domenica 30 luglio 2017

Libero 28.07.17
Il giorno che Scalfari confessò di essere dio
di Bruna Magi

Uno degli aneddoti più godibili che Anna Maria Mori, inviato di Repubblica (fu tra i fondatori), poi caporedattore di Anna, racconta nel suo Origami. Figure e figurine del mio Novecento (Einaudi editore, pag.136, euro 19) riguarda il suo ex direttore, Eugenio Scalfari: lo definisce molto bello e sottolinea che «invecchiando lo sarebbe diventato ancora di più». De gustibus. Ma nel contempo lo racconta come un despota, visto che dichiarava alla redazione:«Ricordatevelo, io non sono il direttore, sono Dio».

E quando, con l'evolversi dell' emancipazione femminile, qualcuno gli propose almeno una vicedirezione al femminile, lui rispose: «Le donne sono api operose. E basta». Sarebbe da «processare ideologicamente come antifemminista», ma lui è Scalfari, guai a toccarlo, chissà perchè le donne non si ribellano.

Se pensate che ammetteva pure di non sapere (un direttore!) con quale taglio affrontare la grande cronaca, tipo un terremoto...Il resto del saggio della Mori prosegue piacevolmente, senza eccitanti scossoni, in un itinerario parallelo tra i fatti e i personaggi (tra politica e cinema, giornalismo e letteratura) che li hanno interpretati, e dei quali già un po' sapevamo. Tipo la quasi patetica inclinazione all' innamoramento per dive irresistibilmente egoiste (Dunaway, Deneuve) di Marcello Mastroianni, i capricci di Romy Schneider, la diffidenza indifferente di Sordi verso il genere umano.




QUESTO E' L'ARTICOLO A CUI FA RIFERIMENTO MATTEO FAGO NELL'EDITORIALE DI LEFT N°30.2017

Eugenio Scalfari
Atei militanti ecco perché sbagliate
Un conto è non rispecchiarsi in alcuna religione rivelata. Altro è credere, in modo assoluto e intollerante, nel grande nulla

Gli atei. Non so se è stata mai fatta un'indagine nazionale o internazionale sul loro numero attuale, ma penso che non siano molti. I semi-atei sono certamente molti di più, ma non possono definirsi tali. L'ateo è una persona che non crede in nessuna divinità, nessun creatore, nessuna potenza spirituale. Dopo la morte, per l'ateo, non c'è che il nulla. Da questo punto di vista sono assolutisti, in un certo senso si potrebbero definire clericali perché la loro verità la proclamano assoluta.

Anche quelli che credono in una divinità (cioè l'esatto contrario degli atei) ritengono la loro fede una verità assoluta, ma sono infinitamente più cauti degli atei. Naturalmente ogni religione cui appartengono è molto differente dalle altre, ma su un punto convergono tutte: il loro Dio proclama una verità assoluta che nessuno può mettere in discussione. Nel caso della nostra storia millenaria il mondo è stato spesso insanguinato da guerre di religione. Quasi sempre dietro il motivo religioso c'erano anche altri e più corposi interessi, politici, economici e sociali, ma la motivazione religiosa era comunque la bandiera di quelle guerre, che furono molte e insanguinarono il mondo.

Gli atei - l'ho già detto - non sanno di essere poco tolleranti, ma il loro atteggiamento nei confronti delle società religiose è rigorosamente combattivo. La vera motivazione, spesso inconsapevole, è nel fatto che il loro Io reclama odio e guerre intellettuali contro religioni di qualunque specie. Il loro ateismo proclamato vuole soddisfazione, perciò non lo predicano con elegante pacatezza ma lo mettono in discussione partendo all'attacco contro chi crede in un qualunque aldilà, lo insultano, lo vilipendono, lo combattono intellettualmente. È il loro Io che li guida e che pretende soddisfazione, vita natural durante, non avendo alcuna speranzosa ipotesi di un aldilà dove la vita proseguirebbe, sia pure in forme diverse.

Con questo non voglio affatto dire che l'ateo sia una persona da disprezzare, da isolare e tanto meno da punire. Spesso i suoi modi sono provocatori, rissosi e calunniosi, ma questo non giustifica reazioni dello stesso genere. Certo non ispirano simpatia, ma questa è una reazione intellettuale di fronte alla prepotenza del loro Io.

Infine c'è una terza posizione, anch'essa minoritaria come gli atei, ma profondamente diversa: i non credenti. Non credono a una divinità trascendente, per quanto riguarda l'aldilà suppongono l'esistenza di un Essere e qui si entra in un'ipotesi affascinante che può assumere le forme più diverse. Per alcuni l'Essere è la forma iniziale dell'Esistere, per altri è l'Esistere che dorme, in perenne gestazione; per altri ancora è il caos primigenio, al quale l'energia delle forme torna dopo la morte d'una forma qualsiasi e dal quale forme nuove sorgono continuamente, con loro leggi e loro vitalità energetica. La vita e l'aldilà, da questo punto di vista, sono in continuo avvicendamento del quale noi umani ignoriamo i meccanismi creativi, ma che tuttavia sono in continua e autonoma attività.

L'Essere e il Divenire. Ci furono nell'antica Ellade, due filosofi che in un certo senso sono i predecessori di questo modo di pensare: Parmenide ed Eraclito. Non furono i soli, ma certamente i più classici e i più completi, ciascuno dal suo punto di vista.

Parmenide definì l'Essere come una realtà vitale ma stabile, non modificabile, il letto della vita che l'Essere contiene ma che non assume alcuna vitalità. Eraclito non ignora l'Essere, ma ipotizza che esso alimenti il Divenire. Si potrebbe dire che la vita dorme nell'Essere e si sveglia nel Divenire. Ammetto qui la mia incompleta informazione culturale: più o meno i due filosofi appartengono alla stessa epoca e alla stessa terra, ma non credo che le date delle loro vite coincidano e tanto meno se abbiano avuto conoscenza l'uno dell'altro.

Il più vicino al mio modo di sentire è Eraclito. I suoi "detti" sono lucidi e splendidi così come ci sono stati tramandati. Parlo in particolare di quello che dice: «Ciascuno può mettere una sola volta nella sua vita i piedi nell'acqua del fiume». Quella frase quando la lessi ed ero molto giovane non la capii subito; ma poco dopo ne compresi il senso profondo: l'acqua del fiume scorre e quindi varia di continuo; tu ci metti il piede e quell'acqua non la ritrovi più perché scorre e cambia continuamente. L'acqua è una forma dell'Essere, ma il suo scorrere è la forma del Divenire.

Così è la nostra vita, i nostri pensieri, i nostri bisogni, i nostri desideri e la carezza della morte, che uccide una singola forma ma non la sua indistruttibile energia.

Questi sono, ciascuno a suo modo, i non credenti. Non credono in un aldilà dominato da una divinità trascendente delle religioni e non credono al nulla nichilista e prepotente degli atei, il cui Io è sostanzialmente elementare; anche se dotato di cultura e di voglia d'affermarsi. In realtà è un Io che non pensa. Un Io che non pensa e non si vede operare e non si giudica. Così è un Io di stampo animalesco. Mi spiace che gli atei ricordino lo scimpanzé dal quale la nostra specie proviene.

domenica 16 luglio 2017

SULLA STAMPA DI DOMENICA 19 LUGLIO

https://spogli.blogspot.com/2017/07/sulla-stampa-di-domenica-19-luglio-il.html

il manifesto 16.7.7
Italia, a che punto è la notte
di Marco Revelli

Ogni giorno una nuova gittata di dati – una nuova slide tombale – viene emessa dalle torri del sapere ufficiale a coprire la precedente, con un effetto (voluto?) d’irrealtà del reale.
Giovedì l’Istat, nella sua nota annuale sulla Povertà, ci dice che le cose vanno male, stabilmente male, e forse peggioreranno.
Venerdì la Banca d’Italia, nel suo bollettino trimestrale, ci dice che (al netto del record del debito) le cose vanno abbastanza bene, e probabilmente miglioreranno…
Viene in mente Isaia (21,11) e la domanda che sale da Seir: «Sentinella, a che punto è la notte?», a cui dalla torre si risponde: «Vien la mattina, poi anche la notte».
Per la verità la situazione della povertà è persino più grave di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Nei commenti a caldo ci si è infatti soffermati soprattutto sui dati generali: i 4.742.000 poveri «assoluti» e gli 8.465.000 poveri «relativi», grandezze di per sé impressionanti, ma definite nella Nota arrivata dall’Istat «stabili», essendo entrambi aumentati rispetto all’anno 2015 «solamente» di 150.000 unità.
Se però si spacchettano i due insiemi aggregati si scopre che il peggioramento è stato ben più consistente, addirittura catastrofico, per almeno tre categorie cruciali: i minori, gli operai, e i membri di «famiglie miste».
Tra le «famiglie con tre o più figli minori», ad esempio, la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti.
Schizzando al 26,8%. Nel Mezzogiorno la povertà relativa in questa categoria sfiora addirittura il 60%.
Tra gli «Operai e assimilati», poi, i poveri assoluti raggiungono il livello del 12,6% (un punto percentuale più del 2015, una crescita del 9% in un anno!) e le famiglie con breadwinner operaio in condizione di povertà relativa sfiorano il 20% (una su cinque). Sono i working poors: coloro che sono poveri pur lavorando – pur avendo un «posto di lavoro» -, ed è bene ricordare che si definisce «in povertà assoluta» chi non può permettersi il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa, alimentarsi, vestirsi, curarsi, mentre in «povertà relativa» è chi ha una spesa mensile pro capite inferiore alla metà di quella media del Paese. Una parte consistente del mondo del lavoro italiano è in una di queste due condizioni.
Infine le «famiglie miste», quelle in cui cioè uno dei due coniugi è un migrante: nel loro caso la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa ha raggiunto nel Meridione il 58,8% (era il 40,3 nel 2015), con buona pace di chi ha fatto dell’urlo tribale «Perché a loro e non a NOI» la propria bandiera e considera privilegio lo jus soli in nome della propria miseria.
Se poi si considera il quadro nell’ultimo decennio, la storia assume i tratti del racconto gotico. Non solo il numero delle famiglie e degli individui in condizione di povertà assoluta risulta raddoppiato rispetto al 2007, ma per alcune figure la dilatazione è stata addirittura esplosiva: così per i minori, tra i quali i «poveri assoluti» sono quadruplicati (l’incidenza passa dal 3% al 12,5%).
Stessa dinamica per gli «operai e assimilati», tra i quali la diffusione della povertà assoluta, drammatica nel quinquennio 2007-2012, era rallentata fino al 2014, e poi è ritornata prepotente nel biennio successivo (3 punti percentuali in più!) dove si può leggere con chiarezza l’effetto-Renzi e l’impatto del Jobs Act sul potere d’acquisto e sulla stabilità del lavoro.
In questa luce l’inno alla gioia intonato da politica e media per le notizie da Bankitalia potrebbe sembrare una beffa (un «insulto alla miseria» registrata invece dall’Istat), se non contenesse però un tratto di realtà.
E cioè che economia e società hanno imboccato strade diverse, e per molti versi opposte. Che i miglioramenti dell’una (o l’attenuazione della crisi sul versante economico) non significano affatto un simmetrico rimbalzo per l’altra (una risalita sul versante della condizione sociale).
Anzi. I ritocchini al rialzo delle previsioni sul Pil (+1,4 nel ’17, + 1,3 nel ’18, + 1,2 nel ’19) sono in effetti perfettamente compatibili col parallelo degrado dei tassi di povertà e delle condizioni di vita delle famiglie.
Convivono nell’ambito di un paradigma, come quello vigente, nel quale la crescita redistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto, dal lavoro all’impresa (e soprattutto alla finanza), dai many ai few (all’1% che possiede il 20% di tutto). E in cui il Pil, appunto, s’arricchisce (in termini economici) impoverendo (in termini sociali).
Forse nel 2019 (forse!) ritorneremo ai livelli pre-crisi del «valore aggiunto» monetario, ma saremo un po’ di più vicini al Medioevo nell’equità sociale.
Finché non si spezzerà questo circolo vizioso, la sentinella dalla torre non potrà annunciare la definitiva fine della notte.

La Stampa 16.7.17
Il richiamo dell’uomo forte
Nostalgia in salsa russa, Stalin torna di moda
Quel gioco di specchi con Putin
di Anna Zafesova

Magliette, manifesti, fiction e perfino monumenti: il «padre di tutti i popoli» è tornato, e da anni ormai è in testa alla classifica dei leader più amati dai russi.
Un’icona bandita per mezzo secolo dallo stesso regime comunista, il cattivo della storia per eccellenza, e solo qualche tassista caucasico osava appiccicare sul cruscotto il santino con la faccia baffuta del georgiano più famoso del mondo. Il primo manifesto con Stalin, voluto dal comune di Mosca nel 2005, per il 60simo anniversario della vittoria sul nazismo, fece scandalo. Ma da allora il dittatore georgiano ha fatto un ritorno da protagonista nell’immaginario dei russi, e l’ammirazione nei suoi confronti aumenta di anno in anno, secondo le indagini demoscopiche.
Quando l’Urss sparì, i russi provarono una nostalgia molto privata, più per la propria giovinezza che per il regime, un «Goodbye Lenin» generazionale, postmoderno e ironico, un gioco dell’intellighenzia che collezionava radioline e giocattoli vintage. Ma quando il passato sovietico non venne sostituito da un presente glorioso, verso il 2000 il rimpianto divenne un sentimento comune. E il grande risorto del comunismo non è stato Lenin, ma il suo alter ego Stalin, non tanto come personaggio storico quanto come simbolo dello statista ideale: non uno che fa rivoluzioni, ma uno che vince le guerre e regala al suo popolo «ordine», la parola chiave del ventennio putiniano. Un «manager efficiente», come lo ha definito l’attuale presidente russo, e nonostante l’evidente diversità dei due personaggi il gioco di specchi è evidente. Nessun capo del Cremlino dopo Stalin aveva mai prodotto tante medagliette, t-shirt, manifesti e matrioske quanto Vladimir Putin, oggetto di un culto politico incoraggiato dall’alto come di un’amore popolare sincero e diffuso. I sociologi del Levada Zentr affermano che la popolarità di Stalin cresce in parallelo con quella di Putin, e l’atteggiamento verso il dittatore georgiano è oggi il vero spartiacque delle preferenze politiche; incarna una Russia che si sente «grande» perché sfida il resto del mondo, perché ha le atomiche e i carri armati, perché ha tanti nemici e quindi tanto onore. Non è un caso che nel nuovo pantheon postsovietico Stalin e Putin vengono affiancati dagli zar, eredi diretti non del comunismo, ma dell’impero dei Romanov. Il dibattito sulla sepoltura di Lenin si è spento: non è lui il fantasma mai esorcizzato della storia russa.

La Stampa 16.7.17
Tazze, magliette e vodka così rinasce il culto di Stalin
In Russia il “marchio” del dittatore sovietico è un business redditizio Boom di souvenir per turisti. I nostalgici: “Torna, c’è bisogno di te”
di Giuseppe Agliastro

In Russia il culto di Stalin non è ancora tramontato del tutto. Anzi, si è trasformato in un business redditizio.
Passeggiando sullo Starij Arbat, una delle principali vie del centro di Mosca, basta entrare in un qualunque negozio di souvenir per comprare una maglietta o una tazza con il volto baffuto del sanguinario dittatore sovietico. Ma oggetti che inneggiano a Stalin si possono acquistare anche nei chioschi dei tanti sottopassaggi pedonali della capitale russa, su Internet, e persino in certi negozi degli aeroporti moscoviti, dove fanno concorrenza a quelli con l’immagine di Putin.
Portabicchieri, tavolette di cioccolata, orologi da polso, custodie per cellulari, scatole di fiammiferi, sigarette: il ritratto del «padre di tutti i popoli» si trova un po’ dappertutto. E il motivo è semplice: vende bene. Non solo tra i turisti, ma anche tra i nostalgici dell’Urss.
Il business
Scolpito minuziosamente, il faccione del georgiano responsabile della morte di milioni e milioni di persone fa addirittura capolino dall’estremità del manico di un coltello acquistabile online a 5.000 rubli, 76 euro. Ma per chi vuole venerare Stalin sono in vendita tanti prodotti a prezzi molto più accessibili. Una tazza con il dittatore in divisa da generalissimo costa 500 rubli, sette euro e mezzo: «Non culto della personalità, ma un’alta popolarità», si legge sotto il ritratto. Per un quadro «olio su tela» Made in China bisogna invece spendere 3 o 4 mila rubli, 45-60 euro. Mentre nei negozi di souvenir a quanto pare vanno alla grande le matrioske in cui la bambola esterna, quella immediatamente visibile a tutti, raffigura proprio Stalin. Per trovare i vari Putin, Eltsin e Gorbaciov bisogna invece smontare la matrioska. Qui ce la si può cavare anche con 1.000 rubli, 15 euro.
Ma in cima alla classifica delle vendite ci sono probabilmente le t-shirt: non è così raro imbattersi per le vie di Mosca in qualcuno che le indossa con orgoglio. Sopra, assieme a Stalin, ci sono stampati gli slogan più vari e assurdi: «Torna. Abbiamo molto bisogno di te oggi». O ancora: «Si deve lavorare e non andare ai comizi». Una maglietta mostra invece una mappa dell’America del Nord senza gli Stati Uniti: al loro posto campeggia la dicitura «Stretto di Stalin».
Marchio vincente
Il riferimento a colui che il poeta Mandelstam definì «il Montanaro del Cremlino» non ha frenato del resto i più facoltosi dall’acquistare un appartamento di lusso nel complesso residenziale «La dacia vicina», a Ovest della capitale russa: non lontano da una villa appartenuta a Stalin e a tutti nota appunto come la «dacia vicina», cioè vicina a Mosca. «Per vendere è importante che l’immagine del marchio sia forte, e non importa se sia positiva o negativa», ha spiegato al Kommersant il direttore di una compagnia pubblicitaria moscovita.
La mano di Vladimir
A 60 anni dalla destalinizzazione voluta da Krusciov, nonostante le feroci repressioni e i suoi orrendi crimini, in Russia «Koba» ha ancora dei sostenitori. A cominciare dai veterocomunisti che ancora gli dedicano monumenti. Secondo un sondaggio del centro demoscopico Levada pubblicato lo scorso febbraio, il 46% dei russi esprime un giudizio di «rispetto, simpatia e ammirazione» nei suoi confronti.
Una grossa fetta di responsabilità ricade direttamente sulle spalle di Vladimir Putin, che ha spesso mostrato un atteggiamento ambivalente nei confronti di Stalin: se da un lato prende le distanze dal responsabile del terrore rosso, dall’altro il leader del Cremlino ne esalta i meriti nel trasformare l’Urss in una grande potenza. Tutto questo nel quadro di una lettura idealizzata della storia della Russia ben presente anche nei manuali scolastici.

