto il Senato, persino nell’avversità di bufere inedite, lavorano per lui. Al Parlamento europeo il Capo dello Stato sorprende con il suo attacco alla politica di austerità. È la stessa politica a cui, sotto la spinta di Letta-Alfano, il Parlamento nazionale lavora alacremente, anche con sedute notturne. La Lega secessionista di Salvini sorprende per una violenta prova di teppismo in aula, nuova persino per loro, interrompendo e insultando Napolitano in pieno Parlamento europeo e di fronte alle telecamere del mondo. Ma, da un lato la stampa italiana descrive l’evento come normale episodio parlamentare, mostrando grande rispetto per l’imbarazzante performance di Borghezio. Dall’altra i leghisti da circo, subito dopo, vanno a stringere la mano al presidente sbeffeggiato, come se fossero attori del Living Theatre. Scorrendo il resto delle notizie politiche e para-politiche, l’elenco continua a volontà. Esempio. Nello stesso giorno e ora in cui Letta si attribuisce tutto il merito, Squinzi, presidente della Confindustria, lo dichiara colpevole del crollo che continua. Ma Squinzi stesso annuncia, grave, che si andrà a votare, senza prestare attenzione allo stato dei fatti: il patto d’acciaio Berlusconi-Renzi suscita (non proprio in tutti) grandi speranze, ma non è la legge elettorale. E nessuno ha deciso che cosa fare del Senato. Intanto i conti dell’Inps sono a posto ma c’è un grande buco. E la segretaria generale della Cgil Camusso annuncia (ma da semplice iscritta) l’espulsione di Landini, leader riottoso della Fiom, ma annuncia anche che non si può fare. Diciamo che la situazione è un po’ confusa, perché, come esito collaterale delle poi defunte “larghe intese”, si è creato un livellamento verso il basso in cui nessun gesto o dichiarazione o minaccia o annuncio conta. Tutti gridano insieme e non accade nulla. Resta la domanda: perché tanti, anche per bene, si prestano a partecipare a questo spettacolo?


Repubblica 9.2.14
Quel western all’italiana dove sparano i pistoleri
di Eugenio Scalfari


IN TANTA babele di lingua, di idee e di comportamenti che sta devastando le società europea e italiana, va segnalato in apertura di queste righe il discorso pronunciato qualche giorno fa da Giorgio Napolitano al Parlamento europeo di Strasburgo.
Molti capi di Stato sono stati invitati da quell’Assemblea ed hanno detto gentili parole di circostanza, ma nessuno era intervenuto esponendo un giudizio sull’Europa di oggi e un’esortazione così intensa e dettagliata su quella di domani, non tacendo né le virtù né i gravi difetti della politica europea fin qui attuata e i suoi protagonisti nel bene e nel male.
Era il rappresentante d’uno Stato membro dell’Unione che ha affrontato dalla più prestigiosa tribuna del nostro continente problemi, posto domande, suggerito soluzioni che soltanto il presidente di turno dell’Unione avrebbe dovuto indicare, ma nessuno investito di quella carica l’ha finora mai fatto.
Napolitano ha parlato dell’Europa ma anche dell’Italia; ha approvato la politica dei sacrifici a noi imposti perché necessari, ma ha stigmatizzato il fatto che il rigore fosse ormai diventato un’ideologia dei Paesi più ricchi che non si rendono conto della necessità ormai impellente di puntare sulla crescita economica, sull’occupazione, sull’equità sociale che alimenta lo sconforto e la rabbia contro l’Europa stessa, la sua moneta comune, le sue ancora fragili istituzioni.
Qualcuno potrebbe osservare che forse Napolitano sia andato oltre i limiti che la sua carica gli consente. Chi ha fatto un mantra della critica e a volte addirittura dell’insulto contro di lui l’ha già detto, ma è una delle tante falsità faziose che abbondano purtroppo nel nostro Paese. Il suo discorso a Strasburgo è nel solco della grande politica europea di Adenauer, De Gasperi, Monnet, Delors, Schmidt, Kohl e di Altiero Spinelli che firmò il manifesto europeista di Ventotene assieme ad Ernesto Rossi, ambedue condannati al confino dal regime fascista allora vigente. Napolitano ha ricordato Spinelli come il profeta dell’Europa la cui costruzione è purtroppo ancora incompiuta anche se mai come ora ce ne sarebbe bisogno. È stato un intervento appassionato ed anche un’apertura di orizzonte e una scossa, quasi una frustata all’Europa e all’Italia per la quale ha posto due obiettivi a salvaguardia di un Paese che sembra stia brancolando alla cieca: la continuità e la stabilità del governo in carica, la maggiore dinamicità cui deve dare tutta l’energia possibile nell’ambito delle risorse delle quali dispone e poiché sono scarse deve agire sull’Europa, utilizzando le possibili alleanze e la propria fermezza di Paese fondatore di una storia che rischia di impantanarsi in una tecnocrazia dominata dagli interessi di pochi a danno dell’Unione nel suo insieme.
I protagonisti della nostra politica e i cittadini consapevoli dell’impegno civico del quale tutti dovremmo dar prova dovrebbero leggere il testo del discorso di Napolitano e i media dovrebbero (avrebbero dovuto) dargli un’attenzione maggiore di quanto non abbiano fatto. Preferiscono il gossip la maggior parte dei nostri media, senza capire che il loro ruolo dovrebbe essere quello di informare e al tempo stesso di educare.
***
Guardando ciò che sta accadendo nell’unico partito che esista ancora in Italia, mi viene in mente la tipica scena di ogni film western: la cavalleria di militari o banditi e i carriaggi delle carovane dopo aver superato pianure, attraversato fiumi ed essersi arrampicati su sentieri scoscesi, imboccano alla fine una strada stretta e tortuosa, circondata da alte rocce: una terra di agguati e di trappole. Non sempre i cattivi sono nascosti dietro quelle rocce mentre i buoni percorrono la strettoia; a volte i carriaggi e i cavalieri sono da ambo le parti in quella strada che li porterà ad uno scontro frontale. La vittoria è incerta e gli spettatori attendono il finale per sapere se hanno vinto i buoni, come quasi sempre avviene nei film. Nella realtà invece i tempi sono assai più complicati: chi sono i buoni e chi i cattivi?
E noi giudichiamo dal punto di vista del nostro partito che sempre vorremmo vincesse, o nell’interesse del Paese che non sempre coincide con quello d’un partito?
Questo sta accadendo ora in Italia e non solo nel Partito democratico ma in tutte le forze politiche, grandi o piccole che siano. Se qui ci occupiamo del Pd è perché da esso dipenderanno in gran parte le decisioni degli altri. Letta e Renzi sono i protagonisti ma non mancano i comprimari e la matassa è molto intricata.
***
Gli appuntamenti decisivi sono tre: domani c’è l’incontro al Quirinale tra il Capo dello Stato e Letta e già si conosce il principale argomento di cui discuteranno: il programma del governo dei prossimi mesi per rilanciare l’economia nei limiti delle risorse disponibili e le iniziative da prendere affinché la politica europea renda possibile una maggiore elasticità finanziaria e la sostenga con adeguate provvidenze. Si parlerà anche della sostituzione di ministri già dimissionari o in via di esserlo.
Letta ribadirà la sua intenzione di non dimettersi prima del semestre di presidenza europea che avrà termine alla fine di quest’anno con probabili elezioni generali nella primavera del 2015. Napolitano dal canto suo è del tutto d’accordo, ritiene inopportuno che il titolare diPalazzo Chigi cambi adesso e l’ha espresso con chiarezza anche nel suo discorso a Strasburgo quando ha dichiarato che l’aspetto positivo per l’Italia e per l’Europa è la stabilità, la continuità e l’evoluzione dinamica della Ue verso una vera Federazione.
Molti non hanno afferrato quest’aspetto essenziale di quell’intervento di fronte ad una platea gremita e plaudente e continuano a profetizzare di un’imminente staffetta tra Letta e Renzi a Palazzo Chigi. Sul “Foglio” di ieri l’editorialista Cerasa la dà per certa anche perché il governo Letta è ormai di nessuno, lontano dal Partito democratico e perfino dal Quirinale. Mentana fa la stessa previsione da molte sere sulla sua “Sette” e in ogni trasmissione ne aumenta la certezza.
Questi commentatori ed altri che li riecheggiano non hanno capito (o non vogliono capire) che il governo nominato un anno fa dal presidente della Repubblica e più volte confortato dalla fiducia del Parlamento non è affatto “di nessuno” e non è neppure di qualcuno che non sia il presidente del Consiglio e i ministri in carica, titolari del potere esecutivo cioè di un potere distinto dagli altri poteri costituzionali dello stato di diritto. Per buttarlo giù sono necessarie le dimissioni di chi lo guida o una mozione di sfiducia approvata dal Parlamento.
Parlare di staffetta imminente in questa situazione è un marchiano errore lessicale: la staffetta è una gara di corsa a tappe dove il corridore di una squadra, compiuto un tratto di pista passa il testimone al compagno che a sua volta percorre con la massima velocità il tratto successivo. Il passaggio del testimone avviene per regolamento della gara e si compie col pieno accordo dei compagni di squadra.
Nel caso che stiamo esaminando non esiste alcun regolamento e tantomeno l’accordo tra i corridori. Letta non ha alcuna intenzione di passare il testimone (cioè di dimettersi) e Renzi dice e ripete che, quanto a lui, non ha alcuna intenzione di andare al voto perché — così ha dichiarato appena due giorni fa — forse sarebbe utile a lui ma non certo al Paese. Francamente non credo che sarebbe utile a lui, ma certamente non al Paese ed è intellettualmente onesto a dirlo.
Nel partito ci sono, come è naturale, i pro e i contro, ma tutti continuano a parlare di una staffetta che peraltro è inesistente. Chi vuole Renzi a Palazzo Chigi non ha altra strada che spingerlo a presentare o a votare in favore di una mozione di sfiducia presentata da Alfano il quale tuttavia ha più volte dichiarato che non ne ha alcuna intenzione.
Allora la domanda che ci si deve porre è questa: può il Pd provocare la caduta del governo Letta che gode di ampia considerazione non solo dal Capo dello Stato che l’ha nominato, ma anche dalle principali autorità europee e perfino da quella tedesca, sebbene Letta abbia già manifestato e ancor più manifesterà la sua fermezza in Europa affinché la politica economica continentale cambi senza di che il rilancio della crescita resterebbe di fatto ai nastri di partenza, con conseguenze disastrose non solo per i Paesi poveri ma anche per i più ricchi del continente Giro questa domanda al presidente della Confindustria e a quei membri autorevoli della “Business community” che fanno proposte razionali per il rilancio dell’occupazione e degli investimenti e la giro anche alla Camusso, segretaria della Cgil, che chiedono tutti a Letta di far proprie le loro proposte oppure di andarsene a casa. Ma né Squinzi né i suoi autorevoli colleghi industriali né la segretaria del maggior sindacato di lavoratori indicano le coperture adeguate a rendere attuabili le loro proposte. Non le indicano perché non ci sono o non sono adeguate o sono cervellotiche. Se l’Europa che conta non cambia politica è impossibile procedere al rilancio il cui strumento più idoneo è un taglio consistente del cuneo fiscale che favorisce al tempo stesso le imprese, i lavoratori e quindi gli investimenti e i consumi. Taglio sostanziale con l’aggiunta di ulteriori pagamenti dalla pubblica amministrazione ai propri creditori significa risorse fresche di almeno cinquanta miliardi e forse più. Si possono trovare queste risorse senza un mutamento della politica europea?
In teoria l’alternativa ci sarebbe: un’imposta patrimoniale sui beni immobili e anche mobili. Ma si dovrebbe applicare non solo ai ricchi ma anche agli agiati; per intendersi, non solo a chi ha redditi al di sopra della soglia di mezzo milione l’anno ma a partire dalla soglia di 70 mila euro e cioè alla ricchezza patrimoniale della quale questi redditi sono il segnale.
È possibile socialmente ed anche economicamente e politicamente tassare uno strato di questo genere senza provocare una fuga spettacolare di capitali, una drammatica caduta del valore degli immobili, uno sconvolgimento delle imprese del lusso che sono tra le poche che ancora reggono la competizione ed infine una rabbia sociale non solo dei “forconi” ma di ceti che sostengono l’architettura economico-sociale del Paese? E con un prelievo “una tantum” che non può ripetersi?
Mi piacerebbe ricevere la risposta a questa domanda da Squinzi e dalla Camusso. Mi piacerebbe che fossero loro a proporlo al governo. Diminuire le diseguaglianze, questo sì, bisognerebbe farlo al più presto e in piccola parte si sta già facendo; si tratta di aumentare il numero degli asili, delle borse di studio, dei concorsi che privilegiano il merito; strumenti costosi ma necessari anche se non hanno alcuna attinenza con l’occupazione e i consumi ma soltanto con l’educazione e la cultura preparando a lunga scadenza i frutti in termini di produttività e creatività del sistema.
Queste cose andrebbero dette e ripetute sia da Letta sia da Renzi sia dal maggior partito italiano sia dagli attuali alleati e da quelli potenziali, cioè gli elettori che si sono rifugiati nell’astensione o nei populismi di varie specie ma di analoga natura.
Come si vede, la staffetta non c’è e non ci sarà perché sarebbe soltanto fonte di confusione ancora maggiore di quanto già non ce ne sia.

Corriere 9.2.14
Ventuno leggi in 7 anni e niente controlli
I soldi del volontariato anche ai politici
La giungla del 5 per mille nella relazione della Corte dei conti
Fondi a notai e sindacati
di Sergio Rizzo


Le strade della politica sono infinite. Grazie a ciò il finanziamento pubblico ora tanto apparentemente deprecato da quasi tutti i partiti ha assunto negli anni forme sorprendenti e capaci di sopravvivere a ogni avversità. Ce lo spiega una illuminante relazione della Corte dei conti sul meccanismo del 5 per mille. Dove si racconta come i soldi destinati dai contribuenti a finanziare le Onlus benefiche e filantropiche possano finire anche alle fondazioni politiche. 
Tale è, per citarne una, la Magna Carta presieduta dall’attuale ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, traslocato al Nuovo centrodestra dopo la scissione del Pdl, ammessa al beneficio del 5 per mille nel 2009. Stesso anno del debutto, negli elenchi degli enti che possono accedere a quei finanziamenti, della fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, cenacolo di idee il cui comitato di indirizzo ospita personalità quali l’ex presidente del Partito democratico Gianni Cuperlo, Anna Finocchiaro, il sindaco di Roma Ignazio Marino, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Franco Marini, Luciano Violante... 
Da sinistra a destra, dove troviamo la fondazione presieduta dall’ex sindaco di Roma ed ex ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, e della quale è segretario generale quel Franco Panzironi che lo stesso Alemanno aveva collocato al vertice della municipalizzata romana dei rifiuti. La Nuova Italia (si chiama così) è negli elenchi dei beneficiari del 5 per mille fin dal primo anno di applicazione della legge: 2006. Idem la fondazione Liberal di Ferdinando Adornato, ex giornalista e deputato alla sua quinta legislatura che ha solcato tutti i mari della politica, da Alleanza democratica a Forza Italia, all’Udc, a Scelta civica. Per approdare qualche settimana fa al gruppo parlamentare costituito dagli onorevoli scissionisti dai montiani. E non si può non ricordare come Cronache di Liberal , già organo ufficiale dell’Udc, abbia avuto accesso in passato anche ai finanziamenti per la stampa di partito: un paio di milioni l’anno, prima di abbassare la saracinesca per crisi manifesta, una decina di mesi fa. Ma è un caso, quello della fondazione di Adornato, che spiega molte cose. A cominciare dalla porta d’ingresso al mondo del 5 per mille. La relazione della Corte dei conti cita una nota dell’Agenzia delle Entrate nella quale si precisa che «la fondazione Liberal ha presentato domanda di iscrizione nella categoria degli enti per la ricerca scientifica». Ed è stata ammessa dopo i controlli eseguiti dal ministero dell’Istruzione. 
Il fatto è che le regole sono frutto di una giungla intricatissima: 21 leggi in sette anni. Per non parlare dei controlli spesso inesistenti. Basta dire che nonostante spetti al ministero del Lavoro fare i riscontri sulle migliaia di potenziali destinatari dei finanziamenti, «segnalando eventuali posizioni da sospendere, tale attività», sottolinea il rapporto, «risulta esercitata una sola volta». Tutta questa confusione burocratica finisce per penalizzare soprattutto, com’è ovvio, chi di quei soldi ne ha un bisogno disperato. Per averli ci vogliono due anni. Almeno. 
Non che non ci siano paletti. Per legge il 5 per mille può essere dato alle organizzazioni del volontariato e della promozione sociale, alla ricerca scientifica, universitaria e sanitaria, alle attività sociali svolte dal Comuni, allo sport dilettantistico, alla tutela dei beni culturali e del paesaggio. Ma nelle pieghe delle norme ognuno ha trovato il proprio spazio. Ragion per cui negli sterminati elenchi si trova di tutto. Dalla Fondazione San Raffaele di Don Luigi Verzé (5,7 milioni nel 2011) al San Raffaele romano degli Angelucci, all’istituto neurologico Neuromed che fa capo alla famiglia dell’europarlamentare pdl Aldo Patriciello (1,8 milioni); dalla fondazione dei notai, che con appena 1.081 contribuenti, evidentemente assai facoltosi, ha portato a casa quasi 800 mila euro, all’associazione Radio Maria, che ha registrato nel 2010 introiti per 2,1 milioni sotto la voce «volontariato». Fino alle sigle di emanazione sindacale o padronali vicine a quei mondi: come l’Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo (Cisl) o l’Associazione nazionale comunità sociali e sportive (Confartigianato). Con il rischio di un clamoroso conflitto d’interessi degli enti legati a soggetti che gestiscono i centri di assistenza fiscale e contemporaneamente sono beneficiari del 5 per mille. L’Agenzia delle Entrate ha ammesso di essere intervenuta in passato «per rimuovere una specifica situazione che poteva influenzare la libera scelta del contribuente...». 
«Esemplare per l’incertezza delle disposizioni», scrivono i giudici contabili, «la vicenda relativa alle fondazioni. All’origine, furono previste nella categoria del volontariato; nel 2007, furono escluse quelle non qualificate come Onlus, a meno che non rientrassero nella tipologia della ricerca scientifica. Per gli anni 2007-2009, fu inserita una categoria specifica: le fondazioni nazionali di carattere culturale, peraltro, di difficile individuazione, essendo il requisito culturale di incerta qualificazione». Senza dire che «la mancanza di una rigorosa selezione ha fatto crescere a dismisura il numero dei beneficiari». Ecco allora comparire fra gli ammessi «le fondazioni di tendenza politica», ma anche i fondi di assistenza e previdenza e «le fondazioni di supporto alle squadre di calcio». Il rapporto segnala come nella lunga lista figuri anche, fra le Onlus, la Fondazione Milan, emanazione del club di Silvio Berlusconi, che a novembre del 2013 ha celebrato il decennale con un memorabile galà che ha favorito la tregua armata fra Barbara Berlusconi e Adriano Galliani. 
La conseguenza è che di quei circa 400 milioni l’anno il 40 per cento circa finisce nelle casse di 200 organizzazioni: le più potenti e attrezzate. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Ovvero la polverizzazione di contributi a favore di «una pletora» di soggetti. Il che, secondo il rapporto, fa salire i costi e rallenta le procedure di erogazione «rischiando di indebolire l’istituto del 5 per mille rendendolo un inutile contributo a pioggia privo di ogni ricaduta positiva».

Corriere Salute 9.2.14
Sulla legge anticorruzione Asl e ospedali in grave ritardo
Monitorate 242 Aziende sanitarie
Solo meno della metà si è messa in regola nei tempi previsti con tre importanti adempimenti introdotti dalla normativa varata nel 2012
di Maria Giovanna Faiella


Il monito al nostro Paese è arrivato nei giorni scorsi dalla Commissione europea, che ha diffuso il primo rapporto sulla corruzione negli Stati membri: le misure adottate in Italia per contrastare l’illegalità sono insufficienti, anche se la Legge anticorruzione n.190 del 2012 «segna un importante passo avanti». Proprio pochi giorni fa, il 31 gennaio, è scaduto il termine, previsto da questa legge, per la presentazione dei piani anticorruzione e delle misure per favorire la trasparenza (D.Lgs n.33/‘13) in tutti gli enti pubblici, aziende sanitarie comprese. Per verificare il rispetto delle norme, le associazioni Libera e Gruppo Abele hanno condotto un monitoraggio civico, «Riparte il futuro - Obiettivo 100% per aziende sanitarie trasparenti» nell’ambito del progetto «Illuminare la salute», in collaborazione con Agenas, l’Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali. 
Un gruppo di ricercatori ha visitato per due mesi i siti delle aziende sanitarie (per legge devono avere una sezione sulla trasparenza), per controllare l’attuazione di tre adempimenti da rispettare, secondo le norme, entro il 31 gennaio: piano triennale anticorruzione (indica le aree più a rischio, le misure di prevenzione, le procedure di selezione dei dipendenti che operano in settori esposti); nomina del responsabile per la trasparenza e l’anticorruzione (tra l’altro propone il piano, ne controlla l’attuazione e verifica la rotazione degli incarichi nelle aree più a rischio); pubblicazione online di informazioni complete sui dirigenti (direttori generali, sanitari e amministrativi), con atti di nomina, curriculum e compensi. 
A ciascuna azienda è stato attribuito un punteggio in base a quanto ha già fatto: «0%» significa nessuna trasparenza, una percentuale via via più alta se l’azienda rispetta le prescrizioni di legge, in parte o tutte (100%). 
Ebbene, secondo i dati aggiornati al 4 febbraio, meno di un’azienda su due soddisfa tutti i requisiti: soltanto 102 Aziende sanitarie su 242 rispettano tutti e tre gli adempimenti previsti dalla legge. Di queste, 13 sono del Sud, le altre si trovano al Centro e in maggioranza al Nord. 
Le altre 140 aziende sono tutte inadempienti? 
«Va precisato che è previsto un margine di tempo “tecnico” (orientativamente, entro un paio di settimane) — chiarisce Leonardo Ferrante, referente scientifico della campagna “Riparte il futuro” —. Le aziende potrebbero aver adottato i provvedimenti, ma non aver ancora pubblicato informazioni». 
Ad oggi, però, sembra confermato il solito gap tra Nord e Sud del Paese: infatti, se la media nazionale in fatto di trasparenza raggiunge l’82%, cala al 67% al Sud e sale al 92% al Nord. Basilicata e Liguria sono le Regioni più virtuose, a quota 100%, con tutte le aziende sanitarie che hanno già ottemperato a tutti gli obblighi previsti (la Basilicata è stata la prima Regione a mettersi in regola; una conferma di efficenza, visto che è l’unica regione del Sud ‘promossa’ sull’erogazione del Livelli essenziali di assistenza). Fanalino di coda è al momento la Campania: qui un’azienda sanitaria - l’Istituto tumori “Pascale” di Napoli - risultava al 4 febbraio ancora a quota zero, e altre tre sotto la soglia del 15% di “livello di trasparenza”. «Ma esistono differenze da Asl ad Asl anche in una stessa Regione — puntualizza Ferrante—. Per esempio, a Napoli c’è un’Asl (la Na 3 Sud) a quota 96%». Avviene anche in Calabria, altra Regione in coda alla classifica in fatto di trasparenza: un’azienda (Pugliese-Ciaccio di Catanzaro) ottiene un punteggio pari al 96%, mentre altre 4 aziende non raggiungono per ora nemmeno il 15%. 
Andando ad analizzare i singoli parametri, quello più disatteso è l’obbligo di dotarsi di un piano triennale anticorruzione: lo hanno pubblicato online 191 aziende su 242. Va meglio, invece, per le nomine dei responsabili anticorruzione (lo hanno fatto 221 aziende). «Ci sono indubbiamente dei ritardi — commenta Ferrante —. Alcune aziende hanno aggiornato quest’ultimo dato solo negli ultimi giorni, per cui è poco probabile che i responsabili possano aver redatto un piano che deve anche essere approvato». 
Tranne due casi, tutte le aziende sanitarie hanno indicato i nomi di chi occupa le posizioni di direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo, ma non le informazioni complete riguardo ai compensi e agli atti di nomina. 
Terminato il monitoraggio per vigilare sul rispetto degli adempimenti previsti dalla legge 190 del 2012, la campagna “Illuminare la salute” prosegue. «Le nuove norme offrono strumenti per promuovere la trasparenza e contrastare l’illegalità nelle aziende sanitarie, ma non possono diventare un mero atto burocratico — sottolinea uno dei coordinatori del progetto, Vittorio De Micheli, responsabile del Servizio di epidemiologia all’Asl di Alessandria —. Per la prima volta osservatori indipendenti della società civile hanno utilizzato in chiave collettiva uno di quegli strumenti, l’accesso civico, ovvero il diritto dei cittadini all’accessibilità totale alle informazioni. La trasparenza aiuta a prevenire e contrastare corruzione e illegalità che, anch’esse, fanno male alla salute». In meno di due mesi circa 128 mila cittadini hanno firmato la petizione lanciata online per chiedere una sanità dalle “pareti di vetro”. «Forti di questo sostegno — dice Ferrante — abbiamo offerto all’Autorità nazionale anticorruzione, la nostra disponibilità a sostenerla nelle sue funzioni di vigilanza e controllo sul mondo sanitario. A fine mese lanceremo un’altra petizione per vigilare sulla trasparenza economica delle aziende sanitarie: dai bilanci ai pagamenti, dalle procedure per gli appalti alle liste di accreditamento di strutture private». 
«Ma vogliamo anche “accompagnare” le aziende in questo processo di cambiamento — sottolinea De Micheli —. Un gruppo di lavoro sta analizzando le procedure seguite all’interno delle strutture sanitarie rispetto ad alcune variabili oggettive, come il livello dei prezzi di acquisto o i tempi di attesa. Il confronto, infatti, permette di individuare la presenza di opacità o anomalie nelle procedure, ma anche di condividere le buone pratiche che già esistono sul territorio». 

Corriere 9.2.14
Disorganizzazione e pochi controlli favoriscono le truffe


Si stima che il “peso” economico dell’illegalità in ambito sanitario si aggiri intorno ai sei miliardi di euro l’anno: soldi sottratti non solo alle casse dello Stato, ma alle cure e all’assistenza dei malati. Dei danni erariali riscontrati nella sanità l’anno scorso parlerà la Corte dei conti durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il 14 febbraio a Roma. I casi esaminati negli ultimi anni dalla magistratura contabile dimostrano come gli illeciti siano diffusi su tutto il territorio nazionale con aspetti “patologici” ricorrenti, che riguardano soprattutto l’esternalizzazione dei servizi, le consulenze esterne e le transazioni. 
«La corruzione più costosa si riscontra nel settore degli appalti di beni e servizi, visto che rappresentano il 20-30% dei bilanci sanitari» sottolinea Lorenzo Segato, curatore del rapporto “Corruzione e sprechi in sanità”, realizzato da Transparency International Italia e Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità. Rispetto agli appalti, non circolano soltanto mazzette per aggiudicarseli grazie a gare tagliate “su misura”, ma si abusa anche di trattative private dirette o di reiterate proroghe di contratti già in essere. Ad accertare l’esistenza di diverse e diffuse “patologie” nella fase di esecuzione dei contratti è stata anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale: tra le criticità riscontrate ci sono fatturazioni plurime delle stesse prestazioni; il frequente ricorso a transazioni attraverso le quali, col pretesto di evitare una controversia giuridica, l’amministrazione sanitaria fa concessioni che avvantaggiano notevolmente il fornitore privato; il tempestivo pagamento di fornitori favoriti mentre altri sono pagati con ritardi sistematici. «Dalla nostra indagine – ricorda Segato – è emerso addirittura che in alcune Asl di Regioni con piani di rientro dal deficit sanitario non esisteva nemmeno un registro dei pagamenti effettuati: la corruzione si nutre anche di disorganizzazione interna e/o burocrazia».
Altri comportamenti illeciti indagati dalla magistratura contabile riguardano i conflitti di interesse, l’utilizzo di apparecchiature della sanità pubblica per scopi privati, la presenza di strutture sanitarie inaugurate ma mai entrate in funzione, attività libero-professionali svolte in modo non corretto, truffe alle Aziende sanitarie locali ad opera di cliniche private convenzionate al fine di ottenere indebiti rimborsi di gran lunga superiori a quelli spettanti. 
Una parte consistente delle azioni giudiziarie è dovuta ai rapporti delle forze dell’ordine, il che conferma la riluttanza delle amministrazioni danneggiate a sporgere l’obbligatoria denuncia di danno erariale. 
A volte sono i pazienti a rivolgersi ai giudici. Come ha fatto Salvatore Usala, malato di Sclerosi laterale amiotrofica, che nei mesi scorsi ha presentato un esposto alla magistratura contro l’Asl di Nuoro. «Una carrozzina elettrica — racconta Usala — costa al massimo 5 mila euro, ma l’Asl, noleggiandola tramite un service, spende 540 euro al mese, cioè quasi 6.500 euro l’anno. Avviene anche per il comunicatore oculare: il costo è di 10.500 euro, mentre l’Asl sborsa per il noleggio 750 euro al mese, cioè 9 mila euro l’anno. In pratica, con la formula del service un ausilio viene a costare in un anno quanto l’acquisto definitivo. Ma è possibile che nessuno controlli?». 
Già, i controlli. La Commissione parlamentare d’inchiesta ha rilevato che i controlli mancano non solo nelle procedure di acquisto di beni e servizi, ma anche sulle prestazioni erogate dalle strutture sanitarie accreditate; una carenza «riconducibile ad una responsabilità soprattutto politica». 
Un esempio tipico di assenza di controlli, individuato dalla Commissione, riguarda la gestione della riabilitazione psichiatrica in intere zone del Paese: in alcuni casi si è arrivati alla chiusura di strutture in cui, oltre a «sprechi di risorse pubbliche, dovuti all’altissimo tasso di inappropriatezza», erano stati riscontrati «gravi pregiudizi alla salute e alla dignità dei pazienti». 

Corriere 9.2.14
Come i comportamenti illeciti sono un danno diretto alla salute
Le cinque aree dell’assistenza più a rischio di frodi e illegalità
di M. G. F.


