mercoledì 5 marzo 2014

l’Unità 5.3.14
La Chiesa non paga la Tasi
di M. T.

La Tasi sarà probabilmente una sorpresa per molti contribuenti italiani, ma non per tutti. Nulla cambia per gli immobili della Chiesa, che restano esenti dal pagamento della Tasi così come era in precedenza per l’Imu. È stato sciolto, infatti, il nodo e nella bozza definitiva del decreto legge varato la settimana scorsa dal Consiglio dei Ministri, ed è previsto che l’esenzione si applicherà alle sole parti dell’immobile che vengono utilizzate per lo svolgimento delle attività meritevoli, con modalità non commerciali. Resta ferma l’esenzione per i 25 immobili della Santa Sede, esentati grazie all’ex-territorialità garantita dai Patti Lateranensi.
In pratica quindi, stando alla bozza definitiva del decreto, sugli immobili di proprietà della Santa Sede e delle Onlus il decreto legge “Salva-Roma” prevede per la Tasi le stesse esenzioni dell’Imu.
Vengono confermate inoltre le esenzioni sui fabbricati esclusivamente destinati all’esercizio del culto (purchè compatibile con le disposizioni degli articoli 8 e 19 della Costituzione, e le loro pertinenze) oltre che sui fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati negli articoli 13, 14,15 e 16 del Trattato lateranense sottoscritto l’11 febbraio 1929 e reso esecutivo con la legge 810 del 1929. Restano invece soggetti all’imposizione fiscale gli immobili della Chiesa destinati a usi commerciali. Saranno esenti i terreni agricoli.
Nel dettaglio, il decreto prevede che i Comuni potranno procedere a un ulteriore aumento fino allo 0,8 per mille delle aliquote Tasi «a condizione che siano finanziate» detrazioni d’imposta o altre misure relative alle abitazioni principali e alle unità immobiliari a esse equiparate tali da generare effetti equivalenti a quelli dell’Imu. Il Comune stabilisce le scadenze di pagamento della Tari e della Tasi prevedendo di norma almeno due rate a scadenza semestrale e in modo anche differenziato con riferimento alla Tari e alla Tasi. Resta consentito il pagamento in un’unica soluzione entro il 16 giugno di ciascun anno. Il versamento dovrà avvenire tramite modello F24 o bollettino postale. È previsto un contributo a favore dei Comuni di 625 milioni di euro per il 2014. Si rimanda inoltre a un decreto del ministro dell’Economia, per l’individuazione della quota del contributo di spettanza di ciascun comune, tenendo conto dei gettiti standard ed effettivi dell’Imu e della Tasi.


il Fatto 5.3.14
TASI ecco l’Imu leggera ma la Chiesa è esclusa

Arriva una sorta di clausola di salvaguardia: la Tasi non dovrà pesare più dell’Imu 2013: quindi ok alle detrazioni per la nuova tassa sui servizi indivisibili. E ok anche alle esenzioni come aggiornate nel 2013. Cioè non dovranno pagare né gli immobili adibiti al culto (nelle parti non commerciali) né le onlus. L’orientamento non appare nelle bozze del decreto sugli enti locali (la terza versione del Salva-Roma) approvato dal Cdm ma sono nella versione definitiva approdata in Gazzetta Ufficiale. Quindi nero su bianco c’è che 25 immobili della chiesa a Roma, quelli previsti dai patti Lateranensi, saranno del tutto esentati. La partita è non di poco conto se si pensa a tutte le detrazioni ed esenzioni previste nel caso dell’Imu: non dovevano infatti pagare i possessori di abitazione principale e relative pertinenze (nel 2013 le due rate furono cancellate con due distinti decreti).

Repubblica 5.3.14
Retromarcia del governo, il decreto conferma i privilegi concessi su Ici e Imu
di Roberto Petrini

ROMA - Retromarcia del governo sulla tassazione di Chiese, oratori, associazioni non profit e musei. Il testo finale del decreto legge su «Disposizioni urgenti in materia di finanza locale», debitamente “bollinato” dalla Ragioneria generale dello Stato e in uscita sulla Gazzetta ufficiale prevede al comma 3 dell’articolo 1, in modo esplicito e dettagliato, un regime di esenzione dalla Tasi per luoghi di culto, oratori, sedi di associazioni di volontariato e tutto quanto svolge un ruolo sociale, compresi gli stabili di proprietà dello Stato, Regioni e Province. Cambia dunque il nome della tassa, ma restano i privilegi: si applicheranno alla Tasi, come avveniva per l’Ici e per l’Imu.
La chiarificazione arriva dopo il “giallo” scoppiato in seguito al consiglio dei ministri di venerdì scorso, il primo del governo Renzi, che ha varato l’addizionale mobile dello 0,8 per mille per la Tasi finalizzata ad introdurre detrazioni per le fasce di popolazione più disagiate.
Il testo del Consiglio dei ministri di venerdì prevedeva espressamente, all’articolo 4, l’esenzione limitata a 25 immobili di proprietà del Vaticano tra cui le Basiliche di San Paolo e Santa Maria Maggiore e il Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo. Anche il comunicato stampa di Palazzo Chigi, emesso alla fine della riunione, faceva riferimento esplicito soloa questa tipologia di edifici citati peraltro dai Patti Lateranensi del 1929.
Le tipologie di immobili «esenti » sono invece sette, e sono previste dalla legge che ha istituito l’Ici (la vecchia tassa sulla casa)nel 1992: nella prima versione del decreto veniva citata la lettera «e» (relativa agli immobili di proprietà del Vaticano) ma non la precedente «d» (relativa ai fabbricati «destinati esclusivamente all’esercizio del culto»). Tanto bastava per sollevare il caso che non veniva chiuso da una blanda rassicurazione di Palazzo Chigi giunta in serata.
Dopo un serrato confronto tecnico tra gli uffici del Dipartimento delle Finanze e Palazzo Chigi ieri si è giunti ad una soluzione. Ma negli ultimi giorni,mentre gli ambienti del sottosegretario Graziano Delrio continuavano a mandale segnali rassicuranti al mondo cattolico e del non profit, dal ministero dell’Economia si parlava di una questione «delicata» e «in definizione ».
Ieri la correzione di rotta finale: il testo definitivo inviato alle tipografie del Poligrafico per essere stampato sulla «Gazzetta ufficiale », composto di 21 articoli, risulta abbondantemente rimaneggiato: al comma 3 dell’articolo 1 si spiega, che sono esenti dalla Tasi «gli immobili posseduti dalla Stato » e che si applicano, inoltre, le esenzioni previste dalla legge che ha istituito l’Ici. La relazione tecnica riporta con trasparenza le fattispecie ora espressamente esenti, anche dopo il passaggio da Imu a Tasi: destinazione culturale, fabbricati appartenenti a Stati esteri e organizzazioni internazionali, immobili delle associazioni no profit (escluse le sedi di partito), immobili della Santa Sede e, infine, i fabbricati «destinati esclusivamente ai luoghi di culto». Una chiara precisazione necessaria perché la natura della Tasi, che si paga sui servizi comunali, indipendentemente dal possesso, è diversa da quella dell’Imu che si paga sulla proprietà. Cambiando la motivazione, se non ribadite, sarebbero scomparse anche le esenzioni.
Per il mondo della Chiesa un sospiro di sollievo (avrebbero corso il rischio di pagare 8.340 Chiese e oltre 19 mila oratori), pericolo scampato anche per il mondo del volontariato. Per gli ambienti laici, reduci dalla polemica degli ultimi anni, sul pagamento dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa, un nuovo privilegio indebito. Per i Comuni ai quali il decreto riduce a 625 milioni (dai 700 previsti alla vigilia), invece, una mancata opportunità di gettito.

l’Unità 5.3.14
L’uguaglianza è una cosa seria
di Tommaso Nannicini

L’adesione del Pd al Partito socialista europeo è l’occasione per rianimare un dibattito delle idee che rischia spesso di essere soffocato dalla tattica politica quotidiana. Sulla scia di questa scelta e dell’introduzione che Matteo Renzi ha scritto per la nuova edizione del libro di Norberto Bobbio «Destra e sinistra», l’Unità ho ospitato interventi stimolanti.
In verità, l’adesione al Pse è utile perché consente al Pd d’inserirsi in un dibattito aperto tra tutte le forze della sinistra europea. Non perché il tradizionale messaggio socialdemocratico sia ancora attuale. Su questo punto, gli altri partiti del Pse discutono da anni. Da socialista italiano (prima ancora che europeo) non ho timore a dire che quel messaggio è ormai superato. Per carità: il compromesso socialdemocratico tra capitalismo di mercato e stato sociale appartiene alle grandi invenzioni della storia, al pari della ruota e della penicillina. Non è il suo fallimento a chiederne il superamento, ma, al contrario, il suo successo.
Il passaggio da società «a piramide» (con tanti poveri alla base e pochi ricchi in cima) verso società «a diamante» (con un’ampia classe media nel mezzo) ha cambiato la natura delle politiche pubbliche, che hanno spesso finito per perseguire obiettivi distributivi (finanziati con inflazione, disavanzo pubblico o tasse nascoste) piuttosto che redistributivi. Nella società dei consumi e dell’istruzione di massa, la sfera personale ha smesso di coincidere con quella lavorativa. La globalizzazione, sia pure tra mille ritardi, sta estendendo la classe media ad altre parti del pianeta. E le attuali difficoltà della classe media nei Paesi sviluppati non implicano certo la sua scomparsa. Insomma, il successo della socialdemocrazia si è a un certo punto trasformato nel suo fardello, perché vecchie ricette hanno smesso di funzionare in una realtà diversa. Come avviene anche nella vita delle persone, i segreti dei successi del passato possono tramutarsi nelle cause dei fallimenti futuri, perché non c’è niente di più difficile che allontanarsi da quello che ci ha regalato momenti felici. Chi polemizza con l’impianto tradizionale del pensiero socialdemocratico non lo fa per mancanza di nostalgia verso la stagione d’oro della sinistra del XX secolo, ma perché non vuole che quella nostalgia affondi la sinistra del XXI. In questa ricerca di senso, quale dovrebbe essere la nostra stella polare? La distinzione di Bobbio tra destra e sinistra, lungo l’asse uguaglianza/disuguaglianza, non convince del tutto, perché contrasta un valore con un disvalore. Lo stesso vale per l’asse innovazione/conservazione proposta da Renzi. Mi terrei alla larga da distinzioni manichee, accettando che esistono obiettivi parimenti legittimi che destra e sinistra possono perseguire assegnando loro pesi diversi. Ed eviterei di scontrarci solo sugli strumenti per il raggiungimento di tali obiettivi, come nella vecchia disputa tra chi vuole più Stato e chi più mercato. Stato e mercato sono strumenti imperfetti, che funzionano più o meno bene a seconda del contesto in cui si calano e di come sono disegnati. Meglio diffidare di chi propone sempre l’uno o l’altro in più del 95 percento dei casi. Gatta ci cova.
Tra gli obiettivi della sinistra, ci sono pochi dubbi che l’uguaglianza debba occupare il posto d’onore. Ma bisogna intendersi. Uguaglianza tra chi? E rispetto a che cosa? A sinistra si accusa spesso la globalizzazione liberista (ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa) di aver ridotto l’uguaglianza. Ma la disuguaglianza tra paesi si è enormemente ridotta negli ultimi due decenni. C’è un eccesso di euro-centrismo in questi gridi d’allarme. Per la serie: la dura legge della concorrenza andava bene quando eravamo noi a fare i bulli sui mercati globali, ma non adesso che permette a milioni di cinesi, indiani e brasiliani di uscire dalla povertà, pur tra mille contraddizioni.
Lo stesso vale per l’uguaglianza all’interno di un Paese. L’uguaglianza distributiva è senz’altro importante. Ma la stessa distribuzione del reddito può essere più o meno accettabile, proprio da una prospettiva di sinistra, se corrisponde a una maggiore o minore uguaglianza delle opportunità. E una maggiore uguaglianza distributiva non sempre è giustificabile (di nuovo: in un’ottica di sinistra) se è raggiunta sacrificando del tutto l’uguaglianza tra generazioni. L’uguaglianza nei punti d’arrivo degli individui, infine, non vive di solo reddito. Il liberale Amartya Sen ci ha insegnato che occorre guardare alle “capacità”, che altro non sono che trascrizioni delle nostre sfere di libertà. La libertà di inseguire i propri sogni, di sottrarsi a malattie evitabili, di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità libera dal crimine sono tutte dimensioni dell’uguaglianza.
Insomma: l’uguaglianza è una cosa seria. Troppo seria per lasciarla a un certo egualitarismo di maniera.
Quando il Pds chiese l’adesione all’Internazionale socialista, qualcuno disse che lo faceva per cambiarla. Oggi, si sente dire che il Pd entra nel Pse per rinnovarlo. Due atteggiamenti, francamente, non scevri di spocchia. Più semplicemente, si dovrebbe prendere atto che c’è una nuova pagina da scrivere tutti insieme. Perché il marxismo è morto, la socialdemocrazia è morta, ma la sinistra - per fortuna - si sente abbastanza bene.

l’Unità 5.3.14
Il Pd nel Pse: era ora! Ma perché solo oggi?
di Bruno Gravagnuolo

PER ORA UNA COSA BUONA RENZI L’HA FATTA L’ingresso nel Pse. Di gran carriera, troncando dispute stucchevoli e distinguo su socialismo europeo e Pd. E non è stato il Pse a cambiar nome. Tale rimane, con minidicitura in basso: «socialisti &democratici». Ottimo sottotitolo per il socialismo europeo, che è già socialista e democratico. Altrimenti il Pd in Europa sarebbe stata una bizzaria inclassificabile, o membro dei «libdem» di Bayreau e Rutelli. Roba da ridere. Perché c’è voluto tanto? E perché Renzi ce l’ha fatta? C’è voluto tanto perché l’idea originaria del Pd era (e resta anche con Renzi) «oltrista» e benaltrista.
Oltre il 900, oltre le famiglie storiche, oltre l’oltre: «Sono oltre! Il mio pensiero politico fa paura!», gridava l’intellettuale di Nocera Inferiore Satta Flores in C’eravamo tanto amati di Scola. Serietà avrebbe voluto che fin dal 1989 ci si dichiarasse socialisti democratici, o variante organica di esso.
Ma prima Occhetto, poi D’Alema (che un po’ ci provò), poi Veltroni, poi Fassino, poi ancora Veltroni, poi Franceschini, e pure Bersani che ebbe tempo dal 2009 al 2013!, quel passo identitario chiaro non lo hanno mai fatto. Provincialismo, mediazioni e diffidenza per i sozialdem. E alfine la vecchia ostilità comunista si sommò alle resistenze cattoliche. Eppure i postcomunisti potevano e dovevano accettare di immettere la loro originalità nel socialismo democratico: di fatto già erano socialisti. Mentre i cattolici dovrebbero capire che il socialismo in sé molto ha a che fare con il cristianesimo, mentre il socialismo moderno parla di valore della persona, di economia sociale di mercato, di umanesimo, di aperture al ruolo della fede (e annovera prestigiosi cattolici). Come mai l’ex popolare Renzi ce l’ha fatta? Perché è astuto, spiccio, vuol proiettarsi nell’Europa che conta, e vuol pure dimostrare che è più bravo. Ora però che il Pd è dentro il Pse dovrà diventare un partito vero, come gli altri. Che discute, decide, sceglie e si divide. Per ora è ancora un «partito personale» e semigregario. Pronto a sbriciolarsi se il capo è colpito.

il Fatto 5.3.14
Accordo Renzi-Alfano-B. Vietato votare
Il premier concorda con le due destre il varo della legge elettorale soltanto per la Camera, in attesa di cambiare la Costituzione sul Senato
Il Caimano abbozza: “Ho salvato Matteo che non controlla i suoi”
Risultato: la legislatura e il governo sembrano blindati fino al 2018. Con l’ok del Colle
di Fabrizio d’Esposito

Il premier concorda con le due destre il varo della legge elettorale soltanto per la Camera, in attesa di cambiare la Costituzione sul Senato. Il Caimano abbozza: “Ho salvato Matteo che non controlla i suoi”. Risultato: la legislatura e il governo sembrano blindati fino al 2018. Con l’ok del Colle La grande fregatura. Nel Transatlantico dei nominati che resistono, senza se e senza ma. Un falco berlusconiano, nemmeno tanto abbacchiato, sbotta: “Di questo passo voteremo nel 2019”. Una battuta amara per chiarire che il senso di tutta questa operazione dell’Italicum dimezzato è uno solo. Portare legislatura e governicchio Renzi alla scadenza naturale del 2018. Un deputato del Pd, distaccato dalle faide interne, fa un riassunto perfetto del caos nel giorno di Renzi l’Africano: “Dovevamo dividere la Camera dal Senato e ci ritroviamo con due Camere e due leggi elettorali diverse, mai successo. Al governo abbiamo fatto dimettere Gentile e ci teniamo quattro indagati. Così i grillini possono arrivare anche al 30 per cento alle Europee”.
Il vertice a Palazzo Grazioli
Caos torbido, non calmo, che prende forma in una mattinata decisiva a Palazzo Grazioli, la residenza di B. nella Capitale. Il Condannato ha sentito puzza di fregatura da giorni e ha già mandato avanti i fedelissimi contro Renzi. Il patto del Nazareno tra “Matteo” e “Silvio” si infrange contro il muro della minoranza Pd, ancora prevalente nei gruppi parlamentari a formazione bersaniana, e del Nuovo centrodestra. Ma è sui problemi democratici che si concentra l’ultima telefonata tra Denis Verdini, lo sherpa berlusconiano sulle riforme, e il premier. “Denis sulla versione che volete voi io non posso garantire nulla, mi dispiace”. È la ripetizione del film visto il giorno prima sul caso Gentile, il sottosegretario censore di Ncd. Anche qui un ultimatum a Renzi dal capogruppo alla Camera del Pd, Speranza: “Sulle mozioni di sfiducia rischiamo di spaccarci”. Di qui il pressing su Alfano, con le dimissioni di Gentile. Idem, ieri. Costringendo Berlusconi a un cedimento sul fronte delle elezioni anticipate.
Obiettivo: buttare la croce sul Pd
A Palazzo Grazioli, nonostante i tamburi di guerra rullati dai vari Brunetta, il Condannato ha imposto ai suoi la linea del grande gesto: “Renzi non tiene i suoi, intestiamoci noi la sua salvezza”. Una mossa che fa i conti anche con il realismo un po’ disperato di Berlusconi. La rottura del patto con il premier implicherebbe un nuovo isolamento e rimanere fuori dai giochi della nuova legge elettorale. Meglio cedere adesso e buttare tutta la croce sul Pd e le sue guerre interne. Il sacrificio viene messo nero su bianco in nota del Cavaliere: “Prendiamo atto con grave disappunto della difficoltà del presidente del Consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente realizzati”.
La doppia maggioranza resta in piedi
È il riferimento al vecchio patto del Nazareno. E B. tenta anche di non enfatizzare la vittoria di Alfano, addossando tutte le colpe alla minoranza plurale del Pd: “Come ulteriore atto di collaborazione, nell’interesse del Paese, a un percorso riformatore verso un limpido bipolarismo e un ammodernamento dell’assetto istituzionale, manifestiamo la nostra disponibilità ad una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera”. Teoricamente, la doppia maggioranza resta in piedi e il premier gode. In due giorni ha disinnescato due bombe: lo scandalo Gentile e il pasticcio dell’Italicum. Al “disappunto” berlusconiano corrisponde ovviamente la soddisfazione di Alfano, che dice anche di non credere a “un patto segreto tra Renzi e Berlusconi”.
“Arriverà il momento che Matteo pagherà dazio”
Dopo le dimissioni di Antonio Gentile, il Nuovo centrodestra si è subito accucciato, senza sbraitare e agitarsi per i quattro indagati di sottogoverno in quota Pd. Schifani ha fatto solo ammuina: “Perché di fronte agli altri indagati che sono nel governo non si è scatenato lo stesso fuoco mediatico?”. Tutto qui. Dal Pd, invece, solo silenzio. Si va avanti così, in una settimana che consegnerà al Paese due leggi elettorali per due Camere e che allontana la prospettiva del voto anticipato, sotto lo sguardo sempre vigile e attento del sovrano del Napolitanistan . Da quando è al governo il renzismo sta mostrando il suo volto peggiore. Un altro falco di B. annota: “Renzi sta facendo il furbo con tutti, da Alfano a Berlusconi, ma verrà il momento che pagherà dazio”. Adesso, però, è stato il Condannato a pagare dazio.

Repubblica 5.3.14
Civati: dopo l’approvazione di questa riforma verrà l’epoca del ricatto continuo, mai vista una cosa simile
“Questo è un pasticcio doppio va contro la sentenza della Consulta”
intervista di G. C.

ROMA - «Dopo l’approvazione di una legge elettorale valida solo per la Camera comincerà l’epoca del ricatto continuo». Pippo Civati, uno dei leader della minoranza del Pd, lascia la riunione dei deputati a metà. Prima che finisca l’assemblea dem, parte all’attacco. L’accordo trovato con Berlusconi non gli piace neppure un po’. Lo considera una strada tortuosa e rischiosa dal punto di vista politico.
Civati, per una volta che si trova un’intesa, lei è ancora contrario?
«La legge elettorale Italicum aveva un vizio d'origine, che avevo illustrato nella prima direzione nazionale del Pd di gennaio. Due ballottaggi in due Camere espongono al rischio di un pasticcio totale, se le forze che arrivino al secondo turno non dovessero essere le stesse alla Camera e al Senato. Tutti avevano fatto finta di niente, e dicevano che non c’era problema. Invece il problema c’era, come appare evidente. E quale è la soluzione trovata? Facciamo mezzo Italicum. Il pasticcio si risolve con un super pasticcio».
Pensa sia incostituzionale l’Italicum a metà?
«Non si è mai visto un sistema politico bicamerale con due leggi diverse per ognuna delle due Camere. Vorrei sapere quale è l’opinione del capo dello Stato, dal momento che è Napolitano a dovere promulgare questa legge. C’è una contraddizione tra l’Italicum, così come è stato costruito, e quanto ha deciso la Consulta».
Su cosa in particolare?
«Sulla rappresentatività e sulla governabilità. Non è né un superamento, né una riflessione su quello che la Consulta ha detto. Il Senato c’è ancora, non è con un wishful thinking che si risolvono le cose, che si viene a capo delle contraddizioni. Bisognava fare prima la riforma costituzionale, visto del resto che la legislatura dovrà andare avanti fino al 2018. O forse le promesse cominciano a essere troppe».
Il punto è rinviare le elezioni?
«Infatti non si potrà andare a votare. Fintanto che non c’è l’abolizione del Senato, non sarà possibile tornare alle urne. Quindi sarà l’epoca del ricatto continuo ».
Perché?
«Non potendo andare alle elezioni, bisognerà votare tutto altrimenti la minaccia sarà che cade il governo. Se ci sono tensioni andranno composte a prescindere dall’argomento, dal merito. L’ha detto anche Paolo Gentiloni nell’assemblea dei deputati dem».
Non tutti i renziani sono quindi d’accordo?
«Non voglio attribuire agli altri il mio disagio. Però immagino che Roberto Giachetti ad esempio, proprio per la posizione limpida e lucida che aveva assunto sulla legge elettorale, sarà in sofferenza...».
Al netto del disagio e della sofferenza, cosa farà lei al momento del voto in aula?
«Da un lato ci sono le mie opinioni e dall’altro la richiesta del Pd di ritirare tutti gli emendamenti, anche quelli che io ho presentato. I toni sono sempre drammatici nel partito: valuteremo con alcuni altri amici cosa fare. Siamo comunque sotto botta e il leitmotiv è che se non sei d’accordo, allora devi lasciare il partito».

Il Sole 5.2.14
Sulla riforma Renzi imbrigliato dai centristi e «salvato» da Berlusconi
Il premier paga un prezzo al doppio gioco sulla legge elettorale. Restano le incognite sul Senato
di Stefano Folli


Non è la prima volta che Berlusconi si diverte a cambiare le carte in tavola in modo imprevisto (soprattutto dai suoi collaboratori). Ai primi di ottobre Sandro Bondi fu mandato a pronunciare un veemente discorso in Senato contro Alfano e soci, dal quale discendeva il voto di sfiducia al governo Letta. Cinque minuti dopo si alzò Berlusconi: pochi secondi per annunciare il contrario, cioè la conferma della fiducia.
Ieri lo schema si è ripetuto alla lettera. Su "Repubblica" è apparsa un'intervista al consigliere politico Toti in cui si ammoniva Renzi: «Se salta l'accordo sulla legge elettorale per Silvio cambia tutto». Poche ore ed ecco di nuovo Berlusconi in campo. Pronto a far proprio il nuovo scenario: ossia riforma elettorale valida solo per la Camera, secondo l'emendamento D'Attorre. Il Senato congelato in attesa che sia approvata la riforma costituzionale che dovrà modificarne le funzioni; e fino ad allora per i senatori resta valido il modello elettorale disegnato dalla Corte Costituzionale.
Bisogna riconoscere che Berlusconi non si cura delle contraddizioni. Anche perché egli segue il filo coerente dei suoi interessi. Non solo politici. In ottobre riteneva che continuare a far parte della maggioranza delle "larghe intese" fosse per lui essenziale in vista dell'epilogo giudiziario su cui di lì a poco sarebbe intervenuta la Consulta. Poi le cose sono andate male, come è noto.
Adesso Berlusconi è all'opposizione, ma ci si trova a disagio. La nuova linea è all'insegna del «senso di responsabilità». Vuol dire che il capo di Forza Italia non intende perdere il contatto con Matteo Renzi. Non tanto con il centrosinistra nel suo complesso, è ovvio: proprio con Renzi. Da lui, dal giovane fiorentino, Berlusconi si sente garantito. Oggi e domani. E per mantenere viva la garanzia è disposto a dargli una mano a costo di sconcertare i suoi e apparire sconfitto da Alfano.
Sulla riforma elettorale, al punto a cui eravamo arrivati, la mediazione era quasi impossibile. Delle due, l'una. O si approvava subito il nuovo testo iper-maggioritario sganciato dalle riforme istituzionali; e in quel caso il premier non sarebbe stato in grado di tenere in piedi la sua maggioranza. Lo sbocco? Probabile voto anticipato e collasso dell'investimento sul presidente del Consiglio "amico". Seconda ipotesi: si accettava il legame fra legge elettorale e revisione costituzionale del Senato, regalando ai centristi "traditori" un successo e allungando di parecchio la vita della legislatura.
L'unico che poteva salvare Renzi, sottraendolo in parte alla trappola in cui si era cacciato per aver giocato su due tavoli, era Berlusconi. E Berlusconi si è mosso, consapevole di dover pagare anch'egli un prezzo, visto che l'originario patto a due si è sbriciolato. Si dimostra così che il vero interesse berlusconiano consiste nel conservare Renzi a Palazzo Chigi il più a lungo possibile, proteggendolo dai suoi stessi errori.
Conclusione. Avremo fra poco due differenti sistemi elettorali per Camera e Senato. Il che non è certo di buon auspicio nel caso in cui, nonostante tutto, le due assemblee dovessero essere sciolte. Sul piano politico Renzi ha dovuto piegarsi ai centristi e ora deve essere grato a Berlusconi che gli ha gettato una ciambella di salvataggio. Quanto alla riforma costituzionale del Senato, essa è nelle mani del Parlamento. Dove i conservatori, si sa, sono molto numerosi.

