mercoledì 12 febbraio 2014

l’Unità 12.2.14
Il piano inclinato di Renzi verso Palazzo Chigi
La staffetta? «È questione di ore» ripetono gli uomini del segretario
Un governo di legislatura per fare le riforme: «Questo esecutivo non può riuscirci»
Pressing su Letta per il passo indietro
di Vladimiro Frulletti


Ma va a quel paese». La risposta a chi gli chiede se ha già iniziato a fare gli scatoloni in realtà è più scurrile, ma condita con un sorriso. Ieri pomeriggio Renzi è rientrato a Firenze a fare il sindaco. Mossa oramai consueta quando c’è da scaricare la tensione troppo alta accumulata a Roma. E poi in serata c’è la Fiorentina che al Franchi deve superare l’Udinese per andare in finale di Coppa Italia. Nell’attesa s’è riguardato un po’ da vicino il suo ufficio, la splendida sala di Clemente VII. Imparagonabile con quella assai più modesta che ospita l’ufficio del presidente del Consiglio a Roma. Ma l’estetica conta davvero poco nella corsa sempre più veloce del segretario Pd verso Palazzo Chigi.
Gli indizi convergono tutti in quella direzione. Anche quelli provenienti dal Colle più alto. Gli uomini del segretario raccontano che lunedì sera, appena uscito dalla lunga cena con Napolitano, Renzi fosse molto soddisfatto. Napolitano in pratica ha ribadito la sua bussola. Quella indicata al Parlamento nel momento in cui aveva accettato la ri-elezione: garantire alla legislatura la possibilità di fare le riforme istituzionali, a cominciare da quella elettorale, e avere un governo in grado di portare fuori l’Italia dalla crisi economica e sociale. Il come raggiungere questo scopo, quale sia la soluzione migliore, non erano e non sono scelte che attengono al Capo dello Stato. Ma sono valutazioni che spettano alle forze politiche e parlamentari e quindi, in primo luogo al partito più grande: al Pd e al suo segretario. La porta, insomma, lunedì sera s’è aperta. E c’è chi vede segnali anche nella differenza fra il lungo faccia a faccia di Napolitano con Renzi e il «rapido incontro» (come da comunicato del Quirinale) con Letta.
«È questione di ore, un giorno, due al massimo» ripetono i suoi. Renzi torna a Roma oggi per l’incontro (già previsto coi senatori), poi domattina riunirà la segreteria e alle 15 andrà alla direzione a cui ha cambiato l’ordine del giorno. Invece che d’Europa come previsto, si discuterà della «situazione politica » come recita la convocazione ufficiale. Intanto ieri mattina davanti ai deputati Renzi ha paragonato la legislatura a un videogame: «Ha utilizzato il 19% della barra vita e ha davanti a sé l'81%. La buttiamo via?». Il punto quindi è come non sprecarla e «utilizzare l’81% del tempo che le rimane per le riforme». A cominciare dalla legge elettorale che, avvisa Renzi, se salta farà saltare tutto e che quindi potrà essere cambiata solo con l’accordo di tutti i contraenti (no a forzature indigeste a Forza Italia). Poi riforma del Senato e Titolo V. Un percorso lungo, che arriva fino al 2018 e che fa venire meno le soluzioni a breve termine. Sia quella di un Letta che va avanti per gli 8 mesi che mancano a completare i 18 mesi che s’era dato ad aprile 2013, sia quella del voto subito. «Il governo così com’è aiuta le riforme o no?» domanda retoricamente Renzi ai deputati. Per lui no. «La batteria del governo è scarica» spiega, e tocca al Pd «decidere se va ricaricata o cambiata».
Il “se” dunque non appare in discussione, da stabilire c’è solo il “come” Renzi sostituirà Letta. La soluzione migliore ovviamente sarebbe un’uscita più indolore possibile. «Un atto di generosità » come lo chiama il capogruppo alla Camera di Scelta Civica Andrea Romano facendo seguire un invito piuttosto esplicito a lasciare Palazzo Chigi. Parole che arrivano (e non è un caso) poco dopo che Letta promette un nuovo patto di governo in grado di convincere tutti i partiti della coalizione, a cominciare dal Pd. Una valutazione che in pochi condividono. Tanto che nei confronti di Letta e dei suoi uomini s’avvia un fortissimo pressing. E stamani Renzi e Letta si dovrebbero vedere di persona. Evitare inutili lacerazioni è la parola d’ordine renziana. Il deputato Ernesto Carbone, renziano della prima ora e abituato a non proferir parola senza l’assenso del segretario-sindaco invita gli amici di Letta e chi «ha a cuore il futuro della legislatura e del Paese » ad aiutare «il premier a guardare alla realtà che ha una dinamica inesorabile » dice il deputato Ernesto Carbone, renziano della prima ora e abituato a non proferir parola senza l’assenso del segretario-sindaco. Anche se il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, rivela, dopo un colloquio con Napolitano, che Renzi vorrebbe che «il governo si ripresentasse alle Camere con la sua visione».

l’Unità 12.2.14
«Enrico ha sbagliato». La minoranza sta col segretario
Nella sinistra Pd cresce l’insofferenza per l’immobilismo del premier
Fassina: «Serve il pieno coinvolgimento del partito nell’azione di governo»
di Andrea Carugati


Se l’eventuale ostacolo all’ascesa di Matteo Renzi a palazzo Chigi fosse la minoranza Pd, si potrebbe dire decisamente superato. Sembrano lontani anni luce i giorni del «Fassina chi?» e poi delle dimissioni di Gianni Cuperlo dalla presidenza in polemica con il segretario e i suoi metodi di gestione del dissenso. Non che le differenze politiche possano dirsi superate. E neppure gli spigoli tra caratteri e storie politiche tanto diverse. Ma è fuori di dubbio che quando Cuperlo e i bersaniani chiedono «un governo forte», una «svolta» e un impegno «più diretto» del Pd nell’esecutivo per aprire «una solida stagione di riforme» stanno pensando a un rapido trasloco del sindaco di Firenze a Palazzo Chigi.
Certo, non lo dicono esplicitamente. Propongono ancora l’alternativa con un Letta bis, ma si capisce che non credono più nella possibilità che l’attuale premier operi la necessaria «strambata ». E sono anche stanchi di farsi carico, ormai quasi da soli, della difesa di un governo che, per dirla con Davide Zoggia, «è sempre più in difficoltà con il Paese, come dimostrano le parole di Confindustria e dei sindacati».
Più che di un matrimonio con Renzi, sarebbe più appropriato parlare di un divorzio tra la minoranza Pd e Letta. Una separazione sofferta, che ha preso corpo nelle ultime due settimane, e che si è alimentata anche per l’insofferenza verso «l’immobilismo» del premier. «Ormai è tardi per un vero rilancio», spiega più di un parlamentare. «Enrico doveva presentarsi con un nuovo programma e nuova squadra subito dopo la Befana, ha perso troppo tempo». La direzione del 6 febbraio è stata un passaggio decisivo. In quell’occasione, il premier «avrebbe dovuto rilanciare con forza l’azione del governo». Anche l’incontro di lunedì con Cuperlo ha dato fumata nera. Il leader della minoranza è uscito da Palazzo Chigi senza aver percepito l’urgenza necessaria di dare una svolta.
E così, l’assemblea dei deputati con Renzi di ieri alla Camera è sembrata l’antipasto di qualcosa di nuovo. Si rischiava un braccio di ferro tra il segretario e la minoranza sul tema della legge elettorale, e invece il clima è stato più che costruttivo. «Mancavano solo gli striscioni per Matteo», sorride un renziano, pur critico verso l’ascesa del sindaco a Palazzo Chigi. Del resto, se è vero che la minoranza vuole che la legge elettorale si leghi al percorso delle riforme costituzionali, non c’è garanzia migliore di un governo Renzi, con l’obiettivo di durare ben oltre il 2015, magari fino a fine legislatura. A quel punto, con un governo saldamente in sella, ci sarebbe tutto il tempo per i necessari ritocchi all’Italicum. E del resto, se è vero che l’ormai famoso emendamento Lauricella punta a rinviare l’entrata in vigore dell’Italicum a dopo la riforma del Senato, anche come clausola di salvaguardia rispetto al voto nel 2014, come clausola per salvare la legislatura un governo Renzi è senza dubbio più efficace, per la minoranza dem ma anche per i piccoli come Scelta civica. I maligni, in Transatlantico, sussurrano che la conversione a U della sinistra Pd nasca anche dalla speranza di bruciare il “cavallo di razza” in un passaggio di governo senza investitura popolare. E in una fase ancora molto complicata per l’economia. Di certo, un governo Renzi oggi dovrebbe poggiare su un gruppo parlamentare Pd ancora densamente popolato di cuperliani. Molto più numerosi che dopo un passaggio elettorale. «Noi vogliamo il bene del Paese, non facciamo il tifo per nessuno ma neanche le barricate contro Renzi », spiega Zoggia. «Noi siamo per la soluzione che abbia i maggiori consensi dentro il Pd». Una formula non molto diversa da quella che usa Stefano Fassina: «La soluzione migliore è quella che riesce a realizzare il pieno coinvolgimento del Pd nell’azione del governo». Formule prudenti, ma ormai assai chiare nel significato.
Nella minoranza Pd, non manca anche un pizzico di soddisfazione per la piega che hanno preso gli eventi. «Abbiamo costretto tutto il Pd a una discussione, messo fine a una lunga ambiguità », dice Zoggia. La minoranza, poi, dopo settimane difficili, sembra aver ritrovato una sua unità interna. Che passa dalla richiesta di un «nuovo inizio» a Palazzo Chigi. A microfoni spenti, non manca chi auspica un passo indietro di Letta «prima della direzione» convocata per domani. Per il premier il “soccorso rosso” non c’è più.

il Fatto 12.2.14
Folgorazioni
Il Fassina bifronte: dal governo Letta alla lotta di Tsipras
di Sal. Ca.


Dopo il “Fassina di governo” arriva il “Fassina di lotta”. Il cambio di passo dell’ex sottosegretario del governo Letta, dimessosi in polemica con Renzi, dopo il celebre “Fassina chi?”, è notevole. L’uomo che nel governo delle larghe intese era stato inviato a presidiare la “bersanomics”, ieri si è cimentato in un impegnato articolo sul manifesto   - quotidiano “comunista” - per aprire, niente meno, che alla sinistra radicale di Alexis Tsipras. Il leader della greca Syriza, infatti, è appena stato in Italia dove ha dato la “benedizione” alla lista promossa, tra gli altri, da Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Marco Revelli, aprendo, però, anche una sfida nei confronti della famiglia socialista europea e, quindi, al Pd. Fassina, però, da neo leader della minoranza anti-Renzi del suo partito, ha deciso di afferrare l’occasione per una svolta a sinistra. “Senza tatticismi - scrive nel suo articolo - mi rivolgo ai promotori della lista Tsipras: incontriamoci”. La proposta è ambiziosa perché mira a costruire, “sulla base di punti condivisi” “un Manifesto per un’altra Europa”. Le aperture sono supportate da punti politici impegnativi: dalla “golden rule” nei bilanci nazionali per finanziare gli investimenti agli “euro-project bonds”; dall’imposta europea “sulle transazioni finanziarie speculative” fino all’apprezzamento per la proposta di Tsipras di una conferenza sul modello di quella tedesca del 1953 per “ristrutturare i debiti sovrani”. Un affondo, quest’ultimo, che dal governo si è mai permesso.
 IIl primo rimprovero, il deputato democratico lo ha ricevuto, indirettamente, ieri mattina dalle pagine del giornale del proprio partito, l’Unità, a firma di Goffredo Bettini. L’ex “consigliori” di Veltroni, oggi renziano, se la prendeva con la minoranza Pd che con una mano “si preoccupa della tenuta di un governo con Alfano” e con l’altra “radicalizza i contenuti di ‘sinistra’ e apre a Tsipras”. L’oscillazione della minoranza democratica, in effetti , dimostra una certa confusione. Anche Pippo Civati, l’altro ieri, ha scritto un post sul proprio blog per dialogare con la lista Tsipras ma Civati ha già visto settori a lui vicini, vedi Michele Serra, spostarsi in quella direzione. Lui stesso, poi, nei giorni scorsi ha cercato un contatto con i promotori della lista senza, però, ricevere risposta.
Nel comitato Tsipras un po’ si ride e un po’ ci si compiace: “Bella faccia tosta per chi ha gestito le larghe intese” è il commento a caldo. “Però è anche il segno che il nostro progetto è entrato nella discussione del Pd e quindi si sta allargando”.
In queste ore la lista Tsipras, in cui sono impegnati partiti come Sel e Rifondazione al fianco di esponenti provenienti da associazioni o sindacati (dalla Fiom all’Arci, da Sbilanciamoci al Forum dell’acqua fino ai centri sociali) sta fungendo da riequilibratore anche nei confronti di eventuali tentazioni di governo da parte di Sel, comunque negate dai suoi dirigenti. E, a detta di chi sta assumendo una funzione organizzativa, è un progetto che raccoglie consensi e grande entusiasmo. Circa 23 mila le adesioni a ieri, un lavoro ormai ben avviato sulla “cabina di regia” della lista, il coordinamento operativo che sarà formato nei prossimi giorni. Resta il problema di individuare candidature forti. Servono nomi di evidente richiamo ma su questo, assicurano dal comitato di garanzia, “abbiamo in serbo qualche grande sorpresa”. Ma la notizia che preme di più è che l’1 e 2 marzo si punta a raccogliere le firme in Val d’Aosta dove ne occorrono tremila. A dare una mano alla “lista greca” ci saranno diversi segretari comunali e l’ex presidente della giunta regionale, Roberto Louvin.

il Fatto 12.2.14
Poltrone in palio
Boldrini ministro: l’esca per pescare Sel
di Wanna Marra


Come faccio a tenerlo lì un altro anno? Piuttosto che legarmi ancora a questo governo, rischiando di trovarmi davanti un altro caso Cancellieri, preferisco rischiare io in prima persona”. Matteo Renzi ha deciso per l’ennesima volta di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di giocarsi il tutto per tutto. Palazzo Chigi è lì, dietro l’angolo, turbo-Renzi è pronto a sostituire Enrico Letta. “Faccio le riforme, cambio tutto, abolisco le auto blu”. È un fiume di parole, di progetti, macina energia. Come sempre. L’altro, “l’ultimo giapponese” (copyright del sindaco) però resiste. Fino a quando?
Erano giorni, se non settimane, che il piano “Matteo premier” prendeva forma, e poi tra l’altroieri sera, a cena con Napolitano, e ieri è diventato sempre più concreto. Il segretario del Pd è uscito dal Quirinale, convinto di avere se non proprio l’incarico in tasca, quanto meno il nulla osta. È andato al Nazareno. Con lui fino alle due di notte c’erano Luca Lotti, Lorenzo Guerini, Dario Nardella, Maria Elena Boschi e Graziano Delrio. Matteo li ha informati su quel che era accaduto: un Napolitano indebolito pronto a dare il via a un governo di legislatura, guidato da lui. Visto che il segretario è stato chiaro nel ribadire la sfiducia nei confronti di questo esecutivo. E il Quirinale non è in condizione di continuare a proteggere l’attuale premier.
Forte di questa convinzione Renzi ieri mattina al gruppo dei deputati Pd ha fatto un discorso che più chiaro non si può: “Il governo così com'è aiuta il percorso delle riforme o no?”. Visto che l’orizzonte di Letta è dato ad 8 mesi, è incompatibile con le riforme. E allora, “decidiamo se la batteria di questa legislatura va cambiata o ricaricata. Il punto è se è nelle condizioni di utilizzare l’81% dell’energia che le rimane davanti dopo che ha utilizzato il 19% della barra vita”. Insomma, non c’è altro da fare che “cambiare verso”, cambiare cavallo. Cambiare. Per questo, Renzi aggiorna l’ordine del giorno della direzione del Pd di domani: non si discuterà di Europa, ma del governo. Dev’essere il momento dell’investitura ufficiale da parte del Pd. D’altra parte, lui ha già il timer in tasca: giovedì la direzione gli dà mandato, Letta, mercoledì o al limite venerdì, si dimette. Domenica, Napolitano gli dà l’incarico. Nella tarda mattinata a Montecitorio non c’è uno che sia pronto a scommettere un euro sulla durata dell’esecutivo. Però, sono proprio le parole del premier da Milano a spiazzare tutti: “Ho visto Napolitano. Nelle prossime ore presenterò un patto di governo in grado di convincere tutti”. Poi l’appello alla “provvidenza” che “agirà sul destino mio e del Governo”. Dal Quirinale arriva un comunicato sul “breve incontro” tra Presidente e premier. Il Colle sta a guardare. “La parola è al Pd”, dichiara secco Re Giorgio. Intanto l’Italicum viene rimandato: si doveva cominciare a votare ieri, si inizierà martedì. A crisi risolta. Che vuole fare Letta, è la domanda più gettonata nei capannelli. Il Pd tutto l’ha già mollato, è pronto a farlo in direzione. “L’inizio di questa legislatura per me è stato piuttosto travagliato. Ora, la prospettiva di altri 4 anni in cui vengo qui e spingo un bottone non è da buttar via”, dice scherzando un bersaniano di ferro. Il clima è questo. Letta ha sondato molti della minoranza, per trovare una risposta chiara: “Non ci interessa chi c’è, l’importante è avere un governo forte, che duri e faccia le cose”. Tradotto: non il suo. Matteo Orfini ricorda che fu lui per la prima volta a suggerire Renzi premier a Piazza Pulita, prima che poi l’incarico venisse dato a Letta. Ma Enrico resiste. Perché? Per lui c’era già pronto il ministero degli Esteri in un esecutivo Renzi.
Partono colloqui tra vicinissimi del sindaco e del premier. Tutto il Pd è in pressing sul suo ex vice segretario per spingerlo alle dimissioni. “Non si capisce cosa stia facendo. Forse vuole accreditare l’ipotesi che Renzi lo sta ammazzando con un’operazione di palazzo, per ambizione personale?”, ragiona un renziano doc. Ma i segnali si moltiplicano. Tocca a Scelta Civica, alle 17 e 17 dare voce al non detto: “Letta lasci e si apra nuova fase”. Dall’Ncd la sfumatura è diversa. Dice Alfano: “Ho sentito Letta. Siamo pronti ad andare avanti se il Pd lo sostiene”. Per dirla con Quagliariello: “Si chiariscano loro. Noi ci siamo con l’uno o con l’altro. Ma per un governo di legislatura”. Ancora, quello di Renzi. Letta nel frattempo chiarisce la sua strategia: stamattina farà una conferenza stampa. Per illustrare il programma a cui sta lavorando da settimane. E per chiarire che lui non se ne va, che Renzi deve sfiduciarlo in Parlamento, che quella in atto è un’operazione di palazzo. Oggi lo dirà anche a lui, forse da vicino. Un incontro decisivo. Matteo ieri sera, serafico, era a Firenze, allo stadio con Diego Della Valle. Sembra di risentirlo, a maggio, quando ragionando se candidarsi segretario, rifletteva: “Come faccio a farlo? Poi, dovrei far cadere Enrico”. Il cerchio si chiude.

Repubblica 12.2.14
Una maggioranza più ampia punta su Matteo al Senato ma Sel rischia la scissione
In 30 pronti a sostenere il nuovo governo
di Tommaso Ciriaco


Roma - Sempre al Senato si torna. Lì, ormai da anni, conta solo il pallottoliere. Ed è ancora lì, tra gli scranni di Palazzo Madama, che Matteo Renzi si misurerà con l’aritmetica. Sulla carta, una staffetta dem a Palazzo Chigi garantirebbe al segretario numeri solidissimi. Ancora più consistenti di quelli conquistati da Enrico Letta. In ballo, infatti, c’è un nuovo e prezioso bottino di voti: quelli di Sel - o di una pattuglia consistente del partito di Nichi Vendola - ma anche di alcuni cinquestelle ormai esasperati dalla diarchia Grillo-Casaleggio.
Il miglior risultato di Letta è datato undici dicembre 2013. Si vota per rinnovare la fiducia all’esecutivo, dopo la scissione del Nuovo centrodestra. In 173 si pronunciano per il sì all’attuale premier. Conteggiando anche gli assenti giustificati, la maggioranza potenziale tocca quota di 179. È quella l’asticella che il sindaco di Firenze punta oggi a superare, per mostrare plasticamente la volontà di rilanciare una legislatura per le riforme.
Numeri alla mano, quindi, l’area di governo di un esecutivo nuovo di zecca targato Renzi potrebbe allargarsi ancora. Sono pronti a sostenerlo i 107 senatori del Pd (Pietro Grasso non vota), 31 di Ncd, 7 di Scelta civica e 12 che militano in “Per l'Italia”. E ancora, 10 parlamentari delle Autonomie, 4 ex M5S (Anitori, Mastrangeli, Gambaro e De Pin), 3 senatori di Gal (Scavone e Compagnone, l’ex leghista Davico). Senza dimenticare i cinque senatori a vita, da Mario Monti a Renzo Piano, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Carlo Azeglio Ciampi. Ma non basta. Sul fianco sinistro dell’emiciclo di Palazzo Madama si consuma in queste ore un braccio di ferro durissimo. Coinvolge l’intera classe dirigente di Sinistra e libertà e permette a Renzi di sognare una maggioranza di 186-188 senatori.
Lo scontro, nel partito di Vendola, è furioso. Già all’ultimo congresso la linea filo-Tsipras ha deluso l’ala governista. In molti chiedevano di confrontarsi con il Pse e, in prospettiva, convergere con il Pd. Una fetta significativa del gruppo della Camera (la conta informale riporta di una ventina deputati su 37) e alcuni dei sette senatori (4 o 5, peserà molto l’atteggiamento di Dario Stefàno) spinge per il sostegno a un esecutivo guidato dal segretario Pd. Al Senato, poi, potrebbero essere della partita almeno tre o quattro dissidenti grillini, capitanati da Luis Orellana. Con lui, anche Laura Bignami ha firmato di recente una lettera di fuoco contro il vertici pentastellati.
Ma è soprattutto a Montecitorio cheSel assomiglia a una polveriera. La rivalità tra Gennaro Migliore e Nicola Fratoianni ha superato il livello di guardia. Il primo guida l’ala filo renziana, il secondo incarna in questa fase la linea vendoliana. Disponibili a ragionare del nuovo scenario governista sono in molti, a partire da Claudio Fava. L’ex eurodeputato, in rotta con il leader, è pronto a dare battaglia. Con sfumature, ma convinti dell’opportunità di ragionare con Renzi sono anche Ciccio Ferrara, Ferdinando Aiello e Nazzareno Pilozzi: «Sono convinto - sostiene quest’ultimo - che Sel prenderà alla fine una scelta condivisa. Innanzitutto dobbiamo esultare per la caduta di Letta. Ora, però, non dobbiamo restare alla finestra, ma vedere se è possibile costruire qualcosa di innovativo. E ricordiamoci che con il Pd, in Puglia, ci governiamo».
La resa dei conti è prevista per sabato, quando è in agenda un’assemblea dei vendoliani. E se davvero toccherà decidere del sostegno a un nuovo governo Renzi, non è escluso che alla fine si possa raggiungere un compresso, magari proponendo un sostegno esterno all’esecutivo con un ministro d’area a rappresentare le istanze di Sel. Una mediazione capace di tenere assieme il partito e allontanare lo spettro di una scissione.