Frodi e corruzione non solo rubano denaro destinato all’assistenza, agli ospedali, all’acquisto di medicine, ma sono un “virus” che mette a rischio la nostra salute. «Ci sono comportamenti illeciti che hanno un impatto prevalentemente clinico e scientifico» afferma infatti Vittorio De Micheli, responsabile del Servizio di epidemiologia all’Asl di Alessandria. De Micheli è tra i coordinatori del rapporto “Illuminiamo la salute. Per non cadere nella ragnatela dell’illegalità”, realizzato da Libera, Avviso Pubblico, Coripe Piemonte e Gruppo Abele, tutte organizzazioni civiche impegnate nella lotta alla corruzione, ma anche per il diritto all’accesso alle cure e alle prestazioni socio-sanitarie. 
A quali rischi per la salute espone l’illegalità? Vediamo qualche esempio, sulla base del rapporto. «Tanto per cominciare, frodi e corruzione si concretizzano spesso in prestazioni sanitarie inutili, che possono essere addirittura dannose per i pazienti — chiarisce De Micheli —. Basti ricordare il caso di quella clinica in cui, come accertato dalla magistratura, venivano effettuate operazioni chirurgiche non necessarie per ottenere maggiori rimborsi dalla Regione. Ma si può trattare pure di casi in cui, per esempio, si utilizzino dispositivi medici privi della certificazione Ce, mettendo i malati a rischio di effetti indesiderati anche molto gravi». 
Corruzione e illegalità sono spesso correlate anche a cure inappropriate e a sprechi. «La corruzione — conferma Giovanni Bissoni, presidente dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali(Agenas) — è in grado di incidere pesantemente sia sull’efficienza sia sulla qualità delle cure, sulla loro sicurezza, sull’equità di accesso ai servizi, nonché sulla fiducia dei cittadini nei confronti del Servizio sanitario pubblico. Quindi, sul loro diritto alla salute». 
Ma in quali settori si verificano principalmente i comportamenti illeciti? Li ha individuati il rapporto “Corruzione e sprechi in sanità” realizzato da Transparency International Italia e Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità, nell’ambito di un progetto cofinanziato dalla Commissione europea e dal Dipartimento della Funzione pubblica. Secondo il rapporto, che ha esaminato un campione di recenti casi di corruzione in sanità oggetto di indagini giudiziarie, i comportamenti illeciti rientrano in cinque categorie: sanità privata; farmaci; liste di attesa poco trasparenti; nomine di primari, direttori generali e sanitari di Aziende sanitarie; appalti di beni e servizi. 

Sanità privata - «Una delle forme più pericolose di corruzione avviene senza dubbio nell’ambito della sanità privata — afferma uno dei curatori del rapporto, Lorenzo Segato —. In questo settore, per esempio, si può cercare di “intervenire” per ottene l’accreditamento con il Servizio sanitario di una struttura, anche se questa non è in possesso dei requisiti previsti». 
Oppure, si può “imbrogliare” con i Drg, cioè con i rimborsi regionali per le prestazioni: si può magari richiedere rimborsi più vantaggiosi di quelli realmente esigibili, oppure chiederli per aree mediche o chirurgiche per le quali non si è in possesso della convenzione. 
«E tra i casi di illegalità scoperti ci sono quelli di strutture che hanno ottenuto rimborsi per anni senza averne titolo, oppure che hanno dichiarato più prestazioni di quelle realmente effettuate, o ancora che hanno dichiarato giornalmente ricoveri in numero doppio rispetto ai posti letto realmente disponibili» aggiunge Segato. 
Farmaci - Altro settore particolarmente esposto a comportamenti illeciti che possono mettere a rischio la salute è quello farmaceutico. Spiega Lorenzo Segato: «Illeciti in questo campo si verificano, per esempio, quando, in cambio della scelta di un determinato farmaco da parte di un ospedale o di una Asl, c’è una “ricompensa”, che magari non è più la “classica” mazzetta, ma può consistere oggi in benefit, regali, macchinari, o in finanziamenti per la struttura sanitaria». 
Liste di attesa - C’è poi una forma di corruzione che condiziona l’accesso alle cure in base alle possibilità economiche del paziente. «L’abbiamo chiamata “negligenza” medica, per indicare l’attitudine a un uso illecito della libera professione intramuraria (l’attività a pagamento svolta dai medici degli ospedali al di fuori dell’orario di lavoro all’interno delle stesse strutture pubbliche, ndr ) — chiarisce Segato —. Il paziente, in pratica, non sceglie spontaneamente l’intramoenia perché vuole farsi visitare da un determinato dottore, ma viene “indotto” a prendere questa decisione perché gli si dice che altrimenti dovrebbe aspettare troppo. C’è da dire, tuttavia, che in alcuni casi il confine tra illegalità e inefficienza può essere davvero sottile, cosicché, di fronte a liste di attesa realmente molto lunghe, il suggerimento di ricorrere all’intramoenia potrebbe essere dettato, infatti, non dalla cupidigia di guadagno personale, ma piuttosto dallo scrupolo che il paziente riceva le cure necessarie nei tempi giusti». 
Succede però che attese di mesi per un intervento chirurgico possano svanire quando si effettua la visita a pagamento nello studio privato del chirurgo che opera in ospedale. Qualche medico, inoltre, è stato condannato dalla Corte dei conti per danni all’erario perché, pur essendo dipendente di un ospedale pubblico, nel tempo libero andava a lavorare in una clinica privata. 
«È necessario che ci siano liste di attesa trasparenti: laddove esistono, un sistema di tracciabilità permette di sapere quanti pazienti sono visitati nell’ambulatorio pubblico o in intramoenia — ricorda Vittorio De Micheli — . In alcune Asl, invece, non si sa nemmeno quante visite vengono fatte. E così, se la direzione amministrativa dell’Azienda sanitaria non ha dati disponibili, non è neppure in grado di verificare se ci sono stati abusi». 
Nomine - Altro settore a rischio di illegalità, individuato dal rapporto “Corruzione e sprechi in sanità”, riguarda le nomine dei dirigenti, spesso oggetto di lottizzazioni politiche. L’indagine rileva in particolare come la politica a tutti i livelli usi la sanità come serbatoio e spartizione di voti. 
«In questo caso, le merci di scambio sono la nomina a direttore generale, sanitario o primario in cambio di voti e/o finanziamenti di campagne elettorali — commenta Segato —. È questa una delle forme di corruzione più dannose per il sistema sanitario, perché può indurre “deviazioni” nelle politiche sanitarie». 
Appalti - Quanto alle ripercussioni sulla salute che può provocare la corruzione nel settore degli appalti di beni e servizi, il rischio maggiore è che il fornitore offra prestazioni e servizi di qualità inferiore rispetto a quanto invece promesso nel capitolato d’appalto. 

il Fatto 9.2.14
Autografi
Ceronetti:“Io, patriota orfano in un’Italia piena di rincretiniti”
intervista di Silvia Truzzi


L’Italia mi fa soffrire, per motivi di passione civile. Mi vedo come un patriota vissuto in una ininterrotta perdizione di patria” spiega Guido Ceronetti.

Nell’ultimo capitolo dei Promessi sposi s’incontra il più coraggioso prelato della storia della letteratura: sta tergiversando su un matrimonio che ancora non è sicuro s’abbia da fare, in attesa di esser certo che Don Rodrigo abbia tirato le poco nobili cuoia. Temporeggiando, Don Abbondio si aggrappa a Cicerone: “La patria è dove si sta bene”. E quindi, attraversando la Toscana su un Regionale veloce solo di nome, si cercano tracce del benessere che ha portato un torinese come Guido Ceronetti a scegliere un paesino tra le colline in provincia di Siena. La risposta è lapidaria: “Era destino che ci abitassi”. È una piccola casa, ci sono quasi solo libri e sono dappertutto: dunque meglio dire una biblioteca con camera e cucina. Bisogna fare molta attenzione a come si saluta il poeta, avendo presente una sua celebre affermazione: “La domanda più indiscreta, più insolente, più insoffribile, e la più comune anche, la più poliglotta, la più persecutoria, al telefono e faccia a faccia, la domanda che mette alla tortura chi ama la verità perché la si formula per avere in risposta una miserabilissima bugia è: Come stai?”. Sulla porta, senza domande di circostanza e dopo i saluti, è subito il tempo di un’invettiva sull’età canuta: “Contro la vecchiaia sei impotente, devi solo subire. Vai dal medico, ti dà qualcosa ma non fa quasi nulla. Il Salmo novanta dice: l’uomo vive settant’anni, in qualche caso può arrivare agli ottanta. Ma dopo è catastrofico. Sa, gli uomini soli patiscono la vecchiaia molto di più delle donne: a loro basta la famiglia”. Chiarito questo, si può cominciare.

In quasi tutte le epoche si è gridato alla decadenza. Un vezzo nostalgico o nel caso della nostra Italia è proprio vero?

L’Italia mi fa soffrire, per motivi di passione civile. Mi vedo come un patriota vissuto in una ininterrotta perdizione di patria, in una non-patria. L’assenza di patria, scriveva Heidegger nel 1946, sta diventando un destino mondiale. Dappertutto, le patrie stanno scomparendo o s’immaginano di esserci ancora. Migrazioni di popoli e globalizzazione tecnologica abbattono quelle frontiere per le quali abbiamo combattuto e penato tanto. Posso dire come Lucrezio: “In questo tempo di sciagure per la patria”. Ma se ci rifletto, a una patria che c’è ormai così poco non toccano sciagure..

L’idea di patria ha avuto decisamente più fortuna a destra che a sinistra, forse come retaggio marxiano, “Gli operai non hanno patria” .

Non si capisce bene perché la destra si sia impadronita di questo concetto, anche se il vecchio dogma operaista certamente dà una spiegazione. Il patriottismo moderno nasce con la Rivoluzione francese, c’è quello del Risorgimento e poi si arriva a quello dei totalitarismi. L’ultra-patriottismo del Fascismo ha dato l’ultimo colpo di piccone al sentimento di patria. Dopo il ’45 la parola “patria” era del tutto squalificata: il termine è sparito, ed è stato sostituito da “Paese”, che prima non si era mai sentito in riferimento allo Stato. Tanto è vero che c’era un giornale di sinistra che si chiamava Il Paese. E non avrebbe mai potuto chiamarsi La Patria! Figuriamoci, sarebbe diventato subito uno strumento dei fascismi. In quei primi anni subito dopo la fine della guerra però, anche a destra si andava cauti con la parola “patria”.

Nel suo “Viaggio in Italia”, dei primi anni Ottanta, lei ha scritto: “L’Italia è ben poco interessante, il popolo, dopo tanta storia, è più che mai rincretinito”. Lo pensa ancora?

Certo! Tante cose contenute nel Viaggio in Italia sono un travalicamento del senso di patria e nello stesso tempo trasudano una struggente nostalgia. Il termine “Madrepatria” esprime bene una trasposizione vera: la patria è una madre più grande per tutti. E quando manca la madre, il disorientamento è massimo. L’assenza di patria non è sostituita da nient’altro, forse solo, per quelli che ce l’hanno, dalla fede. Tra l’altro, sul tema dello stato confessionale, io voglio dire che è sbagliato pensare che l’Italia sia un Paese cattolico. Abbiamo almeno ottocento gruppi religiosi, la stessa Sicilia va diventando pentecostale: diciamo meglio che l’Italia è un Paese dove c’è anche il Vaticano. Una religione è anche un pensiero, e dov’è un vero pensiero cattolico in Italia, oggi? L’originalità di scrittori cristiani come Sergio Quinzio e Ferdinando Tartaglia resta insuperata. E poi silenzio.

Questo Papa francescano le piace?

Così così. Non mi piaceva nemmeno il suo predecessore, il teologo. Direi che tutto il discorso dei papi ha pochissima consistenza. Ascolto sempre l’interessante rassegna della stampa vaticana di Giuseppe Di Leo su Radio Radicale, la domenica. È fatta molto bene, ma quando si evocano le parole del Pontefice in un’occasione o nell’altra, qualcosa che somigli a un pensiero non c’è. Avevano fatto a Pio X, che aveva condannato il Modernismo per eresia, una domanda circa le idee nuove. Lui aveva un calamaio sul suo tavolo. E aveva risposto: “Lo vede questo calamaio? Non è mio, l’ho ricevuto. Quando me ne andrò lo passerò al mio successore: questa è la mia dottrina”. Cioè non avrebbe mai potuto cambiarla, non

avrebbe mai speso una goccia di quell’inchiostro per trasformare la dottrina. È mutato lo stile. Papa Francesco potrà essere, nello stile appunto, un grande modernizzatore. Ma niente di più.

Nei supplementi al “Viaggio in Italia” dedica alcune pagine al Museo delle carrozze dei papi.

È un luogo affascinante: ci sono delle carrozze che altro che quelle dei Dogi! E poi cominciano le automobili: venivano fabbricate apposta, in modello unico, per donarle al Papa. Quella di Pio XII aveva un microfono con cui lui comunicava con l’autista, perché non poteva parlargli direttamente. Ma lui si muoveva pochissimo. Poi scoprendo una jeeppona per i viaggi africani di Papa Giovanni Paolo II vedi che c’è stato un cambiamento, inaudito e rapidissimo. Con l’inevitabile Papa-mobile si è ristabilita una certa distanza.

L’obiezione sul pensiero inconsistente dei papi vale anche per la politica?

Politici che pensano attualmente non ne vedo neppure uno.

Lo stesso nella Prima Repubblica?

Questo vorrebbe dire che ce n’è una seconda... Anzi, non so nemmeno se la nostra si possa dire una Repubblica. È nata di provetta e di cesareo: priva di padre e di madre. L’Italia unita è stata fatta da una dinastia celtica poco raccomandabile e finita male. Ricordo il passaggio decisamente traumatico e violento del 25 aprile. Dopo la Liberazione mi appassionava moltissimo tutto quel che era politica. Per slancio, del resto ero talmente giovane... Avevo nelle orecchie i discorsi del duce, quando - lo ricordo come se fosse ieri - andai, con molta speranza e un certo fervore, allo stadio che aveva appena cambiato nome da Stadio Mussolini a Stadio Comunale. Non c’era ancora la Repubblica. Mi trovai ad ascoltare - davanti a una folla oceanica perdutamente bisognosa di essere ingannata, un discorso unitario di Nenni e Togliatti, i due capi dei grandi partiti di massa. Ma era la prosecuzione di quegli altri discorsi, era lo stesso identico vuoto di verità. E quelli sono stati i padri fondatori. Con tutti i suoi difetti di romagnolo - non dimentichiamo che era stato amico e sodale di Mussolini prima del ‘15 - Nenni era comunque preferibile a Togliatti, che era un emissario di Stalin e un complice delle sue famose purghe. Ero della generazione delle “conversioni de La corazzata Potëmkin”. Alla domenica il Pci organizzava visioni gratuite del film di Ejzen›tejn e il giorno dopo c’era una fila di ragazzi che andava a iscriversi al partito. Io no: avevo una grande diffidenza verso il Pci, e a partire dal ponte aereo di Berlino fui definitivamente anti-comunista. Tanti giovani avevano ancora residui di fascismo nelle vene, e a me era andato via del tutto con l’8 settembre. Poi c’erano gli increduli sulle deportazioni: sapesse le discussioni. “Ma come, non è possibile: paralumi fatti con la pelle umana, figuriamoci!”. A Nizza, sulla collina in faccia al mare, c’è un monumento con la scritta: “Qui è sepolto un pezzo di sapone prodotto con grasso umano”. Sventurato chi non piange.

Primo Levi è stato sempre tormentato dal non essere creduto.

Sì, è stato così tutti i sopravvissuti. Anche per mia suocera, che era stata a Birkenau. Io sono stato attirato dall’ebraismo per via delle persecuzioni. Un giorno, nel 1946, vidi in una libreria di Torino un libretto di Giuliana Tedeschi, Questo povero corpo. Raccontava le deportazioni al femminile: quel volumetto è stato molto importante per me. Tanti anni dopo, abitavo a Roma, mi chiama una ragazza e mi dice: “Mi chiamo Erica Tedeschi, buongiorno”. Ed era sua figlia. Faceva l’assistente sociale, si occupava dei profughi ebrei della Libia. Dopo la Guerra dei Sei giorni, molti ebrei libici avevano fatto una brutta fine: tanti ebrei nordafricani scampati arrivarono in Italia. La nostra convivenza felice è durata quattordici anni. Separati dall’82 e mai divorziati. Con Erica il mio rapporto non si è mai interrotto.

Le sue posizioni su Erich Priebke - colpevole, lei ha scritto, di eccesso di obbedienza militare e della “miseria di non essere un santo”, di non aver cioè voluto rifiutarsi di partecipare all’eccidio delle Fosse Ardeatine - hanno fatto molto scalpore.

Ho intervistato Erich Priebke. Per me è sempre stato un essere umano e non un mostro. E penso ancora che sia stato creato “Mostro delle Ardeatine” e “vittima di una giustizia dell’odio”, come ho più volte scritto. Penso poi che la scena della folla che prende a calci la sua bara - una qualunque bara - faccia schifo. Io volevo sottolineare il processo di trasformazione mediatica di una persona in un mostro, al di là delle sue responsabilità. Voglio dire che lui non è mai stato visto come un imputato, ma subito come un mostro. Era la sua caricatura. Detto questo, io ho sempre pensato che le Fosse Ardeatine siano state un crimine commesso da entrambe le parti. Prima della rappresaglia, c’era stato un atto terroristico dei gappisti, voluto dal Pci che voleva indurre i romani a insorgere.

Su “Repubblica” ha scritto che bisogna assolutamente eliminare l’orripilante parola “femminicidio”, che abbassa le donne “a tutto ciò che, in natura, è di genere femminile, dunque zoologico, col destino comune di figliare e allattare. Ma, per noi, se non siamo bruti, donna significa molto di più. L’etimologia latina ne restringe il ruolo allo spazio domestico (domina); il Medioevo occidentale l’ha inventata (o

rivelata) ideale, e su quel trono è rimasta, anche quando trattata a frustate”.

Ho proposto di sostituire “femminicidio” con “ginecidio”. Non è che sia un neologismo bellissimo, ma appartiene alla schiera dei derivati dal greco classico (giné-gynekòs): gineceo, ginecologia, misoginia. Non pensavo mi toccasse di proporre un termine più accettabile per una cosa tanto ripugnante. Però “femminicidio” è rimasto nel linguaggio. Avevo scritto “Se riuscirò me ne farò un merito”, però le abitudini linguistiche sono dure a morire.

È stato, è, femminista?

Non è che mi sia mai interessato molto l’argomento. Cioè m’interessano le donne, ma questa è un’altra faccenda. Sono sempre stato naturalmente dalla parte delle donne, non ho mai visto ragioni di un contrasto “di genere”. Ero attratto dalla differenza, ma mi pare abbastanza ovvio. Ho un bellissimo ricordo parigino, che risale agli anni Settanta. C’era una manifestazione femminista in Saint Germain des Prés, con duecento ragazzine. Una - biondina, con gli occhiali, dall’aria timidissima - mostrava il seguente cartello: “E le clitoris, alors?”. Incantevole!

Torniamo alle questioni culturali. Legge gli scrittori contemporanei?

Molto poco.

Ci fermiamo a?

Guido Piovene. L’ho anche conosciuto e gli ho voluto bene. Cesare Pavese poi l’ho amato e mi ha interessato. Anche il Pavese poeta ha toccato corde che sono anche mie, come il rapporto città -campagna.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”.

La luna e i falò. Quando poi dice “Un paese vuol dire non essere soli”: lo penso anch’io perché abito in un paese. Detto questo, “Il mestiere di vivere” è un capolavoro della letteratura italiana.

Perché non la attira la narrativa contemporanea?

Per lo più è roba dettata dal computer...

Lei è molte cose: poeta, drammaturgo, scrittore, giornalista, latinista e biblista. Cosa si sente di più d’essere?

Quel che più mi piacerebbe - e ci sono riuscito in buona parte - è di essere un filologo. Il resto è in consonanza. Come biblista era certo un miglior conoscitore dell’ebraico di me il Cardinal Martini. Ma non avrebbe potuto tradurre un salmo in una lingua moderna accettabile. Eravamo insieme in prima elementare a Torino. Ho anche una foto di tutta la classe con la maestra, nel 1934, ma non saprei più dire chi fosse il futuro arcivescovo di Milano in mezzo a quei grembiulini. È certamente singolare che in una stessa classe all’età di sei anni ci fossero due futuri biblisti... A me interessava ricavare dai testi del Vecchio Testamento un po’ di autentica lingua italiana. Tutto quel che abbiamo di Bibbia tradotta in italiano è veramente roba da buttare.

Brutte traduzioni?

Per millenni i Papi hanno impedito che venisse letta, poi all’improvviso hanno cominciato a promuoverne la lettura. Mondadori ha stampato la Bibbia del Diodati addirittura nei Meridiani. Per tantissimo tempo è stata purtroppo la sola versione italiana disponibile. È una cosa che non si può dire. Ha presente l’italiano del Seicento imitato da Manzoni? Ecco, la lingua di Diodati è quella. Con effetti comici. In un verso il salmista si rivolge a Dio e dice: “Tu conosci quando io siedo, quando io cammino”. Diodati traduce: “Tu conosci il mio sedere”. Voglio vedere se uno non si mette a ridere. Per questo gli italiani fuggiranno sempre la lettura della Bibbia. Quando uscì nel Settanta il mio primo Qohelet, mi venne riferito che molti ragazzi dell’estrema sinistra lo tenevano come libro di capezzale. Adesso ho fatto l’edizione definitiva per Adelphi, ma potrei ritradurlo un’altra volta: è inesauribile. Lì non ci sono balle, non c’è politica.

Ci spiega l’associazione balle-politica?

Politica è menzogna incarnata, perché surrogato incruento della guerra civile. Là è il viadotto dei messaggeri infernali e ogni tanto di angeli buoni destinati a esserne vittime. Quando Lenin arrivò in Russia nell’aprile 1917 subito si mise a predicare la trasformazione della guerra europea in aperta guerra civile: così la menzogna della guerra attinse apici inauditi nell’hitlerismo, nel leninismo e nel mussolismo. Oggi nel mondo si salvano le perplessità di Obama o quella eccezionale donna birmana... Le menzogne nostre, italofone, sono bugie povere, senza grandezza, spurghi del pensiero unico che si maschera di anglismi, di sondaggi e di paraocchi economicoidi. Nessuna verità, neppure un quartino, mai.

Che pensa dei quotidiani del 2014?

Sono in giornalismo da circa settant’anni. I giornali vorrei che si salvassero, però con questi giovani giornalisti che usano una lingua sempre più standard, spersonalizzata, l’uniformità trionfa. Non è che sono scritti male, sono scritti uguale.

Lei ha tradotto Marziale, Catullo, Giovenale: che pensa della sempre minor fortuna dei licei classici?

È un disastro identitario e quindi politico. Ecco, se c’è una differenza tra la classe dirigente del secolo scorso e questa, è che l’altra aveva una base di latino. Questa non ha niente e perciò ha le chiappe scoperte. Se non hai come base il latino, quel che dici in italiano difficilmente contiene verità. Alla domanda “a cosa serve il latino?”, posso rispondere che serve a distinguere un uomo che ha studiato il latino da uno che non ne sa niente. Latino è il vero padre della patria. Purtroppo essendo destinato - anche per colpa gravissima della Chiesa che lo ha cancellato dai riti- a sparire del tutto, siamo in piena tragedia identitaria.

Ai nostri politici invece piace molto usare termini inglesi: si sentono “moderni”.

Matteo Renzi, sindaco di Firenze, la lingua italiana non l’ha difesa, perciò io lo rifiuto. Le vie di Firenze sono piene di parole inglesi: doveva mettere un argine. Quando l’ho sentito dire invece che “piano per il lavoro”, “job act” ho pensato che fosse come tutti gli altri. Buttare via la lingua è svendita identitaria.

La grande obiezione che si fa a proposito di Matteo Renzi è “non è di sinistra”. Lei che dice?

Che l’obiezione è miserimma: sinistra e destra sono vecchi fantasmi arcidefunti. Da segretario ha manovrato così bene da rimettere in sella Berlusconi che pareva finito. Bravo. L’uomo della provvidenza che getta il salvagente al provvidente più furbo: così la trappola si chiude.

Il Pd è stato al governo con Berlusconi, ha votato insieme al suo partito il Presidente della

Repubblica, ora farà con lui le riforme...

No, non faranno nessuna riforma. Una somma di zeri mentali farà sempre zero. Con Grillo scendiamo ancora.

Lei è coetaneo del Presidente Napolitano.

Marameo: lui è più vecchio. È del ‘25 e io sono del ‘27. Il Papa emerito sì, è mio coetaneo. Fidel Castro, ridotto male anche lui, è dello stesso mese mio, agosto 1927, però Leone.

Repubblica 9.2.14
Roma, Pannella contestato al corteo antiproibizionista


ROMA — Marco Pannella non ha partecipato ieri ad un corteo antiproibizionista sulle droghe organizzato da diverse organizzazioni di sinistra. Il leader radicale, che non era stato invitato, si è infatti presentato lo stesso ieri pomeriggio in piazza. Ma ha ricevuto delle contestazioni e l’invito ad allontanarsi. Pannella però dà una versione diversa dei fatti. Spiega: «Sapevamo che gli organizzatori non gradivano la nostra presenza, ma dopo 50 anni di lotte antiproibizioniste questa sarebbe stata la nostra prima assenza». Sulle contestazioni dice: «Io contestato? Macché. sono sempre stato in mezzo alla folla. C’erano sì tre boss, di cui due con il megafono, che urlavano anche chiedendo alla Digos di arrestarmi perché li disturbavo». «Gli ho anche detto — continua — che domani avrebbero scritto sui giornali che Pannella era stato contestato. Ma invece durante la manifestazione ho ricevuto solo baci e sorrisi da tutti».

il Fatto 9.2.14
Pannella contestato al corteo antiproibizionista


Un antiproibizionista storico, contestato alla marcia degli antiproibizionisti. Brutto paradosso per Marco Pannella, bersaglio di fischi e critiche assortite ieri a Roma, durante la Marijuana March, corteo per la legalizzazione della cannabis che ha attraversato il centro storico. Pannella è arrivato in piazza della Bocca della verità assieme a Rita Bernardini. E ha trovato tensione. “Che sei venuto a fare, non ti vogliamo qui venduto” gli hanno urlato alcuni ragazzi. Poi altre contestazioni: “Sei andato con Berlusconi che ha fatto la legge Fini-Giovanardi sulla droga, dov’è la coerenza?”. Qualche epiteto: “Ridicolo”. Il leader radicale ha provato a rispondere: “Sono 50 anni che combatto questa battaglia”. In serata, ha precisato: “Ma quale contestato, ho girato per la piazza e ho ricevuto sorrisi, baci, abbracci e tanto affetto. Erano solo quattro o cinque ‘boss’ che urlavano con il megafono come pazzi, arrabbiatissimi, per cacciarmi”.

Corriere 9.2.14
Pannella contestato dagli antiproibizionisti
Lui: «Solo baci e sorrisi»


Marco Pannella contestato, anzi no. Il leader dei radicali sarebbe stato criticato durante la manifestazione contro la legge Fini-Giovanardi sulle droghe che si è svolta ieri a Roma. Pannella però dà una versione diversa dei fatti. «Ma che contestato, ho girato per la piazza e ho ricevuto sorrisi, baci, abbracci e tanto affetto. Erano solo quattro o cinque “boss” che urlavano con il megafono come pazzi, arrabbiatissimi, per cacciarmi dalla piazza, chiedendo alla Digos di arrestarmi perché li disturbavo...». Il leader era arrivato alla Bocca della Verità accompagnato da Paolo Izzo, segretario del Movimento Radicali Roma. È stato subito fischiato e circondato da un gruppo di manifestanti che gli intimavano di andarsene gridando: «Non ti vogliamo», «Pannella vattene», «Venduto».

Corriere 9.2.14
Istituzioni di garanzia mai così sotto tiro
di Michele Ainis

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Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda; e nel dopocena finisce arrosto il cuoco. È il destino (culinario) dei garanti nell’era tripolare. O meglio dei garanti politici delle nostre istituzioni. Che a loro volta sono tre, come i partiti premiati alle ultime elezioni. Boldrini, Grasso, Napolitano: è un caso che per la prima volta finiscano sotto tiro tutti gli organi di garanzia politica? No. C’è infatti un non detto, una regola invisibile, nella meccanica costituzionale. Può girare su due ruote, non su tre. Non senza un’unica maggioranza, non senza un’unica opposizione. Ma se le opposizioni sono due, seppoi anche il partito di maggioranza è all’opposizione di se stesso, per l’arbitro non c’è via di scampo. Gli scontenti prevarranno sempre 
sui contenti.

Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda; e nel dopocena finisce arrosto il cuoco. È il destino (culinario) dei garanti nell’era tripolare. O meglio dei garanti politici delle nostre istituzioni, che a loro volta sono tre, come i partiti premiati alle ultime elezioni. È il caso di Laura Boldrini, presidente della Camera: aggredita dal Movimento 5 Stelle per aver usato la ghigliottina parlamentare durante la conversione del decreto Imu-Banca d’Italia. È il caso di Pietro Grasso, presidente del Senato: crocifisso da Forza Italia quando ha deciso la costituzione di parte civile nel processo contro Silvio Berlusconi. È il caso, infine, di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica: per lui addirittura l’impeachment, manco fosse Mata Hari, una spia al soldo del nemico. 
Perché tanto accanimento? Semplice: perché ci sono troppe squadre in campo. Se arbitri una gara fra maggioranza e opposizione, t’accadrà di fischiare una volta contro l’una, una volta contro l’altra. Tutti scontenti a turno, e perciò tutti contenti. Ma se le opposizioni sono due, se poi anche il partito di maggioranza è all’opposizione di se stesso, per l’arbitro non c’è via di scampo. Le sue decisioni potranno compiacere questo o quel giocatore, tuttavia gli scontenti prevarranno sempre sui contenti. È la logica dei numeri, ed è anche il frutto avvelenato dello spezzatino che ci somministra per la prima volta la politica. 
Sì, la prima volta. C’erano due poli negli anni ruggenti della Seconda Repubblica, e a ogni elezione si scambiavano lo scettro del comando. Ma c’erano altresì due grandi partiti (la Dc e il Pci) durante il mezzo secolo in cui si è consumata la traiettoria della Prima Repubblica, benché soltanto il primo sedesse nella stanza dei bottoni. Non a caso si parlò a quel tempo di «bipartitismo imperfetto», per definire il sistema politico italiano. E d’altronde il principale outsider (il Psi di Craxi) non arrivò mai a pesare, nemmeno nelle sue stagioni migliori, la metà dei voti del Pci. 
È un caso che per la prima volta finiscono al contempo sotto tiro tutte le istituzioni di garanzia politica? No, non può essere un caso. In passato capitò talvolta al Quirinale (per esempio a Cossiga), talvolta a un presidente d’assemblea parlamentare (per esempio a Fini). Ma tutti e tre contemporaneamente, questo mai. E con quale acrimonia, con quale veemenza nei gesti e nel linguaggio! Dev’essere saltata una molla, un ingranaggio del sistema. La macchina si è rotta, e si è rotta perché non regge la spinta di tre partiti con le mani sul volante. 
«Il triangolo no», cantava Renato Zero nel 1978. Ma quella stessa musichetta la intonò, nel 1948, la Costituzione italiana. C’è infatti un non detto, una regola invisibile, nella meccanica delle nostre istituzioni. Possono girare su due ruote, non su tre. Non senza un’unica maggioranza, non senza un’unica opposizione. E c’è anche, al loro interno, una separazione dei garanti, oltre che una separazione dei poteri. Garanti politici, garanti giuridici. Se scomunichi i primi, s’udrà solo la voce dei secondi — quella dei giudici, quella della Consulta o del Consiglio di Stato. Sicché in conclusione la politica, divorando tutto, divorerà pure se stessa, come l’Uroboro. I politici che hanno il bipolarismo in gran dispetto dovrebbero rifletterci, prima d’addentare il loro pasto. 