La Stampa 16.7.17
Erdogan: taglieremo la testa ai traditori
La minaccia del presidente a un anno dal golpe fallito: firmerò la legge sulla pena di morte
di Marta Ottaviani

La Turchia a un anno dal golpe fallito del 15 luglio 2016, si divide fra chi pensa di essere in cima al mondo e chi si sente come l’orchestra che suonava sul Titanic.
Il presidente, Recep Tayyip Erdogan, ha organizzato una commemorazione lunga tutta la notte, con due obiettivi principali. Il primo: incoronarlo definitivamente come il padrone del Paese. Il secondo: fare dimenticare, e in fretta, la Marcia per la Giustizia di domenica scorsa alla quale hanno partecipato 1,5 milioni di persone. È riuscito nel suo intento, ma solo per due motivi. Il primo è che c’è una parte della Turchia, non minoritaria, che segue lui e il suo progetto. Il secondo è che, grazie a una stampa pressoché ripiegata su posizioni molto simili alle sue, prima che passi il messaggio contrario, dovrebbe scoppiare una rivoluzione.
Di certo c’è che ieri notte Erdogan ha portato in piazza una folla numerosa, accorata, che ufficialmente commemorava le 250 vittime civili del colpo di Stato mancato, ufficiosamente sanciva per la seconda volta quello che è stato il risultato del referendum dello scorso 16 aprile, che ha dato al capo di Stato un potere pressoché illimitato. Ed Erdogan è pronto a servirsene, anche se l’opposizione, con un risveglio tardivo, glielo vuole impedire a tutti i costi. Ad aiutarlo, ieri, c’era il suo popolo, il più affezionato, per il quale il Capo dello Stato ormai è un leader spirituale.
«Taglieremo le teste ai traditori», ha detto minacciosamente Erdogan nell’esordio del suo discorso a Istanbul. E ha poi ribadito che, se il Parlamento l’approverà, firmerà la legge sulla pena di morte.
Il primo anniversario del golpe fallito è servito per consolidare la sua posizione e per ribadire l’ostilità nazionale contro Fethullah Gülen, l’ex imam in autoesilio negli Usa un tempo potentissimo e suo alleato, oggi considerato la causa di tutti i problemi del Paese, colpo di Stati incluso. L’anniversario è stato preceduto da un’enfasi puntata soprattutto sulla matrice nazionalista e religiosa, i due connotati principali che andranno a connotare la Turchia del futuro. Dalle manifestazioni più colorite come le lezioni di storia ottomana in metropolitana o i manifesti commemorativi, che sembravano l’illustrazione di un film di guerra e notizie ben più inquietanti, come per esempio i dati dell’autorità per gli Affari Religiosi, la Diyanet, secondo la quale, nell’ultimo anno, 2,5 milioni di bambini si sono iscritti a scuole coraniche e all’abbattimento di simboli della vita all’occidentale come il club di Suada, demolito a fine maggio.
È una Turchia dove qualcuno si sente proiettato nella versione moderna dell’impero ottomano e altri, una minoranza, bevono un cocktail alcolico sul Bosforo sperando che non sia l’ultimo. Erdogan lo ha giurato: continueremo a combattere i nostri nemici. Che però sono sempre di più, dentro e fuori il Paese. Il risultato è una Turchia sempre più a sua immagine e somiglianza, con una Istanbul più araba che europea, sempre più triste, sempre più sola.

La Stampa 16.7.17
Hitler dichiara guerra all’ “arte degenerata”
Ottant’anni fa la mostra che dileggiava i maestri della modernità
di Maurizio Assalto

Nei filmati d’epoca i visitatori si aggirano tra i quadri e le sculture con espressioni circospette, come chi ha di fronte qualche cosa di inaudito e imbarazzante. Qualcuno scuote la testa, due donne si scambiano un’occhiata incredula, una signora ostenta una smorfia di compiaciuto disgusto, qualcuna fa un risolino beffardo, qualcuna resta come inebetita a fissare, qualcuna osserva veloce e tira dritto - ma poi gira la testa per dare ancora un’occhiata. La buona borghesia tedesca, ben vestita e poca colta. E ligia al Führer.
È il 19 luglio 1937, ottant’anni fa, e al secondo piano dell’Istituto archeologico di Monaco si inaugura la mostra Entartete Kunst, Arte degenerata, come erano bollate dai nazisti tutte quelle correnti - dall’espressionismo al dadaismo, dal cubismo al fauvismo al surrealismo alla Nuova oggettività - che non erano conformi ai dettami estetici del regime. Hitler aveva un passato di pittore, e in materia aveva le idee chiare. Le aveva esposte nel Mein Kampf, e ribadite nel discorso tenuto nel ’35 al Congresso del Partito, nella sessione sulla cultura: «Ciò che si rivela “culto del primitivo” non è espressione di un’anima naïve, ma di un futuro completamente corrotto e malato. […] Il compito dell’arte non è quello di richiamare segni di degenerazione, ma di trasmettere benessere e bellezza».
Benessere e bellezza
Benessere e bellezza, forza e salute, attaccamento alla terra, al lavoro e alle tradizioni germaniche erano i valori esaltati dalla Grosse Deutsche Kunstaustellung, la rassegna della Grande arte tedesca che il Führer in persona aveva inaugurato il giorno prima a pochi passi dall’Arte degenerata, nella nuova Haus der Deutsche Kunst. In una profusione di nudi maschili e femminili, ma privi di qualsiasi sottinteso erotico, di statue ispirate all’antichità classica, ma troppo imponenti, rigide, senza grazia, era il trionfo della razza ariana nella sua dimensione idealizzata atemporale.
Tutto all’opposto di quanto si poteva vedere nelle sale dell’Entartete Kunst, con quei corpi stravolti dai contrasti cromatici, deformi, storpiati, ammiccanti: vettori di inquietudine anziché di certezze, espressioni di critica e di sfiducia, di una radicale contestazione antiborghese e antimilitare, potenzialmente disgregante dell’ordine sociale propagandato dal nazismo. «Non è obiettivo dell’arte», continuava il discorso del Führer, «quello di rovistare nella spazzatura, rappresentare l’uomo soltanto nella sua condizione di putrefazione, descrivere gli imbecilli come simboli della maturità e indicare gli storpi come esponenti della forza virile». Concetti ripresi all’inaugurazione della mostra berlinese da Adolf Ziegler, il pittore che nel ’36 era stato posto da Goebbels a capo del Dipartimento di Arti visive della Reichskulturkammer: «spazzatura» giudaico-bolscevica, «mostruosità della follia, dell’impudenza, dell’inettitudine», se non di perfidia antitedesca. Perché una ragione non secondaria di sospetto verso i «degenerati» era la loro matrice razziale e ideologica, la stessa che nel ’33 aveva portato alla chiusura del Bauhaus «covo di cultura bolscevica».
Pubblico ludibrio
La rassegna dell’Entartete Kunst, a ingresso libero, vietata ai minori di 18 anni e accompagnata da una guida che spiegava il modo giusto di accostare quegli oggetti aberranti, aveva lo scopo paradossale non di valorizzare, ma di esporre al pubblico ludibrio circa 650 opere di 112 autori, una piccola ma significativa parte delle oltre ventimila requisite nelle collezioni pubbliche e private. Erano presenti artisti come Chagall, Ernst, Klee, Grosz, Kandinsky, Mondrian, Kokoschka, Dix, Kirchner, Van Gogh. Ma non venne risparmiato neppure Franz Marc, che per la Germania aveva dato la vita nella Grande Guerra. E ci fu il caso di autori rappresentati in entrambe le mostre contemporanee, come Rudolf Belling e Emil Nolde, membro fervente del partito nazionalsocialista, che nondimeno si era visto recapitare una lettera in cui il terribile Ziegler gli comunicava il sequestro di 1052 opere, l’espulsione dalla Camera delle Belle Arti e il divieto di continuare a dipingere.
Nelle sale dell’Istituto archeologico l’effetto gogna era ottenuto con un allestimento affastellato in ambienti angusti e soffocanti, per accrescere il disagio dei visitatori costretti a urtarsi in continuazione. Il materiale era distribuito in sezioni dai titoli eloquenti («Manifestazioni dell’arte tedesca giudaica», «Invasione del bolscevismo», «Oltraggio agli eroi», «La donna tedesca messa in ridicolo»), diversi quadri erano appesi storti, o accostati a disegni e fotografie di malati di mente, e la maggior parte era accompagnata da un cartello che esibiva il prezzo pagato con il danaro del «popolo lavoratore tedesco» agli astuti mercanti ebrei durante la sciagurata era weimeriana: in modo da stimolare, in aggiunta al disagio e allo scherno, l’indignazione e la rabbia.
Delle ventimila opere confiscate dai nazisti, almeno cinquemila andarono perdute: disperse, distrutte, bruciate nei roghi, come quello che nel ’39 illuminò di sinistre vampate la sede dei pompieri di Berlino (la Freie Universität ha creato una banca dati con tutte le informazioni su ogni singolo pezzo, http:/entartetekunst.geschkult.fu-berlin.de).
Il conflitto imminente
Ma la necessità di danaro per finanziare l’imminente guerra consigliò più pragmaticamente di vendere all’estero le opere scellerate. In un’asta organizzata il 30 giugno 1938 alla Galerie Fischer di Lucerna ne furono piazzate 85 sulle 125 messe all’incanto, per un ricavo pari a oltre 20 milioni di euro attuali. Alcune riemergono periodicamente ancora ai giorni nostri, come le 11 ritrovate nel 2010 a Berlino durante i lavori per la metropolitana, sepolte di fronte al municipio da un certo Erhard Oewerdieck, che le aveva messe al riparo dopo aver salvato diversi ebrei, o le oltre 1500 (in gran parte degenerate) scoperte nel 2012 in casa di Cornelius Gurlitt, figlio del mercante d’arte di fiducia del Führer.
E gli artisti? Molti, seguendo l’esempio di George Grosz e Max Beckmann, scelsero di fuggire dalla Germania. Ernst Ludwig Kirchner, tra i fondatori del gruppo Die Brücke, cadde in depressione e si uccise in Svizzera nel ’38. Otto Freundlich, la cui scultura L’uomo nuovo campeggiava sulla copertina del catalogo dell’Entartete Kunst, fu deportato e ucciso nel Lager di Majdanek, mentre Felix Nussbaum finì i suoi giorni ad Auschwitz.
La mostra dell’arte degenerata rimase a Berlino fino all’autunno, per iniziare poi un tour che l’avrebbe portata in altre dieci città della Germania e dell’Austria. In quattro mesi aveva registrato un afflusso record di due milioni di visitatori, contro i 550 mila della rassegna concorrente, contribuendo alla lunga, anche contro le intenzioni degli organizzatori, alla conoscenza e alla popolarità di quegli artisti. Ma l’eliminazione delle opere degenerate non rappresentava che un preludio: la Shoah dell’arte era una prova generale di quella che sarebbe seguita.

Repubblica 16.7.17
Barricate anti-migranti anche al Sud il sindaco guida la protesta: “Via da qui”
Nel Messinese in centinaia in strada come a Goro per l’arrivo di 50 rifugiati in un vecchio hotel “Non vogliamo vederli bivaccare in piazza”. E bloccano il passaggio del gruppo elettrogeno
di Emanuele Lauria

CASTELL’UMBERTO (MESSINA). «Chi lo sa chi sono questi signori? Chi garantisce che non ci siano terroristi fra loro? Non siamo razzisti. Ma preoccupati sì. E molto». Alle sette della sera Giuseppe Raineri, di professione impiegato, autoproclamatosi coordinatore del comitato spontaneo dei residenti di Castell’Umberto, detta i motivi di una protesta senza precedenti. In cento sono ancora qui, alla periferia di questo paesino abbarbicato sui monti Nebrodi, a manifestare contro l’arrivo di un gruppo di migranti — ghanesi, nigeriani, ivoriani, senegalesi — che nella notte fra venerdì e sabato sono stati dirottati dalla prefettura nell’ex albergo “Il canguro”. La contrapposizione, alla ventesima ora del sit-in davanti ai cancelli, è forte: dai balconi dell’hotel — un palazzone giallo di tre piani — gli extracomunitari guardano giù, in direzione della strada dove sono assiepati gli abitanti del piccolo centro in rivolta, guardati a vista da poliziotti e carabinieri che li hanno appena identificati. I manifestanti, solo in serata, allentano il blocco e lasciano passare il camion con il gruppo elettrogeno che era fermo lì dalle prime ore del mattino: gli immigrati all’interno della struttura possono finalmente disporre dell’energia elettrica.
Tutto è cominciato esattamente alle 21.58 di venerdì, quando al telefono del sindaco di Castell’Umberto, Vincenzo Lionetto Civa, arriva una chiamata. È il viceprefetto di Messina Maria Antonietta Cerniglia, che comunica l’arrivo di una cinquantina di migranti, tutti adulti, nell’ex albergo oggi gestito da tre cooperative. Lionetto Civa, esponente di una lista civica di centrodestra con un passato movimentato («Mi sono formato nell’Azione cattolica, ho militato in Lotta continua e poi ho votato per Berlusconi ») non la prende affatto bene e su Facebook chiama i suoi concittadini alla mobilitazione. Va direttamente con la sua auto a impedire il “sopruso” e scopre che i migranti sono già arrivati. «Assurdo, noi primi cittadini — urla Lionetto Civa — non abbiano più voce in capitolo. Al telefono mi è stato detto che solo per cortesia venivo informato dell’arrivo di questi extracomunitari». Nel frattempo, davanti al “Canguro” si raduna un gruppo sempre più consistente di residenti. Cento, duecento, trecento. “Cinquecento”, azzarda il sindaco-Masaniello. Arriva pure il primo cittadino del paese vicino, Sinagra, sul cui territorio in realtà ricade quasi per intero dell’albergo. Lui si chiama Nino Musca e professa subito intenzioni più pacifiche: «Ho detto che si stava commettendo un errore con questa protesta e sono stato aggredito», dirà più tardi.
La rabbia monta, costituisce l’humus di questa manifestazione che ricorda la ribellione anti- migranti di Goro, nel Polesine, ma che a queste latitudini, nel profondo Sud, non si era mai registrata. «Non c’entra niente il razzismo. Siamo per l’accoglienza — dice Lionetto Civa — ma sono inaccettabili le modalità con cui ci impongono l’arrivo di questi ospiti in una struttura peraltro inagibile». Le voci della protesta hanno toni analoghi. Molti, fra i manifestanti, puntano il dito sulle coop che gestiscono l’assistenza degli immigrati. «Lo può scrivere, siamo davanti a una nuova mafia», dice Andrea Manera, attivista di M5S accorso a dare manforte alla protesta.
«Vogliamo garanzie sul fatto che fra qualche giorno non ci troveremo gli immigrati a bivaccare in piazza», aggiunge Vincenzo Trudo, un altro abitante del paese davanti ai cancelli. In questo clima, a metà pomeriggio, la prefettura fa sapere di «non ritenere validi i motivi della protesta»: «I controllo effettuati sulla struttura e sulla cooperativa hanno dato esito positivo. Il numero elevato di migranti arrivati nelle ultime ore ha suggerito questa soluzione, in attesa di fare un bando per trovare nuove strutture. A breve 25 migranti saranno trasferiti altrove ». Queste cose la prefetta Francesca Ferrandino le dice direttamente al telefono a Lionetto Civa che raduna i manifestanti e traduce: «Se non facciamo passare il gruppo elettrogeno ci denunciano per interruzione di pubblico servizio». «È un ricatto », urla qualcuno. La decisione sul da farsi viene messa ai voti in una mini-assemblea, il camioncino che porta l’elettricità nell’albergo dei migranti alla fine passa. Ma la gente rimane lì, davanti ai cancelli, per un’altra notte. E oggi al “Canguro” si raduneranno 40 sindaci del comprensorio.

Corriere 16.7.17
Dal Pd agli scissionisti la mappa dell’esodo Bersani: e continuerà
A Milano, in Emilia e nelle Marche: ecco chi trasloca in Mdp In Calabria addio di trecento giovani. Speranza: siamo 23mila
di Giovanna Casadio

ROMA. «Compagni, arriveranno altri e noi dobbiamo uccidere il vitello grasso anche per l’ultimo che si aggrega a noi». Pierluigi Bersani, il segretario che ha lasciato il Pd per fondare un’altra “ditta”, ha annunciato a Mestre giovedì scorso, nella cena tra militanti post dibattito, che è tempo di aprire le porte ai nuovi arrivi. Perché - è convinto Bersani - «l’emorragia dal Pd è cominciata e sarà costante». Dopo la sconfitta dei Dem alle amministrative secondo lui è diventata «evidente».
E se dal fronte renziano fanno sapere che gli scissionisti, come Bersani e i suoi, parlano ma in definitiva ottengono poco, i demoprogressisti rispondono con i numeri: in quattro mesi Mdp-Articolo 1 ha raccolto 23 mila iscritti. Un piccola cosa rispetto ai 400 mila tesserati dem, certo. Però Roberto Speranza, ex capogruppo del Pd ora leader di Mdp, elenca gli ultimi esempi concreti di addio a Renzi. A parte i parlamentari come Elisa Simoni, la cugina di Renzi che è appena diventata demoprogressista, è «sui territori », in giro per l’Italia, che l’esodo non si ferma. Nelle Marche, Gianluca Busilacchi, il capogruppo ex dem in Regione, martedì prossimo in una conferenza stampa presenterà gli altri dirigenti e amministratori che come lui hanno scelto di passare con Mdp.
A Milano il consigliere regionale Onorio Rosati ha salutato il Pd e a lui si è unito tra gli altri Roberto Cornelli, ex segretario provinciale del Pd milanese. Dalla Lombardia alla Calabria: Alex Tripodi, da un anno segretario provinciale dei giovani dem di Reggio Calabria, ha fatto le valigie con altri 300 e tutti insieme se ne sono andati in Articolo 1. In Puglia: Salvatore Piconese, fino a due settimane fa, era segretario provinciale del Pd di Lecce, ora con altri 110 ex dem è passato in Mdp. A Taranto si prevedono uscite. Nel Lazio un caso a sé è Fiano Romano. Nel paese della famiglia di Sabrina Ferilli, il sindaco Ottorino, che è cugino dell’attrice, racconta perché ha deciso di passare con Mdp insieme a due assessori comunali, al capogruppo e a un centinaio di iscritti: «Dobbiamo ricostruire la buona politica».
Ancora: a Lerici, provincia di La Spezia - che è la città del Guardasigilli e leader della minoranza del Pd, Andrea Orlando - in 42 dirigenti dem guidati dalla segretaria Monica Rossi hanno abbandonato il Pd di Renzi. In Liguria i demoprogressisti prevedono un quasi terremoto nel Pd, perché dopo la Regione e ora anche il Comune alla destra, c’è una resa dei conti nel centrosinistra. In Veneto a Mira, dopo essere stati eletti nelle amministrative di giugno nella lista dem, metà consiglieri hanno lasciato per Mdp. Nico Stumpo tiene la contabilità e questi sono gli ultimi casi: il segretario dei giovani dem di Modena, Gregory Filippo Calcagno, e la mini diaspora di Bagno a Ripoli.
Gli smottamenti ultimi vengono soprattutto dall’area degli orlandiani, tra quanti si sentono quasi spinti fuori da un Renzi che chiude ai dissidenti. E nella roccaforte rossa dell’Emilia Romagna «si attendono adesso le mosse e le indicazioni di Romano Prodi», dice Duccio Campagnoli che è stato uno dei fuoriusciti dem della prima ondata. Perché chi aveva deciso di lasciare il Pd di Renzi, lo ha già fatto insieme a Vasco Errani e Miro Fiammenghi: a Modena il capogruppo di lungo corso Paolo Trande e altri due consiglieri e con Cecilia Guerra, presidente del gruppo dei senatori demoprogressisti. In Emilia Romagna c’è molto fuoco sotto la cenere: a Ravenna due assessori e due consiglieri si sono stabiliti a sinistra in Mdp e in “Sinistra per Ravenna”: Gianandrea Baroncini , Valentina Morigi e Mariella Mantovani, Gian Luca Rambelli. E Elisa Simoni, il giorno dopo l’adesione a Mdp, racconta: «Sono stata travolta dai contatti su Facebook».