Il Sole 5.3.14
L'Italicum dimezzato
di Roberto D'Alimonte


Alla fine l'ha spuntata chi non vuole che la riforma elettorale si faccia ora. Questo è il senso di quanto sta succedendo in queste ore in Parlamento. Il nuovo sistema elettorale – l'Italicum – verrebbe approvato solo per le elezioni della Camera.
In attesa che si faccia la riforma costituzionale per il superamento del bicameralismo paritario resterebbe in vigore per l'elezione dei senatori il sistema di voto uscito dalla sentenza della Consulta. Proprio un bel pasticcio. In questo modo, se si dovesse tornare a votare prima che la riforma del Senato fosse fatta voteremmo con l'Italicum – che è un sistema maggioritario – per la Camera e con un sistema proporzionale per il Senato. Anzi, alla Camera ci sarebbe anche il ballottaggio. E al Senato naturalmente no.
Il bello è che questa soluzione è stata proposta da coloro che si oppongono alla approvazione dell'Italicum per entrambi i rami del parlamento in nome della governabilità. Infatti l'argomento utilizzato per mettere i bastoni tra le ruote a Renzi è che un sistema elettorale a due turni potrebbe produrre maggioranze diverse tra Camera e Senato. Quindi meglio lasciare l'Italicum alla Camera e il proporzionale della Consulta al Senato. Come se questa soluzione non presentasse esattamente lo stesso rischio di ingovernabilità. Anzi, mentre nel primo caso il rischio è potenziale, nel secondo è certo. Infatti è vero che sulla carta l'Italicum potrebbe produrre due diverse maggioranze, ma le probabilità di questo esito non sono elevate. Mentre votando con l'Italicum ci sarebbe un vincitore certo alla Camera e certamente nessun vincitore al Senato. Cioè si riprodurrebbe esattamente la stessa situazione creatasi con le elezioni del febbraio 2013.
È così evidente la debolezza di questo argomento che non ci vuol molto a capire che la vera ragione di questa manovra parlamentare è quella di non dare a Renzi un sistema elettorale con cui puntare alle elezioni anticipate a suo piacimento. Renzi ha promesso ai parlamentari di durare fino al 2018. I parlamentari vogliono essere sicuri che mantenga la promessa. Tutto qui. Per loro questa è ovviamente una promessa che vale. Ma quanto vale? Qualche giorno fa abbiamo scritto che vale fino a quando non ci sarà una nuova legge elettorale. Fino ad allora avranno una arma potente per frenare l'esuberanza del premier perché con l'attuale sistema di voto non può ricorrere alle urne per cercare quella legittimazione popolare che gli serve per fare quello che veramente vuole. Infatti tornare a votare con il sistema della Consulta vuol dire non risolvere nulla. Ma adesso sappiamo che non potrà tornare a votare nemmeno con la "sua" legge elettorale perché sarà approvata solo a metà. Quindi è inutilizzabile. Fare una nuova legge elettorale solo per la Camera significa non fare la riforma elettorale. Nuove elezioni diventeranno possibili solo con la riforma del Senato. Quando? Chi può dirlo?
E allora perché Renzi ha accettato questo compromesso? Risposta difficile. Forse ha capito di non avere i voti per far passare la riforma. Di fronte all'eventualità di uno scacco ha preferito incassare l'approvazione di un Italicum dimezzato per poter dire che comunque una riforma – per quanto parziale – è stata fatta. Meglio metà riforma che nessuna riforma. È una spiegazione coerente con il pragmatismo dell'uomo. Una altra possibile spiegazione è che in fondo a lui avere o non avere un sistema elettorale pronto all'uso interessa poco. La sfida vera è quella di fare le riforme, di realizzare il cambiamento che la gente si aspetta. L'aver rassicurato i parlamentari, rinunciando alla pistola del nuovo sistema elettorale, forse gli consentirà di lavorare meglio con loro. Sono due spiegazioni plausibili e non mutualmente esclusive. Intanto nell'attesa di vedere se la seconda sarà quella buona ci teniamo il pasticcio dell'Italicum dimezzato.

Corriere 5.2.14
Italicum, quella telefonata di Renzi al Cavaliere: fanno saltare tutto, non c’è altra strada
Il compromesso di Renzi per superare le resistenze tra i democratici
di Maria Teresa Meli

qui

Corriere 5.3.14
Quel filo ormai troppo sottile

di Antonio Polito

l filo da acrobata su cui Renzi cammina ha resistito alla prima prova della legge elettorale, ma si è fatto molto più sottile. Ora che è al governo, il premier ha dovuto scegliere tra le due maggioranze, e ha ovviamente preferito quella di governo. Più ancora che Alfano, a imporlo è stato il Pd. Dal Pd non renziano, tuttora in maggioranza a Montecitorio, viene l’emendamento vincente che limiterà la riforma elettorale alla Camera, e da quel Pd Renzi rischiava, in caso contrario, una sonora bocciatura in Aula. Berlusconi, il contraente dell’altro patto, ha dovuto accettare, seppure con «grave disappunto». Per un po’ di tempo il Cavaliere non potrà fare molto altro. Da oggi le due maggioranze di cui disponeva Renzi si sono ridotte a una e mezza: quella con Alfano, che si allarga a Berlusconi sulle riforme. D’altra parte, l’ultima volta che una doppia maggioranza ha funzionato risale ai tempi di De Gasperi a Palazzo Chigi e Terracini alla Costituente. Altri uomini.
Il compromesso trovato ieri ha una sua logica. «Avremmo fatto ridere il mondo con una riforma elettorale inapplicabile per il Senato», ha detto ieri il senatore Quagliariello, e ha ragione. Però la soluzione escogitata non suscita minore ilarità: una riforma applicabile solo alla Camera. Il che vuol dire che se per caso o per scelta il Parlamento non eliminerà del tutto il Senato elettivo, alle prossime votazioni avremo un sistema che dà certamente una maggioranza a Montecitorio e altrettanto certamente non la dà a Palazzo Madama. Provate a spiegarlo a un marziano, o anche a un tedesco. Se si aggiungono le tre soglie diverse, un premio di soli sei seggi e la deroga alla Lega, si apprezza fino in fondo l’«esprit florentin » della riforma che sta nascendo.
Come tutte le soluzioni a metà anche quella trovata ieri contiene una buona opportunità ma anche un immenso rischio. Garantisce al Parlamento il tempo necessario, gliene servirà più di un anno, per cambiare la Costituzione. Ma il fallimento, o la dilazione alle calende greche, stavolta ci precipiterebbe in una situazione perfino peggiore di un pessimo passato.
Sospettare che qualcuno dei giocatori stia barando sotto il tavolo è del resto legittimo. Suona infatti strano che, mentre tutti la danno per scontata, non sia stata in realtà neanche presentata da Renzi una bozza di riforma del Senato. Eppure aveva indicato un cronoprogramma che ne prevedeva entro l’estate l’approvazione in prima lettura, e proprio al Senato.
È quello il vero ostacolo della corsa. E non è un caso se la proposta di legge non c’è ancora. Il fatto è che il progetto iniziale di Renzi non convince: in molti, pare di capire anche nella Consulta, hanno seri dubbi a trasformare la Camera Alta in una sorta di Cnel di sindaci piuttosto che in un Bundesrat alla tedesca.
È giunto dunque il momento di scegliere. Ieri il premier ha salvato la velocità della macchina che ha messo in moto, ora deve indicare il traguardo.

La Stampa 5.3.14
La svolta totale del Cavaliere dopo una telefonata nella notte
La conversazione col leader Pd ha evitato la rottura
di Ugo Magri


Ha quasi del prodigioso la metamorfosi del Cavaliere in meno di 24 ore. Lunedì sera sembrava deciso a rovesciare il tavolo delle riforme come vendetta furibonda nei confronti del premier, dal quale si sentiva circuito. Ieri all’ora di pranzo, invece, Berlusconi pareva già un’altra persona, certo ancora profondamente deluso dall’uomo su cui tante speranze aveva risposto, eppure dubbioso se concedergli o meno un’ulteriore possibilità.
Nel primo pomeriggio la prognosi si è sciolta, e da Palazzo Grazioli il fido Verdini ha potuto rassicurare Renzi in trasferta a Tunisi: okay all’emendamento D’Attorre, che esclude il Senato dalla riforma elettorale e la fa valere soltanto per la Camera. Cioè quello che Berlusconi fino alla sera prima rifiutava con tutte le sue forze. Per cui è logico domandarsi come mai questa inversione a «u», che nella psicologia di molti «falchi» berlusconiani equivale a una resa alquanto ingloriosa.
La spiegazione forse più convincente viene dal mondo femminile. Una delle donne in confidenza col leader fa notare che, se Berlusconi si innamora di un’idea, non c’è verso di fargliela cambiare. E proprio quando i fatti sembrano smentirlo, è la volta che lui s’incapriccia contro ogni apparente logica. Nel caso di Renzi, il Cav sarebbe disposto a inghiottire rospi su rospi prima di ammettere un errore di valutazione. Più quello lo delude, e più l’altro è pronto a concedergli le attenuanti. A Matteo, quando in un’ora imprecisata dell’altra notte i due si sono sentiti, è bastato spiegare che non dipende da lui il mancato rispetto dei patti, bensì dalle circostanze sfavorevoli leggi i «franchi tiratori» in agguato e pronti a far secco l’«Italicum». A quel punto Berlusconi s’è trovato a un bivio: denunciare Renzi per truffa, mettendo in piazza il tradimento, oppure... Racconta un testimone della metamorfosi che, poco per volta, ha finito per imporsi l’«oppure».
Al bagno di realismo ha contribuito Verdini, pure lui in contatto a tutte le ore col clan renziano. Ha fatto pesare a Berlusconi che, in fondo, l’emendamento D’Attorre è meno peggio di altre trappole messe in campo dagli alfaniani (con il concorso determinante della minoranza Pd). In particolare, non impedirebbe nuove elezioni, sia pure con due diversi sistemi alla Camera e al Senato, casomai fosse necessario. E’ vero che nessuno potrebbe proclamarsi vincitore, ma a preoccuparsi dovrebbe essere anzitutto Renzi... La Santanchè (in stretta sintonia politica con Verdini) va direttamente al sodo: «Non sarà forse la legge migliore, ma è sempre meglio di nessuna legge».
Una spinta decisiva per far pendere il piatto della bilancia pare l’abbia data Gianni Letta, tornato in auge dopo mesi di eclissi. Nella lunga, combattuta riunione «chez» Silvio a Palazzo Grazioli, Letta si è rivolto al padrone di casa: «Qualunque cosa tu decida, caro Silvio, venerdì la Camera avrà approvato una legge elettorale. Non sei nella condizione di impedirlo. Tanto vale che tu stia al gioco e non ti faccia mettere ai margini». Il volto del Cavaliere si è a quel punto rilassato, come raggiunto da un’illuminazione: ecco, bisogna stare al gioco, altro che rottura con Renzi... E così la riunione con Brunetta e la Gelmini, Romani e Bernini, Toti e Matteoli (più si capisce Verdini) ha licenziato un documento che declassa l’ira a semplice «disappunto», sia pur «grave». E presenta come un gesto di generosità la presa d’atto che il famoso patto del 18 gennaio non esiste più, rottamato da Renzi con il beneplacito del Cavaliere. 

La Stampa 5.3.14
Un tavolo e tre maggioranze
di Marcello Sorgi


Com’era già accaduto quaranta giorni fa, nel sabato dell’incontro al Nazareno, l’accordo - il nuovo accordo - sulla legge elettorale ha lasciato tutti di stucco. Proprio quando sembrava che la situazione stesse per precipitare, con Forza Italia che minacciava di rompere, il Nuovo Centrodestra che resisteva e il Pd che ribolliva, nella notte tra lunedì e ieri, Renzi, a sorpresa, ha rimesso le cose a posto. Dopo due giorni di fuoco e fiamme minacciate dal suo partito, Berlusconi, prima ha inviato a Palazzo Chigi Gianni Letta e Denis Verdini, poi è volato a Roma a siglare la nuova intesa. 
Alfano ha tirato ancora un po’ la corda, per aumentare il numero delle candidature multiple, ma sotto sotto è soddisfatto. E il Pd, che non smetteva di eruttare emendamenti, all’improvviso ha deciso di ritirarli. Se non ci saranno altri intoppi, venerdì la Camera potrebbe approvare la riforma: che varrà, appunto - ecco il perno della nuova intesa -, solo per la Camera, e non più, com’era originariamente previsto, anche per il Senato.
Si dirà che è l’uovo di Colombo: infatti, se il Senato dev’essere abolito, o drasticamente trasformato in Camera delle Autonomie, non più elettiva né chiamata a dare la fiducia al governo, non si vede perché approvare una legge elettorale che lo riguardi, e che dopo l’abolizione o la trasformazione dovrebbe essere di nuovo modificata. In linea di logica, la novità non fa una piega. Ma è inutile nascondersi che se invece la strada del cambiamento del Senato, proprio in Senato, dovesse incontrare ostacoli (difficile credere che i senatori siano così lieti di cancellare se stessi), il nuovo sistema, che potrebbe sostituire il Porcellum affossato dalla Corte Costituzionale, risulterebbe zoppo. Gli elettori verrebbero chiamati a votare per la Camera con un doppio turno che prevede un premio di maggioranza e un vincitore certo. Ma per il Senato, laddove riuscisse, non si sa come, a sopravvivere, si voterebbe diversamente, con il Consultellum, cioè con la ruota di scorta proporzionale lasciata in vita dai giudici costituzionali, o addirittura c’è perfino chi si spinge a dirlo, con un resuscitato Porcellum, dato che la sentenza della Consulta riguardava essenzialmente la Camera. Un pasticcio, l’ennesimo, che potrebbe essere evitato solo procedendo realmente alla cancellazione del Senato elettivo nei tempi previsti, un anno, un anno e mezzo, e senza rinvii tipo quelli che altre volte hanno spostato l’efficacia della riforma a una successiva legislatura. 
Qui diventa rilevante il fatto che Renzi alla fine sia riuscito a tenere seduti al tavolo delle riforme tutti e tre i contraenti con cui aveva stipulato il patto precedente. Se a Palazzo Madama dovessero prevedibilmente sommarsi le resistenze di chi ancora, sotto sotto, è contrario alla riforma elettorale, con quelle di chi lo è al monocameralismo, una larga maggioranza, com’è quella che va dal Pd a Forza Italia, ha molte più possibilità di prevalere sui franchi tiratori, di quella, risicata, su cui può contare il governo.
Resta ancora da capire cosa abbia convinto Berlusconi a sotterrare l’ascia di guerra, che i suoi avevano agitato domenica e lunedì, e a decidere, seppure con «disappunto», di stringere nuovamente la mano a Renzi, a cui non cessa di mostrare la sua personale simpatia. Ovviamente, circolano mille voci sulla parte nascosta del nuovo accordo e sui discorsi che sarebbero passati sottobanco. Ma la verità è che Berlusconi, ormai occorre riconoscerlo, è diventato un politico a tutto tondo, molto più realista di quando sedeva a Palazzo Chigi nei suoi anni da premier. Così, da un lato, non ha voluto rinunciare all’inedita collocazione che lo vede da qualche mese, allo stesso tempo, in maggioranza sulle riforme e all’opposizione sulle tasse e la politica economica. E dall’altro s’è fatto due conti su quel che gli gira intorno. Certamente non gli era sfuggito che al Senato dissidenti e neo-espulsi dei 5 stelle hanno subito formato un nuovo gruppo, che s’aggiunge a quelli, tipo Gal (Autonomie e libertà), che in parte appoggiano il governo e in parte si preparano a sostenerlo. Naturalmente nessuno s’aspetta che i transfughi grillini facciano il salto della quaglia in tempi brevi. Ma quel diavolo di Renzi, oltre a contare sulle due maggioranze, politica e istituzionale, che ha già, presto potrebbe ritrovarsene anche una terza. E saprebbe cosa farne. Il Cavaliere lo ha capito.

il Fatto 5.3.14
Povera Costituzione
Perché cancellando il Senato il governo vivrà fino al 2018
di Marco Palombi

Alla fine c’è il nuovo accordicchio sulla legge elettorale. Renzi festeggia a bocca un po’ stretta, Alfano e la minoranza del Pd ridono felici con gli altri cespugli, Silvio Berlusconi si lamenta, ma accetta. La doppia maggioranza del premier equilibrista si perpetua grazie alla scappatoia tecnica, che in realtà è pura tattica e produce l’inghippo “salva-legislatura”. Vediamo perché.
Cosa prevede l’accordo di ieri?
La cosa in sé è semplice: viene stralciato l’articolo 2, quello che disciplinava l’applicazione dell’Italicum al Senato. Di Palazzo Madama, semplicemente, nella legge partorita da Renzi e Berlusconi non si parla proprio più.
E questo che implicazioni pratiche ha? Il Senato è stato abolito?
Qui c’è l’inghippo della faccenda. Il Parlamento, palazzo Madama compreso, si apprestano a votare una legge elettorale che si basa sul presupposto falso che il Senato non esiste più. Solo che la Camera Alta esiste ancora, anche se Pd, Forza Italia e gli altri si sono accordati per eliminarla con apposita legge costituzionale (nessuno l’ha ancora vista, però).
Qual è il problema?
Il problema è che, teoricamente, per andare al voto si dovrebbe adottare l’Italicum (maggioritario) alla Camera e il Consultellum (proporzionale) al Senato. Si dice teoricamente, intanto, perché nessun presidente della Repubblica consentirebbe di andare a votare in una situazione del genere, ovvero nell’impossibilità programmatica di formare una maggioranza. In secondo luogo c’è il forte sospetto (vedi il parere dell’avvocato costituzionalista Pellegrino nella pagina accanto) che il combinato disposto, tra la legge elettorale di Renzi e quella disegnata dalla Corte costituzionale con la bocciatura del Porcellum, sia incostituzionale.
Perché?
Sono due sistemi opposti. Il caso più evidente è quello del premio di maggioranza: si sottraggono seggi ad alcuni partiti per assegnarli ai vincitori in nome della governabilità, della possibilità di formare una maggioranza coesa. Eppure visto che il Senato sarebbe eletto su base proporzionale la cosa non avrebbe alcuna ragion d’essere: è evidente che il primo ricorso ad arrivare alla Consulta invaliderebbe le elezioni.
E allora a cosa serve l’accordo di ieri?
Alla Camera, in Transatlantico, lo chiamavano il “salva-legislatura”. Visto che è impossibile votare con una porcheria del genere in vigore, significa che finché non si fanno le riforme non si andrà alle urne ancora per molto, molto tempo, forse non prima della scadenza naturale della legislatura, nel 2018.
Ancora quattro anni senza poter votare?
Di sicuro non meno di 12-18 mesi. L’abolizione del Senato, infatti, non è solo una riforma costituzionale, dunque lunga per esplicita previsione della Carta, ma anche molto complessa: significa rimettere mano ai rapporti tra governo e Parlamento, alla platea che elegge il presidente della Repubblica, al ruolo dell’attuale seconda carica dello Stato (cioè il presidente del Senato, che esercita le funzioni di capo dello Stato “in ogni caso” in cui il titolare “non possa adempierle”).
A chi conviene una situazione così ingarbugliata?
A tutti quei partiti che vedevano il voto immediato come una sciagura, Nuovo centrodestra su tutti, che così continua a mantenere inalterato il suo potere di ricatto sul governo. Anche la minoranza Pd, che non a caso con i deputati cuperliani Lauricella e D’Attorre ha firmato l’emendamento cancella-Senato, festeggia: se si andasse alle elezioni, è il timore, Renzi spazzerebbe via quelli che lo hanno avversato al congresso.
Cos’altro cambia nell’Italicum depurato dall’articolo 2?
Ad esempio è stato stralciata la norma cosiddetta “Salva-Lega” voluta da Forza Italia per tenere legato il Carroccio. La soglia di sbarramento passa dal 5 al 4,5 per cento, quella per il premio di maggioranza è fissata al 37 per cento. Resta ancora aperta la questione della rappresentanza di genere: per ora l’Italicum non prevede “quote rosa”.

il Fatto 5.3.14
Gianluigi Pellegrino
“È una legge scritta per impedire il voto. Il Colle intervenga”
di M. Pa.

La legge elettorale come viene fuori dall’accordo di ieri è incostituzionale, sequestra il diritto di voto degli italiani e il Quirinale dovrebbe fermarla. Il costituzionalista Gianluigi Pellegrino è durissimo: “Lo dico con la morte nel cuore, perché ho riposto grande fiducia in Renzi fino a perdonargli il modo in cui è arrivato al governo”.
E ora?
Si delinea un SuperPorcellum, una legge per cui è vietato votare.
Non è un po’ troppo?
L’agibilità democratica è garantita solo con una legge elettorale praticabile. Ogni giorno deve essere teoricamente possibile andare alle urne, è la leva del buon governo.
È sicuro di quel che dice?
Mi scusi, non si disse ai tempi del Porcellum che non si poteva votare con una legge incostituzionale? E questa lo è di più.
Come fa a dirlo?
La Consulta ha già sostenuto che, se è possibile avere due sistemi elettorali diversi tra Camera e Senato, non possono però essere opposti. Altrimenti non si può andare a votare.
Teoricamente si; con Italicum alla Camera e Consultellum al Senato.
Ma uno è fortemente maggioritario e l’altro proporzionale puro. Inoltre l’Italicum alla Camera giustifica la ferita alla rappresentanza col valore della governabilità che però è esclusa al Senato. Quel premio sarebbe allora clamorosamente illegittimo.
Quindi?
Decidono con legge che è vietato votare. L’avesse fatto D’Alema con Berlusconi saremmo tutti in piazza. Il capo dello Stato si faccia sentire.
Napolitano ha gli strumenti?
Certo, il Colle può intervenire per manifesta incostituzionalità e c’è già la sentenza della Consulta. Mi auguro anzi che trovi il modo di farlo subito, prima che approvino quest’indecenza.
Soluzioni?
Ne indico due. O si aspetta di abolire il Senato almeno in prima lettura dandosi un termine ultimo, se è vero che lo vogliono. Oppure per ora si applica l’Italicum anche al Senato prevedendo che il premio di maggioranza non si assegna in caso di esiti opposti; eventualità, comunque, remotissima avendo giustamente tolto i premi regionali.

il Fatto 5.3.14
Il costituzionalista Ainis
“Una Camera contro l’altra”


L’operazione sull’Italicum, con l’intesa per applicarlo solo alla Camera “è incostituzionale. Non perché non si possano avere sistemi diversi di voto per Camera e Senato, ma perché in questo caso avremmo due modelli del tutto incongruenti tra loro, col risultato di mettere una Camera contro l’altra. Questo è irragionevole. E quindi, incostituzionale. L’unica via costituzionalmente corretta per uscirne, secondo me, è scrivere la legge elettorale e poi se il Senato verrà abolito, cadrà anche la parte di legge che lo riguardava”. È l’opinione del costituzionalista Michele Ainis, interpellato ieri dall’Ansa. “In questa vicenda – osserva il giurista – c’è un problema politico che stanno trasformando in un danno giuridico. E, per dirla tutta, sembra di stare in una gabbia di matti. La filosofia che stanno seguendo è quella del ‘fare come se’. Fare come se il Senato non esistesse. Ma il Senato esiste, così come esiste un sistema bicamerale, con due Camere che danno la fiducia ai governi e timbrano le leggi”.