Corriere 9.2.14
Landini
La purezza del sindacato? Una maglietta bianca in tv
di Aldo Grasso


La prima cosa che colpisce di Maurizio Landini è quella T-shirt bianca che fa capolino dalla camicia. Ormai un segno distintivo, come usava negli anni Sessanta nei film americani. Lui dice che è per la salute: «Senza la maglietta sto male. La porto da quando ero bambino e non ho mai smesso». Non è vero, è solo civetteria, un segno distintivo. Da quando va in tv, e ci va spesso, anche un sindacalista duro e puro, in fabbrica a 15 anni come saldatore, ha capito che l’immagine ha la sua importanza. 
L’autodidatta Landini è più furbo di quello che appare: davanti ai cancelli delle fabbriche indossa dozzinali felpe rosse con la scritta Fiom, ma quando frequenta i salotti televisivi, e li frequenta spesso, non trascura il look: capelli scarmigliati, parlata emiliana, toni barricaderi senza mai cadere nel politichese. E poi maglietta bianca sotto la camicia, come James Dean in Gioventù bruciata . Il suo modello nostrano è Carlo Freccero. 
Il successo televisivo nasce dal fatto che ormai la triade Camusso, Bonanni, Angeletti ha perso qualsiasi appeal , è puro apparato, con tanto di auto blu. Per questo Landini piace a Renzi e piace ai grillini. Piace ai lavoratori, ma soprattutto al pubblico televisivo che ha sempre bisogno di un Robin Hood che a Che tempo che fa dica che i soldi bisogna prenderli ai ricchi, alle transazioni finanziarie, ai capitali scudati. Se lo dice il figlio di un cantoniere (quarto di cinque figli), lo slogan fa ancora un certo effetto, anche se lui a 25 anni ha abbandonato la fabbrica per fare il sindacalista a tempo pieno (e prima o poi i soldi degli altri, si sa, finiscono). 
S’intuisce che Landini vorrebbe conquistare maggiori spazi in Cgil: i rapporti con Susanna Camusso sono pessimi, la spaccatura sembra vicina. Da giorni si parla di un esposto della Cgil contro la Fiom: il casus belli starebbe nel rifiuto da parte del leader dei metalmeccanici di sottoscrivere un accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, che stabilisce le regole della rappresentanza in fabbrica e prevede sanzioni per chi non si adegua alle intese. 
Forte del consenso televisivo, Landini tira dritto: tanto i veri problemi non trovano mai soluzione, servono solo ad alimentare discussioni in tv. Basta non dimenticare la maglietta della salute! 

Corriere 9.2.14
Se il «marchio Italia» perde punti nell’anno magico del turismo globale
Maglia nera in Europa: pernottamenti scesi del 4,6 per cento
di Gian Antonio Stella


Vi pare possibile che «il Paese più bello del mondo» perda turisti nell’anno del boom mondiale del turismo? Che vada sotto del 4,6 per cento (maglia nera europea) mentre perfino la Grecia recupera ossigeno crescendo dell’11? Che ricavi dall’immenso tesoro d’arte e bellezza, unico a livello planetario, solo il 4,1 per cento del Pil? Non sono campanelli d’allarme: sono campane assordanti. Eppure troppi non le sentono. Come se si trattasse di un problema comunque minore... 
Stavolta no, nessuno può attribuire tutto alla crisi mondiale, al crollo dei mercati, allo spostamento degli assi di certe produzioni industriali, all’emergere prepotente della Cina o dell’India. Niente alibi. Perché mai si erano visti, nella storia, tanti benestanti in vacanza quanti nel 2013. 
Sono stati, spiegava nei giorni scorsi Unwto-World Tourism Barometer, 1.087 milioni. Cioè oltre 52 milioni in più rispetto al 2012 quando, per la prima volta, il loro numero aveva superato di slancio il miliardo. Nel non lontanissimo 1980 erano 280 milioni: siamo al quadruplo. 
È la prova della bontà della tesi di Jeremy Rifkin: «L’espressione più potente e visibile della nuova economia dell’esperienza è il turismo globale: una forma di produzione culturale emersa, ai margini della vita economica appena mezzo secolo fa, per diventare rapidamente una delle più importanti industrie del mondo». Tesi confermata dalla Commissione europea: «Il turismo rappresenta la terza maggiore attività socioeconomica dell’Ue». 
E chi potrebbe sfruttare l’occasione meglio di noi? Abbiamo più siti Unesco (addirittura 49, e dovrebbero diventare 50 con le Langhe) di chiunque altro su tutto il pianeta. Siamo nelle posizioni di testa delle classifiche del «Country Brand Index 2012-2013» che ha studiato i «brand-Paese» di 118 nazioni accertando che il «marchio Italia» tra i potenziali consumatori è primo per il cibo, primo per attrazioni culturali e terzo per lo shopping, insomma primo nei sogni dei viaggi che i cittadini del mondo vorrebbero fare. Veniamo da una storia che nel 1979, come rivendicava il ministro del Turismo dell’epoca, Marcello di Falco, ci vedeva «secondi al mondo per attrezzatura ricettiva, primi per presenze estere, primi per incassi turistici, primi per saldo valutario». 
Macché: spiega l’ultimo dossier Unwto, l’organizzazione mondiale per il turismo, che restiamo sì al quinto posto per numero di arrivi ma per fatturato siamo scivolati già al sesto posto dietro Macao e siamo ormai tallonati dalla Germania che dal 2008 ha dimezzato il distacco di 6 miliardi di dollari riducendolo a 3. Per non dire della classifica della competitività turistica (non basta avere la torre di Pisa, Pompei o l’Etna: devi offrire pure prezzi giusti, trasporti, organizzazione, sicurezza...), classifica che ci vede malinconicamente arrancare al 26º posto nel mondo e al 17º in Europa. 
Spiega il rapporto 2013 di World Travel & Tourism Council, mostrando tutti gli indicatori (sei su sei) con la freccetta verso il basso, che il turismo in senso stretto col quale troppi si riempiono a sproposito la bocca («il nostro petrolio!») contribuisce al Pil italiano con appena il 4,1% e cioè una quota inferiore a quella che vari Paesi occidentali ricavano già da Internet. Peggio: compreso l’indotto (per capirci: compresi i laboratori che sfornano croissant per le colazioni negli alberghi o le fabbrichette che fanno le divise dei camerieri) supera a malapena il 10,3%. Lontanissimo da quel 18,5% immaginato nel 2010 dal «Piano strategico per il turismo» della Confindustria di Emma Marcegaglia. E ancor più lontano dagli impegni di Silvio Berlusconi: «Ho dato come missione al ministro Brambilla di portare la quota di Pil del turismo dal 10 al 20%». 
Non basta: senza una sterzata virtuosa gli economisti del Wttc prevedono che nei prossimi 10 anni solo nove Paesi su 181 monitorati cresceranno meno del nostro. 
La tabella a fianco sui pernottamenti, diffusa giorni fa da Eurostat, ribadisce tutto. L’Ungheria ha avuto nel 2013 un aumento del 5,0%, la Slovacchia del 5,5, la Bulgaria del 6,2, la Gran Bretagna (28 siti Unesco: poco più della metà dei nostri) del 6,5, la Lettonia del 7,3 e la Grecia, come dicevamo, addirittura dell’11 per cento. Oro zecchino, per le esauste casse di Atene. 
Certo, non siamo gli unici a essere andati male. Qualcosa hanno perso ad esempio anche il Belgio o la Danimarca. Ma nessuno su 28 Paesi, come dicevamo, è andato male come noi. Dalle tre cime di Lavaredo ai Faraglioni di Capri, dagli Uffizi al barocco di Noto, da San Gimignano ai trulli di Alberobello possiamo offrire più di tutti, sul pianeta. Eppure perdiamo 4,6 punti. Con un’emorragia, come denunciava giorni fa Assohotel, di 1.808 imprese alberghiere. Nell’«anno magico» del turismo mondiale. 
Colpa del crollo dei turisti interni, certo: gli italiani che possono permettersi una vacanza, purtroppo, sono sempre di meno. Tanto da pesare oggi, secondo una ricerca di Nomisma, meno degli stranieri. Come successe nel 1958. Proprio per questo, però, spiccano i ritardi culturali e tecnologici che rendono più difficile l’aggancio di quei turisti esteri che potrebbero aiutare le nostre finanze. 
Spiega uno studio di Mm-One Group su dati Eurostat che nonostante i passi avanti degli ultimissimi anni, dovuti proprio al tentativo sempre più angosciato di recuperare clienti superando le pigrizie del passato quando troppi erano convinti che «comunque vada, qui devono venire», l’Italia è ancora nettamente indietro rispetto agli altri Paesi europei. 
Basti dire che il 30,1% degli alberghi, delle locande, dei bed & breakfast e insomma di tutte le attività ricettive non ha ancora una piattaforma dedicata alle ordinazioni. Che meno della metà e cioè il 46,7% vende online. Che mediamente i pernottamenti venduti sul web rappresentano solo il 12,5%. Uno su nove. 
Nel resto dell’Europa, la quota di fatturato derivante dall’e-commerce è del 24% ma diversi Paesi stanno molto sopra: la Gran Bretagna è al 39%, l’Islanda al 35, l’Irlanda al 33, la Repubblica Ceca al 31, la Lituania al 30, l’Olanda al 29... E mette malinconia vedere come noi, al 17%, siamo staccati dai nostri «concorrenti»: cinque punti sotto la Francia, sei sotto la Germania, dieci sotto la Spagna, ventidue sotto il Regno Unito. 
Per questo resta stupefacente il silenzio che, salvo eccezioni, ha sempre accompagnato la diffusione di numeri sconfortanti come (fonte Wttc) la perdita di 4,3 miliardi di euro nel turismo straniero nel 2012 rispetto al 2006. Silenzio degli uomini di governo. Silenzio dei partiti. Silenzio dei sindacati, che sembrano non accorgersi di come il settore abbia sette volte più addetti della chimica o addirittura ventisette volte quelli della siderurgia primaria. 
Fu giusto, quando nacque il governo Letta, salutare come una svolta positiva l’accorpamento del ministero dei Beni culturali con quello del Turismo. Anzi, sarebbe stato bene aggiungere anche l’Ambiente. Proprio perché un ministro del nostro patrimonio dovrebbe poter pesare molto, in Consiglio dei ministri. Perfino il passaggio delle funzioni a Massimo Bray, però, si è rivelato un percorso complicatissimo. E la sterzata si è fatta sempre più urgente.


Corriere 9.2.14
Le nozze tra pari e il divario fra ricchi e poveri che lievita
di Anna Meldolesi


C’era una volta il dottore che si innamorava dell’infermiera, ma questo modello di coppia è passato di moda. Nelle corsie si muove un numero crescente di donne con il camice bianco e le regole dell’amore sono cambiate di conseguenza. Il neurologo mette su famiglia con la cardiologa, la pediatra con il chirurgo. 
La stessa tendenza sta rivoluzionando l’universo dei sentimenti anche fuori dagli ospedali. L’imprenditore non si sposa con la segretaria ma con la manager. L’avvocatessa con l’avvocato. Si chiama «assortative mating», accoppiamento tra pari, e in America è diventato un oggetto di studio per gli economisti. 
Nel 1960 solo il 25% degli uomini laureati aveva una moglie altrettanto istruita, oggi sono intorno al 50 per cento. Il reddito di lui e quello di lei sono correlati molto più strettamente di allora. Nello stesso periodo il numero di ore di lavoro è aumentato più per le donne sposate con uomini benestanti che per quelle con un marito malpagato. La marcia verso la parità nelle professioni e nei legami sentimentali è un’ottima notizia, naturalmente, ma neppure la più auspicabile delle trasformazioni sociali è priva di effetti collaterali. Anche l’uguaglianza tra lui e lei ha un rovescio della medaglia: l’irrigidimento dei confini tra le classi sociali. Il ragionamento è intuitivo. Se coloro che hanno più successo fanno coppia tra loro, i meno fortunati dovranno mettere su casa con i propri simili. Ora uno studio pubblicato dal National Bureau of Economic Research conferma l’ipotesi. Jeremy Greenwood e colleghi hanno analizzato i dati relativi a centinaia di migliaia di coppie americane, concentrando l’attenzione sul coefficiente di Gini. Questo parametro tende verso lo zero quando l’uguaglianza nella distribuzione della ricchezza è massima e verso l’uno quando è minima. Negli Stati Uniti vale 0,43 e secondo i calcoli degli economisti avrebbe un valore migliore se le coppie fossero assortite in modo casuale (0,33 come nel 1960). 
Non è più vero insomma che gli opposti si attraggono ma forse non lo è mai stato. I simili si sono sempre piaciuti e non è una novità che le unioni avvengano prevalentemente all’interno di uno stesso ceto sociale. Rispetto al passato, però, ci sono almeno tre differenze. La prima è che oggi lei può scegliere di non fare soltanto la moglie. La seconda è che la modernità consente di trovarsi più facilmente: ci sono ambienti di lavoro specializzati, luoghi virtuali per conoscere persone con gusti simili ai nostri, mezzi di trasporto che ampliano il raggio di ricerca del partner ideale. La terza differenza è che gli incentivi a formare coppie omogenee sono più forti di cinquant’anni fa. Secondo l’Economist nel 1960 una coppia di laureati guadagnava il 76% in più della media, nel 2005 il 119 per cento in più. 
Se la ricchezza del mondo è concentrata nelle mani di una minoranza tanto esigua di «paperoni», comunque, non è certo colpa dei matrimoni egualitari. Anche se il numero delle donne nella parte alta della piramide è aumentato, sono ancora poche quelle all’apice, nota il Financial Times . La disuguaglianza introdotta dall’accoppiamento tra pari, in ogni caso, dovrà trovare correttivi diversi dal ritorno ai vecchi tempi che furono. Molte infermiere non vogliono sposare un medico, vogliono diventarlo. E non è detto che oggi Cenerentola si innamorerebbe ancora del principe azzurro. Forse alla fatina chiederebbe di studiare, accedere a professioni diverse da quelle dei genitori e andare a vivere con chi le pare. 

l’Unità 9.2.14
Né lavoro né futuro, la rivolta di Sarajevo
Dati alle fiamme uffici governativi nella capitale e in altre città, solidarietà anche tra i serbi di Banja Luka
La protesta innescata da fabbriche chiuse e stipendi non pagati: 300 feriti. «Sembra la guerra»
di Marina Mastroluca


Il maltempo non dà tregua e l’agricoltura inizia a contare i danni. Col rischio che le difficoltà delle aziende e i raccolti andati perduti si trasferiscano a breve anche sui prezzi al consumatore. La Coldiretti fa un primo, provvisorio bilancio dell’ultima ondata di maltempo che ha colpito l’intera penisola: decine di milioni di euro di danni con migliaia aziende finite sott’acqua e i raccolti di cereali andati perduti perché le piantine sono rimaste soffocate, coltivazioni di ortaggi invernali come broccoli e cavolfiori andate anch’esse perdute, pregiati vigneti sommersi di acqua e fango ancora a rischio, ma anche decine di migliaia di animali morti annegati, serre distrutte, macchine agricole, attrezzature ed impianti di lavorazione rovinati.

ISOLAMENTO

A causa dell’isolamento provocato dalla neve molti allevatori non hanno potuto consegnare il latte munto nelle stalle, ma a preoccupare - continua la Coldiretti - è anche il dissesto idrogeologico nei territori colpiti dove si sono verificate frane e smottamenti che hanno interessato i terreni, così come anche le strade con difficoltà di circolazione.

Mentre si attende l’arrivo della nuova ondata di maltempo, sono in corso le verifiche per capire se esistono le condizioni per la dichiarazione dello stato di calamità nei territori colpiti. La situazione è difficile ma nelle campagne, riferisce Coldiretti, è scattata la solidarietà degli agricoltori per aiutare le aziende in difficoltà. «Siamo di fronte - sostiene la Coldiretti - ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si sono manifestati con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi, ma intense e il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d’acqua che il terreno non riesce ad assorbire». «Servono le opere infrastrutturali per la raccolta e la regimazione delle acque in una situazione in cui nell’82 per cento dei comuni italiani sono presenti aree a rischio idrogeologico per frane e/o alluvioni. Aquesta situazione però - conclude la Coldiretti - non è certamente estraneo un modello di sviluppo sbagliato che ha tagliato del 15 per cento le campagne e fatto perdere negli ultimi venti anni 2,15 milioni di ettari di terra coltivata. Ogni giorno viene sottratta terra agricola per un equivalente di circa 400 campi da calcio (288 ettari) che vengono abbandonati o occupati dal cemento».

DISSESTO IDROGEOLOGICO

L’agricoltura, attraverso tutta la sua filiera, coinvolge 780mila imprese attive su tutto il territorio nazionale e costituisce la spina dorsale dell’agroalimentare «made in Italy», che vale circa 250 miliardi ed esporta nel mondo per un valore di quasi 35 miliardi. La buona notizia è che, proprio alla luce della centralità dell’agricoltura nell’economia del Paese, UniCredit ha siglato qualche giorno fa a Verona, nell’ambito della Fieragricola, un’intesa con Sgfa-Ismea e con le principali associazioni del comparto (Coldiretti, Confagricoltura e Cia), finalizzato al supporto degli operatori con nuove linee di credito per un ammontare che, nel biennio 2014-15, potrà arrivare a 1 miliardo di euro.

Proprio in Veneto, ieri, si è tenuto un incontro tra alcuni dirigenti regionali e le diverse componenti del mondo agricolo interessato alle vicende del maltempo: si stanno ancora raccogliendo dati per poter quantificare la perdita di animali e le aziende danneggiate, per i quali cercare poi di attingere al fondo di solidarietà in agricoltura. La Cia ha già parlato per la Liguria - eccellenza nel florovivaismo, con un’impresa italiana su tre situata tra Imperia e Savona - di danni per milioni, tra allagamenti e frane. E, anche in questo caso, si è tornati anche a discutere di agricoltura correlata al dissesto idrogeologico, e alla necessità di mantenere costante la manutenzione dei muri e dei terreni che, se ben gestiti e curati, ad esempio con i muretti a secco, non franano. Per il modenese, il presidente della Provincia Emilio Sabattini, incontrando qualche giorno fa il sottosegretario alle Politiche agricole Maurizio Martina, ha parlato di 54 milioni di euro per i danni arrecati dalle esondazioni degli ultimi giorni, tra i redditi andati in fumo, le lesioni ai fabbricati rurali, quelle ai vitigni di Lambrusco Doc e di pere Igp (le due colture pregiate dell’area), le scorte perse, e quelle ai macchinari e alle strutture di produzione.

il Fatto 9.2.14
Caos Ucraina
Il rapper di Kiev: “Ci servono eroi come Falcone”
di Corrado Zunini

Kiev. Salendo su una delle barricate che proteggono piazza Maidan dai violenti titusk – giovani uomini disoccupati pagati dal governo per picchiare chi protesta – schierati di nuovo a decine con fare provocatorio, inciampo in un copertone bruciato. Ma una mano mi afferra. È quella di uno dei tanti cittadini che dalla notte del 30 novembre ha deciso di non lasciare più la piazza e “resistere, anche a costo di rimetterci la pelle”. Pur di non vedere l’Ucraina sprofondare di nuovo nella dittatura. Alzando lo sguardo, il volto e la voce del ragazzo che si raccomanda di fare attenzione, hanno l’aria familiare . La fotografa ucraina che mi accompagna lo riconosce e inizia a scandire, a “rappare” una strofa: “Scevna merla Ucraina”, l’Ucraina non è morta. Ecco di chi sono la mano, la voce, lo sguardo disteso, nonostante la tensione tutto intorno. Appartengono a Rostyslav Xytrak, detto Slava, un attore e musicista di 29 anni che, usando il leit motiv dell’inno nazionale ucraino, ha composto la colonna sonora di questa resistenza 2.0: “Revolution Ukraine”. Nel video, oltre a Slava ci sono dei bambini e la sua ex ragazza, l’italiana Jennifer Tilesi, che fanno il coro. Un intermezzo dolce, contrappunto delicato alle critiche durissime nei confronti del presidente Viktor Yanukovich e della sua cricca. Non si nasconde Slava, anche se deve cambiare letto ogni notte per evitare che le minacce si trasformino in torture, carcere o sparizione, come quella dei 22 giovani dei quali non si sa più nulla da una decina di giorni. Il suo video, postato su Youtube, ha anche i sottotitoli in inglese: “L’Ucraina è governata da gente corrotta, che ruba il pane e il lavoro ai giovani e taglia le pensioni agli anziani che hanno costruito il Paese, lottato contro l’occupazione e dovuto sopportare la dittatura sovietica”. Parole di disgusto nei confronti del presidente che si è arricchito a dismisura, che ha premiato i suoi figli e non quelli degli altri. Frasi che chiedono lo stato sociale, l’uguaglianza di fronte alla legge, il rispetto della libertà di espressione e di critica pacifica, previsti dalla Costituzione del 2004, tradita dall’accentramento di potere nelle mani del presidente. “Non mi interessa la vita senza diritti, senza poter esprimere e combattere per gli ideali in cui credo. Sarebbe solo la vita del mio corpo, non della mia anima”, dice Slava sorridendo tranquillo. Poi fa una pausa e riprende: “Uno dei miei eroi è Giovanni Falcone, che sapeva di rischiare la vita ma ha continuato a combattere pacificamente, attraverso il codice penale e l’applicazione della Costituzione per sconfiggere la mafia”.

il Fatto 9.2.14
Uk, ministro lascia per la colf irregolare
Mark Harper, 43 anni, era proprio il titolare dell’immigrazione nel governo conservatore di Cameron
di Caterina Soffici


Londra. Il ministro inglese per l’Immigrazione Mark Harper si è dimesso ieri sera perché impiegava un’immigrata clandestina come donna delle pulizie. Il premier David Cameron ha accettato le dimissioni “con rammarico”, dice Downing Street, anche se “non c’era alcuna indicazione che Harper avesse assunto consapevolmente una clandestina”. L’ha fatto “a sua insaputa”, anche se la formula non è molto in voga nell’isola britannica, dove consuetudine e rispetto impongono che chi viene beccato con le mani sporche di marmellata si prenda le proprie responsabilità. Il ministro dimissionario (che in verità è un vice ministro dell’Interno con delega all’immigrazione) è stato prontamente sostituito da James Brokenshire. Non un grave reato, in effetti. Soprattutto perché “nessun elemento indica che fosse a conoscenza della menzogna della donna, che gli aveva fornito documenti falsi al momento dell’assunzione” dicono da Downing Street.

NELLA LETTERA di dimissioni però Harper spiega che anche se sbaglia in buona fede, un ministro deve essere irreprensibile (“a un livello superiore rispetto agli altri” scrive). Ammette poi che avrebbe dovuto verificare più a fondo i documenti, visto che in questi giorni si sta discutendo la sua proposta di legge che inasprisce regole, controlli e sanzioni per chi impiega clandestini.

Ma le dimissioni erano ineluttabili anche perché proprio Mark Harper era stato l’artefice l’anno scorso della campagna pubblicitaria contro gli immigrati clandestini al centro di una enorme polemica. Aveva pensato di scoraggiare i clandestini facendo girare per le strade dei camioncini con la scritta “In Uk illegalmente? Go home or face arrest”: vai a casa o sarai arrestato. L’iniziativa era stata criticata da più parti e finita sotto il fuoco degli stessi liberal democratici, alleati di governo di Cameron. Vince Cable, libdem e ministro per le attività produttive, aveva definito la campagna “stupida e offensiva”. “Il duro messaggio go home rievoca i graffiti razzisti comuni negli anni Settanta” aveva scritto il Guardian. E lo stesso Nigel Farage, leader del partito anti immigrazione Ukip (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) l’aveva definita “sgradevole”.

Mark Harper rispose alle accuse con una lettera sul Daily Mail, il giornale popolare vicino ai conservatori molto sensibile ai temi dell’immigrazione, dove sosteneva: “Razzismo? Non è razzismo chiedere a persone che si trovano qui illegalmente dei lasciare il Paese”. Alla fine il ministro degli Interni Theresa May aveva deciso di sospendere la campagna. E questa volta è stato Harper a dover “andare a casa”.

Il Sole 9.2.14
Berna. Gli italiani i più penalizzati - Il no alla libera circolazione creerebbe tensioni nei rapporti con la Ue
Svizzera al voto sugli immigrati
Referendum per chiedere quote annuali all'ingresso di stranieri
di Lino Terlizzi


LUGANO Oggi si saprà se tra Berna e Bruxelles si dovrà aprire un altro non facile confronto oppure no. Dipenderà dall'esito del referendum voluto dall'Unione di centro (Udc), partito nazionalista e anti europeista, con un'iniziativa dal titolo esplicito: "Contro l'immigrazione di massa". L'Udc mira di fatto a uno stop alla libera circolazione in vigore con l'Unione europea e alla reintroduzione di un meccanismo di tetti alle entrate. La stessa Udc propone una rinegoziazione degli accordi bilaterali con Bruxelles. Il Governo elvetico e la maggioranza del Parlamento sono contrari all'iniziativa ma l'esito del voto è incerto.
Il vento anti Ue che soffia in varie parti d'Europa ha riacceso anche in Svizzera le iniziative contro gli accordi con Bruxelles. Il sondaggio di fine gennaio effettuato da Gfs.bern per la radiotelevisione svizzera ha mostrato che l'esito del referendum si gioca su margini stretti. I no infatti vengono indicati al 50% (contro il 55% di fine dicembre), i sì al 43% (in crescita dal 37% di un mese prima). Gli indecisi sono al 7 per cento.
L'Udc, appoggiata dalla Lega dei ticinesi, agita il vessillo di un'immigrazione che definisce devastante per la Svizzera. Quasi tutti gli altri partiti richiamano le cifre di una buona situazione economica e di un'immigrazione sotto controllo. Lo stesso fanno le associazioni delle imprese elvetiche, che in più aggiungono l'allarme sulla scarsità di manodopera nel caso si ritornasse ai contingenti per i lavoratori provenienti dalla Ue. Nel terzo trimestre 2013, la popolazione residente in Svizzera era di 8,1 milioni. Gli stranieri erano 1,9 milioni, cioè il 23%. Oltre i due terzi degli stranieri provenivano da Stati dell'area Ue. La percentuale degli stranieri residenti è elevata, ma ciò corrisponde, dicono le imprese, allo storico bisogno di forza lavoro della Svizzera dove la disoccupazione rimane bassa, al 3,5 per cento.
Nei cantoni di frontiera, Ticino incluso, la questione dei frontalieri viene impugnata da chi appoggia l'iniziativa Udc. In tutta la Svizzera i pendolari della frontiera erano circa 277mila nel terzo trimestre 2013. Nel solo Ticino erano oltre 59mila i frontalieri italiani, circa un terzo della forza lavoro nel cantone. I favorevoli all'iniziativa Udc sostengono che gli accordi bilaterali con la Ue, entrati in vigore a metà 2002, hanno portato all'impennata dei frontalieri, con danno per la forza lavoro locale e per il livello dei salari. I contrari e le stesse imprese rispondono che l'incremento dei frontalieri corrisponde ai bisogni dell'economia ed era iniziato già prima dei bilaterali. Una situazione che divide, quella del Ticino, e che secondo le previsioni prevalenti porterà alla vittoria del sì nel cantone.
A livello nazionale la speranza di chi si oppone alla proposta Udc, partito guidato dal giovane Toni Brunner ma ispirato sempre dal leader Christoph Blocher, imprenditore e politico sperimentato, è che il fronte del sì non ottenga la doppia maggioranza richiesta. L'iniziativa Udc deve infatti avere sia la maggioranza dei votanti che la maggioranza dei 26 tra cantoni e semicantoni. È un ostacolo in più per il partito populista di Blocher, ma è chiaro che l'ipotesi migliore per il fronte del no è che già tra i votanti l'iniziativa non passi. Se passasse con la doppia maggioranza, il Governo elvetico dovrebbe suo malgrado entrare in tensione con l'Unione europea. E quest'ultima potrebbe non accettare la rimessa in discussione di un solo capitolo, quella della libera circolazione, del pacchetto degli accordi bilaterali tra Berna e Bruxelles.

Corriere 9.2.14
Nobel, tv e beduini Il professore che vuole conquistare Israele
«Al Paese serve un presidente-educatore»
di Davide Frattini


Inviato Tel Aviv - Se dovesse vincere, non ha intenzione di rinunciare al programma televisivo. Spiega i segreti della chimica alle bambine e ai bambini di sei anni, lo reputa una missione per il vincitore del Nobel e lo considererebbe parte dei suoi doveri da capo dello Stato. Progetta di trasferire il set dal soggiorno di casa sua a Haifa, sulla costa nel nord di Israele, alla residenza ufficiale nel centro di Gerusalemme. 
Dan Shechtman sta ancora lavorando alla formula che gli permetta di raccogliere le firme di dieci deputati, sufficienti a diventare un candidato. «Il candidato della gente», come dice lui, il candidato di quel 40 per cento degli israeliani convinti — sondaggio dell’università di Tel Aviv per il Peace Index — che il prossimo presidente debba emergere dal mondo dell’accademia e della scienza, che debba essere scelto dai cittadini e non dal Parlamento (60 per cento delle risposte). 
Come si è reso conto, la Knesset è un laboratorio più complicato di quelli dove è abituato a studiare i quasi cristalli, gli atomi della politica sono difficili da far aggregare. «Sto incontrando i leader dei partiti che potrebbero sostenermi — racconta in un caffè di Tel Aviv —. Nessuno vuole ancora impegnarsi, immagino stiano aspettando di capire quali vantaggi possono ottenere dalle trattative». Il professore al politecnico di Haifa ha parlato anche con Shimon Peres, che il Nobel l’ha vinto per la Pace (assieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat) e adesso non sembra smanioso di lasciare la poltrona di presidente dopo il voto prima dell’estate. «Non mi ha dato consigli». 
Fino al riconoscimento internazionale di tre anni fa, Shechtman è rimasto ai margini dei circoli di potere nelle università israeliane, gli altri docenti restano increduli davanti a quel collega che ancora spende tempo e energie nelle classi polverose giù nel deserto del Negev per insegnare la chimica ai beduini. «L’istruzione è fondamentale, la risorsa più importante di un Paese. Da presidente mi concentrerei anche sull’educazione: le nostre scuole non addestrano — anche se dovrebbero — a diventare una persona migliore. Come comportarsi verso gli altri, preoccuparsi delle disuguaglianze sociali, intervenire per provare a contrastare le ingiustizie: tutto questo deve entrare nel curriculum». 
Anche l’annuncio della candidatura è stato pianificato in modo non ortodosso. Shechtman, che ha compiuto da poco 73 anni, ha scelto il canale pubblico, ha rinunciato a qualche telespettatore in più per non apparire sulle emittenti commerciali affollate di pubblicità. 
Gli israeliani lo vorrebbero insediato nella carica che ha un basso valore politico ma un alto valore simbolico perché temono che l’immagine del Paese all’estero stia deteriorandosi tra le minacce di boicottaggio economico e accademico. «Non c’è persona migliore di me per affrontare questi problemi. Io e gli altri scienziati rappresentiamo l’eccellenza di questa nazione. Sarei l’ambasciatore del desiderio di pace: non affronterei direttamente l’occupazione dei territori e la questione palestinese, spingerei il governo a trovare una soluzione. Ragiono da studioso: individuato il problema, è possibile trovare una soluzione». 