Repubblica 12.2.14
Vendola: se Renzi vuole coinvolgerci deve cambiare lo schema dell’esecutivo, non siamo divisi
“Non possono chiedere a Sel di governare con Giovanardi”
di Tommaso Ciriaco


Roma - Sinistra Ecologia e Libertà rischia di esplodere. Rancori e passioni, aspirazioni e linee politiche, si scontrano e accrescono il caos. Nichi Vendola, però, mantiene la calma. Attraversa il Transatlantico in completo grigio, consulta senza sosta i suoi parlamentari. Poi si concede uno yogurt alla buvette. E ragiona del “fattore R”.
Presidente, il governo Renzi sembra alle porte. Sel è pronta a sostenere il segretario democratico a Palazzo Chigi?
«Se cambia lo schema, si può ragionare. Ma se lo schema resta quello del governo Letta, non esiste. Io penso che il nostro punto di partenza debba essere l’elemento che abbiamo condiviso in questi mesi, e cioè l’unanime contrarietà al governo Letta. Una posizione maturata dopo un’impegnativa discussione al nostro interno ».
Lei reclama un cambio di schema, dunque. Significa che nel nuovo governo deve restare fuori il Ncd di Alfano?
«Ma scusi, lei pensa che io possa andare al governo con Giovanardi?».
Ma non può essere Renzi il garante di questa nuova fase?
«Partirei da una premessa. Di Renzi conosciamo solo il “chi”. Sappiamo chi è, ma non conosciamo il “come” e il “cosa”. Cosa propone, come intende proporlo. Ecco, a me interessa come e che cosa intenda fare per affrontare due questioni. Innanzitutto la drammatica situazione sociale che abbiamo di fronte. E poi se intenda procedere con un avanzamento significativo nei diritti civili. Io, su questo, ragiono».
Ecco, appunto: non è possibile rilanciare su queste riforme partecipando a un esecutivo Renzi?
«Con Giovanardi?».
Beh, può escluderlo anche solo in astratto?
«Non si può ragionare in astratto, solo in concreto. Altrimenti diventa un gioco di società, caselle vuote. Una battaglia navale, ecco. Una roba politicista».
Intanto gira voce che Sel rischi la spaccatura, proprio su questo delicato passaggio. Si parla di contatti tra una parte di Sel e dissidenti grillini.
«No, non credo. È una voce messa in giro da qualcuno del Pd».
Sinceramente non crede a queste manovre? Né alla possibilità di una scissione di una parte di Sel?
«Sinceramente. Non credo proprio, a meno di non pensare a una dinamica autolesionista. Noi abbiamo un grande spazio da occupare, ma così saremmo solo un’ombra. E un’ombra non può occupare uno spazio. E poi c’è un altro punto da analizzare...».
Quale?
«La prospettiva del 2018. Ecco, partire da questa prospettiva sarebbe, come dire... imprudente».
Potenzialmente, i numeri sembrano contraddirla.
«Sa perché dico che si tratta di una prospettiva imprudente? Perché Renzi, più di Letta, ha dalla sua questo slancio. Ma di meno ha, rispetto all’attuale premier, il fatto di non conoscere l'apparato dello Stato, la macchina burocratica. E questo non aiuta».
Resta un fatto: sembra l’ultima chiamata per le riforme. Perché non accettare la sfida?
«No, scusi: non basta appellarsi alla situazione emergenziale. Noi siamo un Paese strutturalmente nella... Diciamo in difficoltà».

il Fatto 12.2.14
L’ultima pugnalata: il classico duello Dc
Enrico e Matteo, così vicini così diversi
Il primo predatore, l’altro gommoso: si chiude un’epoca, ne resta uno soltanto
di Antonello Caporale


In fasce e già incapsulati a una poltrona. Babies in carriera, introdotti dal potere affluente e coincidente. Ambedue hanno il corpo da democristiano. Quello di Matteo è più vispo, forse anche un po’ più stronzo, però simpatico, umano, vincente. Enrico è legnosetto, troppo giudizioso, tenero e perfettamente inconsistente. É infatti il nipote meglio riuscito di Gianni Letta, vapore acqueo della Dc, pura condensa, cortina fumogena, nebbia negoziatrice. Enrico è quasi così.
Con loro la bugia democristiana ritrova uno stile, un’estetica che la distingue dalla frottola gradassa berlusconiana. Ispirata, patriottica, quella di Matteo: “Voglio cambiare l’Italia non voglio cambiare il governo” (8 dicembre 2013). Già più a corto raggio Enrico, timidamente consenziente: “Io e Matteo andremo d’accordo” (13 dicembre 2013).
La disfida tra Renzi e Letta, che oggi conosce il suo epilogo, è insieme tragica e avvincente. Chiama il passato, restaura le eterne stanze di piazza del Gesù, la sede della Dc, come se fossimo dinanzi a una diatriba tra Rumor e Piccoli, Gava e Donat Cattin. Cose del secolo scorso, e palazzi del secolo scorso, giustamente pignorati e venduti all’incanto. Ma ora come allora il destino del governo è frutto delle scorribande tra correnti, dei tradimenti e del risultato del congresso. Chi ha vinto si mangia palazzo Chigi, chi ha perso si ferma un giro. Succedeva nella Dc ieri, oggi è il turno del Pd.
Oggi, per dire, quella che era l’opposizione a Renzi è parte della maggioranza plaudente. Fingono l’appoggio o sono sinceri? Fingono, si direbbe. D’altronde è sempre stato così. Allontanarsi dal perdente è la misura di minima prudenza. “Con Letta restano la De Micheli, forse la Meloni e un pezzo di Boccia”. Sfrontato, gasatissimo, sicuro. Matteo dice: “Tutti mi chiedono di prendere le redini del governo. Tutti. E piuttosto di stare al fianco di uno che non sa guidare, mi metto al volante anche se rischio l’osso del collo e forse vado a sbattere”. Matteo è capostipite dei turbo democristiani, una specie che ha pochi protagonisti nella storia felpata di quel partito che neanche ha conosciuto. Arrembante, disinvolto, anche troppo. “Secondo me è un po’ pazzerello”, dice di lui Pippo Civati. É un distruttore genetico, e questa forse è la sua unica virtù. Ha rottamato, e ha fatto bene. Ma poi ha ricomposto, sussunto, agevolato, riunito nel potere anche gli infedeli. Finirà con un D’Attorre sottosegretario e un Cuperlo ministro? Possibile. E in verità coerente col personaggio. É un uomo sempre in fuga. Lui da solo. In bici, a piedi, che avanza o scompare. Fanno tenerezza i suoi deputatini al Parlamento: non sanno né sono autorizzati a parlare in nome del Capo. Che è malfidente e i suoi cari li fa ruotare come fossero (e lo sono) ragazzi della Primavera integrati temporaneamente alla prima squadra. Qual è la prima squadra di Matteo? Boh! Il bello o il brutto di Matteo è che alle idee non dà struttura nè respiro. Oggi fa e domani disfa. Però ha sempre pensato che Enrico fosse da rottamare, e l’ha trattato come quei meccanici con l’olio esausto. Goccia a goccia, giorno dopo giorno ha piallato l’amico e riempito il bidone. Un breve ma quotidiano aerosol di critiche: il governo gli è parso fannullone, il rimpasto gli dava l’orticaria, le auto blu dei ministri erano ripugnanti. Infatti lui sarà il più giovane premier nella storia della Repubblica, e il più cool. Enrico è un sommergibile, Matteo un motoscafo d’altura. Corre perchè non ha tempo da perdere al punto da apparire senza meta. Lui da solo. Lui, non il partito, anzi senza il partito. É dichiaratamente vorace, e i tratti parossistici della sua ansia sono evidenti.
Ha tirato fuori Berlusconi dagli arresti domiciliari per inaugurare la stagione costituente, si è accordato con Verdini per l’Italicumn. Mangiato un boccone si è tuffato su un altro: ora ha il governo da comporre. Letta, democristiano dell’antichità, ha reagito troppo tardi: “Io chiedo la conta. Chiederò il voto sul mio governo e sul mio patto di coalizione. Dev’essere Renzi a sfiduciarmi”. Troppo tardi, e infatti tutto andrà come previsto. Anche Napolitano si è fatto da parte e ha ritirato il patronage. Si apre la nuovissima stagione renziana. Che è come quelle auto con la carrozzeria identica alle altre ma il motore truccato. Vanno più veloci, fanno più rumore ma inquinano anche di più. Matteo è un inquinatore professionista, è un frullatore perpetuo di slogan, egli stesso è un continuo effetto ottico. Un giorno ti sembra il figlio di Blair, l’altro il compare di Verdini. Un giorno è progresso, l’altro è conservazione. É un italiano vero, canterebbe Toto Cutugno. É uno scacciapensieri e garantisce che lui farà meglio di chiunque. Galvanizza, ottimizza, massimizza. Un predatore. E se sarà così, quando ce ne accorgeremo sarà tardi.

La Stampa 12.2.14
Letta resta solo ma resiste
“Dev’essere chiaro, è in corso una manovra di Palazzo”
“Avevo aspettato a presentare il rilancio perché così chiedeva il Pd” Dunque non lascia: “Deve essere fatto tutto alla luce del sole”
di Fabio Martini


Due mesi di sfottò, provocazioni e pen-ultimatum subiti senza reagire. Per settimane e settimane il presidente del Consiglio si è lasciato dire di tutto dal suo “amico” Matteo Renzi.
Ma ieri sera quando la ghigliottina politica stava iniziando a cigolare Enrico Letta ha deciso di sfilare la testa e di rialzarla, impostando in extremis una resistenza. E così, giocando d’anticipo sulla Direzione del Pd, convocata per domani per prendere atto dell’esaurimento del governo, questa mattina il presidente del Consiglio incontrerà Matteo Renzi e subito dopo presenterà in conferenza stampa il suo contributo programmatico per rilanciare il governo, un programma confidava ieri il premier «che ho aspettato a presentare perché così mi chiedeva il mio partito».
Come dire: io ci sono e il mio attendismo è anche colpa di Renzi. E ieri sera Letta lo ha detto ai suoi: «Io non resto a tutti i costi, ma deve essere il mio partito a dirmi di lasciare, deve essere il Pd a sfiduciarmi», perché «deve essere fatto tutto alla luce del sole», «sotto gli occhi di tutti», «perché deve essere chiaro che è in atto una manovra di palazzo» e che, se dovesse nascere un nuovo governo, «io non chiedo nulla in cambio per me, né ministeri prestigiosi né collocazioni in Europa».
Certo, nelle ultime 48 ore Letta è apparso in pubblico più stressato del solito, in particolare nella trasferta di ieri a Milano. Eppure per gli standard di un uomo prudente come lui, quella scelta dal premier appare una linea di resistenza tosta, senza precedenti nella storia di un personaggio competente ma che è sempre avanzato per effetto di cooptazioni e mai di battaglie politiche. E c’è di più: viste le aspettative di premiership coltivate da giorni da Renzi, la rotta decisa da Letta potrebbe portarlo in collisione col suo “amico” Matteo.
In altre parole, se Letta lancia il guanto di sfida, un Renzi così in ascesa, sarà costretto a raccoglierlo. Per non apparire il perdente della sfida. Una svolta quasi fuori tempo massimo ma spiazzante e inattesa quella di Letta, mossa dall’orgoglio e da un senso della dignità che ha sempre caratterizzato l’uomo, piuttosto che da una reale speranza di ribaltare tutto.
Ieri, per tutta la giornata, l’ascesa di Matteo Renzi a Palazzo Chigi era data per certa da esponenti di primo e di secondo piano di tutti i partiti. In Transatlantico si cominciava a ragionare di organigrammi e di nuovi ministri ma anche dei movimenti che si preparano nei partiti, a cominciare dal Nuovo Centro Destra dove è stato già deciso che in caso di governo Renzi l’attuale ministro per le Riforme Gaetano Quaglieriello assuma la guida del partito, mentre Angelino Alfano sarebbe confermato agli Interni.
E quanto agli estimatori di Enrico Letta, si chiedevano cosa altro potesse fare nelle prossime ore il premier, se non attrezzarsi ad una trattativa per una dignitosa uscita di scena. Con
due gruppi di scommettitori: c’era chi puntava su Letta «ministro degli Esteri del prossimo governo Renzi» e chi invece lo vedeva meglio in Europa, «con un bel portafoglio nella prossima Commissione europea».
Organigrammi immaginati senza tener conto di due controindicazioni. La prima: Letta, se sarà costretto a lasciare, si sente “vittima” di una operazione condotta in alcuni casi con slealtà da Renzi e proprio per questo non intende accettare una contropartita, fosse anche la prestigiosa poltrona della Farnesina. Ma tra Letta e Renzi non è in corso una trattativa sulla “buonuscita” per la semplice ragione che i due non si parlano da diversi giorni, divisi da un muro di incomunicabilità che sarà valicato soltanto questa mattina: i due hanno deciso di vedersi e di chiarirsi tutto a quattr’occhi, una volta per tutte.
Un incontro che nelle ultime 24 ore è stato preceduto da una serie di colloqui che hanno ridato un po’ di fiducia a Letta. Anzitutto quello di ieri mattina al Quirinale con il Capo dello Stato. Che ovviamente, davanti ad una diatriba così forte, ha detto a Letta la stessa cosa che aveva detto a Renzi: «Siete due uomini dello stesso partito, decidete voi». Subito dopo Letta è volato a Milano dove ha toccato con mano progetti e suggestioni (Expo, semestre europeo a presidenza italiana) sui quali in questi mesi ha lavorato con la passione e la competenza che anche i suoi detrattori gli riconoscono.
Poi, tornato a Roma, Letta si è visto con Angelino Alfano e Maurizio Lupi, i due personaggi che hanno condiviso con lui il tratto più impervio nella vita del governo, quello che è seguito all’uscita di Berlusconi dalla maggioranza. Da loro si è sentito ripetere le parole di amicizia e di solidarietà dei mesi scorsi ma anche un realistico richiamo: «Caro Enrico noi siamo con te, ma deve essere il tuo partito a rinnovarti la fiducia». E quando si è fatta sera e tutto sembrava evolvere verso il governo Renzi, i tre a conferma di uno spirito di lealtà che Letta considera integro si sono rivisti, abbracciandosi e rimandando tutto ad oggi, il giorno della verità.

La Stampa 12.2.14
Verso la terza Repubblica
di Marcello Sorgi


L’accelerata che nel giro di un paio di giorni dovrebbe portare alla staffetta tra Letta e Renzi ha un che di sbalorditivo. Se appena si riflette che in appena due mesi il sindaco di Firenze ha conquistato tra la gente la segreteria del Pd ed è ora in grado di proporsi per la guida del Paese, il solo precedente che si ricordi è quello del Berlusconi di vent’anni fa: la forza propulsiva del nuovo leader, la tendenza inarrestabile a centrare un obiettivo dopo l’altro, la resa generale, e in qualche caso la disponibilità, di tutto il mondo circostante e di un sistema giunto ormai alla fine fanno tornare in mente proprio la primavera del ’94 e l’incredibile entrata in campo del Cavaliere.
Lo stesso atteggiamento di Berlusconi, che non s’oppone e sotto sotto incoraggia l’ascesa del giovane leader, riservando per sé il ruolo di oppositore, ma anche di interlocutore, dà il segno della nuova fase che si apre.
Finisce tutt’insieme la Seconda Repubblica, l’epoca delle coalizioni rissose, che a mala pena resistevano il tempo di una campagna elettorale, e dei governi eternamente impossibilitati a realizzare il proprio programma per i veti e le resistenze dei piccoli alleati o delle minoranze interne dei partiti. E nel tempo di mezzo che si apre, in attesa che il varo delle riforme faccia nascere la Terza Repubblica e rinascere il bipolarismo, quello a cui si assiste è un imprevedibile ritorno della politica.
Basta mettere in fila gli eventi degli ultimi mesi per capire che è così. La rottura degli schemi precedenti, la fine dell’antiberlusconismo pregiudiziale, l’incontro al Nazareno con Berlusconi e il patto sulle riforme, che richiedono un lungo percorso elettorale, sono stati per Renzi i presupposti per proporsi al partito come candidato premier, e non solo come segretario. L’occasione, forse l’ultima, di cambiare le cose, è diventata per il Pd una sfida che ha subito capovolto gli equilibri interni, spostando anche buona parte dei sostenitori di Enrico Letta in direzione della svolta. La convinzione con cui Renzi ha sposato il progetto delle riforme è diventata determinante per convincere all’ascolto anche il presidente Napolitano, finora il più strenuo difensore della stabilità del governo attuale.
Il resto, Renzi lo ha costruito e lo sta costruendo mescolando i suoi metodi e il linguaggio da rottamatore con liturgie che inaspettatamente ricordano quelle della Prima Repubblica. Le «visite di calore», come quella che ieri gli ha fatto Bruno Tabacci, un democristiano che era giovane ai tempi della vecchia Dc ma ha avuto la capacità di correre alle primarie due anni fa. Messaggi affidati ad ambasciatori riservati, come quello che reca l’offerta per Letta del ministero degli Esteri con l’aggiunta della delega per l’Europa. Dialogo spregiudicato, molto più che franco, con gli alleati del governo in carica, a cominciare da coloro, come Alfano, con cui inizialmente il feeling era stato freddo, ai quali ha fatto intravedere la prospettiva di una legislatura che arrivi al suo termine naturale del 2018, sull’onda del processo riformatore. Confronto aperto con i «cugini separati» di Sel, o almeno di quella parte dei vendoliani che non vogliono consegnarsi alla prospettiva greca della «lista Tsypras», e perfino con quelli del Movimento 5 stelle: ma non solo i dissidenti, l’offerta è rivolta a chi non ha amato la guerriglia parlamentare dei giorni scorsi e non vuole restare a galleggiare in Parlamento.
Sullo sfondo, certo, c’è il rischio di bruciare una leadership nata sull’onda dell’opinione pubblica montante e del consenso delle primarie in una prova di governo che resta densa di incognite, data la fase ancora critica che il Paese attraversa. Si vede chiaramente che molti applausi della vigilia nascondono il desiderio di rosolare il sindaco vincente, proprio come faceva la vecchia Dc con i leader che mandava a Palazzo Chigi. Il pericolo esiste, ed è inutile ripetere o sentirsi dire che questa è l’ultima vera occasione per l’Italia di rinnovarsi e mettersi al passo con i tempi, ed è insieme l’assicurazione sulla vita del prossimo governo che sta per nascere. Anche questo, Renzi lo sa benissimo. Solo che adesso non ha tempo per pensarci.

Il Sole 12.2.14
La svolta e le incognite. Un rischio calcolato
di Stefano Folli


E così la pressione pubblica a favore di Renzi a Palazzo Chigi ha raggiunto il culmine. La svolta (nel segno di un'altra parola magica del lessico politico: discontinuità) si annuncia imminente. Almeno da quando il sindaco di Firenze ha varcato il suo personale Rubicone e il presidente della Repubblica ha deciso di accelerare il chiarimento fra lui e il premier. Un chiarimento tutto interno al Pd fra il nuovo detentore del potere politico, Renzi, e l'uomo di governo, Letta, che ha gestito con alterna fortuna una fase complessa. Inevitabile che a prevalere sia il neo-segretario.
Renzi si appresta dunque a ricevere l'incarico, almeno così si suppone, spinto avanti da un'onda mediatica di impressionante forza. C'è una logica. Da mesi ormai il sindaco-segretario veste i panni della "giovane promessa", brillante protagonista di tutti i "talk show" dove appare un po' come il capo dell'opposizione a Letta pur essendo il leader della maggioranza. In ciò facilitato dalla progressiva consunzione dell'esecutivo in carica. Questa doppia identità alla Conrad non poteva durare nel tempo. Alla fine Renzi sembra aver scelto. Fra il rischio di logorarsi fuori del palazzo e il pericolo di logorarsi fra gli stucchi di Palazzo Chigi ha deciso per la seconda opzione.
Adesso i problemi sono almeno tre. Il primo consiste nel favorire nel modo più indolore e meno sfilacciato possibile il passaggio di mano. Dovrà essere una crisi veloce in cui al capo dello Stato saranno date in anticipo tutte le chiavi necessarie, così da non compromettere la preziosa stabilità. E qui si vedrà la stoffa politica di Renzi: a cominciare dalla scelta dei ministri, quelli da rinnovare e quelli da confermare. E naturalmente dal ruolo attribuito a Enrico Letta che merita l'onore delle armi per l'onestà e l'impegno con cui ha svolto il più difficile dei mandati.
Secondo punto, il profilo del governo. Qui cominciano le incognite. Il segretario del Pd ha da poco portato a termine un'operazione audace per gli standard della politica italiana: l'intesa con Berlusconi sulla riforma elettorale e il pacchetto delle riforme costituzionali. Per riuscirci ha teorizzato che un grande partito non deve farsi condizionare dai piccoli partiti centristi che rappresentano una palla al piede (leggi Alfano). Ora però lo schema si rovescia: Renzi diventa lo scudo e il garante della maggioranza attuale, quella che comprende proprio il Nuovo Centrodestra, Scelta Civica e altri segmenti (plausibili ma da verificare gli apporti del Sel e dei dissidenti grillini). Dovrà governare con loro fino alle prossime elezioni e con loro quindi negoziare sui vari punti dell'agenda. Tutto questo prima che il Parlamento si sia ancora pronunciato su una sola delle riforme concordate con Forza Italia.
È, bisogna ammetterlo, un cambio di scenario piuttosto clamoroso. Si capisce che Berlusconi sia perplesso. La fine della legislatura si allontana nel tempo e lo sforzo riformatore del centrodestra andrà d'ora in poi a tutto merito di Renzi premier. A parte la legge elettorale, che resta nell'interesse prioritario di Forza Italia, non sarebbe strano se adesso la destra prendesse tempo sul resto delle riforme costituzionali. A partire dall'abolizione del Senato.
Terzo punto. Governare l'Italia è un compito improbo per chiunque, come dimostra la storia di un ventennio. Davanti a Renzi si apre una fornace in cui si consumano di solito speranze ed energie ben collaudate. Se il segretario-sindaco è davvero portatore di una novità epocale, avrà modo di dimostrarlo. Ma il tempo non gli sarà amico, mentre i provvedimenti significativi (primo fra tutti il "Jobs Act") ne richiedono parecchio per essere approvati e poi applicati. Finora Renzi è passato di successo in successo come un bravo "surfista". Adesso però comincia la vera disfida, dentro una cornice generale drammatica. Se sarà presidente, il giovane leader capirà presto che il potere di nominare alcune decine o centinaia di grandi amministratori pubblici non compensa le spine della poltrona più scomoda d'Italia.

Corriere 12.2.14
Congresso infinito
di Antonio Polito


Sarà anche l’alba della Terza Repubblica, ma assomiglia molto a un déjà vu del Ventennio. In tutti questi anni ogni volta che Berlusconi ha perso il governo, il centrosinistra ha dato una prova di divisione e di caos tali da farlo rimpiangere. E infatti anche stavolta, in un solo anno, il Pd è riuscito a produrre tre premier: uno solo incaricato, Bersani, che voleva governare con i grillini; uno subito azzoppato, Letta, al quale non è bastato battere in Parlamento il nemico di sempre per guadagnarsi la riconoscenza del suo partito; e uno in pectore, Renzi, cui probabilmente tra qualche ora dovremo fare gli auguri di buon lavoro, se riesce il pressing che lo vuole portare a Palazzo Chigi.
Il congresso del Pd, cominciato subito dopo la sconfitta elettorale, non è insomma mai finito. Il partito di maggioranza relativa ma senza una maggioranza ha così esportato sulle istituzioni le sue convulsioni interne. Spiace dirlo, ma il paragone con la Dc non è appropriato. La Dc era in grado di garantire la governabilità nonostante le sue divisioni. Al Pd, invece, è finora accaduto l’opposto.
Anche la soluzione del doppio incarico a Renzi, se a questa si arriverà alla fine di questi giorni caotici, è gravata da molti interrogativi. Il primo riguarda proprio la tenuta del partito che sta per mangiarsi l’ennesimo premier, e gli strascichi di vendette che si porterebbe dietro. È vero che il giovane leader ha vinto le primarie (per la carica di segretario), ma le aveva vinte anche Bersani (per la carica di premier), e anche Prodi, e anche Veltroni, e non è bastato a salvarli. Il secondo dubbio riguarda gli alleati: non sarà facile per il Nuovo Centrodestra entrare in un governo organico di centrosinistra, dovrà digerire tutto o rompere presto. Il terzo riguarda la ragione stessa della staffetta.
Ciò che gli italiani hanno capito, infatti, è che Renzi vuole fare il premier e che Letta non vuole cedergli il posto. Ma nessuno ha capito in che cosa il governo Renzi potrà essere diverso, oltre che nell’energia cinetica del premier, che pure non è poca cosa. Dov’è quel contratto di programma promesso entro un mese? Il Jobs Act è qualcosa di più di una conferenza stampa? Il nuovo premier disporrebbe forse di una maggioranza parlamentare più ampia?
Purtroppo la risposta a queste domande è che noi non sappiamo perché il Pd voglia cambiare la via che fino a ieri definiva maestra. Può essere ovviamente che sia per il meglio. Un’iniezione di novità e di freschezza non può certo far male a un Paese quasi ipnotizzato dalla sua crisi. Ma il treno delle riforme istituzionali verrebbe così messo su un unico binario con quello del governo, dove correrebbero due maggioranze diverse, una con Berlusconi e una contro Berlusconi. È un funambolismo ad alto rischio. Speriamo funzioni.
Altrimenti Firenze perderà un buon sindaco e l’Italia un’altra occasione .

Corriere 12.2.14
L’ipotesi del cambio resa meno indigesta dalla paura delle urne
di Massimo Franco


Matteo Renzi comincia a pensare davvero di poter scalzare Enrico Letta da Palazzo Chigi e diventare presidente del Consiglio sull’onda del voto delle primarie del Pd ma, soprattutto, della paura di elezioni anticipate. La sensazione è che le dimissioni di Letta siano questione di ore. Una crisi nata e consumatasi tutta all’interno del maggior partito della sinistra si avvierebbe verso un epilogo controverso: anche perché Renzi aveva sempre sostenuto di non voler diventare premier senza una legittimazione delle urne. La pressione dei seguaci, però, ha vinto le sue resistenze residue. E la frustrazione degli alleati di Letta, Nuovo centrodestra in testa, rende l’operazione verosimile.
Ritenendo di anticipare l’esito dello scontro nel Pd, ciò che resta di Sc, il partito di Mario Monti, chiede le dimissioni del governo. Al Quirinale, Giorgio Napolitano si prepara a prendere atto della volontà delle forze della coalizione. Ma vuole evitare qualunque strappo. Il tentativo del premier di rilanciare in extremis il suo patto per il 2014 indica la volontà di resistere, presentandosi in Parlamento. La riunione del Pd fissata da Renzi per domani promette però di trasformarsi in una sentenza di crisi contro un esecutivo «con le batterie scariche», nelle parole liquidatorie del segretario; e di fare apparire il rilancio di Letta tardivo, di fronte a manovre che stanno saldando interessi economici e politici.
Il dualismo tra leader del partito e premier, d’altronde, ha prodotto una conflittualità e un immobilismo rischiosi. Quella che è stata chiamata «staffetta» rappresenta l’esigenza di stabilizzare il Pd, rispecchiando il nuovo equilibrio di potere interno; e di dare vita a un esecutivo con gli stessi alleati di adesso e con la speranza di voti aggiuntivi del Sel e di qualche frammento del Movimento 5 Stelle. È probabile che si tratti di uno scenario prematuro, sebbene l’idea di un passaggio delle consegne a Palazzo Chigi stia già facendo riaffiorare qualche tensione tra i parlamentari di Beppe Grillo.
Il problema della legittimazione di Renzi, che arriverebbe a Palazzo Chigi senza passare per un voto anticipato, anzi scansando le urne per almeno un anno, potrebbe essere scavalcato grazie alle Europee. Se a maggio le elezioni continentali dovessero «benedire» la leadership renziana, in qualche modo l’operazione scattata in questi giorni avrebbe la sanzione popolare che il leader del Pd cerca; e della quale aveva fatto una condizione per andare al governo. Rimane da capire quale sarebbe la missione di un nuovo governo; quale scadenza si darebbe; e che fine farebbe l’asse con Silvio Berlusconi. Dalle prime reazioni di Forza Italia, Renzi al posto di Letta non piace.
Tra l’altro, il centrodestra sottolinea che si tratterebbe del terzo presidente del Consiglio in tre anni, designato senza essere stato indicato dagli elettori. La critica può diventare un argomento di campagna elettorale, ma non è detto che anticipi anche una rottura del patto sulle riforme. Dipenderà dalle alleanze che prenderanno corpo, e dal compromesso che le sosterrà. Il fatto che la stessa minoranza del Pd non veda male un nuovo governo si spiega con la voglia disperata di evitare le elezioni; e di scongiurare un sistema elettorale destinato a sgominare le opposizioni ai leader. Insomma, in bilico non è solo Letta ma anche la rete con la quale i suoi avversari lo hanno accerchiato nelle ultime settimane. Le prossime ore permetteranno di giudicare se un Pd diviso è in grado di offrire al Paese una soluzione, o solo le sue contraddizioni.