Repubblica 16.7.17
L’intervista. Gianni Cuperlo e i nuovi abbandoni: mi addolora l’indifferenza alla perdita di una cultura storica del partito
“Resto solo se chi guida smette di usare la clava”
di G.C.

ROMA. Gianni Cuperlo, dalla minoranza dem è ripartito l’esodo fuori dal Pd: la sorprende?
«Mi addolora. E mi impressiona la gravità della risposta. Quelle parole, e cioè “chi non è d’accordo scenda dal treno”, stonano con un principio di responsabilità. Ad andarsene assieme agli elettori è una cultura storica che il Pd aveva fondato e non farsene carico è una colpa.Vedo che la replica sono denigrazioni consegnate a un libro e mi chiedo dove siano finiti ragione e stile».
E lei quanto tempo rimarrà ancora nel partito di Renzi?
«Non sono io a dover dire quanto rimarrò. È Renzi a dover spiegare perché con parole e gesti spinge militanti e iscritti fuori dal suo partito senza che altri attorno a lui levino una voce. Io ho votato Sì a un referendum avventuroso per tentare di tenere unito quel partito e ho espresso sempre le mie critiche con la massima lealtà. Rimango perché non rinuncio a battermi nella forza più grande. Lo faccio anche per mantenere un ponte tra noi e il resto della sinistra e non affidare l’idea di un governo progressista alle teche Rai».
Ma a quali condizioni?
«In un partito stai se hai l’agibilità per viverlo. Se puoi esprimerti, far valere le tue proposte. Se alla guida non c’è chi usa le primarie come la clava dei Flintstones. Chi se ne sta andando, spesso in silenzio, non lo fa per una poltrona. Solo accennarlo è meschino. Molti se ne vanno perché sentono offesa la loro dignità, la piccola o grande biografia che si portano addosso. Non capire questo vuol dire chiudere l’ombrello sotto il temporale».
Come giudica la strategia del segretario del suo partito? Anche lei pensa sia di isolamento e porti alla sconfitta elettorale? Soprattutto: quelle di Renzi sono politiche di destra?
«Sto ai fatti. Dopo le europee segnate da una speranza vera noi abbiamo perso quasi sempre e quasi tutto. La realtà è che il Pd da solo non è in grado di vincere. A urne chiuse per governare dovremo comunque stringere un’alleanza. Io non sono disposto ad alcun patto tacito o esplicito col centrodestra. Ma se passiamo i prossimi mesi a sfasciare ciò che resta del centrosinistra vuol dire che qualcuno non esclude quello scenario. E mettiamo a rischio regioni come Lazio e Lombardia dove si vince solo con alleanze civiche e aperte. Verrebbe da dire “ma ti piace perdere facile?”».
Pisapia può fare a meno di candidarsi?
«È una scelta che merita rispetto anche se spero ci ripensi. Lui tenta di ricucire una tela che in molti hanno strappato. Penso che sarà più forte quanto più saprà allargare il campo ma non dipende solo da lui, la generosità è chiesta a tutti, dentro e fuori il Pd».
La legge elettorale sarà la discriminante?
«Per molti versi sì anche se la volontà politica è sempre decisiva. Ma quella legge sarà discriminante per il paese perché senza un premio di governabilità o un correttivo maggioritario l’incubo è consegnare l’Italia alla paralisi o all’avventurismo. Chi lo nega pensando di lucrare qualche consenso non ha compreso dove siamo».
Lei si è fatto promotore di una riunione per gettare le basi per una nuova legge elettorale: ha trovato sponde e di chi?
«Sì, con le forze del centrosinistra e con studiosi del Sì e del No al referendum. Siamo entrati nel merito anche per una ragione che riguarda il mondo di fuori. Bene la ripresa del Pil, ma la crisi ha stravolto il ceto medio e la povertà racconta di cifre che tolgono ogni alibi. Una buona legge elettorale serve a dare un governo al paese e a incardinare riforme dalle quali dipende il destino di tutti». ( g. c.)

La Stampa 16.7.17
Renzi snobba i malumori Pd “Sono inquieti per le poltrone”
I fedelissimi: “Le carte le dà Matteo”. Sullo ius soli deciderà Gentiloni
di Francesca Schianchi

Nelle ultime chiacchierate con i suoi, sempre più spesso il segretario del Pd Matteo Renzi si è sentito riportare fibrillazioni dei gruppi parlamentari. Malumori riversati anche in articoli di giornale, per il suo stile arrembante e i tanti fronti polemici aperti con il suo libro «Avanti». Preoccupazioni anche sincere che lui però liquida in un solo modo: agitazione per le prossime candidature in Parlamento. Dove, sanno bene tutti e ripete un suo fedelissimo, «le carte le dà lui».
A Largo del Nazareno hanno fatto due conti. Ad oggi gli eletti del Pd sono 382, 283 alla Camera e 99 al Senato. Ipotizzando di raggiungere più o meno il 30 per cento, si tratterebbe di riportare nei Palazzi, si sono detti, non più di 320-330 persone. Di cui solo cento – con le leggi elettorali uscite dalla Consulta – come capilista bloccati a Montecitorio, e tutti gli altri a suon di preferenze. Sono solo una manciata quelli che hanno un posto sicuro – Delrio, Richetti, Lotti, ha elencato Renzi nei giorni scorsi, meno di una decina comunque – per tutti gli altri si apre il mare aperto, e la concreta possibilità di non essere ricandidati. Questo è il motivo di tanta irrequietezza secondo il segretario, che se ne è convinto quando, all’assemblea dei circoli di un paio di settimane fa a Milano, ha avvertito la preoccupazione diffondersi in sala dinanzi alla presenza di figure della società civile come l'ex ct di pallavolo Mauro Berruto o l’avvocatessa Lucia Annibali, nota per la sua lotta contro la violenza sulle donne dopo esserne stata lei stessa vittima, il genere di persone che lui vorrebbe candidare la prossima volta.
Anche se, racconta chi gli ha parlato di recente, Renzi si è ammorbidito anche sul limite dei tre mandati, stabilito dallo Statuto del Pd, e che impedirebbe il ritorno in lista di chi li ha raggiunti. Sarebbe pronto, raccontano, accanto a volti nuovi e credibili a concedere delle deroghe, per tenere insieme il partito ed evitare che gli rinfaccino di aver creato il PdR, il partito di Renzi: l’altro giorno qualcuno lo ha sentito evocare candidature alla Fassino e alla Veltroni, a titolo di esempio.
Eppure, si è convinto che sia questa incertezza sul futuro a far innervosire il partito. Più del suo libro e delle sue stoccate a destra e a manca, da D’Alema a Letta, difeso con l’argomento che «la ricostruzione dei fatti del passato nessuno la può smentire», più delle tensioni che percorrono la maggioranza sullo ius soli. Argomento diventato spinoso: spetta al premier Gentiloni decidere cosa fare, hanno ripetuto in tutte le salse i renziani, da Richetti alla Serracchiani. Comunque sia, il Pd sosterrà la scelta del governo, nella preoccupazione di dimostrare che non c’è desiderio di provocare l’incidente per una crisi di governo. Parlando con i vertici di Largo del Nazareno, il segretario ha messo a fuoco l’alternativa: rinunciare e piegarsi ai veti del partito di Alfano, o insistere e provarci, ma rischiando sui numeri? Lui non avrebbe dubbi su cosa fare, ma al capo del governo ha ripetuto: «Decidi tu». Il problema, ha ragionato coi suoi, è aver trasformato un tema di buonsenso in un tema ideologico, per di più in concomitanza con le polemiche sugli sbarchi degli immigrati.
Sarà comunque di Gentiloni la decisione, a breve. Il segretario è più concentrato sui temi economici, come la proposta del deficit al 2,9 per cento per cinque anni che ripete in ogni conversazione, e la preparazione della campagna elettorale in treno. Porterà con sé le candidature: ma per ora, insiste con i suoi, è presto per parlarne.

Il Fatto 16.7.17
Consip, la linea della Rai: non si parla mai di Lotti
Venerdì il servizio pubblico ha ignorato l’interrogatorio del ministro indagato: sul Tg1 solo una notizia di 18 secondi, sul Tg3 un servizio a fine scaletta, sul Tg2 niente di niente
di To. Ro.

Alla linea editoriale della Rai, se non altro, va riconosciuta una certa coerenza. Dal primo giorno in cui Il Fatto Quotidiano e poi gli altri giornali hanno iniziato a raccontare l’inchiesta Consip, i Tg del servizio pubblico hanno sminuito, imboscato, ignorato con tutte le loro forze le notizie su un’indagine che sta svelando aspetti inquietanti – da qualsiasi lato la si osservi – del sistema di potere italiano.
Chi legge questo articolo, probabilmente, già sa che il ministro dello sport Luca Lotti, braccio destro di Renzi, indagato per rivelazione di segreto e favoreggiamento, venerdì mattina è stato interrogato dai magistrati della procura di Roma. Ecco, se il lettore ne è a conoscenza, di sicuro non è per merito della Rai: nei Tg serali delle prime tre reti, l’interrogatorio di Lotti non esisteva.
Il Tg1 ha cambiato di recente la direzione (da Mario Orfeo ad Andrea Montanari) ma non la linea politica.
L’edizione delle 20,30, venerdì, è durata 36 minuti e 48 secondi. C’è stato spazio per oltre 20 servizi (compresi quelli su sfilate estive e calciomercato) ma nemmeno uno sull’interrogatorio di Lotti.
Ampio risalto alla crescita delle stime sul Pil, con breve intervista celebrativa al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Continueremo con le misure che, come dice Banca d’Italia, hanno sostenuto gli investimenti: agevolazione fiscale e per l’innovazione”.
La notizia su Consip invece è letta frettolosamente in studio dal presentatore Francesco Giorgino. Arriva al termine della pagina di cronaca, subito dopo il servizio sui funerali di Torre Annunziata. Siamo nell’ultima parte del tg, al minuto 25 e 50 secondi: “Inchiesta Consip: il ministro dello Sport Luca Lotti, indagato per rivelazione del segreto istruttorio, è stato ascoltato oggi dai pm della procura di Roma. L’interrogatorio è durato circa un’ora. ‘Ha ribadito l’estraneità ai fatti contestati’, fanno sapere i legali di Lotti”. Tutto qui: 18 secondi su quasi 40 minuti.
Il Tg2 delle 20 e 30 è riuscito a fare peggio: dell’interrogatorio non è stata data nemmeno la notizia. Ecco la scaletta: due servizi sugli attentati ad Hurgada, in Egitto, più un terzo di approfondimento sul terrorismo che colpisce i luoghi turistici occidentali; un servizio sull’anniversario della strage di Nizza, uno sull’incontro tra Macron e Trump, uno sull’attentato a Gerusalemme, uno sugli ultimi casi di femminicidio, due sugli ultimi incendi nel Sud Italia e sui relativi soccorsi, uno sui funerali di Torre Annunziata, due servizi politici sullo Ius soli e sul tema migranti, uno sulla crescita del Pil, un ricordo di Gianni Versace a vent’anni dal suo omicidio e uno sulle passerelle della moda. Niente Lotti, nemmeno una parola.
Il Tg3 è al solito il più eversivo dei telegiornali Rai: all’interrogatorio del ministro renziano è dedicato addirittura un servizio intero. Certo, arriva soltanto al 25esimo minuto della scaletta (che dura poco più di mezz’ora) ed è incentrato quasi esclusivamente sull’imprenditore Alfredo Romeo, arrestato per corruzione e ora ai domiciliari, dopo l’arrivo del braccialetto elettronico.
Di Lotti anche qui si dice l’essenziale: l’interrogatorio durato un’ora, era presente il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, i legali del ministro fanno sapere che ha risposto a tutte le domande.
Il servizio arriva dopo quelli su Hurgada, incendi, crescita del Pil, Trump a Parigi, l’anniversario della strage di Nizza, un reportage da Mosul, gli attentati a Gerusalemme, gli sbarchi nei porti del Sud, il dibattito sullo ius soli e un pastone sulle alleanze nel centrosinistra.

il manifesto 16.7.17
Civati: «Se mi chiedono di scegliere fra Si e Pisapia starei a casa. E tanti come me»
di Daniela Preziosi

Civati, sullo ius soli il Pd si è infilato in un brutto guaio?
Si è incasinato. Hanno traccheggiato, adesso la discussione è impostata male e il voto è troppo vicino perché le forze politiche siano generose.
Voi siete pronti a votare la legge?
Sì. L’abbiamo votata alla camera. È una legge timida, solo la demagogia di questo paese l’ha fatta diventare un mostro.
Dalla vostra festa, a Reggio Emilia, lanciate un appello per l’unità delle sinistre?
Siamo all’ottava edizione del nostro Camp estivo. Si chiama ’Manifesto’. Per noi è il vero nome della lista unitaria che vogliamo: è una bella parola, fa pensare alla necessità di manifestare, di fare una proposta al paese, fa pensare alla trasparenza e a un progetto politico: non basta l’incontro fra diverse sensibilità, serve anche una forte caratura politico-culturale.
Non lo dica a noi, la parola «manifesto» è bellissima. Ma è il profilo della lista unitaria il problema: ci sono differenze non dette, magari un possibile accordo di governo dopo il voto?
Non sono così pessimista. Per ora prevalgono i distinguo, ma c’è molto che ci accomuna. Sarebbe un crimine non fare una lista unica. Sono infastidito da certe insistenze polemiche.
Con chi ce l’ha? D’Alema, Fratoianni?
Ce l’ho con tutti quelli che preferiscono distinguersi sulla base di quello che è successo anni fa. Bisogna essere intelligenti e provare a costruire un progetto. Noi lo abbiamo fatto e lo mettiamo a disposizione di tutti. Al dibattito (oggi, ndr) ci saremo noi di Possibile, Sinistra Italiana con Fratoianni, Campo progressista con Capelli e Mdp con Speranza. L’area del Brancaccio non c’è per motivi di agenda, ma mi pare che Nicola la rappresenti abbastanza. Veniamo al dunque. Basta cantieri paralleli. Decidiamo subito.
Ripeto: ma se dopo il voto i vostri parlamentari fossero indispensabili per governare, accetterebbe un’alleanza?
Ma con chi? Oggi il primo partito sono i 5 stelle. Non è per ipocrisia, ma prima prendiamo i voti poi le rispondo. Se saremo necessari a un governo vorrà dire che abbiamo preso molti voti. Se invece ci saranno due liste i voti saranno pochi, perché passerebbero il tempo a distinguersi l’una dall’altra.
Quando a sinistra questo nodo è stata accantonato, è finita male. Non lo teme?
Non è detto, qui al Camp abbiamo ospitato una socialista portoghese che ci ha fatto un corso accelerato: loro governano dai socialisti ai trozkisti. Io non penso a un’alleanza con Renzi, ma quello che faremo dopo il voto dipende dal risultato. Vedremo che succederà: il Pd scaricherà Renzi? Si dividerà?
La sua alleanza è da chi a chi?
I quattro soggetti qui a Reggio Emilia (Possibile, Cp, Mdp, Si, ndr), ma la discussione è aperta alle forme più radicali.
Cioè Rifondazione.
Spero che la posizione orgogliosa del Prc cambi. Il mio slogan è «da Boccia a Che Guevara». Mandiamo un messaggio a Cuperlo, ostaggio nel Pd: Gianni, ti aiutiamo a scappare.
E il messaggio a Pisapia?
Ma ci ho parlato già. Se Pisapia e Bersani propongono il programma di Piazza di SS.Apostoli, se dicono patrimoniale e via l’art. 18, le condizioni per cui Fratoianni ed io abbiamo lottato le abbiamo ottenute.
E se alla fine lei dovesse scegliere fra Si e Insieme?
Starei a casa. E credo che farebbero così molti elettori.

il manifesto 16.7.17
Approdo sbagliato, stavolta, per Gabanelli
di Filippo Miraglia