(Il presidente dello Stato di Israele è eletto dalla Knesset, il Parlamento, e resta in carica per sette anni. I suoi poteri sono cerimoniali.
Il voto è previsto per il prossimo giugno. Per partecipare alle elezioni occorre ottenere la firma di almeno 10 deputati. L’attuale presidente Shimon Peres non intende candidarsi per un nuovo mandato)

l’Unità 9.2.14
La versione di Woody
Allen risponde alla figlia e alle accuse di pedofilia
di Mattia Pasquini


«OVVIAMENTE, NON HO MOLESTATO DYLAN. L’ho amata e spero che un giorno lei possa comprendere quanto sia stata defraudata dell'amore paterno e sfruttata da una madre più interessata alla propria rabbia incancrenita che al benessere di sua figlia». Woody Allen risponde alla lettera aperta che la figlia adottiva Dylan aveva pubblicato il 1 febbraio, accusandolo di molestie. Non propriamente sul New York Times, ma su un blog a esso collegato, quello di Nicholas Kristof - editorialista del giornale dal 2001 e Premio Pulitzer 1990 e 2006 - amico «stretto» di Mia Farrow con la quale ha condiviso piu di un viaggio, a partire da quello in Darfur. Nella settimana successiva la domanda con la quale la ragazza aveva aperto il suo scritto è rimbalzata da un lato all’altro del globo: Qual è il vostro film preferito di Woody Allen? E molti di noi si sono quasi vergognati di aver fatto il tifo per il piccolo jazzista di Manhattan, di avergli sorriso nelle interviste, di aver citato le sue battute più celebri o di aver avuto - nei suoi confronti - il solo dubbio di scegliere un film del cuore tra i tanti della sua carriera.

Una querelle del genere spinge, inevitabilmente, a scegliere una fazione. E in un argomento come questo, spesso, si finisce con lo sposare indignati la versione cui credere. Certo il fatto che nel 1997 Allen abbia sposato la venticinquenne Soon-Yi Previn, adottata nel 1991 (ma dalla sola Farrow), non è qualcosa che siamo abituati a vedere molto spesso, ma «il cuore vuole ciò che vuole; non c’è logica in queste cose», come disse lui nel 1992.

Se qualcuno ancora non avesse deciso da che parte stare, ecco quindi la lettera - altrettanto «aperta» (e pubblicata, non senza discussione, dall’editor dello stesso giornale Andrew Rosenthal, convinto che in questo caso «avremmo dovuto») - di Woody, e i suoi puntini sulle «i» di Mia.

A 21 anni dalla prima accusa di Mia Farrow, dalla quale si separò nel 1992, l’arringa difensiva del quattro volte Premio Oscar è una lunga ricostruzione dei fatti, ovviamente filtrati dalla propria lente, ma suffragati da una serie di «testimonanze» di non poco conto. In primis, anche se ultima in ordine cronologico, quella di Moshe, fratello di Dylan e oggi consulente familiare. «Mia madre mi inculcò l’odio per mio padre per aver distrutto la famiglia e aver molestato sessualmente mia sorella e io l’ho odiato per anni - ha dichiarato il 36enne alla rivista People - ma ora capisco che era un modo per vendicarsi di lui per essersi innamorato di Soon-Yi. Naturalmente Woody non molestò mia sorella. Lei lo amava e non vedeva l’ora di vederlo quando ci veniva a trovare; non si è mai nascosta da lui fino a che nostra madre non riuscì a creare una atmosfera di paura e odio verso di lui». Dichiarazioni che ha accompagnato a quelle di esser stato «spesso colpito» da bambino e di una figura materna facile a irrefrenabili scoppi di rabbia che gli hanno attirato la condanna definitiva («per me è morto») della sorella.

Purtroppo per lei, contro l'insistenza nel rifiutare ogni «indottrinamento» da parte della madre, gioca anche il referto degli esperti del Child Sexual Abuse Clinic of the Yale-New Haven Hospital, convocati dalla polizia del Connecticut che dichiararono la ragazza non abusata e più probabilmente vittima vulnerabile di una famiglia disturbata, stressata e coached, istruita, «da Mia Farrow». Anche Mia aveva consultato un esperto, racconta Allen nella sua lettera: «insistette che avevo abusato di Dylan e la portò immediatamente da un dottore perché la esaminasse, ma Dylan disse al dottore che non era stata molestata. Mia la portò fuori a prendere un gelato, e quando tornarono la bambina aveva cambiato la sua versione». Quello fu l’inizio dell’indagine, che costrinse anche il genitore a sottoporsi - comunque «molto volentieri», ci tiene a sottolineare - alla macchina della verità, con esito positivo. «Perché non avevo niente da nascondere - insiste, aggiungendo - Mia non volle».

Negli Stati Uniti, intanto, la domanda ricorrente è: cosa succederà agli Oscar? Perché la vicenda familiare della famiglia Allen non è un argomento nuovo, e perché l’attenzione non resterà a lungo sugli scambi di lettere tra celebrities. Ma soprattutto perché l’ultimo splendido Blue Jasmine attende dall’Academy Award il responso sulle tre nomination ottenute: per la miglior sceneggiatura originale (la sedicesima per Allen), la miglior attrice non protagonista e per la miglior attrice protagonista, ad una Cate Blanchett che fino ad oggi era la super favorita e che probabilmente inizia a temere che qualcuno possa farsi condizionare dalla vicenda e penalizzare lei per non premiare Woody. «È stata una situazione penosa per tanto tempo per la famiglia, spero che possano trovare una soluzione e la pace», aveva salomonicamente dichiarato domenica scorsa l’attrice, interpellata al party del Santa Barbara International Film Festival. Altro non sentiremo, dagli interessati almeno. Si spera. Questa è «l'ultima parola». Di certo, da parte del regista, che dichiara che «nessun altro risponderà per conto mio a qualsiasi ulteriore commento fatto da chiunque. Sono state ferite già abbastanza persone». E che ognuno decida cosa pensare …e quale sia il proprio film preferito di Woody Allen.

La Stampa 9.2.14
Alla ricerca del silenzio perduto
La sfida di un ricercatore Usa tra foreste incontaminate e distese di ghiaccio. Ma il rumore è ovunque
di Monica Perosino

qui

l’Unità 9.2.14
Fantasia matematica
Le capacità creative e le applicazioni di una scienza ritenuta fredda e arida
Dalle coordinate cartesiane che permisero le rappresentazioni grafiche alle «stringhe» del matematico de Lagrange che ispirarono Henry Moore
Ecco tutte le visibili armonie che sono state rese possibili dall’utilizzo di calcoli numerici ed equazioni
di Michele Emmer


NEL SETTECENTO NASCE L’IDEA DI FUNZIONE PARALLELAMENTE ALLA RAPPRESENTAZIONE GRAFICA RESA POSSIBILE DALL’INTRODUZIONE DEL SISTEMA DI COORDINATE CARTESIANE nel piano e nello spazio. L'idea di questo sistema di riferimento fu sviluppato nel 1637 in due scritti da Cartesio. Nella seconda parte del suo Discorso sul metodo, Cartesio introduce la nuova idea di specificare la posizione di un punto o di un oggetto su una superficie usando due rette che si intersecano in un punto come strumenti di misura. Diventa possibile disegnare i grafici delle funzioni. Non che i matematici greci non si immaginassero le curve e le superfici che utilizzavano gli architetti nei templi, nelle statue e negli edifici. Sino a quel grande capolavoro della letteratura e della creatività che sono gli Elementi di Euclide (323 a.C. – 286 a. C) su cui è stata formata la fantasia e la immaginazione di tanti studenti in tutto il mondo.

Un’altra grande svolta avviene nella seconda metà dell’Ottocento. Si scoprono nuovi tipi di geometrie, oltre a quella Euclidea, nuovi spazi, si immaginano nuovi universi. I matematici, soprattutto i Francesi e i Tedeschi ritengono che sia venuto il momento di far letteralmente vedere agli studenti, agli studiosi le nuovo forme scoperte, le nuove superfici, le nuove curve.

Inizia la costruzione di modelli che rappresentano le nuove superfici. Hanno scritto due storici della matematica, Nicla e Franco Palladino: «I modelli matematici realizzati (essenzialmente in Europa) in un intervallo di tempo che è delimitabile, con buona approssimazione, tra gli inizi della seconda metà dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento, rappresentarono i prodotti di un’impresa culturale che coinvolse alcuni dei più attivi istituti matematici presenti presso le università e i politecnici europei».

Quei modelli non interessano solo studenti e docenti, ma attirano anche gli artisti come Henry Moore che nella metà degli anni trenta del secolo scorso vide a Londra alcuni modelli di superfici rigate realizzate con stringhe, opera del matematico francese Fabre de Lagrange. Realizzò una serie di piccole sculture direttamente ispirate da quelle superfici. Man Ray negli stessi anni scopriva i modelli matematici dell’Istitut Poincarè di Parigi, li fotografava (e le foto diventeranno famosissime) e una decina di anni dopo realizzava una serie di dipinti che chiamerà Équations shakespearian direttamente ispirati ai modelli fotografati. Per arrivare ai giorni nostri, all’artista giapponese Hiroshi Sugimoto, che ha non solo fotografato gli stessi modelli che erano arrivati sin in Giappone dalla Germania, ma ne ha realizzati di nuovi. Avrebbero dovuto essere uno dei punti di forza della grande mostra Visibili armonie che, alla vigilia dell’apertura al MART di Rovereto agli inizi del 2013 è stata cancellata.

Altra grande rivoluzione con l’avvento della computer graphics. Diventa possibile vedere sullo schermo di un computer oggetti, forme, superfici che nessuno aveva potuto vedere in precedenza. E si possono immaginare e scoprire nuove forme, nuove superfici. Cambia il modo di investigare alcune parti della matematica. Il primo volume sulle influenza anche sull’arte di questo nuovo strumento con il titolo The Visual Mind: Art and Mathematics esce nel 1992 per la MIT Press, cinquecento anni dopo la morte di Piero della Francesca, pittore insigne e grande matematico. Cambierà di conseguenza il modo di progettare in architettura, nel design, nella moda e persino nel cinema, basti pensare come è cambiato il cinema di animazione in due e tre dimensioni sull’onda di questa nuova capacità di visualizzare e di modellizzare.

Un libro recente di Mark Burry, (The New Mathematics for Architecture, Thames & Hudson, 2012) l’ingegnere architetto australiano incaricato di portare a termine quell’opera visionaria che è la Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona, ha svelato, utilizzando molte immagini, come le nuove superfici matematiche diventano architettura. Facendo esplodere la fantasia. Alla faccia di chi, dopo l’esperienza scolastica, pensa alla matematica come a una cosa fredda e noiosa!

Tra i primi ad organizzare convegni sulla matematica visuale è stato Konrad Polthier della Freie Universität di Berlino, sin dagli anni Novanta. Nel 2009 ha pensato di realizzare un libro dal titolo eloquente, nella edizione inglese, A Mathematical Picture Book (Springer Verlag). Nel 2013 è uscita la edizione italiana (G. Glaeser & K. Polthier, Immagini della matematica, Springer Italia & Cortina Editore). Il volume inizia da quanto esiste di più classico, i solidi che Platone aveva posto alla base della struttura dell’universo per arrivare passando dalla geometria piana alla struttura dei numeri, ai limiti e alle funzioni sino alla topologia delle superfici, alle strutture minimali (di cui sono uno splendido esempio le bolle di sapone contenute nel mio libro Bolle di sapone, Bollati Boringhieri, 2010). E ancora alla quarta dimensione, alle carte geografiche e non potevano mancare i frattali, le applicazioni al movimento, sino alla chirurgia maxillo-facciale e la fotografia. Tutte le immagini del libro sono strettamente computerizzate. Manca forse una qualche riflessione, anche storica, alla fine si è travolti da tante immagini. Ma è anche il risultato di una scelta consapevole. La matematica è (anche) immagini che possono essere interessanti, utili e persino affascinanti. Sì, stiamo parlando proprio di matematica dei giorni nostri!

il Fatto 9.2.14
Uno Mattina
Il professor Sabatini: la Crusca serve ancora
di Paolo Ojetti


L’uno mattina “in famiglia” del sabato e della domenica è quello che è: ha l’impronta riconoscibile di Michele Guardì ed è come la calza della Befana dove, tanto per usare un ossimoro, la sorpresa è sempre quella. Accanto a Tiberio Timperi, il bello della diretta, adesso conduce Francesca Fialdini, 34 anni, e un passato lungo dieci anni, con radici radiofoniche piantate in Vaticano. Ruotano nel contenitore personaggi notissimi: il colonnello Laurenzi che esordì “fra le nuvole” a Radio Capital nel 1997 e oggi racconta il meteo come si usava nello storico calendario del Barbanera: lavate la macchina, tenetevi l’ombrello, fate il bucato, seminate i bulbi dei tulipani con la luna nuova.

GIANNI IPPOLITI, che sfoglia la margherita del gossip cartaceo, aggirandosi fra pettegolezzi e cretinate, fingendo la serietà che avrebbe potuto avere Rommel in Cirenaica. Ma, su tutti, svetta un signore di 83 anni, con la prontezza e la verve di un ragazzino, che possiede nella scatola cranica la sintesi globale del Rigutini e Fanfani, del Tommaseo e di tutta l’Enciclopedia Treccani (dizionario compreso) messi assieme: è il professor Francesco Sabatini, presidente onorario della Crusca, linguista di riconosciuta e unanime fama planetaria.

Una sineddoche, una metonimia, una metafora, un anacoluto, un chiasmo, un’epistrofe: nulla sfugge al professore e a lui chiedono soccorso i telespettatori attanagliati da dubbi personali sull’uso dei verbi ausiliari o così satanici da annotare le perversioni sintattiche e grammaticali di giornalisti, anche di carta stampata. Sabatini ha una risposta per tutti. Le domande sono in diretta: professore, abbarbicarsi vuol dire farsi crescere la barba? E il prof, segretamente certo che metà degli italiani (e forse più) è convinta che fra l’edera e i peli non ci sia differenza alcuna, pazientemente ma con fermezza, spiega, chiarisce, smuove etimologie e storia, arabismi e neologismi, le lingue romanze, i dialetti occitani e le peculiarità botaniche dei rampicanti. Date le miserevoli condizioni in cui versa l’italiano, ridotto a duecento parole multiuso (la classe politica è alla deriva anche per questa ragione), di Sabatini servirebbero alcuni cloni da spargere oltre i recinti del sabato mattina. C’è una prova regina che taglia la testa al toro e a molti altri animali. Quando il professore spiega la vera origine del modo di dire “non capisco un tubo”, la telecamera si sposta (perfidia di Guardì) sul primo piano attonito di Timperi.

Corriere 9.2.14
Un anno dopo la rinuncia di Benedetto XVI
Ecco i custodi del segreto del segreto di Ratzinger
Dal manoscritto allo stupore dei cardinali
Le 24 ore che hanno cambiato la Chiesa
di Gian Guido Vecchi


Cominciano ad addensarsi le nubi, una luce cinerea piove dalle vetrate che danno sul cortile di San Damaso e rischiara appena le logge di Raffaello. Palazzo Apostolico, lunedì, 11 febbraio 2013. Al terzo piano Benedetto XVI si è svegliato poco dopo le sei, alle 6.50 è uscito dalla sua stanza verso la cappella privata per celebrare la messa quotidiana, prima di colazione, assieme alla piccola «famiglia» pontificia: i segretari Georg Gänswein e Alfred Xuereb e le quattro «Memores Domini» che lo aiutano nell’appartamento, Loredana, Carmela, Cristina e Rossella. 
Alle 9 il Papa è nel suo studio. Tutto procede come ogni giorno, solo che non è un giorno come gli altri. Si prepara un temporale, a Roma, poche ore più tardi farà il giro del mondo la foto di un fulmine che cade sulla sommità della Cupola di San Pietro. Di un «fulmine a ciel sereno», la voce arrochita, parlerà anche Angelo Sodano, Decano del Collegio cardinalizio, il primo a prendere la parola dopo che Benedetto XVI ha annunciato, alle 11.41, la propria «rinuncia» al ministero petrino. «Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem...». Il Papa ha convocato i cardinali per la canonizzazione degli 813 martiri di Otranto uccisi dagli ottomani il 14 agosto 1480 e di altre due beate, e va avanti imperturbabile secondo programma. Ma alla fine prende ancora la parola, dispiega due fogli e comincia a leggere a fior di labbra, poco più di un sussurro nel silenzio assoluto. 
«Carissimi fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa...». Mentre Joseph Ratzinger pronunciava la sua Declaratio, nella Sala del Concistoro al secondo piano del Palazzo, tra i cardinali allineati lungo gli arazzi raffaelleschi del Penni ce n’erano alcuni che si guardavano sgomenti e altri che non avevano capito, «declaro me ministerio renuntiare», il biblista Gianfranco Ravasi lo racconterà a dimostrazione di quanto la conoscenza del latino stia scemando anche nella Chiesa, o magari è solo incredulità, «ma che ha detto?». Sodano parla a nome di tutti e interpreta il sentimento comune, lo stupore che di lì a pochi minuti diverrà planetario. Eppure il cardinale, fin dalla vigilia, è uno dei pochissimi ad essere consapevole di ciò che si prepara. 
Domenica, pomeriggio
La Declaratio non ha la data di lunedì ma del 10 febbraio, domenica. Joseph Ratzinger l’ha scritta di persona, come d’abitudine a matita, al pomeriggio. Dopo l’Angelus ha avvertito il Decano e il segretario di Stato Tarcisio Bertone, che lunedì mattina portano con sé una copia del testo e ne seguono la lettura parola per parola. E ancora lo sanno il Sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa. L’indomani toccherà a padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, il compito arduo di spiegare e affrontare i media di tutto il mondo. Le ultime «dimissioni» di un Papa risalgono al 4 luglio 1415, Gregorio XII, e tutti grazie a Dante hanno presente il gesto di Celestino V, il 13 dicembre 1294. C’è la suggestione del 28 aprile 2009, quando Benedetto XVI andò all’Aquila devastata dal terremoto e seminò il panico nel seguito varcando la porta santa della basilica pericolante di Collemaggio, era previsto un omaggio sulla soglia ma lui volle posare il suo pallio sulla teca con le spoglie del Papa del «gran rifiuto». Ma qui non entrano in gioco potenze esterne, impossibile fare paralleli con la Declaratio «in piena libertà» di Ratzinger. 
Lunedì, alba
Il giorno è arrivato, nel Palazzo l’attività si fa convulsa fin dall’alba, solo allora esce dall’appartamento privato del Papa quel foglio che non ha reali precedenti nella vicenda bimillenaria della Chiesa. Lo scandalo di Vatileaks insegna, non si può rischiare una fuga di notizie. Il testo scritto della Declaratio diffuso dal Vaticano intorno a mezzogiorno contiene tre errori come altrettanti indizi. Benedetto XVI ha affidato il manoscritto alla segretaria Birgit Wansing, l’unica persona in grado di decifrarne la calligrafia minuta e nervosa. Solo dall’alba di lunedì comincia in Segreteria di Stato il lavoro di trascrizione del testo latino e delle traduzioni in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e arabo. Quando Ratzinger lo legge, nella Sala del Concistoro, dice correttamente «vita», all’ablativo, ma all’inizio del testo distribuito c’è il genitivo «vitae» e più oltre un’altra concordanza sbagliata, l’accusativo «commissum» (ma questo lo legge anche il Papa) anziché il dativo «commisso». E poi, sintomatica, l’indicazione dell’inizio della sede vacante, la sera del 28 febbraio: l’inesistente «hora 29» invece delle 20 annunciate da Benedetto XVI. La fretta: in ogni tastiera il numero 9 è giusto accanto allo zero. 
Lunedì, ore 10.46
Il Pontefice, alle 10.55, lascia l’appartamento, scende in ascensore alla seconda loggia ed entra nel salone, il passo breve e un po’ malcerto, l’aria patita ma lo sguardo determinato. Alle 11.41 i cardinali impallidiscono. Cinque minuti più tardi, alle 11.46, il lancio Ansa della vaticanista Giovanna Chirri informa il mondo delle dimissioni. «Iterum atque iterum», sillaba Benedetto XVI. Ratzinger spiega di aver preso la sua decisione dopo avere esaminato ripetutamente la propria coscienza, «ancora e ancora», davanti a Dio. Nella scelta del Pontefice bisogna distinguere la lunga maturazione della decisione, la scelta della data e il momento in cui la comunica alle persone più vicine. Quando l’ufficio delle celebrazioni liturgiche, il 4 febbraio, avvisa i «signori cardinali» che ci sarà il concistoro di lì a una settimana, Benedetto XVI ha già deliberato in cuor suo che quella, nella solennità della cerimonia e davanti ai cardinali, sarà l’occasione adatta. In quei giorni viene bloccata anche la stampa dell’Annuario Pontificio 2013 in vista di «modifiche» importanti. 
Del resto Ratzinger ci pensava da tempo. Il 27 ottobre 2011, ad Assisi, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I gli diede appuntamento a Gerusalemme nel 2014, per celebrare i cinquant’anni dell’incontro tra Paolo VI e Atenagora, e si racconta che il Papa gli abbia risposto: «Verrà il mio successore». Forse se lo sente, di certo Benedetto XVI aspettava il momento giusto da quando, dopo l’incontro all’Avana con Fidel Castro, il 29 marzo 2012 tornò sfinito dal viaggio di sette giorni in Messico e a Cuba. «Sì, sono anziano ma posso ancora fare il mio dovere», aveva sorriso al Líder máximo. Oltretevere però raccontano che ci mise un mese a recuperare un po’ di forze. Da tempo ne è al corrente il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, con il quale si è confidato durante le vacanze estive a Castel Gandolfo. Si dice che in agosto ne abbia parlato anche a Bertone e a Gänswein, il quale cerca invano di dissuaderlo nelle settimane successive. Ma Benedetto XVI è determinato. Quello di domenica è solo l’ultimo passaggio. Il Papa avverte chi di dovere. Per diciassette giorni bisognerà gestire una situazione inedita e prepararsi al conclave. Ma Ratzinger, con acribia da studioso, ha da tempo calcolato e programmato ogni mossa. 
«Un atto di governo»
La «rinuncia», in teoria, è prevista dal Codice di diritto canonico, canone 332, paragrafo 2. Nel libro «Luce del mondo», del 2010, aveva prospettato l’ipotesi: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia nel clero, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anche nella primavera del 2012. Scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo «corvo» Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio. 
Non è il momento, sono mesi difficili di veleni e lotte di potere in Curia, Ratzinger ha già deciso ma non intende dare la sensazione di fuggire. Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Così aspetta che il processo si concluda, aspetta che la commissione cardinalizia che ha nominato per indagare sugli scontri nella Curia consegni a lui e solo a lui la relazione segreta che indica manovre e responsabilità. A dicembre ha tutti gli elementi per agire e fare pulizia, sa che è urgente ma sente di non averne più la forza. Affiderà il dossier al successore. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». La «ingravescente aetate» e la consapevolezza che nella Chiesa è necessaria una scossa non sono spiegazioni alternative ma gli elementi che fondano assieme la decisione di dimettersi. Non a caso padre Federico Lombardi parla di «un grande atto di governo della Chiesa». 
Le Ceneri, verso Pasqua
Benedetto XVI non lascia nulla al caso. Alla fine del 2012 compie le celebrazioni di Natale e calcola i tempi in modo che nell’ultima settimana di marzo, a Pasqua, il momento più importante per i fedeli, la Chiesa abbia un nuovo Pontefice. Il 24 novembre ha convocato un concistoro per la creazione di sei nuovi cardinali e per la prima volta nella storia — salvo uno «mini» del 1924, quando Pio XI creòdue cardinali americani — non c’è neanche un europeo: per «riequilibrare» la composizione del Collegio, troppo sbilanciato sul Vecchio Continente, e questo è un segnale. Come è un segnale il fatto che la Declaratio avvenga alla vigilia delle Ceneri, l’inizio del periodo penitenziale di Quaresima. Le tentazioni diaboliche che si riassumono nella pretesa di «strumentalizzare Dio», di «mettersi al Suo posto» o «usarlo per i propri interessi», per la «gloria e il successo». Come un epilogo alla Declaratio, nel pomeriggio di mercoledì torna a incontrare i cardinali e parla dell’«ipocrisia religiosa» denunciata da Gesu, «laceratevi il cuore e non le vesti!», prima di posare la cenere sul capo dei porporati chini e in fila davanti al Papa: allora diventa chiaro che la denuncia delle «divisioni ecclesiali» che «deturpano» il volto della Chiesa, come l’esortazione a «superare individualismi e rivalità», è un’indicazione precisa al conclave che si avvicina. 

Il Sole 9.2.14
A un anno dall’11 febbraio 2013
La rinuncia del Papa
Un gesto dirompente per una nuova Chiesa
Dopo l'annuncio di Ratzinger per «ingravescentem aetatem», il Conclave ha scelto Francesco
di Carlo Marroni


La storia in meno di tre righe. All'articolo ("canone") 332, comma 2, del codice di diritto canonico, dove si prevede che "nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti". Tre righe che hanno permesso alla Chiesa di cambiare il corso della sua storia. È passato un anno da quella mattina dell'11 febbraio 2013, quando Benedetto XVI – davanti ai cardinali presenti a Roma riuniti nella sala del Concistoro, per l'avvio della canonizzazione dei martiri d'Otranto – annunciò in latino che a causa del suo «invecchiamento, ingravescentem aetatem», fu la frase-chiave, aveva deciso di rinunciare al ministero petrino. Erano sei secoli che questo non accadeva nella Chiesa romana, dai tempi del grande scisma d'Oriente. Da quel gesto clamoroso che lasciò il mondo - ma soprattutto la Curia - senza fiato, una serie di eventi eccezionali si sono messi in moto i cui risultati straordinari e inattesi sono sotto gli occhi dell'umanità, a partire dalla presenza in Vaticano di un pontefice, Papa Francesco, che con la sua popolarità planetaria e la forza propulsiva al rinnovamento ha invertito il processo di crisi in atto dentro la Curia e avviato una nuova prospettiva, pastorale e di "governo", che ha schiuso grandi speranze per la base dei credenti e dei preti ma che non è esente da critiche e attacchi velenosi specie da ambienti minoritari di vertice e dai settori più tradizionalisti.
Le dimissioni di Ratzinger, per quanto passate al setaccio, restano uno dei misteri della storia della Chiesa, anche se lo stesso papa teologo ha fatto di tutto per renderle chiare al mondo. Nella Declaratio fu esplicito: per guidare la barca di Pietro in un mondo soggetto a rapidi cambiamenti serve il vigore «sia del corpo sia dell'animo», che disse di non avere più in misura adeguata. Un uomo anziano e con qualche acciacco, certo, ma soprattutto provato dai guai che negli ultimi tre anni avevano contrassegnato la vita dei sacri palazzi, traversata da scandali (primo tra tutti il famoso caso Vatileaks sulla fuga di documenti) e faide tra cardinali. Uno spaccato drammatico di una Curia dilaniata da tradimenti e lotte di potere nel periodo finale del pontificato ratzingeriano, i cui particolari continuano ad affiorare in nuove rivelazioni, come quelle di un libro appena pubblicato in Francia.
Quindi si arriva alle dimissioni: un gesto-chock di una forza dirompente, un colpo di spugna sulle beghe di palazzo, in definitiva un segnale di vigore straordinario da un pontefice tanto profondo quanto incompreso dai più. Ma chi entra da pontefice nell'Appartamento deve anche guidare con mano ferma e con collaboratori fidati una macchina complessa, altrimenti accadono fatti che ne fanno deviare il percorso.
Nelle dimissioni del Papa tedesco, il teologo conciliare messo a guardia dell'ortodossia wojtyliana e fatto salire sulla cattedra di Pietro alla soglia degli ottant'anni, c'è forse tutta la grandezza di Joseph Ratzinger, che con questo gesto ha indicato alla sua Chiesa una nuova strada, tanto nuova da provocare anche critiche aperte e richieste di togliere quel comma 2 del canone 332 introdotto nel 1983 da Giovanni Paolo II, giudicato potenziale focolaio di ingovernabilità. Un cardinale addirittura parlò del rischio che in futuro qualcuno avrebbe potuto montare una campagna di pressione per le dimissioni. Un altro, portando a paragone l'agonia di Giovanni Paolo II, affermò che si deve restare sulla croce fino al martirio.
La realtà profonda la spiegò lo stesso Benedetto XVI, che tre giorni dopo la rinuncia parlò nell'Aula Nervi affollata di preti romani e in un memorabile discorso a braccio di quaranta minuti parlò del Concilio Vaticano II e della sua reale interpretazione, che è il fondamento della Chiesa moderna. Quello era il vero Ratzinger, dedito a tracciare un solco per la dottrina dei credenti e l'incontro con i non credenti sul crinale tra fede e ragione. Ma le crisi incombevano, i dossier si accumulavano sul tavolo, i cardinali premevano, la politica degli Stati (Italia in testa, all'epoca) pressava, e le sue forze erano sempre più labili, le persone di cui poteva fidarsi veramente erano davvero poche.
Il giorno della rinuncia il direttore dell'Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian, nell'editoriale "Il futuro di Dio" rivelò che il Papa aveva deciso già da mesi di lasciare, dopo il rientro dal viaggio in Messico e a Cuba. Viaggio in cui, si è poi saputo, ebbe un incidente ferendosi alla testa. Ma gli eventi gravi accaduti dentro le mura – soprattutto la guerra attorno allo Ior e poi l'arresto del maggiordomo, Paolo Gabriele, vicende ancora aperte con possibilità di uscita di nuovi "leaks", come è arrivato a ipotizzare due giorni fa il cardinale Tarcisio Bertone - avevano ritardato le dimissioni. Ma certo un segnale era arrivato a novembre quando Ratzinger, a sorpresa (pare di quasi tutta la Curia) nominò sei cardinali, tutti extra europei: decisione in decisa controtendenza rispetto al concistoro del febbraio precedente, dove erano stati elevati alla porpora ben 22 presuli, in maggioranza europei e membri della Curia. Una decisione mirata alla "sistemazione" del Sacro Collegio in vista del Conclave.
Gli eventi che sono seguiti alla Declaratio dell'11 febbraio segnano il corso della storia non solo della Chiesa, ma del mondo, vista l'influenza e la forza morale assunta da Papa Francesco in pochi mesi, influenza che produce anche forti disagi in ambienti abituati a una Chiesa sotto scacco, come si vede anche in questi giorni con la relazione dell'Onu. L'agenda pontificia ha cambiato le sue priorità, ma il solco dottrinale tracciato da Ratzinger resta, senza che per questo un papa emerito sia una presenza incombente, come si era sempre temuto in passato pensando alla storia di Celestino V o più semplicemente alla narrazione di Morris West nei Giullari di Dio. Già, perché quando Benedetto disse tre giorni dopo le dimissioni «rimarrò nascosto al mondo» non ci fu neppure uno che pensò che questo non sarebbe accaduto.