Repubblica 5.3.14
Il giurista Luciani: più ombre che luci, così il premio di maggioranza alla Camera finisce per essere privo di ragionevolezza
“L’Italicum funziona solo se si riforma il Senato”
di Silvio Buzzanca

ROMA - «Il mio giudizio sul progetto di legge elettorale in discussione è più scuro che chiaro ». Massimo Luciani, costituzionalista sempre attento all’eterno dibattito italiano sulle riforme, guarda con preoccupazione alle ultima novità sull’Itali-cum.
Professore, cosa pensa dell’ultimo accordo sulla legge elettorale: vale solo per la Camera...
«Può funzionare soltanto a condizione che si proceda rapidamente alla riforma del Senato, nella sua trasformazione in una Camera ad elezione indiretta e priva del rapporto di fiducia con il governo. Dico questo perché la Consulta, nel dichiarare illegittimo il premio che la legge Calderoli assegnava al Senato, ha osservato che tradiva la sua stessa funzione».
Cioè?
«Voglio dire che un premio di maggioranza serve a ottenere una maggioranza o a consolidarla. Ma nella legge Calderoli il risultato, al Senato, era assolutamente casuale: mancando un premio nazionale e con l’assegnazione di 20 premi regionali si otteneva che la somma dei premi non dava una maggioranza. Ora, se io oggi assegno un premio di maggioranza alla Camera e non al Senato, la conseguenza evidente è che lo stesso premio di maggioranza alla Camera finisce per essere privo di ragionevolezza. E quindi cade nello stesso vizio che la Corte ha folgorato nella sua prima sentenza del 2014».
Ma i tempi possono diventare
molto lunghi.
«La riforma, invece, dovrebbe arrivare in tempi relativamente rapidi. Anche perché nella sentenza della Corte si ammette che i cittadini elettori possano proporre azioni di accertamento del loro diritto ad elezioni condotte sulla base di leggi costituzionalmente illegittime».
E questa è una grande novità...
«Questa è una novità straordinaria, perché permetterà a chiunque di contestare la nuova legge anche per questo profilo. Se nel frattempo il Senato non sarà stato riformato temo che la conseguenza sarà quella della incostituzionalità. La mia allora è un’approvazione parziale. L’accordo va bene solo come soluzione tampone».
Ma se si votasse con questo sistema che accadrebbe?
«Avremmo una maggioranza alla Camera. Ma non ci sarebbe al Senato eletto con un sistema proporzionale. Ci sarebbe così un problema di incoerenza politica tra le due maggioranze che ridonda in una illegittimità costituzionale».
Nella legge sono state segnalati tanti altri problemi...
«Il sistema presenta moltissimi aspetti discutibili. Uno è la soglia di accesso al premio evidentemente troppo bassa: una soglia accettabile sarebbe fra il 40 e il 45 per cento. Un secondo elemento critico è la molteplicità delle soglie di accesso per i partiti più piccoli: sono favoriti quelli che si coalizzano. E in questo modo si incentiva la formazione di coalizioni insincere. Il terzo problema è la parità di genere. E ancora ci sono le liste bloccate. Su questo la Corte non è stata chiarissima. Ma c'è un passaggio in cui si legge che le liste bloccate vanno bene, ma a condizione che non tutti i seggi vengano assegnati in questo modo. Infine c’è l’assegnazione dei seggi nel collegio unico nazionale. Dunque il voto nelle singole circoscrizioni non determina la scelta dei candidati. Tutti punti che sono problematici rispetto alla sentenza della Corte che è caratterizzata dalla valorizzazione della libertà di scelta dell’elettore ».

il Fatto 5.3.14
Impresentabile, come il resto
di Antonio Padellaro

L’accordo truffaldino tra un premier diventato tale con una manovra di palazzo (privo com’è di consenso elettorale) con un partitino di scissionisti nominati dal precedente padrone realizza l’abusivismo perfetto in una democrazia ormai per modo di dire: ci prendiamo il governo e vi sequestriamo il voto, tiè. Non lo chiameremo golpe perché non c’è dramma, trattandosi di un misero gioco delle tre carte. Si strombazza l’Italicum per la Camera, ma da usare solo quando il Senato sarà abolito, forse tra 18 mesi o forse mai. Un obbrobrio mai visto, incostituzionale col botto. Del resto, è il sogno a lungo cullato lassù sul Colle che pur di non far esprimere gli italiani ha preferito affidarsi a maggioranze artificiali (Monti, Letta) che infatti si sono autodissolte con imperdonabile spreco di tempo e di energie. Adesso tocca al fenomeno Renzi inventarsi un sistema elettorale ad personam che scandalizza perfino uno specialista come Berlusconi. Il turbo fiorentino ha la mania dei record. Cinque riforme in cinque mesi (se sono tutte così...). Due maggioranze, una per le riforme e una per i giorni feriali. E a ben guardare, nel suo governo di governi ce ne sono tre, uno dentro l’altro come le matrioske. Il primo è quello della bella presenza: il più giovane, il più snello, il più rosa, buono per i titoli sui giornali. Il secondo è quello che conta e fa di conto. Guidato dal ministro dell’Economia Padoan, presidia via XX Settembre con un blocco di tecnici che dovranno piacere a Bruxelles e a Berlino. Il terzo è il sottogoverno degli affari e degli inciuci, quello dei sottosegretari così impresentabili che perfino Alfano è costretto a cacciarne uno (il prode Gentile). A Renzi avevamo creduto quando aveva letto il successo alle primarie del Pd come l’ultima spiaggia di un Paese giunto allo stremo. In molti abbiamo pensato: questo fa sul serio. Ora si sta giocando tutto il capitale tra pasticci e imbrogli vari. Non si dura nascondendo le elezioni in un cassetto. E per governare non basta qualche tweet.

l’Unità 5.3.14
Mozioni di sfiducia contro il ministro Lupi e i democratici Barracciu, De Caro, Bubbico e De Filippo
Dopo Gentile, i grillini alzano il tiro. Il Pd: casi diversi
di A. C.

Le dimissioni di Antonio Gentile non bastano al Movimento 5 Stelle. Dopo aver ottenuto l’uscita dal governo del sottosegretario in quota Ncd (sospettato di pressioni su un giornale calabrese per non fare uscire la notizia di una indagine a carico del figlio) i grillini al Senato annunciano la presentazioni di mozioni di sfiducia per altri membri del governo Renzi che sono oggetto di indagini giudiziarie.
Ieri l’annuncio nell’Aula del Senato da parte del capogruppo grillino Maurizio Santangelo. Nel mirino ci sono Francesca Barracciu, sottosegretario alla Cultura, indagata per le spese dei gruppi in Regione Sardegna, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, su cui pende un’indagine per abuso di ufficio, il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo, indagato per peculato nella rimborsopoli lucana, il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro, indagato per peculato per i rimborsi alla regione Campania, e il vice ministro dell'interno Filippo Bubbico (abuso d’ufficio). «Questo è quello che Renzi spaccia come il nuovo che avanza e a questo diciamo no», attacca Santangelo. Che insiste anche sul caso Gentile: «Deve dimettersi anche da segretario d’Aula del Senato, non ha più i requisiti necessari». Ipotesi respinta con forza dal capogruppo Ndc Maurizio Sacconi, che ha difeso Gentile: «Su di lui non c’è nulla, nemmeno dal punto di vista dei minimi elementi indiziari che possano aver dato luogo a una iniziativa giudiziaria ».
La vicenda dei 5 membri del governo nel mirino dei grillini sembra però destinata a spegnersi. Da palazzo Chigi e dalle forze di maggioranza non trapelano incrinature. «Sono vicende del tutto diverse da quella di Gentile, nessuna esigenza di dimissioni », fanno sapere diverse fonti del Pd. Anche nella minoranza interna, molto netta sul caso Gentile, l’iniziativa grillina non trova spiragli. «Nessuna richiesta di dimissioni». Fonti Pd fanno anche riferimento a una «deriva giustizialista che va fermata». «Si tratta solo di indagini, e quelle relative ai rimborsi regionali spesso sono state archiviate, come in Lombardia ». Una linea condivisa dal ministro Stefania Giannini, leader di Scelta civica: «Sono garantista, saranno gli sviluppi delle varie vicende a dare le soluzioni. Mi sembrano casi diversi da Gentile, per quel che ne so».
Grillo però non si arrende, e prende di mira il Pd nelle cui fila militano Barracciu, Bubbico, De Filippo e Del Basso De Caro. E lancia l’hashtag #fuorigliindagatipd. «Alfano ha dato l’esempio e questo atto dovuto fa onore a Ndc, ora Renzie deve seguirne l’esempio», scrive il leader dei 5 stelle. Alfano, dopo aver dovuto incassare le dimissioni del suo sottosegretario, resta sul vago: «Io non chiederò dimissioni, poi sarà il Pd a fare le sue valutazioni. Ha un po’ di indagati al governo, valuti se devono dimettersi ».
La linea dei democratici per ora sembra di netta chiusura a ogni ipotesi di passo indietro. Del resto, rinunciare a 4 membri del governo la settimana dopo la nomina rischierebbe di essere decisamente imbarazzante. La linea è quella di attendere gli sviluppi delle indagini, e di riaprire il caso solo dopo un eventuale rinvio a giudizio. E tuttavia l’atteggiamento di Alfano non esclude che nell’Ncd qualcuno possa meditare vendetta per il caso Gentile e lanciare una ritorsione contro i 4 del Pd. «Ora toccherà a noi picchiare sui loro impresentabili», sorride una fonte del Nuovo Centrodestra. «Perché di fronte agli altri indagati che sono nel governo non si è scatenato lo stesso fuoco mediatico? », ha detto ieri ad Agorà Renato Schifani. E ha aggiunto: «Abbiamo deciso di congelare quel sottosegretariato, abbiamo chiesto a Renzi di non sostituirlo. Quando la vicenda sarà chiarita, Gentile potrà svolgere il suo ruolo ».
«È una aberrazione l’ipotesi di far dimettere tutti i membri del governo oggetto di avviso di garanzia», dice Cicchitto. Mentre Rosy Bindi, a proposito della posizione del ministro Lupi, commenta: «Ho già detto che su tutta questa materia facciamo appello al senso di responsabilità delle persone, delle forze politiche e del governo ».

Corriere 5.3.14
Da Bindi a Civati, cresce l’imbarazzo tra i democratici
di Monica Guerzoni


ROMA — «Mi sono rotto le scatole di questa storia! È una non notizia, una cosa di diciotto maledetti mesi fa. Un avviso è un avviso, punto. Se invece per voi un avviso di garanzia è una anticipata sentenza di condanna... Ma chi lo decide, i Cinquestelle? I giornali? È una situazione aberrante». Il tono è pacato, ma l’umore di Umberto Del Basso De Caro è nero come la pece. Il senatore del Pd non ne può più di ripetere che non lascerà la poltrona di sottosegretario alle Infrastrutture per l’inchiesta sui fondi regionali campani. Perché mai dovrebbe mollare, visto che nessuno glielo ha chiesto? «Renzi non mi ha chiamato e dal partito non si è fatto sentire nessuno...».
Il caso degli esponenti del Pd approdati al governo a dispetto di qualche grana con la giustizia agita l’albero dei democratici, ma all’apparenza è solo un stormir di foglie. E il motivo sta tutto nel ragionamento di un deputato della minoranza: «Con tutti i casini che abbiamo ci mettiamo a spararci addosso? Non possiamo fare la caccia alle streghe in casa nostra». No, la caccia alle streghe non c’è. E però le dimissioni di Antonio Gentile — il senatore del Nuovo centrodestra che ha lasciato la seggiola alle Infrastrutture, pur essendo l’unico non indagato tra i cosiddetti impresentabili — hanno aperto una breccia in Parlamento.
Nel Pd si parla sottovoce di «doppia morale». Molti si chiedono perché Francesca Barracciu, accusata di peculato nell’inchiesta sui rimborsi spese ai consiglieri regionali, abbia dovuto lasciare la corsa alla presidenza della Sardegna e però possa sedere al governo. E che dire di Filippo Bubbico e Vito De Filippo? Tra legge elettorale ed emergenze economiche Matteo Renzi ritiene di avere altre priorità e nel suo staff c’è la sensazione diffusa che il problema dei fondi ai gruppi consiliari sia «una questione minima».
Gianni Cuperlo difende i quattro indagati e sfida Grillo: «È paragonabile ciò che ha fatto Bubbico con quello che ha fatto Gentile?». Ma intanto il malessere cresce. Rosy Bindi chiede di aprire «una riflessione» e rimprovera al premier-segretario di aver usato «due pesi e due misure». Per la ex presidente del Pd il caso «meno limpido» è quello dell’eurodeputata sarda, che dovrà spiegare come ha usato 33 mila euro di soldi pubblici. «Non mi piace l’idea che possa esserci una vetrina e un retrobottega» attacca la presidente dell’Antimafia e spiega che, nella sua metafora, la vetrina è la campagna elettorale per la Sardegna e il retrobottega è il governo del Paese. Ma Barracciu ha detto al Corriere che il Pd «è un partito garantista, il codice etico non esclude che ci si possa candidare in caso di avviso di garanzia»... E due, pure Barracciu quindi non molla. La Bindi però non ha finito e critica anche il sottosegretario Del Basso De Caro, il quale secondo Repubblica non intende lasciare il governo per 500 euro al mese. «Per quasi cinque milioni di italiani quella cifra equivale all’assegno di pensione» lo sferza Bindi e consiglia agli indagati «un po’ più di attenzione alle giustificazioni che accampano». E qui bisogna ascoltare la replica di Del Basso De Caro, l’avvocato che a suo tempo difese Bettino Craxi: «Forse non mi sono spiegato bene, non sono così stupido. I consiglieri regionali indagati sono 53 su 60 e se ci avessero detto che dovevamo rendicontare quei soldi lo avremmo fatto. Che problema c’era a rendicontare 500 euro al mese per le spese del collegio elettorale?».
Eppure, persino i garantisti tradiscono un certo imbarazzo. Ecco Gero Grassi, area ex popolare: «In linea generale è sempre preferibile che l’indagato faccia un passo indietro, ma la decisione è frutto della sensibilità personale». E Pippo Civati: «Renzi ci deve una spiegazione, sta a lui metterci la faccia».
Filippo Bubbico non farà alcun passo indietro. E tre. Il senatore che fece parte della squadra dei «saggi» del Quirinale spiega serafico di essere stato rinviato a giudizio a Potenza per concorso in abuso di atti d’ufficio: da presidente della Basilicata spese 23.869 euro per una consulenza esterna. Un decennio dopo, lo rifarebbe? «Si, era la persona giusta per quell’incarico — risponde orgoglioso — Se decideranno che è un reato mi prenderò la pena, ma dovranno spiegarmi il motivo. C’è sempre un giudice a Berlino». Non lascia, dunque? Bubbico ride: «E per quale motivo? Sono assolutamente tranquillo». Tranquillo come mai prima è anche Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute. Deve rispondere di peculato per aver acquistato 2300 euro di francobolli, parte dei quali non risultano rendicontati, quando era «governatore» della Basilicata. «È una vicenda che si commenta da sé, nelle sue dimensioni e nella sua dinamica — sorride amaro l’unico lettiano del governo Renzi — Ma davvero pensate che un presidente della Regione si vada a comprare i francobolli da solo?».

La Stampa 5.3.14
E la Barracciu?
di Massimo Gramellini


La doppia morale a sinistra esiste, nelle cose piccole e in quelle grandi. Cominciando dalle piccole: si può essere sollevati nell’apprendere che al culmine della crisi ucraina la ministra Pinotti abbia trovato il tempo per andare a sgranchire le gambe sue e della sua scorta in una maratona a Ostia. Ma non ci si può fare a meno di domandarsi che cosa avremmo detto se un ministro della Difesa di Berlusconi, magari proprio Gnazio La Russa, avesse lasciato curvo sui dossier euroasiatici qualche generalissimo secchione e se ne fosse andato allo stadio con il figlio Geronimo e gli amici Malanimo e Boro Seduto.
Passando a questioni più serie, l’intero Paese fa la ola per il congelamento del sottosegretario Gentile, il luogotenente calabrese di Alfano coinvolto in una storiaccia di intimidazioni a un giornale. Ma, terminata la ola, qualcuno comincia a chiedersi perché Gentile sia fuori dal governo mentre i quattro sottosegretari indagati del Pd rimangono dentro. Lascia stupefatti Francesca Barracciu, la vincitrice delle primarie sarde indotta a ritirarsi per via dell’indagine che le contesta una cresta di 33 mila euro sulle note spese. Come mai chi non andava bene per fare la governatrice a Cagliari va benissimo per fare il sottosegretario a Roma? Forse perché nel primo caso sarebbe stata sottoposta al vaglio degli elettori e nel secondo no? Quando Barracciu uscirà dall’inchiesta bianca come un giglio sarà un piacere riabbracciarne i talenti sottosegretariali, ma nel frattempo un governo senza indagati rappresenterebbe una novità rivoluzionaria. Molto più del Pastrocchium elettorale appena varato.

Repubblica 5.3.14
Sottosegretari indagati, M5S vuole la sfiducia
Casson chiede le dimissioni, disagio nel Pd
Grillo: “ Bene Ncd, ora Renzi cacci i suoi”. Alfano: valutino loro
di Liana Milella

ROMA - La Barracciu? Non risponde nemmeno al telefono. De Filippo? «Mi viene da ridere, qui stiamo parlando di 1.200 euro di francobolli acquistati dalla mia segreteria...». Del Basso De Caro? «Se mi chiedono il passo indietro? Sono un uomo di partito». Ma si dimette? «La vicenda mi ha un po’ seccato, ho anche più di 60 anni». Ma Grillo...? «Io non sono Grillo, mi chiamo in un altro modo». Antonio “Tonino” Gentile ormai è storia. Ma sugli altri quattro sottosegretari del Pd, che hanno un’indagine addosso, si scatenano Grillo in persona e i suoi parlamentari, ma anche Sel e la sinistra del Pd. Basti questa battuta del Dem Felice Casson, ex giudice istruttore, senatore intransigente: «Devono fare un passo di lato, nel governo ci entreranno la prossima volta».
L’aria che tira a sinistra del governo, con Sel di Vendola, e soprattutto con Grillo, è foriera di una discussione destinata a trasferirsi in aula, al Senato e alla Camera, dove i pentastellati hanno già cominciato a presentare singole mozioni di sfiducia per aprire singoli dibattiti e costringere la maggioranza al voto. Non solo. Per un Grillo che, come stiamo per vedere, di prima mattina chiede agli indagati di farsi da parte, c’è un Alfano che a sera li difende. «Io non chiederò le dimissioni dei sottosegretari Pd indagati». Poi, quasi non fosse chiaro, ripete la frase e aggiunge: «Sarà il Pd a fare le sue valutazioni. Ha un po’ di indagati al governo, valuti lui se devono dimettersi». Brucia ad Alfano l’aver dovuto sacrificare Gentile, lo tutela («Il suo diritto alla difesa è stato calpestato dall’onda mediatica, ora da persona libera si difenderà»), ma non affonda gli indagati del Pd che, almeno alcuni, hanno una storia un po’ diversa da Gentile.
La faccenda, adesso, si gioca in casa Pd, dove una Bindi, in trasferta a Palermo con la commissione Antimafia di cui è presidente, lancia una frase pesante quando le chiedono se gli indagati Dem devono farsi da parte e se deve lasciare Maurizio Lupi, il ministro delle Infrastrutture ugualmente indagato: «Ho già detto che su tutta questa materia facciamo appello al senso di responsabilità delle persone, delle forse politiche e del governo». Considerazione non da poco, anche perché, con Grillo che attacca, il Pd sarà costretto a difendere in aula i suoi uomini.
Sul refrain di «quattro indagati per me posson bastare...», sul blog, Grillo scrive: «Alfano ha dato l’esempio, il pdexmenoelle di Renzie non può che seguire l’esempio e fare una figura mondiale». Passano due ore, ed ecco che il capogruppo al Senato di M5S Maurizio Santangelo annunciare la mozione di sfiducia, per «rimuovere gli indegni dagli incarichi governativi ». Non basta. Si muove anche Sel, Claudio Fava parla di sottosegretari e ministri indagati che «si dovrebbero dimettere ». Esili le difese, come quella del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, «sono garantista, non devono dimettersi, mi sembrano casi diversi da Gentile». «Per quel che ne so», aggiunge vaga. Ma quando la mossa di M5S è pubblica, Casson non si tiene: «Questa non è una questione di codice penale, ma di etica della politica. Renzi non deve coinvolgere nel governo gli indagati, se vuole dare un’immagine nuova del Pd e del suo stesso governo ». Ma come voterà in aula? «Ho detto quello che ho detto » risponde. Ma nel Pd, tra cuperliani e civatiani, il malumore è forte.
E loro? Gli indagati? Vito De Filippo è già tutto preso dal suo lavoro di sottosegretario: «Sono in riunione. Sono già stato in commissione. Non posso parlare adesso. Dimissioni? Qui stiamo parlando di 1.200 euro per francobolli... lo capite? La cifra è questa, 1.200 euro. Fate pure gli accertamenti, fate un approfondimento, io non mi esprimo, ma mi viene da ridere a pensare che un presidente della Regione possa essere tirato in ballo per 1.200 euro spesi dalla sua segreteria...». Del Basso De Caro, seccatissimo: «Dal Pd non mi hanno chiesto niente, e perché poi avrebbero dovuto chiedermi qualcosa?».

l’Unità 5.3.14
Intesa con Verdini e sinistra
Pd in vista del voto segreto
di Vladimiro Frulletti

È un importante passo in avanti». Quando nel pomeriggio da Tunisi commenta l’accordo trovato anche con Berlusconi su l’Italicum, Renzi si mostra soddisfatto. Ovviamente del via libera del Cavaliere già ne era abbondantemente al corrente ancor prima di lasciare l’Italia per la Tunisia. Il sospiro di sollievo già lo aveva fatto. Ed era quello di chi ha scampato per poco il pericolo di veder crollare tutta la sua costruzione. Almeno questa era la paura che l’aveva preso ieri mattina quando aveva capito che Berlusconi non era per niente soddisfatto della nuova mediazione che, tramite Verdini e Gianni Letta, gli stava proponendo Renzi. Un malumore frutto della convinzione che Renzi non era stato di parola, che non aveva potuto mantenere fede al patto sottoscritto al Nazareno. Riflessioni pericolosissime per un impianto come quello delle riforme che si basa sul sostegno indispensabile dei parlamentari di Forza Italia. Da qui il tentativo di Renzi di evitare che Berlusconi finisse preda dei suoi malumori e di quelli dei più belligeranti tra i suoi. Tentativo costruito di nuovo assieme a Verdini (contattato fin dalle primissime ore della mattina) che oramai è il tessitore ufficiale della trama sulle riforme ordita da Renzi e Berlusconi. Trama che Verdini ha fatto sì che reggesse anche ieri di fronte ai tanti tentativi di strappo presenti in Forza Italia.
Ecco che così Renzi può guardare avanti, al risultato finale, evitando di rispondere per le rime al Berlusconi che dicendosi deluso gli fa notare la sua debolezza politica e parlamentare. «Quello che conta è avere una legge elettorale che dia un vincitore certo e questo risultato è garantito dall’Italicum» spiega un Renzi molto pragmatico. Che poi il Senato abbia o no l’Italicum è «un problema secondario» visto che «per il Senato non si voterà più». Questo è quello che interessa i cittadini, il resto sono discussioni accademiche e politiciste, utili e interessanti solo per «gli addetti ai lavori» l’analisi del premier. E ora che l’accordo c’è, adesso occorre portarlo a buon fine e arrivare a approvare la nuova legge elettorale subito. Magari già venerdì s’augura Renzi. Più probabilmente, dicono in Transatlantico, fra una decina di giorni. Nell’attesa comunque un risultato che Renzi porta a casa è la tenuta della propria maggioranza e in particolare il rapporto col Ncd di Alfano che non a caso via twitter fa immediatamente sapere di non essere affatto «deluso» dal premier.
Un esito che però sta deludendo alcuni renziani doc. L’Italicum «solo per la Camera non ha senso» twittava di buon mattino Roberto Giachetti invitando Renzi a non mollare. Consiglio non seguito. «Per fare le riforme bisogna farsi concavi e convessi» spiega però la senatrice democratica Laura Cantini, una delle renziane di ferro, fornendo una chiave di lettura per spiegare quanto sia mutata la tattica di Renzi da quando il segretario del Pd ha deciso che era venuto il momento di rischiare in prima persona salendo dal ruolo di segretario del Pd a quello più importante, ma anche molto più complicato di Presidente del Consiglio. «È cambiato il modo, ma non il fine» garantiscono dalle parti di Palazzo Chigi. Anche perché è cambiato il contesto. Insomma come premier Renzi deve garantire la tenuta della propria maggioranza ma nello stesso tempo non far bloccare il treno delle riforme, e quindi non rompere con Forza Italia i cui voti sono indispensabili per garantire che le leggi costituzionali su Senato e Regioni siano approvate con maggioranze larghissime. Un metodo che tiene conto anche dei rapporti di forza fra i parlamentari democratici. L’intesa raggiunta con Berlusconi proprio su una proposta della minoranza democratica (a firma D'Attorre) smina i rapporti interni e garantisce da eventuali imboscate a colpi di voto segreto. Anche perché, come spiega il capogruppo Roberto Speranza all’assemblea dei deputati ora non si farà più una legge elettorale per «votare tra 3 mesi », ma per fare le riforme promesse visto che «ci vincola alla riforma del Senato». E vista la delicatezza del passaggio Speranza avvisa i deputati che nessuno potrà permettersi di «far saltare il banco» visto che in gioco c’è la stessa credibilità del Pd. E ovviamente anche quella di Renzi «Guardiamo al risultato» è il suo invito. «Possiamo portare in fondo quello che ci siamo impegnati a fare». E cioè una legge elettorale dove ci sia un vincitore chiaro, meno parlamentari con un Senato non più elettivo e un taglio netto agli «sprechi » delle Regioni con la riforma del Titolo V. «Adesso c’è da portare avanti il lavoro – dice Renzi -. Altre dilazioni dopo vent’anni di discussioni non sarebbero accettabili. Ora si deve chiudere».

il Fatto 5.3.14
Il Pd salva ancora Verdini: nono rinvio sul caso P3
Palazzo Madama non autorizza l’uso dei nastri, anche per Dell’Utri e Cosentino

A un anno di distanza dalla richiesta del Gip di Roma, ieri la Giunta per le Immunità aveva finalmente deciso il via libera. Ma poi, per non contrariare il ras forzista amico di Renzi nel giorno del patto sull’Italicum, ha scelto di soprassedere.  Nona seduta e nono rinvio della Giunta delle immunità del Senato, ieri, sulla richiesta del Gip di Roma di autorizzazione all’uso di intercettazioni telefoniche di Denis Verdini, senatore, Nicola Cosentino e Marcello Dell’Utri, tutti parlamentari all’epoca dei fatti. Tutti concordi nel riparlarne oggi, Pd compreso, ovviamente. L’inchiesta è quella sulla presunta associazione segreta P3, finalizzata secondo l’accusa al pilotaggio di appalti e sentenze, oltre che al dossieraggio al danno di nemici politici. La faccenda, però, è ormai antichissima e chissà se al tribunale di Roma si ricordano ancora di quella lontana richiesta sugli ascolti dei tre pesi massimi berlusconiani: il Gip, infatti, l’ha presentata al Parlamento il lontano 12 aprile dell’anno scorso, ma a palazzo Madama ancora non hanno trovato il tempo di dire cosa ne pensano.
LA PRESIDENZA del Senato, per dire, la soppesò per due mesi prima di convincersi, l’11 giugno, ad annunciarne l’arrivo all’aula e ad assegnarla alla Giunta per le elezioni e le immunità. Quest’ultima, però, forse troppo impegnata a discutere di come rinviare l’inevitabile epilogo della decadenza di Silvio Berlusconi, trovò modo di occuparsene la prima volta solo il 24 settembre 2013, oltre sei mesi dopo l’arrivo. Di lì a dicembre, la Giunta trovò il modo di discuterne altre quattro volte, compresa l’accorata audizione di Verdini proprio alla fine dell’anno. Votare? Macché. Col 2014, però, il vento sembrava cambiato: Berlusconi , e pure Verdini, dunque, non erano più al governo e allora si poteva autorizzare i magistrati a usare le telefonate senza pagare prezzi politici elevati. Tre sedute filate e finalmente la decisione di votare: appuntamento per il 4 marzo, cioè ieri. Solo che poi c’è stato l’intoppo e non se n’è fatto niente: c’erano le concomitanti riunioni di Copasir e Antimafia - ha spiegato il senatore Andrea Augello di Ncd - meglio rimandare ancora per consentire una più ampia partecipazione dei senatori commissari. Il Pd, democraticamente, acconsente. “Giusto, per carità - spiega un senatore di maggioranza - ma Verdini ieri stava anche facendo da tramite tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale: meglio non esacerbare gli animi e stare tranquilli”. Nel frattempo, infatti, il Cavaliere è tornato al centro della scena e il buon Denis fa addirittura lo statista grazie al rapporto antico e amichevole col nuovo presidente del Consiglio. Fatto l’accordo sulla legge elettorale, ora si potrebbe teoricamente procedere: si vedrà oggi, visto che il presidente della Giunta Dario Stefàno ha convocato una nuova riunione proprio nel pomeriggio.