In molti ci siamo chiesti come mai Milena Gabanelli, tra le poche giornaliste a fare in questi anni inchieste di valore su vicende scomode, abbia scelto di intervenire, da tempo ormai, su una questione complessa come l’immigrazione con un approccio ambiguamente «pragmatico».
Nell’articolo apparso venerdì scorso, ancora una volta sulle pagine del Corriere della Sera, Gabanelli richiama le organizzazioni umanitarie, che operano in accordo con la nostra guardia costiera per fare operazioni di salvataggio, a forzare i porti di altri Paesi dell’Ue. In pratica invita quelle associazioni che salvano vite umane nel rispetto delle leggi, a fare ciò che il governo italiano non è riuscito ad ottenere: obbligare Francia e Spagna ad accogliere i migranti salvati davanti alle coste della Libia.
La giornalista sembra ignorare che le Ong sono tenute a portare i naufraghi nel porto più vicino più sicuro, ossia in un porto italiano.
Sembrerebbe un appello alla disobbedienza, giustificato dall’atteggiamento di chiusura dei governi dell’Ue, se non fosse che Gabanelli usa argomentazioni palesemente non vere e che, per l’ennesima volta, sostiene le politiche del Ministro Minniti, interprete della linea dura del governo sull’immigrazione. Colui che, secondo la giornalista, «si fa in quattro», per promuovere accordi con le tribù libiche per bloccare i porti, «con soldi dell’Ue».
Si suggerisce così che i soldi non siano del contribuente italiano, perché Minniti fa gli interessi nazionali. Informazione non veritiera perché spendiamo soldi italiani per fornire servizi e strumenti ai libici: 200 milioni il fondo per l’Africa, più il finanziamento di motovedette alla guardia costiera libica. Non si dice inoltre che le stesse tribù sono quelle che, secondo testimonianze dirette e secondo l’Onu, torturano, ricattano, violentano e uccidono i migranti prima di metterli in mare con imbarcazioni precarie. Ovvero si trascura il piccolo dettaglio che il governo italiano stia promuovendo, con molta probabilità, accordi con dei veri e propri criminali.
L’articolo poi inanella un’altra serie di amenità incredibili. A partire dalla considerazione che l’Italia sarebbe l’hub dell’Ue e omettendo che la Germania nel 2016 ha avuto più di 700 mila richieste d’asilo a fronte delle nostre 121 mila.
Inoltre sostenendo, con lapidaria leggerezza e intrepida ignoranza, che il 90% di quelli che arrivano non sarebbero richiedenti asilo. I dati dello stesso Ministero dell’interno dicono tutt’altro. Quelli che arrivano in Italia sono quasi tutti richiedenti asilo, salvo alcune nazionalità che otterrebbero certamente asilo (eritrei, somali, siriani, sud sudanesi), ma che preferiscono andare nel nord Europa violando il regolamento Dublino per raggiungere familiari o amici. Ma soprattutto è necessario ricordare alla giornalista che anche negli ultimi mesi, il 40% circa dei richiedenti ottiene un titolo di soggiorno (protezione internazionale o umanitario) dalle Commissioni competenti. Chi non lo ottiene e fa ricorso, secondo i dati disponibili, almeno nella metà dei casi ottiene un titolo di soggiorno dalla sentenza di un magistrato. Quindi non meno di 7 richiedenti asilo su 10 alla fine ottengono un permesso di soggiorno. Altro che 10%.
Purtroppo, i recenti interventi di Milena Gabanelli sull’immigrazione appaiono sempre più «organici», se si considera che quasi tutti oramai, da Renzi a Minniti, ai sindaci democratici, dal razzismo grillino alla destra xenofoba forza leghista, sostengono tesi simili: «c’è l’invasione», «aiutiamoli a casa loro», «l’Italia è sola», «blocchiamo le partenze», «chiudiamo i porti», «la colpa è delle Ong».
Se è vero che i buoni sentimenti non potranno mai sostituire competenza e correttezza amministrativa, resta il fatto che le cose non vere, per quanto provengano dalla voce o dalla penna di personaggi autorevoli, non potranno mai ribaltare la verità e che è obbligo per tutti, anche per i «ministri che si fanno in quattro», il rispetto delle leggi e della Costituzione.
* Vice Presidente dell’Arci

Il Sole 16.7.17
Le molte facce del populismo che vince anche se perde
di Sergio Fabbrini

C’è un’opinione condivisa secondo la quale la minaccia populista sta scomparendo nelle democrazie europee, tra cui quella italiana. Nulla di più sbagliato. I movimenti o i partiti populisti continuano ad essere attori permanenti della politica europea. Sotto forma di un nazionalismo populista sono al governo in importanti paesi dell’Europa dell’Est (come la Polonia e l’Ungheria), sotto forma di un populismo nazionalista sono il principale partito di opposizione in importanti paesi dell’Europa dell’Ovest (come la Francia e l’Italia). E anche là dove non sono competitivi (come nei Paesi Bassi), il loro linguaggio ha finito per impregnare il discorso pubblico. Con la conseguenza che il populismo rischia di vincere anche quando perde. Per contrastare il populismo, occorre capirne le caratteristiche. Ed è ciò che farò per mostrare come esso venga male-contrastato in Italia, in particolare dal principale leader anti-populista Matteo Renzi. Vediamo meglio.
In primo luogo, il populismo è uno stato d’animo, una predisposizione, prima ancora che una idea politica È un sentimento carsico secondo il quale il popolo è migliore (più virtuoso, più onesto, più autentico) delle sue élite. Per il populismo, il popolo è sempre un’entità singolare, un tutt’uno che non conosce distinzioni al proprio interno. Il popolo esiste in quanto tale, come realtà virtuale se non digitale. Nel passato, il popolo è stato fatto coincidere con una razza, un’etnia o una classe. Oggi, viene fatto coincidere con una nazione. Quest’idea è all’origine di tutti i mali. Essa ha sostenuto e continua a sostenere tutti i movimenti autoritari e totalitari europei degli ultimi due secoli. Siccome il popolo è un tutt’uno, non c’è bisogno della libertà, che si impone invece là dove ci sono differenze. Per i populisti, quel popolo unitario è oggi minacciato dalle immigrazioni, provenienti in particolare dai Paesi di religione islamica, oltre che da élite cosmopolitiche, che non l’hanno protetto. Marine Le Pen, Beppe Grillo, Geert Wilders, Victor Orban, Beata Szydlo e Robert Fico, tra gli altri, hanno differenze tra di loro, eppure condividono la stessa visione unitaria e totalistica del popolo.
Il loro compito è «fare ciò che il popolo vuole» (come affermò Juan Peron in un famoso discorso).
In secondo luogo, e di conseguenza, il populismo è intimamente anti-pluralista. Le distinzioni tra interessi e valori non sono rilevanti. Ciò che è rilevante è l’unità morale del popolo. Ecco perché il linguaggio populista è allo stesso tempo illiberale e moralista. I populisti sono contrari alla democrazia rappresentativa in quanto sistema che alimenta la corruzione dei rappresentanti. Nelle parole di Luigi Di Maio o di Matteo Salvini o di Kristian Thulesen Dahl o di Nigel Farage, gli avversari sono nemici da disprezzare, élite corrotte e traditrici. Per definizione, chi è fuori del potere è pulito, chi è dentro il potere è sporco. Il compito dei populisti è quello di portare il popolo ad esercitare direttamente il suo potere. Talora attraverso rappresentanti-portavoce (che dovrebbero essere obbligati al vincolo di mandato), talaltra attraverso strumenti tecnologici (come la piattaforma Rousseau, nel caso dei nostri 5 Stelle). In realtà, la visione anti-pluralista ha generato ovunque il centralismo autoritario delle decisioni (basti vedere il controllo feudale dei 5 Stelle da parte del suo fondatore), mentre la visione moralista ha alimentato una cultura del complotto e dell’inimicizia (basti vedere l’accusa di ladrocinio a chiunque abbia un ruolo pubblico). Ma soprattutto l’anti-pluralismo moralista ha reso impermeabili molti elettori dei partiti populisti dalle evidenze empiriche circa i risultati dell’azione di quei partiti. Insomma, non saranno i fallimenti della Giunta Raggi al Comune di Roma che allontaneranno gli elettori dai 5 Stelle, proprio perché quest’ultimo è nato per promuovere la loro identità, non già per risolvere i loro problemi.
In terzo luogo, la predisposizione populista è stata formidabilmente aiutata dagli errori commessi dai partiti storici nella gestione delle crisi multiple che hanno attraversato l’Europa negli ultimi dieci anni. Il processo di integrazione, sotto i colpi delle crisi, ha finito per dare vita ad una governance sempre più intergovernativa dell’Unione europea (Ue) e dell’Eurozona. Più le crisi si sono accentuate, più la governance intergovernativa si è bloccata, per via delle sfiducie reciproche e degli interessi divergenti tra i governi nazionali. Di qui, lo sviluppo di un approccio decisionale che si è affidato alle regole e non alla politica per affrontare le sfide. È evidente che un sistema di questo tipo ha finito per enfatizzare il ruolo dei tecnici nella gestione di quelle regole. Svuotando al contempo la distinzione tra sinistra e destra a livello nazionale. È stato così servito al populismo, su un piatto d’argento, la testa di un nuovo nemico: la tecnocrazia europea e i suoi agenti nazionali. Quasi ovunque, in Europa, i movimenti populisti hanno assunto caratteristiche anti-europeiste a partire da una mobilitazione anti-tecnocratica. La mobilitazione contro l’Europa dei tecnocrati ha fatto convergere i nazionalismi populisti dell’Est e i populismi nazionalisti dell’Ovest, in nome di un popolo che deve ritornare ad essere un’entità nazionalmente unitaria e moralmente integra.
Se queste sono le caratteristiche del populismo, come contrastarlo? E qui arrivo all’Italia. Occorre innanzitutto risolvere le cause del malessere sociale che soffiano sulle vele della mobilitazione populista, da un’insopportabile corruzione diffusa della vita pubblica ad un’inaccettabile diseguaglianza sociale e ad un’ingiustificabile paralisi del progetto di integrazione. Ma il populismo va contrastato anche sul piano culturale, in quanto rappresenta una vera e propria minaccia esistenziale per la democrazia rappresentativa (una verità che sembra sfuggire a quegli studiosi che si sono affrettati a salire sulla barca grillina o leghista). I leader e i partiti anti-populisti debbono cambiare l’agenda e il linguaggio del nostro Paese, se vogliono svuotare il richiamo populista. Se si parla di vitalizi, Beppe Grillo o Matteo Salvini avranno sempre la prima parola. Ma se si parla come loro parlano, allora essi avranno anche la seconda parola. Ed arrivo a Matteo Renzi. Se quest’ultimo è stato il premier del governo più riformista dell’ultimo decennio, se oggi è il leader riconosciuto del maggior partito di governo, che senso ha che rilanci la “rottamazione” come sua strategia politica? Si può rottamare quando si deve conquistare il potere, non quando lo si è esercitato e lo si potrà esercitare. Se il populismo consiste nell’integralismo, nell’anti-pluralismo, nel complottismo e nel moralismo, allora che senso ha che un leader anti-populista come Matteo Renzi faccia proprie molte delle caratteristiche linguistiche del populismo? I leader anti-populisti non possono vivere nell’ossessione dei complotti, o peggio ancora in uno scenario mentale connotato da una distinzione inequivoca tra il bene e il male. Quei leader sono necessariamente pluralisti e anti-moralisti, oltre che costruttivamente europeisti. Per questo motivo, hanno un atteggiamento empirico e non ideologico, cercano di utilizzare tutte le persone di talento che possono aiutare a risolvere quei problemi. Creano “teams of rivals” (come fecero Abraham Lincoln e Barack Obama), se ciò può servire a risolvere i grandi problemi dell’Italia. Ecco perché la sfida populista non va sottovalutata. Non basta una vittoria elettorale per venirne a capo.

Il Sole 16.7.17
È nella Costituzione il primo no alla flat tax
di Enrico De Mita

Il dibattito che c’è stato, su questo giornale, sull’opportunità di introdurre in Italia la flat tax ha avuto una grave carenza: non ha tenuto conto adeguatamente dei principi costituzionali contenuti negli articoli 2 e 53 della Costituzione. C’è di più. Si è liquidato questi principi come una specie di fisima che affliggerebbe la mente di alcuni italiani.
La crisi politica italiana è caratterizzata dalla sottovalutazione dei principi costituzionali come è dimostrato dalla vicenda del referendum costituzionale per fortuna sconfitto dagli italiani. La politica italiana è caratterizzata dall’assenza di orientamenti in nome di una presunta priorità del profilo tecnico delle vicende.
Si affrontano i problemi senza prospettive strategiche e senza inquadramenti organici. Così è avvenuto per la flat tax. Siamo d’accordo tutti sulla crisi del fisco.
Ora, il dovere fiscale è compreso (secondo dottrina e giurisprudenza costituzionale) fra i doveri costituzionali: l’adempimento dei doveri inderogabili è stata definita (Mortati) come una norma chiave in quanto con essa si è voluto affermare che «non l’uomo in funzione dello Stato ma quest’ultimo in funzione dell’uomo». Tale principio è ignorato dal governo e dalle tesi dell’opposizione. È praticamente svuotato da alcune tassazioni sostitutive, che vanificano la tassazione progressiva, il quadro legislativo improvvisato e fatto a vista d’occhio. Il governo è assente. L’aspetto più grave della crisi sta nel disorientamento del governo, nell’assenza di un’amministrazione preparata, dagli sconfinamenti dell’agenzia delle entrate che praticamente fa tutto: l’agenzia è diventata il vero e unico dominus del fisco. La proposta della flat tax non ha altra giustificazione al di fuori della critica del sistema fiscale sulla quale siamo tutti d’accordo. La bontà della sua proposta starebbe nel suo profilo tecnico non nelle premesse politiche e costituzionali. Non si risolverebbe il problema delle crisi anzi l’aggraverebbe. Sicchè c’è da chiedersi perche sia stata fatta. Mi spiace dirlo ma la proposta della flat tax persegue un obbiettivo politico attraverso la discutibile strada tecnica. L’obbiettivo sembra non la giustizia fiscale ma vuole essere l’eliminazione dello stato sociale voluto dall’art.2 della Costituzione. Difatti la proposta non tiene conto della sua pratica inesistenza se non in quei Paesi come il Caucaso dove, come ci ricorda acutamente Giulio Tremonti, la gente va in ospedale portandosi dietro coperte e medicinali. Si tratterebbe di un passo indietro rispetto ai Paesi europei dove progressività è codificato in Italia e in Spagna e accolto negli altri Paesi europei come specificazione della parità di trattamento in senso sostanziale come parità di sacrificio. Secondo l’art. 2 della Costituzione «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Il dovere di concorrere alle spese pubbliche (secondo dottrina e giurisprudenza costituzionale) è un dovere di solidarietà politica economica e sociale che richiede il criterio della progressività. Dai sociologi ci viene fatto rilevare che l’attuale momento politico è caratterizzato da un forte individualismo (cui si ispira la flat tax) sicchè sembra lontana quella “nuova stagione dei doveri” senza la quale, diceva Aldo Moro, questo Paese non si salverà. Difatti la solidarietà di cui parla l’art. 2 della Costituzione è proprio quella unità morale e politica del Paese senza la quale è difficile che una democrazia possa sopravvivere. Si afferma un nuovo modo di intendere la libertà dei singoli: le situazioni derivanti dai diritti di libertà trovano una naturale limitazione nei doveri pubblici ad essi collegati. Il concorso alle spese pubbliche deve essere commisurato alla capacità contributiva. L’utilizzazione dell’imposta a fini economici e sociali redistributivi in particolare realizza il principio della capacità contributiva.
L’art. 53 sembra dare una precisa indicazione programmatica quando al secondo comma prescrive «che il sistema tributario è improntato a criteri di progressività» ed è evidente che un tale sistema, non potendo tutte le imposte essere progressive in quanto la progressività tecnicamente si addice solo ad alcune di esse, dovrebbe fondarsi principalmente su quelle imposte che per loro natura si prestano ad un meccanismo di aliquote progressive. La Costituzione, diceva Vanoni, deve qualificare la potestà tributaria più in senso politico che rigorosamente tecnico e giuridico. La posta in gioco, pertanto, è elevatissima. Se il quadro costituzionale e la politica sono quelli descritti, toccare l’art. 2 della Costituzione vuol dire mettere in discussione lo Stato democratico.
Non si può pensare ad una flat tax con la situazione che ci ritroviamo. L’inadeguatezza della proposta è dimostrata dalla valutazione delle aliquote che l’imposta dovrebbe avere (35% - 40% ) se volesse mantenere i conti in ordine; due aliquote fortemente punitive per i piccoli reddituari. La proposta pertanto è inutile, fatta solo ad ostentationem!A meno che i proponenti perseguano un obbiettivo molto più modesto: concorrere alla campagna elettorale per orientare l’elettorato in una certa direzione. E si capisce di quale elettorato si tratta; allora servirebbe ancor di più a complicare le cose politiche in Italia. Resta il problema della attuale tassazione progressiva e dell’intero sistema fiscale, soprattutto per quanto concerne la sopportabilità. Ma questo è un altro discorso e siamo d’accordo con le critiche di Nicola Rossi.