Repubblica 9.2.14
Il sondaggio
Dall’aborto ai profilattici tutti i no dei cattolici alla morale della Chiesa
Indagine in 12 paesi: anche in Italia vince il dissenso. Resta l’opposizione alle nozze gay
di Marco Ansaldo


IFEDELI contro la dottrina ufficiale. La maggior parte dei cattolici di tutto il mondo non condivide le posizioni del Vaticano su temi decisivi per la famiglia. E nonè una contraddizione.
AD ESEMPIO in materia di divorzio, aborto, contraccettivi. Non solo. Ma la maggioranza dei credenti di Europa, America Latina e Stati Uniti è in totale disaccordo con le politiche che non ammettono il matrimonio dei preti o il sacerdozio per le donne.
Questi risultati sorprendenti emergono da un sondaggio condotto per Univision, la principale tv degli Stati Uniti in lingua spagnola, dall’azienda internazionale di consulenza Bendixen & Amandi, che in passato ha lavorato per Nazioni Unite, Banca Mondiale e Casa Bianca. Presi insieme, e analizzati, questi dati rivelano una straordinaria discrepanza fra gli insegnamenti della Chiesa su temi fondamentali come la famiglia e invece la visione reale che ne ha il miliardo di cattolici nel mondo.
È, dovrebbe essere, un campanello d’allarme per il Vaticano. Perché più rilevante appare il fatto che le generazioni di giovani cattolici hanno su questo tipo di argomenti posizioni ancora più radicali e contrarie alla dottrina guardata come tale. Con un’eccezione. Esiste infatti una sola area in cui il sentimento pubblico si mostra quasi allineato con gli insegnamenti tradizionali, ed è il matrimonio gay. Difatti, con l’esclusione di Stati Uniti e Spagna, la maggior parte dei cattolici nel mondo si oppone all’unione fra due persone dello stesso sesso, con un margine di 2 a 1.
Questa indagine anticipatoria arriva nell’anno in cui in Vaticano si svolgerà, a ottobre, l’importante Sinodo sulla famiglia. Non più tardi di due giorni fa, lo stesso Papa Francesco ha parlato del nucleo famigliare come della «cellula fondamentale della società». E a proposito del nuovo Pontefice, il sondaggio di B&A conferma il pieno successo che raccoglie Francesco su scala internazionale, a quasi un anno dalla sua elezione nel Conclave del 13 marzo 2013. Il rating di gradimento di Jorge Mario Bergoglio è altissimo: ben superiore all’80 per cento, con segni di non gradimento solo sotto il 5 per cento.
Già lo scorso ottobre il Vaticano aveva lanciato un proprio sondaggio alle diocesi di tutto il mondo, inviato per raccogliere informazioni e opinioni utili a preparare i cosiddetti “lineamenta” del Sinodo. Una sfida complessa, perché è un tentativo di trovare elementi basso per costruire la Chiesa di domani. Ora, lentamente, le prime risposte di quell’indagine ufficiale cominciano ad affluire. Secondo quanto anticipa il Sir (Servizio Informazione Religiosa) su questo ampio rilevamento vaticano, vi si legge già l’esigenza di una Chiesa «più aperta». Dove una questione particolarmente avvertita, ad esempio dai cattolici belgi, è quella che «riguarda le persone omosessuali e i divorziati». Oppure, nella Conferenza episcopale tedesca, «l’esclusione dai sacramenti dei divorziati risposati» è addirittura percepita come «una discriminazione ingiustificata e una crudeltà». Come si vede, si tratta di elementi che collimano con il rilevamento operato invece dalla B&A, il cui spirito è quello di tentare di anticipare, interpretare e comprendere quei dati. Un’indagine svolta in 12 Paesi che rappresentano Africa, Asia, Europa, America Latina e Nord America. Per il Vecchio continente sono stati scelti Francia, Spagna, Polonia e Italia.
Per quanto riguarda i dati disaggregati che riguardano solo il territorio italiano, alla domanda «come giudica il lavoro che sta facendo Papa Francesco?», il 74% risponde «eccellente », e il 25% «buono», mentre solo l’1% replica «mediocre», e lo 0% «male». Sul tema del divorzio, al quesito se si è d’accordo o meno con la politica della Chiesa secondo cui «una persona che ha divorziato e si è risposata vive nel peccato e non può ricevere la comunione », il disaccordo raggiunge il 79%, e solo il 16 si dice d’accordo. Sul fatto poi se i preti possano sposarsi il 57% degli italiani risponde sì, e il 38 no. E sulle donne sacerdote la replica è a favore con il 59%, con un 35% di contrari. Aborto: il 15% afferma che la necessità dell’intervento dovrebbe essere permessa in tutti i casi, il 68% in casi particolari dove ad esempio la vita della madre sia in pericolo, e solo il 13% risponde negativamente. Per i contraccettivi, la stragrande maggioranza è favorevole: 84%, con solo il 12% contrario. Sul matrimonio fra omosessuali, il 30% lo sostiene, mentre il 66% vi si oppone. Gli italiani intervistati nel sondaggio vanno in maggioranza a messa di frequente (il 65%, ogni settimana o almeno un paio di volte al mese). Chi va in chiesa solo a Natale o quasi è invece il 34%.
Dati che appaiono piuttosto significativi. Interessante, in fondo, è capire se chi si chiama fuori dalla dottrina della Chiesa lo faccia per ragioni proprie, oppure se in disaccordo con gli insegnamenti ufficiali. Davvero un punto di riflessione per il Vaticano. Molto utile per l’opera riformista che Francesco vuole imprimere al suo pontificato.

Corriere 9.2.14
Il musicista, il medico e lo scritto. Quelli che mentono per il successo
Diventare famosi o andare in mondovisione grazie alle bugie
Gli psicoanalisti: Super-Io anomalo e bisogno di essere amati
Ma alla fine vengono smascherati
di Paolo Conti


Figura di straordinario fascino e impenetrabile mistero, l’impostore. Cioè colui che rischia il tutto per tutto millantando identità e attitudini che non gli appartengono. Con la certezza che, prima o poi, verrà smascherato. L’intero Giappone è ancora sotto shock per una rivelazione di pochi giorni fa: Mamoru Samuragochi, da vent’anni conosciuto come il «Beethoven giapponese», ritenuto un mito perché nato sordo, in realtà è un volgare impostore. Sente benissimo e non conosce la musica. La non-sua composizione «Hiroshima» nel 2011 fu l’inno delle comunità colpite dallo tsunami. A svelare il ventennale inganno ha provveduto il suo «ghost writer», Takashi Niigaki, che ha tenuto una lunga conferenza stampa per vendicarsi di essere stato liquidato, dopo dieci anni di brani inventati per il millantatore, con 7 milioni di yen, 50 mila euro. Un caso che ricorda quello di «Piano Man». Aprile 2005, spiaggia sperduta su un’isola del Kent, Gran Bretagna. Viene ritrovato un ragazzo che si dichiara muto, è in costume da bagno e cravatta. Disegna solo pianoforti. Nasce la leggenda di un pianista smemorato. Dopo quattro mesi, e migliaia di sterline spese dalla sanità pubblica inglese, la verità: «Piano man» è un ventunenne tedesco provato da un esaurimento nervoso, fuggito dalla sua Baviera e da un ambiente familiare ostile alla sua omosessualità. 
Molti psichiatri hanno analizzato il fenomeno. La prima descrizione clinica di un’impostura si deve a Karl Abraham, fondatore dell’Istituto Psicoanalitico di Berlino, morto nel 1925. Scrisse che il millantatore «non si era sentito amato da bambino e sentiva in sé un profondo desiderio di dimostrarsi degno dell’amore di tutti» anche sapendo che il suo castello di menzogne sarebbe crollato. Altra studiosa dell’impostura fu Phyllis Greenacre, grande psicoanalista americana, morta ultranovantenne nel 1989, astro del New York Psychoanalytic Institute . A suo avviso il millantatore, per dirla in parole povere, ha in genere un drammatico, e patologico, problema di conflitto edipico irrisolto e quindi sviluppa un anomalo Super-Io. 
Malati o meno che siano, i millantatori trovano sempre un gran pubblico. Si è visto durante i funerali di Nelson Mandela quando è salito sul palco a Pretoria, in Mondovisione, l’indimenticabile Thamsanqa Jantjie. Ha cominciato a tradurre i discorsi per i non udenti con segni inesistenti, a un passo dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Si è giustificato sostenendo di aver avuto un attacco di schizofrenia, di aver visto gli angeli entrare nello stadio di Pretoria. La verità, ripensando all’analisi di Karl Abraham, è che quello sterminato pubblico era un’occasione irripetibile per il suo bisogno di essere amato. 
Gli Stati Uniti, nel 2003, scoprirono con doloroso stupore che Jayson Blair, ventisettenne stella del New York Times , in realtà era un volgare impostore. Nessun suo cugino era morto l’11 settembre sotto una delle due Torri. Non si era mai laureato. Una giornalista di provincia, Macarena Hernandez, del San Antonio Express-News del Texas, dimostrò come Blair avesse copiato quasi integralmente una sua storia di cronaca, che ebbe gran successo sul New York Times con la firma di Blair. Dopo un’inchiesta interna, a Blair vennero contestati 37 casi di plagio e copiature e dovette dimettersi. Lo stesso capitò nel 1998 a Patricia Smith, columnist del quotidiano Boston Globe , candidata al premio Pulitzer, apprezzata poetessa. Anche lei si dimise: tanti, troppi suoi articoli contenevano invenzioni e forzature. Addirittura inventata di sana pianta risultò la storia di Claire, malata terminale di cancro. Claire non esisteva. Patricia Smith si difese sostenendo di aver voluto «abbellire alcuni aspetti» delle storie. E qui torniamo allo psicoanalitico bisogno di essere amati. Ma nessuna vicenda ha un contrappasso come quello di Luigi Franchetto che, alla fine degli anni 70, era in carcere a Padova per esercizio abusivo della professione medica. Una sera salvò il suo compagno di cella, in carcere per rapina, che tentò il suicidio, rianimandolo con massaggio cardiaco e respirazione artificiale. I giudici riesaminarono la sua domanda di libertà provvisoria. 
 


Corriere 9.2.14
Le idee? Personaggi di un romanzo
’Occidente è avanzato nel segno del dubbio e della critica
Da Socrate allo scienziato Mach: il dissenso è un’occasione
di Giulio Giorello


Un giorno a un arabo fu chiesto: «Da che riconosci l’esistenza di Dio?»; ed egli rispose: «Da come falliscono i disegni degli uomini». Alcuni, però, non si rassegnano: magari sono pronti a riconoscere la potenza della divinità, ma vogliono imparare dai loro stessi fallimenti. La «sottigliezza dialettica» è tutta qui: nel «bisogno di esaminare indefinitamente una stessa questione sotto tutti gli aspetti, considerandola nei più minuti particolari», diceva Réné Guénon negli anni Venti del secolo scorso; e poi sprezzantemente liquidava la tradizione critica dell’Occidente, definendo insignificanti le eventuali conclusioni tratte da quel libero esame. Invece — aggiungeva — l’Oriente «sa con certezza come le cose non possano essere diverse da quel che sono» e quindi può permettersi il lusso di disdegnare la prova dei fatti. 
Tuttavia, con buona pace di quel notevole studioso delle dottrine esoteriche, il non stancarsi di procedere nell’analisi di ogni questione, cambiando di continuo il «grandangolo» da cui la osserviamo, è il tratto distintivo della filosofia, ovvero dell’«amore per il sapere» che caratterizza gli uomini liberi, almeno stando a Platone: l’attività intellettuale di un pugno di uomini (e donne!) capaci di imbarcarsi nell’impresa apparentemente folle di andare oltre la nostra finitezza per partecipare all’impresa infinita della «sottigliezza dialettica». 
Friedrich Nietzsche esortava tutti costoro «a salire sulle navi» fatte di concetti e di parole, pur rischiando di fare naufragio, come era capitato all’Ulisse di Omero e di Dante, o al Socrate che Platone ci dipinge schiacciato dalla democrazia di Atene, o al Giordano Bruno bruciato a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600 come eretico «ostinato e impenitente». Personalmente, non escluderei che ci sia stato qualcosa di equivalente — anche se espresso in altra forma — nelle civiltà pregreche, o nell’Oriente più remoto. Comunque, nel nostro Occidente — prima greco e poi ebraico, cristiano e islamico — uscire dal mondo chiuso delle motivazioni strettamente individuali o di gruppo o nazionali o mitiche si è rivelato il tratto saliente di un’avventura capace di attraversare le scienze e le arti, per non dire della politica o della religione stessa: come scriveva nella seconda metà degli anni Trenta, in un periodo assai oscuro del proprio Paese, il matematico e filosofo tedesco Edmund Husserl, preoccupato che la stanchezza di un’umanità funestata dalle minacce del totalitarismo estinguesse «il fenomeno originario dell’Europa spirituale». 
Quest’ultima gli appariva una sorgente di pensiero e non una mera espressione geografica perché si era rivelata capace di definire la sua fisionomia attraverso «il compito infinito» di modellare l’esperienza con il pensiero, riportando però «la pura teoria» sul terreno pratico. Per altro, Ernst Mach, fisico e fisiologo (nonché filosofo «dilettante», come lui stesso amava definirsi), aveva ricordato nel suo capolavoro Conoscenza ed errore (1905) che romanzieri e poeti, ma anche «solidi commercianti, inventori e scienziati» compiono continuamente «esperimenti nella loro testa». Ma questo lo fanno soprattutto i filosofi, anche se, diversamente che per i narratori, i loro sono romanzi i cui protagonisti non sono dèi immortali o creature in carne e ossa, bensì le idee — ovvero le astrazioni concettuali — delle quali si era dichiarato innamorato Platone. Del resto, il suo maestro Socrate era solito invitare coloro che ritenevano di sapere con certezza come va il mondo a discutere con lui, così che egli potesse sgretolare le loro convinzioni. 
Due millenni dopo, Cartesio ricorreva all’arte della critica per decostruire la costellazione delle credenze ricevute: non c’è manuale di storia della filosofia che oggi non dedichi pagine al suo «Penso, dunque sono»; ma è stato giustamente osservato che il modo con cui quel matematico-fisico-filosofo esercitava il pensiero era quello del dubbio, sicché il suo era piuttosto un «Dubito, quindi penso, dunque sono», formulato sulle rovine della concezione dei cieli aristotelico-tolemaica e sulle promesse della «nuova filosofia naturale» (oggi diremmo scienza) di Galileo Galilei. 
Nel Novecento Hannah Arendt troverà nella cartesiana «morale provvisoria», non assolutista ma rispettosa della condizione dei singoli, il nucleo della resistenza spirituale a ogni forma di dispotismo; un’altra donna, Simone Weil, ben lontana da qualsiasi collocazione accademica, tramuterà la sua insofferenza per ogni forma di oppressione e la rinuncia a qualsiasi compromesso con il potere nel suo modo libero di vivere e di morire, cioè di… naufragare. 
E allora a cosa serve mai, chiede qualcuno, la filosofia? Gli antichi Greci avrebbero risposto orgogliosamente che non deve servire a nulla! E noi oggi a chi dice che con il pensiero filosofico «non si mangia» possiamo ribattere che il miglior servizio che questo offre è che insegna a non essere servi di nessuno: sia che tratti della «vita buona», sia che inviti a riflettere sulle leggi dell’universo. In una delle sue Provinciali (23 gennaio 1657) Blaise Pascal rispondeva così a quelli che invocavano provvedimenti disciplinari contro di lui: «Non vi temo, né per me né per nessun altro, poiché non sono legato a qualsiasi comunità o a singola persona... Io non spero nulla dal mondo, non ne temo nulla, non ne voglio nulla; non ho bisogno né del favore né dell’autorità di alcuno... Non avete forse mai avuto a che fare con una persona come me, tanto fuori dai vostri assalti, essendo senza alcun impegno, senza dedizione, senza legame, senza relazione, senza affari». È questa forma di emancipazione che permette di conquistare la vera «libertà filosofica», come si diceva nel Seicento, il che non significava quiete dello spirito, ma volontà di lotta: per dirla ancora con Pascal, un «impeto» dello spirito che nessuna «umana considerazione» era in grado di arrestare. 
Tre secoli dopo il già ricordato Mach, nel rispondere (1910) al fisico Max Planck, che lo trattava da «falso profeta» rimproverandogli di non credere nella realtà degli atomi, ribatteva: «Tieniti pure la tua comunità di credenti, per me la libertà di pensiero è più importante». Per la cronaca, Planck di fatto aveva ragione, come Einstein aveva indicato fin dall’«anno mirabile» delle sue maggiori scoperte (1905). Ma l’altro dimostrava di avere il giusto atteggiamento filosofico: il dissenso non è un disastro, ma un’occasione, poiché «dà luce, come una torcia in una galleria». 

Corriere 9.2.14
Una collana di specialisti per orientarsi nel pensiero
di I. Bo.


In edicola da martedì 11 febbraio la collana «Grandangolo» proporrà 35 monografie critiche dedicate ad altrettanti grandi filosofi, a partire da Platone (il primo volume è venduto al prezzo di € 1, le uscite successive a € 5,90), per proseguire il martedì successivo con il libro dedicato a Kant, e così via. Ciascun volume fornisce il ritratto di un filosofo o di un pensatore di grande rilievo, a cura di importanti esperti e accademici italiani: lo studioso di filosofia antica Roberto Radice cura i volumi di Platone, Aristotele, Plotino, Socrate ed Epicuro; uno specialista del pensiero del XII secolo come Carlo Chiurco cura i titoli dedicati ad Agostino, Abelardo e Tommaso; una studiosa del pensiero critico del Novecento come Olivia Guaraldo cura le monografie su Hannah Arendt e Simone Weil. Oltre agli elementi biografici e ambientali per un inquadramento storico, ciascun volume comprende l’analisi dei principali nodi teorici di ogni filosofo, e fornisce infine un’utile guida all’approfondimento con la bibliografia commentata (i libri suggeriti sono brevemente presentati a loro volta), oltre a link per ricerche sul web. I titoli della collana saranno disponibili anche in formato ebook (a € 0,89 la prima uscita, a € 3,59 le successive).

Corriere La Lettura 9.2.14
L’uomo è retto , la donna obliqua . Davvero?
Arrivano fino a noi le conseguenze dell’antica pretesa aristotelica di assegnare un valore etico alle posture spaziali
Adriana Cavarero ne mette in luce i risvolti autoritari e misogini
di Umberto Curi



In un passo degli Analitici primi Aristotele sostiene che sia possibile «giudicare la natura di un oggetto sulla base della sua struttura corporea». Pur non essendo più ampiamente argomentata, l’affermazione aristotelica è considerata tuttora come l’assunto fondamentale sul quale si basa quella particolare disciplina chiamata fisiognomica. Muovendo da un’etimologia alternativa, rispetto a quella prevalente, Giovan Battista Della Porta sostiene nel Cinquecento che la fisiognomica è quella scienza che non si limita ad acquisire una gnome , vale a dire una «conoscenza», della natura (physis ), perché essa consente piuttosto di stabilire un vero e proprio nomos , una «legge» capace di definire precise regole di equivalenza, tali per cui, ad esempio, le labbra carnose implicano sensualità, o un naso adunco è segno inconfondibile di rapacità. 
Connessa a questa interpretazione del rapporto fra «esterno» e «interno», fra «corpo» e «carattere», già in Della Porta (e prima ancora in Aristotele) troviamo la prefigurazione di una concezione topologica, secondo la quale le parti del corpo seguono l’ordine della natura, nel senso che la parte superiore del corpo è orientata verso la parte superiore dell’universo. Il corpo viene sottoposto a giudizio: alcune parti vengono giudicate migliori di altre. Attraverso un’analisi di tipo simbolico, ciò che sta in alto sarebbe più nobile di ciò che sta in basso. La descrizione dei «luoghi» viene così a coincidere con un sistema di valori: fra alto e basso, è migliore e più nobile ciò che si trova in alto; fra davanti e dietro, ciò che si colloca davanti; fra destra e sinistra, migliore è ciò che è a destra. In particolare, per quanto riguarda questa sorta di originaria inferiorità della sinistra rispetto alla destra, è da notare che essa è attestata anche in numerosi scritti vetero- e neotestamentari, là dove i «buoni», gli «eletti», i «saggi» si trovano a destra, mentre è la sinistra il «luogo» destinato ad accogliere i «reprobi» e i «fuori di senno» (valga per tutte il motto del Qohelet : «Il savio ha il cuore alla sua destra, lo stolto alla sua sinistra»). In questa prospettiva, si potrebbe rileggere l’intera storia della sinistra politica come un tentativo di emancipazione dal male, dal peccato, dal cattivo destino, in una parola come liberazione da quella negatività che sembra essere «scritta» già nel suo nome, e per converso come tensione all’affermazione della propria «bontà» e intrinseca virtù. 
In modi diversi, la fisiognomica che correla corpo e carattere, e la topologia che riconosce differenze di valore a porzioni di spazio, e che dunque trasforma la quantità in qualità, condividono un presupposto di fondo, in forza del quale le forme determinate di «occupazione» dello spazio configurano veri e propri paradigmi, descrivibili in termini analitici. Così, la fisiognomica insegna che per comprendere ciò che ciascun individuo è in sé, nella sua essenza più recondita e nel suo carattere inconscio, non bisogna considerare esclusivamente gli aspetti razionali e intenzionali, bensì anzitutto l’espressività del suo corpo — la «fisionomia», appunto — in cui l’anima si traduce in un’espressione oggettiva. 
In questo contesto concettuale più generale, si può capire allora per quali ragioni profonde due «atteggiamenti» differenti sul piano della postura — quello della «rettitudine» e quello dell’«inclinazione» — assumano una valenza morale e ontologica. Nel primo caso, anche tenendo conto di alcune peculiarità linguistiche (in inglese, ad esempio, right vuol dire insieme «destro», «retto» e «giusto»; come del resto in italiano, visto che la «rettitudine», oltre a indicare la forma di una linea, coincide con una qualificazione morale), l’«uomo retto» è un soggetto che si attiene alla verticalità dell’asse rettilineo che funge da principio e da norma della sua postura etica. Mentre con l’immagine di una linea obliqua, di una figura «inclinata», sporta verso l’esterno, siamo in presenza di un paradigma alternativo rispetto alla «rettitudine». 
Nel suo bel saggio Inclinazioni (Raffaello Cortina), Adriana Cavarero dimostra con grande efficacia, sostenuta da una scrittura limpida e insieme sempre sapida e suggestiva, che i due paradigmi posturali ora accennati afferiscono «a due diversi modelli di soggettività», corrispondono a «due teatri per interrogarsi sulla condizione umana in termini di autonomia o dipendenza». Di più: essi alludono a due stili di pensiero, e perfino a due linguaggi, differenti, «l’uno riconducibile all’ontologia individualista, l’altro invece ad un’ontologia relazionale». 
A ciò si aggiunga (e non si tratta di una precisazione di poco conto, vista l’autorevolezza dell’autrice come esponente del pensiero della differenza sessuale) che il primo modello è prevalentemente maschile, tanto quanto il secondo trova in alcune icone femminili, principalmente in quelle legate alla maternità, la sua rappresentazione più compiuta. 
Per argomentare questo assunto, Cavarero costruisce un palinsesto complesso, contaminando deliberatamente — e insieme con grande rigore — testi letterari (da Elias Canetti a Virginia Woolf), opere di arte figurativa (di Leonardo e Gentileschi) e scritti più propriamente filosofici, da Platone a Arendt, da Hobbes a Lévinas. Ne scaturisce un percorso denso e affascinante, nel quale il lettore si imbatte in passaggi inattesi, comunque giocati sull’alternativa fra i due paradigmi posturali. Fino all’esito conclusivo: un serrato «confronto» con Lévinas, al quale Jacques Derrida, nell’elogio funebre, aveva espresso la sua riconoscenza, per avergli insegnato un significato nuovo del termine «rettitudine». 
Fra le molte «inclinazioni» analizzate nel testo, una posizione di rilievo occupa quella che, secondo una lunga tradizione, è attribuita alla donna, vale a dire la lascivia. Cavarero affronta il tema, facendo riferimento soprattutto ad alcuni brani di Schopenhauer e Proudhon, in modi diversi concordi nell’istituire un corto circuito fra l’inclinazione erotica e l’inclinazione alla maternità. Ad ulteriore conferma della persistenza di un pregiudizio misogino, rivolto a indicare nella donna una schiava delle pulsioni sessuali, si potrebbe ricordare che nella cultura greca arcaica e poi in quella classica, il termine machlosyne (lascivia) ricorre esclusivamente per designare comportamenti femminili. Offrendo in tal modo la base per contrapporre alla smodatezza sessuale delle donne la capacità di autocontrollo degli uomini, e facendo quindi derivare da questa «differenza» una presunta legittimazione del predominio maschile. 

Corriere La Lettura 9.2.14
1564 15 febbraio
L’anno in cui nacque Galileo
Vittima di «clericali» ottusi come accadde al mio film su di lui
di Liliana Cavani

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Nella storia della Chiesa ci sono momenti nei quali talune autorità, gruppi o singole persone (i clericali per istinto e cultura) si sono arrogati il diritto di essere suoi difensori a volte neanche richiesti. Questi indefessi devoti hanno spesso provocato alla Chiesa più danni che vantaggi. Perché ci sono persone che, com’è noto, raggiungono cariche di potere stranamente grazie alla scarsa o nulla apertura mentale. Essi non percepiscono la necessità del progresso civile e cristiano, anche se magari hanno spesso tra le mani il Vangelo. 
La storia poco nota del mio Galileo è un esempio: è stato il mio film più contestato e se fossero stati i tempi giusti forse sarei finita sul rogo insieme alla pellicola. Galileo andò al Festival di Venezia nel 1968. Il direttore della manifestazione era Luigi Chiarini, persona di grande preparazione e lucidità al quale piacque moltissimo il film. Le proiezioni ebbero molto successo e se lo contesero per la distribuzione la Cineriz e la Euro Cinematografica. 
Dapprima le due distribuzioni erano incerte se comprarlo, ma davanti al successo di pubblico e critica lo vollero, e lo prese quindi la Cineriz. Il film uscì nelle sale dopo il festival, ma pochi giorni dopo fu ritirato e scomparve. Mi fu detto che la Cineriz lo avrebbe programmato per ragioni sue nella stagione seguente. In realtà non venne mai più programmato e sparì. Soltanto parecchi anni dopo, Mimmo Scarano — diventato direttore di Raiuno — mi telefonò per dirmi con entusiasmo che prestissimo avrebbe programmato in prima serata il Galileo , perché la Rai deteneva i diritti tv del film dopo il passaggio nelle sale del cinema (particolare di cui si era a conoscenza). 
Ero felice anche per tutti i collaboratori della pellicola che avevano dato il loro meglio: perché lo volevo bello, quel film, ma il budget era basso e quindi ci fu un grande sforzo da parte della troupe e degli attori. Ma il film non fu affatto messo in onda. 
Incontro Scarano e mi dice che nell’amministrazione della Rai non si trova un solo documento che attesti che l’azienda possieda i diritti di programmazione del film. Eppure io avevo un contratto di sceneggiatura e regia con la Rai. Documenti eliminati? Perduti? Ebbi soltanto risposte pasticciate dalle quali emergeva che un noto e importante personaggio della politica aveva fatto in modo di impedire sia la proiezione nelle sale sia la programmazione in Rai. 
Era vero? Doveva pur esserci qualcosa di vero che aveva bloccato la visione del film. Il mio avvocato non mi diede la spinta per affrontare legalmente tutta la faccenda e io in quel momento ero mentalmente presa da un altro progetto; così non feci la mia parte di partigiana della libertà di espressione. In qualche modo feci la mia piccola «abiura» di fronte ai clericali miei contemporanei. 
In quegli anni Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo (sembra incredibile) era ancora sotto la condanna del Sant’Uffizio. Erano passati più di 300 anni! La condanna fu tolta soltanto il 31 ottobre 1992. Mai avremmo pensato — io, Tullio Pinelli (bravissimo compagno di sceneggiatura) o qualcuno dei professionisti della troupe o degli attori — che si potesse ancora esercitare una tale antica censura su un film. 
Per fortuna nella società civile non ci sono soltanto i clericali . Il film Galileo ebbe una vasta circolazione nelle scuole superiori ad opera della San Paolo Film (e ad essa sono grata) e così ho spesso incontrato persone che si sono congratulate con me per avere visto il film a scuola nel formato 16 mm. Inoltre, due anni fa, grazie all’impegno di Piera Detassis, direttore di «Ciak», il film è stato restaurato e diffuso in dvd e reso così fruibile. Quarant’anni dopo! Anche questa è la realtà del mio Paese. D’altra parte, malgrado sia sotto gli occhi di tutti e sia confermato da statistiche e paragoni che l’investimento di gran lunga più urgente per tutti i settori debba essere per la scuola e la cultura, quest’allarme tuttora non convince i politici di ogni sorta. 
Del resto i clericali dei quali parlavo — e che, come si sarà capito, non sono necessariamente dei preti, ma semplicemente gli Ignoranti e Irresponsabili (di quasi tutto!) che imperversano anche nella politica — da sempre non capiscono un’acca del procedere del progresso. Sono come quei prelati e professori universitari che ridevano del piccolo telescopio artigianale di Galileo e non volevano neanche guardarci dentro. Poteva quel «coso» confutare le parole della Bibbia, testo che degradavano a manuale di censura? Allora come oggi non comprendono quelle preziose «crisi» (krisis nel significato antico greco) che sono ventate di rinnovamento delle quali c’è necessità per progredire. 
Perché ho voluto fare un film su Galileo? Credo perché quando ero bambina ho sentito qualche volta mio nonno materno (impegnato antifascista) che, davanti a problemi politici causati dal burocratico rigore dell’ignoranza, sussurrava con un sospiro: «Eppur si muove!» (intendendo che a muoversi è, malgrado tutto, il Progresso al quale mio nonno credeva). E quando chiesi che cosa voleva dire, mi raccontò di Galileo e della sua abiura. Ma a quel tempo non ero in grado di capire bene e di meravigliarmi nel constatare il danno per tutta la società civile che provocano i clericali . 

Corriere La Lettura 9.2.14
L’inventore della scienza moderna
di Armando Torno


Esce in questi giorni, per il 450° anniversario dalla nascita (15 febbraio 1564), il primo volume di appendice all’edizione nazionale di Galileo Galilei. Curato da Federico Tognoni, è dedicato all’iconografia (Giunti Editore, pp. 624, e 150). Si aggiunge ai 21 tomi delle opere complete, usciti tra il 1890 e il 1909, a cura di Antonio Favaro (si fece un’edizione fuori commercio, di soli 500 esemplari); gli stessi che saranno poi ristampati nel 1929-39 e nel 1968. Grazie a questo monumentale lavoro, oggi i suoi scritti sono anche online. Il grande ricercatore — astronomo, fisico, matematico e filosofo — non soltanto riuscì a costruire il cannocchiale, ma battezzò la nascita della scienza moderna, aiutando a superare definitivamente l’autorità di Aristotele. Fu il sommo interprete della teoria copernicana, che rivoluzionava la visione geocentrica dell’universo, e legò il suo nome al metodo sperimentale. Con esso le scienze ebbero a disposizione un metodo innovativo per le osservazioni e per aprirsi alle scoperte. Galileo, grazie alle ricerche teoriche e alle applicazioni pratiche di nuovi strumenti, divenne ben presto il modello dello scienziato moderno. Le accuse di eresia che gli giunsero dal Sant’Uffizio, i processi che seguirono, lo stesso suo iniziale atteggiamento con cui prometteva di non professare né insegnare né difendere la dottrina eliocentrica (allora creduta in contrasto con le verità rivelate), lo trasformeranno in uno dei miti moderni. A lui si interessarono non soltanto la comunità scientifica o i teologi (ancora nell’Ottocento fu attaccato interpretando al singolare il passo degli Atti degli Apostoli 1,11: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?», quasi fosse un monito delle Scritture), ma anche i grandi della storia. Napoleone, per esempio, ordinerà tra le prime cose da fare, dopo aver occupato Roma, di prendere le carte del processo a Galileo e di portarle a Parigi. Il volume dedicato all’iconografia (dal quale riproduciamo alcune immagini) mostra dettagliatamente la sua fortuna anche nel campo artistico, dai ritratti alle medaglie, dalle sculture alle incisioni. Questo scienziato, in altri termini, diventò un soggetto da raffigurare in molteplici occasioni per un’arte che, con il XVII secolo, si staccava via via dai temi religiosi. Ecco, tra i molteplici, il ritratto che gli dedica Filippo di Nicola Furini detto lo Sciamerone (ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna) o l’opera di Cristiano Banti Galileo davanti all’Inquisizione del 1857, in cui l’accusato è ripreso in posa orgogliosa e sfidante. Non sono che frammenti di una fortuna iconografica notevole. Ora finalmente censita.