l’Unità 5.3.14
Gianni Cuperlo: «Bene così, ora l’ok della Camera Ma quelle soglie vanno riviste»
di Maria Zegarelli

Gianni Cuperlo traccia un bilancio «positivo » alla fine di una giornata tutta centrata sull’Italicum, scandita da una girandola di incontri e telefonate tra Pd, Ncd e Fi. Alla fine l’accordo si è chiuso sul cosiddetto emendamento D’Attorre, che lega il destino della legge elettorale alla sola Camera dei deputati. Tutto risolto? Affatto, perché la minoranza del Pd è decisa a portare avanti in Senato la battaglia per migliorare molti aspetti dell’Italicum, a partire dalle soglie di sbarramento.
Via libera all’Italicum. Chi ha vinto in questa partita giocata dalla doppia maggioranza?
«Questa giornata ha un saldo attivo per tutti. Noi abbiamo chiesto con determinazione lo stralcio dell’articolo 2 perché bisognava dare un segnale netto: la riforma elettorale doveva essere agganciata al superamento del Senato dal momento che l’Italicum, così come concepito, non garantirebbe, nel caso in cui non si superasse il bicamerlismo perfetto, alcuna governabilità. E questo è un limite che non possiamo permetterci. Dobbiamo fare una legge elettorale perché è un imperativo nei confronti del Paese, ma deve essere una buona riforma, efficace, in grado di garantire rappresentatività e una maggioranza di governo».
Ma resta il tema. Nel caso in cui si dovesse andare al voto fra un anno, come sembra volere Silvio Berlusconi, ci sarebbero dueleggi elettorali diverse nelle due Camere.
«Sarebbe una sciagura per il Paese. Se si andasse a votare senza aver abolito il Senato ci troveremmo in una situazione drammatica, di assoluta ingovernabilità. Su questo si misura la responsabilità delle forze parlamentari perché se non si dovesse portare a termine il percorso delle riforme costituzionali ci troveremmo di fronte a una riforma monca. Anche per questo, con lo stesso senso di responsabilità che abbiamo dimostrato fino ad ora, bisogna pensare a migliorare questo testo lungo il percorso parlamentare ».
Quindi si tornerà a porre il tema delle soglie di sbarramento?
«In questo momento noi dobbiamo far partire il convoglio alla Camera, questo è il nostro impegno, senza dimenticare gli elementi critici di questa legge che non possono essere taciuti. Non lo dico solo io e non lo dicono solo i costituzionalisti. Lo sostiene l’ispiratore dell’Italicum, il professor D’Alimonte, che due giorni fa sul Sole 24ore e poi sul Corriere, ha letteralmente inchiodato la “sua” legge ad alcuni limiti e vizi che, se non affrontati, rischiano seriamente di comprometterne l’efficacia».
Nella riunione del gruppo Pd avete appena deciso di ritirare gli emendamenti, tranne quello sulla rappresentanza di genere.
«Noi abbiamo preso l’impegno a far approvare la legge in prima lettura alla Camera, avendo anche apprezzato i passi in avanti che ci sono stati - penso all’innalzamento della soglia per il premio di maggioranza dal 35 al 37%, anche se sarebbe stato meglio il 40% - segno che stiamo andando nella direzione giusta, mail percorso è solo all’inizio emi auguro si possa intervenire ancora al Senato. Sull’equilibrio di genere la battaglia è sacrosanta e rispetta gli articoli 3 e 51 della Costituzione. Poi certo sarà bene continuare a discutere al Senato. Ad esempio per correggere la soglia di sbarramento all’8% per i partiti che si presentano da soli. Se resta così com’è c’è il rischio che una forza politica che raccoglie 3 o 4 milioni di voti resti fuori dal Parlamento. Altro tema: i partiti che non raggiungono il 4,5%, pur stando in coalizione, portano voti che sono utili per il premio di maggioranza ma non partecipano al riparto dei seggi. Stiamo parlando dell’eguaglianza effettiva del voto e dell’equilibrio che deve esserci tra governabilità e rappresentatività. Infine, la permanenza delle liste bloccate, seppur corte rispetto a prima, non risolve il problema di restituire all’elettore il diritto di scegliere il proprio rappresentante. Dal momento che stiamo parlando di una legge che prevede un collegio unico nazionale nessuno sa quali sono i collegi dove scatta effettivamente l’elezione di questo o quel candidato».
Lei crede davvero che Berlusconi sia disposto a scendere a patti sulle soglie di sbarramento?
«Io non so quanto sarà possibile intervenire, ma annoto che si definiva “blindato” il patto anche quando abbiamo affrontato il tetto di sbarramento al primo turno e poi invece siamo riusciti ad alzarlo, o quando abbiamo chiesto di legare la legge elettorale al superamento del Senato. I fatti ci hanno dimostrato che discutendo, confrontandoci nelle Commissioni e tra forze politiche, è possibile apportare dei miglioramenti. Mi lasci anche dire che su tutti i punti oggetto di una riflessione critica io ero intervenuto già nella prima Direzione del Pd che aveva discusso questa legge. E le reazioni allora non erano state improntate al bon ton. Oggi dico che la legge elettorale è di tutti. Dobbiamo chiudere definitivamente una stagione durata troppo a lungo durante la quale le forze politiche, in particolare la destra, hanno pensato di poter scrivere le leggi elettorali come un abito di sartoria, su misura per una parte. Non funziona così. Non più».
Renzi prevede l’approvazione entro venerdì. È stato troppo ottimista?
«Mi auguro sia così. Sono convinto che accelerare i tempi sia necessario per dimostrare che questa volta si fa sul serio. Non ci è permesso sbagliare, non ci sarebbe perdonato perché non pagherebbe un prezzo solo la reputazione del Parlamento, ma la qualità della democrazia. Ecco perché, giovedì o venerdì non lo so, questa legge in prima lettura la dobbiamo approvare. Allo stesso tempo spero che si riesca a modificare lungo il percorso per tutte le buone ragioni che abbiamo indicato. Quello che deve essere chiaro è che noi faremo tutto il possibile per dare al paese una buona legge e lavoreremo con assoluta lealtà. Credo che lo stiamo dimostrando».

Repubblica 5.3.14
Carceri, alla Camera no alle misure auspicate da Napolitano. Polemica per l’aula vuota al dibattito
Il Pd affossa indulto e amnistia “Per noi la clemenza è inefficace”
di Liana Milella

ROMA - Discussione “intima” per amnistia e indulto alla Camera. Napolitano ha mandato il messaggio nel lontano 7 ottobre 2013. “Tempestivamente” i deputati rispondono, ma per ore sono una quarantina. Classico emiciclo vuoto. Si riempie per il voto, 325 per la relazione della Pd Donatella Ferranti, la presidente della commissione Giustizia. Con lei stanno i Dem, gli alfaniani, i vari centristi, 107 contrari (l’M5S), 42 astenuti (Forza Italia). Non c’è il Guardasigilli Andrea Orlando, volato a Bruxelles per il primo impegno internazionale con i colleghi Ue, al banco del governo il vice ministro Enrico Costa e il sottosegretario Cosimo Ferri. Amnistia e indulto finiscono nel cassetto, pur sollecitati da Napolitano come la risposta più rapida alla catastrofe cui sta per andare incontro l’Italia per la condanna della Corte di Strasburgo sul sovraffollamento, mannaia al 28 maggio per i risarcimenti da migliaia e migliaia di euro. Il colpo di grazia glielo dà la responsabile Giustizia del Pd, la renziana Alessia Morani. Il Pd si divide, perché per una Morani contraria, c’è il predecessore, il bersaniano Danilo Leva, che è favorevole.
Non potrebbero parlare lingue più diverse. Morani: «Per il Pd la clemenza è inefficace. È un alibi per la politica che non vuole fare scelte strutturali». Amnistia e indulto affondati. Ma ecco Leva: «Non può essere un tabù discutere di un provvedimento straordinario di clemenza. Facciamolo con serenità, senza derive ideologiche ». Il Pd è il partito di Luigi Manconi, che al Senato ha presentato un progetto per indulto e amnistia. Ma quando parla Ferranti si capisce che la scelta del partito è tutt’altra. Parlano i numeri catastrofici dell’indulto 2006, al 31 luglio 60.710 detenuti, un mese dopo 38.326, ma tornano 55.057 a giugno 2008. Dice Ferranti: «È una questione meramente politica, che il legislatore effettua tenendo conto della gravità dei reati e dell’allarme sociale suscitato». Il Pd, chiaramente, o almeno il Pd renziano, non regge proprio «l’allarme sociale». Serve a poco che Ncd sia favorevole («Non ci spaventano indulto e amnistia»), con un Fabrizio Cicchitto che ancora difende «le leggi ad personam fatte per Berlusconi contro le iniziative ad personam dei magistrati». La linea è «la buona strada» indicata da Ferranti, tutte le leggi e leggine svuota- carcere. Edmondo Cirielli lancia la commissione d’inchiesta shock sul mancato adeguamento delle carceri. Protestano i Radicali (Pannella, Bernardini) per l’occasione mancata. Protesta Sel. Ma a Napolitano hanno sbattuto la porta in faccia.

La Stampa 5.3.14
L’emergenza carceri in Parlamento
Forza Italia e Ncd vogliono l’amnistia
Pd diviso, contrari i renziani: è meglio intraprendere misure ordinarie
di Francesco Grugetti

qui

l’Unità 5.3.14
L’asse con Berlusconi è una trappola. Si può evitare
di Claudio Sardo

LA NUOVA LEGGE ELETTORALE SARÀ DUNQUE ANCORATA ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE DEL SENATO. Per produrre il risultato di una «maggioranza certa», si dovrà prima ridisegnare il bicameralismo e limitare alla sola Camera il voto di fiducia al governo. Questo è il senso dell’emendamento D’Attorre, su cui ieri sera si è raggiunto un consenso pressoché unanime. L’ultimo ad aderire al compromesso è stato Berlusconi, che si erge a difensore del patto «originario » con Renzi e tanta di ridurre al minimo le correzioni. Fermandosi al braccio di ferro di ieri - che ha preceduto e ritardato l’avvio della discussione in aula sulla riforma elettorale - si potrebbe concludere che i vincitori della tappa sono stati la minoranza del Pd e il partito di Alfano, da sempre sostenitori dell’inapplicabilità dell’Italicum in costanza del bicameralismo perfetto. Ma il verdetto è ancora provvisorio.
Anzitutto Renzi si mostra sempre più distaccato e indifferente ai contenuti della legge. Ha fissato due paletti - la riforma deve dare la «maggioranza certa » e il Senato non deve più votare la fiducia al governo - ma tutto il resto è per lui discutibile. Non intende rinunciare, questo sì, al coinvolgimento di Berlusconi, perché è consapevole che la riforma costituzionale contro Forza Italia sarebbe molto, molto difficile. E ora, accettando di limitare l’Italicum alla sola Camera, ha legato ancor più il destino delle riforme alle modifiche della Costituzione, peraltro molto ampie (almeno 45 articoli). Il problema è che Berlusconi si è messo a presidiare i contenuti dell’Italicum, nella pessima versione attuale. Èvero che ieri è stato costretto ad accettare l’emendamento D’Attorre (sottoscritto anche da Sel e apprezzato dai grillini): ma in cambio ha preteso il ritiro degli emendamenti presentati dai deputati della maggioranza, e comunque l’impegno a non modificare il testo nel primo passaggio alla Camera. E la disponibilità ottenuta da Pd e Ncd è certamente un punto a favore del Cavaliere.
Non che Berlusconi faccia dell’Italicum una questione ideologica. Difende i punti di somiglianza con il Porcellum per convenienza. Ma ancor più dell’interesse a ricostituire il bipolarismo coatto, a difendere le liste bloccate, a mantenere le soglie di sbarramento differenziate per rendere improbabile il ballottaggio, a Berlusconi interessa marcare il suo potere di sindacato. E dunque la sua influenza sul nuovo quadro politico.
Tra i berlusconiani, a cominciare da Giuliano Ferrara, si parla in modo esplicito di asse Renzi-Berlusconi. Un asse che avrebbe ribaltato lo schema del governo Letta e che ora sostiene e sovrasta la stessa maggioranza di governo. Peraltro, se l’Italicum non sarà cambiato nella sostanza, le coalizioni elettorali si formeranno esattamente secondo le modalità del Porcellum e il partito di Alfano sarà dunque destinato ad essere di nuovo suddito di Berlusconi.
Il merito dell’Italicum insomma non riguarda solo i costituzionalisti. È un tema politico di primaria importanza, che condiziona fin d’ora il motore stesso del governo. Renzi non deve spingere Forza Italia fuori dal tavolo delle riforme. Manon è obbligato a fare di Berlusconi l’interlocutore privilegiato. Anzi, a ben guardare, l’asse Renzi-Berlusconi è una prospettiva soffocante per il leader Pd, che rischia di trasformare la sua energia in un’iniezione rivitalizzante per il partito del Cavaliere. Renzi ha bisogno di usare la propria energia per un cambiamento reale, per costruire un nuovo sistema politico: per questo cambiare l’Italicum, anche in profondità, è vitale per Renzi. Anche se ha messo la faccia sull’accordo di «avviamento », non può diventare come Berlusconi il difensore di tutto ciò che somiglia al Porcellum.
L’impresa non sarà facile. Il compromesso di ieri rinvia al Senato gli emendamenti di merito: speriamo che la Camera migliori comunque qualcosa e non si faccia imporre la moratoria su tutto. Renzi sta imparando velocemente l’arte della mediazione. Ha tutto l’interesse a dare da un lato maggiore autonomia politica ai suoi alleati di centrodestra e dall’altro ad aprire un dialogo positivo anche con Sel e quei grillini che hanno rotto con Grillo&Casaleggio. Ci saranno emendamenti per evitare il Parlamento dei nominati, per creare una soglia di sbarramento unica, per impedire che i voti delle liste minori al di sotto del quorum vengano «rubati» dall’alleato maggiore. Ci sarà anche un emendamento che limiterà gli apparentamenti al secondo turno, lasciando liberi i partiti al primo turno. Berlusconi minaccerà fuoco e fiamme. Ma Renzi ha gli strumenti per placarlo, ridimensionarlo, liberare se stesso da un abbraccio mortale. Dovrà usare diplomazia e qualche furberia: e non sarebbe male se acquisisse progressivamente una visione di sistema, una politica costituzionale. Di certo, da questa complicata partita dipendono il destino e la durata del governo assai più di quanto non dicano alcuni emendamenti alla legge elettorale.

Repubblica 5.3.14
Soros e le Coop rosse
di Gad Lerner

FORSE non sarà necessario riscrivere l’articolo 45 della Costituzione (“La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”); però questo ingresso del finanziere statunitense George Soros nella Igd, fondo di gestione immobiliare controllato dalla Lega delle Cooperative, in altri tempi lo avremmo definito un matrimonio contro natura.
Ma come? Il re della speculazione internazionale diventa terzo azionista di un fondo delle Coop “rosse”? Va bene che Soros nel tempo libero si trasforma in filantropo liberal, ma qui ci sono di mezzo gli affari; nonché l’assetto futuro del nostro depresso sistema economico. Che frutti potrà mai generare un simile innesto?
Desiderosi come siamo di attrarre investimenti stranieri nel belpaese, non ci permetteremo certo di fare gli schizzinosi. Né indugeremo nella dietrologia sulla firma del contratto con Soros, giunta proprio sei giorni dopo che il presidente della Lega Coop, Giuliano Poletti, è entrato a far parte del governo Renzi in qualità di ministro del Lavoro. La nomina di Poletti appariva come segno culturale adeguato alla durezza dei tempi: far ricorso all’esperienza solidaristica su cui è fondato il movimento cooperativo per favorire la nascita di nuove imprese e di nuovi strumenti di assistenza sociale. Avevamo equivocato? Le Coop sono divenute semplicemente un nuovo “potere forte” che si cimenta in campo finanziario al pari degli altri? La domanda non è oziosa, e l’arrivo di Soros ce lo conferma.
Vivendo in un’epoca di scarsità permanente, dovendoci attrezzare per un futuro di penuria, la buona pratica del mettersi insieme, aiutarsi a vicenda, superare l’individualismo proprietario, è ritornata più che mai attuale. Là dove la politica si rivela inadeguata, sopperisce - dal basso - la virtù autogestita della condivisione. Basta guardarsi intorno per constatare che la sofferenza sociale non produce sempre solo lacerazione e solitudine. Parole antiche come mutuo soccorso, fratellanza, cooperazione, riacquistano qui e là un significato concreto. Affondano le loro radici nell’umanesimo cattolico e mazziniano da cui germogliarono le società operaie e artigiane del primo movimento socialista. Ma oggi di nuovo si avverte la necessità di un’economia capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita speculativa. Sarebbe davvero un peccato dover constatare che nel frattempo gli eredi di quella storia, i colossi della cooperazione - non importa se “rossa” o “bianca” - sono diventati inservibili a tale scopo.
Al tempo in cui l’Unipol guidata da Giovanni Consorte si alleò con furbetti di ogni sorta nel tentativo di acquisire il controllo di una banca, molti dirigenti della sinistra reagivano con stizza alle critiche: perché mai la finanza “rossa” dovrebbe restare esclusa dalle partite che contano? Poi Consorte fu assolto. Tanto che ora dà vita a un’associazione finalizzata a modernizzare la cultura riformista, e nessuno gli chiede più conto delle decine di milioni incassati per consulenze estranee alla sua attività di manager della cooperazione. Difficile eludere la constatazione di Luigino Bruni, tra i massimi studiosi dell’economia sociale italiana: «Viene da domandarsi dove sia finito lo spirito cooperativo quando alcuni direttori e dirigenti di cooperative di notevoli dimensioni percepiscono stipendi di centinaia di migliaia di euro».
Qualche anno dopo Consorte, l’Unipol ha rilevato l’impresa assicurativa della famiglia Ligresti con tutte le partecipazioni societarie annesse nei “salotti buoni”. Niente da ridire, ma sarebbe questa la sinistra cooperativa e mutualistica che avanza?
Ora viene il turno di George Soros associato a un fondo immobiliare delle Coop specializzato in centri commerciali e ipermercati (1,9 miliardi di euro il patrimonio stimato). Va rilevato che il settore immobiliare italiano suscita un rinnovato interesse nei gruppi stranieri. Soros non è il solo a puntarci. Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con la nostra emergenza abitativa: a fare gola sono i nuovi grattacieli per uffici direzionali, l’edilizia di lusso e, per l’appunto, i centri commerciali. È verosimile che tali investimenti speculativi funzionino da volano per uno sviluppo equilibrato? Piacerebbe sentire in merito l’opinione dei manager della cooperazione e dello stesso ministro Poletti. Anche perché la loro diversificazione finanziaria non ha evitato che la crisi sospinga varie cooperative in difficoltà a chiudere un occhio su materie delicate, come i subappalti precari e sottopagati.
Accolto con un doveroso benvenuto il compagno americano, ci chiediamo che strana razza di capitalismo verrà fuori dal suo incrocio con la finanza “rossa”. Le buone pratiche diffuse della cooperazione, che sia di produzione, distributiva o di cura alle persone, non attenderanno i dividendi di Borsa. La loro carica profetica e soccorrevole si esprime altrove.

La Stampa 5.3.14
L’autistico laureato non è autistico
di Gianluca Nicoletti


A Padova si festeggia il primo autistico in Italia ad avere preso una laurea. E’ una bella notizia per tutti, neuro diversi e non. Quello che ritenevano un ritardato mentale, in realtà, è stato capace di laurearsi dottore magistrale in Scienze umane e pedagogiche.
Piercarlo Morello di 33 anni per laurearsi però è stato assistito da qualcuno che alle sue spalle guida la sua mano sulla tastiera di un computer, affinché lui possa esprimersi compiutamente. Ha sicuramente colpito tutti noi la frase del neo dottore che i giornali hanno riportato, e che è particolarmente intensa: «La disuguaglianza è la vera disabilità, so che cammino solo. Ho contro un male che rende la vita muta, solitaria, vacua e bisognosa di altri, ma nella mia cesta di parole taciute trovo anche soli e lune, oceani calmi e colori di luce».
E’ veramente un’immagine molto profonda, anche troppo perché Piercarlo possa essere definito autistico, infatti l’associazione nazionale delle famiglie dei soggetti con autismo (Angsa) ha subito comunicato di essere strafelice per la notizia, ma su Piercarlo evidentemente era stata sbagliata la diagnosi, non era un autistico.
Nel caso che quel distico l’abbia scritto lui, e non il suo facilitatore, evviva! Significa che ha una comunicazione sociale più che buona, quindi non è da considerare autistico, cioè un soggetto la cui caratteristica principale sia quella di essere incapace a comunicare, indipendentemente dal modo in cui possa esprimersi.
Non sembri fuori luogo fare una precisazione del genere, a fronte di una notizia che mette solo allegria, e che sarà sicuramente fonte di orgoglio per quel ragazzo e la sua famiglia. E’ impietosamente necessario però fare un punto di chiarezza, proprio perché non si accenda all’istante la speranza in ogni altro genitore d’autistico che il proprio ragazzo, che magari non è capace di scrivere il suo nome o di dire mamma, possa emulare l’ambito traguardo di laurearsi, purché munito di facilitatore che lo aiuti a scrivere sul computer, tutto quello che, altrimenti, non sarebbe mai capace a esprimere parlando.
Penso che se passasse questo concetto sarebbe altrettanto grave del far credere che tutti gli autistici siano rappresentabili nel protagonista di «Rain Man», o nel prodigioso bimbo veggente matematico della serie televisiva «Touch».
L’autismo è un mondo complesso e variegato e sono veramente poche le modalità di trattamento che funzionino per tutti. Tra queste è da escludere che ci sia la comunicazione facilitata, ora presentata con il nome di Woce, che negli Stati Uniti da almeno quindici anni è dichiarata priva di evidenza scientifica, in Italia classificata dalla Linea guida n.21 dell’Istituto Superiore di Sanità del 2011 fra gli interventi «non raccomandati per l’autismo».
Ora sicuramente ci sarà chi ribatterà, portando nomi e documenti trovati in rete, dove è scritto che qualcuno da qualche parte del mondo invece considera efficace questo tipo d’intervento. Di certo sappiamo che non è generalizzabile e questo ci basta. Abbiamo già recenti esempi di come l’emotività mediatica non sia buona consigliera in casi così delicati e che riguardano la salute. E’ solo d’augurarsi che Piercarlo non diventi un fenomeno da talk show, o per lo meno nessuno gridi al miracolo citando il suo caso.
Purtroppo chi ha conoscenza dell’autismo, così detto «a basso funzionamento», (sì non è bello come termine, ma anche mio figlio è di quel genere e c’ho fatto l’abitudine) sa che chi abbia questa particolare sindrome, e non verbalizza salvo poche parole, nella maggior parte dei casi ha enormi problemi cognitivi e relazionali, soprattutto non è in grado di redigere una tesi di laurea, di esprimere concetti elaborati, come i testi pieni di saggezza e profondità che spesso vengono attribuiti agli autistici «facilitati».
E’ giusto piuttosto che sia ribadito il concetto che per l’autistico il primo vero traguardo sia l’autonomia di base nei suoi comportamenti quotidiani. Inutile porsi l’obiettivo ambizioso di una laurea, se ancora il proprio figliolo ha difficoltà ad allacciarsi le scarpe, a vestirsi da solo, a curare la propria igiene personale.
Chiediamoci anche cosa potrà fare il nostro figlio autistico una volta laureato, soprattutto se dovrà sempre essere seguito dai suoi facilitatori quando gli sarà chiesto d’esprimersi.
Ieri mio figlio Tommy si è cucinato da solo la pasta con le zucchine, faccio salti di gioia, mi basta per pensare che il cuoco potrà farlo, anche se non sa parlare.
A Padova si festeggia il primo autistico in Italia ad avere preso una laurea. E’ una bella notizia per tutti, neuro diversi e non. Quello che ritenevano un ritardato mentale, in realtà, è stato capace di laurearsi dottore magistrale in Scienze umane e pedagogiche.