La Stampa 12.2.14
Berlusconi sorpreso “Il fuoriclasse Matteo fa un piccolo ribaltone”
di Ugo Magri


Più che deluso da Renzi, il Cavaliere è rimasto a bocca aperta. Quasi rifiuta di credere che «un fuoriclasse come lui» sia disposto a squalificarsi indossando i panni del carrierista senza scrupoli, pronto ad pugnalare un compagno di strada (Letta) , lasciando per giunta le impronte digitali. Berlusconi si dichiara letteralmente basito che Renzi metta in piedi un’operazione politica tanto spregiudicata, entrando a Palazzo Chigi «non dalla via maestra della consacrazione elettorale» ma attraverso la porticina squalificante di un «piccolo ribaltone». Tantomeno Berlusconi sa spiegarsi come mai quel ragazzo «intelligente e avveduto» possa rinnegare le promesse delle primarie, alle quali Silvio stesso aveva prestato fede: «Mai più al governo tramite congiure di palazzo, con me diventeremo simili all’America...».
E invece niente di tutto ciò, si rammarica l’ex-premier, che sul ritorno alle urne aveva puntato forte, e si era fidato di Matteo al punto da omaggiarlo personalmente nella sede del Pd, cosicché adesso si trova completamente spiazzato. Fine dell’«innamoramento». Non solo: l’intera strategia forzista va ripensata. «E’ un brusco cambio di prospettiva pure per noi», ammettono le teste pensanti rimaste nel giro di Arcore. Brucia a Berlusconi di essersi fatto intortare, proprio lui che da questo punto di vista non temeva rivali. Lo mette di malumore che Renzi sia pronto a riciclare Alfano, a ergersi quale lord protettore del Nuovo centrodestra, di cui Berlusconi già pregustava l’orrenda fine. E ci si domanda con un filo di angoscia, ai piani alti di Forza Italia, se il Capo avrà la forza di resistere sulla scena per altri quattro anni, cioè quanti ne potrebbe durare un governo guidato da Renzi. E allora Berlusconi ne avrà 81...
Però c’è pure chi mette a nudo i punti deboli dell’avversario e si prepara a costruirci su la campagna delle prossime Europee. Osserva Toti, consigliere politico berlusconiano: «Con un poco di sgomento vediamo delinearsi il terzo governo consecutivo che non viene scelto dagli elettori, ma è figlio delle lotte interne al Pd». Su questo Forza Italia non concederà sconti, promette Brunetta, «ne faremo una grande questione democratica». «Diremo che Renzi è stato poco sincero con
tutti, perfino con la sua gente», anticipa sanguigna la Santanché. Per la Gelmini, il segretario Pd si rovinerà con le sue stesse mani, «è iniziato il logoramento». Tutti garantiscono, a cominciare da Berlusconi, che non verrà meno l’impegno per la riforma elettorale. Però su tutte le altre (Senato, Regioni eccetera) nessuno se la sente di escludere contraccolpi. Perché una cosa, dicono, è costruire la Terza Repubblica insieme, «altra cosa sarebbe permettere a Renzi di sbandierare le riforme come un trofeo, magari l’unico, del suo governo...».

il Fatto 12.2.14
E il Cavaliere se la ride: “Merito mio”
B. spinge per il cambio di esecutivo e spera di fare il riformatore mentre l’ex rottamatore si rovina da solo
di Sara Nicoli


Da una parte c’è la soddisfazione di chi dà la cosa per fatta: “Letta l’ho fatto cadere io, non ci sono dubbi”. Dall’altra, però, ci sono i soliti calcoli elettorali: “Se davvero si va a un governo di legislatura, tra tre anni ci siamo persi Alfano...”. E mica solo lui. Il Cavaliere è ondivago. Certo, “mai al governo con la sinistra”, questo resta il diktat, ma in fondo, comunque vada a finire, “Forza Italia avrà solo da guadagnarci”, dicevano alcuni falchi ieri in Transatlantico, pensiero che il Cavaliere condivide.
Se Letta dovesse spuntarla e continuare a fare il premier, con Renzi sempre più nelle vesti di picconatore e l’orizzonte delle urne non più così lontano, l’immagine del partito all’opposizione responsabile non farebbe che aumentare le quotazioni di Berlusconi in veste di “padre riformatore della patria”. Figurarsi poi se dovesse diventare premier Renzi, quasi una festa. Questa seconda ipotesi, non a caso, è vista dalle parti dell’ex premier come una chance in più per un suo ritorno in grande stile sulla scena, con una forte ipoteca di Forza Italia su una futura vittoria alle urne. Sì, perché, spiegano fonti azzurre vicine al Cavaliere, con il segretario del Pd al governo, Berlusconi continuerebbe proprio a giocare il ruolo di statista e coprotagonista delle riforme. C’è poi un altro aspetto. L’ipotesi di andare verso un governo di legislatura consentirebbe a Berlusconi di “scontare” i 9 mesi di stop per la sentenza Mediaset e preparare in pompa magna la sua rentree sulla scena elettorale, accompagnata, come va dicendo da giorni, da un rinnovato successo “in puro stile ‘94”. Già. Perché – altro calcolo che gli ha aperto più volte il sorriso parlando con i falchi – andando Palazzo Chigi senza legittimazione popolare, Renzi rischia di scavarsi la fossa da solo. E stare un anno, o poco più, all’opposizione per Forza Italia sarebbe solo un toccasana, visti i venti di crisi che ancora spirano. Ma sia chiaro, è la posizione “eccitata” di Berlusconi, Renzi si scordi di poter contare su una “tregua” sine die, ovvero fino allo scadere naturale della legislatura; in fondo, l’idea della tenzone elettorale a breve scadenza il Cavaliere non l’ha abbandonata del tutto, nonostante il Colle non ne voglia sentir parlare.
Il Cavaliere vuole fare le riforme, essere incoronato in un ruolo di statista che le vicende giudiziarie e il “complotto di Napolitano” contro di lui gli avrebbero negato. Ma nessuna concessione in più a Renzi: fatte le riforme, ciascuno di nuovo al suo posto sul campo di battaglia. Al Cavaliere in questo momento serve tempo, un annetto o giù di lì, oltre non è disposto, né può permettersi di andare; la coalizione di centrodestra senza un candidato premier spendibile (e resta in campo il nome di Marina, affiancato a quello di Barbara) dopo un anno vedrebbe i piani ribaltarsi a sfavore di Berlusconi e a svantaggio di Renzi.
Ufficialmente, , dunque, la linea di Forza Italia è per la bocciatura dell’ipotesi staffetta, affidata a Renato Brunetta (“Non ci piace la staffetta tra Cip e Ciop”) che ha messo in chiaro: “Staremmo per avere, in poco più di due anni, il terzo presidente del Consiglio senza legittimazione popolare”. E poi, se Renzi dovesse riuscire, sempre grazie anche al sostegno di Alfano e Scelta civica, a portare a casa le riforme, il jobs act e il taglio dei costi della politica, acciufferebbe in un colpo solo i voti conquistati alla scorsa tornata da Grillo , ma anche quelli degli elettori delusi dal centrodestra. Esattamente il “bacino elettorale” a cui sta puntando Renzi.

il Fatto 12.2.14
“Re Giorgio giù dal Colle”, il piano di B. (e pure di Renzi)
Berlusconi punta sul sindaco-premier per cacciare lo “stanco” Naplitano
di Fabrizio d’Esposito


Il Rottamatore diventa premier in pectore, o sindaco d’Italia, se volete, in un momento di estrema debolezza della monarchia di Re Giorgio. Di più. Mai in otto anni quasi di presidenza, Napolitano è apparso così fragile e attore non protagonista. Per lui una settimana imprevedibile, sfuggita al suo rigoroso controllo togliattiano. Una settimana che si è aperta con il caso Friedman-Corsera-Monti e che si chiuderà, molto probabilmente, con l’incarico a Matteo Renzi. Un timing sospetto che alimenta ulteriori dietrologie, soprattutto dalle parti berlusconiani dove, sic e simpliciter, lo scoop del Corriere grazie al libro di Friedman viene riassunto così: “I poteri forti hanno mollato Napolitano”.
La stanchezza del Re e il triennio archiviato
A più di un fedelissimo, lo ha raccontato anche Lucia Annunziata sull’Huffington Post, Renzi ha detto di essere rimasto colpito dalla “stanchezza” di Napolitano, nel concitato lunedì nero del Colle. Prima il fuoco azzurro per il presunto complotto dell’estate 2011, poi la cena con il sindaco di Firenze. Due ore di colloquio. E Renzi costretto a scegliere per esclusione. Il no alle elezioni ribadito da Re Giorgio, anche ad ottobre, non solo a maggio, ha dirottato Renzi su Palazzo Chigi. Questa la sostanza. Poi c’è, appunto, la descrizione del capo dello Stato, che a giugno compirà 89 anni: stanco e provato. Un altro interlocutore, che ci ha parlato nei giorni scorsi, aggiunge: “Amareggiato e pure arrabbiato”. Il triennio dei governi del presidente sta per essere archiviato nel peggiore dei modi. La campagna berlusconiana contro il sovrano traditore e la faida con un vincitore e tanti sconfitti in quel Pd di cui lo stesso Napolitano è stato a lungo commissario.
Il figlioccio abbandonato e il Monti vendicatore
Un altro dettaglio decisivo che dà l’idea di quanto sta accadendo risiede nelle liturgie e nei tempi. Dopo la lunga cena con Renzi, uno striminzito comunicato per liquidare, meglio, abbandonare al suo destino il premier figlioccio di cui è stato custode e protettore. Pochissime righe: “Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avuto oggi al Quirinale un rapido incontro con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per metterlo al corrente di questioni urgenti di governo prima della partenza del Capo dello Stato per Lisbona”. Quel “rapido incontro” stride come un graffio sul vetro, a confronto con la sera precedente. L’immagine dei due, “Giorgio” ed “Enrico”, che si abbracciano al Quirinale è strappata per sempre. L’atteggiamento di Napolitano può sembrare pilatesco, e lo è per molti versi. Ma nasconde anche una massiccia dose di impotenza. L’ombrello con cui coprire il figlioccio dalle tempeste si è rotto. In tre anni, il capo dello Stato ha bruciato, immolato due presidenti del Consiglio. Prima di Letta c’era Monti, che proprio adesso ha servito al Colle il piatto freddo della vendetta. Si vendicherà anche Letta junior? In questo quadro di sconforto, delusione e amarezza s’inserisce ovviamente l’offensiva montata da Forza Italia dopo le rivelazioni di Friedman.
I falchi del Cav esagerano:”Meglio Prodi di lui”
Gli azzurri non si sono accodati all’impeachment grillino (ieri archiviato con l’uscita dall’aula degli esponenti di FI) per una questione di numeri. Una sconfitta certa. Meglio quindi, ad ascoltare i soliti falchi, “mantenere la pressione alta sul Quirinale aspettando Renzi a Palazzo Chigi”. L’arrivo del Rottamatore premier non è infatti un fattore secondario. Qualche autorevole berlusconiano fa professione di renzismo: “Cosa credete, che sarà Napolitano a portare lì Renzi? Matteo sarà premier nonostante Napolitano e a quel punto si porrà il problema della successione al Quirinale”.
Dietro l’angolo c’è Romano Prodi ma questo non spaventa affatto, almeno a parole, Palazzo Grazioli: “Chiunque sarebbe meglio di Napolitano”. Ed è per questo che il Condannato conta sulla sponda renziana per abbattere la pietra angolare dell’ancien régime: Re Giorgio. In ogni caso, oggi B. ritornerà a Roma e potrebbe incontrare i suoi parlamentari per decidere la linea da tenere su Napolitano e il complotto del 2011. Il tema delle dimissioni pare sia sbucato anche nella cena dell’altra sera con Renzi. Ancora una volta per rinforzare il no alle elezioni. “Piuttosto mi dimetto”, avrebbe detto Re Giorgio. E adesso pur essendo debole e stanco, Napolitano tenterà di non cedere alla campagna di B. L’obiettivo, a questo punto, è avviare Renzi, ottenere rassicurazioni sul percorso riformista (anche se la legge elettorale ieri è stata rinviata un’altra volta) e rimanere al Quirinale per tutta la durata del semestre europeo di presidenza italiana. Fino al 2015, cioè. Ce la farà, il sovrano traballante?

Corriere 12.2.14
Io dopo Prodi un errore ma quante menzogne
di Massimo D’Alema


Caro direttore, ho deciso, dopo la chiusura del Congresso del Pd, di non partecipare alle discussioni interne almio partito. È giusto che di esse sia protagonista una nuova generazione e, d’altro canto, i miei impegni mi portano quasi esclusivamente a occuparmi di questioni europee e internazionali. Sono costretto, tuttavia, a chiederle ospitalità per tornare su una questione che viene rievocata con molti equivoci e superficialità, e qualche menzogna, a proposito delle dispute odierne. Si tratta del parallelismo tra l’ipotesi di una staffetta tra Letta e Renzi alla guida del governo e le vicende che nell’autunno del 1998 mi portarono a sostituire Romano Prodi nella funzione di presidente del Consiglio.
Ora, a me pare che si tratti di due vicende e di due situazioni profondamente diverse e non paragonabili. Per essere più chiaro, debbo tornare su ciò che accadde allora, anche per rispondere alle molte versioni deformate, false e, persino, calunniose, che sono ancora in circolazione.
Innanzitutto, il governo Prodi non cadde per iniziativa del nostro partito, né mai io ne sollecitai le dimissioni. Il governo Prodi cadde perché venne meno la fiducia di Rifondazione comunista o, per meglio dire, di una parte rilevante e decisiva dei parlamentari di quel partito. Era ormai evidente da tempo che Rifondazione comunista si trovava in una condizione di sofferenza e di crescente distacco dalla maggioranza. Così come era evidente che il governo godesse della simpatia e del crescente sostegno del gruppo dell’Udr, costituito da Francesco Cossiga. In almeno due importanti occasioni, questo gruppo aveva già votato a favore del governo Prodi, sostenendo l’approvazione del Dpef e la ratifica dell’allargamento della Nato. In queste circostanze, l’apporto di Cossiga era risultato determinante, altrimenti, per il mancato appoggio di Rifondazione comunista, il governo avrebbe dovuto dimettersi ben prima di quando, poi, avvenne la crisi.
Per questo, di fronte alla decisione di porre la questione di fiducia, temetti che il governo Prodi potesse trovarsi in difficoltà, e mi parve naturale cercare il sostegno di Cossiga per salvare l’esecutivo. Riuscii, alla fine, a ottenere la disponibilità a un voto favorevole, a un’unica condizione: che Prodi si rivolgesse esplicitamente alle forze che avevano votato a favore del Dpef per chiedere loro, coerentemente, un sostegno alla Legge finanziaria.
Informai Prodi, il quale rifiutò, anche su consiglio dei suoi collaboratori, ritenendo che il governo potesse comunque contare su una maggioranza attraverso l’apporto di singoli parlamentari. E, a tal fine, erano stati intrapresi vari contatti. Non era, questa, la mia convinzione e, purtroppo, il governo cadde, sia pure per un voto.
A questo punto, si aprì una difficile crisi. Prodi invocava le elezioni. Ne parlai con il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Egli escluse la possibilità di sciogliere le Camere. Vi erano da compiere adempimenti per il passaggio dalla lira all’euro, ma, soprattutto, la crisi dei Balcani era giunta a un punto assai delicato e drammatico: il governo Prodi aveva emanato l’Activation order, e cioè la decisione di porre in allarme e sotto il comando Nato le nostre Forze armate. Ricordo, come fosse ora, le parole di Scalfaro: «Solo un Paese di matti può convocare le elezioni in una condizione prebellica. Io mi rifiuto di avallare una simile follia».
Insomma, bisognava cercare di costituire un governo. Pensai a Carlo Azeglio Ciampi. Il presidente Scalfaro era d’accordo. Mi recai, la domenica, a Santa Severa, a casa di Ciampi. Discutemmo a lungo. Si convinse. Il lunedì mattina avrebbe avuto l’incarico. L’idea era di anticipare possibili manovre e mettere un po’ tutti con le spalle al muro. Il lunedì, ricevetti una telefonata dal presidente. Egli aveva informato Prodi della sua intenzione, ma il presidente del Consiglio, di rimando, aveva richiesto l’incarico per sé, con un mandato esplorativo. Scalfaro mi disse che non ci si poteva sottrarre a tale richiesta e Prodi ebbe l’incarico. A questo punto, Cossiga compì due mosse determinanti: disse no a Prodi e rilasciò una pesantissima intervista contro Ciampi, per bruciare ogni possibilità di un suo ritorno in campo.
Fui convocato dal presidente della Repubblica, che era letteralmente furioso. Egli mi espresse la convinzione che Prodi avesse voluto l’incarico con l’unica intenzione di portare il Paese alle elezioni. Egli escluse di poterlo consentire. Pesava, oltretutto, il ricordo di ciò che era avvenuto con la crisi del governo Berlusconi nella precedente legislatura. Allora, le elezioni a Berlusconi furono negate e Scalfaro non voleva essere accusato di avere usato due pesi e due misure. Egli fu molto chiaro: «O il centrosinistra e l’Ulivo sono in grado di formare un nuovo governo politico con l’appoggio dell’Udr oppure darò al presidente del Senato l’incarico di formare un governo istituzionale per affrontare il difficile momento del Paese».
Io chiesi che fossero il centrosinistra e l’Ulivo a decidere. Si tenne una riunione presieduta da Prodi. Alla fine, io fui raggiunto da Walter Veltroni e da Fabio Mussi, che mi informarono dell’esito: «Abbiamo deciso di proporre a Scalfaro il tuo nome. Non vogliamo governi istituzionali o di unità nazionale. Tu sei in condizione di costituire un governo che preservi un assetto bipolare».
Io accettai. Fu un errore. Ho già avuto modo di riconoscerlo. Non perché avessi tramato contro qualcuno, al contrario avevo cercato fino all’ultimo di sostenere il governo Prodi. Ma perché avevo sottovalutato l’incomprensione che questa vicenda avrebbe generato nel nostro stesso popolo e il peso di una campagna di delegittimazione che da subito Berlusconi mise in atto. E che ben presto trovò una eco, carica persino di rancore e di menzogne, anche nel nostro campo.
Ancora oggi questi sentimenti si trascinano e finiscono per annebbiare e distorcere la realtà dei fatti. Malgrado i fatti, così come io li ho raccontati, siano incontrovertibili e confermati da testimoni e osservatori non faziosi.
Per tornare ai giorni nostri, è evidente che la vicenda che ho rievocato non ha nulla a che vedere con le dispute correnti. C’è una nuova generazione al comando, si prenda le sue responsabilità, lasciando perdere i rancori e le menzogne del passato. Non chiedo altro. Spero che almeno questo lo si possa ottenere.
ex presidente del Consiglio

il Fatto 12.2.14
Il vero scoop è la guerra Corriere-Repubblica
di Stefano Feltri


La vera storia non è lo “scoop” di Alan Friedman sui colloqui tra Giorgio Napolitano e Mario Monti nel 2011, ma la tenzone tra Corriere della Sera e Repubblica , roba che non si vedeva dalla guerra delle lotterie (Portfolio contro Replay, storie anni Ottanta). I fatti: l’editore di Repubblica , Carlo De Benedetti, racconta a un collaboratore del Corriere della Sera retroscena inediti su Mario Monti. Il diabolico direttore di via Solferino Ferruccio de Bortoli, che di retroscena sul suo ex editorialista Monti ne conosce più di Friedman e li centellina nei suoi rari articoli, pubblica l’anticipazione del libro di Friedman (edito da Rcs) ma anche la trascrizione sbobinata delle parole di De Benedetti. Panico a largo Fochetti: che fare? Ignorare lo “scoop” fornito dal proprio editore alla concorrenza? O riprenderlo citando la fonte? Il problema si pone spesso, visto che De Benedetti, ora libero dalla gestione delle sue aziende, è prolifico, teorizza patrimoniali sul Sole 24 Ore e polemizza sulla Google Tax con Matteo Renzi (intoccabile a Repubblica ), ma solo dal blog che Lucia Annunziata gli ha affidato sull’Huffington Post, partecipata del gruppo Espresso. A Piazza Pulita, su La7, Friedman si diverte a dare lezioni di giornalismo anglosassone (evoca addirittura il Watergate) all’americano di Repubblica , Vittorio Zucconi, che un po’ si offende quando si vede rinfacciare che il Corriere ha pubblicato una notizia data dal suo “padrone” (Friedman infierisce).
I compromessi non riescono mai bene. Lunedì, su Repubblica.it   sito si parla della polemica, ma non si capisce bene da dove esca. Sul cartaceo di ieri il direttore Ezio Mauro va piatto: “Forza Italia, attacco a Napolitano”. Il lettore deve frugare tra le righe per capire che il motore immobile della bufera è De Benedetti. Il Corriere, che è pur sempre il Corriere , si gode il momento e ospita in prima pagina la piccata replica di Giorgio Napolitano. Ma De Bortoli sa quando accelerare e quando frenare, e quindi l’articolo di fondo del giornale è affidato a Massimo Franco che, in sintesi, ridimensiona lo “scoop” del giorno prima: nell’estate 2011 l’Italia era a un passo dal default, che doveva fare Napolitano se non preparare un governo tecnico?
I paradossi si stratificano. Repubblica è il giornale su cui, ogni settimana, Eugenio Scalfari esalta l’indispensabile opera stabilizzatrice del capo dello Stato. Domenica scorsa il Fondatore incensava il discorso di Napolitano a Strasburgo in cui un passaggio era dedicato a chiarire che “Monti e Letta non sono stati miei capricci”. Una smentita preventiva alla notizia che l’editore di Scalfari aveva già dato da tempo ai concorrenti, ma questo Scalfari non poteva saperlo. Lo sapeva invece Maurizio Caprara, il portavoce che ha avuto l’ingrato compito di contenere i danni dell’operazione Corriere , il giornale per cui Caprara ha lavorato prima di passare al Colle.
Secondo i dati diffusi dal Sole 24 Ore, in edicola Corriere e Repubblica si inseguono all’indietro: 457 mila copie per il primo, 385 per la seconda. Il Corriere di De Bortoli è sempre più rapido di Repubblica a cambiare linea, è riuscito a essere anti-montiano prima di Repubblica e a scoprire il renzismo mentre di là c’era ancora nostalgia per Bersani. Ma a largo Fochetti si tolgono qualche soddisfazione raccontando le traversie finanziarie di Rcs, ospitando spesso Diego Della Valle che attacca John Elkann o altri editori del Corriere . Il Gruppo Espresso, anche se ora è in perdita, almeno il derby dei conti non rischia di perderlo (finora il Corriere non ha infierito sul disastro di Sorgenia, chissà quanto dura il fair play).

l’Unità 12.2.14
Italicum nel caos bocciato e rinviato
La legge elettorale andrà in aula martedì prossimo
Il presidente Sisto costretto a riscrivere il testo per inserire l’algoritmo mancante
Boldrini: «Basta strozzare i tempi della discussione»
di Claudia Fusani


Della legge elettorale se ne riparlerà la prossima settimana, martedì. Chissà con quale governo, però. «E vi posso dire - si sussurra all’uscita della riunione dei capigruppo alla Camera che ha deciso il rinvio - che se Renzi sarà già a palazzo Chigi sull’Italicum ci sarà molta meno fretta. Se invece ci sarà ancora Letta, riprenderemo a correre. Continuando a fare errori clamorosi».
Basterebbe questo frammento per dare il senso di una giornata parlamentare che intreccia più che mai i destini del governo e mette in scena il duello al sole tra Renzi e Letta dove il primo viene issato a furor di Pd a palazzo Chigi ma l’oste, cioè Letta, ricorda che i conti vanno fatti anche con lui. Il rinvio della legge elettorale, infatti, arriva intorno alle 15 quando la giornata ha già offerto numerosi colpi di scena. Se ieri alle 11 era praticamente fatta per il Renzi 1 (Renzi premier), alle 13 Letta ci ha messo lo zampino e ha rimescolato le carte lasciando tutti un po’ basiti in Transatlantico. In questo clima era abbastanza inevitabile che le votazioni per la legge elettorale, previste ieri in aula alle 15, sarebbero state rinviate. Inevitabile. Ma anche prevedibile visto che l’Italicum si è rivelato, al di là delle tensioni sulla premiership, una legge scritta male. Ma ancora peggio non funzionante. «Con il mio nuovo emendamento abbiamo messo il motore alla legge» dichiara come se nulla fosse a fine mattinata il relatore della legge, il presidente della Commissione Affari costituzionali Francesco Paolo Sisto. Il problema è di cosa abbiamo discusso finora, dal 18 gennaio a oggi, se l’Italicum che aveva fatto «il miracolo di mettere insieme tutte le forze politiche (quelle più grandi, ndr), non era in grado di funzionare. Non aveva cioè, come ammette Sisto, «il motore».
Domenica sera, infatti, gli Uffici studi di Montecitorio si rendono conto che al testo della legge così a lungo studiata, analizzata, confrontata, limata dentro e soprattutto fuori dal Parlamento manca un passaggio fondamentale: «La norma di chiusura», il modo cioè per tradurre i voti in seggi. Si tratta di un algoritmo, una formula matematica, che va tarata sulle 150 circoscrizioni elettorali in cui è suddiviso il territorio nazionale (al netto della loro versione definitiva delegata al Viminale). Sisto è costretto a correre ai ripari: lunedì rinvia la riunione ristretta della Commissione e deposita un emendamento oltre, però, la scadenza dei termini previsti. Non sono dettagli tecnici: l’emendamento è lungo 12 pagine, riscrive praticamente l’Italicum (che nasce di 15 pagine) e ne presenta uno nuovo di pacca lungo 21 pagine. E dire che il primo, quello di 12, era stato giudicato «perfetto » da illustri esperti di sistemi di voto.
La faccenda dell’algoritmo mancante era stata denunciata dai piccoli partiti, in prima fila Nuovo centrodestra e Centro democratico. Ma ogni volta sono stati respinti con un «zitti voi che vi lamentate perché siete destinati a morire con questa legge». Avevano ragione. Tra lunedì notte e ieri mattina il presidente Sisto ha presentato nei fatti un nuovo testo della legge elettorale che introduce l’algoritmo ma recepisce anche alcune correzioni già condivise come l’innalzamento della soglia (dal 35 al 37%) per avere il premio di maggioranza al primo turno; l’abbassamento della soglia per i partiti in coalizione (dal 5 al 4,5%). La riunione ieri mattina, mentre il Pd molla Letta e incorona Renzi, dimostra che è impossibile andare in aula nel pomeriggio. La presidente della Camera Laura Boldrini decide il resto: rinvio a martedì per dare tempo a tutti ii partiti di studiare e correggere. L’Italicum ha già strozzato, per non dire annullato, i tempi di discussione previsti dalla Costituzione. Boldrini non ne vuole sapere di altri strappi.
«Il rinvio è stato chiesto da tutti i gruppi » chiarisce Fiano (Pd) per provare a tacere gli attacchi di Forza Italia che accusa il Pd di «un ritardo di tre settimane su tabella di marcia». «Andiamo avanti con forza, convinzione e unità sulla legge elettorale che per noi resta centrale» chiarisce il capogruppo del Pd Roberto Speranza. Di mattina, nella riunione, il segretario Renzi aveva fatto a tutti il lavaggio del cervello pretendendo compattezza sulla legge. Ma il sindaco quasi premier si riferiva ad altro.
La giornata poi va come va. A un certo punto sembrano spariti anche i tre punti fermi della minoranza dem (alternanza vera; primarie obbligatorie; variante Lauricella per cui l’Italicum non entra in vigore finché esiste il Senato). «Lauricella è diventato un ordine del giorno» scrivono le agenzie. Ma l’interessato smentisce a stretto giro di posta. La resistenza della minoranza dem prova a non smobilitare. Non si sa mai, di questi tempi.

l’Unità 12.2.14
Ma la bomba del ricorso è già innescata
Molte delle obiezioni presentate contro la legge elettorale lombarda, e già rimesse alla Consulta dal Tar di Milano, potrebbero valere anche per l’Italicum
di Francesco Cundari