Il Sole Domenica 16.7.17
Dov’è nato davvero Giotto?
di Angelo Tartuferi

Il Mugello si prepara a celebrare i 750 anni dalla nascita del pittore: «giottisti di mestiere» si riuniranno per definire quel che si sa sull’artista, ma anche quel che non si sa
«Il sottofondo sonoro della sua fanciullezza non era dunque il belare delle pecore, bensì il risuonare del maglio». Questa lapidaria ed efficacissima immagine di Michael Viktor Schwarz - professore di storia dell’arte all’Università di Vienna - pronunciata alcuni anni or sono, riassume e ravviva una delle innumerevoli polemiche - quella relativa al suo luogo natale -, che ruotano attorno alla figura di Giotto, uno dei pochissimi artisti del passato ben presente nell’odierno immaginario collettivo globale. Nell’opera in rima Il centiloquio del fiorentino Antonio Pucci si afferma che egli morì l’8 gennaio 1336 (stile moderno 1337) all’età di settanta anni, e quindi sarebbe nato nel 1267. Ma anche questo dato è tutt’altro che certo, in un’epoca che non prevedeva la registrazione sistematica delle nascite, e c’è da dubitare perfino che l’artista conoscesse l’anno della sua venuta al mondo!
Tuttavia, la data del 1267 è ritenuta generalmente la più attendibile e tale, per l’appunto, da giustificare la celebrazione di questo 750° anniversario. Quanto al luogo, i documenti d’archivio sembrano indirizzare inesorabilmente verso la Firenze industriosa e pulsante di commerci del tardo Duecento. Il padre del fondatore della pittura moderna, il fabbro Bondone, quando partecipò nel 1260 alla battaglia di Montaperti insieme al fratello, lo zio di Giotto, era già residente da tempo nel Sestiere di San Pancrazio, nel quartiere di Santa Maria Novella a Firenze. E lo stesso Giotto è menzionato come residente nel popolo di Santa Maria Novella. Ma persino la nascita mugellana è del tutto ammissibile, non foss’altro perché asserita da una delle fonti più autorevoli e soprattutto attendibili sull’arte e gli artisti del Trecento, i Commentari di Lorenzo Ghiberti - il grande scultore e orafo fiorentino - che indica come luogo di nascita di Giotto il piccolo borgo di Vespignano. La patria mugellana dell’artista era peraltro confermata, è giusto ricordarlo, da Ugo Procacci, al contempo storico dell’arte d’indubbio valore e acuto conoscitore delle carte d’archivio, in un volume di autori vari dal titolo assai eloquente, Giotto e il Mugello, pubblicato a Firenze nel 1978. Numerosi e incontrovertibili sono gli indizi che legano Giotto e, fatto non meno rilevante, i suoi familiari, al Mugello: in quella terra egli acquista case e terreni; lì vivevano i suoi figli e tre delle quattro figlie si maritarono con abitanti del luogo; il figlio Francesco è menzionato nel 1329 come priore della chiesa di San Martino a Vespignano; nel luglio del 1337, a pochi mesi dalla morte del pittore, la vedova Ciuta di Lapo si trasferisce in Mugello. Una possibile soluzione potrebbe risiedere nel trasferimento della madre del gran patriarca della pittura italiana del tempo dalla città alla campagna, appositamente per partorire... una circostanza molto aderente alla realtà perfino in epoca moderna. E questa possibilità l’abbiamo naturalmente considerata, sia io che Riccardo Nencini, quando ci siamo incontrati per la prima volta. In quell’occasione il senatore mi preannunciò l’uscita del suo volume (Il magnifico ribelle. Il Mugello di Giotto, Ed. Polistampa, Firenze, pagg. 72, € 10) e mi sollecitò a organizzare un convegno di studio per celebrare il 750° della nascita dell’artista. Il volume - scritto in maniera singolarmente diretta e, si direbbe, intima, nel rivolgersi al lettore - si colloca nel solco della folta letteratura relativa all’illustre polemica sul luogo di nascita, avviata sul finire dell’Ottocento da eruditi del calibro di Guido Carocci, Iodoco Del Badia, Giuseppe Baccini, Gaetano Milanesi, Robert Davidsohn. Tuttavia, a differenza dei severi eruditi appena menzionati che si divisero aspramente in due fazioni contrapposte, Nencini mantiene un sostanziale equilibrio fra le due ipotesi, in mancanza di una prova irrefutabile, come si conviene del resto a uno storico vero, quale egli è. Anzi, a dire il vero, in un passo dell’intrigante volume sembrerebbe propendere per una più plausibile nascita fiorentina di Giotto. E così facendo, dispiace di doverlo rimarcare, il senatore finisce per giocarsi una facile elezione a segretario del «P.O.M.», il nient’affatto improbabile Partito dell’Orgoglio Mugellano... ma forse due segreterie politiche sarebbero davvero troppe!
Scherzi a parte, dobbiamo a Nencini e all’Associazione «Mugello Mediceo» la promozione di una giornata di studi il 16 settembre presso il Teatro Giotto di Vicchio (a 46 chilometri da Firenze), nel corso della quale alcuni studiosi che più volte si sono confrontati con il grande artista - «Giottisti di mestiere» insomma, per usare una simpatica espressione di Giorgio Bonsanti, che a sua volta sarebbe l’unico candidato a segretario di questa ulteriore consorteria - , torneranno a interrogarsi intorno agli innumerevoli temi di ricerca proposti dall’universo giottesco.
Gli argomenti trattati nei vari interventi offriranno aggiornati spunti di riflessione e nuove proposte d’interpretazione su temi da sempre affascinanti, ognuno dei quali vanta com’è naturale vastissime bibliografie: le architetture raffigurate negli affreschi della Leggenda Francescana di Assisi; una rilettura del celebre mosaico della Navicella in origine nell’atrio della vecchia Basilica di San Pietro a Roma; il rapporto del grandissimo artista con la scultura e l’architettura del suo tempo; la questione avvincente dell’organizzazione della sua bottega, che probabilmente si costituiva come un cantiere aperto nei diversi luoghi dove si trovava a lavorare; oppure le sue tecniche operative risultanti dalle indagini diagnostiche condotte sui suoi capolavori. Nonostante le ricerche di generazioni di studiosi e la vastissima letteratura che lo riguarda, questo gigante della storia dell’arte europea è tuttoggi fonte inesauribile di studi e approfondimenti critici. Un dato di fatto che il titolo annunciato dell’intervento di Giorgio Bonsanti riassume come meglio non si potrebbe: «Ciò che non sappiamo di Giotto».


Il Sole Domenica 16.7.17
Magister Ioctus, che spettacolo!

Invenzioni e innovazioni hanno giovato moltissimo a tutte le discipline del sapere, storia dell’arte compresa. Questa materia è decollata proprio grazie all’invenzione della fotografia, ha fatto progressi con l’arrivo della luce elettrica (che ha permesso di vedere le opere adeguatamente illuminate), ed è avanzata ancora quando si è potuti penetrare nei segreti dei manufatti attraverso le indagini radiografiche. Sul fronte della divulgazione - oltre a libri e a riproduzioni di vario tipo - un grande impulso lo hanno offerto cinema e televisione. E negli ultimi decenni è arrivato lo tsunami dell’informatica.
I linguaggi informatici e multimediali sono stati di grandissima utilità su vari fronti. Il fronte della ricerca, con la creazione di banche dati accessibili a tutti e contenenti informazioni e immagini sulle opere d’arte. Il fronte della visione, con la possibilità di ingrandire a dismisura le immagini evidenziando dettagli non percepibili a occhio nudo. Il fronte della divulgazione, che trova nei mezzi informatici potenzialità enormi, non solo per far conoscere le opere d’arte al grande pubblico ma per permettergli letteralmente di entrarci “dentro”, attraverso ingrandimenti, “navigazioni” ed effetti speciali che puntano direttamente al cuore delle emozioni.
Questo modo di divulgare l’arte si sta oggi notevolmente affermando attraverso nuovi format che vanno sotto il nome cumulativo di Experience. Una delle più coinvolgenti è quella allestita fino al 5 novembre nella Scuola Grande della Misericordia di Venezia dedicata a Giotto di Bondone. Questo format si distingue perché chi vi partecipa non esce solo ricco di suggestioni ed emozioni ma esce ricco di informazioni (e con la voglia di andare a vedere gli originali in loco).
Magister Giotto è un format realizzato dalla società Cose Belle d’Italia Media Entertainment, con la direzione artistica del regista Luca Mazzieri, l’apporto dell’architetto Alessandra Costantini e il supporto di un comitato scientifico composto da storici dell’arte (Alessandro Tomei, Serena Romano, Stefania Paone), filologi classici (Giuliano Pisani) e astronomi (Cesare Barbieri).
La trama del racconto l’hanno scritta loro. Il visitatore entra nel vasto atrio della Scuola Grande della Misericordia (d’impronta sansoviniana) e viene inizialmente attratto dalla riproduzione di un colossale crocefisso giottesco visto dal retro. Indossa le cuffie e viene invitato a salire al piano superiore. Qui inizia l’avventura. Con la voce narrante di Luca Zingaretti (il popolare commissario Montalbano) e le musiche originali di Paolo Fresu, Magister Ioctus ci viene presentato in nove tappe. Nella prima si spiega perché Giotto fu così innovativo: voce narrante e colossali ingrandimenti ci fanno capire che il maestro puntò alla verità delle cose e alla profondità dei sentimenti. La seconda tappa è una visita agli affreschi di Assisi, la terza ci offre un volo d’uccello sui luoghi d’Italia che videro presente e operante l’artista (Assisi, Rimini, Padova, Bologna, Roma, Napoli, Milano e Firenze). Nella quarta sezione assistiamo a un’experience impossibile nella realtà: vediamo riprodotti, accostati, ingranditi e spiegati tutti i Crocefissi concepiti da Giotto. La voce suadente di Luca Zingaretti ci invita poi a scoprire le celebri “leggende” giottesche (la storia della pecora dipinta sul sasso e quella dell’«O» perfetta tracciata a mano libera) e successivamente ci porta a cercare Giotto nella sua Firenze (la pianta della città è sotto i nostri piedi, sul pavimento). Si approda quindi a Padova, dentro la Cappella degli Scrovegni, e se ne esce con tutte le informazioni utili per andare a visitarla in situ.
Ma il vero colpo di scena è alla fine. Un film ci mostra come l’Agenzia Spaziale Europea organizzò nel 1986 una missione spaziale (detta Missione Giotto) per andare a fotografare da vicino (a soli 600 chilometri!) la cometa di Halley, la stessa che Giotto vide nei cieli di Padova e dipinse nella Cappella degli Scrovegni, nella scena dell’Adorazione dei Magi. Un finale inatteso, davvero emozionante.
Dopo Venezia, Magister Giotto andrà in Giappone (2018), mentre già si lavora ad altri format su Canova e su Raffaello. Prepariamoci a nuove emozioni.

Il Sole Domenica 16.7.17
Emma Goldman (1869 - 1940)
Una vita per il proletariato
Fu un’anarchica speciale: lottò per l’emancipazione femminile e per una società senza classi, osteggiò il fanatismo e il terrorismo anche rivoluzionario
di Emilio Gentile

Nacque figlia indesiderata, Emma Goldman, il 27 giugno 1869, nell’impero russo, in una modesta famiglia ebrea. Il padre voleva un erede maschio. La donna che aveva sposato, una vedova con due figlie, non gradì la terza. Emma crebbe con le percosse dei genitori. Il padre aveva «sempre a portata di mano la frusta e lo sgabello, simboli della mia vergogna e della mia tragedia» ricorderà nelle sue memorie (Autobiografia. Vivendo la mia vita, 4 voll., Milano 1980-1993). Per l’esperienza della sua infanzia, non volle avere figli. Si sposò più volte, ebbe vari amanti, ai quali si unì con passione, ma subordinò sempre l’amore personale all’amore universale per l’umanità reietta, asservita alle classi dominanti. Dedicò tutta la sua esistenza (morì in Canada il 14 maggio 1940) alla lotta per la liberazione del proletariato, per l’emancipazione della donna, per una società senza classi dominanti. Ma osteggiò il fanatismo, disprezzò il conformismo, condannò il terrorismo, anche quando avevano abiti rivoluzionari. Fu una anarchica molto speciale.
Aveva dodici anni quando la famiglia si trasferì a San Pietroburgo. Il padre ostacolò la passione di Emma per lo studio, perché sosteneva che la donna doveva solo servire il marito e dargli figli. Ma un altro modello di donna fu rivelato all’adolescente Emma dal romanzo Che fare? del populista Nikolaj Cernyševskij, dove la protagonista si ribella al matrimonio imposto dalla famiglia, e sposa un giovane rivoluzionario, per votarsi con lui alla liberazione del popolo.
Nello stesso periodo, il romanzo di Cernyševskij impressionò profondamente Vladimir Il’i? Ul’janov, di un anno più giovane di Emma, l’adolescente figlio di un «nobile ereditiero». Nel 1902, con lo pseudonimo di Lenin, Vladimir intitolò Che fare? un opuscolo dove esponeva la concezione, remotissima dall’anarchia, di partito di avanguardia, formato da rivoluzionari di professione, totalmente dediti alla causa della rivoluzione proletaria.
Se singolare fu la comune suggestione del romanzo su un giovane «nobile ereditiero» e su una derelitta fanciulla ebrea, ancora più singolare fu la simultaneità della loro iniziazione alla militanza rivoluzionaria.
Per Vladimir, cresciuto in una famiglia agiata e devota allo zar, con genitori severi ma amorevoli, studente modello per disciplina e brillanti successi scolastici, la scelta rivoluzionaria avvenne inattesa e improvvisa alla fine del 1887, a diciassette anni, dopo l’impiccagione del fratello Alessandro perché aveva organizzato un attentato alla vita dello zar. Per Emma, angariata dai genitori, senza adeguata istruzione, cresciuta in un ambiente antisemita, a quindici anni operaia in fabbrica, la vocazione rivoluzionaria avvenne in seguito alla impiccagione di cinque anarchici a Chicago nel novembre 1887.
Dopo aver lavorato in fabbrica a San Pietroburgo, nel gennaio 1886 Emma raggiunse una sorella emigrata negli Stati Uniti. Lavorava come operaia, quando, in quello stesso anno, furono condannati a morte giovani anarchici, accusati di aver assassinato alcuni poliziotti durante una dimostrazione. La diciassettenne operaia seguì appassionatamente il processo, che definirà «la più gigantesca macchinazione di tutta la storia degli Stati Uniti». Il 15 agosto 1889, si trasferì a New York. Qui avvenne l’incontro con un diciottenne anarchico russo, Aleksandr Berkaman, e con il quarantenne tedesco Johann Most, uno dei maggiori esponenti dell’anarchismo negli Stati Uniti. Fu, scriverà Emma, la sua «vera data di nascita». A vent’ anni divenne rivoluzionaria nel movimento anarchico internazionalista.
Dotata di talento oratorio, iniziò a viaggiare per gli Stati Uniti per fare comizi e conferenze. Cominciò a scrivere articoli su periodici anarchici. Fu arrestata nel 1893 per incitamento alla sommossa, ma gettò un bicchiere d’acqua in faccia al poliziotto che le prometteva la libertà in cambio di informazioni sugli anarchici.
Si immerse nello studio del pensiero anarchico, del socialismo, della filosofia, dell’economia, della questione sociale, della condizione della donna. Dal 1895 fu in Europa, dove incontrò i patriarchi e le matriarche dell’anarchismo, come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta e la comunarda Louise Michel. A Vienna scoprì il pensiero di Nietszche, che divenne una sua passione intellettuale, e seguì le lezioni di Sigmund Freud sulla repressione sessuale. Dopo aver preso il diploma di levatrice e di infermiera, tornò in America, e riprese l’attività di militante anarchica e femminista. Fu schedata dalla polizia come «la donna più pericolosa degli Stati Uniti».
Nel 1917 plaudì alla rivoluzione bolscevica. Espulsa dagli Stati Uniti, nel 1920 era in Russia. Incontrò Lenin e per qualche tempo collaborò con lui, pur diffidando dell’ostilità dei bolscevichi verso gli anarchici e deplorando i metodi terroristici della dittatura leninista. Come ha osservato il suo più recente biografo Max Leroy, Emma «non può non nascondere una certa stima nei confronti del volontarismo leninista», pensando che, «malgrado le carenze, il pugno di ferro e lo statalismo centralizzato il bolscevismo resta un regime rivoluzionario e proletario». Ma alla fine del 1921, disgustata dal regime di terrore, dall’oppressione degli operai, dai privilegi dell’oligarchia bolscevica, lasciò la Russia. In due libri raccontò la sua «disillusione dalla Russia», accusando il regime bolscevico di aver tradito la rivoluzione della libertà e dell’eguaglianza. Dopo aver vissuto in vari Paesi europei, nel 1926 si trasferì in Canada. Negli anni successivi, traversò più volte l’Atlantico per lottare in Europa contro il capitalismo, il fascismo, lo stalinismo, avversando però allo stesso modo il culto dei capi e il culto delle masse.
Più appassionante di romanzo fu la vita di Emma. La biografia di Leroy, senza pretese di originalità, è un buon avvio per conoscere questa donna straordinaria, che volle liberare l’umanità proclamando che «l’individuo è la vera realtà della vita, un universo in sé».
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Max Leroy, E mma la rossa. La vita, le battaglie, la gioia di vivere e le disillusioni di Emma Goldman, la “donna più pericolosa d’America , prefazione di Normand Baillargeon, trad. di Carlo Milani, Elèuthera, Milano, pagg.223, € 16


Il Sole Domenica 16.7.17
Medioevalia
Donne ribelli in cerca di libertà
di Eliana Di Caro

C’erano quelle che fuggivano nei monasteri, per sottrarsi all’oppressione e alla violenza di mariti che non sarebbero mai cambiati; e c’erano coloro che fuggivano dai monasteri, desiderose di conoscere una vita diversa da quella che avevano deciso per loro i genitori, recludendole tra quattro mura in un’atmosfera di tetra solitudine. C’erano le donne il cui tentativo andava a buon fine e quelle che venivano prese e ricondotte a un’esistenza infelice.
Leggendo l’accurato Donne in fuga (il Mulino) di Maria Serena Mazzi, ordinaria di Storia medievale, si partecipa alle traversie di queste coraggiose ribelli, di cui ci è giunta notizia attraverso atti giudiziari, documenti e resoconti redatti naturalmente da uomini, in un’epoca in cui all’altra metà del cielo non è concesso di studiare. All’interno di una famiglia borghese o aristocratica, quando nasceva una femmina si cominciava a pensare ai destini coniugali della neonata: già a dieci anni le nozze erano combinate e a 16 anni l’esperienza della maternità era stata vissuta più volte (con il vivo augurio di figli maschi). Sulle donne povere le testimonianze sono minori e indirette, ma tali da poter dire che in una famiglia di contadini, salariati e artigiani si andava a lavorare da poco più che bambine e l’ipotesi di trovare un marito decente - con una dote misera o inesistente - si prefigurava difficile. Questo significava spesso finire nell’orbita di un uomo di mezza età che aveva bisogno di una serva, avendo già dei figli da crescere poiché per qualche ragione si ritrovava da solo. Insomma un destino non allettante.
È in questo panorama che si distinguono diverse figure, descritte nel libro. Due, per chi scrive, esemplari. La prima, Eleonora d’Aquitania. Cresciuta alla corte del nonno Guglielmo IX, alla morte dei suoi cari nel 1137 si ritrova ricca e potente, nella contea di Poitou e Guascogna. Sposa Luigi VII di Francia: lei ha 13 anni, lui 16. Ma in 15 anni di matrimonio, arrivano solo due femmine e la successione al trono non è garantita. La “colpa”, inutile dirlo, ricade su Eleonora. Nel 1152 viene sciolto il vincolo matrimoniale e lei, a quel punto preda non da poco, sventa ben due rapimenti e si lega a Enrico, duca di Normandia e futuro re di Inghilterra, cui dà - udite udite- cinque maschi e tre femmine. Di fronte al tradimento reiterato del consorte, Eleonora non abbassa la testa e se ne va, nonostante la Chiesa tuoni contro di lei per l’abbandono del tetto familiare. Una figura orgogliosa e indipendente come poche.
Il secondo esempio è quello di una donna di cui non ci è giunto neanche il nome, si sa solo che vive con il marito nel vicariato di Anghiari (Arezzo), nel 1416, ma la sua storia è indicativa del destino cui andavano incontro coloro che nascevano in contesti umili. Dai documenti emerge che l’uomo ha una giovane amante con cui intende trascorrere il resto dei suoi anni, e per farlo senza scatenare l’ira della comunità pensa bene di indurre la moglie a lasciarlo rendendole la vita un inferno: botte, umiliazioni, insulti. Ma i pettegolezzi (o la delazione) di un vicino gli intralciano i piani: il vicario condanna il fedifrago e anche - incredibilmente - la moglie per complicità nell’accaduto. Ma lei, nel frattempo, sfinita dalle angherie del marito, era già fuggita!
Il libro contiene numerosi esempi, dall’immancabile Giovanna D’Arco e le diverse mistiche (Caterina da Siena, Ildegarda di Bingen, Brigida di Svezia) a storie comuni e rivelatrici della prostrazione e della capacità di superarla che queste donne avevano, dalle schiave alle prostitute. Senza dimenticare naturalmente le eretiche e le streghe, «“femmine incantatrici e maliose”, che rendono impotenti gli uomini per vendetta o che li “ammaliano” per sviarli e tenerli avvinti, annullando la loro volontà, facendone strumenti nelle loro mani». Se non fosse che in tante sono andate al rogo, o in prigione, o sono state fustigate, ci sarebbe quasi da sorriderne.
Maria Serena Mazzi, Donne in fuga.
Vite ribelli nel Medioevo , il Mulino, Bologna, pagg, 180, € 14