Repubblica 5.3.14
Ritorno all’Ottocento
di Barbara Spinelli

IN PARTE per monotonia abitudinaria, in parte per insipienza e immobilità mentale, continuiamo a parlare dell’intrico ucraino come di un tragico ritorno della guerra fredda. Ritorno tragico ma segretamente euforizzante.
Perché la routine è sempre di conforto per chi ha poche idee e conoscenza. Le parole sono le stesse, e così i duelli e comportamenti: come se solo la strada di ieri spiegasse l’oggi, e fornisse soluzioni.
È una strada fuorviante tuttavia: non aiuta a capire, a agire. Cancella la realtà e la storia ucraina e di Crimea, coprendole con un manto di frasi fuori posto. È sbagliato dire che metà dell’Ucraina - quella insorta in piazza a Kiev - vuole «entrare in Europa». Quale Europa? Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale - non denunciato a Occidente - forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler.
È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché «abitate da filorussi ». Non sono filo- russima russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino). È mistificante accomunare Nato e Europa: se tanti sognano l’Unione, solo una minoranza aspira alla Nato (una minaccia, per il 40%). Sbagliato è infine il lessico della guerra fredda applicato ai rapporti euro-americani con Mosca, accompagnato dal refrain: è «nostra » vittoria, se Mosca è sconfitta.
Dal presente dramma bellicoso si uscirà con altri linguaggi, altre dicotomie. Con una politica - non ancora tentata - che cessi di identificare i successi democratici con la disfatta della Russia. Che integri quest’ultima senza trattarla come immutabile Stato ostile: con una diplomazia intransigente su punti nodali ma che «rispetti l’onore e la dignità dei singoli Stati, Mosca compresa», come scrive lo studioso russo-americano Andrej Tsygankov. L’Ucraina è una regione più vitale per Mosca che per l’Occidente, e i suoi abitanti russi vanno rassicurati a ogni costo. È il solo modo per esser severi con Mosca e insieme rispettarla, coinvolgerla.
Siamo lontani dunque dalla guerra fredda. Che era complicata, ma aveva due elementi oggi assenti: una certa prevedibilità, garantita dalla dissuasione atomica; e la natura ideologica (oggi si usa l’orrendo aggettivo valoriale) di un conflitto tra Est sovietizzato e liberal-democrazie. Grazie allo spauracchio dell’Urss, Europa e Usa formavano un «occidente » senza pecche, qualsiasi cosa facesse. L’Urss era nemico esistenziale: letteralmente, ci faceva esistere come blocco di idee oltre che di armi.
Questo schema è saltato, finita l’Urss, e l’Est è entrato nell’Unione. Mentre l’Urss crollava un alto dirigente sovietico, Georgij Arbatov, disse: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico ». Non aveva torto, se ancora viviamo quel lutto come orfani riottosi. Ma non è più l’antagonismo ideologico a spingerci. La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington. Fa guerre espansive in Cecenia mentre gli Usa, passivamente seguiti dall’Europa, fanno guerre illegali cominciando dall’Iraq e proseguendo con le uccisioni mirate tramite i droni. «Oggi la Russia di Putin e “l’Occidente” condividono un’identica visione basata sulla ricerca di profitto e di potere: in tutto tranne su un punto, e cioè a chi debbano andare profitto e potere», scrive Marco D’Eramo su Pagina 99(25-2-14).
Questo significa che non la guerra fredda torna, ma il vecchio equilibrio tra potenze (balance of power) che regnava in Europa fino al ’45: i Grandi Giochidell’800, in Asia centrale o Balcani. Qui è la perversione odierna, obnubilata. Washington ha giocato per anni con l’idea di spostare la Nato a Est, fino ai confini russi. Più per mantenere in piedi l’ostilità del Cremlino che per aiutare davvero nazioni divenute indipendenti. L’Europa avrebbe potuto essere primo attore, perso il «nemico esistenziale». Non lo è diventata. È un corpo con tante piccole teste, alcune delle quali (Germania per prima) curano propri interessi economico-strategici da soli. Lo scandalo è che nel continente c’è ancora una pax americana opposta alla russa. Una pax europea neppure è pensata.
Eppure una pax simile potrebbe esistere. L’unità europea fu inventata proprio in risposta all’equilibrio delle potenze, per una pace che non fosse una tregua ma un ordine nuovo. L’ombrello Usa ha protetto un pezzo del continente, consentendogli di edificare l’Unione, ma ha viziato gli europei, abituandoli all’indolenza passiva, all’inattività irresponsabile, al mutismo. Finite le guerre fratricide, l’Europa occidentale s’è occupata di economia, pensando che pace-guerra non fosse più di attualità. Lo è invece, atrocemente.
Priva di visioni su una pace attiva, l’Europa cade in errori successivi fin dai tempi dell’allargamento. Allargamento che non definì la pax europea: i paesi dell’Est si liberarono, senza apprendere la libertà. Il poeta russo Brodsky lo disse subito: «La verità è che un uomo liberato non diventa per questo un uomo libero. La liberazione è solo un mezzo per raggiungere la libertà, non è un sinonimo della libertà (...) Se vogliamo svolgere il ruolo di uomini liberi, dobbiamo esser capaci di accettare o almeno imitare il comportamento di una persona libera che conosce lo scacco: una persona libera che fallisce non getta la pietra su nessuno». L’Est si liberò dalle alleanze con Mosca, ma quel che ritrovò, troppo spesso, fu il nazionalismo di prima.
Non a caso molti a Est si misero a difendere la sovranità degli Stati, senza esser contestati. E la «liberazione» criticata da Brodsky risvegliò ataviche passioni mono-etniche, intolleranti del diverso. Si aggravò lo status dei Rom: ridivenuti apolidi. Si riaccesero nazionalismi irredentisti, come nell’Ungheria di Orbán. Nata contro le degenerazioni nazionaliste, L’Europa ammutolì.
Kiev corre gli stessi rischi, proprio perché manca una pax europea che superi le sovranità statali assolute, e la loro fatale propensione bellicosa. Se tanti sono euro- fili ignorando la filosofia dell’Unione, è perché anche l’Unione l’ignora. Bussola resta l’America: lo Stato che meno d’ogni altro riconosce autorità sopra la propria. Oppure il nazionalismo russo. Tra Russia e Usa il rapporto è antagonistico, ma a parole. Nei fatti è un rapporto di rivalità mimetica, di somiglianza inconfessata.
L’Ucraina è una nazione dalle molte etnie, con una storia terribile. Storia di russificazioni forzate, che in Crimea risalgono al ’700: ma oggi i russi che sono lì vanno protetti. Storia di deportazioni in massa di tatari dalla Crimea, che pagarono la collaborazione col nazismo e tornarono negli anni ’90. Storia di una carestia orchestrata da Stalin, e di patti con Hitler su cui non è iniziata alcuna autocritica (il collaborazionista Bandera è un mito, per le destre estreme che hanno pesato nei recenti tumulti). Uno dei più nefasti fallimenti della rivoluzione a Kiev è stata la decisione di abolire la tutela della lingua russa a Est: cosa che ha attizzato paure e risentimenti antichissimi dei cittadini russi, timorosi di trasformarsi in paria inascoltati dal mondo.
Tutte queste etnie convivevano, quando in Europa c’erano gli imperi. Pogrom e Shoah son figli dei nazionalismi. Oggi regnano due potenze dal comportamento imperialista (Usa, Russia), che però non sono imperi multietnici ma nazioni- Stato distruttivi come in passato.
Se l’Europa non trova in sé la vocazione di essere impero senza imperialismo, via d’uscita non c’è. Se non trova il coraggio di dire che mai considererà «filo- europei» neonazisti che si gloriano di un passato russofobo che combatté i liberatori dell’Urss, le guerre nel continente son destinate a ripetersi. Le tante chiese ucraine lo hanno capito meglio degli Stati.

La Stampa 5.3.14
A Yalta fra gli “amici” dello Zar che aspettano i blindati russi
“Basta, l’Ucraina è un’invenzione”
La piazza si prepara a sventolare i vessilli: “Siamo più forti”
di Domenico Quirico


Il passato si dimentica. Qualcosa si può ricordare, altre cose si perdono per sempre. Non quello che è accaduto in questo palazzo dove zarine raccontavano fiabe dolcissime a principi destinati al macello. Diciamo che questo salone di un bianco accecante, con le sue piccole palme, vegliata da una statua di Penelope dagli occhi bassi, per ricordare, invano, ai Grandi che la principale virtù umana è la pazienza, è scenografico: ma nel senso inteso alla lettera. Ovvero è una immagine falsa, un insieme di figure che fingono qualcosa che può esistere o non esistere; ma certamente è un deliberato e onesto inganno, una pia frode. 
L’incontro nel palazzo di Livadia a Yalta fu una trama di falsi, (ah, sapeva ben recitare Iosif Vissarionovich con i suoi baffi e la sua pipa funesta); finsero, per l’ultima volta, di essere d’accordo e divisero, brutalmente, il mondo. Sesto punto all’ordine del giorno, il più difficile, sei sedute per accordarsi, eppure in fondo c’erano solo da definire le frontiere della Polonia. Di lì, quattro giorni di febbraio, come ora, cominciò la Storia che oggi ancora svolge, asprigna, i suoi fili in questa parte d’Europa. Le rivolte, le minacce di guerra, il gelo: si lotta ancora per quella divisione che pure sembrava saldata per sempre. 
Avremmo dovuto prevedere che mentre la Russia lentamente si risolleva, un ginocchio, poi l’altro, non sarebbe cessata l’infezione di odio che si sarebbe a poco a poco estesa anche al cuore dei Paesi vicini. Quelli che deridevano la Russia vinta, esangue, di Gorbaciov e di Eltsin, adesso onorano quella petrolifera e arrogante di Putin e finiranno con l’amarla.
Tutto sembra intatto nel palazzo: le statue di cera dei tre protagonisti, il tavolo ovale, le sedie, le firme in fondo al documento finale. Eppure ancora finzioni: Livadia era diventata una mensa, il puzzo dei cavoli e del borsh appestava i marmi. Fino a quando Nixon in visita a Yalta non chiese, ingenuamente, di vedere il luogo memorabile. Un ukaze di Breznev creò il museo in 24 ore: potenza del socialismo realizzato! I visitatori sono radi in questa stagione, le babuske, sedute accanto ai termosifoni, vegliano sui sedimenti di quei quattro giorni di leggenda. Nel chiosco dei souvenir le copie della Pravda del 1945, venti copechi soltanto costava allora, con la celebre foto sono allineate accanto alle bandiere della nuova Russia putiniana. Le mamme comprano i piccoli vessilli, i bambini potranno sventolarle quando anche a Yalta finalmente spunteranno i blindati dei soldati russi. «Basta - sentenzia un’entusiasta dagli occhi dispotici - la Russia non arretra più, siamo forti. Cos’è l’Ucraina? Una invenzione, un niente». Ieri a Belbeck, l’aeroporto militare di Sebastopoli, un gruppo di soldati ucraini, disarmati, hanno chiesto umilmente di poter rientrare nella loro base. Li hanno cacciati come mendicanti. A Eupatoria un’altra base si è arresa.
Putin ha imparato la lezione staliniana: nutrirsi delle nostre debolezze, metterci di fronte al fatto compiuto. I dittatori fanno della forza l’unico strumento della loro grandezza. Stalin sfogliò, un lembo dopo l’altro, l’Europa dell’Est. Ora si è cominciato con l’Ossezia e l’Abkazia. Poi la Crimea e l’Ucraina dell’Est. Senza l’Ucraina lo spazio eurasiatico inventato da Putin, Russia, Bielorussia, Kazachistan, non ha più alcun senso: «Per il momento l’occupazione della Crimea non è necessaria». Sì: per il momento. Ieri i russi hanno occupato un’altra base. I baltici, i polacchi hanno ricominciato a tremare. Stalin ha insegnato che uno dei vantaggi della potenza è quello di essere giusti o ingiusti a proprio piacimento.
Rivedo i luoghi, assaporo i ricordi: ah! la gloria delle primavere in Crimea, queste nuvole pazze in un cielo altissimo, simili a pezzi di carta che il vento solleva qua e là per il lungomare e il verde delle sequoie nel giardino del palazzo. In fondo a ogni strada è il mare e agli incroci vedi i semafori e i fari per le navi, volano insieme sui platani che hanno cento anni passeri e gabbiani. E le belle ragazze bionde dagli occhi turchesi che si specchiano nelle vetrine di quello che una volta era il «Gastronom», al tempo dei miseri sibaritismi staliniani, hanno l’aria di apparizioni marine. 
Quando siamo arrivati a Yalta sfilava la notizia che le manovre russe al confine dell’Ucraina erano ufficialmente terminate: i soldati, i carri armati, gli elicotteri tornano, dunque, alle caserme. Lo scenario cecoslovacco (anche allora ci furono intimidatrici manovre) è «per il momento» evitato. Tutto pare imprevisto e tutto pare possibile. Sul lungomare Lenin, davanti alle banche, gli impiegati correggono, per la prima volta nella giornata, le cifre del cambio con dollaro, euro e rublo. La gente si ferma, commenta soddisfatta: la svilita moneta locale ha recuperato punti per la prima volta dopo giorni di discesa verticale. Buon segno, la guerra si allontana. La Borsa di Mosca precipita. A Yalta ti raccontano, seriamente: «Sai cosa c’è dietro tutto questo? Putin vuole rovinarci perché facciamo concorrenza a Sochi. Con questa aria di guerra ad aprile, quando inizia la stagione, gli alberghi saranno vuoti e metà della popolazione che lavora nel turismo resterà disoccupata. Altro che bandiere, coretti e santa madre Russia». 
A Yalta, se non c’è la pioggia o se tira il vento giusto, l’aria è di una nitidezza di incisione, qualcosa che rammenta i pittori fiamminghi, i loro disegni crudi e lievissimi. Le migliaia di giovani prostitute che scendono in città ogni estate non sono ancora arrivate. Da una rupe mi mostrano, a picco sul mare, il castello di stile tedesco che nel 1914 un magnate del petrolio di Baku fece costruire per la sua amante. Dopo tre notti la bella fuggì, aveva nostalgia delle notti di Mosca. Ora le donne dei nuovi russi affittano appartamenti di 250 metri quadri nella villa Elena, l’albergo più chic, e ingombrano i marciapiedi con i fuoristrada di lusso. È una di loro che avanza sulla passeggiata Lenin, sguardo benigno e maestoso, occhi di un disegno da far legge al mondo. Tiene al guinzaglio un cagnolino. Chissà se per lei Cechov potrebbe scrivere il suo racconto, e quel vago senso della morte, quella dolcezza funebre che è nell’amore, quel principio di decomposizione che è in ogni ultimo bacio, in ogni distacco.

Repubblica 5.3.14
La strana guerra di Andriy dentro la base assediata dai russi “Combattere? Mica sono matto”
Il fuciliere ucraino e l’ordine di “ far finta di niente”
di Nicola Lombardozzi

PEREVALNOE (base della 37esima brigata fanteria della Marina ucraina)- Il fuciliere Andriy è in piena crisi di nervi. Arrampicato su un muro della caserma ammira le evoluzioni di un blindato russo con un suo coetaneo ben saldo sulla torretta: «E da me cosa vorrebbero? Che uscissi fuori a combattere contro questi qui?». Non è mancanza di coraggio, più che altro confusione. La stessa che si è impadronita di centinaia di migliaia di soldati ucraini in questi giorni assurdi divisi tra una rivoluzione ancora troppo fragile e un’invasione in piena regola. Andriy ce l’ha con i suoi amici d’infanzia che lo chiamano continuamente sul telefonino per chiedergli di arrendersi all’esercito amico venuto dall’Est; con i suoi superiori che sono più agitati di lui e non sanno cosa decidere; con quei «maledetti rompipalle» degli ufficiali addetti all’indottrinamento ideologico (antica eredità di tutti gli eserciti sovietici) che continuano invece a ordinargli di ribellarsi, di resistere all’occupazione.
Difficile calmarlo stando dall’altra parte di una parete di più di dieci metri e riuscendo a intravedere solo un paio di occhi da ventenne e un berretto di lana da assaltatore calcato sulla fronte. Andriy è troppo esasperato per fare un discorso lineare, parla senza pause, continua a voltarsi in equilibrio instabile per assicurarsi di non essere ascoltato né da i suoi né dai russi che ci circondano, ma quello che ne viene fuori è un racconto surreale e drammatico di quello che sta succedendo all’interno di questa base a 40 chilometri dal capoluogo Simferopoli, dotata di truppe scelte, autoblinde, pezzi d’artiglieria leggera, insomma il meglio della Difesa ucraina in Crimea.
Tutto è cominciato la mattina di domenica, dopo l’adunata e prima delle esercitazioni quotidiane. I ragazzi della base hanno visto che davanti ai loro cancelli c’erano dei colleghi con armi nuove di zecca, passamontagna sul viso e un armamento invidiabile. «Chi sono questi? Russi? Americani? E noi che dobbiamo fare?». Risposta: «Niente, fate come se non ci fossero ».
La voce di Andrjy si fa stridula: «Capite? Mi addestro da anni per combattere e poi mi ritrovo preso in ostaggio da sconosciuti». Orgoglio da soldato e perplessità da cittadino. Andrjy è anche lui di origine russa come la maggioranza di abitanti della Crimea, detesta «quelli della rivoluzione di Kiev», la sua famiglia abita a Pionerskoe, il primo villaggio a una decina di minuti di marcia da qui. «Loro vanno in piazza ad applaudire l’intervento di Putin. Li capisco e condivido pure. Ma io sono un soldato o no?».
Sul prato tutto intorno una compagnia di soldati russi ha dispiegato camion, blindati e pattuglie armate che perlustrano la valle giorno e notte. Hanno cucine da campo, tende, mense, e attrezzature di un livello che i loro colleghi ucraini non hanno mai visto. Sembra una scorta protettiva più che un assedio. Ma in caserma si fa appunto finta di niente come da ordini. Il comandante ucraino esce di tanto in tanto per andare dalla moglie che abita qui vicino. Passa senza fare una piega tra gli incappucciati che aprono e chiudono i cancelli della sua base, segue su Internet e in tv gli sviluppi internazionali, cerca di rinviare ogni decisione.
E i suoi soldati discutono, domandano, litigano fra di loro. C’è stata pure qualche scazzottata. Anche perché le pressioni non mancano. Tra le camerate qualcuno ha portato un foglio da firmare con il giuramento di fedeltà alla repubblica autonoma di Crimea. Chiede a ogni singolo commilitone di aderire. Andriy non firma: «Ho giurato fedeltà all’intera Ucraina. Tecnicamente è un tradimento ». E poi rimarca un aspetto meno nobile ma fondamentale: «E se poi si mettono tutti d’accordo, a me che succede?».
Ma i partiti sono due. Gli ufficiali specializzati in “indottrinamento”, per natura vicini alle alte sfere della capitale, fanno invece pressioni per aderire alla rivoluzione nazionale. Andrjy sorride nervosamente: «Ti chiamano in disparte, ti dicono che bisogna respingere questo assedio, liberare il territorio della caserma. Loro che sono ufficiali da scrivania dicono a me, soldato semplice, di organizzare un contrattacco. Follia pura».
E non sono pressioni da poco. L’altra sera tra i vialetti della caserma è comparsa perfino la sagoma colossale e baffuta di Oleksandr Kozmuk, per tanti anni ministro della Difesa ucraino. Qualcuno è riuscito a farlo passare beffando la sorveglianza dei russi e della milizia popolare che li affianca, attraverso un cancello laterale conosciuto a pochi. Usando gergo e modi da consumato militare di mestiere, diceva a ognuno di resistere, che qualcuno a Kiev stava studiando un piano per cacciare via i russi e che presto l’operazione sarebbe cominciata. E il nostro fuciliere non riesce proprio a capire: «A parte che io non ho niente contro questi ragazzi venuti dalla Russia, ragioniamo dal punto di vista di pura tecnica militare: ci schiaccerebbero senza nemmeno sforzarsi troppo».
La testa di Andrjy scompare all’improvviso. Alle nostre spalle è arrivata un pattuglia di russi. Restano in silenzio, ma agitano le canne dei fucili verso nord per indicarci cortesemente la strada statale. Da queste parti, per il momento, decidono loro.

Repubblica 5.3.14
L’Egitto mette fuorilegge Hamas
Chiuse le sedi del movimento islamista palestinese. Gaza: “ Così Il Cairo aiuta Israele”
di Fabio Scuto

IL FELDMARESCIALLO Abdel Fattah al Sisi ha rotto gli indugi ieri mattina, annunciando de facto la sua candidatura alle prossime elezioni presidenziali in Egitto. Il Capo dell’Esercito e “uomo forte” del Paese dopo la destituzione otto mesi fa del presidente islamista Mohammed Morsi - che resta l’unico eletto democraticamente nella storia della Repubblica egiziana - ha deciso che «non può più ignorare tutti gli appelli che vengono dal popolo» perché scenda in campo alle elezioni presidenziali. Al-Sisi è certamente l’uomo più popolare in questo momento, guida una macchina militare perfettamente oliata; vincerà a mani basse lo scrutinio e l’Egitto avrà un nuovo raìs prima dell’estate.
Le sue ultime “riserve” sono cadute nel giorno in cui un tribunale del Cairo ha messo fuorilegge Hamas, il movimento palestinese filo-islamista che a lungo ha trescato in questi mesi con i gruppi integralisti del Sinai protagonisti di una serie incredibile di attacchi e attentati sanguinosi subito dopo la “caduta” di Morsi lo scorso 3 luglio. Il Tribunale ha definito Hamas «un gruppo terrorista» e ha ordinato il sequestro della sua sede nella capitale egiziana e il blocco di ogni bene riconducibile al gruppo che comanda nella Striscia di Gaza. La decisione segue di qualche mese la messa fuorilegge della Fratellanza Musulmana e l’avvio del processo contro Morsi e tutta la Cupola islamista. Adesso Hamas, che è il ramo palestinese della Fratellanza, segue lo stesso destino. Nella stretta contro la deriva integralista le autorità egiziane hanno anche deciso che sarà il governo a decidere il tema del sermone del venerdì nelle moschee, per evitare che i luoghi di culto - come accaduto nel recente passato - divengano il motore della propaganda islamista contro i militari. Immediata la reazione di Hamas che accusa il Cairo di «strangolare la resistenza» e di «fare un servizio a Israele».
«Non immaginate che l’Egitto possa sollevarsi in piedi se non ci aiuteremo a vicenda e se non ci uniremo per risolvere i problemi che si sono accumulati in più di 30 anni», ha annunciato ieri mattina al-Sisi in un discorso ai cadetti dell’esercito. «Nessuna persona che ama il proprio Paese e ama gli egiziani può ignorare il desiderio di così tanti di loro né voltare le spalle alla loro volontà», ha poi concluso fra gli applausi dei giovani ufficiali che lo vedono già seduto nel palazzo presidenziale di Heliopolis.
In un Paese di quasi cento milioni di abitanti, regolarmente scosso da violente crisi e abbandonato dai turisti dopo le stragi integraliste nel Sinai, al Sissi incarna per l’egiziano medio l’uomo del destino, l’unico in grado di riportare stabilità e sicurezza. Su ogni muro delle città egiziane, nei negozi e nei ristoranti, nelle botteghe dei mercati, si affaccia la sua foto nella “rassicurante” divisa piena di nastrini e medaglie. I suoi sostenitori non esitano a confrontarlo a Gamal Abdel Nasser, il raìs carismatico degli anni Cinquanta e Sessanta sempre presente nel cuore degli egiziani. Dopo il breve e caotico regno dell’islamista Morsi - durato appena 12 mesi - l’Egitto sta per tornare, come è tradizione da sessanta anni, nelle mani di un ex generale.

La Stampa 5.3.14
Cina e Vietnam, il lungo inverno dei dissidenti
di Ilaria Maria Sala


È stato un inverno difficile per i difensori dei diritti umani in Asia: in Vietnam, dove ieri un blogger, Truong Duy Nhat, ex-giornalista per la stampa ufficiale, è stato condannato a due anni di carcere per aver scritto articoli reputati un «abuso della democrazia», ovvero critici nei confronti del governo. 
Ma l’inverno è stato di ghiaccio soprattutto in Cina, dove la campagna anti-corruzione voluta dal Segretario Generale del Partito, Xi Jinping, si è accompagnata a un controllo ancora più capillare dei dissidenti e maggior durezza verso chi non è grato al regime.
Ne sta facendo le spese Liu Xia, poetessa, fotografa, e moglie di Liu Xiaobo, premio Nobel per la Pace 2010 condannato a 11 anni di carcere. Liu Xia, da quando il marito ha ricevuto il Premio, è agli arresti domiciliari, senza essere accusata di alcun crimine. Poche le uscite concessele, fra questa un’apparizione in tribunale per il processo al fratello, condannato a 11 anni per un caso di «frode» per la vendita di un immobile, malgrado la parte in causa avesse già ritirato la denuncia. 
L’arresto del marito, del fratello, e l’isolamento costante hanno pesato gravemente su Liu Xia, che, vittima di una depressione inquietante, tre settimane fa ha avuto un infarto. Ricoverata in un ospedale della capitale cinese, è stata dimessa il giorno successivo, senza aver ricevuto le cure necessarie. Ora è in un secondo ospedale, dopo essersi vista rifiutare il permesso di andare a curarsi all’estero. 
Il caso di Cao Shunli, invece, è ancora peggiore: l’attivista che voleva che le ong fossero autorizzate a partecipare ai dibattiti Onu sui diritti umani in Cina, si trova in fin di vita. Questo per le cure non ricevute e i maltrattamenti subiti in carcere, dove era rimasta da settembre a gennaio. Cao venne infatti arrestata all’aeroporto, mentre stava per imbarcarsi per Ginevra, e imprigionata per «essere litigiosa e attaccabrighe». Dopo settimane in cui la sua salute andava deteriorandosi, il personale carcerario ha preferito trasferire Cao in ospedale, da cui è stata consegnata alla famiglia, per il «breve tempo che le restava».
Ora, malgrado la cappa di controlli provocati dalla riunione plenaria dell’Assemblea del Popolo, che si tiene in questi giorni a Pechino, aggravata dal sanguinoso attacco terroristico avutosi a Kunming, i parenti e gli amici di Liu e Cao chiedono aiuto, diffondendo notizie sulle condizioni di salute delle due donne.

Corriere 5.3.14
La rivoluzione (silenziosa) di Xi: tutto il potere nelle sue mani
di Guido Santevecchi


Nella Grande Sala del Popolo in Piazza Tienanmen si celebra la versione annuale di «democrazia con caratteristiche cinesi». Da oggi e per otto giorni si riuniscono poco meno di tremila deputati del Congresso nazionale del popolo, chiamato a mettere il timbro sulle politiche decise dal vertice del partito-Stato. Il primo annuncio, nella presentazione davanti alla stampa: «Abbiamo preso 17 misure per migliorare la moralità del Congresso: niente cerimonie di benvenuto e buona ripartenza ai delegati; niente inviti reciproci a cena; niente regali e souvenir; niente cene costose con vini e liquori di marca, solo buffet», ha detto la portavoce. In questa nuova austerità sono contingentate anche le bottiglie d’acqua minerale per i delegati: avranno etichette nominative e ai commessi è stato ordinato di non sostituirle se non sono vuote. Subito dopo, la portavoce ha parlato delle dispute territoriali nel Mar cinese: «Risponderemo efficacemente a ogni provocazione sul fronte della sicurezza nazionale, per salvaguardare la nostra integrità». Il presidente Xi Jinping, nel primo anno del suo impero, ha portato ai ferri corti la sfida con il Giappone per le isole Senkaku/Diaoyu e ha lanciato una campagna contro le ruberie dei funzionari che sta mietendo migliaia di vittime. Sotto inchiesta è finito anche l’ex capo dei servizi segreti ed ex membro del Politburo Zhou Yongkang, un (ex) intoccabile. Uno sviluppo sorprendente se si considera che Xi era arrivato all’elezione a segretario generale del Partito comunista nel novembre 2012 tra mille incertezze, compreso un buco nero di due settimane a settembre 2012, quando era scomparso senza spiegazioni. Da allora il sessantunenne Xi ha accumulato poteri mai avuti dai suoi predecessori: ha trasformato una leadership collettiva, che sembrava di statue di cera tutte uguali, in uno strumento affilato per il controllo del governo e delle riforme. Ha fatto passare l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale simile a quello della Casa Bianca; un gruppo ristretto di guida dell’economia; uno per la sicurezza di Internet che vuole fare della Cina una cyber-potenza. E dei tre consigli Xi si è messo alla testa. Questi poteri rafforzati serviranno a Xi per affrontare le grandi sfide che la Cina non può più rinviare: cambio del modello di crescita; lotta alla corruzione dilagante; inquinamento soffocante. Xi ha detto che le forze di mercato avranno «un ruolo decisivo»; ha aggiunto che la proprietà di Stato deve continuare ad avere «il ruolo guida». Un capolavoro di equilibrismo e spregiudicatezza. «È l’età d’oro del neo-autoritarismo» per la Cina, ha detto il professor Xiao Gongqin, docente di Storia a Shanghai e autore del saggio «Addio al romanticismo politico».