La riforma della legge elettorale slitta ancora di qualche giorno (per la precisione, a martedì della prossima settimana) e il testo cresce ancora di diverse pagine (da 15 a 21), tempo e pagine necessarie per tappare alla meno peggio l’ultima falla trovata nel progetto. O forse dovremmo dire penultima, perché tra le molte ragioni che consiglierebbero di ripensare radicalmente la legge, che evidentemente fa acqua da varie parti, ce ne è una in particolare che meriterebbe di essere approfondita per tempo.
 Tutti sanno che l’attuale impeto riformista nasce dal generale moto di sdegno salito da tanta parte del mondo politico e intellettuale - in particolare nel circuito di quei giuristi e costituzionalisti che da vent’anni, è il caso di dire, dettano legge in materia - dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha condannato la legge Calderoli, o Porcellum che dir si voglia. Ma il punto è che nel cancellarne come incostituzionali le parti più scandalose, la Corte ha solennemente riaffermato alcuni principi, dichiarando ad esempio che premi di maggioranza smisurati alterano tutti gli equilibri costituzionalmente previsti (i famosi «pesi e contrappesi», che alla cultura liberale dovrebbero essere cari) e che c’è un limite alla distorsione del principio di rappresentanza accettabile in nome della “governabilità”. Insomma, ha messo nero su bianco che non solo il Porcellum, ma gran parte dei principi propagandati in questi vent’anni come l’essenza del rinnovamento e della Seconda Repubblica erano semplicemente contrari alla Costituzione (e spesso anche al buon senso).
La novità è che lo stesso gruppo di avvocati che ha presentato il ricorso contro il Porcellum - gli unici che a oggi possano vantarsi di avere effettivamente cambiato quell’indegna legge elettorale - non si è fermato qui, ma ha sollevato analoghe (e ulteriori) obiezioni anche alla legge elettorale lombarda. Obiezioni che il Tribunale amministrativo di Milano ha ritenuto non infondate e ha dunque rimesso alla Consulta.
La notizia non dovrebbe interessare solo gli elettori della Lombardia, ma anche i legislatori di Montecitorio. A prima vista, infatti, le obiezioni sollevate dai ricorrenti alla legge elettorale lombarda sembrerebbero adattarsi piuttosto bene anche all’Italicum. Con i rischi che ognuno può immaginare per il futuro, nel caso in cui il ricorso avesse la stessa fortuna del precedente sulla legge elettorale nazionale. Scegliamo fior da fiore, giusto per dare un’idea del merito: «È diventata opinione comune che per assicurare la governabilità occorra sacrificare la rappresentanza attraverso l’introduzione di meccanismi come il premio di maggioranza e le soglie di accesso. In Italia con l’entusiasmo dei neofiti e per stare sul sicuro si sono introdotti sia l’uno che le altre».
Il punto debole individuato dai ricorrenti è dunque «la sommatoria di premio di maggioranza e soglia di accesso », in quanto «è irragionevole e distorce oltre ogni limite l’uguaglianza di voto e... viola il principio costituzionale del voto personale e diretto (artt. 48, 56 c.1, 58 c.1 e 122 c.1 Cost. e art.1 c.1 L.n. 108/1968)».
A evidenziare nel premio una mancanza di «ragionevolezza» sarebbe il fatto che esso consisterebbe (in Lombardia, ma si potrebbe dire lo stesso dell’Italicum) in un «numero di seggi superiore al minimo necessario per raggiungere la maggioranza assoluta ». Quanto al tema dell’«uguaglianza » e del «suffragio diretto», i ricorrenti sottolineano che «un candidato non può essere favorito o danneggiato dal comportamento elettorale di cittadini di altra circoscrizione o di altre liste, perché vien meno il legame del voto diretto ed uguale». Un meccanismo che si potrebbe rintracciare, mutatis mutandis, anche nell’Italicum. E certo non mancheranno gli avvocati pronti a farlo, osservando che difficilmente si potrà dire che un deputato sia stato eletto a «suffragio diretto» se la sua elezione dipende da circostanze così indirette e così lontane da lui come il fatto che moltissimi elettori, eventualmente anche più di quelli che hanno votato per il suo partito, non sono rappresentati in Parlamento a causa di un’alta soglia di sbarramento, o dal fatto che molti elettori di altre circoscrizioni hanno votato per il suo partito così che in definitiva egli risulti eletto in Abruzzo grazie ai voti conseguiti in Piemonte, o ancora dal fatto che a un partito minore è mancato un voto in Friuli per superare lo sbarramento.

l’Unità 12.2.14
Lo strampalato complotto di Belpietro & Travaglio
di Claudio Sardo


E’ stata un giorno di eccitazione ieri per i professionisti del complotto, per coloro che prosperano spacciando come trame occulte ciò che qualunque cittadino può vedere ad occhio nudo. Leggere le invettive congiunte di Maurizio Belpietro e di Marco Travaglio contro Giorgio Napolitano, nel loro mix di tragicità e di comicità involontaria, è istruttivo per comprendere il degrado del nostro dibattito pubblico. Che si è infiammato dopo la «rivelazione» di Alan Friedman sul colloquio riservato del Capo dello Stato con Mario Monti nel giugno del 2011, nonostante questa fosse la non-notizia più clamorosa dell’anno: ogni giornale allora scriveva del professor Monti come del candidato più accreditato alla successione di Berlusconi, nel caso, assai probabile, di un collasso del governo di centrodestra. E la consultazione di Napolitano era banalmente un dovere: sarebbe stato criticabile se non l’avesse fatta. Anzi, diamo un consiglio ai complottisti all’amatriciana: è probabile che Napolitano abbia avuto contatti con Monti anche nell’autunno del 2010, quando si consumò la rottura tra Berlusconi e Fini, e il governo del Cavaliere fu sul punto di cadere la prima volta. Del resto, la Costituzione assegna al Capo dello Stato il compito di indicare il presidente del Consiglio. Ei professionisti del complotto farebbero bene a ricordare che un governo, per entrare nelle pienezza dei poteri, ha bisogno della fiducia del Parlamento. Solo chi considera i parlamentari e i leader di partito come bambini immaturi e un po’ scemi può esentarli dalle responsabilità che si assumono con il voto. Se è nato il governo Monti, e poi quello di Letta, il presidente della Repubblica non ha (secondo Costituzione) una responsabilità politica: l’intera responsabilità è di chi ha votato questi governi.
Invece Belpietro scrive su Libero che Napolitano ha ordito una trama indicibile, cercando nientemeno di capire in anticipo se l’eventuale crollo di Berlusconi avesse trascinato con sé la legislatura: «Il Capo dello Stato ha messo la Costituzione sotto i piedi, sottraendo agli italiani il potere di decidere da chi essere guidati ». Verrebbe da chiedere a Belpietro: forse nel feroce complotto contro se stesso c’era anche Berlusconi, visto che il suo voto è stato determinante per la nascita del governo Monti. Ma a sostegno del complotto accorre anche Travaglio: il presidente della Repubblica «non ha mai esitato a travolgere le regole costituzionali », «s’è autonominato Badante della Nazione e ha perseguito scientificamente il suo disegno politico a prescindere dal voto degli italiani, e sovente addirittura contro di esso». L’accusa è di aver spinto sempre per le larghe intese, sin da quando il governo Prodi andò in affanno nella legislatura 2006-2008. Ma anche in questo caso tutto è stato trasparente: altro che complotti! Il presidente della Repubblica, nelle tre legislature che ha attraversato, ha sempre cercato di evitare le elezioni anticipate all’indomani dei fallimenti del centrosinistra o del centrodestra. E ha cercato di proporre larghe intese per riformare le regole del gioco prima di un nuovo voto. L’ha detto pubblicamente, ripetutamente. Il teorema di Travaglio è smentito proprio dalle libere scelte del Parlamento. Dopo la caduta di Prodi, né Berlusconi né Casini consentirono un secondo governo di legislatura. Dopo la caduta di Berlusconi, invece l’incaricato di Napolitano (cioè Monti) ottenne la maggioranza. E così Enrico Letta dopo il tentativo di Bersani.
Ovviamente si può criticare ogni singola scelta. Ma si critichino i partiti. Di quale complotto istituzionale straparlano Belpietro e Travaglio? «Appare evidente - sentenzia Belpietro - che si è trattato di un grave attentato agli organi costituzionali di questo Paese… Se questo non è alto tradimento, che cos’altro lo è?». Travaglio, a dire il vero, ha provato qualche imbarazzo nel festeggiare la piena concordia sull’impeachment tra il berlusconismo servile e il grillismo delirante. A un certo punto ha detto in modo grottesco che dei complotti Berlusconi ha anche beneficiato (se no che complotti sarebbero?). Poi, comunque, ha concluso l’editoriale su il Fatto, sostenendo che l’impeachment potrebbe essere «uno strumento persino riduttivo ». Purtroppo non c’è limite all’estremismo parolaio. Il dramma è che, confondendo istituzioni e scelte politiche, strumentalizzando la Costituzione, si derubano i cittadini proprio mentre si promette loro un risarcimento.

La Stampa 12.2.14
Primarie Pd, la paura del flop
cancella la “tassa” di 2 euro Stasera primo confronto diretto, i candidati si dimenticano della Tav
di Maurizio Tropeano


Gianfranco Morgando, segretario regionale uscente del Pd, incrocia le dita sperando che anche questa volta la partecipazione del popolo del centrosinistra alle primarie per scegliere il leader democratico piemontese segua il trend degli anni passati quando ai seggi si sono presentati decine di migliaia di persone superando anche le più rosee delle previsioni. «E’ già successo lo scorso dicembre quando alla fine i votanti sono stati 164 mila e rotti». Questa volta, però, il timore di un flop c’è ed è così che il Pd, su indicazione unanime dei tre candidati alla segreteria, ha deciso di rendere facoltativo il contributo di 2 euro chiesto agli elettori non iscritti al partito: «Il nostro obiettivo spiega Morgando con il responsabile dell’organizzazione, Lorenzo Gentile è di favorire al massimo la partecipazione di che ha simpatie per il centrosinistra».
La macchina organizzativa
All’abolizione di questa sorta di «tassa» sui non iscritti si accompagna anche uno sforzo organizzativo che ha portato ad allestire 350 seggi e a mobilitare 1500 volontari. Si vota domenica 16 febbraio dalle 8 alle 20, possono votare anche i sedicenni e i fuori sede.
Lo zoccolo duro dei votanti dovrebbe essere rappresentato dai quasi 20 mila iscritti piemontesi. Sono i dati dello scorso novembre e sono rimasti bloccati visto che «il tesseramento 2014 non è ancora partito», spiega Giancarlo Quagliotti, presidente della commissione per il congresso. E questo dovrebbe contenere le polemiche delle primarie nazionali che avevano costretto Roma ad inviare un osservatore speciale.
I confronti diretti
I candidati sono tre. Davide Gariglio che ha fatto stampare i manifesti che prendono spunto dallo slogan di Matteo Renzi e nel logo riportano esplicitamente il nome del sindaco di Firenze. Gianna Pentenero che corre per l’area di Cuperlo e Daniele Viotti che nei prossimi giorni concluderà il suo tour elettorale in compagnia di Pippo Civati.
Questa sera alle 21 in diretta televisiva su Rete7 ci sarà il primo confronto tra i tre sfidanti che sarà replicato venerdì prossimo con una diretta sul sito Internet della «Stampa». All’inizio della campagna elettorale Morgando aveva lanciato un invito a tenere bassi i toni della polemica e di concentrarsi sui diversi progetti politici perché «le nostre primarie serviranno per legittimare la parte politica destinata a governare il Piemonte dopo al debacle della giunta di Roberto Cota».
Torino-Lione dimenticata
Così è stato, almeno finora. E forse non è un caso che dai programmi elettorali dei tre competitor non venga mai citata la realizzazione della Tav tra le priorità del partito piemontese. Del resto già alle primarie nazionali erano venuti fuori i dubbi di Matteo Renzi, che poi ha raccolto ampi consensi in Valsusa con l’ngresso nella segreteria provinciale di un valsusino come Pacifico Bancheri da anni in prima linea contro il supertreno insieme a Sandro Plano. Gariglio, ad esempio, spiega che «il Pd punterà a dotarsi di veri strumenti di partecipazione sul modello del debat pubique francese, che permettano scelte trasparenti e responsabili sui temi che impattano più di ogni altro sulla qualità delle vita delle comunità». Viotti vuole invece che il «nuovo Piemonte» non sia più la «terra del romanzo pendolare». Mentre Pentenero si dice convinta della necessità di «costruire un’agenda comune su temi strategici come trasporti e infrastrutture», insieme alle regioni del Nord.

La Stampa 12.2.14
Il gettito fiscale dai cittadini Ue
I migranti valgono oltre un miliardo


I cittadini dell’Ue si trasferiscono in altri Stati dell’Unione soprattutto per lavorare e sono in media più giovani e economicamente più attivi della popolazione locale. È quanto emerge da uno studio della Commissione Europea, pubblicato ieri, sull’impatto del diritto alla libera circolazione nell’Ue. Lo studio punta i riflettori su sei città scelte per la composizione multinazionale della loro popolazione, Torino, Barcellona, Dublino, Amburgo, Lille, Praga e mostra che in tutte l’arrivo di cittadini europei più giovani e in età lavorativa contribuisce positivamente all’economia locale. Nel caso di Torino, si valuta che il gettito fiscale dei contribuenti stranieri frutti nel complesso alle casse pubbliche un netto di 1,5 miliardi di euro. Lo studio mostra inoltre che i nuovi arrivati contribuiscono a colmare le lacune del mercato del lavoro locale, a far crescere i nuovi settori e a controbilanciare l’invecchiamento demografico. A Torino e ad Amburgo, in particolare, i cittadini dell’Unione neo-arrivati accettano lavori poco qualificati e creano nuove attività imprenditoriali.

il Fatto 12.2.14
Cgil, Camusso prepara il referendum anti-Landini
Scontro sulla consultazione degli iscritti: solo gli attivi o tutti quanti?
Tensione per le iniziative contrapposte nel fine settimana
di Salvatore Cannavò


In Cgil lo chiamano il “referendum su Landini”. Pro o contro. Come gli Highlander nel film con Christopher Lambert e Sean Connery: “Ne resterà solo uno” diceva il protagonista. E solo uno ne rimase. Potrebbe essere lo scenario interno alla Cgil dove gli “eserciti” si stanno confrontando a colpi di pareri giuridici e di iniziative contrapposte. Un passo avanti, apparentemente, lo ha fatto Susanna Camusso che in un’intervista a Repubblica ha annunciato l’ipotesi di una consultazione degli iscritti. Ieri la convocazione del Direttivo nazionale del 26 febbraio, già inviata lo scorso 31 gennaio, è stata modificata per inserire una frase aggiuntiva: “Assemblee unitarie e voto degli iscritti”. La segreteria nazionale proporrà, infatti, di svolgere assemblee con Cisl e Uil - che assistono preoccupati allo scontro - per poi effettuare il voto in Cgil. Che potrebbe vertere anche sul “modello di sindacato”, confederale, come vuole Camusso, basato sull’autonomia delle categorie, come chiede Landini. Quindi, pro o contro. La mossa di Camusso preoccupa non poco la Fiom perché una consultazione di tutti gli iscritti, compresi i pensionati, che sono circa 3 milioni, potrebbe “annegare” il risultato dei metalmeccanici. Landini, invece, chiede che votino solo le categorie interessate, quelle che firmano contratti con Confindustria.
I tre sindacati del settore “Industria e costruzioni” (Fiom, Filtcem e Fillea) sommano circa 943 mila iscritti di cui un terzo (356 mila) della Fiom (ma vanno aggiunte porzioni di Funzione pubblica, Scuola e Agroalimentare). La Cgil però punta ad allargare quell’accordo anche alle altre categorie e dunque vorrebbe far votare tutte le categorie “attive” (2,7 milioni). Il problema potrebbe allora essere risolto con tre urne, una per ogni ambito: interessati all’accordo, attivi e pensionati. Se ne sta discutendo, anche perché nella segreteria le opinioni non sono omogenee .
Lo scontro, intanto, prosegue e si manifesterà platealmente nel fine settimana. A Bologna si terrà la prima assemblea “autoconvocata” “degli iscritti Cgil per la democrazia”. L’appuntamento è al Palanord, struttura da oltre 5000 posti, dove parleranno Landini e il professor Stefano Rodotà. Susanna Camusso, invece, si troverà a Milano il giorno prima, per un’assemblea di delegati e dirigenti “delle categorie dei settori non industriali” . Tutti, dunque, tranne la Fiom.
Scontro anche sul piano giuridico. Sabato si è riunita la Consulta dei giuristi della Fiom che ha consegnato a Landini un parere molto radicale: la consultazione non dovrebbe nemmeno tenersi perché i diritti di cui si parla sono “diritti indisponibili” in quanto garantiti dalla Costituzione. La Cgil, invece, ha pubblicato con molta evidenza sul proprio sito web il parere del professor Vittorio Angiolini secondo il quale l’accordo del 10 gennaio non “suscita rilievi di contrarietà a costituzione”.
Se lo scontro possa rientrare lo si capirà dalla convocazione, o meno, della riunione congiunta Fiom-Cgil inizialmente prevista per il 22 febbraio e ora rinviata. In ogni caso, la vicenda stravolge il congresso in corso di svolgimento. La consultazione, infatti, potrebbe avvenire entro marzo e dunque in parallelo con il dibattito congressuale che sarebbe soppiantato da un “congresso nel congresso”. A riprova del nervosismo che serpeggia nel più grande sindacato italiano, va segnalato un altro deferimento alla “magistratura” interna. “L’accusato” è un esponente della minoranza di Cremaschi, Fabrizio Burattini, membro del direttivo nazionale, che il 17 febbraio dovrà presentarsi alla Commissione di garanzia deferito per aver presentato in un direttivo dello scorso giugno un documento considerato “inammissibile”. In quel testo si considerava l’operato della Cgil “in contraddizione con i principi costituzionali”. Da qui il rinvio a giudizio.

l’Unità 12.2.14
Marò, i giudici: «Non ci faremo condizionare»
La Corte Suprema annuncia che la decisione sui due fucilieri sarà presa «in base al diritto»
«Non ci faremo condizionare dalle pressioni internazionali». Nuova udienza il 18 febbraio
di Umberto De Giovannangeli


La Corte avverte: non ci faremo condizionare dalle pressioni internazionali. Messaggio da New Delhi. Mittente: la Corte Suprema indiana. Destinatario: il Governo italiano. Sul caso marò la Corte Suprema deciderà «in base al diritto, non preoccupandosi delle conseguenze sul piano delle relazioni internazionali ». Con questo avvertimento il presidente della Corte, B.S Chauhan, ha dato appuntamento a lunedì prossimo ad accusa e difesa, che l’altro ieri nel corso dell’udienza non sono riusciti a trovare un accordo sull’opportunità di incriminare i due marò italiani in base alla legge anti-pirateria (seppure in una versione ammorbidita, cioè senza prevedere la pena di morte ma con una previsione di pena massima di 10 anni). Lo scrive l’Indian Express dando conto nel dettaglio dell’udienza che si è tenuta ieri dinanzi alla Corte Suprema e al termine della quale il presidente Chauhan ha dato appuntamento alle parti al 18 febbraio.
Messaggi incrociati
Considerata l’impossibilità di trovare una soluzione amichevole tra le parti, scrive il quotidiano, sarà dunque la Corte Suprema ad avere la parola finale sul contenzioso.
Nel corso della seduta infatti le parti si sono fronteggiate ripetendo le posizioni: l’avvocato della difesa, Mukul Rohatgi, ha ricordato che il Sua Act, la legge anti-pirateria indiana, è stata concepita per i pirati e non per militari quali sono Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il procuratore generale Vahanvati ha invece sostenuto che il Sua Act va mantenuto nel capo d’accusa, seppure solo con una previsione di pena massima di 10 anni se i due verranno ritenuti colpevoli; e anzi, a questo proposito, quando il giudice gli ha chiesto un chiarimento sul rischio comunque di pena di morte considerato il mantenimento della Sezione 302 del Codice penale, Vahanvati ha ricordato che in realtà questo accadrebbe solo se il reato fosse considerato «tra i più rari dei rari». Di fronte dunque all’impossibilità di trovare un accordo tra le parti, il giudice ha deciso che sceglierà lui e solo in base al diritto: «Se decidiamo in base al merito, non ci preoccuperemo delle conseguenze sulle relazioni internazionali. Decideremo rigorosamente in base alla legge».
Roma risponde
«Tutte le opzioni sono aperte, sia quelle diplomatiche e politiche sia la valutazione giuridica. L’obiettivo rimane il ritorno in dignità dei nostri marò». Così la ministra degli Esteri Emma Bonino, nel corso di un’audizione sui marò davanti alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa di Camera e Senato, presso la Sala del Mappamondo. «Il ritorno del ministro Mauroe dell’inviato speciale De Mistura» dall’India «porterà adesso a una valutazione collettiva del Governo. La cosa che ci pare indispensabile è l’accrescere delle pressioni internazionali, che abbiamo costruito con grande lavoro e che non sono scontate», rimarca la titolare della Farnesina.
Opzioni aperte
«L’utilizzo della legge antiterrorismo» nel giudicare i due fucilieri italiani ancora detenuti in India «mette in discussione lo stesso impianto della lotta alla pirateria. Questo mette in discussione l’intera partecipazione all’intero sforzo anti-pirateria. È in discussione un’intera politica, avviata negli ultimi anni», avverte la ministra degli Esteri. «I nostri marò non sono né terroristi né pirati: svolgevano un incarico a nome del governo italiano», ha sottolineato la titolare della Farnesina che ha ricordato le prese di posizione del presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso e quella dell’Alto rappresentate Catherine Ashton: «Sono strumenti importanti - ha aggiunto - da usare, perché si è chiarito anche agli altri Stati membri che lo stesso utilizzo della legge antiterrorismo mette in discussione l’intero impianto della lotta alla pirateria ».
Le affermazioni della ministra degli Esteri trovano una immediata eco a Bruxelles. L’Alto rappresentante per la politica estera Ue afferma che «l’idea che l’Italia possa essere designata comeuna nazione terrorista è inaccettabile », rispondendo a una domanda di un eurodeputato in Parlamento europeo sulla questione dei marò e sull’accusa di terrorismo. Catherine Ashton ha inoltre aggiunto che la questione «non è soltanto profondamente inquietante per il governo italiano, ma è allarmante per tutta l’Unione europea». «L’accusa di aver commesso un atto terroristico per i marò che agivano nell’ambito di un’azione contro la pirateria ha severe implicazioni per tutte le azioni contro il terrorismo che stiamo portando avanti insieme e singolarmente», insiste Ashton, sottolineando che «questo messaggio è stato inviato oggi attraverso la nostra delegazione in India.» «Mrs Pesc» ha aggiunto di aver inviato questo messaggio «sia oralmente che per iscritto».
Da Bruxelles a Roma. La novità più importante nel caso dei due marò italiani è «l’acquisizione di una solida alleanza internazionale», mentre fino a poco tempo fa la comunità internazionale riteneva che si trattasse di «un fatto bilaterale » tra Italia e India, annota Bonino. «Nella operazione di formazione e costruzione di una linea unica europea di solidarietà fattiva certamente il rapporto con gli amici americani è stato uno di quelli che abbiamo più cercato, solo che gli Usa hanno loro stessi un rapporto problematico con l’India in questo momento», rileva ancora la ministra degli Esteri. L’Italia mette in campo un pressing diplomatico a tutto campo. In attesa del giorno della verità: lunedì 18 febbraio.

Repubblica 12.2.14
Marò, l’Onu dice no alla mediazione
Ban Ki-moon: “Questione bilaterale”. Ma la Ashton: “Caso allarmante per tutta la Ue”
di Vincenzo Nigro


Unione europea, Nazioni Unite, la Nato. Persino l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu. Negli ultimi giorni il governo italiano ha iniziato a rivolgersi a tutte le istituzioni internazionali di cui è membro: è stato raddoppiato il pressing, si vuole creare il massimo consenso possibile sul caso dei due marò arrestati in India. E da ieri sono arrivati i primi riscontri, ma anche i primi rifiuti. «È meglio che la questione venga affrontata bilateralmente piuttosto che con il coinvolgimento dell’Onu»: ha detto il segretario generale Ban Kimoon, dopo che il ministro degli esteri, Emma Bonino, aveva chiesto a Sebastiano Cardi, ambasciatore all’Onu, di fare dei passi con l’Alto commissariato per i Diritti umani delle Nazioni Unite. L’Italia chiedeva di valutare se ci siano gli estremi per procedere «per violazione dei diritti umani, per quanto riguarda la mancanza di un capo di imputazione per i fucilieri di Marina da parte dell’India dopo due anni, accompagnata da una restrizione della libertà».
La risposta più importante è invece arrivata dall’Unione europea: il “ministro degli Esteri” della Ue Catherine Ashton ha parlato a lungo del caso nell’audizione alla commissione Esteri dell’Europarlamento. La Ashton dice che procedere contro i due fucilieri italiani seguendo la legge anti-terrorismo indiana «significa che l’Italia sarebbe vista come un paese terrorista, e questo è inaccettabile. La questione non è solo preoccupante per il governo italiano, ma anche davvero allarmante per tutti i governi dell’Unione europea». «Se verrà deciso che quanto successo nell’azione dei marò è un atto di terrorismo, come dire che l’Italia è uno stato terrorista, ci saranno gravi implicazioni per tutte le azioni nell’anti-terrorismo laddove noi collaboriamo insieme (come Ue) o come paesi individuali: questo messaggio è stato mandato vivo e chiaro stamattina tramite la nostra delegazione, e io sto mandando il messaggio sia verbalmente sia in forma scritta» ha spiegato la Ashton, rispondendo al Pd Panzeri.
Un anno fa, quando a sollecitarla era stata il governo Monti, la Ashton (o meglio i suoi uffici) avevano fatto sapere che quella dei marò era una questione «bilaterale fra Italia e India». A rafforzare oggi la posizione italiana, la scelta del procuratore indiano di chiedere il ricorso al Sua Act, la legge anti-terrorismo e il fatto che siano trascorsi due anni dall’incidente senza che sia ancora stato formalizzato il capo d’accusa contro Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
L’ambasciatore italiano alla Nato Gabriele Cecchia è tornato a parlare del caso personalmente col segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen. «Dobbiamo stare attenti ai comportamenti dell’India, sarà difficile ogni collaborazione militare con un paese che adotta comportamenti del genere contro funzionari di uno Stato membro dell’Alleanza, e la Nato ormai è un’organizzazione che opera sempre più spesso fuori area», dicono a Palazzo Chigi. Non è chiaro quale influenza diretta possa avere la Nato sull’India, ma la più grande operazione che l’Alleanza abbia messo in piedi è l’operazione Isaf in Afghanistan, in uno scenario strategico per l’India. Che quindi non può trascurare il parere dei 28 alleati di Bruxelles.