Il Sole Domenica 16.7.17
Gianni Ferrara
Dov’è la dottrina comunista dello Stato
di Tommaso Edoardo Frosini

A metà degli anni Settanta, Norberto Bobbio pubblicò un articolo nel quale poneva la domanda: esiste una dottrina marxista dello Stato? Per poi argomentare una risposta sostanzialmente negativa. Adesso, Gianni Ferrara, insigne costituzionalista e già deputato indipendente del Pci, pubblica un libretto che si fonda sulla seguente affermazione: è esistita una dottrina marxista della costituzione e della democrazia. Con specifico riferimento al caso italiano, e grazie al contributo di tre leader comunisti: Gramsci, Togliatti e Berlinguer.
Certo, non è una tardiva risposta alla domanda di Bobbio; ma non è nemmeno, come si sarebbe indotti a pensare, un déjà-vu: un libretto che rispolvera un passato nel tentativo di declinarlo al presente. Certo, c’è molta nostalgia nelle pagine di Ferrara e c’è anche l’orgoglio di sentirsi ancora parte di un mondo ideologico da tempo tramontato. Nella convinzione, giusta o sbagliata, che la lotta per la democrazia in Italia è stata, e tutta intera, la storia del Partito comunista italiano. Rivendicazione coraggiosa ma debole, che valorizza oltremodo una teoria politica ponendola in maniera egemone rispetto alle altre. Sebbene la storia abbia dato chiaramente indicazioni diverse. Sebbene le società siano cresciute e si siano sviluppate nel solco del liberalismo, quale teoria politica della società aperta.
La dottrina politica di Gramsci ha davvero influenzato la nascita della democrazia in Italia? Direi proprio di no. L’idea dell’egemonia gramsciana, quale combinazione di forza e consenso e di direzione intellettuale e morale, si mostra come contrapposta al concetto di pluralismo e libertà, perché comprime lo sviluppo dell’individuo costringendolo in un perimetro ideologicamente chiuso, da rappresentarsi in forma diretta e solo per il tramite del partito politico, quale moderno principe. Vale la pena quantomeno di ricordare come, qualche anno prima, Tocqueville avesse chiaramente raccontato la democrazia come libero associazionismo.
La dottrina politica di Togliatti ha davvero influenzato la nascita della democrazia in Italia? Pur senza negare il contributo fattivo del leader comunista ai lavori della Costituente e quindi al formarsi della Costituzione in Italia, anche qui esprimerei un giudizio di riserva. Ferrara afferma che Togliatti era un fine giurista, come Marx e come Lenin. Dichiarazione tutta da dimostrare, se è vero come è vero, per dirla con le parole di Calamandrei, Togliatti avrebbe voluto una Costituzione come «un manifesto di propaganda ed anche un po’ predica». Innegabile il suo impegno per la ricerca del compromesso fra culture politiche, la sua ambizione a essere un “rivoluzionario costituente”, ma soprattutto la sua battaglia nel voler fare della democrazia italiana la via al socialismo, e quindi nella direzione generale di una trasformazione economica socialista. Il “fine” giurista, però, non seppe cogliere l’importanza della Corte costituzionale, che definì una “bizzarria”, e i suoi compagni di partito addirittura “un grave atto di lesa democrazia”, quale invece fondamentale baluardo contro la tirannia della maggioranza e per l’affermazione e tutela dei diritti di libertà. Sul punto, mi sembra che Ferrara sia un po’ sbrigativo.
La dottrina politica di Berlinguer ha davvero influenzato la nascita e lo sviluppo della democrazia in Italia? Qui la valutazione deve essere più ponderata. Per il suo apprezzabile impegno ad affermare il principio dell’assoluta indipendenza e sovranità di ogni Stato socialista e di ogni partito comunista. Che si risolse con un progressivo distacco del partito comunista italiano da quello sovietico. E nella costruzione di una democrazia italiana sempre più dinamica per favorire le condizioni per un graduale passaggio al socialismo, sebbene attraverso un “blocco storico”, ovvero la conquista del potere da parte di un blocco di forze politiche e sociali, di cui il partito è parte. Torna, qui, l’idea di egemonia oppositiva al pluralismo e alla libertà.
Ferrara la chiama, sulla scia di Togliatti, «democrazia progressiva»: concetto un po’ vago, a ben vedere, che si identifica con quello di forma di Stato, cioè l’insieme di apparato gius-politico e di comunità umana, come insieme di due entità collegate. Uniti nella lotta per la via italiana al socialismo, per una teoria politica del marxismo. Una lotta, come esplicitato nelle ultime pagine del libro, da muoversi contro la «cappa composta dai Trattati europei», contro un’Europa che si assume essere fonte di diseguaglianze e compressioni sociali. Senza tenere conto, però, che questa Europa, piaccia oppure no, ci ha finora dato la cosa più importante: la pace fra i popoli. E ci ha garantito la libertà: certo, anche economica. Alla domanda di Bobbio, esiste una dottrina marxista dello Stato?, si può oggi agevolmente rispondere che esiste solo una dottrina liberale dello Stato, che si chiama costituzionalismo.
Gianni Ferrara, I comunisti italiani e la democrazia. Gramsci, Togliatti
e Berlinguer , Editori Riuniti, Roma,
pagg. 210, € 15

il manifesto Alias 16.7.17
L’estinzione di massa è alle porte
Evoluzione. Uno studio sulla rivista «Proceedings of the National Academies of Sciences» sui rischi da scomparsa degli umani. La Terra ha già conosciuto «rivoluzioni ecologiche» segnate dalla morte di piante, batteri e animali. Se nel passato le cause erano dovute a eventi esterni questa volta la responsabilità sarà degli umani
di Andrea Capocci

Ogni anno, si estinguono mediamente due specie di vertebrati. Nell’ultimo secolo, quindi, circa duecento specie di vertebrati sono sparite dalla faccia della Terra. Per ottenere lo stesso risultato, due milioni di anni fa, «servivano in media non cento, ma diecimila anni», scrivono Gerardo Ceballos (Università Autonoma di Città del Messico), Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo (Università di Stanford, California) in uno studio appena pubblicato dalla rivista Proceedings of the National Academies of Sciences. Con Nature e Science è tra le riviste scientifiche ritenute più serie e prestigiose, dunque i dati vanno presi sul serio. Secondo i tre, e molti altri loro colleghi, siamo in piena «estinzione di massa»: una vera e propria rivoluzione ecologica in cui nel giro di qualche millennio rischia di sparire una buona parte degli animali, delle piante e dei micro-organismi viventi sulla Terra. Ed è colpa nostra.
I TRE STUDIOSI ritengono che i dati sulle estinzioni potrebbero persino indurre a sottovalutare il fenomeno in corso, perché due casi l’anno in fondo sembrano trascurabili. Se ci si concentra su altri aspetti, il quadro è ancora più allarmante.
Ceballos e colleghi si sono rivolti all’«Unione Internazionale per la Conservazione della Natura», un consorzio a cui partecipano governi e Ong. L’Unione fornisce le informazioni sulla distribuzione geografica delle specie. Ad esempio, la mappa delle aree dell’Africa Sub-Sahariana in cui è possibile avvistare i circa 35000 leoni rimasti. I ricercatori hanno confrontato questi dati con altre fonti storiche, secondo le quali nel XIX secolo i leoni erano presenti in tutta l’Africa, ma anche nei Balcani, nella penisola arabica e persino in India. Ripetendo l’analisi su altre 176 specie di mammiferi, si osserva lo stesso fenomeno: specie che occupavano uno o più continenti, oggi si sono ristrette in piccole aree. Quasi la metà delle specie censite ha perso oltre l’80% del proprio habitat di cento anni fa. Africa e Asia, e in particolare le loro regioni tropicali, sono le regioni in cui le specie si sono ridotte più notevolmente.
GLI SCIENZIATI associano l’estensione geografica di una specie con il numero di popolazioni geneticamente omogenee in cui si divide la specie. Dunque, anche nelle specie che non sono a rischio immediato di estinzione si è già assistito ad una drammatica riduzione di popolazioni, cioè della biodiversità e della capacità di adattamento. Perciò, l’estinzioni delle popolazioni è un diretto precursore dell’estinzione. Tutti i segnali indicano che la decimazione non riguarda solo i mammiferi. «La descriviamo sotto il nome di “annichilazione biologica” per sottolineare la portata dell’attuale estinzione in corso», sostengono gli autori. «È il preludio alla scomparsa di molte altre specie e il declino dei sistemi naturali che hanno reso possibile la civiltà», chiarisce Ceballos.
L’allarme dei tre biologi non è isolato. Che il ritmo delle estinzioni abbia accelerato è noto da almeno trent’anni. Già negli anni ’80 il biologo Edmund O. Wilson aveva stimato che il tasso è aumentato di circa diecimila volte da quando l’uomo ha iniziato a scorrazzare sul globo, come scrisse sulla rivista «Scientific American». Negli ultimi anni, i dati hanno perfezionato le stime senza cambiare la sostanza.
Il riscaldamento globale causato dall’uomo è solo uno dei fenomeni che sta mutando radicalmente l’habitat, e riguarda un periodo storico piuttosto ridotto – gli ultimi due secoli in cui abbiamo imparato a bruciare idrocarburi su larga scala. Ma i primi danni sono iniziati con l’agricoltura, circa 10-12 mila anni fa. La caccia organizzata, l’inquinamento e l’acidificazione degli oceani hanno fatto il resto. Il tempo per invertire la rotta, ammesso che siamo ancora in tempo, non si misura con l’arco dei secoli, ma dei decenni. Altrimenti, l’estinzione di massa è inevitabile.
NON SI TRATTEREBBE della prima estinzione di massa: secondo i paleontologi, sulla base dei ritrovamenti fossili, negli ultimi 500 milioni di anni ci siano stati altre cinque estinzioni su larga scala (le «big five»), oltre a altri episodi di dimensioni più piccole.
L’evoluzione, infatti, non è stata affatto un processo graduale come inizialmente riteneva lo stesso Darwin. Piuttosto, si sono alternati periodi di relativa quiete, in cui specie e ambiente hanno trovato un equilibrio stabile e le estinzioni erano un evento raro, con periodi molto turbolenti.
Una delle stime più recenti del ritmo «di quiete» delle estinzioni, che ci permette di valutare quanto sia stato vasto il nostro impatto, l’ha fornita il paleontologo Jurrian de Vos. Prima di noi, ogni specie poteva ragionevolmente permanere sulla Terra qualche milione di anni. I biologi lo chiamano «tasso di estinzione di fondo». Oggi, secondo i calcoli di De Vos le specie si estinguono a una velocità mille volte maggiore, segno che evidentemente l’equilibrio si è rotto.
Si tratta di un fenomeno ricorrente. Un sistema complesso come la Terra può generare spontaneamente bruschi cambiamenti (ad esempio, nella temperatura o nell’abbondanza di alcuni elementi chimici) che costringono l’intero ecosistema a rinnovarsi quasi del tutto.
252 milioni di anni fa, a causa della più grave estinzione di massa, sparirono il 96% delle specie marine e il 70% dei vertebrati terrestri, e sulle cause finora vi sono solo ipotesi più o meno plausibili. Più chiaro è ciò che è successo 66 milioni di anni fa, quando un meteorite di 20 km di diametro colpì lo Yucatan, provocando l’estinzione dei dinosauri e del 75% di tutte le altre specie animali.
PERALTRO, anche altre estinzioni di massa, più piccole delle «big five», sono state spiegate con la diffusione di nuove specie animali (come la nostra) in grado di mettere in crisi l’habitat di tutte quelle pre-esistenti. Successe circa 540 milioni di anni fa, quando i primi animali ruppero l’equilibrio in cui prosperava la cosiddetta «fauna di Ediacara», costituita da pacifici e immobili organismi pluricellulari che avevano dominavano sull’intero pianeta nutrendosi semplicemente di ossigeno. L’attuale «sesta estinzione» sarebbe però la prima provocata da un’unica specie. Tra le probabili vittime del’estinzione potremmo esserci anche noi umani. Per il resto dell’ecosistema, sarà un’ottima notizia.
Gli scienziati si stanno già interrogando su quali forme di vita sopravviveranno alle prossime estinzioni. È poco più di un gioco, perché le dinamiche degli ecosistemi sono sostanzialmente imprevedibili. Ma qualche punto fermo c’è: i tardigradi non se ne andranno facilmente. Si tratta di piccoli organismi molto comuni (si trovano anche nelle comuni pozzanghere) ma dalle incredibili capacità: resistono fino a 30 anni alla mancanza di acqua e di cibo, sopravvivono anche a 150 gradi di temperatura ma anche al gelo e al vuoto cosmico.
SULL’ULTIMO NUMERO della rivista Scientific Reports (gruppo Nature) i fisici David Sloan, Rafael Batista e Abraham Loeb dell’università di Oxford e di Harvard hanno esaminato la possibilità che sia una catastrofe di origine cosmica a fare estinguere i tardigradi nei prossimi dieci miliardi di anni, dopo i quali il sole si spegnerà. Secondo le informazioni a disposizione degli astronomi, in questo periodo non sono previsti né asteroidi abbastanza grandi, né esplosioni di supernove o di raggi gamma abbastanza vicine al sistema solare. Dunque, a godersi l’ultimo tramonto saranno loro

il manifesto Alias 16.7.17
Cose terribili su Aristofane
Storia e letteratura greche. In «Cleofonte deve morire», edito da Laterza, Luciano Canfora riporta il commediografo nel vivo della lotta politica ad Atene: sorprese
Le Rane di Aristofane per la regia di Giorgio Barberio Corsetti, in scena quest’estate al Teatro greco di Siracusa
di Federico Condello