Repubblica 5.3.14
La scoperta di un gruppo di ricercatori italiani grazie a un fossile di osso ioide, quello su cui si inseriscono i muscoli che permettono di emettere la voce
Altro che Homo Sapiens Neanderthal già parlava
di Silvia Bencivelli

Chi l’ha detto che l’uomo di Neanderthal grugniva? Che non era in grado di parlare? Una complessa analisi tridimensionale su un osso di 60mila anni fa ci racconta un’altra storia. E ci permette di riconoscere per la prima volta uno straordinario resto fossile: quello della voce. L’osso in questione è lo ioide: situato a metà del collo, è quello su cui si attaccano la laringe e la lingua e su cui si inseriscono i muscoli che ci permettono di parlare. È un osso molto piccolo sganciato dagli altri, ed è anche per questo che, del Neanderthal, ne abbiamo un unico esemplare: un preziosissimo fossile rinvenuto nel 1989 nel sito israeliano di Kebara.
Un gruppo di antropologi dell’università di Chieti, guidati da Ruggero d’Anastasio, ha deciso di studiare questo ossicino nella sua struttura più fine e di capirne, oltre alla struttura, la funzione. Ha perciò coinvolto i fisici del Centro internazionale di fisica teorica di Trieste che possiedono un sincrotrone, cioè uno strumento ad alta tecnologia capace di produrre raggi X molto precisi, in grado di vedere l’osso a livello molecolare e senza romperlo. E ha chiamato un gruppo di biomatematici australiani ad analizzare l’enorme quantità di dati prodotti dalla macchina. L’idea dei ricercatori era quella di osservare dove e come ci fosse un maggiore impiego dei muscoli del collo e della gola. Siccome i muscoli che vengono impiegati dipiù provocano un ingrandimento della parte di osso in cui si inseriscono, l’analisi microscopica della struttura interna dello ioide avrebbe permesso di disegnare una mappa della funzione dei trentadue muscoli a lui collegati. Sarebbe stata, insomma, una specie di stampo della voce del Neanderthal che avrebbe a sua volta permesso di capire quanto potesse essere articolata in maniera fine, e quindi usata per parlare.
L’esperimento ha funzionato e la mappa della voce del Neanderthal è risultata uguale alla nostra. Cioè il suo osso ioide è risultato del tutto simile a quello che ciascuno di noi porta al collo, ma molto diverso da quello dei nostri parenti primati che non parlano, come bonobo e scimpanzé.
La parola è nata prima di noi, dice dunque la ricerca, e non è affatto una prerogativa solo di Homo sapiens. Insomma, tra i 200mila e 40mila anni fa altre voci risuonavano in Europa, e non erano nostre. La ricerca degli antropologi di Chieti è stata pubblicata sulla rivista scientifica americana Plos One e ha confermato quello che finora potevamo supporre solo in maniera indiretta, e non senza un certo sforzo di umiltà. I dati archeologici avevano mostrato che l’uomo di Neanderthal viveva in strutture sociali complesse, cosa impossibile da sostenere senza un sistema di trasmissione delle informazioni. Inoltre lo studio dell’impronta delle arterie meningee all’interno della volta cranica aveva suggerito la presenza nel cervello del Neanderthal di aree dedicate al linguaggio sovrapponibili alle nostre. In questo caso, l’idea è che siccome l’utilizzo di una parte di cervello provoca un aumento dell’afflusso ematico, l’arteria corrispondente lascia un segno maggiore sull’osso a cui è appoggiata. Ma anche questa è una prova indiretta. Il fossile della voce del Neanderthal, insomma, si poteva ottenere solo studiando l’osso ioide.
Adesso, spiegano i ricercatori, non resta che rivolgersi all’altra metà del cielo: chi ascolta. Cioè, grazie al sincrotrone, la stessa struttura fine trovata nell’osso della parola sarà presto cercata in quelli, ancora più piccoli, dell’orecchio.

Repubblica 5.3.14
L’antropologo Luigi Capasso: nostro compito è far luce sul linguaggio
“Così la storia cambia grazie alla tecnologia”
di S. B.

ROMA. Il fossile della voce dell’uomo di Neanderthal è stato rinvenuto grazie a una tecnologia eccezionale. La stessa tecnologia sta cambiando il nostro modo di studiare la storia e cambierà i nostri progetti di ricerca. Come spiega Luigi Capasso, antropologo dell’università Gabriele d’Annunzio di Chieti e ultima firma dello studio di Plos One.
Perché c’è stato bisogno di uno strumento complesso come un sincrotrone per risolvere l’enigma della voce di Neanderthal?
«Perché una Tac convenzionale non sarebbe bastata. E uno studio microscopico dell’osso avrebbe comportato la sua distruzione. Ma non era possibile: l’osso ioide di Kebara è un reperto unico, va maneggiato con estrema cautela. Il sincrotrone ci ha permesso di farne una radiografia con una definizione di livello cellulare e quindi di capirne la sua struttura interna, ma dal di fuori».
La vostra ricerca ha dimostrato che è possibile studiare le tracce della voce. Come cambia, da adesso l’antropologia?
«Per noi, il risultato davvero importante è stato capire che abbiamo strumenti e tecnologie per disegnare progetti di ricerca del tutto nuovi. Per esempio, stiamo partendo con uno studio sul nostro antico antenato, l’Homo erectus. Anche lui probabilmente aveva una struttura sociale complessa. Sappiamo che, in gruppo, dava la caccia al bisonte. E questo ti permette di farlo solo se ti sai organizzare e sai comunicare con gli altri. Perciò la nostra missione è di capire se parlasse anche lui. E quindi di capire quanto sia davvero antico il linguaggio parlato».

Repubblica 5.3.14
Quello che gli uomini non dicono
Ben Jelloun e l’Eros perduto. Il diario di un ex seduttiewe
di Valerio Magrelli

«Il pene è il cammino più breve tra due cuori», ha scritto il marchese de Sade. Prendiamola per buona. Ma se l’assunto è vero, allora viene spontaneo domandarsi: come vivere senza un tramite tanto prezioso? E’ affidandosi a termini crudi e beffardi, che Tahar Ben Jelloun affronta l’argomento con L’ablazione, appena uscito da Bompiani (traduzione di Anna Maria Lorusso). Premio Goncourt nel 1987 con La notte fatale (Einaudi), il romanziere francese di origine marocchina ha scelto uno fra gli ultimi tabù della società occidentale: l’incontinenza e l’impotenza che seguono talvolta l’asportazione della prostata provocata dal cancro. Certo è che, nel paese in cui Serge Doubrovsky lanciò il fortunato concetto di «autofinzione» per indicare una forma finzionale di autobiografia (l’idea risale al lontano 1977), raramente la finzione è apparsa così esile.
Infatti, il breve prologo del racconto ha piuttosto l’aspetto di una fragile copertura. Qui Ben Jelloun ricorda come i romanzieri, vigili osservatori e testimoni, debbano farsi carico delle vite altrui, per travasarle nei propri libri. Di conseguenza, egli confessa di aver accettato la proposta di un amico, ricercatore in matematica, desideroso di rendere nota la sua straziante storia. Siamo di fronte al classico caso di “cornice” narrativa, quella che, per intenderci, Manzoni usa nell’introdurre I Promessi sposi, quando allude a un vecchio manoscritto seicentesco da cui avrebbe tratto la vicenda narrata. Invece, dopo aver abbozzato l’immagine dell’anonimo protagonista, l’io narrante dell’Ablazione finisce per dimenticarsene, prendendo posto in prima persona dentro la tormentata trama. In tal modo, nel breve giro di un undici capitoli e senza alcuna spiegazione, l’autore spodesta il suo pallido alter ego, per tramutare la fiction in diario privato: «Questa confessione è indecente. Allora, mi direte voi, perché rifilarcela? Per me, credo, è un esercizio di esorcismo» - dove dietro quel «me», scomparso il matematico, resta soltanto il nome del letterato.
Tale oscillare fra maschera e personaggio è uno fra i risultati più interessanti di un libro che, per il resto, ha spesso le sembianze di uno sconsolato protocollo clinico. Ma abbiamo appena detto che l’amico ricercatore esce di scena a favore di chi firma il testo. Ebbene, quasi a doppiare un simile gioco di smentite, Ben Jelloun cita un romanzo del narratore statunitense Philip Roth, intitolato appunto Il fantasma esce di scena(Einaudi 2008). La ragione di un simile riferimento è evidente: dopo mille avventure, Zuckerman, l’eroe che Roth ha seguito in tante peripezie, diventa incontinente e impotente a causa di un’operazione: «E’ così: il destino ti sta dietro le spalle e un giorno salta fuori e grida Buu!» Il cancro alla prostata come tema letterario, dunque, non è una novità. E d’altronde, in un’epoca che vede il sacrosanto riscatto delle donne, dei neri, di ogni autore appartenente a culture sinora bandite dall’egemonia dei «maschi bianchi adulti», cosa di meglio che studiare il drammatico esautoramento di questi ultimi? Se nel libro di Roth il corpo di Zuckerman è «il fantasma che sta per uscire di scena», il suo sguardo, proprio su quella scena, rimane spietato, implacabile. Lo si nota nella pagina, riportata da Ben Jelloun, in cui lo stesso Zuckermann, nuotando, scorge dietro di sé la gialla scia dell’urina: «Controllare la propria vescica... Chi, fra coloro che sono nel pieno possesso delle proprie facoltà fisiche, si interroga mai sulla libertà che questo conferisce, o sulla vulnerabilità e l’angoscia che genera la perdita di tale controllo, anche tra i più sicuri fra noi? [...] E non è, di fatto, questa ombra onnipresente di umiliazione, che lega ciascuno di noi a tutto il mondo?» Roth ha mostrato che, facendo del suo personaggio una vittima della prostatectomia, intendeva rimuoverlo dalla scena sociale. Ma in effetti, a ben vedere, gran parte della letteratura novecentesca mira ad approfondire tale esperienza dell’esclusione. Non che mancassero precedenti illustri - basti pensare ad Armance (1827), il romanzo di Stendhal centrato appunto sull’impotenza del protagonista (e a sua volta basato su Olivier, ou le Secret della duchessa Claire de Duras).
Tuttavia, sarà soltanto nel XX secolo, da Romain Gary a Vitaliano Brancati (Il bell’Antonio è del 1949), che lo scacco sessuale, esplorato in tutta la sua carica simbolica, finirà per rappresentare il fallimento per antonomasia. Ed è proprio questo uno dei temi più cari a Ben Jelloun. Ascoltiamolo durante una sconsolata ammissione: «Voi siete in società, circondati da gente in buona salute, donne carine, persone dinamiche e felici di vivere, siete seduti e all’improvviso sentite un liquido caldo fra le gambe [...] Intorno a voi si continua a parlare, ci si rivolge a voi, ma voi non siete lì, voi siete sommersi dalla vergogna, abbassate il capo, vi sentite in colpa. Di cosa? Di niente, ma in ogni caso vi sentite in colpa. Allora vorreste avere sotto la vostra sedia una botola dentro cui sparire. Ma non ci sono botole, non siete in un film dell’orrore. Il liquido si ferma, sentite il pannolone più pesante, avete voglia di alzarvi e andarvi a cambiare, cambiarvi dalla testa ai piedi, il pannolone ma anche i pantaloni, la camicia, la giacca, gli occhiali, il giorno, il viso, l’età, l’epoca, tutto, cambiare, non esistere più, tornare all’adolescenza in cui niente aveva importanza...». Eppure, se l’incontinenza è un peso umiliante, la vera croce di questa malattia consiste nella fine della vita sessuale, segnata dalla morte del desiderio. «L’erosione fa il suo lavoro», commenta amaramente il nostro matematico- scrittore. Da qui, un umanissimo sentimento di disfatta (anche se oggi diremmo forse “rottamazione”): «Ho la sensazione di essere stato messo da parte, in una riserva, in una cava. Sono in un magazzino in conto vendita. Mobili usati, servizi da tavola impilati, vetri opachi di abat-jour senza ampolla, soprammobili di plastica, croste, disegni, stampe rovinate dall’umidità, tappeti rosi dalle tarme, una caraffa Saint-Louis troppo cara, un juke-box degli anni sessanta... E io sono lì in mezzo, su uno scaffale polveroso, raggomitolato, ridotto a una piccola cosa, mi nascondo, non parlo, respiro appena... Questo è il mio lotto. Non sento neanche dolore. Il sentimento del nulla». Così, partito per narrare la sofferenza altrui, Ben Jelloun, giunge a dire tutta la propria rassegnazione, con una disarmata sincerità che forse rappresenta l’elemento più toccante di quest’opera.

Repubblica 5.3.14
La follia di Ersmo contro l’eresia del papa-Dio Giulio II
Il pamphlet dell’umanista curato da Silvana Seidel Menchi
di Adriano Prosperi

Il nostro tempo sembra prigioniero di un incantesimo: la dimensione della storicità è cancellata, la memoria collettiva è uno schermo dove una regia anonima fa scorrere immagini casuali. Ma si può vivere il presente e concepire il futuro senza tenere conto del passato? Insomma, a che serve la storia? Fu per rispondere a questa domanda di un bambino che Marc Bloch descrisse la sua idea del mestiere dello storico. Mestiere delicato, rischioso, appassionante e difficile: perché il passato è un paese sconosciuto e chi vi si avventura non può andarci come in una gita organizzata del turismo di massa. Deve farsene esploratore e archeologo, imparare pazientemente a decifrare tracce e parole solo apparentemente familiari. Ce ne dà un esempio questo nuovo libro di Silvana Seidel Menchi, in apparenza solo una lunga introduzione a un testo cinquecentesco, ma in realtà un saggio nitido e appassionante sui rapporti tra il più grande intellettuale del Cinquecento, Erasmo da Rotterdam e il più terribile papa del suo tempo, Giulio II.
Di papa Giulio II, il sanguigno Giuliano Della Rovere, dura ancor oggi quella «chiarissima e onoratissima memoria » di cui lo giudicò degno lo storico Francesco Guicciardini. Eppure l’uomo che si faceva chiamare dai cortigiani del tempo “alter Deus”, un altro Dio in terra, si comprò i voti per diventare papa, vestì corazze e non abiti talari, e per costruirsi la tomba avviò nientemeno che la ricostruzione della basilica di San Pietro per mettervi al centro il suo monumento funebre costruito da Michelangelo. Si sapeva del papato simoniaco e delle sue abitudini di sodomita, come di tanti altri aspetti di una personalità violenta oltre ogni limite, ma nessuno aveva il coraggio di parlarne. O meglio, quasi nessuno: alla sua morte l’anonimo autore di un pamphlet immaginò per i suoi lettori il dialogo tra San Pietro e l’anima di Giulio II che bussa alla porta del Paradiso e pretende di entrare a forza, vantandosi dei suoi crimini. Quel testo rimase manoscritto per anni. Fu pubblicato per la prima volta da Ulrico von Hutten nella Germania del 1517, mentre scoppiava la rivolta di Lutero contro il mercimonio delle indulgenze papali. Ma chi era l’autore? Quello che trapelò subito fu il nome di Erasmo da Rotterdam: il quale si difese negando. Oggi Silvana Seidel Menchi dimostra con una magistrale ricerca che quell’attribuzione era ben fondata: e racconta in questo libro come e perché quel testo, scritto in Inghilterra fra il 1512 e il 1514 per il divertimento di un piccolo circolo di lettori, venisse prima tenuto nascosto per paura dei rischi che si correvano attaccando il papa e poi, una volta pubblicato, fosse rinnegato da Erasmo. Viltà quella di Erasmo? Al contrario: secondo la storica, l’avere scritto il dialogo era stato un atto «di eccezionale libertà intellettuale». Ma ora per l’autore si trattava di evitare di essere coinvolto - e travolto - in una battaglia diversa da quella a cui aveva dedicato l’opera sua: che era stata investita tutta nella diffusione di una nuova cultura e di un cristianesimo dotto e mitemente evangelico. Quel dialogo era stato scritto per il circuito chiuso, quello dei pochi e sicuri amici. Ora dalla sua diffusione l’autore temeva non solo pericoli personali ma anche un danno per l’opera grande e di lungo respiro da lui perseguita nell’altro circuito, quello pubblico e aperto della stampa dove solo la protezione dei potenti, dal papa all’imperatore, poteva salvarlo dagli attacchi dell’intolleranza fratesca.
Quel che pensava dei papi del tempo, non solo di Giulio II ma anche di Leone X, che definì «la peste della cristianità», lo riservava agli amici intimi. Ma la straordinaria accelerazione della storia prodottasi nello spazio brevissimo di un decennio aveva cambiato tutto il contesto dando al dialogo satirico un sapore nuovo. La rivoluzione silenziosa della stampa si era trasformata in una grande rivoluzione politica e sociale. Davanti a questo Erasmo si ritrasse: se Lutero non riuscì a tradurre il dialogo Giulio, Erasmo non volle più avere niente a che fare col «cinghiale tedesco». E tuttavia aveva ragione Hutten a dire che le sue opere continuavano a combattere la stessa battaglia dei riformatori religiosi. Ne rimase a lungo la traccia perfino in Italia: dove però il papato di età tridentina riuscì a coprire col manto dell’ipocrisia il permanere degli antichi vizi.
Si pensi che personaggi come i papi Paolo III, asceso al cardinalato per la bellezza della sorella, e Giulio III, che fece cardinale il suo giovanissimo amasio, sono da noi ricordati come dei riformatori cattolici. Storie lontane, in apparenza. Ma ci sarà pure una ragione se oggi perfino l’eco dello scandalo dei preti pedofili arriva nella cultura democratica italiana attutito dall’ennesima seduzione collettiva per un nuovo papa regnante.

La Stampa TuttoScienze 5.3.14
Shakespeare, il cosmologo
«Questo tempo è scardinato»: Amleto ammicca con la filosofia segreta di Giordano Brun
di Richard Newbury


L’innovazione scientifica nella visione che ha l’umanità del mondo - lo «spirito del tempo» - di solito è prefigurata nella letteratura, nell’arte e anche nel teatro. E’ vero per Darwin, Freud ed Einstein. E così, nel XVI secolo, avvenne con il rifiuto del geocentrismo, e quindi di una Terra al centro dei cieli, in favore dell’universo eliocentrico copernicano che marginalizzava la Terra stessa alla periferia di ciò che iniziava ad apparire come uno spazio senza confini. Una risposta fu il Dr. Faustus di Christopher Marlowe, ma anche molte opere di Shakespeare (di cui si celebrerà il 450° anniversario della nascita il 23 aprile) riflettono, esplorano e drammatizzano questa nuova cosmologia.
«Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!», esclama Miranda alla fine de «La Tempesta». L’opera è ambientata in quel «Nuovo mondo» dall’altra parte dell’Atlantico, governato da Prospero, a sua volta ispirato al grande cosmologo e matematico elisabettiano John Dee. Si tratta di un mondo in transizione dalla magia al metodo induttivo baconiano e alla scienza empirica, dall’astrologia all’astronomia. «La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi», fa dire Shakespeare a Cassio nel «Giulio Cesare».
Tra il 1583 e il 1585 Giordano Bruno fu mandato a Londra da Enrico III di Francia, in qualità di «Elemosiniere» e «Confessore» dell’ambasciatore francese. In «borghese», essendo l’unico sacerdote cattolico nella Londra protestante, il Nolano operò come confessore anche presso l’ambasciata di Spagna e, rivelando i segreti del confessionale a Walsingham, salvò due volte la regina Elisabetta, sventando alcuni complotti per assassinarla, e rivelò anche le lettere con cui la regina di Scozia, Maria Stuarda, firmò la propria condanna a morte.
Suo compagno di cospirazioni era John Florio, precettore della figlia dell’ambasciatore, che entrò in contatto diretto con Shakespeare. Un altro collegamento fu un compagno di scuola di Shakespeare alla «Grammar School» di Stratford e amico di famiglia, Richard Field, editore delle opere dello stesso Bruno.
Il Nolano diventò un catalizzatore sia per la Nuova Drammaturgia sia per la Nuova Scienza in un’epoca caratterizzata da una mistura alchemica di magia e matematica, astronomia e astrologia, empirismo e mito, il tutto fuso nel falso oro della scienza moderna. Bruno, infatti, ispirò la controcultura copernicana anti-aristotelica e ateista della «School of Night» di Sir Walter Raleigh.
Ispirò anche Thomas Harriot, «il più grande scienziato prima di Newton», l’uomo che per primo ipotizzò un universo infinito, osservando con un telescopio le stelle e i crateri sulla Luna prima ancora di Galileo.
L’esperimento pratico di Raleigh e di Harriot fu «l’isola di Prospero» nella Virginia del Nuovo Mondo in piena espansione, mentre l’esperimento creativo fu proprio il «Dr. Faustus» di Kit Marlowe, un personaggio chiaramente modellato su Bruno, che frequentò, anche lui, la copernicana Università di Wittenberg, così come lo stesso Amleto, che sovverte una corte aristotelica (e anche l’unità drammatica) ], il suo « calmo spirito» Orazio e poi spie e assassini come Rosencranz e Guildenstern.
Tra il 1593 e il 1594 la peste chiuse i teatri e Shakespeare divenne famoso a corte e nelle università come «l’Ariosto inglese», molto prima che qualcuno sapesse che scriveva drammi teatrali, nello stesso periodo in cui Field pubblicò i suoi poemi best-seller, ironici ed erotici, «Venere e Adone» e «Il Ratto di Lucrezia».
Il segretario di Stato Lord Burghley aveva messo sia Shakespeare sia Florio al seguito di un membro della «School of Night», il giovane, bisex e incredibilmente ricco conte di Southampton, al quale Burghley, suo tutore, voleva far sposare la nipote. E non a caso Venere che seduce un riluttante Adone diventò uno degli artifici di Shakespeare. Se Southampton, che senza dubbio ne era stato sedotto, introdusse Shakespeare alle usanze di corte, Florio - «il precettore italiano di quattro regine», compilatore del primo dizionario italiano-inglese e primo traduttore dei «Saggi» dello scettico Montaigne - diventò suo amico così intimo da apparire in «Pene d’amor perdute» (titolo mutuato da Florio, così come «La Tempesta» è influenzata da Montaigne) nei panni di Oloferne, mentre Bruno è Berowne, il quale dichiara: «Bene, studierò il modo di conoscere le cose che mi è proibito di sapere».
Così, secondo quanto ipotizzano le ricerche più recenti, nel 1600, quando il Nolano fu mandato al rogo per le sue idee copernicane, Shakespeare scrisse un’opera che non raccontava solo l’accidioso tramonto dell’epoca elisabettiana, ma conteneva anche una cosmologica «Renovatio» di stampo bruniano. Amleto, d’altra parte, rifiuta l’universo culturale, politico e cosmologico della visione tolemaica. Se poi ha difficoltà a passare dal pensiero all’azione, non è perché pensa troppo, ma perché le sue idee implicano un totale «rinnovamento» che non può essere portato a compimento da nessuna singola azione o vendetta. Tutti i personaggi in scena devono rivelare le loro autentiche qualità. Per Amleto, in particolare, «Questo tempo è scardinato. Maledetto destino, che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto».
Nel processo di morte (incarnato da Polonio) e di corruzione (rappresentato dalla tomba) si verificano una continua mutazione e trasformazione e la conclusione - in stile bruniano - di Amleto è la seguente: «Se è ora, non sarà dopo; se non deve essere dopo, sarà ora; se non è ora, comunque sarà. Essere pronti a tutto». Questo è proprio il multiverso nolano che genera risultati multipli. Come dice Amleto a Orazio: «Ci sono più cose in cielo e in Terra di quante ne sogni la tua filosofia».
Traduzione di Carla Reschia

La Stampa TuttoScienze
Dimentichiamo Edipo
A ferire nell’intimo sono i traumi dell’infanzia
Freud addio, le neuroscienze riscoprono Janet
di Maurilio Orbecchi


Sigmund Freud non ha scoperto l’inconscio. Nonostante la leggenda costruita dai vincitori di un confronto che ha segnato un’epoca, quando Freud iniziò a occuparsene esisteva già un concetto d’inconscio maturo e sviluppato. Si può affermare, con Ellenberger, che Freud, più che scoprire l’inconscio, ne formulò una sistematizzazione personale, della quale fu abile divulgatore: ebbe così tanto successo da far dimenticare tutte quelle precedenti.
Prima di Freud l’influenza dell’inconscio nella vita psicologica era un fatto tanto scontato che già Darwin utilizzò questo concetto per spiegare i comportamenti sessuali umani. L’influenza inconscia degli avvenimenti dimenticati, in particolare, era stata chiarita in psichiatria dagli studi sul trauma dello psichiatra francese Pierre Janet, il vero fondatore, dimenticato, della moderna psicologia del profondo.
Freud riconobbe solo in parte il suo debito nei confronti di Janet, il quale, infastidito, decise di consegnare alla storia la sua versione dei fatti, approfittando della ribalta del congresso internazionale di medicina di Londra del 1913, alla presenza dei maggiori psicoanalisti del tempo, escluso Freud.
Nella conferenza - di cui ho curato l’edizione per l’editore Bollati Boringhieri - Janet mosse una serie di critiche riconducibili a tre categorie: 1) L’accusa a Freud di aver solo rielaborato il sapere del tempo e di essersi appropriato, per la prima parte, delle scoperte dello stesso Janet; 2) l’approssimazione, la semplificazione e l’integralismo della metodologia di ricerca della psicoanalisi; 3) l’accusa di metafisica, misticismo e l’uso di strumenti più consoni a una setta che a una scuola di pensiero scientifica.
Inutile dire che Janet perse la sua battaglia e fu progressivamente emarginato. Quando morì, nel 1947, otto anni dopo Freud, sembrava un sopravvissuto. La sua opera rimase a lungo sepolta sotto abbondanti strati di polvere.
Persa una guerra, ce ne volle un’altra per dare inizio alla riscoperta di Janet. In questo caso si trattò della guerra del Vietnam. Negli Anni 70 gli Usa si trovarono di fronte al problema dei reduci che manifestavano serie patologie mentali. L’associazione «Vietnam Veterans Against the War» organizzò gruppi terapeutici con la partecipazione volontaria di psichiatri. L’iniziativa si diffuse rapidamente e portò a un rinnovato interesse verso gli studi sul trauma, che non poteva certo essere compreso in base al Complesso di Edipo freudiano. Come avviene in questi casi, gli psichiatri ripresero le opere degli autori che avevano scritto su quel tema, rivalutando studi dimenticati. Fu così che si trovarono di fronte alla «città sepolta» di Janet, che aveva descritto la dissociazione strutturale della personalità come il processo psicologico fondamentale con il quale l’individuo reagisce alle esperienze che lo sovrastano.
Le ricerche neuroscientifiche moderne sembrano dare ragione a Janet e mostrano come l’Io, la coscienza e l’inconscio non siano proprietà unitarie, com’erano immaginate da Freud, bensì il prodotto di insiemi e sottoinsiemi differenti, distribuiti nel cervello. Questi diversi stati psicologici sono ben coordinati da un individuo sano, che riesce a tollerare stati conflittuali di se stesso.
I pazienti che hanno subito un trauma grave perdono proprio la capacità di sintesi personale tra la moltitudine di impulsi interiori: questi sistemi diventano impermeabili gli uni agli altri e provocano comportamenti, emozioni, sentimenti e pensieri dissociati, impedendo così una vita equilibrata.
Mentre Janet evidenziava l’importanza del trauma nell’origine delle nevrosi, Freud sosteneva che il ruolo patogeno spettasse al conflitto tra pulsioni biologiche e norme sociali, mettendo l’accento sulle fantasie sessuali, in particolare quelle incestuose. Difficile pertanto non imputare all’influenza della psicoanalisi il ritardo con cui siamo giunti a capire che la maggior parte dei problemi psicologici deriva dall’accumulo di eventi traumatici ripetuti nel corso dello sviluppo infantile. Oggi, anche psicoanalisti freudiani stanno rivalutando Janet e l’idea che uno sviluppo traumatico infantile sia il fattore ambientale maggiormente patogeno, piuttosto che le fantasie incestuose come invece pensava Freud. Ed è proprio di uno psicoanalista, Philip Bromberg, la migliore immagine della situazione attuale: il fantasma di Janet, scacciato dal castello della cultura psicologica e analitica da Freud un secolo fa, torna oggi per tormentare i suoi discendenti.