Corriere 12.2.14
Caso Marò: la presa di distanza di Ban
«È meglio che la questione venga affrontata bilateralmente piuttosto che con il coinvolgimento delle Nazioni Unite»


La presa di distanza dal caso marò del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ieri sera non ha fatto sicuramente piacere all’Italia. Ma in fondo non ha sorpreso. «Abbiamo aperto un canale in ambito Nato e Onu, sempre tenuto conto che non è scontato avere solidarietà solide», aveva detto poche ore prima alla Camera il ministro degli Esteri Emma Bonino, riferendo sugli sviluppi della lunga e complessa vicenda giudiziaria (e politica) iniziata il 15 febbraio 2012 con l’uccisione al largo del Kerala di due pescatori indiani. E arrivata, ma non certo conclusa, a una svolta importante domenica scorsa, con la richiesta dell’accusa di incriminare Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in base alla legge anti-terrorismo indiana. Richiesta che la Corte Suprema di Delhi il 18 febbraio dovrà accogliere o meno, ma che ha fatto immediatamente scattare la dura reazione dell’Italia, che giudica «inaccettabile» ogni accusa di terrorismo nonostante una condanna a morte sia stata esclusa. Già ieri, pur attendendo il ritorno a Roma dall’India del ministro della Difesa Mario Mauro «per una valutazione collettiva del governo delle varie opzioni sul tappeto», Bonino si è infatti rivolta all’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu. «E questo perché è una violazione dei diritti umani la mancanza di un capo di imputazione dopo due anni, accompagnata da una restrizione della libertà», aveva spiegato. Il portavoce di Ban Ki-moon, Martin Nesirsky, aveva subito dichiarato che era stato «preso atto dell’iniziativa, ma la cosa non cambia i termini della questione che resta bilaterale». Poi quelle poche, ma chiare, parole di Ban. La «questione» per l’Italia, a questo punto, deve però avere un rilievo internazionale. E una risposta positiva è arrivata dall’Unione Europea. Dopo la presa di posizione, due settimane fa, del presidente della Commissione Barroso, il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha fatto sapere all’India di unirsi all’Italia nel considerare «inaccettabile» la richiesta di giudicare i due fucilieri per terrorismo. «Se la Corte Suprema confermerà il ricorso a quella legge — ha detto ieri Ashton — ci saranno gravi implicazioni per tutte le azioni dell’anti-terrorismo dove noi collaboriamo come Ue o come Paesi individuali. Questo messaggio è stato inviato vivo e chiaro a New Delhi»

il Fatto 12.2.14
“Fai schifo. Ucciditi!” A 14 anni si butta dal tetto
Padova, la ragazzina era diventata bersaglio di cattiverie su un social
La Procura ha aperto un fascicolo per appurare l’istigazione al suicidio
di Chiara Daina


Cittadella, provincia di Padova. Domenica pomeriggio. Dalla terrazza sul tetto dell’ex hotel Palace una ragazzina di 14 anni si è lanciata nel vuoto. Un volo di 30 metri per farla finita con quella fame di vita che le bucava lo stomaco fino a divorarla. Il suicidio non è un gesto improvviso, mai. Neanche il suo lo è stato. Da tempo lo meditava. Da troppi giorni lo annunciava con parole disperate sui social network. Uno in particolare: Ask.fm, luogo virtuale di domande e risposte che garantisce l’anonimato degli iscritti, popolarissimo fra i teenager. Nei fatti si è trasformato in una cloaca di insulti, soprattutto a sfondo razzista e omofobo, che istigano alla morte e all’autolesionismo. “Cosa stai aspettando?” le chiede un utente. “Di morire” risponde lei. Un verbo che ripete come un’ossessione negli ultimi mesi. Anziché trovare conforto tra i coetanei, questi on line rincarano la dose invitandola a togliersi la vita. Con un imperativo, secco: “Ucciditi!”. E una sfilza di altre cattiverie: “Fai schifo come persona!!!”, “Secondo me tu stai bene da sola!!!”, “Spero che uno di questi giorni taglierai la vena importantissima che c’è sul braccio e morirai!!!”. Non le risparmiano provocazioni sessuali e proposte oscene. Anche se lei rifiutava ogni volta, non poteva certo non dargli peso. Allo stesso modo è impossibile che si facesse scivolare addosso la serie di accuse pesantissime che le rivolgevano, come queste , riportate sul Mattino di Padova: “Sei una ritardata, grassa e culona, fai finta di fumare, ma non aspiri, fai finta di bere, ma non bevi, fai finta di essere depressa per attirare l'attenzione, sei patetica”. La quattordicenne aveva dimostrato la sua fragilità anche con dei tagli che si era fatta sul braccio con un temperino: “Secondo me – aveva scritto su Ask.fm - i tagli sono tutti delle piccole bocche che gridano aiuto”.
Di nuovo, il pubblico in rete ne ha approfittato per biasimarla: “Ti tagli solo per farti vedere...”. E lei: “Sì certo, mi rovino la vita solo per farmi vedere, rovino tutto il mio corpo, al punto di non ricordarmi più com’era la mia pelle normale, solo per farmi vedere, certo, è come dici tu, sì”. Il nome in codice che aveva scelto era Amnesia , mentre la sua foto del profilo ritraeva una donna in bianco e nero che regge un cartello con la scritta “help”, aiuto. Poi nove giorni fa ha smesso di usare l’account. Il silenzio nella sua mente si era fatto assordante . Talmente prepotente da impedirle qualsiasi rapporto con le cose, azzerando il sentimento verso se stessa e maturando un’indifferenza assoluta per il suo corpo. Prima di andarsene la quattordicenne ha lasciato cinque lettere. Una è indirizzata ai genitori: chiede loro scusa per averli delusi. Le altre sono rivolte a compagni di classe e amici: non vuole che la dimentichino mai. La procura all'inizio aveva deciso di non aprire nessuna inchiesta. Ma ieri il pm Roberto D'Angelo ha aperto un fascicolo che non esclude le istigazioni al suicidio volate su Ask.fm come fondamentali nel determinare la volontà di ammazzarsi della ragazza.
Non è la prima volta che gli scambi crudeli tra gli iscritti del social network portano un adolescente a uccidersi. È successo il 2 agosto a Hannah Smith, quattordicenne del Leicestershire, in Gran Bretagna. Un mese dopo è toccato a Rebecca Ann Sedwick, 12 anni, della Florida. Ask.fm è al centro di un dibattito internazionale per i continui episodi di cyberbullismo che scatena. Solo una settimana fa a Bollate, nel milanese, due ragazzine si sono date appuntamento sul sito per darsele di santa ragione davanti alla scuola. A settembre sempre su Ask.fm ragazzini tra i 14 e i 16 anni organizzano una megarissa a Bologna.

il Fatto 12.2.14
Cyber bullismo
Ask.fm, l’esercito di molestatori resta anonimo
Lanciato dalla Lettonia conta 60 milioni di iscritti ed è tradotto in 150 lingue
di Ch. Da.


Ask.fm sta per Ask for me, “chiedi a me”. È un social network molto in voga tra i minorenni, soprattutto tra i 13 e i 16 anni. Lo hanno lanciato il 16 giungo 2010 due fratelli della Lettonia, Ilya e Mark Terebin, e oggi conta oltre 60 milioni di iscritti. L’interazione si fonda su domande che ciascun utente pubblica sul profilo dell’altro e risposte che ognuno posta sulla propria pagina. La trovata è stata quella di garantire uno scambio senza volto, di sapere il numero di follower ma non di conoscere i loro nomi, di cliccare “mi piace” senza che l’altro ti riconosca. Per fare parte del club degli anonimi basta avere 13 anni anche se nessuno potrà mai dimostrarlo. Occorre registrarsi con un nickname, inserire nome e cognome, anche falsi, una data di nascita, può essere falsa anche questa, il luogo di provenienza invece può essere lasciato in bianco. È possibile accedere attraverso gli account di Facebook e Twitter allargando la cerchia di contatti, che in questo caso non saranno anonimi. Ask.fm è disponibile in 150 lingue. Gli utenti più numerosi vengono, in ordine crescente, da Turchia, Stati Uniti, Brasile e Italia. Naturalmente è possibile scriversi anche palesando l’identità.
La forma anonima però suggestiona i tipi più gradassi, che persa ogni inibizione, si sfogano con commenti volgari e interrogativi fastidiosi rivolti ai soggetti più indifesi psicologicamente, che non sanno come tenergli testa. Il risultato è un impietoso gioco tra vittime e carnefici, prima scintilla del cyberbullismo. Il gioco inizia sempre con un’intervista collettiva di default. Le domande molto banali, del tipo: “Ti piace l’arte?”, “Cos’è l’ultima cosa che hai mangiato?”, “Che programmi hai oggi?”, ”Come si rende felice una ragazza?” e così via. Dopodiché scatta lo scambio fai da te. E lì non si sa più come va a finire. Ask.fm non è l’unico sito che è stato preso d’assalto dal cyberbullismo anonimo. Nella lista nera c’è pure Formspring.me e l’app Snapchat, che consente di inviare messaggi anonimi per distruggerli un attimo dopo.
E da metà settembre è attiva la piattaforma giapponese Line, che offre la possibilità di inviare oltre ai messaggi, anche delle icone animate: più di 230 milioni di utenti in tutto il mondo e oltre sette miliardi di scambi inviati al giorno.

Repubblica 12.2.14
Bullismo e anonimato, tutti contro Ask.fm il sito dei ragazzi che terrorizza i genitori
Già nove gli adolescenti che si sono tolti la vita dopo gli insulti sul social
di Riccardo Staglianò


Roma - Nelle strade poco illuminate si rischia di più. E Ask. fm è un sito dove, volendo, si può picchiare al buio. Con le parole, che non fanno meno male. Il suicidio di Amnesia, come si faceva chiamare in rete la quattordicenne padovana, è solo l’ultimo caso. Ad agosto si era impiccata Hannah Smith, una sua coetanea inglese. A settembre era stata trovata senza vita la dodicennedella Florida Rebecca Sedwick. «Meriti seriamente di morire» era uno dei messaggi che sconosciuti avevano postato sulla sua pagina. Perché la principale caratteristica del sito fondato in Lettonia nell’estate del 2010 è la possibilità di porre domande in forma anonima. O, come dice un’adolescente con il dono della sintesi, è «un sito per chi vuole farsi i fatti tuoi ma non ha il coraggio di farlo a viso scoperto». Il combinato disposto di un muro bianco e una porta chiusa dà come risultato le pareti dei cessi, non propriamente un esempio di continenza verbale. Moltiplicate per 80 milioni, il numero di utenti nel mondo, e comincerete a intuire il tenore della conversazione. «Fai schifo», «ucciditi», «ammazzati» sono termini frequentissimi sulle pagine del servizio online.
Una contabilità approssimativa parla di nove adolescenti che avrebbero deciso di farla finita al termine di ripetuti pestaggi verbali su Ask. fm solo nell’ultimo anno. E sono in molti ormai a chiedere che il social venga chiuso. Il fenomeno del cyberbullismo, d’altronde, è stato metabolizzato anche dalla fiction. “Disconnect”, il bel film di Henry Alex Rubin, racconta di un ragazzino che si impicca per esser stato svergognato su un social network da due coetanei. Lì il mezzo è la messaggistica di Facebook, ma la dinamica è la stessa. L’aggravante di Ask. fm è che la modalità di default è l’interazione anonima. Ti arriva una mail che ti avverte che qualcuno ti ha fatto una domanda. Tu rispondi pubblicamente. E tutti poi potranno commentare, senza firmarsi. L’asimmetria è evidente.
Meno evidente è come difendersi. Nel senso che, ovviamente, si può non rispondere. Però,come spiega Sameer Hinduja, co-direttore del Cyberbulling Research Center e autore del recentissimo Words Wound, le parole feriscono, la tentazione è molto forte: «Gli adolescenti hanno un costante bisogno di conferme, vogliono sapere dagli altri se stanno facendo bene o no. E qualcuno che si ferma sul tuo profilo, ti fa una domanda o lascia un commento assolve a quella funzione». La predica o la censura, sostiene Hinduja, non funzionano. Piuttosto i genitori dovrebbero familiarizzare con queste tecnologie e parlarne apertamente. Che è anche il punto di vista del sociologo Giovanni Boccia Artieri: «Si chiede sempre: “com’è andata a scuola” e mai “com’è andata su Facebook” anche se i ragazzi ci trascorrono una quantità di ore comparabile. Bisognerebbe rendere quei luoghi digitali argomento di discussione quotidiana, anche a scuola. A quel punto i ragazzi troverebbero normale avvisare di immagini o frasi che li hanno turbati». Insomma, decostruire i social network. Piuttosto che sacralizzarli, invocando leggi speciali.
Una vignetta del New Yorker vecchia come la rete recitava: su internet nessuno sa che sei un cane. Un bene se dalla Russia critichi l’omofobia di Putin. Un male se dal calduccio della tua cameretta orchestri una campagna d’odio contro un coetaneo sensibile. Lo psicoterapeuta Luigi Cancrini è più preoccupato dal secondo scenario. Dice: «È vero che si poteva aggredire verbalmente anche prima, magari scrivendo offese sui muri, ma se un poliziotto ti vedeva con uno spray in mano interveniva. Credo che dovrebbero farlo anche questi siti». Non è il suo mestiere suggerire «come», ma non ha dubbi sul «se». «Perché l’età della ragazza che si è tolta la vita è di grandissima vulnerabilità. E non crediate che l’istinto al suicidio affondi radici in chissà quali disturbi. Io ho almeno due amici che tentarono, per poi condurre una vita perfettamente normale. C’è bisogno di speciale attenzione e affetto». Sulla rete come in strada. Ieri le madri temevano certi bar malfamati, ora hanno imparato il nome di Ask. fm, Kik, Voxer. Oppure Snapchat, che permette di mandare sms che si autodistruggono dopo pochi secondi. Va così bene che il ventitreenne fondatore ha di recente rifiutato un’offerta da 3 miliardi di dollari da parte di Facebook. L’anonimato rende. Ma il suo prezzo sociale potrebbe essere troppo alto.

il Fatto 12.2.14
Brianza, padre sgozza i due figli e tenta il suicidio


IN TARDA SERA a Giussano, un Paese in Brianza in provincia di Como, un padre ha sgozzato i due figli di otto e due anni.
Un vero e proprio dramma che ha portato l’uomo anche a tentare il suicidio, salvato in extremis essendo stato portato subito in sala operatoria. Sul caso indagano i carabinieri che nei prossimi giorni cercheranno anche di capire il motivo del gesto, per ora ancora da accertare. Dalle prime notizie trapelate, l’uomo avrebbe ucciso i due figli, un maschio e una femmina, sgozzandoli con una lama, probabilmente di un coltello.
La tragedia è accaduta ieri sera poco prima delle 20. L’uomo è accusato di duplice omicidio.

Corriere 12.2.14
Decreto «salva Roma» a rischio, un conto da 485 milioni
di Ernesto Menicucci


ROMA — Nel vortice della possibile crisi di governo finisce anche il Campidoglio. A rischio, infatti, c’è la conversione in legge del decreto salva Roma, ritirato a dicembre e riproposto solo nelle sue norme «fondamentali». Un provvedimento sul quale si basa il bilancio 2013 approvato dalla giunta di Ignazio Marino, che permette alla Capitale di «scaricare» sulla gestione commissariale (istituita per il rientro del debito pre-2008) la bellezza di 485 milioni di euro: 320 nel 2013 (a «pareggiare» entrate ed uscite), gli altri 165 sulla manovra 2014. Un decreto con una vita travagliata, atteso ora dalle ultime due, impegnative, curve. La prima riguarda una serie di emendamenti presentati dalla senatrice (il provvedimento è in discussione alla commissione Bilancio di palazzo Madama) Linda Lanzillotta di Scelta Civica che «preme» sulle privatizzazioni: la vendita da parte del Comune del 21% di Acea, l’affidamento ai privati di trasporti e rifiuti, la «razionalizzazione» delle municipalizzate. Modifiche che non piacciono al Pd: gli emendamenti Lanzillotta, in commissione, andrebbero sotto (contrari anche M5S, Sel e centrodestra). La crisi, a quel punto sarebbe politica, con la maggioranza che sostiene il premier Letta divisa in due: e i voti di Sc, al Senato, sono determinanti. La dichiarazione di ammissibilità degli emendamenti doveva iniziare ieri, ma è slittata ad oggi. Nel frattempo il governo, con l’azione diplomatica del sottosegretario Giovanni Legnini, cerca una mediazione. L’altro problema è la possibile staffetta Letta-Renzi. Il decreto va convertito entro il 28 febbraio: se decade, il bilancio del Comune di Roma sarebbe senza copertura, potenzialmente a rischio default. O per il 2013, oppure — con 485 milioni in meno — nel 2014.

il Fatto 12.2.14
Metro C, la linea più isolata di Roma
All’intersezione con la “A” bisognerà uscire dalla stazione, passare nel traffico e rientrare per ripartire
di Daniele Martini


Colpita dalla maledizione delle grandi opere all'italiana, la Metro C di Roma colleziona un altro record negativo. Dopo quello della lentezza da tratta ottocentesca, dopo i costi esplosi, ora viene fuori che quella metropolitana in costruzione sarà condannata all'isolamento. Nel senso che non sarà collegata alla vecchia linea A a San Giovanni, nel punto in cui le due metropolitane si intersecano. Dalla stazione in costruzione della linea C non sarà possibile accedere direttamente a quella della A e viceversa con scale e percorsi interni. Per passare da una linea all'altra i passeggeri dovranno sottoporsi a un sotto e sopra, avanti e indietro scomodo e anacronistico. Dovranno uscire dai vagoni, risalire in superficie con le scale mobili, passare i tornelli, raggiungere l'uscita della stazione, camminare all'aperto, percorrere qualche decina di metri nel traffico, infilare l'imbocco della stazione dell'altra linea, ripassare i tornelli, riprendere le scale mobili, scendere sulle banchine e aspettare che arrivi l'altro treno. Perdendo presumibilmente un bel po' di minuti. Dal punto di vista della logica dei trasporti ciò che stanno facendo è un non senso, un record negativo perché non risulta che in nessun altra parte del mondo qualcuno abbia sadicamente pensato di progettare una metropolitana che intersecandosi con un'altra non sia servita da un'adeguata stazione di scambio.
La decisione di non collegare le linee C e A annullerà anche uno dei presupposti fondamentali per cui la stessa tratta C fu pensata. E cioè quello di portare da Pantano e dai quadranti est della città i passeggeri e i pendolari fino a San Giovanni (10 mila persone all'ora nelle ore di punta secondo le previsioni) in modo che poi potessero comodamente spostarsi sui vagoni dell'altra linea e raggiungere il centro, la stazione Termini e le destinazioni desiderate. Stando così le cose e considerando che i lavori per la metro C continuano a drenare come un'idrovora quattrini dalle casse comunali e statali, forse sarebbe opportuno che qualcuno si decidesse a mettere un punto su tutta la faccenda prima di infilarsi nell'avventura della costruzione della tratta T3, quella da San Giovanni a piazza Venezia, con tutti gli inconvenienti e gli incerti che si porterebbe dietro dovendo attraversare per intero il Foro romano. La scelta di costruire sui binari della Metro C a San Giovanni una stazione di scambio che non scambierà proprio niente è ufficiale. È stata comunicata con una letterina di due pagine e mezzo da Andrea Sciotti, il responsabile di Roma Metropolitane, cioè l'apposita società comunale, a tutti i soggetti interessati: il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, i dirigenti dell'Atac, la società pubblica dei trasporti che si accollerà la gestione del servizio quando entrerà in funzione. Tra i destinatari della comunicazione c'è ovviamente anche la società Metro C a cui il comune ha affidato la costruzione dell'opera e cioè le imprese Vianini (Caltagirone), Astaldi, Ansaldo e la Cooperativa Braccianti di Carpi riunite in consorzio. In una lettera precedente, la società Metro C aveva avvertito che “al fine di rispettare la data di fine costruzione del 30 giugno 2015” era necessario che “le stazioni della linea A e della linea C non siano tra loro collegate direttamente a San Giovanni”. La società comunale delle Metropolitane ha preso atto e a scanso di equivoci ha specificato bene che “la stazione San Giovanni della linea C non sarà collegata mediante percorsi pedonali sotterranei con l'omonima stazione della linea A”.
La scelta di retrocedere la metro C a una linea isolata deriva da un'altra decisione presa nel 2008 in contrasto con il progetto originario dell'opera. In un primo tempo i binari della linea C avrebbero dovuto intersecare quelli della A passandoci sopra. A un certo punto si decise, invece, che sarebbero passati al di sotto e il tracciato della galleria fu sprofondato a 17 metri. Questa variazione comportò la necessità di spostare la croce di scambio dei treni da prima a dopo la stazione di San Giovani, un'innovazione che inciderà negativamente sui tempi di percorrenza allungandoli di parecchio. L'altra conseguenza sarà il mancato collegamento tra le due linee. La stazione della linea A costruita negli anni Settanta del secolo passato fu predisposta per un eventuale collegamento con una stazione di scambio costruita sopra, non sotto.

il Fatto 12.2.14
Galleria Borghese la società dei mecenatoni
Benefattori della cultura o commensali?
I dettagli della cena che ha fatto infuriare la Sovrintendenza
di Elisabetta Ambrosi e David Perluigi


Qualunque visitatore che oggi entri al Metropolitan di New York può apprezzare i magnifici mazzi di fiori che adornano la sala principale. Un legato testamentario di una signora che ha voluto donare a tutti un piccolo dettaglio di bellezza. Se oltreoceano il mecenatismo ha ancora qualche legame con l’antico significato di colui che aiuta gli artisti ridotti alla fame
   – o comunque i musei – ad esempio donando con discrezione una collezione privata – da noi il mecenate è l’invitato del salotto buono alla cena “cafona”, stile Grande Bellezza. Che si affitta nientemeno la Galleria Borghese, a Roma, uno dei più bei musei del mondo, utilizzandone l’esterno per una cena sotto enormi en dehors (d’altronde ne è piena la Capitale), di ferro e plastica. Con tanto di cucina abusiva e di danni ai basamenti di tufo del piazzale, denunciati da un furioso Sovrintendente capitolino, che ha preso carta e penna per scrivere al competente Soprintendente del ministero dei Beni culturali.
3 febbraio scorso: sotto gli enormi gazebo – anzi, pardon, sotto il jardin d’hiver firmato dall’esperto di allestimenti Jean Paul Troili – va in onda una cena a tema immortalata da un video esclusivo che pubblichiamo oggi su ilfattoquotidiano.it. Quale il leitmotiv? L’ineffabile agitazione vitale dei ritratti dello scultore Giaco-metti, la cui mostra veniva inaugurata proprio quel giorno? O il Caravaggio tormentato e ascetico del San Girolamo, presente in Galleria? Macché. Per la cena barocca e dall’età media avanzata meglio ispirarsi alle nature morte del Merisi, opulente solo per chi non sa leggerne la decadenza raccontata dai frutti imprecisi.
Ad affollarsi intorno ai centrotavola con uva e melograni, trecento soliti arcinoti, questa volta in veste di novelli mecenati dell’associazione onlus “Mecenati per Roma”, presieduta da Maite Carpio: produttrice e già finanziatrice di Sant’Egidio, ex veltroniana, già nel Cda dell’Opera di Roma, soprattutto sposata con Paolo Bulgari (a sua volta sostanzioso donatore dell’Accademia di Santa Cecilia).

il Fatto 12.2.14
Non troviamo scuse
La legge Ronchey è stata superata dal Codice del 2004
di Tomaso Montanari


La posta in gioco, materiale e simbolica, del padiglione per feste montato accanto alla Galleria Borghese si comprende guardando alle mille altre situazioni analoghe (anzi, per la verità, assai peggiori) che costellano l’Italia: dalle auto da corsa che rombano nel Teatro Greco di Siracusa ai Masai fatti sfilare agli Uffizi nell’ambito di una sfilata di moda con annessa cena esclusiva; dalla festa di capodanno all’Archivio centrale dello Stato alle partite di golf disputate nelle sale di lettura di una Biblioteca Nazionale, fino al Ponte Vecchio noleggiato alla Ferrari da Matteo Renzi.
Anni e anni di sistematico e pianificato massacro dei bilanci degli enti locali e del ministero per i Beni culturali inducono sindaci, assessori e direttori di biblioteche e musei a far qualche soldo attraverso la privatizzazione temporanea dei loro gioielli. Come ha detto la direttrice della Borghese: “Senza risorse, è l’unico modo di mantenerci”. Ma la prostituzione per indigenza è il modo peggiore per rapportarsi agli interessi privati che chiedono di legittimarsi attraverso l’appropriazione dello straordinario spazio pubblico del nostro patrimonio. E, infatti, in nessun paese del mondo l’apporto dei privati è necessario per garantire la sopravvivenza delle istituzioni culturali pubbliche: perché un simile situazione di ricatto genera necessariamente sudditanza, svendita dei beni comuni, arbitrio.
Se invece lo Stato facesse la sua parte – e cioè se destinasse alla cultura almeno il 3% della spesa pubblica (la media europea è il 2,2, in Spagna è del 3,3: da noi dell’1,1) – potrebbe poi decidere da una posizione di forza quali contropartite eventualmente concedere ai privati.
Nel frattempo, sarebbe vitale che il ministero per i Beni culturali facesse rispettare le regole: perché se è vero che dalla pessima legge Ronchey (1993) i privati possono, in vario modo, “entrare nei musei”, il Codice dei Beni culturali (2004) prescrive che “i beni culturali non possono essere ... adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione”. E i pregiudizi possono essere elevatissimi: nel 1997 abbiamo perduto per sempre la più bella architettura barocca italiana, la torinese Cappella della Sindone, distrutta da un incendio scoppiati dalle cucine provvisorie installate negli adiacenti locali del Palazzo Reale in vista di una cena offerta da Lamberto Dini e Gianni Agnelli a Kofi Annan. Ma c’è un rischio anche più grande: trasformare il patrimonio culturale – che la Costituzione vuole al servizio del pieno sviluppo della persona umana e della costruzione dell’uguaglianza sostanziale – in un potente fattore di legittimazione della disuguaglianza, del dominio del mercato, dell’arbitrio assoluto di una ricchezza disonesta, ignorante, grottesca. Trasformare uno strumento di inclusione in una location esclusiva sarebbe letale: la grande bellezza non sopravvive alla grande ingiustizia.