Dividere il popolo: è la mossa preliminare. È la mossa controrivoluzionaria che tanti rivoluzionari, dal Robespierre del maggio ’93 al Mao del ‘libretto rosso’, hanno paventato e tentato di sventare. Ma è anche la mossa preliminare di chi, a cose avvenute e a sangue versato, le rivoluzioni e le controrivoluzioni vuole capirle al di là delle retoriche contrapposte che sono parte integrante della battaglia. Ed è infatti la mossa preliminare di Luciano Canfora nel suo Cleofonte deve morire Teatro e politica in Aristofane (Laterza «Cultura storica», pp. 518, € 24,00), che è un’appassionante indagine su Aristofane, su Atene, sulle sue guerre civili, e su coloro che di quelle lotte furono protagonisti palesi o pupari occulti. Certo, in omaggio ai sofismi di cui Aristofane si fa beffe negli Acarnesi («Euripide c’è e non c’è, se hai comprendonio»), potremmo dire che questo è e non è un libro su Aristofane e su Atene. Ma non per sobillare o avallare letture allusive (qualcuno ha già colto in questo libro inesistenti moniti contro gli odierni abusi del dileggio ad personam, e attendiamo con ansia chi evocherà attualissimi «comici al potere»); il libro è e non è su Aristofane e su Atene perché esso coniuga l’analisi dei singoli eventi o «atomi di storia» – così Canfora ha parafrasato altrove gli erga di Tucidide – con un’attenzione spietata alla regolarità, pur mai stereotipata, dei fenomeni politici. Perciò questo è un libro che espone «cose terribili ma doverose», come si vanta, per stare ancora agli Acarnesi, il perfido Diceopoli.
Dividere il popolo, si diceva: punto di partenza e insieme fondamento della ricerca. Dividere il popolo, e cioè dissolverne l’unità apparente, per riconoscere dietro la maschera del «demo» una specialissima élite: l’élite urbana che si autoproclama «popolo» e dà così il proprio nome al regime che essa sostiene e innerva; questo «demo» è minoranza, come già sapeva un lucidissimo Nietzsche poco più che trentenne, e non è il «popolo», concetto in sé vacuo e volatile. «Dove comincia, dove finisce il popolo?», si chiedeva il Pasquali di Congresso e crisi del folklore (1929), in pagine da raccomandarsi a quegli antichisti-antropologi che oggi resuscitano addirittura «i Greci», maiuscolizzati e indifferenziati. Dove comincia e dove finisce il popolo di una precisa città (Atene) in un preciso momento storico (la fine del V secolo)? È lo stesso popolo quello che in assemblea dibatte e decide, e quello – tanto più vasto – che si raduna a teatro per ascoltare Aristofane? È lo stesso popolo quello che «fa andare le navi» (come si esprime l’autore della Costituzione degli Ateniesi, con ogni probabilità Crizia) e quello che, legato alla piccola e media proprietà terriera, più rovinosamente subisce i danni della guerra contro Sparta? Decisamente no, risponde Canfora: «il ‘giacobinismo’ della ‘democrazia’ di tipo ateniese», che di una minoranza militante fa la totalità, non deve fuorviarci; esso deve illuminarci, semmai, su tanti altri «concetti ‘neo-giacobini’» via via tornanti nelle esperienze rivoluzionarie successive, con le loro minoranze promotrici dichiarate «d’avanguardia».
Il «demo», dunque, non è il «popolo»; e il popolo non è uno: come non è uno il fronte dei signori che al «demo» si oppongono, quando non possono o non vogliono guidarlo; e vi si oppongono, magari, in nome del popolo altrimenti inteso (‘voi siete migliori dei vostri capi!’: efficacissimo trucco, dal vecchio Teognide ad Aristofane e oltre); o in nome di ideali egualitari più avanzati e radicali – e talvolta più radicati, perché in principio l’uguaglianza fu aristocratica – rispetto a quelli del «demo» razzista e bigotto: sarà questo il caso di tanti intellettuali antidemocratici che la guerra civile l’hanno ispirata o combattuta, pagata con la vita a pace fatta (Socrate) o sul campo (Crizia), o per tutta la vita rimeditata (Platone). Qui non c’è un equivoco solo da dissipare: c’è un nodo di equivoci, che rende così insidiosa, e insieme così fortunata, la nozione di democrazia. Lo notava lo Straniero del Politico platonico: la «democrazia» è quel regime di cui «nessuno usa mai cambiare il nome», quale che sia la sua mutevole sostanza istituzionale e sociale.
Dissipato questo equivoco, o nodo di equivoci, tutto si intende meglio: anche Aristofane, il suo pubblico e la sua committenza. Della commedia cosiddetta antica, quella famosa per l’onomastì komodein, cioè per gli sfottò nominali, Canfora offre un quadro spietatamente realistico, a partire da una definizione dei commediografi quali poeti salariati, spesso e volentieri al servizio delle consorterie ostili al demo. Ne emerge un quadro compattamente antidemocratico dei popolareschi beniamini del pubblico, Cratino o Ermippo, Eupoli o Aristofane. Di Aristofane, in particolare, seguiamo la carriera fra la Lisistrata (inizio del 411), le Tesmoforianti (un anno dopo, nella stesura rivista a noi giunta, calcola Canfora) e le immortali Rane (inizio del 405, in prima stesura e messinscena). Datazioni, contestualizzazioni storiche e conseguenti ipotesi di riscrittura sono oggetto di pagine che non conquisteranno solo i filologi, perché portano nel vivo della lotta politica ateniese; lotta che non fu sempre nobile né ebbe sempre fronti granitici, per come ci si rivela via Aristofane.
Ecco dunque il commediografo sposare, con Lisistrata, la causa dei golpisti antidemocratici del 411: Canfora ridicolizza a ragione l’idea che il putsch fantapolitico della commedia presenti un programma solo per caso coincidente con quello del putsch reale in corso. Ecco poi Aristofane mutare linea al mutare del regime: ciò che avviene con le Tesmoforianti. Eccolo infine tornare sulla linea antidemocratica più oltranzista, mentre Atene si avvia alla sconfitta e il suo «popolo» dispera: ed è la volta delle Rane, che da sempre piacciono ai professori perché, in apparenza, parlano di letteratura. Ma le Rane piacquero al «popolo» (ben disposto o ben pilotato) per la loro faziosa parabasi, cioè per il comizio a visiera alzata che è il cuore della commedia: e l’autore, complice la svolta politica in corso, incassò un eccezionale diritto alla replica. In quella parabasi si colgono allusioni storiche stratificate, a partire dal processo all’ultimo «demagogo», Cleofonte, di cui Aristofane antivede e sfacciatamente annuncia la morte certa: e i dati inducono a ipotizzare una parabasi aggiornata almeno fino al tardo 405, diversi mesi dopo la première, sulla soglia ormai della catastrofe che portò Atene a perdere la guerra e insieme la democrazia.
Chi si avventura in queste pagine deve lasciare l’Aristofane simpatica canaglia di tanti ricordi scolastici, o l’Aristofane trickster dei grecisti aggiornati, che è un Aristofane fuori dal tempo e dalla storia, nutrito solo di ‘carnevalesco’ bachtiniano; un Aristofane che non è poi troppo diverso, nella sua genericità, dal moralista eterno che al principio del Novecento piaceva a Ettore Romagnoli: «attuale parrà la sua opera sempre finché vi saranno demagoghi impudenti, stolti guerrafondai, filosofi acchiappanuvole, poeti asini». «Aristofane era un grande idealista», gli faceva eco Giuseppe Fraccaroli dalle pagine del Corriere (ora possiamo rileggerle, con tante altre, grazie allo splendido L’antichità classica e il “Corriere della Sera”. 1876-1945, a cura di Margherita Marvulli). Anche oggi, quando non si sa che dire dell’Aristofane politico, si dice che fu «moderato»: concetto duttile perché vuoto.
Quell’Aristofane fuori dalla storia, in chiave moralistica o carnevalesca, finisce qui. Restituito al suo tempo, che fu un tempo duro, perderà forse l’aureola, ma certo non lo smalto, come prova il fatto che con questo restaurato profilo di Aristofane Canfora ha introdotto a Siracusa, poche settimane fa, le apprezzatissime Rane tradotte da Olimpia Imperio e dirette da Giorgio Barberio Corsetti. Una robusta, salutare iniezione di concretezza storica e politica; e, congiuntamente, il recupero di una linea critica ottocentesca che Canfora ricostruisce sul finire del libro, fra Heyne e Droysen, fra Nietzsche e Wilamowitz, quando rivoluzioni e controrivoluzioni attuali meglio aiutavano a intendere rivoluzioni e controrivoluzioni antiche. C’è voluto un po’ di tempo per recuperarla, quella cruda ma tersa visione delle cose: forse perché – diceva Max Weber – il diavolo è vecchio, e occorre invecchiare per capirlo.

il manifesto Alias 16.7.17
Le radici occidentali di Shankara
Filosofia indiana . Attingendo alla sua erudizione, Coomaraswamy identificò, fra il ’32 e il ’47, una sostanziale conformità fra la metafisica del Vedanta e quella di Platone: «La tenebra divina», Adelphi
di Stefano Beggiora

Nato in Sri Lanka e cresciuto a Londra, Ananda Kentish Coomaraswamy è oggi riconosciuto, a settant’anni dalla sua morte, come il più grande storico dell’arte indiana del XX secolo. Il suo lavoro più maturo lo portò a compimento quando, attingendo a una impareggiabile erudizione artistica, folklorica, mitologica, religiosa, espose la propria prospettiva sul pensiero tradizionale, elevando sé stesso, e la indiscussa genialità del suo sapere, a punto di reciproco contatto fra la cultura occidentale classica e le filosofie orientali. Nella sua immane attività produttiva, che conta svariate decine di opere critiche, La tenebra divina Saggi di metafisica (edizione italiana a cura di Roberto Donatoni, pp. 511 , euro 42,00), che oggi Adelphi pubblica come seconda parte dei Selected Papers, usciti postumi in versione inglese a cura Roger Lipsey nell’ormai lontano 1977 a Princeton, getta le fondamenta di quel ponte lanciato fra Oriente e Occidente che Coomaraswamy edificò cominciando proprio con l’identificare la sostanziale conformità – e non solo le similitudini – fra i principi metafisici della scuola indiana del Vedanta e gli insegnamenti di Platone.
Il volume – assieme al precedente dedicato al simbolismo e all’arte, pubblicato in Italia con il titolo Il grande brivido (Adelphi, 1987) – consta di una vasta scelta di scritti risalenti al periodo compreso fra il 1932 e il 1947 in cui l’autore era sovrintendente presso il dipartimento di arte asiatica al Museum of Fine Arts a Boston, e coincide con quella che fu, probabilmente, la fase più creativa della sua eccezionale produzione.
Il volume si apre seguendo le tracce, purtroppo esili, della vita di Shankara, grande maestro e metafisico indù vissuto tra il VIII e il IX secolo, a cui si deve la sistematizzazione dell’Advaita Vedanta, uno degli insegnamenti cardine della filosofia indiana. Pescando dagli antichi testi sacri dell’induismo – le Upanishad, i Brahma Sutra, la stessa Bhagavad Gita – Shankara oppose il continuo divenire della realtà fenomenica, appartenente al mondo manifesto, alla Realtà assoluta, in una prospettiva monistica. L’Advaita infatti, letteralmente «non duale», concilia i principi del Sé (Atman) con l’Assoluto (Brahman) sulla base della loro intrinseca consustanzialità e indivisibilità. Il merito dell’insegnamento di Shankara – per quanto lungi dall’intaccare la caleidoscopica frammentarietà di scuole, prospettive religiose e indirizzi soteriologici del mondo indiano – fu l’armonizzazione dei fondamenti di quella che fu l’alta speculazione filosofica con la religione popolare e con il profondo trasporto emozionale delle correnti devozionali a venire, e della mistica indiana in generale.
A questa sistematizzazione di Shankara, dalla quale prende l’avvio, Coomaraswamy dona tuttavia un respiro più ampio, cucendo assieme pazientemente i punti in comune che avvicinano Cristianesimo, Islam, Neoplatonismo con le discipline indù, alla ricerca di quella Realtà che ciascuna tradizione interpretò come suprema conoscenza. Del resto, ottenere l’Assoluto, secondo la filosofia indiana non è alla fine un’opportunità dell’essere umano che implichi per forza di cose un punto di partenza prestabilito. Infatti i sei darshana classici dell’induismo, ovvero i sistemi filosofici frutto di diverse «prospettive» in tema religioso (fra i quali c’è appunto il Vedanta), erano concepiti come i raggi della ruota di un carro: pur partendo da prospettive diverse, e percorrendo traiettorie differenti, essi fanno parte di un unicum e tendono tutte allo stesso centro. Allo stesso modo, Coomaraswamy parla di rami, ramificazioni della conoscenza – o meglio di un’unica scienza – che va però avvicinata secondo i modi propri di ciascun filosofo, il quale non può che far cominciare la propria esperienza nel tempo e nel luogo in cui si trova, sapendo come tutte le strade conducano, infine, al medesimo Sole.
Immergendosi nella codifica delle radici comuni al simbolismo d’Oriente e d’Occidente, Coomaraswamy illumina la differenza fra reincarnazione, trasmigrazione e metempsicosi, interrogandosi sui concetti di anima e di Sé, indagando ancora le facoltà umane di conoscenza basate su sensi, ragione e intelletto. Per cimentarsi in questa impresa ricorre a figure quali essenza e sostanza, potenza e atto, forma e accidente, e così via: strumenti terminologici abituali a chi abbia familiarità con la filosofia e le discipline orientali, che l’autore esprime con coinvolgente semplicità e chiarezza.
Assieme a René Guenon, che esercitò su di lui una grande influenza, Coomaraswamy traduce questo suo sapere in un linguaggio spirituale che vanta a sua volta numerosi dialetti, e non può venire indagato se non secondo una prospettiva tradizionale, purtroppo troppo spesso dimenticata nel mondo moderno e probabilmente oggi offuscata, se non esplicitamente deviata, più in Occidente che India.
Considerando quanto il mondo occidentale sembri sempre meno interessato alla ricerca di un Dio, e meno incline al cammino spirituale e alla trascendenza, Coomaraswamy torna al platonismo, al periodo ellenistico, alla prima patristica, al neoplatonismo, passando per i Vangeli e giungendo alla teologia mistica del Medioevo cristiano, non senza frequenti incursioni nella letteratura arabo-persiana, nel sufismo e nella teologia islamica in generale.
Non solo Platone, Filone, Ermete, Plotino, Boezio, Agostino e Dante, dunque, ma anche Jami, Ibn ’Arabi, Rumi e moltissimi altri studiosi si offrono come strumenti concreti per affrontare questo meraviglioso viaggio, capace di ricondurre il lettore a un continente che dovrebbe sembrargli, ora, meno lontano: l’India dei Veda e delle Upanishad, degli insegnamenti dei maestri e della letteratura sacra che costituiscono le basi di una metafisica pienamente accessibile, proprio grazie agli studi di Coomaraswamy e alla sua capacità espositiva.
Il suo incredibile itinerario si articola attraverso una selezione di ventisette saggi in cui traspare una immensa erudizione derivata dalla aderenza ai testi e alle fonti. Grazie a Limpsey, curatore dell’opera, veniamo informati sul modo in cui le primissime edizioni dei saggi fossero state corredate dal loro stesso autore con una fitta selva di osservazioni, postille appunti presi a mano, che oggi impreziosiscono il volume.
La redazione di un materiale così ricco (Coomaraswamy, come i pandit indiani, usava citare i testi a memoria) ha richiesto un lavoro di revisione, verifica, traduzione e compilazione di più indici tematici e bibliografici di eccezionale acribia. Questa fatica – svolta anche con peculiari competenze linguistiche in merito al sanscrito, al pali e al greco antico – ha visto coinvolti nel tempo studiosi e indologi del calibro di Heinrich Zimmer, Joseph Campbell, Stella Kramrisch, Mircea Eliade e moltissimi altri. Il risultato è dunque un’opera di straordinaria profondità, che funziona ancora come validissimo strumento di studio e di ricerca interiore, costituendo uno di quei testi impossibili da esaurire definitivamente e a cui viceversa attingere nel corso di una intera vita.
Vale per il testo di Coomaraswamy quel che scrisse Dadu Dayal, mistico indiano del XVI secolo: «La parola del guru è simile a una freccia: giunge lontano e a remote regioni il discepolo conduce. Colui che la sa coglier con chiarezza, si libera e si risveglia dal sonno in cui era immerso».

Corriere 16.7.17
Le «3 emme» del sessantotto di Bersani
di Aldo Grasso

Pier Luigi Bersani auspica un nuovo Sessantotto, novello Mario Capanna. In un’intervista ha affermato di stupirsi «che non sia partito un nuovo Sessantotto. Allora noi contestavamo le tre "emme": mestiere, moglie, macchina come qualcosa di antico. Oggi sono diventate un obiettivo, spesso un miraggio». Francamente ricordo la 3M, la multinazionale che aveva inglobato la mitica Ferrania, ma le tre «emme» sono uno slogan che mi sfugge. Me ne vengono in mente altri, più impudenti: «Fate l’amore non fate la guerra», «L’immaginazione al potere», «Lotta dura, senza paura», «Tutto e subito»… La contestazione alle tre «emme» resta un mistero. Forse i liceali di Bettola combattevano il «mestiere» (teorici del fancazzismo?), la «macchina» (erano ciclisti leninisti?), la «moglie» (speravano nell’amore libero?), per ribadire la via emiliana alla rivoluzione. Come cantava Guccini, «con l’incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca “l’Unità”, la paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità...».
O forse le tre «emme» rientrano nel bestiario fantastico di Bersani, tipo «smacchiare il giaguaro», «un passerotto in mano piuttosto che un tacchino sul tetto», «la mucca nel corridoio». Emme come mucca? Raccontata così, la storia del Sessantotto sembra un grande episodio della piccola storia di Bettola. Del resto, la «emme» è parola palindroma, politicamente si può leggere anche da destra .

Corriere 16.7.17
Attenti a non svilire il Parlamento Il monito profetico di Calamandrei
di Corrado Stajano

Piero Calamandrei era uomo dalla vista lunga e acuta. Il tormento della sua esistenza fu il futuro della Repubblica che usciva da vent’anni di fascismo e da una guerra rovinosa. Si ha quest’impressione anche leggendo i testi appena usciti in un piccolo libro, Patologia della corruzione parlamentare (Edizioni di Storia e Letteratura), che riunisce un saggio pubblicato sulla rivista «Il Ponte», il 10 ottobre 1947, e una lunga lettera a Ugo Guido Mondolfo, il politico socialista, apparsa su «Critica Sociale» il 5 ottobre 1956. Correda i testi calamandreiani un corposo scritto introduttivo di Gianfranco Pasquino, illustre professore di Scienza politica, coautore, con Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, del fondamentale Dizionario di politica della Utet e di opere di rilievo, tra le altre, Cittadini senza scettro (Università Bocconi Editore), L’Europa in trenta lezioni (Utet).
Calamandrei fu deputato del Partito d’Azione alla Costituente e tra i socialdemocratici nella prima legislatura repubblicana, Pasquino è stato per tre legislature senatore indipendente nelle liste della sinistra e queste loro esperienze, anche se distanti decenni, sono utili a confrontare la politica e i suoi modi nel tempo.
Nell’introduzione, Pasquino scrive che gli scritti di Calamandrei «mantengono una straordinaria attualità e pertinenza. (...) Sono una guida per addentrarsi nel parlamentarismo, per orientarvisi, per leggervi gli sviluppi, per individuare i problemi aperti e per proporne, lucidamente e sobriamente, i rimedi possibili».
È un detto comune, scrive Calamandrei, che la politica venga considerata una cosa sporca e che i parlamentari siano ritenuti «delinquenti e ladri». La corruzione ha radici antiche. Anche nei romanzi. (È sufficiente ricordare L’Imperio , di Federico De Roberto, uscito incompleto nel 1929, due anni dopo la morte dello scrittore. È la storia del principe siciliano Consalvo Uzeda di Francalanza, eletto a Montecitorio nel 1882, uomo privo di scrupoli, modello di ogni trasformismo, un’anguilla nel ripugnante mondo politico romano dell’epoca).
A Calamandrei preme dire che è immeritato il qualunquistico giudizio negativo nei confronti dei parlamentari: non tutti, ovviamente, sono «delinquenti e ladri». «I cittadini devono arrivare a sentire che chi accusa tutti i deputati di essere tali, in realtà rivolge questa accusa non agli eletti, ma agli elettori. In regime democratico i deputati rappresentano il popolo, e chi scaglia fango su loro, colpisce tutto il popolo che li ha scelti».
Il trasformismo è un altro tema di questo scritto. Che sia attuale lo dimostrano gli innumerevoli cambi di casacca avvenuti nelle ultime legislature. Ma la pratica deve far parte dell’anima nostrana se anche Benedetto Croce, nella sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915 , scrisse benevolo che il trasformismo è il risultato di un processo fisiologico, non patologico.
Calamandrei non è di quella morbida opinione. Scrive dei voltafaccia che provoca il trasformismo, «un gioco occulto di interesse extraparlamentare, che toglie valore e credito all’apparato visibile del Parlamento».
Le assemblee legislative e la loro funzione stanno molto a cuore al giurista fiorentino. Settant’anni fa vide profeticamente quel che è successo nei nostri anni: il Parlamento «sprovvisto di effettivo potere, ridotto a un semplice ufficio di registrazione dei compromessi politici combinati e conclusi senza alcuna sua partecipazione». Sarebbe probabilmente inorridito di fronte al tentativo, anche se fallito, di cancellare il Senato con l’intento di arricchire i poteri dell’Esecutivo. Accenna al conflitto di interessi, ma per lui è soltanto un articolo del Codice penale, il 324, anche allora. Non fa in tempo a scandalizzarsi per quel che succederà dopo il 1994, Berlusconi presidente del Consiglio, le leggi ad personam, i processi.
Gianfranco Pasquino sembra completare anche nel linguaggio il dettato di Calamandrei: «In Italia, molto più che altrove, l’antipolitica e l’antiparlamentarismo sono diffusi e vanno a braccetto, con conseguenze inevitabilmente pessime». Tocca nel suo scritto problemi di cui non si discute affatto, l’articolo 67 della Costituzione ad esempio, «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincoli di mandato». Questa norma che dà libertà ai senatori e ai deputati è a rischio di totale cancellazione in un Parlamento di nominati. Pasquino è critico nei confronti del Movimento 5 Stelle dove non contano esperienza e competenza: «Le consultazioni telematiche fra gli eletti e i loro elettori sono un poverissimo surrogato delle modalità attraverso le quali i parlamentari, in assenza di qualsiasi struttura intermedia sul territorio, dovrebbero più o meno episodicamente rapportarsi agli elettori», scrive. Una burla.
La soluzione? È nelle parole di speranza, ma di difficile attuazione, con le quali Calamandrei termina le sue pagine di grande contemporaneità: «Bisognerà far di tutto per migliorare il costume. (...) Non è con l’irridere la politica, col disprezzarla e coll’estraniarsene che la politica si risana: bisogna entrarci e praticarla onestamente e resistere allo schifo».