Corriere La Lettura 9.2.14
1564. L’anno in cui morì Michelangelo
Pugni sul naso, amori e genio
del primo artista hollywoodiano
di Mauro Covacich

qui

Repubblica 9.2.14
La sconfitta della virgola nell’era dei social network “Non si usa più: aboliamola”
Dalla Columbia a Oxford, l’accademia cede
di Enrico Franceschini


LONDRA — Forse ve ne siete già accorti da soli, scrivendo un messaggino, un post, un’email o twittando. Ma adesso un illustre accademico l’ha gettata, per così dire, nello stagno della grammatica, e il mondo letterario sembra sostanzialmente d’accordo. Virgola, addio. Anzi: virgola addio (senza virgola nel mezzo). Il segno d’interpunzione che esprime una pausa breve, come lo definisce il dizionario, la “piccola verga o bastoncino” (dal latino “virgula”) messa in basso in fondo a una parola, sta diventando obsoleta. Viene usata con sempre minore frequenza nel linguaggio digitale, e poiché quello di Internet è ormai il linguaggio universale, la sua dipartita sul web potrebbe estinguerla anche dalla scrittura su carta, dunque nei giornali, nei libri, nella corrispondenza privata, per i pochi che si ostinano a scambiarsi messaggi in tale antiquata forma.
È stato John McWhorter, docente di letteratura alla Columbia University, a pronunciare l’eureka che fotografa una situazione sotto gli occhi di tutti: dal momento che gli internauti e anche numerosi scrittori dimostrano crescente indifferenza all’utilizzo del “comma”, la sua definitiva scomparsa potrebbe essere imminente. «La si potrebbe togliere da buona parte dei testi contemporanei e la chiarezza non ne risentirebbe», afferma lo studioso sulla rivista online Slate.«La maggior parte dei segni grafici sono convenzioni, ed è naturale che cambino nel corso del tempo ». Concorda Simon Horobin, professore del Magdalene College di Oxford: «C’è una tendenza generale a un uso più lieve della punteggiatura, che sta mettendo chiaramente al tappeto l’utilizzo della virgola». In particolare i più giovani, la web generation, osserva lo studioso, possono venire confusi dal diverso stile grammaticale del linguaggio online rispetto a quello insegnato nelle scuole, dove la virgola (per il momento) resiste.
Il Times di Londra fornisce esempi di informazioni pubblicitarie, cartelli stradali e articoli di giornale in cui ci si aspetterebbe una virgola, ma non la si trova. E anche i più ligi alla grammatica riconoscono che certe regole, come quella (in inglese ma non in italiano) di metterla dopo il penultimo elemento di una lista (“Tizio, Caio, e Sempronio”),non vanno più di moda. Del resto autori come Jane Austen praticamente la evitavano, preferendovi la lineetta (erano i suoi editori a sostituirla con la virgola), Hemingway la rimpiazzava spesso con una sfilza di “e”, mentre il romanziere americano Tao Lin taglia corto in una recente poesia: «La grammatica è stupida / ucciderò grammatica e simboli». È vero, tuttavia, che la virgola appare meno necessaria nell’inglese scritto, in cui si prediligono frasi secche separate da un punto: soggetto verbo complemento oggetto. Come faremmo noi italiani, maestri dell’inciso dentroun inciso dentro un inciso, a scrivere (e pure a parlare), senza la virgola? Chissà, magari impareremmo a non perdere il filo del discorso.

Repubblica 9.2.14
Icona ribelle
Da Assange a Snowden da Ai Weiwei alle Pussy Riot, l’immagine di chi si oppone
al potere è sempre più popolare
E così entra di diritto nell’universo dei Vip mediatici
di Gabriele Romagnoli


Caratteristiche comuni in ogni tempo e latitudine: rifiuto del sistema, estraneità alle sue strutture marginalità, contrasto intransigente a tutte le forme di totalitarismo
Una rivolta senza figure-chiave è più esposta al fallimento
Questa è stata una grande lacuna delle primavere arabe Non hanno trovato un’incarnazione

La ribellione è un atto collettivo che richiede l’esempio di un individuo. Il singolo diventa la sineddoche, la parte per il tutto. In tempi più contemporanei e commerciali: il testimonial. Per pubblicizzarla occorre condensare la storia in un personaggio o un’immagine. Non c’è Tienammen senza il ragazzo fermo davanti ai carri armati. Più che di un leader c’è bisogno di una scintilla, propagabile attraverso la comunicazione. È sempre stato così: da Che Guevara a Nelson Mandela passando per Jan Palach o Aung San Suu Kyi. È ancora così, ma in parte: qualcosa è cambiato. Bisogna partire dall’identificazione e analisi dei “nuovi ribelli” per cogliere l’evoluzione della specie.
“Nuovi ribelli” è il titolo di un libro inchiesta (non ancora tradotto in Italia) dello studioso argentino Luis Diego Fernández. Passando dagli indignados spagnoli alle Pussy Riot russe, dagli attivisti di Wikileaks all’artista cinese Ai Weiwei, Fernández indica una serie di caratteristiche comuni ai ribelli, vecchi e nuovi. Queste: rifiuto del sistema, estraneità alle sue strutture, marginalità, intransigenza, opposizione a ogni forma di totalitarismo. Tutto condivisibile. L’emblema (per non usare il terribile vocabolo “icona”) della lotta è un capobranco e al tempo stesso un solitario. Quest’ultima condizione deriva spesso dal fatto che il sistema l’ha incarcerato o ne ha limitato i movimenti: non può uscire di casa (la lady birmana), non può andare all’estero (il regista iraniano). È quasi incredibile come, nonostante i numerosi precedenti, il potere non abbia ancora compreso che questa situazione non sminuisce ma accresce la forza del ribelle e del suo esempio. L’effetto opposto è prodotto dalla sua normalizzazione, dall’inserimento nel contesto. Se il ribelle commette l’imperdonabile errore di traiettoria di entrare nelle stanze del poteresi trova, più ancora che spaesato, normalizzato, perde fascino. Che Guevara, consapevole, fuggì da un ministero per esportare la rivoluzione nelle lande dell’improbabile. Beppe Grillo finge di non capeggiare un partito come un altro e induce i suoi eletti al parlamento a comportarsi come se ne fossero all’esterno e all’assalto.
Se la fisionomia del ribelle ha tratti costanti, dal 2008 a oggi si sono verificati sempre più percettibili mutamenti. Il 2008 è considerato la data crinale in cui l’economia globale entra in crisi. A ogni latitudine si verifica un impoverimento della collettività intesa come Stato e dei singoli o, per essere più corretti, del 99% di questi. Se la risposta anti-sistema nel ’68 e dintorni aveva tratti comuni trasnazionali, quella di quarant’anni dopo non ne ha più. È parcellizzata. È micropolitica che fa microresistenza e si aggrega in modo non permanente. Il “potere di ribellarsi” è distribuito come mai prima, ognuno ha una sua libertà di espressione e comunicazione un tempo ignota: è arrivata la rete. Ne dispongono non soltanto le organizzazioni ma anche gli individui che coagulano intorno a sé insiemi fluidi. Non c’è bisogno di intermediari. Chi ha un’idea alternativa non ha più bisogno di un editore che la stampi o una radio che la diffonda: fa da sé.
Chiedersi se i nuovi ribelli siano di destra o di sinistra è la solita bestialità. In America leggono da Noam Chomsky a Ayn  Rand, mescolando critica al neoliberismo e fiducia nel titanismo dell’iniziativa che si fa motore della storia. Sono figure molto diverse tra loro, si oppongono alla concentrazione del potere, alla sua natura invasiva (aumentata da quando la libertà è stata barattata gioco forza con la sicurezza), ai dogmi che imbalsamano la società, al declino di molti in nome della sopravvivenza di pochi, a una esistenza sempre più alienata e dolorosa. Hanno dentro un germe spirituale che declinanoin forme di “ateismo mistico”. Fernández individua alcuni personaggi che rientrano nell’identikit: Julian Assange e Edward Snowden in nome della trasparenza, le Pussy Riot e Ai Weiwei in nome dell’arte, Camila Vallejo e Malala Yousfzai in nome dei diritti. Ognuno può continuare come crede l’elenco. Fernández per esempio aggiunge (e qui diventa difficile seguirlo): Lady Gaga e Sasha Grey. Oppure vengono in mente le Femen, Yoani Sanchez, magari Sean Penn, o Sixto Ro-driguez, in arte Sugar Man. Di nuovo, personaggi con profonde differenze e caratteristiche comuni.
In crescita quelli femminili. Armati di computer più che di fucile. Dire Ribelli 2.0 sarebbe un’ulteriore banalità. Non lo è considerare la smaterializzazione della figura. Il che conduce all’esempio più estremo: quello di Anonymous. Quando la rivolta prende il non volto, l’emblema non perde forza, ne guadagna. Diventa il singolo con il volto collettivo raggiungendo così l’ennesima potenza. È il ribelle uno e multiplo che può smarcarsi da ogni forma di incarceramento, che sia nelle galere o negli schemi del paginone doppio di un giornale (“Galassia in rivolta” e vai di infografica). Anonymous è il capolinea di un processo evolutivo e al tempo stesso il suo più dubbio esito. Una rivolta senza figure chiave è più esposta al fallimento. Le primavere arabe hanno rivelato anche questa lacuna: non hanno saputo concentrare la voglia e necessità di una nuova fase storica in qualche credibile incarnazione. Ma Anonymous testimonia il desiderio di fare del ribelle una maschera di massa, almeno fino all’avvenuta rivoluzione. È un passaggio difficile ma affascinante. Che cosa esiste all’altro lato del bivio? La tentazione fin troppo condivisa di rifugiarsi in un nuovo emblema il cui volto è culmine del più antico dei paramenti: dogma e rivoluzione nel nome diFrancesco, il papa ribelle.

Repubblica 9.2.14
Facebook
Zuckerberg, il profeta di una nuova religione
di Piergiorgio Odifreddi


Dieci anni fa, il 4 febbraio 2004, nasceva Facebook. Il suo inventore Mark Zuckerberg non aveva ancora vent’anni allora, e dunque non ne ha ancora trenta ora. Il che non gli impedisce di essere diventato uno degli uomini più ricchi del mondo, e il più giovane, in una società che passerà alla storia per apprezzare più le cose inutili o superflue di quelle utili o necessarie. La storia dell’inventore e della sua invenzione è raccontata, ovviamente in maniera romanzata, nel film da tre Oscar The Social Network. Ed è la storia di una nuova religione, che in dieci anni haconquistato un miliardo di fedeli: più o meno quanti il cattolicesimo ne abbia conquistati in due indaffarati millenni.
Difficile dire se la nuova religione durerà quanto la vecchia, ma certo ormai le contende il titolo di “cattolica”, nel senso letterale di “universale”.
Grazie al film, il nome di Zuckerberg è diventato noto a mezzo mondo: anche a coloro che prima usavano il suo prodotto, senza aver mai sentito niente di lui. Nel 2010
Timel’ha scelto come uomo dell’anno, così come nel 2013 ha scelto papa Francesco, a conferma del ruolo delle due religioni nelmondo moderno. In entrambi i casi, la rivista ha preferito i due papi a due informatici come Zuckerberg, che però hanno cambiato il mondo in maniera antagonista al potere costituito, invece che accondiscendente come la sua: cioè, rispettivamente, Julian Assange ed Edward Snowden.
Il 17 febbraio 2011 Zuckerberg si è seduto “alla destra del padre”, cioè del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in una cena che questi ha offerto agli informatici della Silicon Valley. A quando l’ascensione del profeta di Facebook direttamente al cielo?

Repubblica 9.2.14
Perché oggi il vero eroismo significa vivere nascosti
di Mario Perniola


La “società dello spettacolo” è piena di trappole per chi vuole essere all’opposizione Il caso emblematico della ragazza norvegese che ha cercato di sottrarsi alla modernità
L’espressione “icona ribelle” è un ossimoro, vale a dire una figura retorica che consiste nell’accostare nella medesima locuzione parole che esprimono concetti contrari. Infatti, nessun vero ribelle può ammettere di essere compreso in una categoria che appartiene a quella società dello spettacolo, dell’immagine, del consumismo, dello sfruttamento capitalistico che egli combatte. Il fatto che ciò avvenga, suo malgrado, appartiene a quel fenomeno che già i situazionisti, cinquant’anni fa definirono col termine di “ricupero”. A quell’epoca la comunicazione mediatica non aveva ancora raggiunto le dimensioni pervasive ed epidemiche che noi oggi ben conosciamo. Tuttavia già nell’autunno del 1966 il più importante settimanale italiano diede grande rilievo alla prima manifestazione della contestazione studentesca radicale in Europa, il cosiddetto “scandalo di Strasburgo”, con un‘ampia intervista a Mustapha Khayati, l’autore di un pamphlet particolarmente virulento nei confronti dell’establishment accademico e culturale. Egli tuttavia rifiutò di sfruttare per altri fini questa sua effimera celebrità mediatica e tanto più di diventare un’icona, seguendo l’antico principio epicureo lathe biosas “vivi nascosto”.
A mio avviso, il centro del problema non è tanto una questione di coerenza morale, o d’insicurezza personale: non bisogna dimenticare che la fiducia in se stessi, ciò che in inglese si dice pride,è più una qualità positiva che un vizio. La magnificenza, cioè la virtù di concepire e di iniziare imprese ardue e difficili, è, secondo Cicerone e Tommaso d’Aquino, un aspetto del coraggio. Che poi l’invidia e la gelosia sociale unitamente al generale degrado e incanaglimento della società occidentale (ciò che in termini filosofici si chiama “il nichilismo europeo”) cerchi di presentare questa virtù come qualcosa di anti-democratico, anti-egualitario e non politicamente corretto, fa parte della guerra in cui il ribelle si mette, proprio perché è tale. Quando le armi del discredito, la congiura del silenzio, la mistificazione, la malafede, il ricatto e l’intimidazione non sono più sufficienti ad annientare il ribelle, perché anche lui ha imparato ad adoperare le armi dei media, non resta che una carta per distruggerlo: trasformarlo in un’icona, come, è avvenuto a Guy Debord, l’autore del libro La società dello spettacolo (1967), il quale fu proclamato nel 2009 dal governo francese “tesoro nazionale”, a solo quindici anni dalla sua morte!
Se da questi fatti passati, veniamo all’attualità, merita attenzione e suscita riflessione il caso di una giovane donna norvegese, che chiamerò Rebekka (nome di fantasia). Costei, studiosa di filosofia e sostenitrice dell’ecologia profonda, iniziò da sola un paio d’anni fa un’avventura di sopravvivenza incondizioni estreme: vivere in un luogo remoto e isolato della foresta norvegese, sprovvisto di elettricità, di acqua potabile e di gas, di difficilissimo accesso perché privo di strada e irraggiungibile anche con un mezzo a trazione integrale a causa della vegetazione troppo fitta e della pendenza eccessiva degli ultimi settecento metri. Questa esperienza di vita off the grid (vale a dire fuori da qualsiasi collegamento anche telefonico o via Internet) è stato ripetuto per due estati e autunni consecutivi.
Nell’ottobre scorso, la vicenda è stata scoperta da una troupe di giornalisti di una rivista d’intrattenimento, che si sono recati sul luogo per intervistarla e fotografare l’ambiente, nonché i rifugi primitivi che lei intanto aveva costruito, tagliando gli alberi, per difendersi dal freddo, dai topi e dalle alci. Il risultato è stato un numero della rivista che contiene dodici pagine dedicate a lei, una lunga intervista e dieci bellissime fotografie: in copertina c’è la sua silhouette con una falce in mano e il titolo: “La ragazza nel bosco! Per Rebekka è più importante l’aria fresca dell’elettricità e dell’acqua corrente”. Da quel momento si è scatenato lo tsunami della comunicazione mediatica e la sua vita è stata sconvolta; diverse pubblicazioni le hanno fatto altre interviste con fotografie. Una catena televisiva ha chiesto di dedicarle un programma. Due registe le hanno proposto di fare un film. Ha ricevuto offerte di collaborazione giornalistica. Il suo luogo è stato invaso da centinaia di persone più o meno interessate e da curiosi. È diventata un’icona nazionale. Potrebbe diventare un’icona ribelle globale. Ma si è aperta una contraddizione tra la società dello spettacolo e quelle che Ibsen chiamava “le esigenze dell’ideale”. Rimane così aperto l’interrogativo se sia meglio essere un’icona ribelle oppure un vero ribelle. Questi segue l’insegnamento epicureo, che è anche quello dei monaci giapponesi medioevali della Terra Pura e di altre sette buddiste: vivi nascosto!

Repubblica 9.2.14
Una lettera d’amore per capire Israele
di Susanna Nierenstein


Il puzzle che l'israeliano Ari Shavit, classe 1957, gran commentatore e intervistatore del quotidiano della sinistra Ha'aretz, firma d'eccellenza sul New Yorker, compone nello scrivere La mia terra promessa (Sperling & Kupfer, trad. Paolo Lucca, pagg. 459, euro 18,90), è complesso, spesso disturbante, o commovente, comunque forte. Non c'è niente di facile quando si parla di Israele e sionismo. Shavit scrive di fatto una contrastata lettera d'amore al suo paese, fuori da ogni propaganda, narrandone il miracolo e le colpe, cacciandosi in spirali di contraddizioni apparentemente senza uscita, mandando al diavolo tutti i dogmi. A partire dalla premessa bifronte: “da quando ho memoria, ricordo la paura”, dell'onda lunga della Shoah, degli arabi nel '67 e soprattutto nel '73, di Saddam nel '91, del terrorismo palestinese, di Hezbollah, Hamas, Iran..., e, accanto,“da quando ho memoria, ricordo l'occupazione” della Cisgiordania e, fino al 2005, di Gaza a partire dalla Guerra dei Sei Giorni. Se si vuole capire Israele e pensarne il futuro, secondo Shavit, non si può minimizzare né la minaccia (come fa la sinistra, dice) né il controllo dei Territori (come fa la destra).
Ma questo non è un ennesimo libro su israeliani e palestinesi. E' un mosaico squillante e ipnotico che narra tre realtà parallele. Da un lato che Israele è ed è stato uno dei più eccezionali esperimenti politici, sociali, economici della storia contemporanea (dai kibbutz alle start up di oggi, dalla costruzione del paese a quella del reattore nucleare, dal collettivismo all'edonismo di Tel Aviv). Dall'altro che nel '48 si è comportato in modo brutale con i palestinesi. Infine che è circondato da nemici che lo odiano per quel che è, uno Stato ebraico: la fine dell'occupazione dei Territori, per quanto vada assolutamente fatta (interessante il capitolo sui coloni in Cisgiordania), continuerà a trovarsi davanti l'atavico rifiuto palestinese e non risolve i problemi come è importante ridirsi in questi giorni che negoziati e boicottaggi arrivano sulle prime pagine (ed inoltre Shavit, che certo non ama Netanyahu, sostiene che è l'unico a capire il pericolo iraniano):“ogni Atene che non abbia anche in sé un po' di Sparta è senza futuro”.
Per realizzare l'affresco Shavit inizia con il suo bisnonno inglese e sionista, che arrivò in Palestina a fine '800 senza “vedere” gli arabi che vi abitavano: l'urgenza di ritrovare un centro all'ebraismo che stava perdendo identità, e, soprattutto di dare una zattera ai fratelli perseguitati dell'Est Europa lo rese cieco o profetico? Shavit, non ha dubbi. Del resto non ce l'ebbe allora nemmeno lo scrittore Israel Zangwill che era nella comitiva sionista: lui “vide” gli altri e disse che bisognava essere disposti alla violenza “come i nostri padri” biblici.
Violenza, certo, ce n'è stata. Cavalcando con interviste, dati, analisi, tra primi pionieri sensitivamente consapevoli di ciò che incombeva sull'ebraismo europeo, e tra geniali aranceti che cambiavano l'economia, tra lo spirito di rinascita e di giustizia sociale che li anima e i primi fondamentalismi mussulmani, in mezzo allo spirito nazionale ebraico che si rafforzava intorno all'esempio di Masada mentre anche i nazisti si affacciavano dall'Egitto, Shavit arriva alla spartizione Onu del '47, alla Guerra d'Indipendenza in risposta all'attacco dei paesi circostanti, alla cacciata di alcune comunità arabe nel '48, come quella da Lidda, e non lascia niente all'immaginazione, non perdona nulla. Avverte semmai che la leadership di oggi, la società, non sono più coese, e dunque pronte, come quelle di un tempo. Ma sul passato la conclusione è chiara: “se sarà necessario starò dalla parte dei dannati. Perché so che se non fosse stato per loro, lo Stato di Israele non sarebbe mai nato. Hanno fatto il lavoro sporco che consente al mio popolo, a me e ai miei figli di vivere”, dice e aggiunge in un'intervista ripresa da Thomas Friedman, “Sebbene sia un mio imperativo morale riconoscere la violenza compiuta, Lidda non rende il sionismo criminale: la storia ha prodotto tanti profughi, anche Israele è fatto di profughi, l'Europa ne ha assorbiti altri, ora sta ai palestinesi superare il loro passato penoso e guardare avanti”. A volte nei puzzle grandissimi e troppo complicati, un maledetto pezzo va perso. Shavit si sente su un baratro, ma vivo, come il suo paese, e “sia quel che sia”.
LA MIA TERRA PROMESSA di Ari Shavit Sperling & Kupfer trad. di Paolo Lucca pagg. 459, euro 18,90

Repubblica 9.2.14
Il restauro e la mostra
Pollock, Firenze svela i segreti del dripping
Mentre il suo Alchemy è in cura all’Opificio delle pietre dure in aprile il pittore americano “sfiderà” Michelangelo
di Paolo Russo


FIRENZE Non risulta che Jackson Pollock abbia mai visto Firenze. Ma di certo ne ha studiato il genio massimo, Michelangelo. Come dicono alcuni nudi a matita del 1931-1934, in cui, 19enne, il futuro genio dell’action painting si misura, pur fra qualche incertezza, con certi torsi del Buonarroti. E mentre l’Opificio delle pietre dure, istituzione medicea da decenni fra i templi mondiale del restauro d’arte antica (e grida vendetta la sua cronica mancanza di fondi, visto che ora si sta specializzando anche nel contemporaneo) sta lavorando ad analisi e ripulitura diAlchemy, svolta verso la rivoluzione del dripping e della pittura come gesto che Pollock partorì nel ‘47 dal suo antro di Long Island, si annuncia una mostra in cerca del legame fra il tragico campione del Mondo Nuovo e l’universale titano del Vecchio. Si terrà a fine aprile fra il barocco dell’ex tribunale di San Firenze e Palazzo Vecchio, casa del michelangiolesco Genio della Vittoria, con una decina di disegni giovanili di Pollock, prestati da MoMa e altri musei Usa, posti in dialogo con lo spirito di Michelangelo (non è previsto l’arrivo di altre sue opere).
Intanto i restauratori dell’Opificio sono al lavoro su Alchemy (e altri nove Pollock fra ’42 e ’47), che difficilmente sarà esposta, visto che sono appena finiti i preliminari. E l’equipe (che include Guggenheim NY, Molab Cnr, Charisma, Istituto di Ottica di Firenze e Laboratorio di diagnostica di Spoleto), guidata da Luciano Pensabene Buemi, conservatore capo del Guggenheim Venezia, proprietario delle opere, sta valutando gli esiti della diagnostica (raggi x, infrarossi, ultravioletti, microscopio 25x), per poi passare alla ripulitura del tridimensionale texture dell’opera. Che Peggy Guggenheim, amica devota e prima, cruciale collezionista di Pollock, acquistò nel ‘48, con le altre nove tele ora a Firenze, per il suo veneziano Palazzo dei Leoni, da dove passarono al museo.
Un magma abbacinante di colori, smalti industriali, resine, sabbie, sassolini, stringhe, legnetti, sostanze ignote, innerva la trama aggettante di Alchemy, vero titolo-manifesto, nel cui formarsi si leggono l’appunto alchemico agire coi materiali più disparati che Pollock apprese dalle frequentazioni giovanili dei riti dei nativi d’Arizona, la drammatica, ipnotica teatralità della sua danza creativa intorno e sopra e dentro la tela, ora deposta — altra rivoluzione — sull’assito dello studio. «L’opera — spiega Pensabene — ha intrappolato sporco e residui causati dal pubblico e dalla lunga esposizione non protetta. Useremo solventi e strumenti da definire anche strada facendo, come gli specilli dentistici che paiono adatti a penetrare la sua densità. E c’è poi il sostanziale côte conoscitivo: quei Pollock non son mai stati studiati, ora sveleremo quella fase decisiva della pittura, i materiali usati dal-l’artista e se Alchemy sia stato o no il primo dripping mai dipinto, visto che diverge molto dai successivi per spessore e colore».
Gli fa eco Philip Rylands, direttore del Guggenheim, laurea ad Oxford su Palma il Vecchio, arrivato 33 anni fa a Venezia e mai più ripartito: «È un’opera vincolata, c’è parso ovvio scegliere un’eccellenza statale come l’Opificio per restaurarla. Garantisco che l’attenzione mondiale per il progetto è già altissima». Il dibattito su restauro e conservazione del contemporaneo, storicizzato e non, è infatti in pieno divenire, oltre che indispensabile: la bulimia novecentesca di nuove tecniche e materiali ha aperto in materia un vuoto di sapere che va colmato. La fine dei lavori su Alchemy è fissata al 2015. In tempo per un altro grande omaggio, stavolta nella sua casa di Venezia, il Guggenheim.
Jackson Pollock, Alchemy (1947)

il Sole Domenica 9.2.14
Si scrive per competere
Essere vincenti è la vera ossessione degli scrittori, anche quando veicolano le emozioni, le idee, i progetti più nobili
di Tim Parks


Uno dei grandi misteri della vita di uno scrittore è la trasformazione che avviene nel passaggio da romanziere inedito a edito. Se cercate un caso da manuale, guardate la carriera di Salman Rushdie. Eccolo in un'intervista del 2005: «Molti in quella generazione si erano già fatti strada come scrittori. Mi sorpassavano sfrecciando. Ian McEwan, Julian Barnes, Kazuo Ishiguro, Bruce Chatwin. Era un momento straordinario per la letteratura inglese, e io ero quello che restava sulla linea di partenza».
È una gara. Procuratevi una copia del memoir di Rushdie, Joseph Anton (pseudonimo che allinea Rushdie con Joseph Conrad e Anton Cvechov) e troverete che ogni rapporto, con compagni di scuola, ragazze e mogli, altri scrittori e infine anche con l'Ayatollah Khomeini che lo condannò a morte, è visto in termini di vincere e perdere. Al cuore di queste lotte, almeno inizialmente, c'è «il non riuscire a pubblicare con successo». È questa la gara delle gare. La pubblicazione. Alla fine, Rushdie decide che questo fallimento è legato a un problema identitario e «lentamente, dalla sua posizione ignominiosa sul fondo del barile letterario, iniziò a capire... ».
Parte per l'India per rafforzare il lato indiano della sua identità, convinto che questo l'aiuterà a diventare uno scrittore di successo; poi elabora «un progetto gigantesco, di quelli che o la va o la spacca» in cui «il fallimento era molto più probabile del successo». Dopo la pubblicazione di I figli della mezzanotte, «accaddero molte cose che non aveva neanche mai osato sognare, i premi, l'ingresso nella lista dei bestseller e, in generale, la popolarità». Della notte in cui gli fu tributato il prestigioso premio Booker, Rushdie ricorda sopratutto il suo piacere nell'aprire la «bella copia omaggio rilegata in pelle, con l'ex libris all'interno che diceva VINCITORE».
È questo il filo conduttore. Leggendo i romanzi di Rushdie si scopre che i protagonisti, come il loro creatore, sono tutti intrappolati in lotte in cui si vince e si perde. Allo stesso tempo, la lingua sempre crepitante di Rushdie, piena di giochi di parole e di erudizione, stabilisce subito una gerarchia in cui a dominare è lo scrittore, mentre il lettore è ridotto a una supina ammirazione oppure, in caso contrario, è infastidito. Queste sono le uniche due risposte possibili. Più volte in Joseph Anton Rushdie si dice sorpreso di avere tanti nemici. Forse perché rende chiarissimo quanto è importante per lui essere e apparire vincente.
Su questo, ahimè, ha ragione. Nessuno è trattato con più sufficienza dell'autore inedito. Ricordo ancora una conversazione al capezzale di mio padre morente, in cui il medico gli chiese che cosa facessero i suoi tre figli. Quando arrivò al giovane Timothy e disse che stava scrivendo un romanzo e voleva diventare uno scrittore, la dottoressa, ignara del fatto che io stessi entrando nella camera, disse di non preoccuparsi, avrei presto cambiato idea. Anni dopo, la stessa donna mi strinse la mano piena di rispetto, congratulandosi per la mia carriera. Non aveva letto i miei libri.
Perché abbiamo questa riverenza acritica verso gli scrittori editi? E, questione ancora più interessante, quale effetto produce sull'autore e sulla sua opera il passaggio dalla derisione alla riverenza?
Ogni anno insegno scrittura creativa a qualche studente inglese che viene in Italia per un programma di scambio internazionale. L'urgente necessità, per come la vedono loro, di pubblicare appena possibile, colora tutto quello che scrivono. Spesso lasciano cadere progetti interessanti perché si sentono obbligati a scrivere qualcosa di più "pubblicabile". Disperatamente ambiziosi, si pongono delle scadenze, poi si sentono dei falliti quando non le rispettano.
Ma conosciamo tutti le pene degli aspiranti. Si parla meno invece del fatto che la stessa mentalità alimenta ancora il mondo della narrativa dall'altra parte della barricata. Perché arriva il giorno, forse, in cui l'aspirante viene pubblicato. Arriva la famosa telefonata. Un attimo e tutto è cambiato. Improvvisamente tutti ti ascoltano con attenzione, ti invitano sul palco ai festival letterari, vogliono che tu parli con saggezza e solennità del tuo prossimo romanzo o che pontifichi sul futuro del romanzo in generale, o persino sul futuro della civiltà.
Ai neofiti tutto questo non dispiacerà. Mi ha sempre stupito la rapidità e la spietatezza con cui i giovani romanzieri tagliano i ponti con la comunità di aspiranti frustrati. Dopo anni di paventato oblio, il romanziere edito ora sente che il successo era inevitabile, ha sempre saputo di essere uno degli eletti. Nel giro di qualche settimana, sul suo sito web appaiono messaggi che scoraggiano gli aspiranti dall'inviargli i loro manoscritti. Ora vive in un'altra dimensione. Il tempo è prezioso. Serve un altro libro. Certo della propria vocazione, si mette all'opera. In men che non si dica, diventerà esattamente quello che il pubblico gli chiede di diventare: una persona a parte, che produce quella cosa speciale che è la letteratura; un artista.
Il che cambia tutto. Il matrimonio, per esempio. Una moglie inedita è una cosa, una edita un'altra. Il rapporto con i figli ne è condizionato. Ci si ritrova un nuovo circolo di amici. Eppure, se nel tempo l'autore esplora e si adatta alla posizione che la società così generosamente gli riconosce, c'è una cosa che non deve mai fare. Non deve ammettere, o, se lo fa, solo ironicamente, a mo' di battuta, la feroce ambizione che governa la sua scrittura, e con questa la presunzione di un'insuperabile gerarchia tra scrittore e lettore, tale che il primo è infinitamente più importante, e anzi in qualche modo più reale del secondo.
Cerchiamo di inquadrare meglio la faccenda. Quanti criteri ci sono per giudicare una persona? Non molti. Brutalmente, possiamo ritenerla buona o cattiva, coraggiosa o codarda, appartenente al nostro gruppo di pari o meno, talentuosa o priva di talento, vincente o perdente. Naturalmente, ciascuno di questi criteri ha le sue sfumature e sottocategorie, ma di base la situazione è questa. Allora, se mi si chiedesse qual è il criterio dominante oggi, direi quest'ultimo. Ciò che conta è vincere, è il volume delle vendite, la celebrità, world domination, come dicono gli americani. Ma non bisogna mai ammettere che il valore principale è questo. Anzi, proprio per vincere occorre professare altre virtù e parlare d'altro. In Joseph Anton Rushdie sbandiera il vessillo della libertà di parola – vi sembra giusto, si chiede a un certo punto, che la Thatcher sia libera di organizzare la presentazione del suo libro e io, per via dei costi della sicurezza, no? Non è detto che questa sia ipocrisia. Può stare a cuore questo o quel problema o forma d'arte, ma sotto sotto quello che più conta è vincere.
La domanda rimane: perché la gente ha una tale considerazione per gli autori, anche quando non li legge? Perché accorre in massa ai festival letterari, mentre le vendite di libri crollano? Forse è perché la riverenza e l'ammirazione sono emozioni che ci attraggono; amiamo provarle, se troviamo qualcuno che davvero le meriti. Politici e militari non sono più adatti. Gli sportivi non hanno la giusta gravitas. In questo senso è un sollievo trovare un eroe letterario, qualcuno che sia talentuoso quanto nobile, e che non sembri primariamente interessato ad avere più successo di noi. Alice Munro, con le sue infinite cronache tristi di gente che non è riuscita a raggiungere i propri obiettivi, ha colto nel segno. Esplorando il senso di fallimento provato da tanti in un mondo sempre più competitivo, ha vinto il premio più ambito in assoluto, il Nobel.