La Stampa 5.3.14
Céline riscattato dall’inaudita compassione
Un poeta da salvare o un pamphlettista da condannare? È una finta alternativa
di Philippe Forest


Il supposto scandalo, è stato detto e ripetuto, si enuncia così: un genio può essere un criminale? O viceversa: un criminale può essere un genio? Nella fattispecie, come può uno stesso individuo, Louis-Ferdinand Céline, essere stato uno dei più grandi scrittori del secolo scorso e contemporaneamente aver condiviso le idee più barbare della sua epoca? O Céline è un criminale, e allora non è un genio. Il che significa che il Viaggio al termine della notte e gli altri libri che ha scritto dopo non possono essere considerati capolavori come è stato fatto. O Céline è un genio, e allora non è un criminale. E in questo caso bisogna pensare che le opinioni delittuose che ha illustrato in Bagatelle per un massacro e altrove non possono essergli totalmente imputate. Già si capisce che nessuna delle due ipotesi soddisfa del tutto. [...]
L’opposizione morale tra il «genio» e il «criminale» ne sottende in realtà un’altra, strettamente letteraria, che contrappone due concezioni della scrittura – Barthes le chiamava «transitiva» e «intransitiva» – e due figure dell’autore – diciamo, nel caso di Céline, il «pamphlettista» e il «poeta». Il dibattito attuale si trova a dover decidere quale di queste due opzioni critiche debba essere privilegiata per rendere conto del caso Céline e se quest’ultimo debba essere considerato un «pamphlettista» oppure un «poeta». I detrattori dell’autore del Viaggio al termine della notte attribuiscono al «pamphlettista» la paternità dell’opera nel suo insieme e vi mettono in evidenza, puntualmente, la presenza disseminata di convinzioni criminali. I suoi sostenitori invece attribuiscono l’opera intera al «poeta» come se quelle stesse convinzioni evaporassero grazie alla pura magia dello stile che le sublima. Ma sia i detrattori che i sostenitori si sbagliano per via della visione unilaterale della letteratura cui si limitano. Perché il «romanziere» è contemporaneamente «pamphlettista» e «poeta» e proprio per questa ragione non è né l’uno né l’altro, facendo dialogare queste due figure di se stesso all’interno di un’opera che instaura un altro rapporto con la Verità.
Questa dialettica di cui è perfettamente consapevole, Céline la innesca assumendo contemporaneamente i discorsi contraddittorii di cui la sua opera è stata oggetto, invalidando e confermando di volta in volta sia le teorie che lo accusano sia quelle che lo discolpano, non lasciando a nessuno il compito di istruire al posto suo il suo stesso processo, pronunciando tanto l’accusa quanto la difesa, spingendo al parossismo il paradosso su cui poggia la sua concezione del romanzo vero. Ora assume il ruolo del «poeta», ora adotta quello del «pamphlettista». E certo, la soluzione semplicistica che consiste nel separare il buon grano della «poesia» dal loglio del «pamphlet» risulta pateticamente inadatta perché ovunque in Céline, in ogni suo testo, lo scritto implica entrambe queste concezioni antagonistiche della letteratura.
Da un lato, capita a Céline di presentarsi come un puro stilista, indifferente o persino refrattario alle idee. Insomma, un musicista delle parole. Il che corrisponde a evacuare con discrezione il problema della sostanza della sua opera per mettere in evidenza quello della sua forma. Questa è la tesi che sostengono a loro volta i difensori dello scrittore quando affermano che esclusivamente su questo terreno deve essere apprezzato il genio di Céline, salutato come l’eroe di un’operazione poetica senza equivalenti centrata sulla lingua. Ma è evidente che questa interpretazione formalista e estetizzante è del tutto insufficiente. E soprattutto è in totale contraddizione con la concezione che ha Céline della letteratura in generale e della sua letteratura in particolare. D’altro lato infatti gli capita anche – e in realtà ben più spesso – d’insistere sul fatto che la sua opera si basa su un’esperienza vissuta da cui trae la sua sostanza e che ne fa una testimonianza effettiva sul mondo, di cui fa affiorare il vero e terribile volto. [...]
Tra tutte queste menzogne e tutti questi misfatti, Céline però dice il vero. Ed è per questo che la sua opera sta dalla parte del Bene. E la sua ultima parola è la stessa che Barthes, alla fine del suo insegnamento, scopriva in Proust e Tolstoj, e nella quale formulava la sua ultima definizione di romanzo, quella che colloca l’autore del Viaggio al termine della notte sullo stesso piano degli autori della Recherche e di Guerra e pace. Ciò che il romanzo è veramente, Barthes lo enuncia così: «Il sentimento che deve animare l’opera sta dalla parte dell’amore: ma quale? La bontà? La generosità? La carità? Forse semplicemente perché Rousseau ha dato alla pietà (alla compassione) la dignità di un filosofema».
Che il romanzo debba essere considerato una grande parola di pietà rivolta a tutto ciò che vive e a tutto ciò che muore, che questa stessa parola risuoni essenzialmente in esso, e persino dietro agli scoppi d’odio e agli accenti di rabbia, Céline ne è testimone. La lettura di tutti i suoi libri lo dimostra. Ad esempio Pantomima per un’altra volta, forse il più grande ma anche il meno letto dei suoi romanzi, significativamente dedicato «Agli animali, ai malati, ai prigionieri». Vi si trova la strana dichiarazione che, da sola, meriterebbe ancora pagine e pagine di riflessione: «Quando vorrete, vi proverò l’esistenza di Dio al contrario». Il romanzo come anti-prova ontologica? Ma si tratta di provare alla rovescia che Dio esiste o viceversa di provare che non esiste? Molto più della poesia, il romanzo parla quando il divino si è ritratto, nella vertigine che ne consegue, per far sentire da quell’abisso una parola semplicissima, una parola di rivolta volgare come la vita che si oppone a tutto ciò che la nega: «la coscienza è questo: merda! merda!… mai, in nessuna circostanza, ho potuto rassegnarmi alla morte… non ho mai potuto abbandonare nulla… la mia propria morte sarebbe una pacchia, sarei ben contento, è la morte degli altri che mi offende… nel fondo più fondo di tutto è per questo che io sto sulle scatole, che si accaniscono a appiopparmi un sacco di colpe, perché impreco sulla morte degli altri… persino sui centenari che tirano le cuoia non sono mai stato d’accordo!… io sono perché niente sparisca…merda! merda! merda!». Questa è la verità di Céline.
Traduzione di Gabriella Bosco

La Stampa 5.3.14
Canfora: ora il comunismo deve tornare all’utopia
Nel nuovo libro l’antichista rilegge gli ideali di uguaglianza della Repubblica platonica: l’unico modo per contrastare le risorgenti forme di schiavitù
Il socialismo scentificio si è rivelato perdente
In contrasto con tutte le previsioni, incluse quelle di Marx, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi
intervista di Silvia Ronchey


Canfora come Platone? Le premesse di un transfert si coglievano già nel precedente libro su La guerra civile ateniese, contributo «tombale» sulla democrazia antica (e moderna). Nell’esperimento rivoluzionario «filospartano» dei cosiddetti Trenta Tiranni che aveva illuso il giovane Platone - quella rivoluzione trasversale alla polarità Atene-Sparta, in cui la lotta si faceva verticale, tra classi o ceti, anziché orizzontale, tra regimi - già si leggeva un’analogia con l’esperimento rivoluzionario novecentesco che ha affascinato Canfora sin da giovane. Le parole della VII lettera platonica, dove il filosofo ormai anziano e disilluso autodenunciava la sua iniziale adesione al progetto «ascetico-autoritario» di Crizia, poi sfociato nell’orrore e nel sangue oltre che nella condanna a morte del suo maestro Socrate, vibravano già di una risonanza autobiografica. In questo secondo e ancora più denso libro (La crisi dell’utopia. Platone contro Aristofane, Laterza, pp. 437, € 18) dalle forme politiche si passa alle idee: all’ideologia, all’utopia.
Ma - domandiamo all’autore - alla parola «utopia» non potremmo aggiungere l’aggettivo «comunista»?
Non è questo libro, tra le molte cose, anzitutto una riflessione sul comunismo? Declinata lungo l’orizzonte dei secoli e dei millenni, dal V secolo di Crizia al XX di Pol Pot, passando per Campanella, Swift, Saint-Simon, Fourier e molti altri, ma soprattutto per Marx e Engels? Con occhio sempre più da filosofo della storia che da storico dell’antichità?
«La crisi di cui parlo è certamente quella dell’utopia comunista, ma intesa con un’ampiezza che si è persa. Dobbiamo restituire alla parola comunismo la vastità di contenuto già ben presente ai due giovani intellettuali che scrissero il Manifesto. Nella loro testa, prima che tutto accadesse, il comunismo non riguardava solo i mezzi di produzione, la sfera economico-sociale, ma i rapporti interpersonali, il destino della famiglia. Abbiamo assistito al compiersi dell’annosa parabola del passaggio del comunismo dall’utopia alla scienza. La seconda tappa è tornare dall’idea perdente del socialismo scientifico all’utopia».
Proprio sui rapporti interpersonali e sul destino della famiglia è incentrata la satira di Aristofane nelleDonne in assemblea, che lei dimostra, con prove testuali inoppugnabili, in diretta polemica con il V libro dellaRepubblicadi Platone, in particolare con la «scandalosa e unilaterale rivoluzione sessuale presentata dal Socrate platonico come corollario della comunanza di tutto tra tutti»; ma soprattutto con l’idea di parità in pubblico tra uomo e donna - sul piano dell’intelligenza, delle capacità operative e della pari responsabilità nella gestione della città.
«Nei secoli e nei millenni la vera pietra dello scandalo dell’utopia platonica non è stato l’egualitarismo in quanto tale - presente sia pure in altre forme nelle origini cristiane e in quanto possiamo ricostruire dallo scarno e interpolato testo evangelico sulla predicazione dell’eroe eponimo del cristianesimo - ma proprio la concezione del rapporto uomo-donna. La morbosa petulanza dei Padri della Chiesa è riuscita a inseguirla all’interno di opere mastodontiche come la Repubblica o le Leggi e Platone è stato principalmente condannato proprio per l’“immoralità” delle idee sulla condizione femminile e sull’ethos sessuale».
Nei passi dei Padri della Chiesa del IV e V secolo, che lei cita nel suo libro, dalla condanna della parità della donna discendono tre anatemi: amore libero, aborto, omosessualità.
«Tre bestie nere su cui la posizione della Chiesa cristiana nei secoli non è mutata di un centimetro. Il fatto è che le utopie a base religiosa durano millenni senza mutare, non essendo mai suscettibili a controprova. La frastornante elementarità concettuale del linguaggio di coloro che guidano le Chiese si basa su un libro solo, mentre noialtri ne abbiamo un’infinità, e in contrasto tra loro. Per questo le utopie laiche, che si presentino o no come scientifiche, si bruciano presto: le loro proposte economiche e sociali si esauriscono nel tempo alla prova dei fatti; il loro linguaggio concettuale è vulnerabile allo stesso spirito critico che sta a loro fondamento».
La polemica di Aristofane prende di mira, in Platone, l’intellettuale utopista che dopo avere partecipato al regime utopico-sanguinario dei Trenta ha continuato a ritenere il suo tragico naufragio solo un incidente di percorso. Il suo slancio di intellettuale che si mantiene fedele al comunismo utopistico dopo il fallimento del comunismo reale su che cosa si concentra oggi?
«Oggi mi trovo a pensare che inaspettatamente, in contrasto con tutte le previsioni incluse quelle di Marx stesso, la contrapposizione è di nuovo tra liberi e schiavi. La geografia delle classi sociali si è trasformata sotto i nostri occhi, nella dialettica tra mondo sviluppato e Terzo mondo o anche nelle forme di quella ”schiavitù concordata” che si attua qui in Occidente, dove il contrasto non è più tra capitale e lavoro salariato, ma quest’ultimo compie la scelta atroce, volta alla salvazione individuale, di arretrare rispetto alle precedenti condizioni. Penso al lavoro sottopagato in modo umiliante, ad esempio nel Sud d’Italia o in Portogallo, alle condizioni schiavili di vita che scorgiamo nelle grandi città, vicino alle stazioni ferroviarie o nei quartieri ghetto. È la realtà lancinante del XXI secolo, un processo di ritorno delle forme di dipendenza che può essere contrastato solo dalla riaffermazione vigorosa del concetto “utopico” di uguaglianza, morto tra le pieghe delle varie nomenklature di tipo sovietico».

La Stampa 5.3.14
Clelia Farnese, una ribelle del ’500 tra i mostri di Roma
di Marcello Sorgi


Secondo Michel de Montaigne, che la conobbe durante il suo famoso Viaggio in Italia, Clelia Farnese era, «senza paragone, la più amabile donna che fosse allora in Roma e anche altrove». Bellissima e molto temuta e ammirata, la figlia naturale del cardinale Alessandro Farnese rivive nell’attenta e documentata biografia della storica Gigliola Fragnito (Storia di Clelia Farnese, Il Mulino, pp. 330, € 25). Giovanissima sposa, a soli 14 anni, di Giovan Giorgio Cesarini, gonfaloniere del popolo romano, costretta a sopportare le angherie di un marito dissoluto che la tradisce, e il cinismo di un padre che si serve di lei per le sue aspirazioni al papato, Clelia (1577-1613) rivelerà una forza e un carattere imprevedibili e indomabili, che neppure il forzato esilio, voluto dal padre, prima nella Rocca di Ronciglione e poi nei feudo padano, riuscirà a piegare.
Ma nel libro della Fragnito la storia di questa donna ribelle e affascinante diventa anche il pretesto per una spietata descrizione della Roma della Controriforma. Memorabili le pagine in cui sono ricostruite le abitudini di casa di certa aristocrazia, la propensione agli sprechi, l’inutile ed eccessiva proliferazione della servitù, tra auditori, computisti, procuratori, segretari, maestri di casa, maestri di camera, camerieri personali, coppieri, trincianti, cuochi, dispensieri, credenzieri, bottiglieri, spenditori, stallieri e perfino nani, in una confusione di compiti e ruoli impossibili da distinguere.
Se ne ricava una vita perduta tra «desordini continoi», frequentazioni di prostitute che a decine vengono arrestate su ordine del Papa, carnevali pieni di equivoci, a cui i cardinali partecipano volentieri astenendosi solo dalle danze, feste, festini, tradimenti, amanti, mogli «molto asciutte e scontente», agguati notturni di incappucciati che agiscono per conto dei principi che non sopportano le corna, giochi sconsiderati, patrimoni dissolti, e poi banchetti con eccessi di gola e grande accorrere di medici e cerusici alle prese con le inevitabili conseguenze di condotte tutt’altro che irreprensibili.
Gigliola Fragnito alterna prove di felice narrazione di ambiente, di un’epoca romana particolarmente corrotta, e dei personaggi dell’aristocrazia papalina che si muovono sul palcoscenico con sembianze mostruose, con analisi storiche severe e approfondite, lasciando al lettore l’amaro divertimento di paragonare gli eccessi della Roma cinquecentesca della Controriforma con quelli della progredita Capitale attuale, in cui tornano ad affacciarsi segni di barbarie.

l’Unità 5.3.14
Tecnologia sì o no?
La rivoluzione della pace
La saggezza buddista può aiutare anche i leader?
La rivista Time» ha dedicato una copertina alla «Mindful Revolution»
Ovvero: come liberarsi dalla dipendenza digitale. Ma si tratta di un paradosso
di Teresa Numerico

NEL RECENTE FORUM DI DAVOS 2014 (22-25 GENNAIO) UNA DELLE PAROLE CHIAVE USATE IN RELAZIONE ALLE TECNOLOGIE DELLA COMUNICAZIONE È MINDFULNESS. La capacità di prestare attenzione di essere presenti a se stessi, mentre si esegue un’azione qualsiasi. La saggezza buddista intesa come chiave di successo della leadership. La tesi degli esperti di tecnologia e business, riuniti nella ridente località svizzera, presuppone che per usare al meglio le risorse disponibili nell’immersione digitale sia necessario stimolare negli utenti spiritualità e meditazione. Tali pratiche per incrementare la presenza mentale garantirebbero di ritornare privi di stress alle consuete frenetiche attività alle quali siamo assuefatti.
Il 3 febbraio scorso la prestigiosa rivista Time dedica la copertina alla mindful revolution. La rivoluzione della tranquillità, ovvero come usare le pratiche orientali per migliorare le proprie prestazioni nell’ambito del multitasking. Esponenti prestigiosi del business del digitale come Arianna Huffington tengono a San Francisco conferenze dal titolo Wisdom2.0(Saggezza2.0)per invitare colleghi e gente comune alla presenza di spirito, ad allenarsi alla consapevolezza di se stessi e degli altri, istituendo una pratica per aumentare felicità e efficienza. Come se non ci fosse conflitto tra il benessere dell'individuo e l'aumento di profitti delle aziende media digitali.
L’ex CEO di Google Eric Schmidt - attualmente multimiliardario executive chairman della società - sostiene che sarebbe utile avviare processi di disintossicazione digitale e dichiara di aver deciso di tenere i gadget elettronici lontani almeno nella pausa pranzo.
Siamo di fronte a una paradossale ricerca di distacco critico sostenuta dai principali protagonisti di quella che potremmo chiamare la punta avanzata del capitale digitale. Come se si potesse giocare la partita in tutti i ruoli, dal portiere all’attaccante della squadra avversaria e insieme impersonare l’arbitro.
Sembrerebbero tutti animati di buone intenzioni, ma quando si prova a fare una ricerca su Google usando come parole chiave mindfulness o digital detox (disintossicazione digitale) la maggior parte dei risultati si riferiscono a corsi di meditazione o di tecniche per mantenere a distanza i dispositivi elettronici in modo da poter ricaricare le energie e tornare al più presto al lavoro.
Lo stress da multitasking sembrerebbe ormai accertato. Uno studio del 2009 che aveva come autore principale lo psicologo Clifford Nass, dal titolo Cognitive control in media multitaskers, mostrava che nella maggior parte dei casi coloro che erano più abituati al multitasking ottenevano prestazioni cognitive peggiori, essendo più propensi alla distrazione e a trattenere in memoria informazioni irrilevanti per il compito cognitivo da svolgere.
Già Howard Rheingold nell’ultimo libro tradotto in Italiano Perché la rete ci rende intelligenti (Raffaello Cortina, 2013) aveva proposto la stessa analisi del problema e la stessa terapia per la sua soluzione. Non nega il problema della perdita d’attenzione legato alla struttura dei media digitali e ai metodi della loro fruizione. Tuttavia è convinto che una serie di tecniche e di processi per attivare meccanismi di difesa contro questi aspetti deteriori possano trasformare i rischi dell’eccesso di informazione in opportunità per l’aumento dell’efficienza cognitiva. La parola d’ordine è migliorare le prestazioni di autoconsapevolezza e di concentrazione.
L’idea elitaria e strumentale di queste pratiche di spiritualità messe al servizio della produttività sembra saturare le possibilità di critica del sistema. L’errore o i limiti delle tecnologie digitali della comunicazione non sarebbero nel design delle interfacce, fatto a posta per intrappolare l’utente, incastrandolo nel diluvio di informazioni ricevute e trasmesse, ma in una ipotetica debolezza cognitiva di chi fruisce dei servizi. La soluzione sarebbe quindi individuale, libertaria, figlia dei fiori e fricchettona e consisterebbe in una uscita personale dal gorgo informativo informe. Le competenze per esercitare la fuga dovrebbero essere acquisite a pagamento, finanziando corsi di guru capaci di farci prendere coscienza di noi stessi rigorosamente nel weekend. Per tornare a lavoro più efficienti e performativi che mai. E se fosse il capitale a saturare anche la nostra istanza di fuga dal capitale e mettesse al suo servizio anche l'esodo?
La mindful revolution impersonata sulla copertina di Time da una bella donna bionda in meditazione sarebbe quindi un ennesimo espediente per mantenere lo status quo e non interrogarsi criticamente su cosa sia questa trappola del multitasking. Cosa ci renda tanto stressati da dover ricorrere a tecniche per aumentare la presenza mentale per non affogare nell’eccesso informativo. La domanda se tutto il tempo che passiamo sui social network, o a fruire di contenuti multimediali valga veramente la pena di essere vissuto, non può essere nemmeno formulata. L’unico rischio reale per le interfacce digitali e per i loro giovani imprenditori WASP è che gli utenti possano gettare la spugna, rinunciare, distrarsi una volta per tutte e difendersi così impunemente dall’essere oggetto inconsapevole di mercificazione.

l’Unità 5.3.14
Pontormo e Rosso, la vita «acida»
Una grande mostra omaggia due interpreti del manierismo
Il critico d’arte Achille Bonito Oliva ragiona sull’estetica dell’età della «maniera moderna»:
«La sfiducia nel futuro del 500 si specchiò in opere dai colori squillanti che guardano però al passato»
intervista di Stefano Miliani

CON I LORO VERDI, AZZURRI E ROSA ACIDI E CON LE LORO GEOMETRIE A SGHIMBESCIO I DUE CAMPIONI DEL PRIMO MANIERISMO A INIZIO ‘500, Pontormo e Rosso Fiorentino, incarnano sia un prototipo del pittore fuori dalle regole e travagliato, sia l’immagine di chi, sentendosi fuori posto in un’epoca frantumata, imbocca strade oblique. Palazzo Strozzi a Firenze riserva dall’8 marzo al 20 luglio una ampia mostra a Jacopo Carucci detto il Pontormo (1494-1557) e Giovan Battista di Jacopo detto il Rosso Fiorentino (1494-1540): il direttore degli Uffizi Antonio Natali e il docente Carlo Falciani l’hanno curata titolandola Divergenti vie della maniera per rimarcare le differenze tra i protagonisti. Oltre alla toccante Visitazione del Pontormo restaurata, espongono anche The Greeting, il video di Bill Viola mutuato proprio da quel dipinto. E se il video artista californiano ha recentemente confessato alla Lettura che, quando ventenne vide la Deposizione del Pontormo nella chiesa fiorentina di Santa Felicita presso Ponte Vecchio, si chiese cos’avesse fumato il pittore manierista perché gli sembrava avesse dipinto sotto l’effetto dell’Lsd, a rimarcare quali corrispondenze leghino quell’arte al nostro tempo interviene Achille Bonito Oliva: critico d’arte, ideatore del movimento della Transavanguardia a fine anni ’70, ora conduttore-autore del programma domenicale su Rai3 Fuori quadro, nel 1976 pubblicò un testo allora sconvolgente e rieditato da Electa un paio di anni fa, L’ideologia del traditore. Arte, maniera e manierismo. «Allora fu profetico, oggi è attuale», rivendica l’autore.
Allora, Bonito Oliva, cosa rintracciò nei Manieristi di primo500quarant’anni fa e cosa ci trova di attuale oggi?
«Definirei quel mio libro profetico allora e attuale oggi. Rintracciavo nel Manierismo una situazione storica, morale, religiosa, estetica che aveva riscontri nella crisi ideologica, artistica e culturale della metà degli anni ’70, dopo il gran fermento, l’ottimismo sperimentale, economico e produttivo degli anni ’60. Dopo la lunga marcia verso la prospettiva che dal medioevo e attraverso l’uso della geometria euclidea aveva creato la terza dimensione nell’arte, nel ‘500 con il Manierismo si passa a un principio di citazione: dopo la scoperta dell’America, la nascita della finanza politica e il realismo politico di Machiavelli, dopo il «Sacco » di Roma del 1527, dopo la scoperta che la terra gira attorno al sole, con il Manierismo ci si rifugia nel passato, non c’è più ottimismo.
Perché definire quegli artisti «traditori»?
«Traditori perché si cita la prospettiva fino a decentrarla a uso della memoria e della propria soggettività. Questo libro, che parla anche di letteratura, di poesia, di politica, divenne sintomatico della crisi. Ripubblicato anche in Cina, è attuale perché ora viviamo la post modernità con la sfiducia nel futuro, la crisi economica, la messa in discussione dell’autorità e l’incapacità di progettare».
Il termine «manierismo» ha avuto spesso un’accezione negativa: non nel suo caso, vero?
«Dire Manierismo per me è positivo, vuol dire dipingere alla maniera di Raffaello, Leonardo e Michelangelo. Nell’incendio del borgo dipinto da Raffaello nelle Stanze Vaticane, ad esempio, c’è una torsione volumetrica dei corpi in cui il pittore sembra fare a memoria il Buonarroti. La citazione è qualcosa che rasenta il pessimismo: l’artista non si sente più centrale ma laterale e la lateralità è la posizione del traditore, è uno che vorrebbe cambiare il mondo ma lo vive tutto nella sua mente. E nell’arte contemporanea c’è questa dimensione: ci rappresenta ma non ci fa toccare le cose, ha come un diaframma che separa l’arte dalla vita».
Artisti come il Rosso e il Pontormo hanno come peculiarità quella di adottare colori irrealistici.
«Non è il colore del naturalismo perché con il Manierismo si afferma il diritto dell’artista a rappresentare il mondo come lo vede lui, non com’è. Si afferma l’idea platonica che l’arte è rappresentazione del mondo delle idee. Chi attraverso il segno, chi attraverso il colore, producono un’iconografia mentale, una rappresentazione dove la vita sembra un ricordo. Nel Rosso il colore ha questa accentuazione, squilla ma guarda al passato Il Pontormo rappresenta al massimo livello la sua vita. Anche per la sua biografia, per il suo diario dove scrive cosa ha mangiato, quante volte è andato in bagno, i colori usati: è uno spaccato di un’esistenza nevrotica. Inoltre raffigura sempre uno spazio reclinato, e questa inclinazione è il segno della destabilizzazione della storia e lui la percepisce».