Corriere La Domenica 16.7.17
Odio
Rancore senza remore cavalcato dalla politica
di Donatella Di Cesare

Come possono essere così certi? Nessun segno di perplessità, di titubanza o esitazione. Altrimenti non potrebbero umiliare, schernire, offendere. Chi odia non ha dubbi. Perché se ne avesse, anche solo sul proprio odio, dovrebbe fermarsi un istante. Allora prenderebbe quella distanza, da cui tutto appare più sfumato, acquisterebbe quel distacco che consente di vedere, come in una mappa ingrandita, i contorni individuali, le caratteristiche peculiari, le molteplici differenze. L’odio avversa i colori, aggira le nuance ; attecchisce nell’universo ridotto alla monotonia del bianco e del nero.
Insieme ad altri sentimenti l’odio ha accompagnato l’umanità e la sua storia. Ira sedimentata, avversione intensa nutrita da un’invidia convulsa e rafforzata da una cupa spietatezza, contraltare nevrotico e parossistico dell’amore, sopravvento della volontà di potenza, impulso distruttivo, desiderio impellente di nuocere, che tradisce sfiducia in se stessi e diffidenza verso gli altri, l’odio ha lasciato più di un interrogativo aperto. In genere, però, ha prevalso l’idea che questo sentimento fosse una patologia del carattere, una perversione quasi naturale, una distorsione del singolo.
Dunque l’odio è sempre esistito, esisterà sempre. «Nulla di nuovo», si potrebbe dire. Ma le cose stanno diversamente. Perché è venuto meno quel ritegno che prima arginava l’insofferenza nascosta e subliminale, che tratteneva il rifiuto. Come se, dopo l’età del libero amore, si fosse entrati nell’età del libero odio. Ogni remora è caduta. Si può odiare apertamente. E lo si può fare ovunque, in privato e in pubblico: nelle pareti domestiche, nella riunione condominiale, nel parcheggio, sull’autobus, alla fermata del semaforo, nel supermercato, al lavoro, tra colleghi, tra semplici conoscenti o tra sconosciuti, in internet, su Facebook, durante le conferenze, nei dibattiti, sui giornali, nei talk show, nelle sedute parlamentari. L’odio viene indirizzato in alto, contro i politici, quelli che sono tutti corrotti; in basso, contro i cenciosi stranieri, quelli che rubano casa e lavoro. Il più delle volte viene riversato su quegli altri che, nella loro alterità, sembravano aver trovato una qualche accettazione — tutti quelli che appaiono differenti per aspetto, per credo, per forma di vita.
«Quando è troppo è troppo!». «La tolleranza ha un limite!». «Che cosa pretenderebbero ancora le donne, dopo tutto quello che hanno già avuto? Parità di stipendi? Uguale riconoscimento?». Così, se vengono licenziate, è perché non hanno tenuto il ritmo, erano assenti. Se subiscono discriminazioni, in ufficio o in fabbrica, forse in gran parte esagerano. Volevano divorzio, libertà, pari diritti — ed ecco qui le violenze. «Fossero rimaste al loro posto, non ci sarebbero i femminicidi».
Il resoconto della «tolleranza zero» potrebbe proseguire. Quanto agli ebrei, «con questa storia interminabile della Shoah, hanno proprio stufato. Sai quanti altri genocidi ci sono!? E chissà poi che ci sarà di vero. No, noi non siamo negazionisti». Attenti poi all’«islamizzazione» — parola inquietante, sempre più rilanciata nel web, calco di «ebraizzazione», termine chiave del lessico nazista. «No, noi non siamo islamofobi. Ma quei musulmani che vivono qui, tra noi, anche se da anni, da decenni, farebbero meglio ad andarsene. Nessuna cittadinanza per i loro figli, anche se conoscono la lingua italiana, la storia e la cultura. Non vogliamo essere sottomessi. Il terrorismo non è forse islamico? Sì, certo, le equazioni sono pericolose, ma in questo caso è proprio così». Inutile discutere.
Mentre si sono sviluppati e affinati in modo esponenziale i mezzi tecnici di comunicazione, sempre più ridotta è paradossalmente la capacità di dialogo e di confronto. Le parti si sono rovesciate: si trova a disagio chi è abituato al rispetto, condizione di ogni rapporto, va fiero, invece, chi quel rispetto lo nega, chi scaglia insulti grossolani, insinua sospetti, rilancia pregiudizi. Senza freni né scrupoli — magari con un risolino sarcastico, con un ghigno di soddisfazione. Le lettere minatorie, un tempo anonime, hanno oggi per lo più nome e cognome. Fantasie di violenza, intenzioni aggressive, commenti improntati al disprezzo, si affastellano nella rete spesso senza neppure la copertura di uno pseudonimo. «Se sei contro i campi rom, perché dopo quelli di sterminio nessuno dovrebbe più essere né bandito né internato, sei un’imprudente mistificatrice». «Se sei per i profughi, portati i negri a casa tua». Come se ogni confronto potesse ridursi agli slogan del pro e del contro. Chi avrebbe immaginato, anche solo qualche anno fa, che sarebbe stato di nuovo possibile parlare così? Non è infatti una conquista di civiltà esternare ogni meschinità, vomitare ogni grettezza interiore, che occorrerebbe semmai tenere per sé, di cui ci si dovrebbe vergognare. Ma il problema va anche al di là dello hate speech , del discorso che fomenta odio. L’esibizione sistematica del risentimento è diventata arma politica. Viene utilizzata e sfoggiata in modo programmatico. Siamo entrati nell’età della mobilitazione politico-ideologica dell’odio. Quasi senza accorgercene, senza aver potuto captarne tutti gli infausti segnali, senza essere neppure lontanamente riusciti a intravederne gli effetti. Forse perché il fenomeno è più complesso di quel che appare.
Ha avuto inizio con l’ascesa improvvisa dei movimenti populisti che hanno guadagnato voti ovunque facendo leva sull’animosità e sul livore. Ci sono però motivi per sperare che andranno sgretolandosi per superbia e presunzione, per mancanza di preparazione e di professionalità politica, per quei programmi antimodernistici con cui lasciano fantasticare gli ingenui che sia possibile negare la globalizzazione nella sua complessità. Chi è stato allettato dal potenziale della loro dissidenza dovrà ricredersi vedendoli agire.
Più inquietante è la mobilitazione dell’odio innalzato a emozione politica. Il populismo si rivela solo una delle facce. Quella estrema, agghiacciante, è il terrore. Non si deve sottovalutare: l’odio che imperversa nel web, che attraversa e scuote il mondo reale, che turba l’esistenza di molti, non è un vago sentimento che si scarica di tanto in tanto. Ha ben poco di naturale e di spontaneo. E non viene dal nulla — non è semplicemente qui, d’un tratto, così come non lo è la violenza. Piuttosto è un odio che ha una forte impronta ideologica, che è coltivato, nutrito, alimentato, che ha bisogno di maestri, segue modelli ed esempi, richiede schemi e tracce. Come ci sono gli imprenditori della paura nella nuova fobocrazia che va instaurandosi, così ci sono gli ispiratori dell’odio. Tutto è già rozzamente preformato: il gesto discriminatorio, i concetti della mortificazione, le immagini dell’oltraggio, le parole dello scherno. Nell’odio collettivo viene incanalato quello del singolo.
Il libero odio ha ben poco a che fare con la libertà. Essere liberi di odiare è una triste condanna. Ed è indizio di frustrazione esistenziale, fanatismo identitario, impotenza politica. Prevale la polarizzazione. Da una parte «noi», dall’altra loro, cioè i «non-noi», oscuri e mostruosi, ripugnanti e detestabili, colpevoli del nostro malessere — non importa come, non importa perché. Ma colpevoli. L’odio non ha bisogno di motivi concreti; basta la proiezione.
Se non si ha più il posto di lavoro, non è per la ditta che ha chiuso dall’oggi al domani, ma per il siriano appena arrivato. «Ognuno dovrebbe stare a casa propria. No, non siamo razzisti». Se lei lo ha lasciato, solo perché «qualche volta volava uno schiaffo», lui può intimidirla, minacciarla — e non finirà lì. Se per strada passa una coppia gay, dà fastidio già la presenza e si può lanciare senza timore un insulto. Se una compagna di scuola non risponde ai canoni televisivi della bellezza, ha i capelli neri, qualche chilo di troppo, nessun successo con i maschi, può essere beffeggiata, irrisa, colpita con schiaffi e pugni — c’è perfino qualcuno che filma con il cellulare e posta sul web. Gli esempi sarebbero innumerevoli. Le vittime sono ovviamente sempre i più deboli.
Proprio perché il privato sconfina ormai nel pubblico, anche i singoli attacchi interpersonali vanno visti e giudicati, nella loro rilevanza politica, all’interno della mobilitazione dell’odio. La rete ha un ruolo decisivo: non è neutrale, perché potenzia il fenomeno. Il che non significa demonizzare internet. Ma la sfera pubblica, prima gestita dai media tradizionali, è divenuta ora la scena planetaria dell’odio esibito. Il singolo episodio, un tempo circoscritto nello spazio e nel tempo, viene trasmesso rapidamente su larga scala e resta lì, nel mondo virtuale, persistente e ripetibile. La vittima è esposta al ludibrio di tutti, senza difese, mentre il più forte guadagna spavaldamente consensi con i like che si moltiplicano. Cyberbullismo e cyberstalking sono le nuove espressioni dell’odio online che provocano un’inedita, profonda sofferenza.
La maldicenza asseconda l’odio. Non mancano i casi di chi — giornalisti, avversari politici, magistrati — è diffamato più per invidia e gelosia che per le idee espresse. Tutto viene anzi storpiato, i contenuti deformati e rigirati. Perché quel che conta è schernire, rovinare la reputazione, colpire la dignità. Ci sono siti appositi che si dedicano solo a questo. Ecco perché con la rete il ruolo dell’intellettuale diventa sempre più difficile. Può finire ostaggio del rancore e dell’astio di pochi, che lo accusano di quello che non ha mai detto, fomentando malanimo, inimicizia, senza che ci sia un’istanza a cui rivolgersi, che possa riparare il danno.
Chi viene mortificato, umiliato, cade nella malinconia, finisce nel baratro dell’isolamento, cede spesso alla tentazione di tacere. E tutti gli altri? Gli spettatori? La complicità è molto diffusa. Lo spettacolo del pubblico ludibrio non è d’altronde nuovo; ha una lunga tradizione. Ma adesso l’arena è quasi sempre virtuale. Che fare di fronte all’odio fomentato in un’intera pagina di Facebook? Sembra che l’unica alternativa all’impulso perverso di partecipare sia il cauto volgere le spalle, l’indifferente passare oltre. Invece bisogna non lasciare sola la vittima e tentare di far implodere le strutture rigide dell’ostilità.
Perché l’odio investe tutti. Dovrebbero saperlo sia quell’informazione che dell’odio fa una merce ai fini dell’audience, sia coloro che, pur avendo responsabilità pubbliche e istituzionali, perseguono strategie più o meno ambivalenti, spargendo astio e rancore attraverso i canali politici. L’odio è un boomerang. E nel frattempo, attraverso la mobilitazione politico-ideologica dell’odio, si va imponendo un pensiero sempre più chiuso a ogni obiezione, sempre più immune al dubbio.

Corriere La Domenica 16.7.17
Nell’era senza confini rimane una sola patria che si chiama Terra
di Mauro Bonazzi

L’acqua di Talete, il fuoco di Eraclito; l’aria e la terra: gli elementi da cui tutto proviene, per i presocratici; teorie ingenue per noi moderni, impegnati nel compito quasi impossibile di capire la meccanica quantistica. Ma non del tutto inutili, forse, se non nel campo della scienza almeno in quello della politica. L’ambizione di quei primi filosofi era quella d’individuare princìpi capaci di fare ordine nella trama dell’universo, di mostrare l’unità che si nasconde dietro alla molteplicità caotica degli eventi. Vale per la realtà fisica, e vale per il mondo degli uomini, che non è certo meno complesso. Carl Schmitt, quasi un allievo tardivo dei presocratici, aveva avuto l’intuizione che si potessero spiegare le vicende umane proprio partendo dalla coppia terra/ acqua. Dalla terra, in cui gli uomini hanno mosso i primi passi, all’acqua: le grandi esplorazioni che inaugurano la modernità, la conquista degli oceani e del Nuovo Mondo — spazi liberamente contendibili, illimitatamente sfruttabili — aprono prospettive inedite nelle relazioni umane. Delineano un nuovo modello politico, rappresentato dall’impero britannico, in cui il controllo delle vie di comunicazione è di gran lunga più importante dell’inviolabilità dei confini. «Chi governa il mare, governa il commercio, chi governa il commercio dispone della ricchezza del mondo, e di conseguenza governa il mondo stesso». Così parlava Walter Raleigh, corsaro inglese al servizio della regina Elisabetta I.
Ma questa coppia ormai non basta più, spiega Matteo Vegetti nel saggio L’invenzione del globo , appena pubblicato da Einaudi. Sigmund Freud se ne accorse il 25 luglio 1909. L’aviatore Louis Blériot aveva appena compiuto la traversata della Manica, da Calais a Dover, e in Europa si festeggiava, pregustando la nascita di un nuovo mondo in cui tutti avrebbero comunicato con tutti, senza più barriere. Più lucidamente, Freud notò che da quel momento a essere senza confini sarebbe stata la guerra, non la pace. Un’osservazione di cui gli americani avrebbero compreso la verità il 7 dicembre 1941, mentre l’aviazione giapponese distruggeva la loro flotta a Pearl Harbor. Ad affondare non erano state solo le navi, ma un modo secolare di rappresentarsi il mondo. Anche per questo, mentre allestiva una forza aerea imbattibile, il presidente Franklin Roosevelt invitò tutti i suoi connazionali a dotarsi di un mappamondo, possibilmente il modello che ruotava in tutte le direzioni («Questa guerra è un nuovo tipo di guerra», avrebbe spiegato. «È differente da ogni guerra del passato non solo nei suoi metodi e mezzi, ma anche nella sua geografia»).
C’è uno spazio uniforme sopra alla terra e al mare: lo spazio aereo, trasparente e vuoto, privo di ostacoli, facile da attraversare, che si espande ovunque. Non si trattava solo del volo degli aerei; altrettanto importanti sarebbero state le onde radio e le trasmissioni elettroniche, che avrebbero contratto le distanze ancora di più, fino ad annullarle quasi del tutto. Non era più il tempo di Walter Raleigh, ma di un generale italiano tanto oscuro quanto geniale, Giulio Douhet, autore (nel 1921!) di un libro intitolato Il dominio dell’aria : a controllare il mondo sarebbe stato chi avrebbe controllato i cieli. Il secolo dell’America e dell’ American way of life è il secolo dell’aria.
Studioso appassionato delle tradizioni arcane, Carl Schmitt aveva anche trovato un riferimento biblico-talmudico per rappresentare il nuovo stato di cose. Il regno del Leviatano (il mostro marino che in Thomas Hobbes esprime la potenza dello Stato) è ormai alla mercé di Ziz, un uccello gigantesco, capace di spostarsi continuamente da un posto all’altro della Terra. Un simbolo quanto mai appropriato per descrivere un mondo in cui i confini nazionali non funzionano più, perché quello che importa non sono le sostanze, ma i flussi. A essersi globalizzato è stato il borghese (e dunque l’economia), per così dire, non il cittadino. Questa rivoluzione spaziale non è certo la panacea di tutti i mali, come qualcuno (tra cui Karl Marx) ha creduto. Ma è un fatto da cui non si può prescindere: non sarà qualche muro a riportarci al bel (?) mondo che fu, né possiamo continuare a credere che basti riprodurre su scala mondiale la forma dello Stato nazione per superare tutte le difficoltà. Servono nuove idee politiche per organizzare questo spazio e le sue tensioni.
Perché poi c’è anche il fuoco, o meglio l’etere, un fuoco finissimo di cui erano composti, per Aristotele, le stelle e pianeti che ruotavano intorno alla terra, irraggiungibili. Quando Jurij Gagarin volò nello spazio e Neil Armstrong camminò sulla Luna, anche quest’ultima frontiera fu sfondata. È così conosciuta che quasi non ci si presta più attenzione: ma la prima foto scattata da un satellite lunare, tre anni prima dell’allunaggio, immortala il compimento della globalizzazione. Finalmente l’occhio umano vedeva la Terra come un globo, un tutto finito, senza più punti vuoti e senza più centro, di cui disponiamo completamente. Il Sole è grande come un piede umano, diceva Eraclito irridendo i sapienti del suo tempo: vista dallo spazio, ora è la Terra ad apparire sempre più piccola, in un universo che si scopre immenso.
«Per un’ora un uomo visse al di fuori di ogni orizzonte, intorno a lui tutto era cielo o, più precisamente, tutto era spazio geometrico»: così Emmanuel Levinas commentava i viaggi dei primi astronauti. Ma davvero siamo entrati nell’era della «demondizzazione», dello sradicamento definitivo dalla Terra, come annunciava, profetico e cupo, Martin Heidegger, guardando la solita foto della Terra presa dallo spazio? Certo, l’impulso di Ulisse a spingersi oltre, staccandosi dalla «cara patria», protesi verso nuove mete, è inestinguibile negli uomini. Ma in realtà mai come oggi, proprio perché la vediamo da distanze crescenti, possiamo apprezzare la bellezza e l’unicità irripetibile della nostra casa. Ed è sempre quella stessa foto a spiegare perché. Questo minuscolo pianeta perso in un universo infinito e indifferente è come un’oasi, in fondo: un piccolo miracolo, il pianeta blu, in un deserto spaventosamente immenso e silenzioso. Solo chi è partito può provare il piacere ambiguo della nostalgia. Dal fuoco e dall’etere torniamo alla Terra: e il problema, ora, è quello di coltivare questa piccola oasi, prima che diventi anch’essa un deserto inospitale.