Repubblica 12.2.14
Come siamo arrivati al “Fottiti Europa”
di Barbara Spinelli


Siamo scesi proprio in basso, se un vicesegretario di Stato americano, Victoria Nuland, programma la caduta del governo ucraino con il proprio ambasciatore a Kiev e parlando dell’Unione dice, con l’arroganza d’un capo-mandamento a caccia di zone d’influenza: «Che l’Europa si fotta! » («...and you know, fuck the EU»).
Già c’era stata, in ottobre, la storia avvilente di Angela Merkel spiata da Washington, tramite controllo del cellulare. Non un incidente di percorso, se pochi mesi dopo l’Europa è declassata così radicalmente dal lessico della Nuland, perché sospettata di troppa prudenza sul regime change ai propri confini.
Simile degenerazione è tuttavia un utile momento di verità. La risposta meno feconda è quella di chi, sgomento, s’offende per le male parole. Lo scontro come momento di verità, di svolta, obbliga invece gli Europei a guardare se stessi, l’occhio non fisso sull’America ma sulle proprie azioni e omissioni che spiegano tanto precipizio. Li costringe a scoprire l’inconsistenza, la vista corta, il grande inganno d’una presenza il più delle volte fittizia nel mondo, ignara delle sue mutazioni, fatta spesso solo di retorica, al rimorchio di un’America sempre più nazionalista, che non riconosce leggi sopra le proprie. Il dopo-guerra fredda ci lascia in perenne stato d’impotenza, stupore e dipendenza.
In questo mondo che cambia non siamo entrati, né come Stati e ancor meno come Unione che agisce in proprio. Non abbiamo una politica estera nemmeno per quanto riguarda la nostra area di frontiera - l’»estero vicino », come viene chiamato in Russia - né a Est della Polonia né a Sud nel Mediterraneo. E quando vogliamo esser presenti, come in Ucraina, applichiamo senza molto pensarci gli schemi neocoloniali adottati nel dopo guerra fredda. Crediamo di pesare se sappiamo imporre cambi di regime: un’esercitazione quasi fine a se stessa, completamente disinteressata alla storia dei paesi di cui pretendiamo occuparci. Appoggiamo questa o quella forza a noi vicina, e sistematicamente sbagliamo alleati. È già avvenuto in Iraq, Libia, Siria.
Alberto Negri ha spiegato bene quest’incapacità congenita ad assumersi il rischio che consiste nel fare politica, dunque nell’imparare dai propri errori: «Un po’ di esercizio di memoria, magari tornando agli sviluppi tragici dei Balcani negli anni ’90, dovrebbe suggerire anche la situazione in Ucraina: l’Europa troppo spesso applaude incondizionatamente le rivolte popolari che hanno un sapore democratico e libertario per poi fare da spettatrice muta e inefficace davanti a sanguinosi sviluppi. Non è forse andata in questo modo anche in Siria?» (Sole 24 ore,25-1-14).
L’Ucraina è emblematica perché il modello sembra ripetersi. È lo schema del mondo diviso in mandamenti, appunto: in quartieri da accaparrare, e spartire fra capi-picciotti. Se la Nuland usa il linguaggio del padrino è perché in Ucraina va in cerca di clienti, affiliati. Con l’Europa entra in un rapporto di rivalità mimetica, imitativa: di competizione e dominio. La rivolta in sé degli ucraini l’incuriosisce poco, e per questo viene occultata la presenza nei tumulti di destre estreme e neonaziste (il partito
Svoboda e il gruppo Pravi Sektor, «Settore di destra»). Importante è mettere proprie bandierine sul tecnocrate ed ex banchiere centrale Arseniy Yatsenyuk, nel caso americano. Su Vitali Klitschko, ex campione di pugilato e capo di Alleanza Democratica per la Riforma nel caso dell’Unione. Fottiti Europa vuol dire che c’è lotta per la conquista di clientes. Che un intero paese è visto, dagli uni e dagli altri, come cosa nostra.
Questa politica neocoloniale, l’Europa la conduce senza metterci né soldi, né intelligenza politica. Ci mette la propria superiorità morale: cioè parole soltanto, anche se belle. Se la prende con la Russia ignorando due cose. Primo: la russofobia di parte del movimento pro europeo non è diretta contro Mosca o Putin, ma contro gli ucraini di origine russa (22% della popolazione, soprattutto a Est e in Crimea). Secondo: se il paese è lacerato tra Mosca e Bruxelles è perché l’Unione s’è fatta meno attraente. Per gli ucraini - autoctoni e russi - ridotti alla miseria, non è indifferente il prestito annunciato da Putin (15 miliardi di dollari) né la promessa di forniture di energia a costi bassi. Siamo di fronte a due colonialismi, con la differenza che quello europeo offre poca sostanza e molta ideologia.
In realtà non è l’Unione a entrare nel rapporto di rivalità mimetica con Washington. Chi si è attivata è innanzitutto la Merkel, che ha interessi sia partitici sia geopolitici nel proprio retroterra. Accade così che ogni staterello dell’Unione ha il proprio particulare da difendere, e questo rafforza ancor più la convinzione Usa che l’Europa sia un pupazzo, da «fregare» senza farsi scrupoli.
Nel nostro piccolo, noi italiani non siamo da meno e addirittura diventiamo esemplari, come dimostra il caso dei marò processati in India. Sono due anni che Roma insiste per farli tornare a casa: è quasi l’unica nostra attività di politica estera, e anche in questo caso manca qualsiasi strategia politica, che tenga conto del mondo in mutazione e dell’importanza che ha oggi l’India. La giustizia indiana - è vero - sembra messa peggio della nostra. L’accusa di terrorismo è brandita con fini interni. Ma le responsabilità vanno chiarite, e anche qui offendersi e sgomentarsi è vano. Anche qui manca una valutazione fredda della realtà indiana, e di quel che è successo nei mari del Kerala. Solo nascoste in rete - nel sito Wu Ming - troviamo vere documentazioni sulla vicenda dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre: due militari utilizzati dal nazionalismo indiano, ma che hanno pur sempre causato la morte, il 15 febbraio 2012, di due pescatori indiani inermi (hanno anch’essi un nome: Valentine Jalastine e AjishBinki).
È sperabile che la giustizia indiana non li condanni - se colpevoli - a pene pesanti (sulla condanna a morte esiste un veto dell’Unione) ma non ha senso continuare a chiamarli eroi nazionali. È comprensibile la convinzione di Napolitano, anche se da verificare, secondo cui l’affare è stato «gestito in modi contraddittori e sconcertanti» dall’India: l’accusa di terrorismo, se mantenuta, non tiene. È assai meno comprensibile la promessa che ha fatto telefonicamente ai due fucilieri: «Tornerete (in Italia) con onore».
Perché con onore, prima di conoscere il verdetto indiano e le motivazioni di un’eventuale condanna? Può darsi che i marò rientrino in Italia. Non è detto che vi tornino con onore, fino a che non abbiamo prove decisive su quanto accaduto il giorno dell’uccisione dei pescatori indiani. È quello che ha scritto Ferdinando Camon su La Stampa (Perché i marò non hanno un video?, 5 febbraio): i marinai colpiti dai fucilieri sostengono che gli è piovuta addosso una gragnuola di colpi senza preavviso, l’emissario italiano Staffan de Mistura ha ammesso in una tv indiana che «i nostri hanno sparato in acqua, ma purtroppo alcuni colpi sono andati nella direzione sbagliata». Fondatamente Camon sostiene che avrebbero dovuto sparare in aria, cioè a vuoto, se si voleva solo preavvertire: «I colpi orizzontali non sai mai dove finiscono». Non esistono infine video probanti, che certifichino la tesi dell’innocenza.
Citiamo il caso dei marò per dire che la politica estera sta divenendo in Europa questione di visibilità partitiche. Giustamente il giornalista Matteo Miavaldi, che vive in Bengala, è caporedattore del sito China Files e ha indagato per Wu Ming i dettagli della storia dei marò, ricorda che le destre di La Russa o Gasparri usano l’affare per propagare risentimenti nazionalisti. In queste condizioni non stupiamoci più di tanto, se d’un tratto s’alza in piedi un vicesegretario di Stato americano per scaraventarci addosso parole oscene.

il Fatto 12.2.14
Educare il popolo
In Cina l’amante è vietata per decreto
di Cecilia Attanasio Ghezzi


Viene prima la corruzione o vengono prima le amanti? In Cina, troppo spesso, le seconde sono solo manifestazione visibile della prima. Così un distretto della municipalità di Shenyang - capoluogo da 8 milioni di abitanti della regione nordorientale del Liaoning - ha emesso nuove “norme comportamentali” per i dipendenti pubblici. Oltre a proibire comportamenti come il gioco d'azzardo, il consumo di droga e la diffusione di “voci” su internet, si vietano le relazioni extraconiugali . Ma in Cina, per gli uomini di potere, mantenere un'amante è cosa comune. Una ricerca dell'Università del popolo di Pechino, ha dimostrato come il 95% dei funzionari corrotti ha avuto relazioni extraconiugali a pagamento e il 60% ha mantenuto almeno un'amante. Le chiamano ernai, che letteralmente significa “seconda donna”.
Zheng Tiantian, antropologa sociale dell'Università statale di New York, questo tema non lo ha solo studiato. Per due anni ha lavorato in un karaoke della metropoli di Dalian e racconta la sua esperienza in un libro sconvolgente : Red Lights (2009). “Gli uomini più potenti – scrive – erano quelli che potevano controllare emotivamente e fisicamente e loro amanti. Approfittavano di loro e poi le abbandonavano”.
Di esempi ce ne sono a non finire. Dal funzionario che nel 2002 ha indetto la prima (e unica) competizione annuale per decidere quale delle sue 22 amanti fosse la più piacevole, a Liu Zhijun ex ministro delle ferrovie condannato a morte sospesa per aver preso tangenti per un valore di 3,6 milioni di euro e per aver mantenuto 18 amanti. Anche nell'ultimo processo all'ex principino rosso Bo Xilai - condannato all'ergastolo per corruzione, tangenti e abuso di potere – una delle accuse era quella di aver avuto “rapporti sessuali impropri con un certo numero di donne”. Frase divenuta immediatamente virale in rete. Tra promulgare una legge e farla rispettare, inoltre, c'è una bella differenza. Magari il divieto di accompagnarsi verrà rispettato ma - come dimostra la quantità di funzionari che continuano a scommettere, consumare droga e prendere mazzette nonostante sia illegale – sarà un percorso lungo e difficile.
Per i 5mila dipendenti pubblici su cui si applica il regolamento significherà scegliere tra ricucire i rapporti con la propria moglie, rimanere celibi o infrangere la legge. Se dovessimo scommettere, non avremmo troppi dubbi a puntare su quest'ultima opzione. Il tempo ci dirà se abbiamo ragione. In ogni caso, almeno per il momento, il divieto non è stato esteso a tutta la nazione.

Repubblica 12.2.14
Il sindaco: “A tutti i miei concittadini immigrati senza documenti: questa città è anche vostra”
New York, carte d’identità ai clandestini lo schiaffo di de Blasio ai repubblicani
di Federico Rampini


New York - «A tutti i miei concittadini che sono degli immigrati senza documenti: questa città è casa vostra». Bill de Blasio non delude, nel suo primo discorso programmatico il neosindaco annuncia un’innovazione radicale. La città di New York rilascerà carte d’identità anche agli immigrati clandestini. Undocumented, senza documenti, è l’espressione che il sindaco preferisce perché non implica una criminalizzazione. Insieme con l’altra proposta sul salario minimo vitale, l’offerta agli stranieri conferma che de Blasio non ha paura di suscitare controversie. L’idea dei documenti per i clandestini è uno schiaffo alla destra repubblicana, che in questo momento al Congresso sta bloccando una riforma proposta da Barack Obama. Anche il presidente vuole creare corsie più veloci verso il permesso di soggiorno e poi la cittadinanza, ma finché la destra è maggioritaria alla Camera queste proposte hanno un percorso tutto in salita. De Blasio lo sa e commenta: «Noi non possiamo aspettare i tempi lunghi di Washington. Se c’è uno stallo politico a livello federale, non è una scusa perché New York abdichi alle proprie responsabilità».
Le carte d’identità municipali sono state sperimentate finora a San Francisco, sull’altra costa. Offrono dei vantaggi molto concreti: con quei documenti lo straniero può finalmente aprire un conto in banca e incassare un assegno, farsi visitare all’ospedale, firmare un contratto di affitto. Più in generale è un modo per sentirsi meno a rischio, meno “invisibili” nella metropoli. E visto che a New York ci sono state polemiche sui controlli etnicamente discriminati della polizia, queste carte d’identità sono un piccolo passo perché gli stranieri non si sentano cittadini di serie B. «Nessun residente di New York - dice de Blasio - deve essere costretto a vivere nell’ombra ». Anche se il sindaco non ha poteri sullo status d’immigrazione, non può concedere la Green Card (permesso di residenza permanente) né la cittadinanza, de Blasio vuole fare quel che può per favorire «una partecipazione di tutti gli stranieri alla vita civica». Il rilascio di queste carte d’identità potrebbe essere la prima delle riforme di de Blasio a diventare realtà. Su altri temi, infatti, il sindaco deve mediare e manovrare. Il salario minimo vitale, che lui conferma di voler alzare, va approvato in un consiglio municipale dove si fanno sentire le lobby più contrarie: anzitutto i padroncini della ristorazione, degli alberghi, del commercio. Nei ristoranti gran parte dei camerieri vengono pagati addirittura sotto il minimo federale di 7,25 dollari l’ora, per via di una speciale deroga: è previsto che i camerieri ricevano la mancia, quindi arrotondano con quelle. Ma anche i giganti dei fast-food come McDonald’s, dove le mance sono pressoché inesistenti, fanno una dura opposizione all’aumento dei minimi. Un’altra promessa elettorale di de Blasio è l’aumento delle tasse sui ricchi per finanziare la costruzione di nuovi alloggi popolari, e soprattutto l’estensione degli asili nido pubblici. Qui l’iter è ancora più difficile. Per aumentare le tasse cittadine il sindaco deve ottenere un via libera anche dallo Stato di New York, dove il governatore Andrew Cuomo è un suo compagno di partito (democratico) ma su posizioni molto più moderate. Già s’intravedono tutte le condizioni per un rapporto teso e conflittuale tra de Blasio e Cuomo. Inoltre all’assemblea legislativa dello Stato di New York i repubblicani daranno guerra a oltranza contro ogni aumento delle
tasse. De Blasio dovrà indicare rapidamente con quali strategie intende aggirare questi ostacoli politici. Il suo messaggio resta chiaro: One New York, è lo slogan stampato sullo striscione che il sindaco ha voluto nel college pubblico di Queens dove ha tenuto il discorso. Una sola New York, quindi, invece delle “due città” sempre più distanti e diseguali tra loro, che de Blasio ha denunciato in campagna elettorale.

Repubblica 12.2.14
La polveriera Ucraina e il ruolo degli oligarchi
di Timothy Garton Ash


L’Ucraina non è ancora morta - come dichiara il suo inno nazionale. Ma il volto dell’Ucraina di oggi è quello insanguinato e sfregiato dell’attivista dell’opposizione Dmytro Bulatov. Il paragone con la Bosnia è ancora forzato, ma possiamo considerare la vicenda una Chernobyl politica.
Non ho idea di cosa accadrà in Ucraina domani e tantomeno la prossima settimana. So però cosa tutti gli europei dovrebbero augurarsi che accada nel prossimo anno e nei decenni a venire. Sarebbe bello che febbraio 2015, nel settantesimo anniversario dell’accordo di Yalta, l’Ucraina fosse tornata ad essere uno stato parzialmente funzionante. Corrotto e caotico, ma pur sempre uno stato che, nel lungo periodo, vada a forgiare una nazione. Dovrebbe aver sottoscritto un accordo di adesione all’UE ma mantenere anche stretti legami con la Russia. Nel febbraio 2045, centenario dell’accordo di Yalta, l’Ucraina dovrebbe essere liberale e democratica, fondarsi sullo stato di diritto e far parte dell’Unione Europea, pur intrattenendo una relazione speciale con una Russia democratica. “Aspetta e spera!”, direte voi. Ma quando non si sa dove andare tutte le strade sono buone. E questa è la direzione da auspicare.
Sarebbe, ovviamente, un bene per l’Ucraina. Lo sarebbe, meno ovviamente, anche per l’Europa. Guardiamo ai nuovi equilibri di potere nel mondo e alle proiezioni demografiche riferite alla popolazione dell’Europa occidentale. Avremo bisogno dei giovani ucraini prima di quanto si pensi, per poter pagare le pensioni, mantenere la crescita economica e difendere il nostro stile di vita nel mondo post occidentale. Ancor meno ovviamente sarebbe un bene anche per la Russia, che ha perso un impero senza aver ancora trovato un ruolo. La sua identità incerta è inestricabilmente connessa alla radicata confusione circa l’Ucraina, culla della storia russa che molti russi ancora considerano appannaggio della loro nursery.
C’erano una volta dei giovani conservatori come David Cameron che condividevano la visione di un’Europa allargata all’insegna della libertà. Ispirati dalle rivoluzioni di velluto del 1989 e da Margaret Thatcher, detestavano la Piccola Europa statista, federalista e socialista di Bruxelles, ma amavano quel lontano orizzonte di libertà. Oggi il premier britannico non si pronuncia sull’Ucraina.
Ai tempi in cui Cameron era giovane e idealista erano i tedeschi ad avere un atteggiamento evasivo e favorevole alla stabilità in Europa dell’Est, mentre i britannici difendevano i diritti umani. Oggi Angela Merkel dichiara in parlamento, tra gli applausi, che le autorità ucraine non devono ignorare «i molti che hanno dimostrato protestando con coraggio di non voler voltare le spalle all’Europa. Devono essere ascoltati». Tra i seggi conservatori del parlamento britannico invece risuonano appelli a voltare le spalle all’Europa e a non far entrare le orde di europei dell’est pronti a scroccare prestazioni sociali. Tra i pochi ucraini ben accetti ci sono gli oligarchi, che ottengono in Gran Bretagna visti speciali per i super ricchi e acquistano immobili nelle zone più lussuose di Londra. Uno di loro, Rinat Akhmetov, ha speso 136 milioni di sterline per un appartamento nel lussuoso condominio One Hyde Park.
Di certo è difficile capire come poter cambiare le cose nel breve periodo. Questa non è più una rivoluzione di velluto, come quella arancione del 2004. È iniziata come protesta contro l’improvviso rifiuto da parte del presidente Viktor Yanukovych (liberamente e in buona parte legittimamente eletto) di sottoscrivere l’accordo di adesione alla Ue. I sondaggi di opinione rivelano che la maggioranza degli ucraini è favorevole a una maggiore integrazione europea. Il movimento di protesta a Kiev è stato battezzato non a caso Euromaidan. È però caratteristica delle rivoluzioni di velluto una disciplina che si mantiene ampiamente non violenta anche a fronte della violenta oppressione da parte dello stato, sfociando in un negoziato politico. Ora, soprattutto a causa della stupidità del regime di Yanukovych e della brutalità della sua milizia Berkut, ma anche per via di altre forze di opposizione attive in varie parti del paese diviso, il velluto ha preso fuoco.
Alcuni gruppi molto violenti di estrema destra sono saliti sulle barricate. È controverso quale ruolo giochino. Anton Shekhovtsov, ucraino, profondo conoscitore dell’estrema destra europea, che ha assistito alle ultime manifestazioni sostiene che, se è vero che esiste una frangia di teppisti neonazisti che si identifica soprattutto nel gruppo Martello Bianco, gran parte degli attivisti di destra si considerano rivoluzionari nazionalisti in lotta per l’indipendenza dalla Russia. Ma sposare la tesi più allarmista secondo cui l’Europa dovrebbe solo restare a guardare perché i cosacchi fascisti e antisemiti (vi risulta nuovo questo stereotipo?) stanno prendendo in mano la protesta è più ridicolo ancora che far finta che la piazza sia pacifica e serena come quella di Vaclav Havel a Praga nel 1989. Abbandonate ogni metanarrazione o voi giornalisti che entrate.
Più che ridicola è la tesi secondo cui l’UE non dovrebbe “intervenire” in alcun modo perché si tratta di una questione meramente interna ucraina. La Russia di Putin interviene pesantemente in Ucraina da anni, apertamente e no, mentre ribadisce il veto alle interferenze “esterne”. Negli ultimi dieci anni la Russia ha chiuso per due volte il rubinetto del gas per forzare la mano agli ucraini e i metodi utilizzati da Mosca dietro le quinte per convincere Yanukovy non sono esattamente da educande.
Invece l’oltraggioso intervento imperialista da parte dell’Ue è consistito nel proporre un accordo di adesione, con l’intento di mediare un accordo negoziato tra le parti in lotta e nell’esprimere un sostegno, in massima parte verbale, ai dimostranti non violenti e filoeuropei. Condannare questo “intervento” Ue erbivoro ignorando invece quelli carnivori da parte della Russia, equivale al doppio pensiero di Orwell o a un’ipocrisia bella e buona.
Ma l’interrogativo del compagno Lenin resta: che fare? I polacchi, assieme ad alcuni aderenti all’opposizione ucraina, chiedono una carota più grossa. “No alla legge marziale, sì a un piano Marshall”, dice il leader dell’opposizione Arseny Yatseniuk. Te lo sogni, caro Arseny. Altri chiedono sanzioni mirate da parte dell’Occidente contro il clan Yanukovy.
Temo che questo non cambi molto le cose. La storia si scrive ora per ora sul campo in Ucraina. Ma se il premier britannico vuole recuperare l’idealismo della sua giovinezza, mettendo in atto la realpolitik richiesta dal suo attuale incarico, gli suggerisco di dire una parolina in privato agli oligarchi. Uomini come Victor Pinchuk, Dmytro Firtash (autore di generose donazioni alla Cambridge University), e Akhmetov hanno grande influenza in patria. Sappiamo dove vivono - per lo più a Londra. Per fare quattro chiacchiere con discrezione davanti al caminetto il premier non deve far altro che fare un salto da Downing Street a One Hyde Park.
(Traduzione di Emilia Benghi)

Corriere 12.2.14
Eliminare un cittadino americano? Il dibattito che divide la Casa Bianca
Obama sta valutando un’operazione con i droni in Pakistan
di Massimo Gaggi


NEW YORK – Colpire o non colpire? Da mesi una condanna a morte tecnologica, un attacco di droni-killer pende sulla testa di un (anonimo) terrorista cittadino americano che organizza attentati in Pakistan. Alla Casa Bianca la questione è sul tavolo dall’estate scorsa, ma Obama non ha ancora deciso il suo inserimento nella «kill list». I droni della Cia che tengono il potenziale bersaglio sotto sorveglianza non possono attaccarlo perché, in base alle nuove direttive impartite nel giugno scorso, un cittadino americano non può essere eliminato da una struttura di spionaggio. Solo le forze armate, in determinate circostanze, hanno questo potere, ma i droni del Pentagono sono autorizzati a colpire solo nelle zone di guerra, in quelle senza legge (come certe parti della Somalia) o in Paesi che accettano una cooperazione militare con gli Usa: non è il caso del Pakistan.
Obama può scegliere di intervenire comunque data la gravità della minaccia, autorizzando la Cia a colpire anche un cittadino americano. Ma si esporrebbe all’accusa di aver preso, sia pure per cause di forza maggiore, una decisione incostituzionale. Gli è accaduto in passato quando ha dato via libera all’eliminazione di Anwar al-Awlaki, il terrorista basato nello Yemen ma originario del New Mexico colpito il 30 settembre del 2011 dopo che suo padre aveva fatto inutilmente ricorso contro la sentenza di morte in una corte federale. In alternativa Obama può scegliere di attaccare coi droni dell’Air Force contro la volontà del governo pakistano. Ma fin qui non lo ha fatto. Forse anche perché il ministero della Giustizia non ha completato la raccolta di elementi probatori contro un uomo che da un momento all’altro potrebbe diventare un bersaglio.
Così dal Congresso, che fino a un anno fa lo accusava di usare i droni con troppa facilità e in modo poco trasparente, adesso molti accusano il presidente di essersi legato le mani da solo per eccesso di garantismo: «Ha creato vincoli burocratici che, limitando gli interventi, mettono in pericolo i cittadini americani, i nostri soldati all’estero e spargono frustrazione tra gli alleati dell’America», accusa il presidente della Commissione Servizi segreti della Camera, Mike Rogers, repubblicano. Ma anche per la senatrice democratica Dianne Feinstein, presidente della Commissione sull’intelligence nell’altro ramo del Congresso, il trasferimento del potere di condurre attacchi con aerei senza pilota dalla Cia al Pentagono comporta grossi problemi, anche perché la Central Intelligence Agency ha accumulato molta più esperienza nell’uso dei droni killer.
Rispetto al suo predecessore, il presidente democratico ha cambiato strategia antiterrorismo: via i soldati da Iraq e Afghanistan, meno interventi militari sul terreno, ma più intelligence e attacchi chirurgici dal cielo con aerei senza piloti e missili Hellfire . Secondo i dati del National Security Program in cinque anni di presidenza, dal 2009 alla fine del 2013, Obama ha autorizzato 321 attacchi con droni killer (oltre 1500 le vittime complessive) rispetto ai soli 44 autorizzati da George Bush nei suoi anni alla Casa Bianca (gli ultimi quattro perché solo dal 2005 questo sistema di arma è divenuto davvero operativo).
Ma l’eliminazione di presunti terroristi sulla base di indagini e prove tenute rigorosamente segrete, le molte vittime civili e le accuse di violazione della Costituzione Usa per aver deliberato l’uccisione senza processo anche di cittadini americani, hanno spinto, come detto, Obama a essere sempre più prudente. Ha spiegato più volte in pubblico la sua strategia contro Al Qaeda e le altre centrali del terrore. Ha fatto trapelare sulla stampa fin dal 2012 i suoi tormenti di uomo chiamato, da comandante supremo delle forse Usa, a dire l’ultima parola sulla kill list preparata dai suoi funzionari nella riunione antiterrorismo che si svolge ogni martedì mattina nella Situation room della Casa Bianca.
Un costituzionalista diventato politico della sinistra progressista chiamato a decidere se è moralmente giustificato rischiare di uccidere familiari, bambini compresi, per eliminare un pericoloso terrorista che sta preparando attacchi micidiali. Eliminare solo chi sta per attaccare bersagli in territorio Usa? O anche chi organizza attentati contro bersagli americani nel mondo o contro Paesi alleati degli Stati Uniti?
Per molto tempo queste domande sono rimaste senza risposte, facendo infuriare le organizzazioni che pongono la difesa dei diritti umani davanti alle esigenze di sicurezza. Ora che Obama ha cominciato a cercare quelle risposte («il bersaglio deve rappresentare una minaccia imminente e continua per cittadini Usa» secondo l’ultima formulazione legale) il Congresso contesta la sue mosse.

Corriere 12.2.14
Cina e Taiwan tornano a parlarsi
Miracoli dell’economia di mercato
di Guido Santevecchi


Chi si ricorda più di Taiwan e del Kuomintang, per oltre sessant’anni bastione anticomunista di fronte alle coste della Cina? Oltre ai grandi fabbricanti d’armi americani e francesi che riforniscono l’arsenale taiwanese, solo Pechino si interessa davvero, da un punto di vista politico, alla «provincia ribelle» dove nel 1949 si rifugiò Chiang Kai-Shek con i resti dell’armata sconfitta da Mao. Ancora nel 1995-1996 l’Esercito popolare di liberazione sparò missili nelle acque davanti a Taiwan per ammonire gli indipendentisti.
Sembra passato un secolo. Ieri un fatto storico, che oggi sembra normale: a Nanchino si sono aperti colloqui politici ad alto livello tra le due delegazioni. È la prima volta che rappresentanti governativi di Pechino e Taipei si incontrano in 65 anni dalla fine della guerra civile. Finora i contatti erano sempre stati tra organizzazioni private o ex politici in pensione. L’obiettivo finale della Repubblica popolare cinese è riprendere il controllo della «provincia ribelle». Taipei punta al mantenimento dello status quo e all’apertura di uffici di rappresentanza politica nei due Paesi.
Con l’ascesa di Pechino a seconda potenza economica mondiale, le ambasciate di Taipei nel mondo sono in via d’estinzione, l’unica importante, formalmente, è quella presso la Santa Sede. Ma dalla parte di Taiwan c’è sempre il patto con Washington, che si impegnò a difenderla in caso di attacco cinese. I sondaggi d’opinione dicono che l’80% della gente di Taiwan vuole il mantenimento dello status quo: una condizione di semi-indipendenza di fatto. Il presidente cinese Xi Jinping ammonisce: «Non possiamo lasciare il problema irrisolto di generazione in generazione».
La formula «un Paese due sistemi» era stata coniata proprio per il caso Taiwan e ha funzionato per il rientro nella madrepatria di Hong Kong e Macao. Ma c’è già un’unione di fatto, economica. L’interscambio commerciale tra Cina e Taiwan è raddoppiato negli ultimi cinque anni, ha raggiunto i 197 miliardi di dollari nel 2013; il surplus a favore di Taiwan è di 116 miliardi; ci sono due milioni di imprenditori taiwanesi sul continente e 800 mila solo a Shanghai. Forse ci sono «due Paesi e un sistema»: quello dell’economia di mercato.