il Sole Domenica 9.2.14
Storia della lingua
L'italiano andò in America
Fu Lorenzo Da Ponte, autore dei libretti più celebri di Mozart, che all'età di 80 anni da innamorato dei nostri classici, li lanciò insieme all'insegnamento della lingua
di Nicola Gardini


Come certi grandi fiumi o imperi dell'antichità, anche le discipline accademiche possono formarsi da stente origini. È il caso dell'italianistica americana. Oggi, pur menomati dalla diffusa crisi antiumanistica, gli «Italian Studies» vengono praticati in decine di dipartimenti, per tutto il paese; alimentano carriere, spesso prestigiose e remunerative, corsi di laurea e dottorati, biblioteche, convegni, associazioni e riviste; e, a differenza dell'italianistica italiana, si danno gli oggetti più svariati: non solo Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Castiglione, Tasso, tolti comunque dalla patriottica bacheca della cosiddetta storia letteraria e riletti alla luce di ben altri paradigmi culturali, ma anche le mistiche medievali, le petrarchiste del Cinquecento, Michelangelo poeta, i teorici post-tridentini; e pure i romanzi di Calvino, di Levi e di Eco, il Gattopardo, Pasolini, e la storia dell'arte, i film (muti e no), la politica, la mafia, la storia (specie quella novecentesca, compresa la recentissima), la televisione, la cucina, l'opera lirica, la moda, eccetera. Sul principiare del diciannovesimo secolo, invece, all'Italia gli americani erano del tutto indifferenti, o quasi. Nessuno nel nuovo continente ne sapeva nulla né desiderava saperne alcunché. Nonostante il successo internazionale del melodramma, non attirava nemmeno la sua lingua, alla quale si preferivano quelle di Francia e di Spagna, considerate più utili per il commercio.
Se a un certo punto il rigagnolo divenne fiume, gran parte del merito è stato di un uomo, Lorenzo Da Ponte, quello stesso Da Ponte che aveva firmato qualche decennio prima i libretti più celebri di Mozart, e che, non per niente, era convinto che il suo compito avrebbe avuto piena realizzazione solo quando avesse imposto sul suolo americano anche il teatro cantato. Quasi ottantenne, innamorato dei classici italiani e convinto che l'italiano fosse la lingua più bella del mondo e non avesse nulla che invidiare in flessibilità ed eleganze neppure al greco classico, promuoveva la tradizione del suo paese con un vigore e una ardore che avevano della frenesia apostolica. A New York, dove era arrivato fin dal 1805, importò migliaia di volumi, lanciò l'insegnamento dell'italiano e della sua letteratura, a livello privato e no, creò una biblioteca, tentò di aprire una libreria e finì per inaugurare, decrepito nel fisico, ma non nella mente, la prima cattedra di italiano di Columbia University. Questa straordinaria attività fu accompagnata dalla composizione di discorsi apologetici, pieni di proteste contro il disinteresse degli americani, uno dei quali, Storia della lingua e letteratura italiana in New York, del 1827, viene ora ripubblicato dal Polifilo in un volume delizioso, editorialmente esemplare, per le cure di Lorenzo della Chà, già curatore dei libretti di Da Ponte e di un'ottima biografia dello stesso. Leggendo questo centinaio di pagine, che propagandano i grandi libri italiani e proclamano fieramente il compito messianico del loro autore (temi che tornano nell'ultima parte delle stesse Memorie), non si può non pensare che la grande impresa di Da Ponte sia stata la fantasia di un emigrato. Insomma, i suoi giudizi sulla lingua e sulla letteratura italiana sono nati, oltre che dall'ammirazione per la bellezza, anche dalla nostalgia e dal confronto con i fantasmi della disidentità. Le esasperazioni della vecchiaia e un narcisismo missionario di entità byroniana diedero poi una mano.
D'altronde, che razza di italiano poteva essere o pretendere di essere questo signor Lorenzo Da Ponte, nato a Ceneda, nel Veneto, uno dei tanti stati disuniti di quella penisola cui solo per fedeltà alla storia pristina si attribuiva ancora il nome latino? L'italianità per lui come per altri, non solo i dipartiti, era una proiezione della lettura. Leggo, dunque sono. Ma Da Ponte – ecco l'altro aspetto di questa ardimentosa Storia che colpisce il cuore e che gli italianisti, in particolare quelli che si formano e lavorano in Italia, dovrebbero far loro – non leggeva né proponeva agli americani di leggere soltanto poeti e letterati. La sua biblioteca ideale (ma pure reale, dato che per davvero la mise assieme, di acquisto in acquisto, e a caro prezzo) constava, oltre che di poesia e teatro, delle scritture dei più diversi ingegni e delle più varie materie: medicina, giurisprudenza, architettura, fisica, chimica, matematica, storia. I fari di tanto spettacolare canone sono Machiavelli e Beccaria, scrittori supremi, ma non certo bellettristici. E, come si apprende dalle Memorie, vi rientrano anche le migliori traduzioni dei classici latini e greci e volgari.
Questo, quando elogia le grandezze linguistiche e letterarie dell'Italia, ha ancora da insegnarci il bravo autore di Don Giovanni: a cercare nella tradizione italiana pensiero, impegno civile e scienza; a includere, ancora rinascimentalmente, nel concetto di «lettere» ogni ramo del sapere, non solo le melopee, abolendo l'atavica dicotomia tra letteratura e scienza, la quale, se continua a recare il nobilitante sigillo di Platone e di tanti suoi emuli, ha pur sempre la responsabilità di dar forma a pedagogie presuntuose e fuorvianti.
Lorenzo Da Ponte, Storia della lingua e letteratura italiana in New York (1827), a cura di Lorenzo della Chà, Edizioni il Polifilo, Milano, pagg. 160, € 25

il Sole Domenica 9.2.14
Wislawa Szymborska (1923-2012) Poetessa del sorriso
Nella sua apparente leggerezza c'è un'instancabile e passionale tenacia che ha la funzione fondamentale, igienica, di disintossicare da idee generali, idoli e miti
di Alfonso Berardinelli


Prima che ricevesse il Nobel, quando ancora non sapevo che Wisl/awa Szymborska esisteva nella realtà, sentivo il bisogno di inventarla. Prima di leggere la sua poesia, credo di averla immaginata e sognata. Mi ero convinto, ancora confusamente, che il suo era un modo di scrivere poesie di cui in Italia avevamo bisogno. Non voglio dire con questo che non ci fossero da noi buoni e ottimi poeti. Avevamo senza dubbio una tradizione novecentesca che si era conclusa, o esaurita, con gli ultimi libri di Montale; con i caotici, improvvisati poemetti e poesie giornalistiche di Pasolini; con il manierismo virgiliano-lacaniano di Zanzotto; con la teologia negativa in epigrammi aforistici di Giorgio Caproni; con la polimorfica, satirico-patetica «vita in versi» di Giovanni Giudici. Si potrebbero aggiungere altri nomi: anzitutto Sandro Penna e Amelia Rosselli, molto amati, se non imitati, dagli anni Ottanta in poi.
Ma dopo? L'interruzione di continuità è stata evidente. Almeno a partire dalla mia generazione, entrata in scena intorno al 1975, si ricominciava più o meno da zero, dopo aver dato la poesia per finita. È quando all'improvviso la vitalità della poesia è stata riscoperta e continuamente riaffermata (anche con troppa fede, una fede sospetta) ci si è accorti che i poeti erano diventati veramente troppi. C'era dunque di che sognare, e io sognavo una poesia che somigliasse almeno un po' a quella della Szymborska. So bene che augurarsi un particolare tipo di poesia è un peccato contro la natura dell'invenzione artistica, che è e deve restare imprevedibile. Sono nemico delle poetiche programmatiche. I programmi sono quasi sempre attraenti per definizione, ma il giudizio deve riguardare i fatti, i risultati, non le intenzioni. Cercherò tuttavia di spiegare perché il mio sogno della Szymborska nasceva, come tutti i sogni, per compensare i difetti di una certa realtà.
Qualunque lettore può notare nelle poesie della Szymborska una serie di caratteristiche che, messe insieme, la rendono inconfondibile. Ne elenco alcune: immaginazione sfrenata e occasioni di vita quotidiana; inclinazione umoristica e perfino comica; giochi di parole mai separati da giochi di idee e immagini; una dialettica della composizione che fa incontrare gli opposti e mette l'identico in contraddizione con se stesso; ironia e pathos che nascono l'uno dall'altro; estro e audacia intellettuali che coincidono con la perizia tecnica. Quasi tutte queste cose mancavano nella poesia italiana, o erano isolate l'una dall'altra e quindi non si rafforzavano a vicenda, restando spesso una semplice aspirazione. Abbiamo avuto per esempio un paio di poeti capaci di esibire uno stile di pensiero, senza che avessero davvero un pensiero a giustificare quella forma.
Detto questo, devo aggiungere una cauta precisazione, almeno una: è così, salvo eccezioni. Queste eccezioni si trovano recentemente soprattutto nella poesia scritta da donne, che però non definirei "femminile", sia perché non rivendica diritti di genere né isola una tematica di esclusiva marca femminile; sia perché ha esattamente quelle caratteristiche che tradizionalmente, secondo una vecchia convenzione, venivano invece attribuite agli uomini: lucidità intellettuale, spregiudicatezza, coraggio, mancanza di sentimentalismo, distacco ironico, libertà di pensiero, energia espressiva e comunicativa, indipendenza da modelli. Il successo italiano della Szymborska è parallelo all'emergere da noi di un nuovo stile poetico del tutto privo di esoterismi e gergalismi poeticizzanti, privo di vaghe allusività, automatismi associativi, nebulosità semantica, indeterminatezza metrica.
Chi voglia farsi un'idea di quello che dico, può cercare i libri di Patrizia Cavalli, Bianca Tarozzi, Anna Maria Carpi, Alba Donati, che hanno tutte pubblicato in questo ultimo anno. Nessuna di loro naturalmente imita la Szymborska. Di lei ha scritto la Donati che la sua poesia è carica «di enigmi e di prodigi, commuove e ci rende allegri, spinge alla meditazione e ci trascina in cielo come aquiloni».
Ogni poeta ha un suo metodo, ma il metodo della Szymborska appare sempre in primo piano. La sua tecnica, i procedimenti e i meccanismi con cui costruisce le sue poesie sono visibili, vengono esibiti. Non sono solo forma; o meglio sono la forma della cosa che viene detta e che di per sé forse neppure esisterebbe. Se avessi il coraggio di fare un'ipotesi che non sono in grado di sostenere con nessuna prova, direi che in questo singolare metodo si incontrano le assurde meraviglie di Alice e la prassi conoscitiva della dialettica, quella di Marx e Engels, soprattutto di Engels, ma anche di Eraclito (il quale compare in una poesia). È possibile che del marxismo onestamente imparato in gioventù, alla Szymborska sia rimasto questo metodo dialettico che fa muovere, fa ballare le cose e ogni entità statica, convenzionale, autoritaria.
In una delle poesie contenute nel suo vero libro di esordio, Appello allo Yeti, del 1957, si leggono queste due strofe: «Nulla due volte accade / né accadrà. Per tal ragione / si nasce senza esperienza, / si muore senza assuefazione (...) Non c'è giorno che ritorni, / non due notti tutte uguali, / né due baci somiglianti, / né due sguardi tali e quali» (Nulla due volte).
Che sia vero o no, è questa la cosa che l'autrice trova interessante. Se si è capace di notarla, la differenza non fa sentire la ripetizione. Szymborska nota più la prima che la seconda, se ne rallegra, ci si diverte, ne è ispirata. La sua arguzia la aiuta a non cadere nel generico. Va a cercare, o trova subito, la singolarità. Per questo non si annoia, non ci annoia. Nella vita comune, questa poesia afferra ciò che comune non è. Se niente si ripete davvero, tutto è ogni volta interessante e da non perdere.
Il singolare, famoso sorriso della Szymborska, che vediamo in tutte le sue foto, è un sorriso di divertimento e di sfida. Nella sua apparente leggerezza c'è un'instancabile e passionale tenacia. Sembra quasi che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali che diventano idoli e miti quando le facciano vivere al di sopra delle circostanze. In un'intervista rilasciata a Francesco Groggia («la Repubblica», 7 aprile 2008), alla domanda su quale ruolo può avere la poesia contro i miti contemporanei, la risposta della Szymborska è: «Un ruolo molto piccolo, quasi nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa». La poesia è una sfida alle idee generali e al gran mondo della storia. Richiede una fede personale che non ha quasi fondamento pubblico.
È questa qualità intellettuale e dialettica, è il ritmo nella costruzione dei significati, che ha permesso alla Szymborska di resistere bene, meglio di altri autori, alla rischiosa avventura della traduzione. Si perde un po' di musica, di allitterazioni, di omofonie eccitanti e comiche, ma il ritmo strutturale e il gioco concettuale rimangono illesi. Oltre alla musica verbale c'è una musica del pensiero.
C'è il ritmo dialettico della scoperta e dell'indagine mentale. Il mondo delle meraviglie è dunque qui, è il nostro. Si dilata e si contrae, dal cosmico al quotidiano, dalla preistoria all'attimo presente, purché si rovesci l'apparenza immediata e si sappia che c'è sempre altro da pensare, c'è sempre un «rovescio della medaglia». È uno «spasso» (così si intitola uno dei suoi libri) questo mondo singolare e plurale, maschio e femmina, presente e passato, realtà e possibilità, caldo e freddo, alto e basso. I modi e le forme della grammatica si mescolano con ciò che si legge nei libri di scienze, geografia, paleontologia e storia.
Divertimento, teatralità, acume dialettico, imprevedibili assurdità, devozione al dettaglio: tutte cose che auguravo alla poesia italiana. Nella stessa intervista che ho citato, la conclusione della Szymborska è questa: «La maggior parte delle persone non si dà la pena di pensare con la propria testa (o perché non può, o perché non vuole), e di conseguenza, è facilmente preda di suggestioni collettive. Qualcuno ha detto che le persone si istupidiscono all'ingrosso e rinsaviscono al dettaglio. Dunque amiamo e sosteniamo i casi al dettaglio».

il Sole Domenica 9.2.14
L’asimmetria nell'uomo e negli animali
Guarda a sinistra, vai a destra
Le due metà del cervello svolgono funzioni diverse, lavorano insieme per evitare sprechi ma non sempre vanno d'accordo. Ecco dove e come nasce la nostra duplice personalità
di Arnaldo Benini


Il cervello dei vertebrati, e quindi dei primati e degli esseri umani, consiste di due metà apparentemente identiche, gli emisferi cerebrali. Essi regolano la metà opposta del corpo e percepiscono la metà controlaterale del corpo e del mondo, perché le vie dal cervello al corpo e quelle dagli organi di senso agli emisferi sono prevalentemente incrociate, nel midollo spinale o nel tronco encefalico. La prima scoperta, nella seconda metà del XIX secolo, della differenza fra le due metà, fu la localizzazione dei centri del linguaggio nell'emisfero sinistro, che controlla anche la mano dominante. Linguaggio e prevalenza della mano destra potrebbero aver avuto una selezione evolutiva comune. Fin circa 40 anni fa si pensava che l'asimmetria fosse circoscritta alla manualità e al linguaggio umani. Una delle prime prove dell'asimmetria negli animali fu che gli uccelli canterini (come canarini e usignoli) non cantano se viene anestetizzato il nervo sinistro della siringe. Oggi è evidente che l'asimmetria dei sistemi nervosi è una costante della storia della vita secondo una linea evolutiva di miliardi d'anni, a partire forse da un minuscolo verme. Essa gioca il ruolo fondamentale nel comportamento, sia per il cervello umano con i suoi 110 miliardi di neuroni e le innumerevoli sinapsi, che per sistemi nervosi le cui poche cellule si distribuiscono nei due lati di minuscole teste.
Neuroetologia
L'asimmetria dei sistemi nervosi è evidente nell'asimmetria del comportamento. Uno dei campi più attivi della biologia interdisciplinare, la neuroetologia, (i cui pionieri sono Giorgio Vallortigara di Trento, Lesley Rogers di Armidale in Australia, e Richard J. Andrei di Brighton) studia l'asimmetria indagando il comportamento d'uomini, primati, mammiferi, lucertole, pesci, tartarughe, uccelli, topi, ratti, api, formiche, calamari, pulcini, lumache e d'altri animali grandi e piccoli. Nel 90% degli esseri umani e in quasi tutte le scimmie la mano destra è prevalente. La sua area motoria nell'emisfero sinistro ha un contenuto più elevato di neuroni e sinapsi. Lo scimpanzé tiene fermo il vaso con la mano sinistra ed estrae il miele con un dito della mano destra. Per gesti informativi, uomini, scimpanzé e baboons usano prevalentemente la mano destra. Per molte attività topi e ratti usano di regola la zampa anteriore destra. Il pulcino esce dal guscio con la zampina destra. La linea mentale dei numeri (1...2...3) va da sinistra a destra. Per meccanismi cerebrali congeniti o acquisiti? Pulcini neonati furono allenati a beccare semi nel quarto e nel sesto buco (contando dal basso) di un'asta posta verticalmente. Acquisita la regola, l'asticella fu posta orizzontalmente. La maggior parte dei pulcini andava a cercare i semi nel quarto e nel sesto buco contando da sinistra. La linea dei numeri è quindi un meccanismo cerebrale acquisito, dovuto probabilmente all'emisfero destro che orienta l'attenzione verso sinistra. Se le due antenne dei moscerini della frutta vengono, una dopo l'altra, coperte da un sottile strato di silicone, si nota che la sinistra percepisce gli odori più intensamente della destra e che solo lei determina la rotta del volo. Api furono allenate a sporgere la proboscide quando sentivano odore di vaniglia o di limone per ricevere una goccia di zucchero. L'antenna sinistra imparava più lentamente che la destra. Dopo 24 ore avveniva il contrario. L'antenna destra attiva più rapidamente la memoria a breve, quella sinistra a lungo termine. Il camaleonte americano è duttile: ha un colore amabile nella parte del corpo rivolta verso la femmina e uno minaccioso verso il rivale.
Funzioni della parte sinistra del sistema nervoso
La parte sinistra del sistema nervoso valuta la quotidianità ed elabora il comportamento distinguendo gli stimoli secondo regole congenite o acquisite. I passerotti percepiscono il cinguettio dei loro compagni più con l'orecchio destro, cioè con l'area uditiva della metà sinistra del cervello. Uccelli, pesci, mammiferi cercano cibo con l'occhio destro, e si guardano dai pericoli col sinistro (cioè con l'area visiva della metà destra del cervello). Piccioni, polli e altri uccelli utilizzano l'occhio destro per distinguere semi da sassolini. Un uccello della Nuova Zelanda ha il becco piegato verso destra, che gli consente di beccare a colpo sicuro e in fretta. Rettili, pesci, tartarughe e altri animali cacciatori attaccano la preda vista con l'occhio destro. La maggior parte dei cani reagisce a stimoli gradevoli (una carezza, del cibo) muovendo la coda verso destra fino a toccare il fianco. Se lo stimolo è sgradevole (un cane ostile, un gatto) la coda è mossa verso sinistra. Piccioni, quaglie, polli, trampolieri, beccano i semi che si trovano a destra del becco, perché il terreno è esplorato con l'occhio destro. L'area del linguaggio del lobo frontale è particolarmente ricca di connessioni nervose. Oltre al linguaggio e alla motilità della mano destra dominante, l'emisfero sinistro regola il comportamento che dipende da convinzioni, conoscenze e riflessioni. Esso impara, formula regole, valuta passato e presente e pianifica il futuro. È l'emisfero dell'autocoscienza, cioè della riflessione su sé stessi, di cui il linguaggio interiore è lo strumento. Nell'uomo, per i primi tre anni, l'emisfero destro riceve più sangue di quello sinistro. A partire dal quarto anno, l'emisfero sinistro è più voluminoso e riceve più sangue di quello destro, a conferma della sua preminenza. L'emisfero sinistro tiene sotto controllo il destro, che elabora emozioni ed affettività. All'inizio di sindromi demenziali, alcuni pazienti mostrano un'insospettata capacità di disegnare o pitturare. La degenerazione più intensa dell'emisfero sinistro potrebbe aver indebolito il controllo sul destro, che così esprimerebbe liberamente le emozioni.
Funzioni della parte destra del sistema nervoso
L'emisfero destro elabora gli influssi e gli stimoli dall'ambiente che regolano il comportamento. Tartarughe, lucertole, polli, cavalli e alcuni primati guidano l'approccio sessuale soprattutto con l'occhio sinistro. L'emisfero destro registra ed elabora nuovi impulsi e distingue le varie emozioni. La sua reazione è particolarmente intensa nel caso d'emozioni negative. Per questo il cane allarmato scodinzola verso sinistra. Il cavallo irritato aggredisce il rivale quando esso è visto dal suo occhio sinistro. I vertebrati reagiscono ai cacciatori e ad altri pericoli più in fretta e più ingegnosamente se li vedono con l'occhio sinistro. Nell'uomo l'emisfero destro è particolarmente sensibile a stimoli inattesi, potenzialmente pericolosi e associati a forti emozioni. A essi la mano sinistra reagisce più in fretta della destra dominante. In caso di paura o terrore è attiva l'amigdala di destra. Negli uomini, nei primati e in altri vertebrati l'emisfero destro elabora le informazioni spaziali molto più del sinistro, soprattutto perché a destra il lobo parietale è più sviluppato. Nei taxisti di Londra, alle prese con un traffico faticoso, l'ippocampo e il lobo parietale, particolarmente impegnati nella memoria e nell'informazione spaziale, sono più voluminosi a destra. Scoiattoli e topi che nascondono il cibo per il futuro hanno, sin dalla nascita, l'ippocampo destro più grande. L'orecchio sinistro elabora il contenuto emozionale di ciò che si sente, quello destro il significato. L'attività musicale coinvolge molta parte del cervello, con prevalenza dell'emisfero destro, specie del lobo temporale. Una lesione del lobo temporale destro può portare all'incapacità di distinguere una barzelletta da una minaccia o il russare dal suono di una campana. Lo stimolo a urinare è regolato prevalentemente dall'emisfero destro. Ciò potrebbe spiegare l'urgenza di urinare ripetutamente in caso di tensione e di forti emozioni. Nei ritratti di quadri e fotografie la testa è di regola girata verso destra, in modo che in primo piano ci sia la parte sinistra del volto, innervata dall'emisfero destro elaboratore delle emozioni. Se è esposta la parte destra, spesso si tratta d'uomini severi e assorti. Lo stress cronico può portare a una dominanza dell'emisfero destro e provocare depressione.
Vantaggi e svantaggi dell'asimmetria
L'asimmetria evita lo sperpero d'energia che si avrebbe se i due emisferi fossero in competizione per le varie funzioni. Inoltre la lateralità evita doppioni e lascia spazio ad altre funzioni. Ciò potrebbe, almeno in parte, chiarire ciò che ancor non è del tutto spiegabile, e cioè come un organo piccolo come il cervello umano sia capace di tante e tanto sofisticate attività, da quelle vegetative a quelle della mente. Il linguaggio a sinistra ha il vantaggio della contiguità dei meccanismi nervosi dell'autocoscienza e della razionalità, di cui il linguaggio è lo strumento. In caso di lesione dei centri del linguaggio, l'emisfero destro non può però sostituirli. Gli occhi laterali di pesci e uccelli hanno il vantaggio di un ampio campo visivo con due rappresentazioni cerebrali. Per verificare la presenza di una minaccia, pesci e uccelli devono però girare la testa in modo che sia vista dall'occhio sinistro, e ciò attira l'attenzione del predatore. Molti di loro, nella perenne lotta per la vita, hanno imparato che è opportuno aggredire le prede dalla parte del loro occhio destro. Ogni metà del nostro cervello corrisponde a un individuo con le sue qualità e debolezze. Alle caratteristiche comuni agli altri esseri viventi, il cervello umano, in particolare con lo sviluppo, durato oltre due milioni d'anni, della parte anteriore dei lobi frontali, ha aggiunto la razionalità e l'autocoscienza. I loro meccanismi si trovano prevalentemente nell'emisfero sinistro. Esso elabora prevalentemente la razionalità, il destro gli affetti e l'emotività. Le due metà sono collegate da ampie commessure e lavorano insieme. Ciò impedisce, ad esempio, che una mano disfi quel che ha fatto l'altra o che si ostacolino a vicenda. I due emisferi non sembrano andar sempre d'accordo. Noi siamo costituiti da due personalità, in contrasto per tutta la vita e in equilibrio precario. Ciò spiega molte nostre caratteristiche, il nostro comportamento non sempre gradevole, le difficoltà, spesso, di prendere decisioni, i rimorsi, i rimpianti, l'impulsività, l'avventatezza del comportamento non meditato. In una storia fantasiosa dell'autocoscienza, Julian Jaynes sostiene che l'umanità fu guidata dall'emisfero destro fin quando essa credeva alle voci interiori, alle favole, ai miti, ai comandi divini. Lentamente l'emisfero sinistro avrebbe preso il sopravvento. Il mondo cambiò. Nell'antichità si seguivano le voci interiori. Nell'Europa cristiana, per una simile credenza, si rischiava di finire sul rogo. Nell'Iliade, nell'Odissea, nel Vecchio Testamento gli uomini seguono, anche se talvolta controvoglia, i comandi divini. Solo con la prevalenza dell'emisfero sinistro l'uomo si sarebbe convinto di agire seconda la sua volontà.
Nell'antichità filosofia e poesia coincidevano. La separazione, per George Steiner, avvenne con Platone, che separò la riflessione filosofica dai racconti dei poeti e dei rapsodi, non obbligati alla verità. In realtà, l'unione di poesia e di riflessione non andò perduta. Basti pensare a Lucrezio, Plotino, Dante, Voltaire, Milton, Hölderlin, Leopardi, o Wittgenstein, che desiderava che la poesia fosse la voce della sua riflessione. Con Il caso singolare del Dr. Jekyll e del Mr. Hyde e col Visconte dimezzato, Robert Louis Stevenson e Italo Calvino hanno fatto della scissione dell'anima, causata dall'asimmetria cerebrale, due capolavori narrativi.

il Sole Domenica 9.2.14
Cervello, libertà e responsabilità
Il mandante dei miei misfatti
di Alessandro Pagnini