DAI DIARI DEL MALINCONICO PITTORE, DAL 1554 AL 1556 Dal1554 al1556 il Pontormo tenne un diario. Scriveva di cibi, digiuni, disturbi fisici e, poco, di pittura. Il Bronzino è l’amico pittore. Ne pubblichiamo un estratto dal sito www.frammentiarte.it adì7 in domenica sera di genaio 1554 caddi e percossi la spalla e '1 braccio e stetti male e stetti a casa Br(ONZIN)o1 sei dì; poi me ne tornai a casa e stetti male insino a carnovale che fu adì 6 di febraio 1554. adì 11 di marzo 1554 in domenica mattina desinai con Bronzino pollo e vitella e sentimi bene (vero è che venendo per me a casa io ero nel letto era asai ben tardi e levandomi mi sentivo gonfiato e pieno - era asai bei dì), la sera cenai un poco di carne secha arosto che havevo sete e lunedì sera cenai uno cavolo e uno pesce d'uovo. el martedì sera cenai una meza testa di cavretto e la minestra. el mercoledì sera l'altra meza fritta e del zibibo uno buon dato e 5 q(uattrin)i di pane e caperi in insalata. giovedì sera una minestra di buono castrone e insalata di barbe. giovedì mattina mi venne uno capogirlo che mi durò tucto dì e dapoi sono stato tuctavia maldisposto e del capo debole. venerdì sera insalata di barbe e dua huova in pesce d'uovo».


Corriere 5.2.14
Balzac nel pozzo senza fondo dei desideri
Perché, anche quando ci realizziamo, un senso di colpa minaccia la nostra felicità
di Giorgio Montefoschi


«Una mattina d’ottobre del 1830, a Parigi, un giovanotto entra in una delle case da gioco del Palais Royal». È l’incipit de La pelle di zigrino , il romanzo che, per vendite e recensioni, segnò una svolta nella carriera di Balzac, e oggi viene riproposto al centro del terzo e ultimo Meridiano dedicato dalla Mondadori alla Comédie humaine .
Di sera, nelle case da gioco, col clamore e le passioni non trattenute, aleggia una poesia volgare. Al mattino, i luoghi sono spettrali. A quell’ora, nelle stanze sudicie col parquet sconnesso, si incontrano i volti pallidi di chi non ha dormito tutta la notte, gli sguardi fissi in fondo ai quali si intuisce la disperazione che atterrisce. Raphael ha solo una moneta in tasca. La getta sul noir. Esce il rouge . Il giovane prende il cappello, esce, e va verso le Tuileries e la Senna. Parigi è triste. Il giovane vorrebbe suicidarsi nelle acque scure della Senna che osserva dal Pont Royal. Una bella donna che è appena scesa da una carrozza mostrando una gamba tornita, risponde al suo sguardo con indifferenza. Raphael oltrepassa il ponte e, in Quai Voltaire, entra nella bottega di un antiquario. Qui, una quantità debordante di oggetti provenienti dalle epoche più remote e dalle parti più diverse del mondo (mobili, quadri, soprammobili, lampadari, specchi, vasi di porfido, paccottiglie fra le quali spiccano tele di Poussin e Lorrain, Murillo e Velázquez) inducono nella sua mente uno stato di confusione che rasenta il sonnambulismo. Quale profondità ha il passato — pensa, salendo al primo piano. Ma ecco che, a distoglierlo dalle sue incerte meditazioni, appare un vecchiettino rinsecchito in una vestaglia di velluto. È l’antiquario. Ha un aspetto misterioso e mefistofelico — scrive Balzac. È il demonio, in realtà. I due si scrutano. E il vecchio, dopo aver mostrato al giovane nientemeno che un quadro di Raffaello, lo conduce davanti a quello che considera il suo tesoro: una pelle di zigrino (un onagro, una specie di asino) appesa alla parete. Sulla grana nera e lustra è incisa una iscrizione che recita: «Se mi possiedi possederai tutto. Ma la tua vita apparterrà a me. È volontà di Dio. Desidera e i tuoi desideri saranno esauditi. Ma regolali sulla tua vita. Essa è qui. A ogni tuo desiderio decrescerò come i tuoi giorni. Mi vuoi? Prendi. Dio ti esaudirà. Così sia».
È un momento fatale. Il vecchio tentatore dice: «Si può fermare il corso della vita? Infatti — aggiunge — nessuno ha mai voluto firmare il patto».
Raphael è inebetito. Fino a pochi minuti prima voleva suicidarsi. Ora ha una improvvisa voglia di vivere: per esempio, di un baccanale con giovani spregiudicati, vini, femmine ardenti. Si prende la pelle — mentre il vecchio gli ricorda che, da adesso in poi, il cerchio dei suoi giorni, rappresentato da quella pelle, si restringerà a ogni suo minimo desiderio — e si riaffaccia sul Quai Voltaire.
Fatti quattro passi, incontra un amico, Emile: un giornalista cinico e mondano che si sta per l’appunto recando a un banchetto. L’anfitrione è un uomo ricchissimo, tale Taillefer, il quale, avendo capito che il vero potere è ormai nella stampa, ha appena fondato un giornale il cui progetto sarà quello (certamente avveduto) di fare una opposizione che soddisfi i malcontenti e non nuoccia al governo. È una buona occasione di lavoro e di divertimento. Dunque, Raphael segue l’amico e i due entrano nel palazzo di Taillefer in cui sono riuniti gli «intellettuali» più in vista di Parigi . Lo sfarzo è da favola: pareti rivestite di seta e oro, candele ovunque, argenti, cristalli.
Inizia la cena. Vengono serviti i vini di Bordeaux e di Borgogna, poi quelli del Rodano e il Roussillon che dà alla testa. Così, rapidamente, attorno alla tavola imbandita, il clamore si fa altissimo come in un crescendo rossiniano; i discorsi incespicanti per via delle lingue impastate, spaziano dalla politica all’economia, dalla giustizia al destino; le battute diventano audaci; negli specchi compaiono volti sempre più arrossati, espressioni ilari e funebri al contempo. Poi, dopo il dessert — mentre i convitati con sempre maggior fatica cercano di afferrare un pensiero che li rassicuri sulle rispettive esistenze — come in un banchetto trimalcionico che si rispetti fanno la comparsa le donne: vere odalische, seminude, adorne di gioielli e piume. E, subito, figure allacciate si confondono con le sculture di marmo che adornano l’appartamento; i divani diventano triclini per scomposte carezze.
A questo punto, i lettori si aspettano la fine dell’orgia che dovrà ricondurre i partecipanti alla assai meno spensierata realtà quotidiana. Invece, con un atto di imperio narrativo, Balzac ferma la scena e lascia che Raphael racconti all’amico i diciassette anni che hanno preceduto la giornata incominciata nella sala da gioco e terminata nel banchetto notturno. È un racconto lungo, tuttavia necessario all'economia del romanzo, dal quale apprendiamo che Raphael, figlio unico di una madre morta, di nobile famiglia ma economicamente in rovina, e di un padre severissimo, ha avuto un’infanzia e una prima giovinezza totalmente prive di luce. Il dovere, la quasi povertà. Niente altro. Eppure, il ragazzo ha sempre avuto una immaginazione fervida, soprattutto per quanto riguarda le donne, ma ha dovuto reprimerla. Finché, dopo la morte del padre, per riscattarsi e cercare la gloria, si è rinchiuso per tre anni in una soffitta (come Balzac in rue Lesdiguières) dedicandosi solo allo studio, accudito da una tenera ragazzetta: Pauline, che in segreto lo ama, e da sua madre. Poi, nel 1829, incontra un amico: Rastignac, che cambia radicalmente la sua esistenza presentandogli la «donna che va di moda» in quel momento a Parigi: Fedora. Costei è una ricca e giovane avventuriera che ha sposato e abbandonato un conte russo. Ecco come la descrive Balzac: «Le labbra fresche e rosse spiccavano nel biancore intenso del volto. Il bruno della capigliatura metteva in risalto il colore dorato degli occhi, venati come una pietra preziosa di Firenze. Il busto era adorno delle grazie più attraenti». Fedora è bellezza, voluttà, morbidezza. La sua, tuttavia, è una morbidezza solo apparente. Lei, in realtà, non ama gli uomini: li lusinga, li seduce, ma non si lascia conquistare da nessuno. Raphael cade nella trappola e diventa presto la sua vittima. La segue ovunque: ai Bouffons, nei ricevimenti, nelle cene. È tutto inutile. Ogni profferta d’amore è rifiutata, e lui diventa pazzo. Una notte, addirittura, per spiare almeno il corpo che non può possedere, si nasconde nella sua stanza da letto mentre si sveste ed è abbagliato dal suo seno verginale, dal candore della sua pelle. Intanto, la povera Pauline vigila e soffre; i soldi guadagnati insieme a Rastignac con una fortunosa vincita alla roulette si assottigliano; e viene il giorno in cui Raphael non ha altro che una moneta in tasca, entra nella sala da gioco del Palais Royal e accetta il patto iscritto nella pelle di zigrino.
Il racconto è finito. È l’alba. Le carnagioni olivastre delle donne, splendenti alla luce dalle candele, adesso fanno orrore; i capelli pendono scomposti; le labbra secche degli uomini hanno le tracce dell’ubriachezza. Si procede alla colazione. Quand’ecco il colpo di scena. Entra un notaio che ha cercato tutto il giorno precedente Raphael e, nel silenzio sbalordito dei presenti, gli comunica che un lontano zio lo ha lasciato erede di una colossale fortuna. Raphael ha un brivido. Poco fa, di fronte all’amico incredulo, aveva steso la pelle di zigrino su un tovagliolo e ne aveva segnato con una matita i contorni. Lo fa di nuovo e vede che la pelle si è ristretta. È la morte.
Siamo al finale. Raphael è ricco, vive in un palazzo lussuoso, ma si impedisce ogni minimo desiderio. Ha lo sguardo doloroso della disperazione. Poi, una sera, all’Opera, incontra Pauline. Anche lei ha ereditato ed è diventata una donna bellissima. Scoppia, tra i due, un amore profondo: l’amore vero. Raphael non vuole più credere al talismano e lo getta in un pozzo del giardino.
La gioia dei due amanti è indescrivibile. Senonché, un giorno, il giardiniere ripesca nel pozzo uno «strano oggetto»: è la pelle di zigrino, che si è enormemente rimpicciolita. Raphael impallidisce. «Sei il mio boia!» grida, guardandola. Pauline non capisce. Lui la allontana e, in un pietoso pellegrinaggio fra gli «scienziati» parigini, prova invano ad aggiustare la pelle. C’è, quindi, un’ultima notte d’amore e un illusorio risveglio, molle, radioso, fra le lenzuola gualcite, gli indumenti abbandonati la sera prima, le calze sfilate, quale avrebbe potuto dipingerlo solo Fragonard. Ma una tosse secca, terribile, scuote il petto di Raphael. Accorrono i medici che impongono al malato di cambiare aria. Raphael fugge dalla persona che desidera e va in Savoia. Le sue condizioni, nonostante un soggiorno in un luogo ameno presso un’umile famiglia di pastori, peggiorano ogni giorno. Il talismano si riduce sempre di più, fino a diventare delle dimensioni di una fogliolina di pervinca. Raphael torna a Parigi. Riappare Pauline e lo culla con immenso amore (ma noi sappiamo, perché Raphael glielo ha detto: «Ci sono abissi che l’amore non può valicare, per quanto forti siano le sue ali »). Fra le braccia di Pauline, Raphael chiude gli occhi.
Si chiude, così, il romanzo del patto faustiano. Tuttavia, noi capiamo — lo abbiamo intuito dapprima confusamente, leggendolo, poi con sempre meno incertezza — che il capolavoro di Balzac non è solo il romanzo del patto col demonio al quale cediamo, in cambio del potere e della gloria, i nostri giorni. Pelle di zigrino, nella sua più nascosta verità, è il romanzo che descrive il senso della colpa. Quel senso oscuro e misterioso che ognuno di noi — senza aver fatto alcun patto col diavolo — sente dentro di sé quando realizza un desiderio (anche il più innocente) e s’accorge, all’improvviso, che la sua felicità trema.

Corriere 5.2.14
Vi racconto il mio primo anno da Papa
La nomina dopo l’addio di Ratzinger
Benedetto XVI non è una statua Partecipa alla vita della Chiesa
Il Papa emerito è un’istituzione: è il primo e forse ce ne saranno altri
Dipingere me come superman o come una star mi pare offensivo
Sono un uomo che ride, piange e ha amici, una persona normale
intervista di Ferruccio de’ Bortoli


Un anno è trascorso da quel semplice «buonasera» che commosse il mondo. L’arco di dodici mesi così intensi — non solo per la vita della Chiesa — fatica a contenere la grande messe di novità e i tanti segni profondi dell’innovazione pastorale di Francesco. Siamo in una saletta di Santa Marta. Una sola finestra dà su un piccolo cortile interno che schiude un minuscolo angolo di cielo azzurro. La giornata è bellissima, primaverile, tiepida. Il Papa sbuca all’improvviso, quasi di scatto, da una porta e ha un viso disteso, sorridente. Guarda divertito i troppi registratori che l’ansia senile di un giornalista ha posto su un tavolino. «Funzionano? Sì? Bene». Il bilancio di un anno? No, i bilanci non gli piacciono. «Li faccio solo ogni quindici giorni, con il mio confessore».
Lei, Santo Padre, ogni tanto telefona a chi le chiede aiuto. E qualche volta non le credono.
«Sì, è capitato. Quando uno chiama è perché ha voglia di parlare, una domanda da fare, un consiglio da chiedere. Da prete a Buenos Aires era più semplice. E per me resta un’abitudine. Un servizio. Lo sento dentro. Certo, ora non è tanto facile farlo vista la quantità di gente che mi scrive».
E c’è un contatto, un incontro che ricorda con particolare affetto?
«Una signora vedova, di ottant’anni, che aveva perso il figlio. Mi scrisse. E adesso le faccio una chiamatina ogni mese. Lei è felice. Io faccio il prete. Mi piace».
I rapporti con il suo predecessore. Ha mai chiesto qualche consiglio a Benedetto XVI?
«Sì. Il Papa emerito non è una statua in un museo. È una istituzione. Non eravamo abituati. Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri. Non lo sappiamo. Lui è discreto, umile, non vuole disturbare. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa. Una volta è venuto qui per la benedizione della statua di San Michele Arcangelo, poi a pranzo a Santa Marta e, dopo Natale, gli ho rivolto l’invito a partecipare al Concistoro e lui ha accettato. La sua saggezza è un dono di Dio. Qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano. Io ho pensato ai nonni che con la loro sapienza, i loro consigli danno forza alla famiglia e non meritano di finire in una casa di riposo».
Il suo modo di governare la Chiesa a noi è sembrato questo: lei ascolta tutti e decide da solo. Un po’ come il generale dei gesuiti. Il Papa è un uomo solo?
«Sì e no. Capisco quello che vuol dirmi. Il Papa non è solo nel suo lavoro perché è accompagnato e consigliato da tanti. E sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità».
Lei ha innovato, criticato alcuni atteggiamenti del clero, scosso la Curia. Con qualche resistenza, qualche opposizione. La Chiesa è già cambiata come avrebbe voluto un anno fa?
«Io nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Non mi aspettavo questo trasferimento di diocesi, diciamo così. Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali nelle varie congregazioni. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione. Le faccio un esempio. Si era parlato della cura spirituale delle persone che lavorano nella Curia, e si sono cominciati a fare dei ritiri spirituali. Si doveva dare più importanza agli Esercizi Spirituali annuali: tutti hanno diritto a trascorrere cinque giorni in silenzio e meditazione, mentre prima nella Curia si ascoltavano tre prediche al giorno e poi alcuni continuavano a lavorare».
La tenerezza e la misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale...
«E del Vangelo. È il centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad ascoltarci, a guarirci, a salvarci».
Ma è stato compreso questo messaggio? Lei ha detto che la francescomania non durerà a lungo. C’è qualcosa nella sua immagine pubblica che non le piace?
«Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale».
Nostalgia per la sua Argentina?
«La verità è che io non ho nostalgia. Vorrei andare a trovare mia sorella, che è ammalata, l’ultima di noi cinque. Mi piacerebbe vederla, ma questo non giustifica un viaggio in Argentina: la chiamo per telefono e questo basta. Non penso di andare prima del 2016, perché in America Latina sono già stato a Rio. Adesso devo andare in Terra Santa, in Asia, poi in Africa».
Ha appena rinnovato il passaporto argentino. Lei è pur sempre un capo di Stato.
«L’ho rinnovato perché scadeva».
Le sono dispiaciute quelle accuse di marxismo, soprattutto americane, dopo la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium ?
«Per nulla. Non ho mai condiviso l’ideologia marxista, perché non è vera, ma ho conosciuto tante brave persone che professavano il marxismo».
Gli scandali che hanno turbato la vita della Chiesa sono fortunatamente alle spalle. Le è stato rivolto, sul delicato tema degli abusi sui minori, un appello pubblicato dal Foglio e firmato tra gli altri dai filosofi Besançon e Scruton perché lei faccia sentire alta la sua voce contro i fanatismi e la cattiva coscienza del mondo secolarizzato che rispetta poco l’infanzia.
«Voglio dire due cose. I casi di abusi sono tremendi perché lasciano ferite profondissime. Benedetto XVI è stato molto coraggioso e ha aperto una strada. La Chiesa su questa strada ha fatto tanto. Forse più di tutti. Le statistiche sul fenomeno della violenza dei bambini sono impressionanti, ma mostrano anche con chiarezza che la grande maggioranza degli abusi avviene in ambiente familiare e di vicinato. La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata».
Santo Padre, lei dice «i poveri ci evangelizzano». L’attenzione alla povertà, la più forte impronta del suo messaggio pastorale, è scambiata da alcuni osservatori come una professione di pauperismo. Il Vangelo non condanna il benessere. E Zaccheo era ricco e caritatevole.
«Il Vangelo condanna il culto del benessere. Il pauperismo è una delle interpretazioni critiche. Nel Medioevo c’erano molte correnti pauperistiche. San Francesco ha avuto la genialità di collocare il tema della povertà nel cammino evangelico. Gesù dice che non si possono servire due signori, Dio e la Ricchezza. E quando veniamo giudicati nel giudizio finale (Matteo , 25) conta la nostra vicinanza con la povertà. La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza. Zaccheo devolve metà della sua ricchezza ai poveri. E a chi tiene i granai pieni del proprio egoismo il Signore, alla fine, presenta il conto. Quello che penso della povertà l’ho espresso bene nella Evangelii Gaudium ».
Lei ha indicato nella globalizzazione, soprattutto finanziaria, alcuni dei mali che aggrediscono l’umanità. Ma la globalizzazione ha strappato dall’indigenza milioni di persone. Ha dato speranza, un sentimento raro da non confondere con l’ottimismo.
«È vero, la globalizzazione ha salvato dalla povertà molte persone, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame, perché con questo sistema economico diventa selettiva. La globalizzazione a cui pensa la Chiesa assomiglia non a una sfera, nella quale ogni punto è equidistante dal centro e in cui quindi si perde la peculiarità dei popoli, ma a un poliedro, con le sue diverse facce, per cui ogni popolo conserva la propria cultura, lingua, religione, identità. L’attuale globalizzazione “sferica” economica , e soprattutto finanziaria, produce un pensiero unico, un pensiero debole. Al centro non vi è più la persona umana, solo il denaro».
Il tema della famiglia è centrale nell’attività del Consiglio degli otto cardinali. Dall’esortazione Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II molte cose sono cambiate. Due Sinodi sono in programma. Si aspettano grandi novità. Lei ha detto dei divorziati: non vanno condannati, vanno aiutati.
«È un lungo cammino che la Chiesa deve compiere. Un processo voluto dal Signore. Tre mesi dopo la mia elezione mi sono stati sottoposti i temi per il Sinodo, si è proposto di discutere su quale fosse l’apporto di Gesù all’uomo contemporaneo. Ma alla fine con passaggi graduali — che per me sono stati segni della volontà di Dio — si è scelto di discutere della famiglia che attraversa una crisi molto seria. È difficile formarla. I giovani si sposano poco. Vi sono molte famiglie separate nelle quali il progetto di vita comune è fallito. I figli soffrono molto. Noi dobbiamo dare una risposta. Ma per questo bisogna riflettere molto in profondità. È quello che il Concistoro e il Sinodo stanno facendo. Bisogna evitare di restare alla superficie. La tentazione di risolvere ogni problema con la casistica è un errore, una semplificazione di cose profonde, come facevano i farisei, una teologia molto superficiale. È alla luce della riflessione profonda che si potranno affrontare seriamente le situazioni particolari, anche quelle dei divorziati, con profondità pastorale».
Perché la relazione del cardinale Walter Kasper all’ultimo Concistoro (un abisso tra dottrina sul matrimonio e la famiglia e la vita reale di molti cristiani ) ha così diviso i porporati? Come pensa che la Chiesa possa percorrere questi due anni di faticoso cammino arrivando a un largo e sereno consenso? Se la dottrina è salda, perché è necessario il dibattito?
«Il cardinale Kasper ha fatto una bellissima e profonda presentazione, che sarà presto pubblicata in tedesco, e ha affrontato cinque punti, il quinto era quello dei secondi matrimoni. Mi sarei preoccupato se nel Concistoro non vi fosse stata una discussione intensa, non sarebbe servito a nulla. I cardinali sapevano che potevano dire quello che volevano, e hanno presentato molti punti di vista distinti, che arricchiscono. I confronti fraterni e aperti fanno crescere il pensiero teologico e pastorale. Di questo non ho timore, anzi lo cerco».
In un recente passato era abituale l’appello ai cosiddetti «valori non negoziabili» soprattutto in bioetica e nella morale sessuale. Lei non ha ripreso questa formula. I principi dottrinali e morali non sono cambiati. Questa scelta vuol forse indicare uno stile meno precettivo e più rispettoso della coscienza personale?
«Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili. Quello che dovevo dire sul tema della vita, l’ho scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium ».
Molti Paesi regolano le unioni civili. È una strada che la Chiesa può comprendere? Ma fino a che punto?
«Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà».
Come verrà promosso il ruolo della donna nella Chiesa?
«Anche qui la casistica non aiuta. È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Ryłko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie».
A mezzo secolo dall’Humanae Vitae di Paolo VI, la Chiesa può riprendere il tema del controllo delle nascite? Il cardinale Martini, suo confratello, riteneva che fosse ormai venuto il momento.
«Tutto dipende da come viene interpretata l’Humanae Vitae . Lo stesso Paolo VI, alla fine, raccomandava ai confessori molta misericordia, attenzione alle situazioni concrete. Ma la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare. Anche di questo si parlerà nel cammino del Sinodo».
La scienza evolve e ridisegna i confini della vita. Ha senso prolungare artificialmente la vita in stato vegetativo? Il testamento biologico può essere una soluzione?
«Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata. La dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale. Nella mia pastorale, in questi casi, ho sempre consigliato le cure palliative. In casi più specifici è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti».
Il prossimo viaggio in Terra Santa porterà a un accordo di intercomunione con gli ortodossi che Paolo VI, cinquant’anni fa, era arrivato quasi a firmare con Atenagora?
«Siamo tutti impazienti di ottenere risultati “chiusi”. Ma la strada dell’unità con gli ortodossi vuol dire soprattutto camminare e lavorare insieme. A Buenos Aires, nei corsi di catechesi, venivano diversi ortodossi. Io trascorrevo il Natale e il 6 gennaio insieme ai loro vescovi, che a volte chiedevano anche consiglio ai nostri uffici diocesani. Non so se sia vero l’episodio che si racconta di Atenagora che avrebbe proposto a Paolo VI che loro camminassero insieme e mandassero tutti i teologi su un’isola a discutere fra loro. È una battuta, ma importante è che camminiamo insieme. La teologia ortodossa è molto ricca. E credo che loro abbiano in questo momento grandi teologi. La loro visione della Chiesa e della sinodalità è meravigliosa».
Fra qualche anno la più grande potenza mondiale sarà la Cina con la quale il Vaticano non ha rapporti. Matteo Ricci era gesuita come lei.
«Siamo vicini alla Cina. Io ho mandato una lettera al presidente Xi Jinping quando è stato eletto, tre giorni dopo di me. E lui mi ha risposto. Dei rapporti ci sono. È un popolo grande al quale voglio bene».
Perché Santo Padre non parla mai d’Europa? Che cosa non la convince del disegno europeo?
«Lei ricorda il giorno in cui ho parlato dell’Asia? Che cosa ho detto? (qui il cronista si avventura in qualche spiegazione raccogliendo vaghi ricordi per poi accorgersi di essere caduto in un simpatico trabocchetto ). Io non ho parlato né dell’Asia, né dell’Africa, né dell’Europa. Solo dell’America Latina quando sono stato in Brasile e quando ho dovuto ricevere la Commissione per l’America Latina. Non c’è stata ancora l’occasione di parlare d’Europa. Verrà».
Che libro sta leggendo in questi giorni?
«Pietro e Maddalena di Damiano Marzotto sulla dimensione femminile della Chiesa. Un bellissimo libro».
E non riesce a vedere qualche bel film, un’altra delle sue passioni? «La grande bellezza» ha vinto l’Oscar. La vedrà?
«Non lo so. L’ultimo film che ho visto è stato La vita è bella di Benigni. E prima avevo rivisto La Strada di Fellini. Un capolavoro. Mi piaceva anche Wajda...».
San Francesco ebbe una giovinezza spensierata. Le chiedo: si è mai innamorato?
«Nel libro Il Gesuita , racconto di quando avevo una fidanzatina a 17 anni. E ne faccio cenno anche ne Il Cielo e la Terra, il volume che ho scritto con Abraham Skorka. In seminario una ragazza mi fece girare la testa per una settimana».
E come finì se non sono indiscreto?
«Erano cose da giovani. Ne parlai con il mio confessore» (un grande sorriso ).
Grazie Padre Santo.
«Grazie a lei».