La Stampa 12.2.14
Tua moglie è dei Fratelli Musulmani?
“E’ come avere una bomba nel letto, divorziare è legittimo”
L’ultimo messaggio di Mazhar Shahin, l’ascoltatissimo imam della rivoluzione egiziana, che punta a trasformare la militanza nella Fratellanza Musulmana in una causa di disgregazione, lite e separazione familiare.
di Maurizio Molinari

qui

La Stampa 12.2.14
Gli arci-nemici Iran e Israele. E se si andasse verso un “reset”?
Le posizioni formali dei due Paesi sono immutate, ma si intravedono segnali di cambiamento
Diversi gli analisti che ne parlano, come l’israeliano Ben Caspit: “Si discute la necessità di una rivalutazione della minaccia iraniana, sulla base di suoni e immagini che arrivano da Teheran”
di Maurizio Molinari

qui

l’Unità 12.2.14
Gramsci e il «giallo» della lettera
L’atto fondativo del giornale fu sequestrato nel ’23 ritrovato e di nuovo smarrito
È fondamentale pere capire  la svolta che il fondatore impose al Pci
di Francesco Giasi

Vicedirettore Fondazione Istituto Gramsci

Il 21 settembre 1923 la polizia irruppe in un appartamento della periferia di Milano arrestando i principali dirigenti del Pci sino ad allora scampati alla repressione di Mussolini. Tra gli arrestati vi erano Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Alfonso Leonetti, futuro direttore de l’Unità. Il segretario del partito, Amadeo Bordiga, era stato imprigionato a febbraio, mentre Gramsci era costretto a rimanere a Mosca poiché in Italia era stato spiccato contro di lui un mandato di cattura.
Nel corso della perquisizione dell’appartamento milanese la polizia aveva sequestrato tutte le «carte sparse sul tavolo» e «tutte le altre rinvenute indosso ai fermati». Tra le carte sequestrate vi era probabilmente anche la lettera del 12 settembre 1923 - la famosa lettera sulla fondazione de l’Unità - in cui Gramsci definiva i caratteri da dare a un nuovo quotidiano e le ragioni del suo titolo. La fondazione del giornale s’era resa necessaria dopo la fallita fusione con il Psi e la riunione milanese era stata convocata anche per affrontare questo tema. C’era la necessità di dar vita a un quotidiano diffuso tra i lavoratori come lo era stato l’Avanti! e in grado di «vita legale» sotto un governo che utilizzava il minimo pretesto per colpire la stampa di opposizione. Ma nella sua lettera Gramsci andava oltre questi due obiettivi e, nel definire le funzioni da attribuire al giornale, presentò, in forma abbreviata, un nuovo programma per il suo partito. Il nome del giornale avrebbe dovuto evocare innanzitutto l’unità tra Settentrione e Mezzogiorno in quanto egli era convinto che l’appello all’unità di operai e contadini lanciato dall’Internazionale comunista dovesse tradursi in «Repubblica federale degli operai e dei contadini» per sconfiggere gli autonomismi e superare il centralismo dello Stato sabaudo. Le volontà di Gramsci rimasero sconosciute per alcune settimane a causa degli arresti di settembre. Togliatti fu liberato alla fine dell’anno e, il 12 febbraio 1924, l’Unità, quotidiano degli operai e dei contadini, vide la luce nella forma abbozzata da Gramsci cinque mesi prima.
La lettera di Gramsci rimase nelle mani della polizia e nessuna copia è stata mai rintracciata negli archivi del partito. Ancora nel 1961, nel presentare un insieme di documenti sulla formazione del gruppo dirigente del Pci nel biennio 1923-24, Togliatti ne ricostruì il contenuto a memoria. Lo fece in modo dettagliato e fedele come si poté riscontrare due anni dopo quando la lettera fu finalmente ritrovata nei fondi di polizia dell’Archivio centrale dello Stato e pubblicata da Stefano Merli sulla Rivista storica del socialismo. Non fu però specificato in quale fascicolo la lettera fosse stata rinvenuta e non risulta che sia stata più rintracciata in seguito. Per l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci, dopo alcune ricerche andate a vuoto, si è deciso di utilizzare una trascrizione dattiloscritta conservata nell’archivio della rivista di Merli. Ma le ricerche continuano.
La lettera «smarrita» è un documento imprescindibile per la ricostruzione della biografia di Gramsci in quanto l’atto fondativo de l’Unità è strettamente collegato alla nuova direzione che egli impose al partito comunista a partire da quella data. Egli aveva ormai avviato la più radicale critica agli esiti della scissione di Livorno da lui giudicata come «il più grande trionfo della reazione». La maggioranza degli operai e dei contadini non avevano seguito il Partito comunista, mentre il Partito socialista si ritrovava lacerato da insanabili divisioni. Lo sfacelo del socialismo italiano, a partire dal gennaio 1921, aveva favorito il successo del fascismo e la rapida ascesa al potere da parte di Mussolini. Per quasi tre anni si erano protratte le trattative per ricomporre ciò che si era scisso a Livorno ma, dopo lunghi dissidi, la riunificazione riuscì in minima parte, poiché passò al Pci soltanto la piccola componente guidata da Giacinto Menotti Serrati. Al tempo stesso Gramsci espresse - dopo lunghi tentennamenti («anguilleggiamenti», li chiamò lui stesso) - i più severi giudizi sui primi due anni di vita del Pci. Criticò la concezione meccanicistica e deterministica di Bordiga sostenendo che il Partito comunista, nato per ovviare all’inadeguatezza del Psi, non aveva avuto né la capacità di dirigere gli operai né di rappresentare le enormi masse contadine; affetto da settarismo e massimalismo, non aveva saputo opporre nulla di significativo alla travolgente forza del fascismo.
Chiedendo di «dare importanza specialmente alla questione meridionale» di occuparsi del particolare rapporto esistente in Italia tra contadini e operai, Gramsci indicava temi che egli avrebbe costantemente trattato fino al momento dell’arresto. Su questo terreno avvicinò a sé il bordighiano Ruggero Grieco, il sindacalista rivoluzionario Giuseppe Di Vittorio e il leader cattolico cremonese Guido Miglioli, ricevendo gli apprezzamenti di intellettuali antifascisti meridionali come Guido Dorso. L’attenzione rivolta ai problemi del Mezzogiorno, alle classi rurali e alla questione delle alleanze tra le diverse classi lavoratrici consentì al partito di uscire dall’isolamento a cui era stato ridotto dalla direzione bordighiana e di inaugurare una politica capace di ricevere «la simpatia delle grandi masse », come si legge nel suo primo articolo pubblicato su l’Unità il 21 febbraio 1924.
Eletto deputato, Gramsci rientrò in Italia, da Vienna, quando il giornale usciva già da tre mesi. Dall’estate del 1924 - mentre il fascismo sembrava irrimediabilmente indebolito dal caso Matteotti - assunse la carica di segretario del partito e seguì la vita del quotidiano alla maniera di un direttore. Giornalista a l’Avanti! di Torino dal 1915, fondatore e animatore di riviste e quotidiani, considerava l’attività politica non separabile da quella giornalistica. Una delle sue ultime lettere prima dell’arresto contiene un severo richiamo alla redazione del suo giornale in nome della serietà del lavoro giornalistico. l’Unità uscì per l’ultima volta il 31 ottobre 1926, il giorno dell’attentato di Bologna a Mussolini. In tre anni aveva subito 146 sequestri e due periodi di sospensione; la tiratura media si era aggirata intorno alle 30mila copie (con punte di 70mila nell’estate del 1924).
Una settimana dopo la chiusura del giornale Gramsci non riuscì a sfuggire all’arresto mentre le leggi eccezionali decretarono la definitiva instaurazione del regime fascista.

Corriere 12.2.14
Addio a Stuart Hall studioso di Gramsci


Inglese di origine giamaicana, il sociologo Stuart Hall, scomparso all’età di 82 anni, apparteneva alla schiera piuttosto fitta degli studiosi anglosassoni influenzati dal pensiero di Antonio Gramsci, soprattutto in relazione al concetto di cultura nazionalpopolare. Esperto delle comunicazioni di massa era considerato un padre del multiculturalismo per le sue ricerche sugli immigrati extraeuropei in Gran Bretagna. Tra i suoi testi tradotti in italiano: Il soggetto e la differenza (Meltemi, 2006) e Politiche del quotidiano (Il Saggiatore).

il Fatto 12.2.14
Il “tesoro di Hitler”: altre 60 opere tra Monet e Picasso


RITROVATE altre 60 opere d’arte nell’appartamento di Salisburgo del collezionista tedesco Cornelius Gurlitt, nella cui casa di Monaco di Baviera erano già stati rinvenuti circa 1.500 capolavori noti come “tesoro di Hitler”. Lo riferisce l’agenzia di stampa tedesca Dpa, citando come fonte il portavoce dell’anziano collezionista, Stephan Holzinger. Tra le nuove opere scoperte ci sono pezzi di Claude Mo-net e Pablo Picasso. Gli esperti sono ora al lavoro per determinare se alcuni di questi quadri appartengano al gruppo di opere confiscate dai nazisti durante il Terzo Reich, ma il portavoce riferisce che al momento non sembra questo il caso. Molti dei capolavori ritrovati a Monaco, invece, erano parte di quelli classificati nel Terzo Reich come “arte degenerata” e sequestrati dai musei tedeschi nel 1937. Per “arte degenerata” si intendono opere perlopiù moderne o astratte realizzate da artisti che il regime di Hitler riteneva avessero caratteristiche “devianti”, spesso attribuite alla corruzione ebrea, che potevano influenzare negativamente i cittadini. Le tele di Monaco erano state ritrovate nel 2012 in una perquisizione, ma la storia è venuta fuori solo lo scorso 3 novembre.

Repubblica 122.14
Dai testi religiosi al pensiero laico e fino alla Costituzione torna il richiamo alla tutela della Terra, bene comune, contro l’ecocidio
La bellezza ci salverà
La santa alleanza di ambiente, paesaggio e cultura
di Salvatore Settis


«È urgente elaborare un pensiero comune pratico, uno stesso insieme di convinzioni volte all'azione, innescata dal bene comune e indirizzata alla politica». Sono parole di Jacques Maritain all’Unesco, nel clima della guerra fredda (1947). Ma valgono ancora oggi come un’agenda minima per reagire alla devastazione della natura, al cieco accanimento con cui (gli italiani in prima linea) continuiamo a distruggerla cannibalizzando ambiente e paesaggi. Si suol dire che «la bellezza salverà il mondo». Sono parole che Dostoevskij (nell’Idiota) mette in bocca al principe Myškin, e che in quel contesto hanno un contenuto intensamente mistico. Ma non dobbiamo usarle come un mantra auto-assolutorio: dovremmo sapere, invece, che la bellezza non salverà il mondo se noi non sapremo salvare la bellezza.
Intuizioni religiose e pensiero laico devono convergere, secondo le parole di Maritain. Proviamo a darne qualche esempio. Isaia 5,8: «Guai a voi che ammucchiate casa su casa e congiungete campo a campo finché non rimanga spazio e restiate i soli ad abitare la Terra. Ha parlato alle mie orecchie il Signore degli eserciti: “Edificherete molte case ma resteranno deserte per quanto siano grandi e belle e, non vi sarà nessuno ad abitarle”». Parole che paiono scritte per l’Italia di oggi, dove si edifica “casa su casa” in nome della favoletta secondo cui solo l’edilizia è motore di sviluppo; ma i 5 milioni di appartamenti invenduti e la cementificazione del territorio senza nessun rapporto con l’inesistente crescita demografica dimostrano che non è così. Al di là di questa suggestione, il passo di Isaia evidenzia efficacemente il contrasto fra crescita delle case e devastazione dei campi coltivati.
Altro esempio tratto dai libri sacri, il detto Ama il prossimo tuo come te stesso, che è già nel Levitico e poi nei Vangeli. Commentandolo, Enzo Bianchi ha scritto che questo precetto «non basta più; oggi bisogna dire: “Amerai la Terra come te stesso”»; perché la Terra non è «uno scenario per l'uomo, ma costituisce una comunità la cui relazione è stretta e decisiva per gli animali, per le piante, per noi. In cui uno stesso spazio è condiviso ed abitato ed in cui vive un unico destino, in cui ci deve essere solidarietà per abitare armoniosamente in pace la Terra ». Ma che cosa voleva dire Nietzsche, quando (in una pagina del Così parlò Zarathustra) scrive: «Il vostro amore del prossimo è cattivo amore per voi stessi. Vi consiglio io forse l'amore per il prossimo? No; io vi consiglio la fuga dal prossimo e l'amore verso i più lontani; perché più nobile dell'amore per il prossimo è l'amore per i più lontani e per l'avvenire. Il “futuro” e “quel che è più lontano” siano dunque, per te, la causa che genera l'oggi». Dietro l’apparente svalutazione del precetto evangelico emerge la sua radicalizzazione: in nome della superiorità del futuro sul presente, Nietzsche suggerisce che dobbiamo amare non tanto i “prossimi”, troppo simili a noi, bensì i lontani: soprattutto i lontani nel tempo, le generazioni future. È per loro che dobbiamo preservare la Terra.
Nella vivace discussione sui diritti delle generazioni future, i temi ricorrenti sono la protezione del clima e dell’atmosfera, la conservazione della biodiversità, la tutela dell’ambiente, la gestione delle fonti di energia e dei rifiuti, il controllo delle biotecnologie, la tutela del patrimonio culturale. Il nesso forte tra bellezza e salute (del corpo e della mente), e dunque fra “paesaggio” e “ambiente”, è parte essenziale di questa storia, che ha radici assai antiche. In un trattato attribuito a Ippocrate, Arie acque luoghi(fine del V secolo a.C.) è chiaro il nesso fra malattia e ambiente; perciò le patologie vi sono distinte fra “comuni” a tutti e “locali”, cioè legate a infelici condizioni ambientali. Fu questa una preoccupazione costante della medicina greca, e non solo: un decreto di Atene del 430 a.C. vietava «di mettere i pellami a imputridire nel fiume Ilisso, di praticare in quell’area la concia delle pelli e di gettarne gli scarti nel fiume». Nello stesso spirito, Platone scrive nelle Leggi che «l’acqua si inquina facilmente; perciò è necessario proteggerla per legge. E la legge deve punire chiunque corrompa l’acqua sapendo di farlo, condannandolo a pagare un’ammenda e a ripulire l’acqua a proprie spese».
Oggi dobbiamo ripetere gli stessi identici principi, ma estendendo enormemente lo sguardo. Nessun crimine ambientale è abbastanza lontano da noi da poterlo ignorare: non la deforestazione in Brasile, non il “continente di plastica” (grande quattro volte l’Italia) che galleggia nel Pacifico, non la distruzione di specie vegetali e animali nel Madagascar, non le conseguenze dei disastri nucleari in Ucraina e in Giappone. In questo pianeta senza vere lontananze, “l’amore verso i più lontani” fa tutt’uno con la cura per noi stessi. Ma le generazioni future hanno davvero diritti, anche se non sono in grado di rivendicarli? E in nome di che cosa noi dobbiamo rappresentare oggi i loro diritti di domani?
Distinguiamo, come facevano i Romani, gli immutabili principi del Diritto (ius)dalla mutevole varietà delle leggi (leges),calibrate ad arbitrio dei governanti. Orientiamo la bussola sulle istanze di fondo di un alto sistema di valori incardinato sulla protezione della natura e della salute umana, ma anche sull’etica pubblica e la moralità individuale. Le singole leggi possono conformarsi o meno a questi alti principi, ma quando non lo fanno la disobbedienza civile è un dovere. Disobbedienza ispirata dalla nozione di pubblico interesse, che rilancia temi assai antichi: perché quando gli antichi Statuti dei Comuni e le leggi degli Stati preunitari parlavano di bonum commune o di publica utilitas avevano di mira proprio i diritti delle generazioni future, ed è per questo che hanno costruito per noi le città che abitiamo, i paesaggi che andiamo devastando.
Nel suo Principio responsabilità(1979), Hans Jonas scrive che «la comunanza dei destini dell’uomo e della natura, riscoperta nel pericolo, ci fa riscoprire anche la dignità propria della natura, imponendoci di conservarne l’integrità ». È «l’imperativo ecologico», che secondo Peter Häberle comporta «un nuovo sviluppo dello Stato costituzionale, che deve ormai assumere responsabilità verso le generazioni future, e perciò è obbligato a tutelare l’ambiente, deve cioè diventare uno Stato ambientale di diritto». È di qui che nascono la nozione di ecocidio e la proposta di creare un tribunale internazionale contro i crimini ambientali. È di qui che ha origine il nesso forte fra diritto ambientale e diritto alla salute, che si sta affermando nelle nuove Costituzioni come quella della Bolivia (2009), che prescrive «un ambiente sano, protetto ed equilibrato» per «gli individui e le comunità delle generazioni presenti e future» (art. 33). Ma la priorità del bene comune è centralissima già nella nostra Costituzione, in particolare nell’art. 9 (tutela del paesaggio e del patrimonio artistico), nel suo intimo nesso con l’art. 32 (diritto alla salute), evidenziato dalla Corte Costituzionale. Ambiente, paesaggio, beni culturali formano un insieme unitario e inscindibile con la cultura, l’arte, la scuola, l’università e la ricerca. Con esse, concorrono in misura determinante al principio di uguaglianza fra i cittadini, alla loro «pari dignità sociale» (art. 3), alla libertà e alla democrazia. Per la nostra Costituzione, attualissima ma inattuata, la tutela dell’ambiente, del paesaggio, dei suoli agricoli è strumento di libertà e di democrazia. Perciò è triste che si parli tanto di cambiare la Costituzione, e così poco di metterne in pratica i principi e lo spirito.

Repubblica 12.2.14
The Sound of Science
Quando la musica entra in laboratorio
Fisici che analizzano le danze dei dervisci, bosoni tradotti in note e particelle che ispirano sinfonie
Da Galileo a oggi i rapporti tra ricerca e armonia sono insospettabilmente molto stretti
di Massimiano Bucchi


Tra la cinquantina di personalità raffigurate sulla celebre copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967) c’è anche lo scrittore inglese Aldous Huxley. Nipote dello strenuo sostenitore dell’evoluzionismo Thomas Henry Huxley (“il mastino di Darwin”), fratello del biologo Julian e fratellastro del premio Nobel Andrew Huxley, Aldous aveva intuito nel romanzo Il Mondo Nuovo (1932) alcuni dei dilemmi centrali nel rapporto tra scienza e società contemporanea. È probabile, tuttavia, che i Beatles associassero il nome di Huxley soprattutto ai suoi scritti sugli allucinogeni. Sulla stessa copertina, accanto a Karl Marx, spunta anche il volto dello scrittore Herbert George Wells, tra i padri del “romanzo scientifico” con opere come L’Isola del dottor Moreau– nonché egli stesso studente nei corsi di biologia di Thomas Huxley!
Gli intrecci tra musica e contenuti, figure e immagini dell’ambito scientifico sono molteplici e ricorrenti. La forma più conosciuta vede i musicisti attingere suggestioni dagli sviluppi scientifico- tecnologici e dai loro riflessi sociali e culturali – in ambito pop è facile citare i lavori di Kraftwerk, Franco Battiato e Brian Eno negli anni Settanta.
Forse meno noto, ma talvolta significativo, è il ruolo che elementi e tecniche della musica e della danza possono avere nell’ispirare o perfino accompagnare il lavoro degli stessi scienziati.
In uno studio pubblicato recentemente sul New Journal of Physicsche forse incuriosirebbe lo stesso Battiato, un gruppo di fisici analizza le rotazioni con cui i Dervisci imprimono alle proprie tuniche movimenti «che sembrano sfidare la gravità e il senso comune ». La loro analisi rivela l’importanza della forza di Coriolis, la stessa che è alla base di fenomeni atmosferici come i cicloni. La comprensione della danza dei Dervisci potrebbe altresì aiutare a comprendere le sollecitazioni a cui sono sottoposti componenti rotanti come dischi a turbina o hard disk.
La musica può essere per gli scienziati anche strumento di lavoro. Per indagare la sensibilità alle vibrazioni sonore dei lombrichi, Charles Darwin si affidava al talento pianistico della moglie Emma. Scoprì così che erano indifferenti al suono del piano, ma non alle vibrazioni: “un do in chiave di basso” fece immediatamente ritirare i lombrichi posti su un vaso sopra il pianoforte. Allorché dovette risolvere il problema di suddividere con precisione il tempo per i suoi esperimenti sul piano inclinato in assenza di cronometri, Galileo, figlio di un musicista, ricorse molto probabilmente al ritmo del canto e a corde di budello posizionate in modo assai simile ai tasti mobili di un liuto, strumento che conosceva bene.
Molto più recente, ma in rapida crescita, è il fenomeno della cosiddetta “sonificazione”: la traduzione di dati di ricerca in forma sonora, accanto alle più comuni forme di visualizzazione grafica. Alcuni di questi progetti puntano ad avvicinare in modo inconsueto il pubblico a temi e contenuti scientifici. È il caso della composizione Bonner Durchmusterung, commissionata al compositore Markus Schmickler per l’anno internazionale dell’astronomia, dieci movimenti basati su altrettanti dataset astronomici (eruzioni solari, pulsar, stelle di neutroni). Nel campo della genetica, il progetto Life Music trasforma in musica le sequenze proteiche. Per la biologa Mary Anne Clark, l’idea è «entrare in una cellula vivente così come si entra nel corridoio di una scuola di musica… sentire i ribosomi ticchettare la sintesi proteica, suonare le loro sequenze, nota per nota, sulla base di uno spartito genetico». Lo scopo del progetto «non è tanto quello di creare musica dalle strutture proteiche, ma di scoprire la musica che esse incorporano, una musica genetica dalla tradizione ben più antica di quella della musica scritta, almeno 3,8 miliardi di anni».
Difficile pensare che gli esperimenti al Cern, in questi anni al centro dell’attenzione scientifica e mediatica, non potessero offrire spunti anche sul piano musicale. Il progetto LHCsound, nato nel2010, ha tra i propri obiettivi, oltre a rendere accessibile ai non esperti ricerche scientifiche complesse ed astratte, quello di «introdurre i fisici delle particelle alla possibilità di usare la sonificazione come tecnica di analisi». La fisica Lily Asquith, che ne ha presentato i “risultati sonori” anche al Festival Jazz di Montreux, ricorda che il lavoro è partito dalla constatazione del fatto che «talvolta, parlando tra di noi, ci capita di associare le proprietà delle diverse particelle a suoni, oltre che colori, paragonandone per esempio il comportamento al suono di un sacchetto di patatine difficile da aprire».
Due anni dopo, nell’ambito di un altro progetto, anche il bosone di Higgs è stato tradotto in musica. Usando la stessa infrastruttura usata dai ricercatori per i propri dati, Domenico Vicinanza e i suoi colleghi hanno trasformato in note la rilevazione della particella. Il risultato è una breve melodia, spiega Vicinanza, «che potrebbe essere usata da un ricercatore non vedente per comprendere esattamente dove si trova il picco del segnale del bosone di Higgs» oppure «dare a un musicista la possibilità di esplorare il mondo affascinante della fisica delle alte energie».
Di tutt’altro tono è Higgs Boson’s Blues,tra i pezzi di punta del nuovo album del cantautore australiano Nick Cave, dove il nome della particella è pura suggestione per un misterioso viaggio verso Ginevra. Resta da vedere quale brano avrà maggiore successo, e soprattutto chi incasserà i diritti d’autore che spettano al bosone.

Corriere 12.2.14
In Giappone è nato il fantacervello e suona la «sinfonia» di quello vero
Uno scienziato ha scoperto e riprodotto le risonanze dell’organo umano
In un laboratorio futuristico vicino a Tokyo si studiano proprietà finora ignote legate ai neuroni
di Massimo Piattelli Palmarini


Situata a un’ora di treno veloce da Tokyo, la linda e impersonale cittadina di Tsukuba è un moderno tempio della ricerca scientifica. Al suo interno si trova lo Nims (Istituto Nazionale per la Scienza dei Materiali), al cui interno si trova il futuristico laboratorio dell’Ancc (Centro Avanzato di Nano-Caratterizzazione), al cui interno lavora il gruppo di microscopia (avanzata, manco a dirlo) di sonde a scansione www.anirbanlab.co.nr, capitanato da Anirban Bandyopadhyay, giovialissimo e spiritoso chimico, fisico e biologo indiano, a dispetto di un cognome quasi impronunciabile (ogni volta devo controllare come si scrive esattamente, ma basta Anirban per gli amici). Lo attorniano altri giovani simpatici scienziati indiani, dai nomi quasi altrettanto impronunciabili.
Formatosi in Inghilterra (Università di Sheffield) e negli Stati Uniti (Michigan Technological University) cominciò a far parlare di sé quando realizzò, nel 2008, un nano-calcolatore, usando un complesso anello di complesse molecole, di un composto chiamato (teniamoci bene) niente meno che 2,3-dichloro-5,6-dicyano-p-benzoquinone (Ddq). Non consiglio di imitarlo, per motivi di spesa, in quanto questo nano-calcolatore molecolare deve giacere su un sottilissimo supporto di oro zecchino. Anirban è convinto propugnatore della computazione visiva, cioè di trasformazioni molecolari ben scandite visibili ad occhio nudo, ma con l’ausilio di possenti e costosi, speciali proiettori. Da quando andai a visitarlo nel 2012, e vidi i suoi nano-calcolatori, ha prodotto nuove meraviglie, questa volta direttamente connesse con il funzionamento del cervello.
In questi mesi è in visita al Mit, e ha appena pubblicato, in febbraio, un lavoro in cui descrive la costruzione di un computer simile al cervello (brain-like , nelle sue stesse parole) realizzato in un materiale, però, inorganico. Ometto i nomi dei suoi cinque coautori, in quanto quello per noi più pronunciabile è Subratha Ghosh. Menziono solo, e gli chiedo di spiegarci, i termini «frequency-fractal computing», riportando qui ed ora che si tratta, secondo le sue parole, di una nuova classe di calcolatori. Seguiamolo passo passo nella sua spiegazione.
Si sono misurati i picchi di risonanza elettromagnetica di alcuni componenti del cervello (quello vero). In particolare neuroni, DNA, proteine e quei sottilissimi filamenti interni ai neuroni (e alle cellule in genere) chiamato micro-tubuli. La scoperta è che ciascuno di questi componenti del cervello, pur tra loro diversissimi, mostra tre bande di risonanza. Queste si sovrappongono in parte, formando, quindi, una catena di risonanze. Uso un paragone intuitivo per capire questo risultato. Dato che le dimensioni di un neurone intero stanno a quelle del DNA contenuto al suo interno come una città sta ad una casa, sarebbe come aver scoperto che Milano emette tre nettissimi fischi, e che ogni quartiere di Milano emette tre simili fischi e così ogni casamento e ogni appartamento. La parziale sovrapposizione di tutti questi fischi crea una sorta di motivo acustico generale. Il ritmo di ripetizione dei fischi è dato da due orologi, uno molto lento, uno molto veloce, che filtrano ogni trasmissione di segnali. Ogni orologio sta dentro un altro orologio che sta dentro un altro orologio, quasi all’infinito.
Anirban non ha peli sulla lingua e dice: «L’intero paradigma delle computazioni che avvengono nel cervello cambia drasticamente. La logica del sistema diventa di grande astrazione, diversa da quanto era stato fino ad ora supposto. Per esempio, il modello classico in termini di automi alla Turing non regge più. Pensiamo di aver dischiuso un nuovo mondo di computazioni, realizzandolo concretamente anche al livello ingegneristico». Anirban ha anche messo a punto delle sonde ultra-microscopiche, enormemente più piccole della proverbiale capocchia di uno spillo, capaci di rivelare i segnali dei minimi componenti interni di un neurone, senza perturbare il funzionamento del neurone nel suo complesso. Mi spiega come una immensa sinfonia di vibrazioni, di risonanze ripetute a vari livelli, può spiegare l’informazione generata e immagazzinata nel cervello.
Il simulatore inorganico appena da lui costruito, seppur molto più semplice di un vero cervello, riproduce su scala ridotta i processi essenziali. Dato che decisamente non è in vena di modestia, chiedo ad Anirban in cosa questo suo approccio si differenzia dalla neurobiologia tradizionale. «La neuroscienza standard parla solo di neuroni, reti di neuroni e contatti tra neuroni come gli agenti della computazione nervosa. Va bene, certo, ma di enorme importanza sono anche i micro-tubuli, filamenti vibranti all’interno dei neuroni, veri e propri nano-calcolatori. Vi sono, quindi, calcolatori entro calcolatori entro calcolatori. Per questo abbiamo un fenomeno frattale».
Qui occorre, penso, una piccola precisazione. Il compianto matematico Benoit Mandebrot, inventore dei frattali, usava l’immagine di una costa rocciosa. La complessità della costa mediterranea, poniamo, tra Lerici e Turbia, vista dall’alto, è la stessa di quella di dieci chilometri di quella costa visti da un punto più basso, che è la stessa di quella di un chilometro di costa visto da ancora più in basso, giù giù fino a un metro di costa. Un oggetto frattale possiede un tipo di complessità che si riproduce identica a molti livelli di scala. Anirban sostiene che questo sia il caso delle risonanze e delle computazioni del cervello. Indugia in dettagli su come questo spieghi, tra l’altro, le frequenze e i profili dei tracciati dei normali elettroencefalogrammi. Conclude dicendomi che i libri di testo di neuroscienze del futuro mostreranno in grande evidenza anche i micro-tubuli e conterranno interi capitoli di fisica dei quanti, andando oltre (e dentro) quei flussi di molecole cariche (gli ioni) che distribuiscono i potenziali elettromagnetici lungo tutto il cervello.
Quando, poi, Anirban si inoltra con entusiasmo sul fatto che i grafici log-log delle sue simulazioni non sono lineari, ma contengono ulteriori grafici log-log , quasi all’infinito, lo ringrazio e lo saluto. Temo che i microtubuli dei nostri lettori e lettrici comincerebbero ad agitarsi oltre i tre picchi delle risonanze normali

Repubblica 12.2.14
Suicida sorella della Roberts. In un messaggio accuse all’attrice
Nancy Motes aveva 37 anni. I rapporti con la “pretty woman” di Hollywood si erano interrotti l’estate scorsa
di P. G. B.