«Vorrei sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio!», si chiedeva l'omino di Altan in una delle sue tante folgoranti vignette. Domanda dettata da una certa "rabbia morale", come direbbe qualcuno, e tutt'altro che filosoficamente sprovveduta, giacché potrebbe benissimo essere riformulata nel linguaggio metafisico di uno Spinoza o di uno Schopenhauer. L'omino non si arrende al fatalismo, non si vuole assumere troppe responsabilità, soprattutto delle malefatte, e siccome è tutto preso dall'assolversi, sembra incline a credere in una forma di antilibertarismo. Un responsabile c'è, perché, sembra dire, se io fossi libero di comportarmi come voglio, non commetterei quei misfatti. Si tratta solo di sapere chi è o, fuor di metafora, che cos'è. I naturalisti hard contemporanei un'idea ben precisa del mandante ce l'hanno: è il corpo, e più specificamente il cervello e il sistema nervoso. Se gli eventi neuronali del cervello determinano il comportamento, siano o non siano coscienti, è difficile ammettere che oltre a questo ci sia un "libero arbitrio". E se dunque gli individui non sono liberi, ecco che non sono neanche responsabili. Ovviamente la domanda dell'omino non presuppone necessariamente una risposta ispirata a una forma di monismo materialistico quale quella implicita nel naturalismo scientista, e per lui andrebbe bene trovare il mandante anche fuori dallo spazio-tempo, pur di scagionarsi. Ma la tesi del naturalista, oggi, confortata da una serie di interessanti risultati empirici e sperimentali (ancorché a volte di controversa interpretazione), sembrerebbe proprio rispondere al meglio al suo rovello. Con alcune conseguenze, però, come minimo controintuitive: se quando agiamo siamo sempre in uno stato o di incoscienza o di costrizione, e se dunque non siamo liberi di scegliere tra diverse alternative d'azione, non ci dovrebbe essere biasimo per le malefatte né lode per i buoni comportamenti, né sarebbe giustificata la pena che, secondo una comune accezione del diritto, si infligge per rieducare chi sbaglia.
In questa raccolta di saggi sul concetto di responsabilità tra metafisica, etica, diritto, filosofia pratica e scienza, troviamo più di una risposta all'omino. Nell'Introduzione è scritto, forse con eccessiva prudenza, che ogni risposta «non può che rimanere provvisoria, se non addirittura sfuggente». Ma invece ritengo che l'omino, letto con attenzione tutto il libro, alla fine di cose ne sappia molte di più, e di più chiare, circa il mandante. Per esempio, acquisirà che non importa sapere prima se siamo liberi in senso metafisico, o se è vero il determinismo per il mondo fisico (con la chiusura causale degli eventi che esso comporta), per poter ascrivere responsabilità, perché i due discorsi, quello scientifico e quello fatto nello «spazio logico delle ragioni», sono discorsi paralleli, «giochi linguistici diversi», avrebbe detto Wittgenstein; e se il primo, vertendo sulla natura, è rigorosamente nomologico-causale, il secondo, kantianamente, presuppone proprio la libertà come condizione per discutere di noi stessi come agenti razionali all'interno di «una galassia concettuale di carattere intrinsecamente normativo». L'omino apprenderà poi che anche se fossimo incompatibilisti duri, convinti che la verità delle leggi della fisica non ci consente di dire che siamo liberi nel senso della responsabilità morale, non distruggeremmo necessariamente la moralità e non saremmo destinati a uno stato di rassegnazione e di passività (per cui, anche trovato il "mandante", non saremmo del tutto affrancati dal giudizio morale). Per quanto riguarda poi il conforto che l'omino può avere dal fatto che i più recenti risultati delle osservazioni e delle sperimentazioni scientifiche depongono per l'esistenza di percezioni coscienti ma non di pensieri coscienti (essendo i giudizi, le decisioni, le intenzioni frutto dell'elaborazione inconscia di informazioni), questo certo conferma le sue intuizioni sulla libertà dell'agire (che forse non c'è), ma non gli dice che soltanto un agente libero è un agente responsabile. E infine, a proposito del "mandante" responsabile, le cose cambiano sensibilmente se si considera l'essere "persona" come soggetto di responsabilità, o se, invece del classico "agente" dotato di volontà e di intenzionalità, si considera responsabile moralmente un "soggetto pratico", che sta in relazione con gli altri soggetti in una rete sociale di reattività emozionale e di pratiche normate. Insomma, al di là di posizioni conflittuali che è possibile argomentare e che questo libro articola ampiamente, forse una conclusione, condivisa dai più e che sicuramente l'omino non gradirà, si può trarre: quando si parla di responsabilità, o quando si ascrivono colpe, si rileva un esercizio difettoso di una capacità morale che una persona ha e coltiva come membro attivo di una comunità normativa. E così l'omino dovrà raccontarsi un'altra storia, narrare se stesso e i fatti il più onestamente possibile, con il solo appiglio delle buone ragioni, senza poter sperare che improbabili "mandanti" paghino per la sua ignavia.
Mario De Caro, Andrea Lavazza, Giuseppe Sartori (a cura di), Quanto siamo responsabili? Filosofia, neuroscienze e società, Codice, Torino, pagg. 336, € 16,90

il Sole Domenica 9.2.14
Le differenze umane alla Fondazione Bracco

Martedì a Milano alle ore 18.00 al Teatrino di Palazzo Visconti (Via Cino del Duca, 8) parte il terzo ciclo «Fondazione Bracco incontra» con la presentazione del volume «Chi siamo. La Storia della diversità umana» pubblicato in collaborazione con Codice Edizioni. Ne parleranno i tre autori: il genetista Luca Cavalli–Sforza e suo figlio Francesco, regista e divulgatore scientifico e il reporter Giovanno Porzio. Modera Armando Massarenti

il Sole Domenica 9.2.14
Julia Deck
L'assassina dello psicoanalista
di Chiara Valerio


«La lama, grazie al suo design esclusivo, garantisce una stabilità ottimale e una straordinaria precisione di taglio" spiegava il dépliant che avevi letto attentamente alle Galeries Lafayette mentre tua madre tirava fuori il libretto degli assegni». Viviane Élisabeth Fauville di Julia Deck è un romanzo, e racconta la storia di una donna che ha ucciso il suo psicanalista. Ha ucciso nella misura in cui uccidere è avere occasione e intento ad agire, impugnare l'arma del delitto e non possedere alibi o testimoni a parte se stessi. «Ma lei sa benissimo signora Fauville, mi scusi, signora Hermant, sa benissimo che i sintomi sono solo sintomi. Che bisogna risalire alle origini, non è vero signora Hermant?». Dunque chi legge sa che lo psicanalista è morto e che la donna è sui quarant'anni, ha un bel lavoro forse non particolarmente interessante ma assai ben pagato, e un bell'ufficio, luminoso e con felci di rappresentanza, ha una bambina appena nata e un marito che ha appena deciso di andare altrove, probabilmente con un'altra, possiede un appartamento in un quartiere parigino bello e prestigioso e non ha alcuna intenzione di venderlo, era della madre, ci passa di tanto in tanto, ha cominciato ad andare dallo psicanalista per risolvere qualcosa, o capire la funzione di un oggetto almeno, ma, in questo momento, nella stanza silenziosa con la bambina addormentata o quasi, non ricorda bene.
Solo scene, pezzetti di scene, frammenti. Nessuna intenzione. La memoria per la donna non è ricordo del passato ma una forma d'immaginazione del presente. «Senza più un passato prossimo, si rifugia in quello remoto. Si ricorda della madre, che non ha né inizio né fine, che è semplicemente impossibile da datare, quale che sia il metodo utilizzato, carbonio-24 o introspezione». Se nei gialli di Agata Christie o Anne Perry, nei gialli classici, per chi legge, conoscere l'assassino è una necessità sentimentale, non senso di giustizia o vendetta, e nei gialli contemporanei non importa chi sia l'assassino, perché tutti ammazzano tutti per motivi piccoli e incomprensibili, per rabbie fulminee e il movente svanisce, nel romanzo di Deck, questa evanescenza motivazionale è strutturale, è una parte del racconto, sia il movente che l'occasione ad agire che l'arma del delitto, sono modi e fatti per spiegare se stessi a sé stessi, anzi uno dei molti sé stessi.
La sorpresa del romanzo di Deck è la struttura narrativa – va bene, siamo abituati dalla letteratura e dal cinema al cambio del punto di vista, ai diversi personaggi che raccontano, ciascuno, la propria versione della storia, siamo abituati dal quotidiano dialettico, dall'interpretazione che ha la grana di un fatto – l'autoreferenzialità della protagonista è vorticosa e travolgente, le appartengono tutti i pronomi narranti, il narratore onnisciente in terza persona conosce, intuisce e azzarda i medesimi fatti o ipotesi della prima persona concentrata sui propri sentimenti e della seconda persona ossessionata dalla assoluzione, se non da una strategia di salvezza. Viviane, Élizabeth, M.me Fauville, M.me Hermant, parlano ciascuno per sé. E così, l'inquietudine e l'ironia, l'angoscia e la leggerezza, la necessità e la possibilità, si mescolano naturalmente nell'esperienza del mio, del tuo, del nostro, del vostro, del suo scontento, senza sapere chi stia parlando e perché, nemmeno chi scrive, sappia tutto dei suoi personaggi, o come osserva Deck, «nemmeno l'autore ha il cronometro». Di un delitto, di un romanzo. Viviane Élisabeth Fauville è il giallo del nostro quotidiano paranoico, sempre inquieto, sempre assurdo, spesso reso ridicolo da un'ansia di controllo, sempre senza un domani, che puntualmente si presenta e sorprende, dunque irriverente. «Nessun parrucchiere ha tanta creatività da farti sentire autorizzata ad andarci più di una volta a settimana».
Julia Deck, Viviane Élisabeth Fauville, Adelphi, Milano, traduzione di L. Di Lella e G. Girimonti Greco, pagg. 132, € 15,00.

il Sole Domenica 9.2.14
I musulmani in Europa
Schiavi ma fedeli all'Islam
Lucette Valensi racconta la vita quotidiana, quasi sempre difficile, dei milioni di stranieri «infedeli» che popolarono nonostante tutto con continuità l'Europa del Cinque-Seicento
di Sergio Luzzatto


È ormai più di vent'anni che siamo circondati dal chiacchericcio sullo «scontro di civiltà», e in particolare sul millenario, fondamentale, irredimibile scontro tra l'Occidente cristiano e l'Oriente musulmano. Ne siamo così circondati da accogliere con sollievo tutti i contributi – storici, antropologici, sociologici, politologici – che valgano non tanto a sbugiardare i catastrofisti occidentalisti del clash of civilisations in nome di chissà quale revisionismo ecumenista, ma semplicemente ad arricchire il paesaggio delle nostre conoscenze e delle nostre riflessioni. Con nuove evidenze documentarie, con proposte interpretative meno rozze. Ben venga dunque un libro di storia come quello di Lucette Valensi, Stranieri familiari. Musulmani in Europa (XVI-XVIII secolo).
Quante cose ci illudiamo di sapere già su questa storia. A cominciare dal fatto che c'è poco da sapere, perché soltanto con il Novecento la presenza di musulmani in Europa sarebbe divenuta massiccia, per ragioni legate sia allo sviluppo economico dell'Occidente sia al processo di decolonizzazione. Sicché (crediamo di sapere) un intervallo lungo cinque secoli ha separato la cacciata dei «mori» dal Vecchio Continente, completata nel Quattrocento, e il loro ritorno in massa nell'Europa del ventesimo secolo. Ancora, ci illudiamo di sapere che poco o nulla tale storia abbia avuto a che fare con la storia della schiavitù. O piuttosto che i «turchi» avessero effettivamente l'abitudine di ridurre in schiavitù i cristiani da loro catturati, mentre ogni sistema schiavistico organizzato da cristiani era finito nel Mediterraneo con la fine del Medioevo: limitandosi in età moderna alla tratta dei neri d'Africa nell'Atlantico.
Peccato che tutto questo sia inesatto. Dal Cinque al Settecento, molti musulmani hanno vissuto in Europa. Il loro numero non va conteggiato in migliaia, ma in milioni. Alcuni – una piccola minoranza – furono mercanti. Insediati nelle grandi città portuali dell'Adriatico, a Spalato, ad Ancona, soprattutto a Venezia, dapprima a San Matteo di Rialto, poi al Fontego dei Turchi sul Canal Grande. Altri – tantissimi, centinaia di migliaia – furono forzati sulle galee. Schiavi del remo, «mori del re». Altri ancora – la maggioranza – furono schiavi non pubblici ma privati. Razziati in tempo di pace come in tempo di guerra, dalle costiere del Maghreb alle pianure dei Balcani, uomini di fede islamica vennero schiavizzati nell'agricoltura, nell'orticoltura, nella conceria, nel tessile. Donne islamiche (più costose al mercato della tratta) vennero schiavizzate come domestiche, come ricamatrici, come sarte.
Oltre ai liberi mercanti, agli incatenati galeotti, all'esercito senza uniforme delle schiave e degli schiavi privati, c'erano i cripto-musulmani. Cioè quanti di nascosto erano restati fedeli al Profeta, a dispetto del movimento di cristianizzazione forzosa promosso nei regni iberici durante il Basso Medioevo. In effetti, se pure la caduta di Granada, nel 1492, meritò al sovrano di Spagna il titolo di «Re Cattolico» ed entrò negli annali come data di compimento della Reconquista, più di un secolo si rivelò poi necessario per cancellare dalla Spagna ogni traccia dei moriscos. Dal 1568 al 1570, il regno di Granada fu scosso da una violentissima rivolta di montanari andalusi rimasti di fede maomettana. La repressione ordinata da Filippo II fu altrettanto violenta, e si risolse nella deportazione di settantamila granadinos verso altre regioni della penisola iberica. Ma comunità islamiche riuscivano ogni volta a riorganizzarsi, in Castiglia, in Aragona, nel regno di Valencia, in Estremadura. Soltanto decenni più tardi, tra 1609 e 1614, un'impressionante operazione di pulizia etnica permise l'espulsione dalla Spagna di oltre trecentomila moriscos, imbarcati a forza sulle galee e deportati verso le coste nordafricane o francesi.
I documenti dei processi istruiti dall'Inquisizione permettono agli storici di ridare vita a questi musulmani spagnoli del Cinquecento e ancora del primo Seicento, restituendo le forme di una loro accanita resistenza sia propriamente religiosa, sia genericamente culturale. Finché fu possibile, le comunità islamiche continuarono a praticare clandestinamente la circoncisione dei neonati, l'osservanza dei digiuni, il rispetto dei rituali funebri, il sacrificio di animali, l'organizzazione della preghiera collettiva. Continuarono a formare imam e a promuovere la circolazione di libri in arabo. Perseverarono nel l'uso dei bagni, nell'abbigliamento tradizionale, nella fedeltà alla lingua parlata d'origine, nei canti d'accompagnamento ai matrimoni e alle feste, nell'attribuzione di nomi islamici dissimulati con un nome cristiano.
Espulsi in massa dalla Spagna, i musulmani ritornavano massicciamente in Europa quali vittime della tratta degli schiavi. Ed è qui che la lettura del libro di Lucette Valensi riserva le maggiori sorprese rispetto a un senso comune storiografico che vorrebbe l'Europa dell'età moderna estranea a sistemi di riduzione in schiavitù. I porti italiani, in particolare, erano «veri e propri centri regolarmente dediti al traffico di essere umani»: così Cagliari, Messina, Palermo, Bari, Napoli, Civitavecchia, Livorno, Genova, Venezia... In riferimento a un anno qualunque del Seicento, il numero di schiavi musulmani presenti in Italia è quantificabile tra le 40.000 e le 50.000 unità. Per la Spagna e il Portogallo, si calcola che tra il 4 e il 5 per cento della popolazione totale fosse rappresentato allora da musulmani ridotti in schiavitù.
«Stranieri familiari», quindi, i musulmani nell'Europa moderna. Stranieri perché «infedeli», odiosi maomettani da espellere deportandoli oppure da convertire a forza, da battezzare trionfalmente quali catecumeni della vera fede. Ma stranieri familiari, troppo presenti (e da troppo tempo) per riuscire totalmente alieni. Non solo stranieri da vincere sui campi o sui mari di battaglia, nelle guerre ricorrenti degli Stati occidentali contro l'Impero ottomano e gli Stati barbareschi, ma anche stranieri da addomesticare sul fronte interno, liberandoli una volta per tutte dalla falsa profezia del Corano. Come, a fronte dell'ostinata loro resistenza religiosa e culturale? Essenzialmente attraverso due divieti. Due contromisure apparentemente meno severe di altre, ma che a lungo andare dovevano rivelarsi vincenti: il divieto di costruire moschee, il divieto di mantenere cimiteri.
Con rarissime eccezioni, tra cui la Genova del Settecento, il paesaggio urbano europeo dell'età moderna non conobbe la realtà della moschea come luogo di culto autorizzato. Né i musulmani, salvo rare eccezioni (tra cui ancora Genova), si videro riconosciuto il diritto di tumulare i propri morti in cimiteri separati: la prassi prevedeva che i cadaveri degli «infedeli» venissero bruciati o gettati in mare. Alla lunga, i musulmani si trovarono così a vivere in Europa come individui piuttosto che come gruppi. Finalmente erano singoli, non comunità! Interdetto dei suoi epicentri di vita religiosa e di memoria identitaria – la moschea e il cimitero – «ciò che sopravvisse in Europa fu un islam senza luogo, per musulmani senza discendenza».

Lucette Valensi, Stranieri familiari. Musulmani in Europa (XVI-XVIII secolo), traduzione di Debora Paparella, Einaudi, pagg. 274, € 26,00

il Sole Domenica 9.2.14
Storia dell’Urss
La leggenda che divorò i bambini
di Angelo Varni


Bene ha fatto la Domenica del 22 dicembre scorso a dedicare un'ampia segnalazione al volume di Stefano Pivato riguardante la leggenda sui comunisti che mangiano i bambini. Anche perché, di leggenda certo si tratta; ma con fondamenta ben solide in una definita traiettoria di eventi, che vanno dall'evocazione di una reale tragedia della storia, per divenire terroristico strumento di propaganda ideologica, fino a farsi – nei tempi più recenti – slogan irridente di una battaglia politica ormai giocata soprattutto sugli effetti impressionistici e pubblicitari. Al punto che la narrazione di un mondo comunista che si nutrisse della purezza indifesa dell'infanzia ha accompagnato tutta la vicenda dell'affermarsi dello Stato sovietico e del diffondersi delle sue concezioni rivoluzionarie. Opportunamente, quindi, l'autore dell'articolo, David Bidussa, ne sottolinea la portata politico-ideologica a partire dall'utilizzo spregiudicato effettuato dall'ultimo fascismo repubblichino, poi protrattosi nelle tensioni dello «scontro di civiltà» del dopoguerra, cui si contrapponevano, per altro, le immagini, uguali e contrarie, evocate dalla «sinistra» – tratte dal repertorio del tradizionale anticlericalismo ottocentesco – di esponenti religiosi dipinti nell'atto di traviare i bambini loro affidati. Con la metafora "divoratrice" che si arricchiva della polemica anti-borghese e qualunquista verso il ceto di governo, accusato di un continuo "magna-magna" a danno del proletariato.
Collocando la vicenda in una dimensione storica, si deve tener conto delle modalità con cui da Occidente era consuetudine guardare alla Russia perdendosi nell'immensa distesa delle sue gelide steppe e nelle distanze di una ben diversa tradizione culturale, con un misto di insoddisfatta curiosità e di atavico terrore per quanto potesse emergere di spaventoso dagli abissi sconosciuti di quelle lontananze misteriose. Non fu, quindi, insolito colorare la contrapposizione politico-ideologica verso l'Urss di Stalin delle tinte fosche di una trasposizione di episodi di cannibalismo effettivamente accaduti a seguito delle carestie degli anni Venti e Trenta, nelle pratiche consuete di una società atea e materialista, cieca esecutrice della volontà di uno Stato onnivoro e insensibile alla voce dei sentimenti e degli affetti. Tanto più in presenza delle notizie frammentarie, ma univoche, provenienti da Mosca, delle atrocità delle repressioni dei dissidenti, dell'esistenza dei gulag, delle fucilazioni di massa, delle deportazioni di intere popolazioni. Senza dimenticare, inoltre, i lasciti del richiamo, sovente effettuato dalla pubblicistica più superficiale e a effetto, al mitico dio Moloch cui venivano sacrificati bambini, secondo un culto presente nelle culture delle civiltà mediorientali, quali gli ebrei, i fenici, gli egizi, i cananei. È per tali ragioni, presenti nelle pieghe della storia e dei sentimenti collettivi, che si può spiegare come un fenomeno di degrado della civiltà causato da intollerabili circostanze si sia trasformato nell'inevitabile conseguenza di un'ideologia. Così «contadini, operai, artigiani, semplici cittadini – spiega l'autore – spinti a mangiare i propri simili dalla disperazione e dalla fame, nel dilagare di una carestia aggravata dalla collettivizzazione forzata delle terre imposta dallo stalinismo, si trasformano in comunisti».
Tali ataviche paure verso lo sconosciuto mondo orientale si concretizzarono, dunque, nella personalità sanguinaria di Stalin, rappresentato quale novello "orco" divoratore di bambini, non più di una favola, ma di una realtà immaginaria che l'immane tragedia della guerra rendeva plausibile, fino a fissarsi in modo indelebile nella mente degli italiani. La scomparsa dell'Urss dalla scena internazionale non poteva che far svanire una simile leggenda, mantenendone l'eco attutita di un richiamo, magari grottesco e ironico, a un passato di paure e di orrori, che gli avversari del comunismo debbono impegnarsi a non far ritornare.

il Sole Domenica 9.2.14
Politica & religione
Il culto americano
di Gaetano Pecora


Cosa ne pensereste di un codice penale che esordisse così: «Chiunque adorerà un altro Dio che il Signore, sarà messo a morte»? Tutto potreste pensarne. Tutto. Tranne che lì gorgogliano sentimenti proclivi alla libertà religiosa. Eppure, di fatto, è precisamente questa la tesi di coloro che si sviscerano di amore per i puritani e che coccolano le loro prime comunità – quelle che essi allestirono nel Nuovo Mondo all'alba del XVII secolo – come altrettanti germogli dell'odierna tolleranza. Come se quella disposizione che letificava gli abitanti del Cunnecticut proprio non esistesse. E mille altre norme non esistessero dove il dio neroniano del Vecchio Testamento tempestava con altrettanta spietata iracondia. Ben venga, dunque, questo libro di Nunziante Mastrolia e Luciano Pellicani i quali per tabulas (il volume raccoglie scritti inediti di Franklin, Jefferson, Madison e Paine) dimostrano che ben altra fu la tempera da cui uscì riscaldata la libertà di coscienza e di culto, e che né gli Stati Uniti nacquero assistiti dallo spirito della modernità né che a tale modernità abbia mai sorriso l'esclusivismo dei puritani. Certo, più tardi contribuirono pure essi a costruire il «muro di separazione» (così Jefferson) tra lo Stato e le chiese, che poi è la pietra angolare di ogni architettura costituzionalistica; ma solo perché premuti da circostanze avverse che ricacciavano loro in gola l'hussitico grido di guerra contro i rinnegatori di Dio, del loro Dio si capisce. Frantumati come erano in mille piccolissime congregazioni, tutte pure, tutte infallibili, tutte fanaticamente convinte di riuscire esse sole gradite all'Eterno perché esse sole inflessibili depositarie dei suoi insegnamenti dogmatici, proprio per questa polverizzante debolezza di scomposizione, i puritani di ogni colore mancarono della forza necessaria per piegare lo Stato alla loro fede. Sicché non potendo, per il tramite del l'apparato pubblico, "purificare" gli altri si acconciarono all'unico sistema – quello separatistico – che se non altro impediva agli altri di "inquinarli" e di perderli con la loro contaminazione. Ha ragione perciò Pellicani quando nella sua lucida introduzione scrive che «in America si erano formate le condizioni oggettive per garantire la massima libertà religiosa». Condizioni oggettive, badiamo bene, non soggettive. Fosse dipeso da loro, presbiteriani, quaccheri, episcopaliani, anabattisti e altri ancora, mai avrebbero avallato un regime giuridico per il quale non avevano ragione di spendersi in troppo tormentate vigilie.
Assai diversa la posizione dei Padri Fondatori, i quali muovevano incontro al separatismo correndo sulla linea diritta dei loro convincimenti, che per essere diritta non conosceva né le rientranze né le obliquità delle chiese cristiane. E, alla stretta finale, tali convincimenti giravano tutti nel cerchio di una un'unica fondamentalissima verità: che Dio aveva fatto dono agli umani del regalo più bello, quello della libera ragione. Sicché solo ciò che superasse il vaglio dell'indagine razionale andava raccolto nel deposito della fede. Niente miracoli, dunque, nessuna profezia e soprattutto nessun dogma («ordigni», come li trafiggeva Jefferson, che mutano il cristianesimo in un «semplice mattatoio»). Cristiani, i Padri Fondatori? Sia pure. Ma a patto di slargare i confini del cristianesimo, fino a tirarvi dentro il «razionalismo sopranaturale» (così venne definito) degli antichi sociniani che ne furono i lontani progenitori e dei quali non a caso Jefferson raccomandò la ristampa americana dei loro scritti. E poiché, come notava Francesco Ruffini, nei sociniani «riviveva il principio della libertà religiosa quale era stato vagheggiato dai filosofi pagani», ecco che salendo per li rami non è improprio traguardare i Padri Fondatori come altrettanti «cristiani paganeggianti». Che è forse un intreccio di termini mal maritati e, addirittura, mal maritabili tra loro. Chissà però che proprio questa spuria contaminazione non li renda, se non più grandi, certo più vicini alla nostra sensibilità.
Nunziante Mastrolia e Luciano Pellicani (a cura di), Le radici pagane della Costituzione americana, Edizioni Ariele, Milano, pagg. 140, € 14,00

il Sole Domenica 9.2.14
Più Europa
Mettiamo online la musica
di Silvia Bernardi


Via libera del Parlamento Ue alle nuove norme sul diritto d'autore nel settore musicale che mirano a rendere più facile per i fornitori online, la possibilità di ottenere licenze per lo streaming in più Paesi europei. Già concordata in via informale con il Consiglio europeo (successivamente, i Paesi membri dell'Ue avranno 24 mesi di tempo per incorporare la direttiva nella legislazione nazionale), il provvedimento dovrebbe stimolare, secondo l'Europarlamento, lo sviluppo di servizi musicali online a vantaggio dei consumatori e a garanzia degli artisti che in questo modo saranno meglio protetti contro la pirateria e riceveranno royalties adeguate e tempestive. Attualmente ci sono più di 500 servizi di musica online che offrono un totale di 30 milioni di brani. Uno solo è disponibile in tutti gli Stati membri dell'Ue, mentre negli Stati Uniti sono 21. La ragione? I siti internet devono affrontare una complessa burocrazia legata alle licenze e ai diritti d'autore.
La nuova direttiva consentirà ai fornitori di musica online di contrattare, con le società che rappresentano gli autori, licenze per più Stati e non più licenze singole con ogni Stato: un primo passo verso la musica senza frontiere e il "copyright europeo". Una decisione incoraggiante per un mercato in piena espansione: negli ultimi anni le giovani start up per la musica online come Deezer, Spotify e Juke hanno avuto un grande successo arrivando a competere con i giganti come Apple e Amazon. Nonostante ciò, la frammentazione dei diritti, l'aumento considerevole dei costi e un sistema complesso di licenze, hanno scoraggiato le giovani imprese a lanciarsi in questo mercato. «La direttiva – dice la relatrice francese Marielle Gallo (Ppe) – proteggerà gli interessi dei creatori europei e renderà possibile per i consumatori avere accesso a contenuti protetti da copyright attraverso tutta l'Europa». La direttiva dovrà ora essere approvata formalmente dal Consiglio. In Italia si parte invece con il «Giro d'Europa in 80 giorni», il tour culturale del Ratto d'Europa (in collaborazione con il Teatro di Roma) alla scoperta di 11 città europee raccontate attraverso le parole di artisti, scrittori, scienziati e critici come Eraldo Affinati, Dacia Maraini, Giorgio Parisi, Walter Veltroni. Programma completo su www.teatrodiroma.net

il Sole Domenica 9.2.14
La miniera dei tesori di Hitler
di Flavia Foradini


Da tempo ormai studiosi, ricercatori e giornalisti lavorano per illuminare il tema della gigantesca operazione economica, fatta di espropri, sequestri, confische, transazioni al ribasso, che accompagnò l'Olocausto.
Una preziosa messe di pubblicazioni, l'apertura di molte sezioni degli archivi americani e l'ausilio di Internet e delle banche dati, hanno illuminato i meccanismi e gli atti di quella parte della storia del nazismo. Beni mobili e immobili, polizze assicurative, conti correnti: ogni uccisione o privazione di libertà durante il Terzo Reich, vide contestualmente una capillare appropriazione di tutto ciò che milioni di cittadini avevano raccolto nella vita precedente al fatale incontro con le camicie brune.
Uno dei comparti più lucrativi e ambìti di quell'operazione riguardò le opere d'arte. Un capitolo che continua a proiettare pesanti ombre e manifesta effetti clamorosi ancor oggi. Basti pensare il recente caso della collezione rinvenuta nella casa di Cornelius Gurlitt a Monaco di Baviera: suo padre Hildebrand fu uno dei tanti mercanti che offrirono i propri servigi ai nazisti. Ma nel cerchio magico di favolosi affari vi erano anche galleristi, direttori di musei e case d'asta rinomate, perché la macchina delle razzie di opere d'arte era complessa e necessitava di un circolo efficiente, competente e spregiudicato. Le alte sfere nazionalsocialiste collezionavano assiduamente per passione o semplicemente per emulazione: oltre all'architettura, Adolf Hitler amava l'arte, cosicché sia nei confini del Terzo Reich, sia poi in tutti i territori occupati, suoi emissari selezionavano appositamente per lui i bottini migliori. Ciò che non veniva accaparrato per il Führer con espropriazioni o acquisizioni a prezzi infimi, diventava merce per i gerarchi.
L'intento del dittatore era di esporre quei capolavori di ogni secolo nel più importante museo di Belle Arti al mondo, il Führermuseum, da erigere a Linz dopo la vittoria finale. La città sulle rive del Danubio, a metà strada tra Vienna e Salisburgo – dove Hitler aveva frequentato la Realschule dal 1900 fino al 1904 – era destinata a diventare la metropoli culturale del Reich. Per realizzare il progetto, il tiranno aveva firmato già nel giugno del 1938 il "Führervorbehalt", il decreto di precedenza assoluta sulla scelta delle opere confiscate in Austria dopo l'occupazione del Paese nel marzo del 1938. Avendo vissuto nella capitale austroungarica dal 1908 a poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Hitler sapeva bene delle superlative collezioni d'arte che ornavano i palazzi del centro città, in particolare quelli dell'alta borghesia ebraica.
Grazie anche alle transazioni di Hildebrand Gurlitt, con il "Sonderauftrag Linz" (l'incarico speciale per la creazione del museo di Linz), vennero accatastate in vari depositi migliaia di opere. Ma col precipitare degli eventi, nell'ultimo scorcio della guerra si cercarono rifugi a prova di bombe. Soprattutto a partire dal 1944, mentre treni carichi di deportati attraversavano lenti l'Europa, convogli privilegiati, stipati di opere d'arte, sfrecciavano frenetici e superprotetti alla volta di luoghi segreti: Merkers, Heilbronn, Neuschwanstein in Germania, e soprattutto l'antichissima miniera di salgemma di Altaussee, nei monti alle spalle di Salisburgo e Linz.
Fu propri lì che nel maggio del 1945 vennero ritrovate oltre 6500 opere, di cui 4700 destinate al Führermuseum. Il Gauleiter della zona, August Eigruber, aveva infatti impartito l'ordine di far saltare la miniera, ma complice la concitazione di quei giorni di crepuscolo di un'epoca, non era stato eseguito. Se ormai da decenni vari personaggi e in primis il fioco movimento di resistenza austriaca, cercano di attribuirsi il merito di aver sventato quella devastante azione, certo è che le casse con otto bombe da 500 kg, camuffate dalla scritta «Attenzione. Marmo! Maneggiare con cautela», portate all'imbocco delle 137 gallerie per distruggere l'incommensurabile patrimonio, non vennero innescate.
Le opere di Altaussee, e quelle provenienti da altri 1500 depositi in ville di campagna, conventi e castelli, vennero portate alla centrale istituita dagli Alleati a Monaco e da qui iniziò una complessa procedura di individuazione dei proprietari e di restituzione. Ma 5 milioni di manufatti artistici sono tanti. Decine di migliaia di essi restarono senza padrone. Molti altri, razziati una seconda volta nei vuoti legali del dopoguerra, scomparvero e riapparvero poi in musei, gallerie, case d'asta, collezioni private. E cominciarono le cause di restituzione. Sempre più agguerrite, sempre più milionarie. Fino ad oggi.