ROMA — Nancy si è uccisa, e ha puntato un dito d’accusa verso Julia Roberts: erano nate dalla stessa madre, ma Julia era diventata bella e famosa mentre lei aveva trascorso una vita a sentirsi cicciottella e a vivere nella sua ombra. Lo ha scritto in una lettera di cinque pagine, «tre delle quali dedicate a spiegare che sua sorella l’aveva portata a un gesto simile. Poi c’era una pagina per sua madre, e l’altra per chiedere scusa al suo fidanzato », ha raccontato alDaily News una fonte anonima “vicina agli inquirenti”. NancyMotes aveva 37 anni, il suo corpo è stato trovato domenica nella vasca da bagno della sua casa di Los Angeles. I rapporti tra le due sorellastre si erano interrotti l’estate scorsa, quando un’intervista-verità di Nancy accusava “pretty woman” di averle impedito di vedere la madre malata. Negli ultimi giorni aveva scritto tweet pieni di insulti contro l’attrice premio Oscar: «Volete davvero essere fan di una persona così crudele?».
(p. g. b.)

Corriere 12.2.14
La delusione per i bonus libri
Siamo un Paese qualunque


Il 30 maggio 2013, l’Aie (Associazione italiana editori) ha rivolto un appello al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e ai ministri per i Beni Culturali e ambientali, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in cui chiedeva che si potesse sottrarre nella dichiarazione dei redditi il 50 per cento della spesa per l’acquisto di libri. Nel testo faceva presente la «catastrofe libraria» degli ultimi anni (più del 20 per cento di lettori in meno) e la crisi che subivano tutte le attività legate al libro.
Per convincere i suoi interlocutori faceva appello all’interesse dello Stato per la «salute mentale» dei cittadini e al risvolto economico che un incremento della lettura non potrebbe non avere. È interessante che non si facesse parola dell’argomento che dovrebbe per primo affacciarsi: l’importanza che riveste la cultura per un Paese e la centralità del libro come suo strumento. Forse all’Aie questo argomento è sembrato troppo ovvio perché valesse la pena di ricordarlo.
Eppure, al di là delle ragioni economiche e dell’importanza della salute mentale del cittadino, la vera ragione per un simile intervento è proprio che un Paese, senza la sua cultura, smette di esistere. Cioè di avere un’identità. Perché questo è un Paese: la sua lingua, la sua memoria, le sue abitudini, il suo sguardo sul mondo, la sua capacità di pensare, di raccontare storie e di ascoltarle, insomma la sua cultura. Un Paese che non si prende cura di questo aspetto del suo modo di essere è destinato a quel che possiamo tranquillamente chiamare «barbarie», cioè a diventarsi estraneo, straniero, a diventare un «Paese qualunque». E non sembra davvero un’esagerazione, guardando lo spettacolo recente del Parlamento, e la ridda di insulti e capricci che è diventata la nostra vita politica. Una vita semplicemente e radicalmente incolta.
Sembrava, prima di Natale, che questo appello fosse stato accolto, che la lunga noncuranza della politica italiana verso la cultura si stesse incrinando: il ministro Zanonato aveva proposto una legge che permetteva di detrarre il 19 per cento sui libri acquistati fino a un massimo di duemila euro all’anno, di cui mille per i libri in generale e mille per i testi scolastici, legge approvata dal Consiglio dei ministri, annunciata dal presidente del Consiglio e definita dal ministro Bray una «decisione storica». Copertura, 50 milioni (di fondi europei).
Era un primo segno, e aveva oltre al valore economico e simbolico, anche quello di accomunare nel libro tutti quelli che lavorano per crearlo, produrlo, stamparlo e venderlo. Perché quando un libro si vende, se ne avvantaggiano il lettore, il libraio, l’editore, lo stampatore e l’autore, tutti uniti in una catena che in nessun punto si può spezzare (parliamo del libro cartaceo, cui questa legge si riferiva). I lettori hanno cominciato a tesaurizzare gli scontrini, i librai a organizzarsi. Ma...
Ma il decreto, che ieri è stato incardinato in commissione Cultura della Camera dei deputati, da oggi è al Senato e deve diventare legge entro il 21 febbraio, è stato depauperato e stravolto: modificata la destinazione dal lettore generico allo studente delle scuole superiori, ridotta la copertura economica a circa 18 milioni e la detraibilità da duemila a mille euro, e identificato il libro come strumento scolastico. Infine sostituite le persone fisiche (i lettori) con gli «esercizi commerciali», cioè i librai (per la sola vendita di libri scolastici).
Ancora una volta lo Stato italiano ha mostrato la propria indifferenza alla cultura, ai cittadini, alla parola data. Tre cose, il rispetto delle quali, mi sembra, formerebbe l’onore di una classe dirigente.

La Stampa 12.2.14
Anche Saffo teneva famiglia
Un papiro egiziano restituisce due frammenti inediti della poetessa: non parlano della sua cerchia femminile ma di due fratelli scapestrati che rischiano di rovinarla
di Antonio Aloni


La notizia circola da qualche settimana: un nuovo papiro egiziano riporta frammenti di due poemi di Saffo, uno dei quali ignoto. Tutto ha inizio grazie alla generosità scientifica di Dirk Obbink, papirologo di Oxford e curatore della prestigiosa collana dei Papiri di Ossirinco, la più importante del mondo, e la più prolifica di testi inediti.
È la seconda volta in questo breve millennio che testi di Saffo vengono ritrovati e pubblicati: dieci anni fa un papiro dell’Università di Colonia ci ha restituito una diversa versione del famoso Carme della vecchiaia e un ulteriore misterioso frammento (di tutto ciò trattò su questo giornale, e con la consueta maestria, Vincenzo Di Benedetto).
Il nuovo papiro ha qualche aspetto misterioso: l’origine è ignota, come ignoto ne è il proprietario che lo affidò a Obbink per la pubblicazione. Viste le restrizioni poste dal governo egiziano agli scavi e soprattutto all’esportazione dei papiri, si è sviluppato un fiorente commercio clandestino, nel quale venditori e acquirenti sono per lo più sconosciuti. I prezzi sono comunque alti. È il caso di alcuni papiri dell’Università di Colonia o del Papiro di Artemidoro, di cui in questi anni si è a lungo e accesamente discussa l’autenticità.
Simili polemiche non sorgeranno a proposito del nuovo documento: alcuni versi sembrano coincidere con i resti di un poema di Saffo. Tuttavia il nuovo papiro non mancherà di suscitare l’interesse e la discussione. Si inserisce infatti in una parte della produzione saffica finora poco attestata e poco esplorata: i nuovi frammenti non parlano della vita e dei sentimenti delle donne, per lo più adolescenti prossime al matrimonio, che facevano parte del gruppo che circondava Saffo. Nel frammento meglio conservato l’occhio è puntato sulla famiglia della poetessa e sulle sue vicende e difficoltà politiche e economiche.
Saffo «teneva famiglia», e si trattava di una famiglia importante e complicata; aveva un marito – un ricco aristocratico di Andros, l’«isola dei gelsomini» di Ioanna Karistiani – e almeno una figlia, di nome Cleide. Ma soprattutto aveva dei fratelli, e due di questi ci interessano in modo particolare. Del più giovane, Larico, finora sapevamo che Saffo ne era molto fiera, perché era stato scelto a fare il coppiere ai notabili di Mitilene, il capoluogo dell’isola; più dettagliate e complesse notizie avevamo di un altro fratello di nome Carasso.
Le sue avventure ci sono raccontate da varie fonti, da Erodoto al geografo Strabone, a Ateneo, una specie di tuttologo di età romano imperiale. In sintesi: Carasso si invaghì a Naucrati di una prostituta di nome Rodopi, e per lei quasi rovinò se stesso e la famiglia. L’uomo si trovava a Naucrati – il primo emporio commerciale aperto per i Greci in Egitto a cavallo fra il VII e il VI secolo a. C. – per commerciare vino. Quando finalmente tornò a Mitilene fu duramente rimproverato dalla sorella in un poema. La vicenda permette di indagare aspetti di solito trascurati della vita di una città arcaica: un membro di una famiglia nobile e ricca viaggia per mare alla volta di lontani mercati, per vendere i surplus della propria produzione agricola; soprattutto vino, prodotto assai richiesto dagli assetatissimi Egiziani. I suoi comportamenti mettono in pericolo la situazione complessiva della famiglia e vengono stigmatizzati nei canti dalla sorella. Il problema è che tutta la storia ha tratti decisamente favolistici, al punto che molti studiosi hanno pensato che si tratti di una invenzione dei biografi di Saffo.
Il nuovo papiro si inserisce prepotentemente in questo contesto e sembra dirimere la questione. Contiene i resti di due poemi, chiamati da Obbink rispettivamente Brothers Poem e Kypris Poem. Del secondo poco si può dire per lo stato deplorevole del testo, del primo si conservano invece ben cinque strofe (le cosiddette saffiche) quasi integre.
All’inizio l’io poetico (diciamo Saffo) si rivolge aggressivamente a un interlocutore, cui impone di smettere di annunziare il ritorno di Carasso; gli chiede piuttosto di potere andare a pregare gli dèi più importanti dell’isola (Zeus e Era, che insieme con Dioniso formano una triade venerata in tutta Lesbo) perché favoriscano un ritorno felice. Un ritorno che sarà come il bel tempo dopo una tempesta: Carasso ha insomma messo in pericolo le sorti della famiglia. Saffo ribadisce ancora la sottomissione al volere degli dèi, e poi d’improvviso si volge a parlare di Larico, e questi viene accusato di non volere diventare adulto, di non volere contribuire al benessere (forse più sociale che materiale) della famiglia. Insomma Saffo mostra un caratterino tale, che ci aiuta a capire come mai in parecchi frammenti si premuri di dire di non essere persona soggetta all’orga, cioè all’ira. La lingua batte...
In modo quasi miracoloso (forse fin troppo) il frammento sembra confermare le malefatte di Carasso e ci informa ulteriormente sulla figura dell’altro fratello Larico, che qui però si prende una solenne lavata di capo. Si tratta insomma di un poema non dedicato alla vita del gruppo femminile che tanta parte è della poesia saffica, bensì rivolto a commentare vicende che riguardano tutto il potente clan cui Saffo e i suoi fratelli appartengono. Forse il livello poetico non è elevatissimo, ma il testo è senz’altro di fondamentale importanza per meglio comprendere le dinamiche sociali e politiche di una collettività arcaica.

La Stampa 12.2.14
Monuments men cercansi per salvare l’arte siriana
Un appello di Francesco Rutelli e Paolo Matthie per formare una task force “politicamente neutrale” che intervenga subito
di Flavia Amabile


ROMA Il minareto della moschea di Aleppo distrutto, il suq medievale in fiamme, il colpo d’obice che ha centrato il prezioso mosaico bizantino della moschea degli Omayyadi a Damasco, e poi il saccheggio dei mosaici bizantini ad Apamea, la città che al tempo dei romani si chiamava Afamia. Dopo aver visto le immagini scattate proprio lì ad Apamea e la perdita, Francesco Rutelli ha deciso che non si poteva più rimanere fermi a guardare. Paolo Matthiae era pronto da tempo. Il paese che ora è sotto le bombe è stato la sua seconda patria, vi arrivò all’inizio degli Anni Sessanta, legando il suo nome alla più grande scoperta archeologica della seconda metà del Novecento, Ebla.
Ottenuto l’appoggio dell’Unesco, ieri Rutelli e Matthiae hanno presentato una campagna per attirare l’attenzione su quanto sta accadendo al patrimonio siriano e ora chiedono l’intervento dei governi di tutt’Europa. «È necessario che si muovano, e sostengano soprattutto iniziative del tutto neutrali», spiega Matthiae, A promuovere la campagna sono l’Institute for cultural diplomacy, di Berlino di cui Rutelli è presidente, e Priorità cultura, di cui è fondatore. L’obiettivo è non far passare sotto silenzio saccheggi, devastazioni e bombardamenti.
L’ultimo rapporto del Dipartimento generale delle Antichità di Damasco è un’ecatombe. Danni strutturali ai musei di Aleppo e di Deir ez-Zor. Le mura del museo di Palmira colpite da missili. Furti al museo di Hama, di Apamea, al Museo del Folklore di Aleppo e al Castello Jaabar. Distrutto il minareto della moschea di Aleppo, uno dei più antichi del mondo islamico. Danni anche alla struttura e agli ambienti interni. Centinaia di botteghe medievali del suq distrutte nell’incendio di un anno e mezzo fa. I bombardamenti hanno provocato seri problemi a numerosi edifici della parte antica di Aleppo, all’ingresso alla Cittadella e alla torre settentrionale. Decine di siti archeologici saccheggiati, fra cui anche Mari e Dura Europos. Qalaat Seman, il monastero di san Simeone lo Stilita, la più bella delle Città Morte, è diventato il rifugio di un gruppo di ribelli e teatro di feroci combattimenti. Ed è solo una parte dell’elenco presente nel documento.
«L’orrore per il dramma umanitario ha prevalso, ma non bisogna vergognarsi di denunciare anche quello che sta accadendo ai monumenti. Non sarebbe giusto. In Iraq c’erano i carabinieri a proteggere il patrimonio culturale, perché in Siria no?» si chiede Rutelli.
Non è la prima volta che si lanciano appelli per difendere il patrimonio culturale siriano. Anche gli intellettuali francesi hanno tentato di mantenere viva l’attenzione e il dibattito. Senza troppo successo, a giudicare dalle notizie che filtrano dalla Siria. Che cosa può rendere diverso l’allarme che arriva dall’Italia? «In altri casi si è trattato di iniziative individuali o di gruppi di intellettuali, spesso anche politicamente schierati risponde Matthiae -. Ritengo essenziale, invece, che in una situazione così difficile e grave quale è quella in Siria ci si mantenga su un piano di assoluta neutralità e difesa assoluta del patrimonio culturale».
Le prime iniziative saranno la raccolta degli oggetti del patrimonio culturale siriano presenti in Italia e in altri Paesi disposti a partecipare, per organizzare una mostra dedicata allo splendore e al dramma della Siria che dovrebbe avere Roma come prima tappa.
La seconda iniziativa sarà un premio dedicato ai «Monuments Men» siriani, coloro che con grande coraggio lavorano con il regime di Assad e con i ribelli per proteggere i monumenti. Il premio sarà di 10 mila euro e sarà assegnato quest’anno da una giuria internazionale. C’è poi il sostegno ai programmi internazionali già avviati come l’accordo tra Ue e Unesco per formare e dare lavoro a custodi di beni culturali e artistici per difenderli o per formare archeologi all’estero che tornino in patria quando sarà possibile.
Video su www.lastampa.it

Corriere 12.2.14
Da Brahms a Beethoven i successi di Abbado con i maestri di Berlino
L’Orchestra tedesca e le esecuzioni integrali
Nel repertorio sinfonico ha saputo valorizzare anche i compositori del ’900
di Enrico Girardi


Strano oggetto, il disco. Per decenni e per generazioni ha rappresentato un oggetto di culto per acquistare il quale si era disposti a rinunciare a mille altre cose. Poi si è man mano svalutato. Ed è iniziata un’altra era, quella in cui la musica si fruisce in altri modi e si consuma in fretta, si scarica da Internet, la si passa agli amici con WhatsApp , e non c’è tempo di leggere le note di copertina. Le case discografiche arginano la crisi lanciando sul mercato decine di «fenomeni» dall’aspetto glamour, di cui si perdono regolarmente le tracce poche settimane dopo, quando si presenta al varco una nuova batteria di promesse ancora più «amazing». Tutto passa, resta poco o niente. Quando però ci si vuole regalare un momento di riflessione, quando si ci si ribella alla vacuità dell’effimero e del veloce, quando si vuole andare a fondo delle cose, capire i perché e i per come di ciò che conta, e che resta, ecco che il vecchio cd ritrova intatto, anzi moltiplicato, il suo valore. Ancora di più nel caso di artisti che sono ormai parte ineliminabile della storia dell’interpretazione. Musicisti, appunto, che hanno scritto pagine che restano.
Claudio Abbado è tra questi. A meno di un mese dalla sua scomparsa è ancora presto per tracciare un bilancio serio ed esaustivo della sua eredità interpretativa. Ma una cosa appare già chiara e definitiva. Che la figura di questo gigante italiano della direzione d’orchestra, uscito inevitabilmente dalle cronache è già entrato a far parte della storia. Una voce significativa di storia dell’interpretazione che niente potrà documentare meglio del lascito discografico. Di qui l’idea della collana discografica «Abbado e i Berliner Philharmoniker» che i lettori del Corriere della Sera troveranno in edicola a partire da oggi, e per quindici settimane, al prezzo di 9,90 euro per ciascun disco oltre al costo del quotidiano.
Non è che un primo passo, naturalmente. Abbado ha inciso circa 200 cd, gran parte dei quali per Deutsche Grammophon, l’etichetta cui è rimasto più legato per decenni. Nella prima fase della carriera ha inciso con le orchestre sinfoniche di Londra e Chicago, oltre che con l’orchestra della Scala. Più avanti con i Wiener e i Berliner Philharmoniker. Poi, senza dimenticare tali gloriosi partner, ha prediletto le formazioni da lui stesso fondate: la Mahler, la Mozart, l’Orchestra del Festival di Lucerna. La collaborazione con ciascuna di tali orchestre ha segnato dunque le tappe dell’evoluzione del suo pensiero.
Con quale criterio sceglierne una? Difficile. Difficilissimo, anche perché a ognuna di tali formazioni si legano precise scelte di repertorio, dovute da un lato alla sua maturazione interpretativa, dall’altro alla natura e alle attitudini delle orchestre stesse. La parte più novecentesca del catalogo abbadiano — certamente ampio ma non vastissimo — si colloca nella prima fase della sua carriera. Vengono poi la fase prevalentemente operistica (con la Scala e i Wiener), quella legata al repertorio sinfonico vero e proprio, specie tedesco (con i Berliner) e quella più recente (con la Mozart per gli organici piccoli e con Lucerna per quelli grossi) segnata dalla riproposizione, a un sommo grado di maturità interpretativa, del repertorio di tutta una vita. Si è scelto infine di privilegiare il periodo berlinese di Abbado, non per minore considerazione degli altri ma perché segna la prima tappa pienamente matura della sua vita d’interprete.
Abbado fu chiamato dagli stessi Berliner Philharmoniker a succedere a Herbert von Karajan nel 1990, primo direttore musicale non austro-tedesco nella gloriosa storia dell’orchestra berlinese. Resterà stabilmente a Berlino fino al 2002, quando al suo posto arriverà Simon Rattle. Ma continuando a fare concerti e dischi coi Berliner, circa uno all’anno, fino a che la salute glielo permetterà. Uno dei meriti di Abbado a Berlino è d’avere rinnovato e ampliato il repertorio sinfonico con tanto Novecento e musica contemporanea. Ciò non significa però che abbia messo in discussione i capisaldi della storia sinfonica di quell’orchestra. Ecco dunque le integrali di Beethoven, Brahms, Mahler, ecco Schubert, Schumann e Mendelssohn e gli amatissimi viennesi Schönberg, Berg e Webern. Un riflesso di ciò è dunque nella collana del Corriere , che comprende opere di Mahler, Brahms, Beethoven, Mozart, Schumann, Schönberg e Berg, con un’unica incursione oltre i confini austro-tedeschi rappresentata da brani sinfonici di Ciaikovskij. In particolare i lettori potranno trovare un buon numero di Sinfonie di Beethoven (le nn. 3, 4, 7, 8, 9) e di Mahler (le nn. 4, 5, 6, 7, 9) e l’integrale delle 4 Sinfonie di Brahms, ciascuna delle quali associata a uno degli splendidi brani sinfonico-corali ispirati a testi di Goethe, Schiller e Hölderlin. D’altra parte Beethoven, Mahler e Brahms sono i compositori il cui nome è apparso più frequentemente sulle locandine dei concerti berlinesi di quegli anni.

Corriere 12.2.14
La Sesta di Mahler e quella telefonata: sì, lo «Scherzo» va dopo
di E. Gir.


Perché la Sesta di Gustav Mahler ad apertura di collana? Detto che scegliere l’apripista di una serie stupenda in ogni sua tappa è impresa improba, si è scelta la Sinfonia n.6 di Mahler come la più rappresentativa della lunga avventura che Abbado ha condiviso con i Berliner Philharmoniker. In primo luogo, perché Mahler è, insieme con Beethoven, l’autore che Abbado ha eseguito e inciso più spesso; secondariamente perché, tra le Sinfonie di Mahler, la Sesta probabilmente era la sua preferita, quella che non a caso decise di riproporre quando tornò alla Scala nell’ottobre 2012, oltre 25 anni dopo il congedo dal teatro milanese. A tal proposito mi permetto di raccontare un episodio personale, perché fu proprio pochi giorni prima di quel concerto che intervistai il musicista per l’ultima volta. Si parlò di tante cose, musicali e non. Fu però anche l’occasione, per me, di togliermi uno sfizio. Di affrontare cioè il problema dell’ordine di apparizione dei movimenti interni della Sesta . Il punto è il seguente: chi preferisce la redazione primitiva della Sinfonia esegue lo Scherzo come secondo tempo e l’Andante moderato come terzo; chi invece preferisce una delle due redazioni posteriori, fa il contrario. Si tratta di scegliere sapendo che entrambe le soluzioni sono legittime. E poiché ho sempre pensato come la maggior parte degli interpreti, che cioè certe ragioni armoniche rendano preferibile l’ordine originale, ho chiesto ad Abbado perché invece lui preferisse il contrario. Non che osassi sperare di fargli cambiare idea. So bene che quando Abbado faceva una scelta, era molto tenace nel difenderla. Al momento rispose che, così facendo, l’equilibrio formale complessivo della Sinfonia gli sembrava migliore, perché si evitava che il tempo lento collocato in terza posizione «schiacciasse» il Finale, togliendo gli forza e peso specifico.
Era una risposta più che soddisfacente. Ma non pago di ciò, quella sera mi telefonò per dire che aveva ripensato al problema, che la ragione armonica di cui gli avevo parlato aveva un fondamento ma che restava della sua idea anche perché aveva a casa la copia di un documento da cui si poteva capire che il compositore austro-boemo era il primo a preferire così. Perché altrimenti avrebbe cambiato l’ordine dei brani nelle redazioni posteriori del testo da consegnare alle stampe? In ogni caso, mi assicurò che, carte alla mano, avrebbe riesaminato la faccenda. Abbado è stato uomo di poche parole. Dire che ha parlato con la musica non è formula retorica. In questo episodio vi è però una piccola ma significativa traccia della sua serietà come interprete — l’interprete al servizio della musica e non il contrario — e del suo modo di esserlo. Sapendo che non stava bene, non gli ho più chiesto in seguito a quali conclusioni fosse giunto. Né lui ha mai più eseguito la Sesta . Quel concerto alla Scala è stato perciò un testamento anche da questo punto di vista.

Corriere 12.2.14
Quando si presentò: per tutti voi sono Claudio
di Laura Zangarini


«Sono Claudio per ognuno di voi». Con queste parole Claudio Abbado si presentò ai Berliner Philharmoniker, considerati la migliore orchestra del mondo, dopo averne assunto la guida nel 1989 — dando il via a un’era che si sarebbe conclusa tredici anni dopo, nel 2002. L’invito a usare il nome di battesimo mostrava con chiarezza quanto i metodi di lavoro del maestro bolognese sarebbero stati diversi da quelli del suo distaccato predecessore, Herbert von Karajan. Nonostante avesse fama di timido, Abbado ricordava con orgoglio che, tra i motivi per cui era stato eletto a Berlino — una notizia arrivata «come una folgore» dopo che i musicisti avevano aperto le urne della votazione segreta — , c’era la Terza Sinfonia di Brahms, eseguita in quello stesso anno con il complesso. «Una sinfonia magica, piena d’amore — raccontò in un’intervista —. I Berliner avevano anche altri elementi per giudicarmi: il lavoro che faccio con i giovani, la mia attenzione alla musica contemporanea, il mio interesse per le composizioni meno conosciute di grandi autori. Tutte cose che coincidevano con i loro desideri. Però quella Terza di Brahms segnò la svolta, su quelle note ci incontrammo davvero». A chi gli domandava quali connotati avesse il suono dell’Orchestra rispondeva senza esitazione: «È un suono caldo, pieno, romantico. Profondo come nessuno. Un suono che nasce dal cuore dell’orchestra, che muove dalle viole ai violoncelli, raggiunge i violini e da lì si allarga fino a comprendere tutti». Né mancava di sottolineare «l’apertura al nuovo» dei Berliner, con i musicisti si vedeva anche fuori dal podio «a tutto vantaggio del clima tra di noi». «Con i Berliner — spiegava — non esiste il problema di dover dire l’ultima parola. Se una cosa è giusta la si sceglie insieme. I diversi punti di vista fra di noi vengono sempre superati dalla volontà comune di trovare un accordo per il bene della musica».

La Stampa TuttoScienze 12.2.14
L’irrazionalità è come un virus ma un vaccino ci salverà
Credere o non credere? Il nostro cervello è più manipolabile di quanto pensiamo
Boom di paure e teorie del complotto: si può rimediare con la politica “smart”
di Andrea Ballabeni

Bentley University - Usaqui
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La Stampa TuttoScienze 12.2.14
Psichiatria
Noi, sempre più in bilico tra disagio e malattia Cambia l’approccio: la psiche ha bisogno di attenzione in ogni età della vita
di Stefano Rizzato

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